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Oggi vi mostro una meraviglia che mai avrei pensato di vedere, un luogo che ha tutto il fascino di un mondo antico con i suoi misteriosi segreti.
E’ accaduto poco tempo fa, ricorderete che sono tornata alla Farmacia Sant’Anna a trovare il mio amico Frate Ezio.
Un monastero nel cuore della città e una farmacia  dove i frati si dedicano all’arte dei rimedi naturali tramandata nei secoli dai confratelli che li hanno preceduti.
Un monastero che racchiude un tesoro, una biblioteca con volumi preziosi e rari.
E allora seguiamo Frate Ezio, lui mi ha orgogliosamente mostrato questo gioiello forse poco conosciuto.

Biblioteca  (12)

Pare davvero di trovarsi tra le pagine di un romanzo di grande successo, Il nome della rosa!
C’è un’atmosfera particolare ed ammaliante che riporta a secoli distanti.
Non tocco nulla, osservo.
E sono erbari, testi sacri, volumi che raccolgono una lontana sapienza.
Non tocco nulla, mi travolge lo stupore.

Biblioteca  (2)

Attorno a un tavolo ci sono delle comode poltroncine, ci si siede qui per consultare questi libri.

Biblioteca  (3)

Certo, non si può dire che siano dei tascabili!
Oh, ma Frate Ezio maneggia questi pesanti volumi con una certa disinvoltura, eccolo qua intento nella lettura.

Frate Ezio (2)

L’ordine dei Carmelitani Scalzi fu fondato da Santa Teresa D’Avila e da San Giovanni della Croce, nella biblioteca si conserva una  lettera autografa della Santa.

Biblioteca  (4)

Sul muro vi è lo stemma dell’ordine con la scritta Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum ovvero  Ardo di zelo per il Signore Dio degli Eserciti.

Biblioteca  (5)

E anche a terra si trova l’effige dello stemma nel quale si distingue l’immagine del Monte Carmelo.

Biblioteca  (6)

Non crederete che le sorprese siano terminate!
Che cosa si trova in tutte le antiche biblioteche?
Osservate con attenzione l’immagine sottostante, non notate nulla?

Biblioteca  (7)

Uno sportello segreto che cela altri volumi!
Alzi la mano chi non vorrebbe avere una biblioteca come questa!

Biblioteca  (8)

I libri hanno una vita, un profumo e un’anima.
Ed è una vera emozione trovarsi tra testi tanto vetusti, a sfogliarli si ha quasi il timore di danneggiarli.
Alla scoperta di un’antica biblioteca, con Frate Ezio che mi svela ciò che per me è recondito e sconosciuto.
D’un tratto mi mostra una sezione nella quale le ante presentano una sorta di grata.
Che stranezza! Ma che mai sarà?
Cari lettori, un tempo quegli scaffali erano utilizzati per il libri all’indice: i libri che davano scandalo, tacciati di eresia o comunque considerati contrari ai dettami della dottrina.
Qualche esempio?
Erasmo da Rotterdam e Guglielmo di Occam, Giovanni Boccaccio e il suo Decameron, Niccolò Macchiavelli e Ludovico Ariosto.
Insomma, i più grandi nomi della filosofia e della letteratura.

Biblioteca  (9)

E ancora un nuovo mistero cattura la mia attenzione.
Un’antica cassaforte che un tempo veniva utilizzata per conservare al sicuro gli oggetti preziosi.

Biblioteca  (10)

E l’immaginazione vola.
Vedo un anziano frate che si aggira per il convento, tiene in mano una candela per rischiarare il buio della notte, i suoi passi rimbombano per il corridoio.
Apre la porta che emette un cigolio sinistro, il frate ha con sé le quattro chiavi della cassaforte.

Biblioteca

E’ questo è il mistero bello delle cose antiche, ti permette di vedere ciò che forse accadde, ti porta a tempi e a giorni che non hai vissuto.

Biblioteca  (11)

La nostra visita termina qui, sappiate che vi ho condotto con me in una sezione del Convento dei Frati Carmelitani non così facilmente accessibile.
E ringrazio con il cuore il mio caro amico Frate Ezio per avermi mostrato gli affascinanti misteri di questa antica biblioteca.

Biblioteca

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J’ai quitté Paris et même la France, parce que la tour Eiffel finissait par m’ennuyer trop.
Ho lasciato Parigi e anche la Francia, perché la Tour Eiffel finiva per annoiarmi troppo.

Inizia così il diario di un viaggiatore francese, un viaggio per mare, sulle onde del Mediterraneo calmo e placido, appena mosso da un refolo di vento.
La partenza di buon mattino, da Nizza.
Il silenzio di una giornata d’estate, lo sciabordio delle onde, i tanti paesi sulla costa, la linea delle montagne offuscata dalle nubi.
Sono distanti  i rumori della capitale francese, la quiete placa l’animo del viaggiatore.
Una musica lontana, davanti a San Remo.
L’armonia dei profumi marini frammista agli odori della terra ravvivati dal calore dell’estate, il timo e la citronella, la menta e la lavanda.

Lavanda

E il viaggio continua, lungo la costa, nuove albe e nuovi orizzonti: Porto Maurizio, poi Savona e le sue strade strette, città di mercanti, sui banchi trionfa l’uva gialla e nera, luccicano i pomodori rossi di sole e le tonde  zucche, le foglie di insalata cadute a terra fanno sembrare il luogo un grande giardino.
E quando cala la sera il viaggiatore scende per le strade della città e ancora è musica e orchestre, le donne di Savona sono tutte a capo scoperto, tutte hanno il ventaglio in mano per difendersi dalla calura.
E i ventagli battono, frémissantes comme de gros papillons, frementi come grandi farfalle, così scrive il viaggiatore.
E sogna.

Parfois ainsi, au fond de mon coeur vieilli, empoisonné d’incrédulité, se réveille pendant quelques instants, mon petit coeur naïf de jeune garçon.

Qualche volta sul fondo del mio cuore invecchiato, avvelenato d’incredulità, si risveglia per qualche istante, il mio piccolo cuore ingenuo di giovane ragazzo.

Un cuore ingenuo che naviga e batte sulle acque del Mediterraneo.
E giunge su quella nave a Genova.

Une des plus belles choses qu’on puisse voir au monde: Gênes, de la haute mer.

Una delle più belle cose che si possa vedere al mondo: Genova, dall’alto mare.

Ai piedi delle montagne, lungo la costa che si apre in un abbraccio, il porto, le navi e i piroscafi, uno spettacolo di grandezza.
E scende a terra il viaggiatore, lo sconcerta l’angustia di certi caruggi,  scopre la misteriosa atmosfera del cimitero di Staglieno, quel mondo borghese che pare vivere sotto ai porticati.
Visita i palazzi e le nobili dimore, rimane colpito dai cortili, dalle gallerie e dagli scaloni.

