L’anima dei libri.
I libri hanno un’anima, i libri sono come gli amici, ognuno sceglie i propri, alcuni sono più importanti, ci assomigliano, sono più vicini al nostro sentire.
E di loro rammentiamo ogni istante, ricordiamo il momento esatto nel quale la nostra strada ha incontrato la loro.
I libri hanno un’anima, a volte sorella e compagna di viaggio.
E allora quell’esatto istante sembra solo ieri, mentre invece magari sono trascorsi anni.
Era quel giorno.
Il giorno nel quale ho aperto un volume, l’ho sfogliato e desiderato.
Ed è venuto a casa con me, qui è restato, così si fa con gli amici, si tengono accanto perché di loro abbiamo un dannato bisogno.
La memoria di quell’istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Era gennaio, pioveva.
Ero al Camden Market di Londra.
James Joyce’s Ireland, uno studio di pregio e molte immagini e fotografie in bianco e nero.
Un mondo del quale avevo letto e studiato, una città, Dublino, tante volte immaginata e ancora mai veduta.
Un autore enigmatico, a volte oscuro, quanto sono attraenti le cose oscure e complicate?
Quel tuo nome assurdo da greco antico, io e Stephen Dedalus ci conosciamo da tanto!
Prendo in mano il libro, chiedo il prezzo.
Poche sterline, un vero affare.
Lo poso per estrarre il portafoglio.
E sono passati anni ma non ho dimenticato quel viso, è come se lo avessi veduto ieri.
Una giovane donna afferra il mio libro e a sua volta si rivolge alla commessa, vuole comprarlo.
Un istante tremendo nel quale ho visto svanire un compagno prezioso.
E’ della signorina, mi dispiace.
E ricordo anche lei, la libraia che disse questa frase restituendomi il sorriso.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
C’era una bella libreria a Genova, la mia preferita.
Al suo posto c’è adesso una profumeria, ma la Libreria Di Stefano di Piazza Dante era speciale e ha lasciato una sorta di vuoto.
C’era un intero piano dedicato ai libri stranieri, trascorrevo lì ore ed ore.
Sfogliavo i volumi della Penguin, mi perdevo a guardare i quadri sulle copertine, scoprivo nuovi autori neppure tradotti in italiano.
E’ spesso e voluminoso eppure leggero.
International Thesaurus of quotations, pagato la discreta cifra di 29.000 Lire.
Una miniera di belle parole e di saggezza, ha ormai la copertina tenuta insieme con lo scotch ma va bene così, quando si tratta di amore vero non si bada alle apparenze.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero a un mercatino dell’usato, in Val Trebbia.
Un libro antico con la copertina rigida, prima edizione del 1879, Fratelli Treves.
Ha le pagine spesse e porose, numerose stampe con i personaggi e le scene principali del romanzo: L’Assomoir di Emile Zola.
La disperata e tragica Gervaise Macquart, un libro che amo a tal punto da averlo letto un’infinità di volte.
E Gervaise ha trovato spazio su queste pagine in questo post, non avrei potuto far diversamente.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero ancora a Londra, ma in estate.
Ero appositamente partita con una valigia mezza vuota, lo spazio era destinato ai libri.
Che follie si fanno per coloro che amiamo?
E passavo interi pomeriggi in quelle immense librerie a più piani, un paradiso per me.
Due tomi, due compagni di vita senza i quali le mie giornate sarebbero prive di significato.
The complete works of William Shakespeare.
E sono tornata a Genova portando con me re e regine, traditori e cortigiani, nobildonne e buffoni di corte.
The complete works of Oscar Wilde.
E con me sono venuti anche i dandies e certe creature delicate e impertinenti, un pittore autore di un celebre ritratto e il suo modello.
E poi, comprato al castello di Hever, un piccolo cartoncino piegato in quattro.
Non è un libro ma contiene tre lettere: una di Enrico VIII, mentre le altre due sono state scritte da Anna Bolena.
L’ultima lettera di Anna al suo Re, parole belle e terribili, un giorno le condividerò con voi.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
In una libreria che non esiste più, la piccola Feltrinelli della Nunziata, un negozio raccolto ed intimo, aveva una scaletta che portava a un piano inferiore, mi piaceva, era un luogo che sentivo mio.
Lo Zibaldone di Pensieri di Giacomo Leopardi.
Mi ha sempre affascinato il suo genio sofferto, da bambina ero stata a Recanati.
Quando andai nella sua casa e vidi la sua biblioteca pensai: da grande ne voglio una come questa.
Un’intera stanza con volumi fino alle pareti.
E lui che aveva camminato in quella casa.
E le sue poesie, versi ai quali sono affezionata.
Potrei continuare ancora ma non lo farò.
Ho giocato con la memoria, la mia memoria bella di alcuni dei miei amici più cari, i libri che hanno un’anima che ha incontrato la mia.
E rammento l’istante, l’istante esatto nel quale ci siamo incontrati.
E voi? E’ così anche per voi?
Ricordate lo scaffale, il luogo e la città nella quale avete trovato i libri dai quali non vi separereste mai?
E quanto tempo è trascorso?
Li tenete anche voi vicini?
E a volte li riprendete in mano?
E forse anche voi guardate al vostro passato, a quell’esatto istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
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L’anima dei libri
Postato in Letteratura, Libri, Life, Su di me, tagged Aforismi, Emile Zola, Genova, Giacomo Leopardi, Inghilterra, James Joyce, Letteratura, Libri, Oscar Wilde, Su di me, William Shakespeare il giorno 7 marzo 2013 | 46 Commenti »
Lady Windermere’s Fan
Postato in Arte, Letteratura, Libri, tagged Edward Burne-Jones, Epoca Vittoriana, George Frederic Watts, John Everett Millais, Letteratura, Libri, Lily Langtry, Londra, Oscar Wilde il giorno 31 gennaio 2013 | 25 Commenti »
20 Febbraio 1892, al St James’s Theatre di Londra va in scena la prima di una commedia che riscuoterà molto successo: Lady Windermere’s Fan, A Play About a Good Woman, magistrale opera del genio di Oscar Wilde.
Come racconta Richard Ellmann, tra gli spettatori spicca un folto gruppo di dandies, sono gli amici di Oscar, tra i quali Robert Ross e Frank Harris: tutti loro, su indicazione di Wilde, portano all’occhiello un garofano verde.
E’ una delle tipiche trovate estetiche di Oscar, che amava suscitare sconcerto e stupore.
Molti dei critici presenti in sala stroncano la commedia, ma il pubblico ne è entusiasta, un’ovazione accoglie Wilde quando questi sale sul palco per pronunciare il suo discorso di ringraziamento.
Indossa i guanti e l’immancabile garofano, tra le dita tiene una sigaretta, particolare che alimenterà un certo disappunto tra i suoi detrattori.
Ma chi è Lady Windermere e come nacque l’intreccio che vede protagonista lei e il suo ventaglio?
Ancora Ellmann racconta che per questo personaggio Oscar Wilde si ispirò a Lily Langtry, una donna talmente bella da suscitare l’interesse di tutti gli artisti del suo tempo, qui trovate trovate una sua splendida fotografia.