Palazzo Sauli

Palazzo di Marc’ Antonio Sauli – Via San Bernardo

 E ancora il viaggio prosegue, verso levante.
Sul mare turchese, verso il golfo più incantevole.
E da lontano di intravedono Rapallo e Santa Margherita, Chiavari e Sestri Levante.
Un promontorio, un’insenatura. E così scrive il viaggiatore:

….une gorge où entre la mer, une gorge cachée, presque introuvable, pleine d’arbres, de sapins, d’oliviers, de châtaigniers. Un tout petit village, Porto-Fino, se développe en demi-lune autour de ce calme bassin.

…. una gola dove entra il mare, una gola nascosta, quasi introvabile, piena di alberi, pini, ulivi, castagni. Un piccolo villaggio, Portofino, si allarga a mezzaluna intorno a questo tranquillo bacino.

Portofino

Un bois d’un vert puissant et frais, un bosco d’un verde potente e fresco circonda quelle case, i gozzi si cullano sull’acqua.
A dare il benvenuto al viaggiatore è un vecchio su una piccola barca, è lui a condurre l’imbarcazione al villaggio di pescatori.
E il viaggiatore sente il cuore ricolmo di pace:

Jamais peut-être, je n’ai senti une impression de béatitude comparable à celle de l’entrée dans cette crique verte, et un sentiment de repos, d’apaisement, d’arrêt de l’agitation vaine où se débat la vie, plus fort et plus soulageant que celui qui m’a saisi quand le bruit de l’ancre tombant eut dit à tout mon être ravi que nous étions fixés là.

Mai, forse, ho provato un senso di beatitudine paragonabile a quello che ho sentito entrando in quella verde insenatura e una sensazione di riposo, di appagamento, di fine della agitazione vana  nella quale si dibatte la vita, più forte e più confortante di quello che mi ha colpito quando il suono dell’ancora che cadeva ha annunciato che eravamo fermi.

Barche a Portofino

E poi ancora l’avventura continuerà verso altre rive, oltre la Liguria.
Il viaggiatore che trovò pace e ristoro sotto gli ulivi di Portofino è stato uno dei massimi scrittori francesi e giunse qui nel 1889.
Le parole che avete letto sono tratte da La vie errante, diario di bordo e di emozioni di questo tormentato viaggiatore.
Quando verrete a Portofino sentirete anche voi le foglie appena mosse dal vento, l’acqua del mare che lenta lambisce i sassi, mentre le barche si dondolano sull’acqua.
E forse anche voi troverete la pace che confortò lo spirito inquieto e il piccolo cuore ingenuo di Guy De Maupassant.

Guy De Maupassant

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Luchino Vivaldo ama lungo tempo e non è amato.
Ahimé, quante volte accade!
Le parole che avete letto sono di Matteo Bandello, sua la novella della quale vi narro dedicata a un amore non corrisposto.
Ma chi era Luchino Vivaldo? E per chi si struggeva d’amore?
Scrive il Bandello che il giovane Luchino apparteneva ad una stimata famiglia genovese che annoverava certi illustri rappresentanti, viene citato ad esempio Messere Francesco, uomo tra i più ricchi del suo tempo e a tutti noto per la sua abilità finanziaria.
Oh, ma lo conoscete già, cari lettori!
Eccolo qua Messer Francesco Vivaldo, benemerito del Banco di San Giorgio, di lui vi ho già parlato qui.

Francesco Vivaldi (4)

Luchino era un suo nipote e ovviamente era ricchissimo e viveva nel lusso e nello sfarzo.
Un bel giorno mentre passeggiava per la città il giovane vide una splendida fanciulla: lei si chiamava Gianchinetta ed era un fiore di bellezza appena quindicenne.
Da quel momento Luchino non fece altro che pensare a lei, Gianchinetta gli aveva rapito il cuore!
E no, io davvero non so dove abitasse questa ragazza ma sapete, Luchino prese ad andare davanti alla sua casa per salutarla.
E Gianchinetta rispondeva rispettosa e sorridente, inconsapevole del sentimento che aveva suscitato in Luchino.
Questo accadeva da qualche parte, nei nostri caruggi, chissà dove abitava la nostra eroina!

Piazza delle Erbe

Piazza delle Erbe

Era una ragazza semplice, non certo di nobile famiglia come Luchino.
E sebbene fosse piuttosto ingenua, non ci mise molto a capire le intenzioni del giovane Vivaldo.
Oh, bisognava correre ai ripari, lei di lui non ne voleva proprio sapere!
E così la ragazza prese le contromisure: se lo vedeva arrivare da lontano si chiudeva in casa e se lui le rivolgeva la parola distoglieva lo sguardo e faceva finta di non aver sentito.
E insomma, Luchino non sapeva come trarsi d’impaccio, come sedurre la giovane ritrosa?
Era il tempo della neve,  Messer Luchino riuscì a procurarsi un mazzo di garofani per donarlo alla sua bella in segno del suo amore ma lei ancora lo respinse.
Le inviò messi e ambasciate, le offrì una dote di mille ducati d’oro: nulla da fare, Gianchinetta fu irremovibile.
Passarono due anni e la fanciulla sposò un giovane che si guadagnava il pane con il duro lavoro sulle galee.

Galata Museo del Mare - La Galea (27)

Galata Museo del Mare – La Galea

Luchino era sempre perdutamente innamorato, nulla lo smuoveva dall’oggetto del suo desiderio!
Ma sapete come accade, la famiglia lo obbligò a sposarsi con una giovane nobile, ricca e abbiente quanto lui.
E sebbene sua moglie fosse di una bellezza splendente, il cuore di Luchino continuava a battere per colei che lo aveva respinto.
E in tutta la città si bisbigliava di questo amore non corrisposto!
Trascorsero gli anni, Gianchinetta ebbe tre figli dal suo amato marito che era spesso lontano, per mare, sulle galee.
E ahimé un giorno capitò una disgrazia, il poveretto finì in prigione in Sardegna e Gianchinetta rimase senza un soldo con tre bambini da sfamare.
E fu così che per trarsi dalle difficoltà si recò da Luchino.
E si buttò ai suoi piedi, lui che l’aveva tanto desiderata se la voleva ancora adesso poteva averla purché la soccorresse e la aiutasse a sfamare i suoi figli.
E il nobile Luchino Vivaldo che tanto aveva sospirato per poterla stringere tra le sue braccia cosa fece?
Chiamò la moglie la quale sapeva tutto di quell’amore mai corrisposto e certo non ne era contenta.
Luchino affidò alla sua consorte Gianchinetta e i suoi bambini affinché fossero curati, nutriti e cresciuti con ogni conforto.
E quello che un tempo era desiderio divenne virtuoso affetto fraterno che si manifestò con una grande generosità.
Così scrive Matteo Bandello in una sua novella dedicata a Messer Luchino Vivaldo che amò lungo tempo e non fu amato, a Genova tanti anni fa.

Tetti di Genova

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Pisa, 10 Marzo 1872.
A casa di Pellegrino Rosselli e di Janet Nathan, figlia di Sarah, nota mazziniana, c’è da tempo un uomo che si nasconde sotto falso nome.
Costui viene dalla Svizzera e si fa chiamare George Brown, è di salute precaria ed è giunto nella città toscana alla fine di febbraio, al suo capezzale arriverà il medico Agostino Bertani, ma per il paziente non c’è nulla da fare, questo sarà il suo ultimo giorno di vita.
Così muore Giuseppe Mazzini, è un evento che scuote e commuove, gli studenti dell’Università chiudono le porte dell’Ateneo in segno di rispetto e di lutto, interverranno persino le autorità ma i giovani sono inamovibili e diserteranno in massa le lezioni.

Giuseppe Mazzini

Si vuole preservare la figura sacra di Mazzini, il suo corpo verrà pietrificato a Genova e l’anno successivo verrà poi esposto al pubblico.
Ma veniamo ai ricordi di un uomo del tempo, Giorgio Asproni, autore di quel Diario Politico del quale vi ho già parlato.
Il 14 Marzo Asproni giunge a Pisa, è una giornata di pioggia battente, i mazziniani sono accorsi a onorare colui che Asproni definisce il cittadino più illustre di Italia.
Ci sono Nicola Fabrizi e Benedetto Cairoli che ha una ferita alla gamba e fatica a seguire il corteo funebre.
Ci sono Bertani, Quadrio e Campanella, come altri contemporanei Asproni nota la protervia di Sarah Nathan e di Giorgina Saffi, entrambe vorrebbero essere le sole donne ad accompagnare il feretro alla stazione.

Sarah Nathan

Immagine tratta da Della Vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
(Volume di mia proprietà)

Per Mazzini arrivano segni di cordoglio da ogni parte, le rappresentanze consolari dei paesi del Sud America inviano corone di fiori.
Ed è il popolo a salutare questo grande italiano, gli aristocratici restano al chiuso delle loro case ma il popolo di Pisa espone le bandiere ripiegate con il crespo nero e i tappeti coi segni di lutto, così scrive Asproni.
E poi la partenza verso Genova, verso la città che diede i natali a colui che viene così onorato, Giuseppe Mazzini sarà sepolto a Staglieno vicino a quella madre che tanto aveva amato.
La nazione e la città sono in grande fermento, si temono disordini e manifestazioni, ci vorrà un lungo viaggio prima che la salma arrivi a destinazione, ad ogni stazione le si rende omaggio, così è a Lucca e a Bologna, a Parma e ad Alessandria.
E infine il feretro giunge a Genova e il 17 Marzo 1872 viene condotto al cimitero su un fastoso carro funebre disegnato appositamente da alcuni famosi artisti dell’epoca.
La città è a lutto, le navi in porto hanno la bandiera a mezz’asta, i teatri e i negozi sono chiusi in segno di cordoglio.
C’è una folla sterminata ad accogliere l’apostolo della Repubblica, le strade sono gremite di gente, i genovesi sono venuti in massa a salutare il loro celebre concittadino, ad accompagnarlo a Staglieno dove ancora riposa.
Ed è Federico Campanella a pronunciare il discorso davanti alla sua tomba.

Tomba di Mazzini

E oggi è l’anniversario di quel giorno e io vi porto lassù, dove dorme un genovese che in vita fu sempre lontano dalla sua città.
Oggi si celebra anche l’Unità d’Italia, proclamata il 17 Marzo 1861.
E’ il giorno del Tricolore e dell’Inno di Mameli, una data importante per la nostra nazione.

Tomba di Mazzini (2)

Attorno a Mazzini sono sepolti uomini e donne del nostro Risorgimento, tornerò ancora a parlarvi di questo luogo e delle persone che vi si trovano.
A breve distanza c’è proprio Federico Campanella, uomo politico e amico fraterno di Mazzini che pronunciò l’orazione funebre in quel giorno di marzo.

Federico Campanella

E qui, come già vi ho detto, riposa Maria Drago, la madre dell’esule.

Tomba di Maria Drago

E vi è una lapide a ricordo del padre di lui.

Giacomo Mazzini

Onore e gloria al figlio di Genova, Giuseppe Mazzini.

Tomba di Mazzini (3)

E le parole di un poeta in suo ricordo.

D'annunzio

Giuseppe Mazzini, il figlio di Genova, nacque in Via Lomellini, dove un tempo era la sua casa vi è il Museo del Risorgimento.
La sua tomba è circondata da bandiere, coccarde e tricolori delle associazioni operaie genovesi.

Tomba di Mazzini (13)

E allora forse non servono tanto le mie parole a ricordare un italiano così grande.
Voglio mostrarvi queste bandiere e tutto ciò che circonda l’ultimo luogo dove giunse Mazzini nella sua Genova.

Tomba di Mazzini (4)

E voglio usare altre parole, voglio unirle alle immagini dei tricolori e degli stendardi delle società mazziniane.
E ho la viva speranza che tutti voi le leggiate, sono parole importanti, sono le parole del Giuramento della Giovine Italia.
Le parole di lui che fu figlio di Genova.

Nel nome di Dio e dell’Italia,
nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide straniera o domestica,
pei doveri che mi legano alla terra ove Dio m’ha posto e ai fratelli che Dio m’ha dati

per l’amore, innato in ogni uomo, ai luoghi dove nacque mia madre e dove vivranno i miei figli

Tomba di Mazzini (9)

per l’odio, innato in ogni uomo, al male, all’ingiustizia, all usurpazione, all’arbitrio
pel rossore ch’io sento, in faccia ai cittadini dell’altre nazioni del non aver nome né diritti di cittadino, né bandiera di nazione, né patria

Tomba di Mazzini (11)

pel fremito dell’anima mia, creata alla libertà, impotente ad esercitarla, creata all’attività nel bene e impotente a farlo nel silenzio e nell’isolamento della servitù
per la memoria dell’antica potenza
per la coscienza della presente abbiezione
per le lagrime delle madri italiane,  pei figli morti sul palco, nelle prigioni, in esilio, per la miseria dei milioni:

Tomba di Mazzini (7)

io, credente nella missione commessa da Dio all’Italia, e nel dovere che ogni uomo nato italiano ha di contribuire al suo adempimento
convinto che dove Dio ha voluto fosse nazione esistono le forze necessarie a crearla
che il popolo è depositario di quelle forze
che nel dirigerle pel popolo e col popolo sta il segreto della vittoria;

Tomba di Mazzini (10)

convinto che la virtù sta nell’azione e nel sagrificio, che la potenza sta nell’unione e nella costanza della volontà;
do il mio nome alla Giovine Italia, associazione d’uomini credenti nella stessa fede, e

giuro

di consecrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l’Italia in nazione una, indipendente, libera e repubblicana.

Tomba di Mazzini (6)

Di promuovere con tutti i mezzi, di parola, di scritto, d’azione, l’educazione de’ miei fratelli italiani all’intento della Giovine Italia, all’Associazione che sola può conquistarlo, alla virtù che sola può rendere la conquista durevole;
Di non appartenere, da questo giorno in poi, ad altre associazioni;

Tomba di Mazzini (5)

Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito della Giovine Italia, da chi rappresenta con me l’unione de’ miei fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolati i segreti;
Di soccorrere coll’opera e col consiglio a’ miei fratelli nell’associazione,

Tomba di Mazzini (8)

ORA E SEMPRE 

Così giuro, invocando sulla mia testa l’ira di Dio, l’abbominio degli uomini e l’infamia dello spergiuro, s’io tradissi in tutto o in parte il mio giuramento.