John Everett Millais dipinse questo suo ritratto, George Frederic Watts la immortalò in questo quadro, Edward Burne-Jones dovrà pregarla addirittura con una serenata perché posi anche per lui.
Wilde ne era affascinato, lo ammaliava la perfezione della sua bellezza e aveva trovato in lei una discepola pronta a seguire i suoi dettami estetici, come dimostra una lettera nella quale Lily descrive il vestito da lei prescelto per una festa in maschera: un abito nero, di foggia greca, con un bordo di stelle d’argento e di mezzelune, l’abito della Regina della Notte.
Wilde le leggeva i classici e le insegnava il latino e fu lui a spingerla a diventare attrice.
Sposata con Edward, nel 1880 Lily rimase incinta di un altro uomo e durante la gravidanza si allontanò da Londra, diede alla luce una bambina lontana da occhi indiscreti e da pettegolezzi.
E’ questo lo spunto per la commedia di Wilde.
E’ l’ora del tè, nel salotto londinese di Lady Windermere.
Lei è una giovane donna e mostra orgogliosa al suo ospite, Lord Darlington, un dono del marito: un ventaglio con le sue iniziali.
L’ospite la corteggia, Lady Windermere è virtuosa e ritrosa, ma ben presto la sua ingenua purezza sarà adombrata da una rivelazione.
Si dice in città, rivela la Duchessa di Berwick, che Lord Windermere tradisca la moglie con una certa Mrs Erlynne e per di più desidera che essa partecipi alla festa di compleanno della moglie.
Lady Windermere è stupefatta, si precipita alla scrivania del marito e lì crede di trovare la prova di quel tradimento, documenti bancari che dimostrano che Lord Windermere ha versato discrete somme di denaro alla sua presunta amante.
Ma la realtà è ben diversa, sebbene Lady Windermere si creda orfana, Mrs Erlynne altri non è che la sua vera madre che l’aveva abbandonata da piccola.
E chi scelse Oscar Wilde per interpretare la parte di Mrs Erlynne?
La splendida e avvenente Lily Langtry, la quale all’epoca non aveva neppure quarant’anni e sorrise al pensiero di interpretare il ruolo di madre di una giovane fanciulla.
E così, nel ricordare l’episodio, Wilde inserì nel quarto atto della sua commedia questa battuta:
Besides, my dear Windermere, how on earth could I pose as mother with a grown-up daughter?
Margareth is twenty-one, and I have never admitted that I am more than twenty-nine, or thirthy at the most.
Twenty nine when there are pink shades, thirty when there are not.
Inoltre, mio caro Windermere, come potrei mai passare come la madre di una figlia adulta?
Margareth ha ventun’anni e io non ho mai ammesso di averne più di ventinove, o trenta al massimo.
Ventinove quando ci sono i paralumi rosa, trenta quando non ci sono.
La morale e il moralismo, il peccato e la purezza nella società vittoriana, la bontà e la cattiveria, questi i temi della commedia, nella quale sfilano uno via l’altro una serie di personaggi indimenticabili.
Lady Windermere che, temendo di essere tradita, cade nella tentazione di cedere alle lusinghe di Lord Darlington, un uomo sinceramente innamorato.
Lady Windermere e il suo ventaglio, che lei dimentica a casa di Lord Darlington, questo sarà causa di una serie di equivoci, il marito crede che lei lo tradisca, sarà Mrs Erlynne ad appianare le cose con un abile stratagemma.
Mrs Erlynne che sino alla fine manterrà il suo segreto senza mai svelare la propria identità.
Cecil Graham e Dumby, imperdibile la loro conversazione nel salotto Lord Windermere.
La trama, se non conoscete la commedia, è tutta da scoprire, ma qui, in queste pagine magistrali di Wilde troverete alcuni dei suoi più famosi aforismi, forse non l’avrete mai letta ma alcune sue parole le conoscerete di certo.
E’ Mrs Erlynne a pronunciare la frase che trovate nella testata di questo blog:
With a proper background women can do anything.
Con lo scenario adatto le donne possono tutto.
E sempre in questa commedia si trova l’altra perla che ho scelto per una delle mie pagine:
Experience is the name everyone gives to their mistakes.
Esperienza è il nome che ognuno di noi dà ai propri errori.
Il tradimento, il peccato e le sue tentazioni, chi di voi non conosce questa frase?
I can resist anything except temptation.
Resisto a tutto tranne che alla tentazione.
L’animo umano e le finezze che solo Wilde sapeva sottolineare:
It is absurd to divide people into good and bad. People are either charming or tedious.
E’ assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone sono affascinanti o tediose.
La società e i suoi moralismi, un mondo che ha certe regole da rispettare, ma a quale prezzo?
There are moments when one has to choose between living one’s own life, fully, entirely, completely or dragging out some false, shallow, degrading existence that the world in its hypocrisy demands.
Ci sono momenti nei quali uno deve scegliere tra vivere la propria vita, pienamente, interamente o trascinare quell’esistenza falsa, vuota, degradante che il mondo nella sua ipocrisia richiede.
E qui si legge una certa amarezza, certo.
Ma i personaggi di Wilde sono stravaganti, arguti e insoliti, lo è per certo Mrs Erlynne che si ripromette di lasciare Londra per il seguente motivo:
London is too full of fogs and serious people, Lord Windermere. Whether the fogs produce the serious people or whether the serious people produce the fogs, I don’t know, but the whole thing rather gets on my nerves.
Londra è troppo piena di nebbia e di gente seria, Lord Windermere. Non so se sia la nebbia a far la gente seria o se sia la gente seria a produrre la nebbia, ma la tutto l’insieme mi dà sui nervi.
Una rappresentazione di una certa società, una commedia splendida che vi farà sorridere e vi offrirà molti spunti di riflessione.
E parole che mettono i brividi, a volte.
Parole di speranza scritte da Oscar Wilde e pronunciate da Lord Darlington:
We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars.
Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle.
La potenza dell’incipit
Postato in Letteratura, Libri, tagged Charles Dickens, David Copperfield, Henry James, Huckleberry Finn, J. D. Salinger, Jane Austen, Letteratura, Libri, Lolita, Mark Twain, Northanger Abbey, Oscar Wilde, Portrait of a Lady, The Catcher in the rye, The picture of Dorian Gray, Vladimir Nabokov il giorno 19 novembre 2012 | 43 Commenti »
Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul.
Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo.Lee.Ta.
Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, mia anima.
Lo-lee-ta, la punta della lingua che compie un viaggio di tre passi sul palato per battere, al terzo, sui denti. Lo.Li.Ta.
Eccola la potenza dell’incipit, è tutta qui, in tre righe.
E perde, nella traduzione, tutta la sua musica.
Rileggete il testo in lingua originale, a voce alta.
E ascoltate il suono di queste parole: Lolita, light, loins.
E ancora: life, fire. Sin, soul.
E di nuovo: tongue, trip, three, palate, tap, teeth.
Questa è musica, ma l’incipit del romanzo di Nabokov annuncia la scabrosa vicenda che vi verrà raccontata, è tutta lì, in nuce.