 Tomba di Giuseppe Mazzini

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L’anima dei libri.
I libri hanno un’anima, i libri sono come gli amici, ognuno sceglie i propri, alcuni sono più importanti, ci assomigliano, sono più vicini al nostro sentire.
E di loro rammentiamo ogni istante, ricordiamo il momento esatto nel quale la nostra strada ha incontrato la loro.
I libri hanno un’anima, a volte sorella e compagna di viaggio.
E allora quell’esatto istante sembra solo ieri, mentre invece magari sono trascorsi anni.
Era quel giorno.
Il giorno nel quale ho aperto un volume, l’ho sfogliato e desiderato.
Ed è venuto a casa con me, qui è restato, così si fa con gli amici, si tengono accanto perché di loro abbiamo un dannato bisogno.
La memoria di quell’istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Era gennaio, pioveva.
Ero al Camden Market di Londra.
James Joyce’s Ireland, uno studio di pregio e molte immagini e fotografie in bianco e nero.
Un mondo del quale avevo letto e studiato, una città, Dublino, tante volte immaginata e ancora mai veduta.
Un autore enigmatico, a volte oscuro, quanto sono attraenti le cose oscure e complicate?
Quel tuo nome assurdo da greco antico, io e Stephen Dedalus ci conosciamo da tanto!
Prendo in mano il libro, chiedo il prezzo.
Poche sterline, un vero affare.
Lo poso per estrarre il portafoglio.
E sono passati anni ma non ho dimenticato quel viso, è come se lo avessi veduto ieri.
Una giovane donna afferra il mio libro e a sua volta si rivolge alla commessa, vuole comprarlo.
Un istante tremendo nel quale ho visto svanire un compagno prezioso.
E’ della signorina, mi dispiace.
E ricordo anche lei, la libraia che disse questa frase restituendomi il sorriso.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
C’era una bella libreria a Genova, la mia preferita.
Al suo posto c’è adesso una profumeria, ma la Libreria Di Stefano di Piazza Dante era speciale e ha lasciato una sorta di vuoto.
C’era un intero piano dedicato ai libri stranieri, trascorrevo lì ore ed ore.
Sfogliavo i volumi della Penguin, mi perdevo a guardare i quadri sulle copertine, scoprivo nuovi autori neppure tradotti in italiano.
E’ spesso e voluminoso eppure leggero.
International Thesaurus of quotations, pagato la discreta cifra di 29.000 Lire.
Una miniera di belle parole e di saggezza, ha ormai la copertina tenuta insieme con lo scotch ma va bene così, quando si tratta di amore vero non si bada alle apparenze.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero a un mercatino dell’usato, in Val Trebbia.
Un libro antico con la copertina rigida, prima edizione del 1879, Fratelli Treves.
Ha le pagine spesse e porose, numerose stampe con i personaggi e le scene principali del romanzo:  L’Assomoir di Emile Zola.
La disperata e tragica Gervaise Macquart, un libro che amo a tal punto da averlo letto un’infinità di volte.
E Gervaise ha trovato spazio su queste pagine in questo post, non avrei potuto far diversamente.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero ancora a Londra, ma in estate.
Ero appositamente partita con una valigia mezza vuota, lo spazio era destinato ai libri.
Che follie si fanno per coloro che amiamo?
E passavo interi pomeriggi in quelle immense librerie a più piani, un paradiso per me.
Due tomi, due compagni di vita senza i quali le mie giornate sarebbero prive di significato.
The complete works of William Shakespeare.
E sono tornata a Genova portando con me re e regine, traditori e cortigiani, nobildonne e buffoni di corte.
The complete works of Oscar Wilde.
E con me sono venuti anche i dandies e certe creature delicate e impertinenti, un pittore autore di un celebre ritratto e il suo modello.
E poi, comprato al castello di Hever, un piccolo cartoncino piegato in quattro.
Non è un libro ma contiene tre lettere: una di Enrico VIII, mentre le altre due sono state scritte da Anna Bolena.
L’ultima lettera di Anna al suo Re, parole belle e terribili, un giorno le condividerò con voi.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
In una libreria che non esiste più, la piccola Feltrinelli della Nunziata, un negozio raccolto ed intimo, aveva una scaletta che portava a un piano inferiore, mi piaceva, era un luogo che sentivo mio.
Lo Zibaldone di Pensieri di Giacomo Leopardi.
Mi ha sempre affascinato il suo genio sofferto, da bambina ero stata a Recanati.
Quando andai nella sua casa e vidi la sua biblioteca pensai: da grande ne voglio una come questa.
Un’intera stanza con volumi fino alle pareti.
E lui che aveva camminato in quella casa.
E le sue poesie, versi ai quali sono affezionata.
Potrei continuare ancora ma non lo farò.
Ho giocato con la memoria, la mia memoria bella di alcuni dei miei amici più cari, i libri che hanno un’anima che ha incontrato la mia.
E rammento l’istante, l’istante esatto nel quale ci siamo incontrati.
E voi? E’ così anche per voi?
Ricordate lo scaffale, il luogo e la città nella quale avete trovato i libri dai quali non vi separereste mai?
E quanto tempo è trascorso?
Li tenete anche voi vicini?
E a volte li riprendete in mano?
E forse anche voi guardate al vostro passato, a quell’esatto istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.

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Bocca di Rosa scese dal treno a Sant’Ilario. E fu la rivoluzione, così si intitola il libro di Andrea Podestà dedicato ad una delle più note creature scaturite dal genio di Fabrizio De André.
Ho sentito l’autore parlare del suo libro in occasione del compleanno di De André in ViadelCampo29rosso.

Appena scesa dalla stazione del paesino di Sant’Ilario

Ma dov’è Sant’Ilario? E soprattutto, dove si trova questa stazione?
Sant’Ilario, come tutti i genovesi ben sanno, è un elegante quartiere a levante della città e là non si ferma alcun treno.
E allora immaginatemi in un negozio gremito di gente, mentre ascolto Andrea Podestà: racconta di essere andato alla Stazione Principe, di avere chiesto notizie della stazione di Sant’Ilario a un attonito impiegato, di aver sfogliato gli orari dei treni di molti anni fa per trovare traccia di questo luogo ormai parte dell’immaginario collettivo.
Una ricerca appassionata per un testo che non poteva non entrare nella mia libreria, ha trovato posto accanto a Non per un Dio ma nemmeno per gioco di Luigi Viva, splendida biografia di Fabrizio che di tanto in tanto riprendo in mano.
Cosa diceva Fabrizio di Bocca di Rosa? E’ la canzone che più mi somiglia, così rispose in occasione di un’intervista a Vincenzo Mollica.
Andrea Podestà e Bocca di Rosa, lui vi racconterà delle molte volte che l’ha incontrata, c’è sentimento nelle sue parole, nelle prime pagine narra di se stesso bambino e poi adolescente, racconta di come fosse immancabilmente attratto dagli LP dei suoi fratelli maggiori, di come scoprì i dischi di Fabrizio De André.
C’era anche lei, Bocca di Rosa, una presenza costante, vera e reale nella vita dello scrittore tanto da dedicarle questo libro.
Lei che va in direzione ostinata e contraria, così sono le creature di Fabrizio, non si omologano alle regole, le infrangono in nome delle propria libertà, sono le anime salve, come le graziose di Via del Campo.
Lei appartiene al mondo dei  diversi cantati da De André come il Pescatore e il suo Gesù, Andrea Podestà vi spiegherà che queste due figure hanno molto in comune con Bocca di Rosa.
Ma i libri si leggono e non si raccontano, pertanto non intendo scendere nei dettagli riguardo agli studi dello scrittore.
Gli amori si vivono e non si raccontano, è questa è una storia d’amore, amore per la musica e per le parole.
Ed è questo un libro che offre piani di lettura affascinanti e imprevisti.
Pensate alle canzoni della vostra vita, alle canzoni di Fabrizio che paiono essere sempre esistite e da sempre sono parte delle nostre giornate, capita spesso di viverle come episodi isolati, fissati nel tempo presente, sono storie, quadri, ritratti.
Andrea Podestà nel suo libro riporta Bocca di Rosa al suo tempo, all’epoca nella quale questa canzone è stata scritta, vi porta nell’Italia degli anni Sessanta.
Com’era allora la nostra società? E quale morale comune vigeva?
Contro quali leggi doveva scontrarsi Bocca di Rosa?
Anatomia di una società, attraverso la lettura dei fatti di cronaca, dei giornali e di alcuni eventi del tempo, persino di certe leggi, tutto è fedelmente riportato nel libro, la rivoluzione del costume e della morale, in un’epoca nella quale sono avvenuti grandi mutamenti.
Il potere ha le sue regole, a queste si contrappone Bocca di Rosa  con la sua rivoluzione, compiuta da lei che metteva l’amore sopra ogni cosa.
Una canzone, una protagonista divenuta ormai immortale.
E quante volte ancora adesso capita di leggere un giornale e di trovare altre donne definite con questo nome?
Anche questo vi racconterà Andrea Podestà, l’autore non tralascia nessun aspetto.
Ma chi è Bocca di Rosa? Ogni volta che sentiamo la voce di Fabrizio intonare quella canzone tutti noi la vediamo scendere dal paesino, insieme a lei i carabinieri, poi le comari, il parroco e la processione.
Un mondo, un universo nel quale ognuno ha un volto, è facile giocare con l’immaginazione quando i versi li ha scritti un poeta.
Ma lei chi era?
E dove si trovava la stazione di Sant’Ilario?
Non sarò io a dar risposta a queste domande, lascio il compito ad Andrea Podestà, il suo libro è una perla preziosa per chi ama Fabrizio De André.
Uno dei capitoli si intitola Dentro il testo di Bocca di Rosa, qui lo scrittore racconta di alcune particolarità della canzone De André, analizza poi la scelta delle parole e dei tempi dei verbi, presta particolare attenzione alle figure retoriche, quelle che avevamo studiato a scuola, le ricordate?
Ai tempi le cercavamo annoiati sulle poesie che ci costringevano a studiare, adesso le ritroviamo sorpresi nelle canzoni di De André.
Un testo da scoprire, una scrittura attenta, avvincente e sincera, ho un aggettivo per questo libro: vero.
Vero come le parole che scaturiscono da vera passione.
Qui trovate il sito di Andrea Podestà, qui la pagina della casa editrice dedicata al libro.
E poi c’è la musica, c’è  la vita e c’è l’amore.
E  la voce di Fabrizio che canta di Bocca di Rosa che metteva l’amore sopra ogni cosa.

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Una storia d’amore d’altri tempi, amore non corrisposto, ahimé!
Capita anche alle anime belle come al poeta dei Sepolcri, Ugo Foscolo.
Noto tombeur de femmes, il Foscolo ha lasciato ampia testimonianza dei suoi amori in un ricco epistolario composto dalle tante  missive che lui scrisse alle donne amate.
E oggi vi narro delle lettere che il poeta inviò a Cornelia Rossi Martinetti, donna di grande cultura e di versatile intelligenza, amante della musica e delle lingue straniere.
Si erano conosciuti nel 1801 e Foscolo ebbe occasione di rincontrarla nel 1812: il poeta ha 34 anni, Cornelia ne ha invece tre di meno.
La giovane donna è la nuova Musa, tiene nella città di Bologna un salotto letterario molto in voga frequentato da eminenti personalità quali Antonio Canova e Pietro Giordani, Stendhal e Lord Byron.
E lì giunse anche Foscolo, passeggiò con Cornelia in quel giardino lussureggiante, tra palme e limoni.
Foscolo ne rimase ammaliato, quando scriverà Le Grazie nel suo poemetto compariranno tre sacerdotesse ispirate a tre donne del suo cuore: Eleonora Nencini, Maddalena Bignami e Cornelia stessa.
Quello spirto guerrier che entro mi rugge, un verso di Foscolo che esprime pienamente l’irruenza e la passionalità del suo carattere.
Firenze, durante l’estate del 1812 Ugo prese a scrivere alla sua amata.
Un seduttore promette amore eterno. Per sempre.
Mia gentile amica, così Ugo chiama Cornelia, a lei dedica un verso di un poeta inglese:

Let fond remebrance bring a tought of me
Che il tenero ricordo porti un pensiero di me

Romantico e delicato.
E scrive, scrive a Cornelia.
Parla della sua salute malferma, della sua necessità di mandarle queste lettere:

…mi siete compagna perpetua; non so se ciò vi piaccia; io vi terrò meco anche a vostro dispetto.

Cornelia possiede uno sguardo che penetra nelle tenebre del cuore umano, così declama il Foscolo.
E lui? Potrebbe mai non amare una simile creatura?
Di che genere di amore si nutre l’anima di un poeta?

Avrete dunque veduto ch’io non posso amare se non altamente, ardentemente, forsennatamente forse; e che l’Amore per me non è un ragazzo cieco, alato, con l’arco e i dardi; ma un giovine d’aspetto forte, virile, fierissimo, onnipotente, ed assoluto, e pertinace, e chiaroveggente…

Che ardore e che passione!
Foscolo scrisse queste parole la sera del 19 agosto, la mattina successiva riprese la penna e proseguì la sua missiva.
Rida pure di lui Cornelia, si faccia beffe del suo sentire.

…ridereste di più s’io vi dicessi che vi amo, e che spero di essere riamato,e che ad un tempo io nel fondo del cuore non vorrei darvi né ricevere da voi mai una scintilla d’amore.