L’incipit è la porta che si apre sulla storia, sull’intreccio e sui personaggi che saranno nostri compagni di viaggio per un tratto di strada e scegliere le parole giuste è prova del talento dei grandi scrittori.
Oggi vi porto tra gli incipit di alcuni dei grandi romanzi della letteratura inglese ed americana, fateci caso, le parole scelte non sono mai casuali, ma scritte con estrema cura, per introdurre il lettore all’ambientazione del romanzo.
E ogni romanzo ha il proprio linguaggio, a volte tortuoso, a volte romantico, a volte confidenziale.
You don’t know about me without you have read a book by the name of The adventures of Tom Sawyer; but that ain’t no matter. That book was made by Mr Mark Twain, and he told the truth, mainly.
Probabilmente non avete mai sentito parlare di me, a meno che non abbiate letto un libro dal titolo Le avventure di Tom Sawyer, ma questo non importa. Il libro è stato scritto dal Signor Mark Twain ed egli ha detto la verità, per lo più.
Chi è a parlare? Lo avete riconosciuto? E’ Huckleberry Finn, colui che vi porterà a vivere mille avventure sul Mississippi.
E che cosa conta che voi ancora non abbiate sentito parlare di lui? Questo è solo l’inizio, cari lettori, il meglio deve ancora venire!
Ogni romanzo è un mondo ed è racchiuso nelle prime parole.
Under certain circumstances there are few hours in life more agreeable than the hour dedicated to the ceremony known as afternoon tea.
In certe circostanze ci sono poche ore più piacevoli dell’ora dedicata alla cerimonia nota come tè del pomeriggio.
E questo è l’incipit di Portrait of a Lady di Henry James, romanzo che narra il gran tour di una giovane americana attraverso i paesi europei, alla fine dell’Ottocento.
Riuscite a vederla Isabel Archer che sorseggia una tazza di tè?
Le figure femminili indimenticabili della letteratura sono diverse, alcune lasciano proprio il segno.
No one who had ever seen Catherine Moorland in her infancy, would have supposed her born to be an heroine. Her situation in life, the character of her father and her mother, her own person and disposition, were all equally against her.
Nessuno che avesse visto Catherine Moorland nella sua infanzia avrebbe mai immaginato che lei era nata per essere un’eroina. La sua situazione nella vita, il carattere di suo padre e di sua madre, la sua stessa persona e le sue inclinazioni, tutto era contro di lei.
E invece lo diventerà, sarà lei la protagonista di Northanger Abbey di Jane Austen e voi la conoscerete subito, all’inizio del romanzo.
La vita è un atto di eroismo, anche se durante il percorso è difficile prevedere le proprie azioni future.
Whether I shall turn out to be the hero of my own life, or whether that station will be held by anybody else, these pages must show.
Se mi accadrà di divenire l’eroe della mia vita o se questo ruolo verrà rivestito da qualcun altro lo diranno queste pagine.
Lui è David Copperfield, indimenticabile personaggio uscito dalla penna di Charles Dickens.
Il romanzo racconta l’infanzia di questo ragazzo, i suoi studi e la sua crescita, sullo sfondo l’Inghilterra della Rivoluzione Industriale e pagina dopo pagina l’esperienza di David che giorno per giorno diviene l’eroe della propria esistenza, così come preannunciato nelle prime righe del romanzo che proseguono con la narrazione dell’infanzia di David.
A queste parole di Dickens si aggancia l’incipit che apre un grande romanzo americano.
If you really want to hear about it, the first thing you’ll probably want to know is where I was born, and what my lousy childhood was like and how my parents were occupied and all before they had me, and all that David Copperfield kind of crap, but I don’t feel like going into it.
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, probabilmente vorrete sapere dove sono nato e come sia stata la mia infanzia schifa e che cosa facessero i miei genitori prima di avere me e tutto il resto e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma non mi sento proprio di parlarne.
Questo è l’inizio del più celebre romanzo di Salinger, The catcher in the rye, noto nella versione italiana come Il giovane Holden.
Holden Caulfield, un giovane uomo che ha qualche problematica con il proprio eroismo personale, una figura combattuta e inquieta.
No, qui non troverete David Copperfield, siete avvisati, Holden è di tutt’altra pasta.
E potrei continuare con questo gioco per ore ed ore.
Basta estrarre un libro dallo scaffale, leggere le prime righe, viverle e sentirle alla luce di ciò che accadrà dopo.
Provate a riprendere tra le mani opere di grandi scrittori che avete già letto, rileggete l’incipit e vi accorgerete che in quelle poche parole c’è già quasi tutto.
Un mondo, una vicenda, un personaggio.
E allora credo di dovervi lasciare con un incipit di grande rilievo.
Vi porto nello studio di un pittore, costui è in compagnia di un giovane dandy, un esteta, un amante della bellezza e dei piaceri, il suo nome è Lord Henry Watton.
I due chiacchierano amabilmente in merito a un ritratto, opera del pittore, che ha per soggetto un certo Dorian Gray, un giovane di particolare bellezza.
E il quadro che lo ritrae si trova lì, in questa stanza che profuma di petali di rosa.
The studio was filled with the rich odor of roses, and when the light summer wind stirred amidst the trees of the garden there came through the open door the heavy scent of the lilac, or the more delicate perfume of the pink-flowering thorn.
Lo studio era pieno del ricco effluvio delle rose e quando il leggero vento d’estate spirava tra gli alberi del giardino dalla porta aperta entrava il pesante profumo del lillà o quello più delicato dei rosaspini in fiore.
(Oscar Wilde, The Picture of Dorian Gray)
The importance of being Earnest
Postato in Letteratura, Libri, tagged Aforismi, Epoca Vittoriana, Inghilterra, Letteratura, Libri, Oscar Wilde, The importance of being Earnest il giorno 8 novembre 2012 | 20 Commenti »
Half Moon Street, Londra.
Un elegante salotto, in sottofondo la melodia di un pianoforte.
Signori, benvenuti nella dimora di Algernon Moncrieff, dove si svolge il primo dei tre atti che compongono la più celebre commedia di Oscar Wilde, The importance of being earnest.
Come è ben noto, il titolo gioca sull’equivoco del significato della parola earnest, che in inglese significa onesto, e della sua assonanza con il nome del protagonista, Ernest.
Ernest Worthing, per la precisione, amico intimo di Algernon che fa il suo ingresso nella casa di quest’ultimo proprio all’ora del tè.
Ernest Worthing, per lo meno con questo nome lo conosce Algernon.
In realtà il suo vero nome è Jack Worthing, ma quando viene a Londra si fa chiamare Ernest.
Ma non è finita.
Jack Worting abita in campagna ed è tutore di Miss Cecily Cardew e capirete bene che un gentiluomo, investito di tale responsabilità, debba mantenere un certo ritegno, una certa serietà.
Ma che noia la campagna!
E invece Jack ama la vita mondana della capitale e allora, per avere un motivo per andarsene a Londra, si è inventato un fratello immaginario, che appunto si chiama Ernest e si caccia continuamente nei guai.
Eh, per soccorrere il fratello il povero Jack, ahimé, è spesso costretto a lasciare la campagna!