Le illogiche conseguenze dell’amore!
Il sentimento che trova espressione nella propria arte, Foscolo annuncia a Cornelia di volerle dedicare la traduzione di Il viaggio Sentimentale di Sterne.
E lei, la tanto desiderata musa? Come reagì?
Eh, come vi ho detto non ricambiava!
Era già sposata e aveva stima e ammirazione per Foscolo, ma non lo amava e gentilmente declinò le profferte amorose e persino la dedica.
L’amore non corrisposto crea disagi e difficoltà, il grande seduttore non la prese affatto bene e alla fine di agosto stilò una lunga e dettagliata missiva, ribattendo piccato punto per punto a ciò che Cornelia gli aveva scritto.
Parlò della bellezza di Firenze e della sua salute che andava di giorno in giorno migliorando, dei suoi scritti e della sua incapacità di trovare la quiete  che Cornelia auspica per lui,  ma ciò che più gli premeva era altro: il suo amore respinto.
Ah, Cornelia!
Aveva usato uno stile pieno di calma e logica, scrive Foscolo, ma lui non era affatto pentito di aver manifestato i propri sentimenti.
Cornelia rifiuta la dedica? Sappia che lui ha già pronto il nome di un’altra fanciulla che sarà lieta di questo omaggio, una giovane che un tempo lo ha amato, non come Cornelia che lo respinge!
E poi rincara la dose, la rimbrotta per aver usato toni accademici per elogiare i suoi scritti, ribadisce  che se lei parlasse sempre così l’amore che lui prova svanirebbe all’istante, perché non potrebbe evitare di immaginarla con tanto di togaccia nera come si usava all’Università!

Il miglior rimedio per guarirmi dall’amore, se mai…

E’ deluso e amareggiato, diventa così anche spietatamente crudele, come sempre accade a chi viene respinto. E chiosa:

Non si scrive in imperativo, crediatemi, ma credetemi.

Cosa può esserci di peggio di uomo offeso nell’orgoglio?
Povera Cornelia!
Addio donna gentile, così termina la missiva.
Eppure le scriverà ancora in risposta a una lettera di lei, le narrerà di frequentare il salotto della Contessa d’Albany.
A poco a poco i contatti si diradarono, Foscolo tornò alle sue scritture e ai suoi tormenti, certo non si fece mancare nuove passioni delle quali tornerò a parlarvi, qui trovate il mio articolo dedicato alla storia d’amore che ebbe con Antonietta Fagnani Arese.
Cornelia continuò a dedicarsi alle sue occupazioni intellettuali nel suo ricercato salotto letterario a proposito del quale vi invito a leggere questo bellissimo post di Mitì.
E’ così l’amore non corrisposto, svanisce.
Passa il tempo, la vita continua, le strade si separano.
Ma forse un giorno Cornelia avrà aperto uno dei suo cassetti e avrà riletto con nostalgia le parole scritte per lei da un uomo che un tempo l’aveva amata:

Né rinunzierò alla speranza di rivedervi, se non quando il mio cuore non batterà più, ed io non sarò più ricordevole delle cose che sole mi fan parer men trista la vita.

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Vi ho già parlato di Giorgio Asproni, originario di Bitti, in Sardegna,  fu un eminente uomo politico, nel periodo in cui si faceva l’Italia, un fervente repubblicano e un membro attivo del Parlamento.
Ha lasciato, in eredità, un testo molto importante, il Diario Politico, edito da Giuffrè.
E  come si può intuire, si parla della politica del tempo, del Parlamento, di come si facevano le leggi, è lo specchio scrupoloso di quel periodo che Asproni visse da protagonista ma questo è anche un diario, intimo e privato, non pensato per essere divulgato ai contemporanei e voi non potete immaginare cosa sia stato capace di tramandarci Giorgio Asproni.
Quando uno frequenta il bel mondo, l’alta società, secondo voi, tornato a casa, cosa annota sul proprio amatissimo diario?
Ma naturalmente le storie che ha sentito e visto accadere, con una certa salace ironia.
Asproni viaggiò molto, visse a Napoli, a Firenze, a Genova, a Torino, sono i luoghi della politica del nostro Risorgimento e l’autore, oltre a soffermarsi ampiamente sulle varie notizie storiche di grande rilievo, sul taccuino di viaggio della sua vita ha annotato episodi e vicende davvero insoliti.
E allora, signori, benvenuti nel Risorgimento.
Ci sono patrioti, eroine, camicie rosse, rivoluzionari.
E un principe un Savoia, che, guarda un po’, ha l’abitudine di coltivare frequentazioni non proprio ortodosse.
Asproni riferisce una conversazione con Vincenzo Ricci, anch’egli politico e sentite cosa va a combinare un certo principe.

5 Febbraio 1867, Firenze

Mi ha raccontato lo scandalo di una ballerina che, vestita cavallerescamente, voleva in Brescia assistere ad una rivista militare passata dal Principe Umberto; era da lui invitata per lettera, che la ballerina aveva mostrato alla signora alla quale chiedeva gli abiti che essa non aveva. La Questura, con dispiacere del Principe, ad evitare lo scandalo la mandò via.

Uh, la ballerina! E la questura! E l’incauto blasonato deluso! Ma senti, senti!
E poi c’è una contessa e  pare che abbia avuto una vita piuttosto movimentata. Beh, che volete! Un tempo questa nobildonna era davvero bellissima, ora dice Asproni, è un po’ appassita. Pensate, da giovane era amica di un famoso cardinale e adesso? Adesso se la intende niente meno che con Vittorio Emanuele! Ma non sono tutte rose e fiori per la contessa, state un po’ a sentire cosa dice Asproni.

14 Maggio 1867, Firenze

Ci ha detto che la incalzano perchè parta e che la trattano ignobilmente. … Essa chiede che le paghino i debiti; invece la sfrattano per ordini di polizia. Io le ho detto che non ha che due vie di salvezza: o trovare il modo che il re accomodi tutto o dare pubblicità ai documenti che sono laidi e turpissimi.

Certo che Asproni dava certi consigli, e chi l’avrebbe detto!
Documenti turpissimi? Ma un po’ di prudenza? Ma insomma! Un re che si fa prendere in castagna in questa maniera, ma santo cielo!
E Garibaldi che tipo era? Certo pieno di spirito, d’altra parte, cosa vi aspettate da uno che aveva battezzato i suoi asini Pio IX, Francesco Giuseppe e Luigi Napoleone.
E certo non era privo di autoironia. A quanto si legge, Garibaldi racconta che una volta, mentre si trovava nel Pacifico, si trovò in mezzo a nugoli di zanzare, e non riuscì in nessun modo a liberarsene, prima si avvolse in un mantello, poi accese il fuoco e disdetta volle che a un certo punto gli sovvenisse necessità di espletare certi bisogni.  E insomma, si tirò giù i pantaloni e venne assalito in maniera orrenda da migliaia di zanzare!
Per poco non ci divorano l’eroe dei due mondi, non so se vi rendete conto!
Poi c’è un certo Tecchio, che poverino, un giorno, si sente male.

6 Luglio 1867, Firenze
Lo hanno curato i medici Bertani e Palasciano. Tecchio è smilzo, avanzato in età. Si è preso in seconda moglie una ballerina, che lo sfinisce.
In uno di questi attacchi ci resterà e poi diranno i preti che è il dito di Dio.