Un’ottima scusa, non pare anche a voi?
D’altra parte, Jack ha molte ragioni per andare a a Londra, lì si trova colei della quale lui dice:
She is the only girl I ever saw in my life that I would marry.
E’ la sola ragazza che abbia visto nella mia vita che sposerei.
La fanciulla si chiama Gwendolen Fairfax e ha un vezzoso desiderio che così esprime:
My ideal has always been to love some one of the name of Ernest. There is something in that name that inspire absolute confidence.
Il mio ideale è sempre stato amare qualcuno di nome Ernest. C’è qualcosa in quel nome che ispira fiducia assoluta.
Capite? Jack non ha scelta, lo dice lui stesso:
My name is Ernest in town and Jack in the country.
Il mio nome è Ernest in città e Jack in campagna.
D’altra parte il suo amico Algernon non è in una migliore situazione.
Oh, Algernon abita a Londra ma, guardate un po’, preferisce la campagna!
E così, per avere un espediente per recarsi laggiù, si è inventato un certo amico assai cagionevole di salute, un tale Bumbury e andare a trovarlo fornisce ad Algernon l’alibi di allontanarsi da Londra quando meglio lo aggrada.
Bene sapete cosa accade? Un bel giorno Algernon, fingendosi Ernest Worthing, si presenta nella casa di campagna del suo amico Jack.
Oh, che distratta! Scordavo di dirvi che in questa circostanza Algernon si innamora di Miss Cecily Cardew, sì, colei della quale Jack è tutore, e lei lo ricambia!
E anche Miss Cecily ha un desiderio peculiare:
It had always been a girlish dream of mine to love some one whose name was Ernest. There is something in that name that inspire absolute confidence.
Ho sempre avuto un mio sogno di fanciulla di amare qualcuno il cui nome sia Ernest. C’è qualcosa in quel nome che mi ispira assoluta fiducia.
Adesso capite, vero?
Sì, ne sono certa, a tutti voi è chiaro quanto sia vitale l’importanza di chiamarsi Ernesto.
Ed anche quella di essere onesto, oh sì, perché gli equivoci e i colpi di scena si susseguono uno dietro l’altro in questa commedia che esprime alla perfezione il talento ineguagliabile di Wilde.
Questa è l’ultima delle sue commedie, Wilde la scrisse nel 1894, in un periodo tormentato della sua vita.
Intreccio, equivoci, dialoghi fulminanti.
E’ tutto lieve in questa commedia, l’uomo e il suo doppio ha qui un significato ben diverso rispetto al celebre romanzo di Wilde, The picture of Dorian Gray.
Il doppio non è la propria immagine che tetra si deforma in un ritratto, bensì il gioviale Ernest Worthing.
Leggerezza e umorismo, ma la lievità di Wilde ha un preciso scopo: colpire la morale vittoriana e le sue ipocrisie.
E allora ecco i personaggi indimenticabili, Lady Bracknell e Miss Prism, Cecily e Gwendolen.
Ed ecco le molte perle di Wilde scaturite dalla sua commedia, parole che stigmatizzano le convenzioni della società e certe sue regole, ad esempio il matrimonio:
To speak frankly, I am not in favour of long engagements. They give people the opportunity of finding out each other’s character before marriage, which I think is never advisable.
Sinceramente, non sono favorevole ai lunghi fidanzamenti. Danno alle persone la possibilità di conoscersi prima del matrimonio, che non credo sia mai consigliabile.
In married life, three is company, and two is none.
Nel matrimonio, in tre ci si fa compagnia e in due si è soli.
All women become like their mothers. That is their tragedy. No man does. That’s his.
Tutte le donne diventano come le loro madri. Questa è la loro tragedia. Nessun uomo lo diventa. Questa è la sua.
Una certa eccentricità, frizzante e ricca di fascino:
I never travel without my diary. One should always have something sensational to read on a train.
Non viaggio mai senza il mio diario, bisognerebbe sempre aver qualcosa di sensazionale da leggere in treno.
La splendida ironia di Lady Bracknell, con certe sue finezze espressive.
A Jack che che la informa di aver perduto entrambi i genitori lei imperturbabile risponde:
To lose one parent, Mr Worthing, may be regarded as a misfortune; to lose both looks like carelessness.
Perdere un parente, Signor Worthing, può essere considerata una disgrazia; perderli entrambi sembra piuttosto una disattenzione.
Questo è Oscar Wilde, nella sua più celebre commedia.
Lascio a voi scoprire la trama, se ancora non la conoscete.
E una lettura di pregio, ma ancor di più potrete godervela se assisterete allo spettacolo teatrale o se guarderete questo film, un capolavoro impagabile nella sua perfezione.
E non ho parole migliori, nell’attesa che scopriate questo testo magistrale, se non quelle della candida Gwendolen.
Parole uniche, che solo un genio poteva scrivere.
This suspense is terrible. I hope it will last.
Questa suspense è terribile. Spero che duri.
Cinici e sognatori
Postato in Letteratura, Libri, Life, tagged Aforismi, Ambrose Bierce, Karl Kraus, Letteratura, Libri, Oscar Wilde, William Shakespeare il giorno 25 settembre 2012 | 31 Commenti »
Who is a cynic? A man who knows the price of everything and the value of nothing.
Chi è un cinico? Un uomo che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna.
Perfetta, bilanciata e concisa la definizione di Oscar Wilde, sondare l’animo umano e comprenderne l’abisso è proprio del genio, rara rappresentanza del genere umano alla quale ascrivo senza dubbio lo scrittore irlandese.
Il prezzo di una cosa spesso non corrisponde al suo valore.
Questo un cinico lo sa, ma il sognatore?
Per il sognatore hanno valore le inezie, ciò che per alcuni è un nonnulla, qualcosa di evanescente al quale non si può attribuire un prezzo, sarebbe difficile stabilire il prezzo dei sogni, in effetti.
Chi è un cinico? A blackguard who sees things as they are, not as they should be.
E questo è Ambrose Bierce, uno che certo era parecchio arguto, e concordo con lui, il cinico è mascalzone che vede le cose come realmente sono e non come dovrebbero essere.
E’ realmente così, il cinico ha una coscienza perfetta del mondo che lo circonda, sebbene non ne conosca il valore, questo no.
Il cinico sa calibrare le distanze, trovare le parole giuste, fingersi ciò che non è, a volte.
Tutt’altra storia rispetto ai sognatori.
I sognatori stanno altrove, nell’indefinito, a volte neppure il sognatore sa dove si trovi, ci è arrivato per caso, vi è stato condotto dal flusso delle sue illusioni.
Perché un sogno trascina in una direzione ignota, verso una strada della quale non si intravede il confine.
Il viaggio del cinico, lui lo vorrebbe piano, programmato, scandite le tappe, i tempi, definito il percorso lungo il quale non sono contemplati troppi imprevisti.
Il condizionale è d’obbligo, direi, la vita poi prende derive improbabili a volte, accade anche ai cinici.
Ma il cammino del sognatore è differente, è naturalmente tortuoso e pieno di nebbia, incerto e insondabile.
Conoscerete anche voi dei sognatori, vero?
Provate a porre loro domande concrete, avrete domande evasive.
Non tanto perché non vogliano rispondervi, no, più che altro non sanno come farlo, credete a me.
E sanno che se ci provassero, difficilmente saprebbero spiegarsi.
E sono coloro che, consciamente o no, fanno proprie le parole che Shakespeare fa pronunciare a Prospero, in The Tempest:
We are such stuff
As dreams are made on, and our little life
Is rounded with a sleep.
Noi siamo fatti della materia
di cui son fatti i sogni; e la nostra breve vita
è racchiusa nello spazio di un sogno
Lo spazio di un sogno.
Anche i cinici sognano e si abbandonano a certe illusioni, ma poi sanno maneggiarle senza affondarci dentro.
Ma vive meglio un cinico o un sognatore? Non so rispondervi.
D’istinto direi che i cinici si perdono alcuni aspetti del pensiero e del sentire, la meraviglia e la sorpresa, la capacità di entusiasmarsi e di calarsi in impensabili voli di fantasia.
D’altra parte al sognatore manca la concretezza, bisogna dirlo.
E forse il quotidiano del cinico ha meno scosse di quello del sognatore, proprio perché il cinico sa come difendersi.
E sa che la vita presenta dei trabocchetti nei quali è meglio non cadere.
Come Karl Kraus, celebre autore austriaco, il quale sosteneva:
Prima di dover subire la vita, bisognerebbe farsi narcotizzare.
Datemene atto, è una ragionamento che non fa un piega.
La vita, l’amore, la più difficile delle sfide.
E quali sarebbero le parole di un sognatore? Forse quelle di William Butler Yeats:
I have spread my dreams beneath your feet;
Tread softly because you tread on my dreams.
Ho steso i miei sogni sotto i tuoi piedi
Cammina leggera, perché cammini sopra i miei sogni.
Cammina leggera sopra i miei sogni. Credete che un cinico lo direbbe mai?
No, il cinico tornerebbe a usare le parole di Kraus e direbbe:
La donna non ama essere protetta se non da chi allo stesso tempo è un pericolo.
Non saprei dargli torto, tutto sommato.
Cinici e sognatori, quando si incontrano, a volte, per qualche oscura ragione, si comprendono, altre volte si guardano perplessi, le loro visioni del mondo sono totalmente differenti.
Ma accade, a sognatori e cinici, di trovarsi su un sentiero comune, dove si arriva con qualche mirabile dote che entrambi possono avere.
L’intelligenza, ad esempio.
E il senso dell’ironia, che aiuta chiunque.
E la consapevolezza che si è sulla stessa strada, in qualche maniera.
E che le parole di un grande poeta possono appartenere a chiunque, al cinico come al sognatore.
Life’s but a walking shadow, a poor player,
that struts and frets his hour upon the stage,
and then is heard no more; it is a tale
told by an idiot, full of sound and fury,
signifying nothing.
La vita non è altro che un’ombra che cammina, un povero attore
che si agita e pavoneggia la sua ora sul palcoscenico
e poi di lui non si udrà più nulla. È un racconto
narrato da un idiota, pieno di suoni e furore,
che non significa nulla.
(William Shakespeare, Macbeth)
Ambrose Bierce, il cinico
Postato in Letteratura, Libri, Life, tagged Aforismi, Ambrose Bierce, Dizionario del Diavolo, Letteratura, Libri, Oscar Wilde il giorno 15 maggio 2012 | 18 Commenti »
Chi è un cinico?
Un uomo che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna.
L’aforisma, perfetto per armonia e contenuto, è di Oscar Wilde, un maestro in quest’arte preziosa, con la quale si esprime, per mezzo di una breve frase, un concetto dal significato universale.
Un bravo aforista è spesso, fatalmente, anche un cinico, aggettivo certamente ideale se parliamo di Ambrose Bierce.
Giornalista, scrittore, fece del sarcasmo la sua forma espressiva prediletta; la sua opera più nota è proprio una geniale raccolta di aforismi, Il dizionario del Diavolo, che venne pubblicato per la prima volta nel 1906.
La mia edizione è una selezione dei migliori aforismi dell’autore statunitense, pubblicata da Tea Editrice ed è preceduta da una pregevole introduzione di Guido Almansi che vi introdurrà con maestria nell’universo di Bierce.
E siccome si tratta di un dizionario, quella è la sua struttura, un rigoroso ordine alfabetico.
Certo vivere non è cosa semplice, se poi vi lasciate guidare dall’occhio disincantato e ironico di Ambrose Bierce vi accorgerete che il mondo è popolato da gran brutta gente.
Volete qualche esempio?
Architetto: persona che disegna un progetto della vostra casa e progetta disegni sul vostro denaro.
Una concatenazione di parole assolutamente speculare e completa, ma Bierce non ce l’ha con una categoria in particolare, no, lui ne ha per tutti.
E così il dottore viene definito un gentiluomo che prospera con le malattie e muore con la buona salute.
Particolarmente pungenti poi, sono i suoi aforismi contro la politica e chi tiene le redini del potere.
Basti per tutte, la lapidaria frase destinata al Parlamento: organo di governo preposto al compito di abrogare le leggi.
Ce ne sono di molto più caustiche, ve lo assicuro, chi tra voi conosce questo libro saprà che vi si trovano delle vere e proprie perle di ironia, gli strali di Ambrose Bierce non risparmiano nessuno, neppure la religione è immune dalle sue frecciate e il santo diventa un peccatore morto, riveduto e corretto.
C’è sempre un fondo di verità negli aforismi di Bierce, una nota amara con la quale non possiamo che concordare, del resto il genere umano resta uguale a se stesso e i pregi e i difetti che lo caratterizzano sono sempre i medesimi.
Chi è un seccatore? Persona che parla quando tu vorresti che ascoltasse.
E a chi si adatta l’aggettivo nostalgico? Dicesi di chi si trova all’estero senza una lira.
Signori, questo è Ambrose Bierce, se non lo conoscevate, ponete rimedio e immergetevi nella sua prosa asciutta e graffiante, vi strapperà parecchi sorrisi.
E forse vi insegnerà qualcosa, certo alla maniera di Ambrose Bierce, il più famoso dei cinici.
Uno che sa perfettamente cosa sia la felicità, una gradevole sensazione suscitata dalla contemplazione delle miserie altrui.
Staglieno, guida alla scoperta dei suoi capolavori
Postato in Genova, Libri, Personaggi, Storia, tagged Alfred Noack, Cimitero Monumentale di Staglieno, Constance Lloyd, Fabrizio De André, Genova, Libri, Oscar Wilde il giorno 14 aprile 2012 | 45 Commenti »
Oggi desidero segnalarvi una bella iniziativa che è divenuta realtà sul web.
Riguarda il Cimitero di Staglieno, un luogo ricco di storia e di statue di grande valore artistico, camminare per i suoi viali è come viaggiare nel tempo.
E accanto a voi, centinaia di vite passate, sguardi, gesti, sorrisi.
Un mondo, un patrimonio da conservare.