Di nuovo una ballerina, ma allora è dalla notte dei tempi che sono in voga certe abitudini! I padri della patria se la spassavano, non c’è che dire.
C’è un uomo politico che, decisamente se l’è vista brutta.
Ecco l’episodio, una vera chicca.
A un dibattimento si fronteggiano un certo Mancini e un tale Toscanelli.
Quest’ultimo accusato dal primo di prendere le notizia dal trivio, ribatte che lui il trivio non lo frequenta, né col cuore, né con la persona.
Stupore degli astanti, qualcuno avrà compreso a cosa si riferisce il Toscanelli?
Lo spiega Asproni, con dovizia di particolari, leggete bene cosa scrive.

7 Aprile 1869, Milano

 Il Mancini è donnaiolo. Una volta faceva l’amore con una propria cameriera. La moglie tanto lo spiò che lo sorprese in letto e in atto con la medesima. Il Mancini, levatosi in camicia, correndo dietro la moglie gridava: Lauretta mia, il cuore non c’era, non c’era il cuore. E la moglie a sua volta: c’era il c….o! Stasera il Toscanelli raccontava l’aneddoto a tutti nel caffé.

Sì, la parola con i puntini di sospensione è quella che pensate.
E ora vi prego di pensare a questa moglie, questa donna meravigliosa e piena di arguzia.
Noi pensiamo alle donne dell’Ottocento e le immaginiamo timide, tremanti, fragili.
Ce le figuriamo delicate, deboli femmine che si nascondono dietro un ventaglio, diafane creature ondeggianti negli abiti ampi e setosi.
E lei, la signora Mancini, se ne esce con questa frase?
A parte che poi, secondo me, tutta la scena è spassosissima.
Asproni, beffardo e pungente la scrive e la descrive con una perizia incomparabile.
Il Toscanelli, infame, va narrando la vicenda a destra e a manca, e io me lo vedo, perfido, dentro al caffé, mentre se la gode a diffamare l’avversario davanti a un folto pubblico.
Lui, il fedifrago, tenta una faticosa rimonta con quelle parole strappalacrime.
E poi lei, la grande, unica impareggiabile Laura Mancini, lei: dura, chiara e netta.
E, concedetemelo, semplicemente grandiosa.
Questo ed altri aneddoti si trovano in quel libro dal titolo serissimo, il Diario Politico di Giorgio Asproni, lo avreste mai detto?
Con le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, speravo che venisse dato maggior rilievo a questo personaggio, a mio parere molto importante, il solo che abbia scritto una cronaca così lunga della nascita della nostra nazione, un autore che narra, in maniera mai scontata, grandi e piccoli eventi della nostra storia.
Non ha avuto, e me ne dispiaccio molto, il risalto che merita.
Io personalmente, sono contenta di averlo scoperto e ormai lo considero un amico, il mio amico Giorgio Asproni, che  con i suoi scritti riesce ad appassionarmi e a farmi sorridere, molto.
E a ricordarmi che, in fondo, gli uomini non cambiano mai.
Non sembra anche a voi?

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Dalla Piazza di Sarzano, che è di considerevolissima lunghezza, entrasi per una gran bella strada larga e spaziosa al ponte di Carignano, magnifico monumento dell’arte che i due colli di Sarzano e di Carignano ammirabilmente congiunge. … E’ composto da sette archi … è tanto largo che quattro carrozze possono passarvi di fronte. …
Il viaggiatore che sia quivi condotto ha di che rimaner sorpreso al vederne la prodigiosissima altezza sulla strada dei Lanieri, che passa al di sotto: puossi calcolarla al di là dei trecento palmi.
Fa orrore affacciarsi ai parapetti del ponte per contemplare un così sorprendente spettacolo.

Così scriveva un viaggiatore che visitò la Superba nel 1818.
Di lui non si conosce il nome, ma ha lasciato una diario con le sue impressioni sui luoghi da lui visitati noto come Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818, un testo prezioso che vi porta per le strade e le piazze che ancora adesso frequentiamo.
E questo è il ponte che lui descrive.

Ponte di Carignano (2)

Il borgo dei Lanieri del quale narra l’autore purtroppo non esiste più, è caduto sotto i colpi del piccone insieme al quartiere di Via Madre di Dio.
A quei tempi una passeggiata sotto il ponte di Carignano offriva questa prospettiva.

Ponte di Carignano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Il ponte di Carignano venne edificato su progetto di De Langlade tra il 1718 e il 1724 e commissionato della famiglia Sauli.
Quella parte della città da allora è molto mutata ma il ponte ha conservato la grandezza e l’imponenza che colpirono l’attenzione dell’anonimo.

Ponte di Carignano (2)

Un’opera di pubblica utilità che assunse una grande importanza per la città, grazie al ponte ci si muoveva più agevolmente tra i due colli, evitando così un faticoso saliscendi.

Ponte di Carignano (3)

Un altro viaggiatore dell’Ottocento ne parla con entusiasmo, magnificando le splendide vedute che si potevano godere da lassù: sotto al ponte era tutto un brulicare di fitte case e dal lato del mare la vista si perdeva a cercare l’orizzonte.

Genova

Come rimarca il medesimo autore, il ponte ebbe anche un’altra sinistra funzione: a causa della sua stupefacente altezza divenne il luogo prescelto da coloro che intendevano togliersi la vita.
E lo fu in particolare nell’anno 1800, quando la città era alla fame a causa del blocco di Genova, una delle pagine più cupe della storia di questa città.

Ponte di Carignano
Il ponte dei suicidi, un luogo talmente utilizzato per buttarsi di sotto da originare un noto detto popolare “Piggiâ o ponte de Caignan pe-o schaen da porta” ovvero prendere il ponte di Carignano per lo scalino della porta.
E giunse l’anno 1877.
Un ricco genovese, Giulio Cesare Drago, pensò che era necessario porre rimedio a quella tragica situazione e a proprie spese dotò il ponte di un’altissima ringhiera che ancora oggi è presente.

Ponte di Carignano (4)

Il generoso benefattore volle rimanere anonimo.
Le inferiate che si elevano sui parapetti del ponte furono un valido deterrente.

Ponte di Carignano 6

Alla sua morte la città di Genova volle ricordare la magnanimità di questo cittadino.
Su un palazzo di Via Ravasco venne affissa una lapide in sua memoria.

Via Ravasco

Vi si legge del suo gesto, mosso da pietà e da generosità, vi si legge di lui, Giulio Cesare Drago, ragguardevole mercadante genovese.