La tutela di questi Monumenti è fondamentale, alcuni meritevoli volontari si impegnano in prima persona affinché questo luogo magico e tanto speciale non cada vittima dell’incuria e dell’abbandono, a beneficio della nostra città e di quanti vengono in visita al Cimitero Monumentale di Staglieno.
Vennero a visitare Staglieno i più famosi scrittori, Nietzsche, Maupassant, Twain.
Lo scrittore americano camminò lungo i porticati, ammirando le statue, da lui definite cariche di grazia e bellezza, come scriverà nel suo The Innocents abroad:
Sono nuove e candide come la neve.
Ogni sagoma è perfetta, ogni tratto del tutto privo di mutilazioni, difetti e pecche.
Lo scrittore Evelyn Waugh, ugualmente ammaliato, scriverà di Staglieno nel suo A tourist in Africa.
E narrerà degli angeli, delle statue dei ricchi genovesi, dei drappi degli abiti, delle crinoline e delle piume, degli scialli e delle marsine dei gentiluomini.
Molti sono i personaggi illustri sepolti a Staglieno.
E’ sepolto qui Giuseppe Mazzini, e accanto a lui molti rappresentanti del nostro Risorgimento.
Trovate qui la tomba del fotografo Alfred Noack, che tante volte ritrasse la nostra bella Liguria.
E nel cimitero degli inglesi riposa Mary Lloyd, la sfortunata moglie di Oscar Wilde.
Quando Oscar venne a Genova, per omaggiare la tomba di lei, trovò una lapide che recitava testualmente: Constance Mary, figlia di Horace Lloyd, Q.C.
Il nome del suo celebre marito non era nemmeno citato, una grande amarezza per Oscar, come se lui non fosse neppure mai esistito.
In seguito venne aggiunta la dicitura che oggi tutti possono leggere, Wife of Oscar Wilde.
Quante storie, quanti misteri a Staglieno!
Alcuni le conoscono nel dettaglio, perché in quel cimitero hanno prestato per lungo tempo la loro opera di volontari.
E’ a uno di loro, il Signor Eugenio Terzo, che si deve la nascita del sito Per Staglieno, collegato ad una O.N.L.U.S. che ha come scopo primario la tutela e la conservazione delle opere d’arte del Cimitero Monumentale di Genova, cliccando qui potrete accedere alla homepage e trovare approfondimenti di pregio riguardo a Staglieno.
Mi onoro di avere Eugenio tra i lettori di questo blog e i suoi contributi sono sempre particolari, lui conosce la storia di Genova in profondità ed ogni volta che lascia un commento su queste pagine scrive una curiosità o un aneddoto, le sue sono sempre parole preziose!
Riguardo a Staglieno, poi, credo che lui sia uno dei massimi conoscitori del luogo e delle sue opere, conosce ogni pietra, ogni monumento, ogni vicenda degna di essere narrata.
Sul sito troverete un forum, al quale contribuisce un altro amico, un maestro dell’obiettivo, il fotografo Enrico Pelos autore di un libro, Passeggiate a Levante, all’interno del quale troverete un capitolo dedicato a Staglieno, con un itinerario che vi guiderà attraverso le tombe più suggestive.
Enrico è un grande fotografo, se andrete sul suo sito potrete ammirare i suoi paesaggi di montagna, i panorami di Liguria, le immagini dei fiori e degli animali.
Troverete anche una sezione su Staglieno, e in quegli scatti scoprirete una magia, è uno sguardo di artista a posarsi su quelle tombe.
Chiunque fosse interessato a conoscere l’arte e la grandezza racchiusa nel cimitero di Staglieno, visiti le pagine di Eugenio e di Enrico, sono due amici, persone che sanno raccontare e guardare, un giorno mi piacerebbe camminare per quei viali insieme a loro.
Io leggo e imparo da loro, è una grande ricchezza questa.
Vi lascio con uno splendido scatto di Enrico, un’immagine che è un visione.
Una chitarra, le rose bianche, un mazzo di calle.
La chitarra di Fabrizio De André, là dove lui riposa, a Staglieno.
(Fotografia di Enrico Pelos)
Il gigante egoista
Postato in Letteratura, Libri, tagged Fiabe, Il gigante Egoista, Letteratura, Libri, Oscar Wilde il giorno 26 dicembre 2011 | 14 Commenti »
Un gigante, dei bambini.
Ed un giardino, grande, verde e bello. Questa è una fiaba e gli aggettivi sono semplici, come si conviene a questo genere letterario.
La scrisse Oscar Wilde, nel 1888, per i suoi due figli, ed insieme ad alcune altre è parte di una raccolta dal titolo Il principe felice ed altri racconti.
C’è un gigante che è partito per un viaggio; è andato a trovare un amico, il mago di Cornovaglia e lì è rimasto per sette lunghi anni.
Al suo ritorno, trova nel suo giardino dei bambini che giocano.
Oh, il gigante non vuole mocciosi intorno, no! Erige un alto muro sul quale affigge un cartello: gli intrusi saranno puniti.
I piccoli restano fuori, non hanno più un posto dove giocare.
Il tempo scorre e con esso le stagioni: è primavera, sbocciano i fiori e gli uccellini gorgheggiano allegri, ovunque tranne che nel giardino del gigante egoista.
Laggiù, infatti, è sempre inverno.
E’ neve, freddo, ghiaccio, grandine e gelo, così come nel cuore del gigante.
E così sarà per lunghi giorni, fino a che il gigante, una mattina, ode il canto melodioso di un merlo e un profumo, che delizia!
Il vento smette di fischiare e la grandine di battere.
Ma che accade? Il gigante guarda fuori e vede che i bambini sono entrati nel suo giardino attraverso un buco nel muro.
Su ogni albero c’è un bimbetto, la primavera è tornata, il giardino è un trionfo di rami carichi di germogli e di fiori in boccio, e tutto attorno si sente un lieto cinguettio.
Solo in angolo è ancora inverno, a terra c’è un piccolino gracile e accanto a lui un albero coperto di neve, sul quale il bimbetto non riesce ad arrampicarsi.
Insieme alle nevi si scioglie il cuore del gigante.
Oh, povero piccino ci penserà lui a metterlo sull’albero!
Apre la porta, ma tutti gli altri bambini terrorizzati fuggono via e torna ancora, di nuovo l’inverno.
Solo il piccino rimane, si lascia sollevare dal Gigante e l’albero fiorisce e gli uccellini tornano a cantare.
E il bambino, grato, dà un bacio al gigante.
Oh, ma a allora non è più cattivo il padrone del giardino, pensano tutti gli altri, e svelti rientrano dentro e con essi torna la primavera.
Il Gigante abbatte il muro, vuole che i piccoli restino con lui e gioca con loro fino a sera, quando d’un tratto s’accorge che, tra loro, ne manca uno, il bimbetto gracile.
Trascorrono gli anni e il gigante ha nell’animo una grande nostalgia, il suo bimbo prediletto non è più tornato e lui vorrebbe tanto rivedere il suo piccolo amico!
Diventa vecchio il gigante buono, ancora torna l’inverno, un tempo il gigante lo detestava, ma ora sa che è solo un passaggio, è solo la primavera che dorme, ma torneranno i fiori, i boccioli e gli uccellini.
E una mattina, mentre infuria il gelo, il gigante vede nell’angolo più remoto del suo giardino un albero fitto di fiori bianchi, dai rami pendono frutti d’argento e lì sotto c’è il bimbo che lui tanto aveva desiderato rincontrare.
E no, davvero non è un bimbo qualunque. Ha i segni dei chiodi sui palmi delle mani ed è venuto dal gigante, da colui che un tempo gli permise di giocare nel suo giardino.
E’ venuto per portarlo con sé, nei giardini del cielo.
Ed è sotto quell’albero ricoperto di fiori che gli altri piccini troveranno il gigante, addormentato per sempre.
Poesia e morale, speranza, redenzione e salvezza, narrate da uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.
Oscar Wilde, dandy e bon vivant
Postato in Letteratura, Libri, Personaggi, tagged Aforismi, Epoca Vittoriana, Inghilterra, Letteratura, Oscar Wilde il giorno 2 novembre 2011 | 36 Commenti »
L’arguzia, il motto di spirito non furono banali artifici letterari per Oscar Wilde, il dandy per eccellenza, furono uno stile di vita, l’espressione di un genio che sapeva manifestarsi ad ogni occasione propizia.
La vita imita l’arte più di quanto l’arte non imiti la vita: è uno degli aforismi più celebri e citati dello scrittore irlandese il quale, nel corso della sua esistenza, dimostrò, nelle parole quanto nei fatti, come il mondo sia simile a un palcoscenico e gli uomini gli attori sulla scena.
Era il 1882 quando Wilde intraprese un lungo viaggio attraverso il Canada e gli Stati Uniti, dove avrebbe dovuto tenere una serie conferenze sull’estetismo e sull’arte nelle maggiori città nord americane.
E’ già un campione di eccentricità, se ne va in giro vestito con abiti di velluto e con camicie di seta, porta i capelli lunghi con i boccoli, e troverà estremamente disdicevole il fatto che un barbiere di New York sia sprovvisto del ferro per arricciare le sue chiome.
Ed è scenografico e teatrale il suo ingresso negli Stati Uniti, di fronte ad un attonito impiegato della dogana che gli pone la domanda di rito:
- Niente da dichiarare?
Oscar, flemmatico, risponde:
- I have nothing to declare except my genius.
- Non ho niente da dichiarare eccetto il mio genio.
E’ il bon mot, la battuta pronta quella che a Wilde non manca mai, neppure in situazioni che per altri sarebbero fonte di imbarazzo.
Una sera, dopo una rappresentazione teatrale, mentre la maggior parte del pubblico adorante gli porgeva mazzi di fiori, uno spettatore gli lanciò sul palco un cavolo marcio e maleodorante che Wilde imperturbabile raccolse da terra replicando:
- Thank you my dear fellow, every time I smell it I shall be reminded of you.
- Grazie mio caro, ogni volta che lo annuserò mi ricorderò di voi.
Oscar Wilde era anticonformista ed ironico, in ogni circostanza.
Una volta, a una festa, Wilde, tediato dalle troppe chiacchiere, moriva dalla voglia di fumarsi una sigaretta.
La padrona di casa, notando che il paralume di una lampada produceva fumo per autocombustione disse:
“Signor Wilde, per favore spegnetela, sta fumando.”
Ed Oscar, con un fondo di invidia, ribatté:
- Happy lamp!
- Beata lei!
Anche nei momenti difficili Oscar sapeva distinguersi.
Durante il processo che subì a causa della sua relazione con Alfred Douglas, gli venne chiesto se avesse mai adorato qualche uomo e la risposta fu:
- No, I have never adored anyone but myself.
- No, non ho mai adorato nessuno a parte me stesso.
Tagliente, fine e pungente.
Fu vittima della sua ironia anche il poeta Lewis Morris. Questi angosciava di continuo Wilde con le sue lamentazioni per non essere stato nominato poeta laureato di Inghilterra, ma lo fece una volta di troppo, dicendo:
- E’ una cospirazione del silenzio, una cospirazione del silenzio contro di me! Cosa dovrei fare, Oscar?
E lui, cogliendo la palla al balzo, consigliò:
- Join it!
- Unisciti!
Oscar Wilde patì le sofferenze del carcere, ma malgrado tutto, questo non gli fece perdere la sua arguzia.
Quando ne uscì, per un certo periodo adottò lo pseudonimo di Sebastian Melmoth ma appena entrava in confidenza con qualcuno, dopo breve chiedeva al suo interlocutore di chiamarlo con il suo vero nome.
Il suo amico Frank Harris, autore di una dettagliata biografia di Wilde, narra che Oscar in occasione di una conversazione con una persona appena conosciuta che si ostinava a chiamarlo Mr Melmoth, lo esortò in tal modo:
- Call me Oscar Wilde, Mr Melmoth is unknown, you see.
- Chiamatemi Oscar Wilde, Mr Melmoth è uno sconosciuto.
L’altro si profuse in scuse, argomentando che pensava che quello fosse il desiderio dello scrittore, ma lui subito spiegò:
- Oh, dear, no. I only use the name Melmoth to spare the blushes of the postman, to preserve his modesty.
- O caro, no. Uso il nome Melmoth solo per risparmiare ad postino di arrossire, per preservare la sua modestia.
Questo era Wilde, genio, sregolatezza e ironia.
Fino alla fine, fino agli ultimi giorni della sua vita.
E’ a Parigi, devastato dalla malattia e privo di mezzi, il fasto di un tempo è ormai perduto, gli amici lo aiutano, sia economicamente che moralmente.
A loro Wilde richiede una cassa di champagne, un lusso che non potrebbe certo permettersi.
E con amarezza, alla sua maniera, chiosa:
- Alas, I’m dying beyond my means.
- Ahimé, sto morendo al di sopra dei miei mezzi.
La stanza in cui Wilde sta morendo è spoglia, niente porcellane, nessuna raffinatezza, lui che al tempo dei suoi trionfi era il maestro delle più raffinate ricercatezze, lui che se ne andava a passeggio per Piccadilly stringendo un girasole tra le mani, lui, l’esteta per eccellenza, l’apostolo dello stile e della forma, stava lasciando questo mondo in una condizione che non gli era affatto congeniale.
Un mese prima della sua morte, parlando con un amico, dal suo letto di dolore ebbe la forza, ancora una volta di ironizzare, dicendo:
- I am in a duel to death with this wallpaper. One of us has to go.
- Sto combattendo un duello mortale con questa tappezzeria. Uno di noi due dovrà sparire.
Era Oscar Wilde, colui per il quale la vita imita l’arte, più di quanto l’arte non imiti la vita.
E fino all’ultimo tenne fede al suo credo, a ciò che lo rese immortale ed inimitabile, si attenne alla sua regola, quella che è giunta fino a noi grazie alle sue opere e che ritroviamo nelle parole di Gwendolen, la protagonista di una delle sue più celebri commedie, che lieve, ma con assoluta convinzione afferma:
- In matters of grave importance, style, not sincerity, is the vital thing.