Giulio Cesare Drago

Perché non passi in consuetudine
l’esempio antico e recente
di gittare disperatamente la vita
dai ponti di Carignano e dell’Arco
 GIULIO CESARE DRAGO
ragguardevole mercante genovese
negli anni 1877 e 1879
con largo dispendio provvide
che di ferrea cancellata ne fossero barrate le sponde
volle rimanere finché visse benefattore ignorato
Morto in Firenze il 9 agosto 1880
il suo testamento lo fe’ manifesto
il Municipio di Genova
per la meritata e ricusata onoranza
gli decretò questa lapida
il 16 Agosto 1880

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20 Febbraio 1892, al St James’s Theatre di Londra va in scena la prima di una commedia che riscuoterà molto successo: Lady Windermere’s Fan, A Play About a Good Woman, magistrale opera del genio di Oscar Wilde.
Come racconta Richard Ellmann, tra gli spettatori spicca un folto gruppo di dandies, sono gli amici di Oscar, tra i quali Robert Ross e Frank Harris: tutti loro, su indicazione di Wilde, portano all’occhiello un garofano verde.
E’ una delle tipiche trovate estetiche di Oscar, che amava suscitare sconcerto e stupore.
Molti dei critici presenti in sala stroncano la commedia, ma il pubblico ne è entusiasta, un’ovazione accoglie Wilde quando questi sale sul palco per pronunciare il suo discorso di ringraziamento.
Indossa i guanti e l’immancabile garofano, tra le dita tiene una sigaretta, particolare che alimenterà un certo disappunto tra i suoi detrattori.
Ma chi è Lady Windermere e come nacque l’intreccio che vede protagonista lei e il suo ventaglio?
Ancora Ellmann racconta che per questo personaggio Oscar Wilde si ispirò a Lily Langtry, una donna talmente bella da suscitare l’interesse di tutti gli artisti del suo tempo, qui trovate trovate una sua splendida fotografia.
John Everett Millais dipinse questo suo ritratto, George Frederic Watts la immortalò in questo quadro, Edward Burne-Jones dovrà pregarla addirittura con una serenata perché posi anche per lui.
Wilde ne era affascinato, lo ammaliava la perfezione della sua bellezza e aveva trovato in lei una discepola pronta a seguire i suoi dettami estetici, come dimostra una lettera nella quale Lily descrive il vestito da lei prescelto per una festa in maschera: un abito nero, di foggia greca, con un bordo di stelle d’argento e di mezzelune, l’abito della Regina della Notte.
Wilde le leggeva i classici e le insegnava il latino e fu lui a spingerla a diventare attrice.
Sposata con Edward, nel 1880 Lily rimase incinta di un altro uomo e durante la gravidanza si allontanò da Londra, diede alla luce una bambina lontana da occhi indiscreti e da pettegolezzi.
E’ questo lo spunto per la commedia di Wilde.
E’ l’ora del tè, nel salotto londinese di Lady Windermere.
Lei è una giovane donna e mostra orgogliosa al suo ospite, Lord Darlington, un dono del marito: un ventaglio con le sue iniziali.
L’ospite la corteggia, Lady Windermere è virtuosa e ritrosa, ma ben presto la sua ingenua purezza sarà adombrata da una rivelazione.
Si dice in città, rivela la Duchessa di Berwick, che Lord Windermere tradisca la moglie con una certa Mrs Erlynne e per di più desidera che essa partecipi alla festa di compleanno della moglie.
Lady Windermere è stupefatta, si precipita alla scrivania del marito e lì crede di trovare la prova di quel tradimento, documenti bancari che dimostrano che Lord Windermere ha versato discrete somme di denaro alla sua presunta amante.
Ma la realtà è ben diversa, sebbene Lady Windermere si creda orfana, Mrs Erlynne altri non è che la sua vera madre che l’aveva abbandonata da piccola.
E chi scelse Oscar Wilde per interpretare la parte di Mrs Erlynne?
La splendida e avvenente Lily Langtry, la quale all’epoca non aveva neppure quarant’anni e sorrise al pensiero di interpretare il ruolo di madre di una giovane fanciulla.
E così, nel ricordare l’episodio, Wilde inserì nel quarto atto della sua commedia questa battuta:

Besides, my dear Windermere, how on earth could I pose as mother with a grown-up daughter?
Margareth is twenty-one, and I have never admitted that I am more than twenty-nine, or thirthy at the most.
Twenty nine when there are pink shades, thirty when there are not.

Inoltre, mio caro Windermere, come potrei mai passare come la madre di una figlia adulta?
Margareth ha ventun’anni e io non ho mai ammesso di averne più di ventinove, o trenta al massimo.
Ventinove quando ci sono i paralumi rosa, trenta quando non ci sono.

La morale e il moralismo, il peccato e la purezza nella società vittoriana, la bontà e la cattiveria, questi i temi della commedia, nella quale sfilano uno via l’altro una serie di personaggi indimenticabili.
Lady Windermere che, temendo di essere tradita, cade nella tentazione di cedere alle lusinghe di Lord Darlington, un uomo sinceramente innamorato.
Lady Windermere e il suo ventaglio, che lei dimentica a casa di Lord Darlington, questo sarà causa di una serie di equivoci, il marito crede che lei lo tradisca,  sarà Mrs Erlynne ad appianare le cose con un abile stratagemma.
Mrs Erlynne che sino alla fine manterrà il suo segreto senza mai svelare la propria identità.
Cecil Graham e Dumby, imperdibile la loro conversazione nel salotto Lord Windermere.
La trama, se non conoscete la commedia, è tutta da scoprire, ma qui, in queste pagine magistrali di Wilde troverete alcuni dei suoi più famosi aforismi, forse non l’avrete mai letta ma alcune sue parole le conoscerete di certo.
E’ Mrs Erlynne a pronunciare la frase che trovate nella testata di questo blog:

With a proper background women can do anything.
Con lo scenario adatto le donne possono tutto.

E sempre in questa commedia si trova l’altra perla che ho scelto per una delle mie pagine:

Experience is the name everyone gives to their mistakes.
Esperienza è il nome che ognuno di noi dà ai propri errori.

Il tradimento, il peccato e le sue tentazioni, chi di voi non conosce questa frase?

I can resist anything except temptation.
Resisto a tutto tranne che alla tentazione.

L’animo umano e le finezze che solo Wilde sapeva sottolineare:

It is absurd to divide people into good and bad. People are either charming or tedious.
E’ assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone sono affascinanti o tediose.

La società e i suoi moralismi, un mondo che ha certe regole da rispettare, ma a quale prezzo?

There are moments when one has to choose between living one’s own life, fully, entirely, completely or dragging out some false, shallow, degrading existence that the world in its hypocrisy demands.

Ci sono momenti nei quali uno deve scegliere tra vivere la propria vita, pienamente, interamente o trascinare quell’esistenza falsa, vuota, degradante che il mondo nella sua ipocrisia richiede.

E qui si legge una certa amarezza, certo.
Ma i personaggi di Wilde sono stravaganti, arguti e insoliti, lo è per certo Mrs Erlynne che si ripromette di lasciare Londra per il seguente motivo:

London is too full of fogs and serious people, Lord Windermere. Whether the fogs produce the serious people or  whether the serious people produce the fogs, I don’t know, but the whole thing rather gets on my nerves.

Londra è troppo piena di nebbia e di gente seria, Lord Windermere. Non so se sia la nebbia a far la gente seria o se sia la gente seria a produrre la nebbia, ma la tutto l’insieme mi dà sui nervi.

Una rappresentazione di una certa società, una commedia splendida che vi farà sorridere e vi offrirà molti spunti di riflessione.
E parole che mettono i brividi, a volte.
Parole di speranza scritte da Oscar Wilde e pronunciate da Lord Darlington:

We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars.
Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle.

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