-Nelle questioni di grande importanza è lo stile, e non la sincerità, ad essere vitale.
(The importance of being earnest).
Il signore e la signora Wilde
Postato in Donne, Letteratura, Libri, tagged Constance Lloyd, Epoca Vittoriana, Inghilterra, Letteratura, Libri, Oscar Wilde il giorno 8 ottobre 2011 | 21 Commenti »
Oscar e Constance, ovvero il Signore e la Signora Wilde.
Agli amanti dello scrittore irlandese sono ben noti i dettagli della vita sentimentale di Wilde: il matrimonio, i figli, l’amore di lui per Alfred Douglas, colui che segnò il destino di Wilde sia come uomo che come scrittore, l’esilio, la lontananza dalla sua famiglia, il distacco, la fine tragica e sfortunata.
E sullo sfondo lei, Constance Lloyd.
Si presenta l’opportunità di parlare di lei, in occasione di un libro di recente uscita dal titolo Constance, the tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde della scrittrice Franny Moyle.
La Moyle ha una scrittura fluida e gradevole e nel suo libro presenta diversi materiali inediti e molto interessanti riguardanti la vita di Constance Lloyd.
Il padre, Horace, amava il gioco, le carte e le belle donne, da lì allo scandalo il passo fu breve, come accadde al padre di Oscar, del resto, quando lo scrittore ancora era giovane.
Erano molte le cose che accomunavano i due giovani: certo l’intelligenza, il fascino, la cultura.
Donna particolare Constance, si impegnò in prima persona per la parità dei diritti tra uomo e donna, fu una sorta di femminista ante litteram.
E come il suo Oscar, anche lei aderì all’estetismo.
La corrente estetica si distingueva per un certo gusto, una predilezione per l’arte orientale, per le porcellane cinesi, per determinati artisti, come William Morris, per alcuni tipi di fiori, come il giglio e il girasole.
La scelta dell’abbigliamento non era certo esente da alcuni dettami, gli uomini amavano portare i capelli lunghi, alla maniera del pittore Dante Gabriel Rossetti, uno stile che i detrattori non esitavano a definire effeminato.
Constance, al pari di Oscar, ne era completamente immersa.
E come lui cercò di sviluppare il suo lato artistico, prima nella ceramica, poi nella scrittura, scrisse lei stessa storie per bambini.
La Moyle, tra le sue tante rivelazioni, narra che sono stati rinvenuti alcuni manoscritti di “Il Principe Egoista” attribuiti con certezza alla mano di Constance.
E sorge immediato un interrogativo: Constance fornì solo un aiuto materiale al suo celebre marito oppure mise la sua creatività al servizio del genio di Oscar e “Il principe Egoista” è quindi il frutto di una loro collaborazione?
Sarebbe davvero interessante scoprirlo.
C’era una grande sintonia tra i due, nei primi anni, ma sebbene Constance amasse Oscar più della sua stessa vita, la loro felicità fu breve.
Io qui non desidero narrarvi i lati oscuri e le tristezze delle loro esistenze, nel libro della Moyle troverete ogni dettaglio, sino alla fine dei loro giorni.
In queste righe voglio farvi conoscere il signore e la signora Wilde ai tempi del loro fulgore, prima che l’amore sfiorisse e prima che la bellezza appassisse.
Io vi voglio raccontare di Constance, di quando si fidanzò con Oscar.
Scrisse al fratello, quel giorno, in un tripudio di gioia e felicità, e le sue parole furono: I am engaged to Oscar Wilde and perfectly and insanely happy.
Splendida scelta di avverbi per una donna così profondamente innamorata.
E l’anello! L’anello di fidanzamento che Oscar donò alla sua amata, sapete, lo disegnò lui stesso!
Un cuore, composto di diamanti che racchiudevano due perle, sormontate ancora da un arco di diamanti.
E quanto era innamorata, Constance!
Innamorata e gelosa, voleva il suo uomo tutto per sé, come darle torto?
Gli scriveva queste lettere appassionate, dense di affetto e di venerazione, gli scriveva parole come queste: quando ti avrò come mio marito, ti terrò legato a me con le catene dell’amore e della devozione, così tu non mi lascerai mai, e non amerai nessun altro fino a che io potrò amarti e confortarti.
E’ l’amore dell’anima, dei sensi, dello spirito, è l’amore che desidera possesso esclusivo e totale.
Già sapeva, Constance, della preferenze di Oscar? Non si sa, certo lui era uomo di molte avventure, ai tempi di Oxford non aveva disdegnato forme di amore mercenario e di sicuro era un uomo con grande ascendente, gran fascino e personalità.
Ma fu Constance la donna che Oscar scelse, fu lei che portò all’altare.
Che folla, il 29 Maggio 1894, di fronte alla St James Church il giorno del matrimonio.
La sposa indossava un abito semplice con le maniche a sbuffo, di seta color crema, con un lungo strascico.
Sul capo aveva una corona di mirto e il suo velo era di seta indiana tempestato di perle, in vita portava una cintura d’argento, dono di nozze di Oscar, tra le mani stringeva un mazzo di gigli.
E l’anello nuziale, a prima vista una semplice vera, in realtà era composto da due anelli perfettamente combacianti e, una volta aperti, su di uno si poteva leggere la data di nozze, sull’altro i nomi degli sposi.
E che furore fecero, in quegli anni, a Londra, il signore e la signora Wilde!
Sui giornali del tempo i cronisti dell’epoca si sbizzarrivano nel descrivere le ricercatezze di Constance e lei certo era una che osava , sempre, anche nel modo di vestire e spesso il suo stile era considerato eccentrico, ma in fondo era la moglie di Oscar, c’era da aspettarselo.
Constance amava i nastri antichi, i ricami riicercati, i cappelli ricchi con le piume.
E poi, a volte, il signore e la signora Wilde mettevano in scena uno spettacolo senza pari.
Come? Indossando abiti perfettamente complementari.
E allora eccoli, i due esteti, giovani, belli ed eleganti, camminare per Chelsea, sulla Kings Road.
Oscar incede regale nel suo completo marrone, sul quale si notano tantissimi bottoni, la bella Constance gli è accanto e sul capo porta un cappello, con una piuma in tinta con l’abito di Oscar.
Narra la Moyle che alcuni scugnizzi di strada, particolarmente ferrati in Shakespeare, se ne uscirono dicendo “sembrava di vedere Amleto e Ofelia a passeggio”.
E guardateli, alla Grosvenor Gallery: qui il dandy più famoso d’Inghilterra e la sua signora sfoggiano “armonia in verde” , il cappotto di lui, guarnito di pelliccia, e la gonna di velluto di lei sono del medesimo punto di colore.
Sono frammenti, istantanee di felicità, attimi di spensieratezza, immagini che richiamano alla mente le scene più famose delle commedie di Wilde.
C’è questo e ovviamente molto altro, nel libro di Franny Moyle.
C’è l’abbandono, la separazione, l’amarezza, la solitudine.
Io ho voluto ricordare qui, solo alcuni attimi brevi e felici della vita di questa donna, che fu, nel bene e nel male, compagna di un genio ineguagliabile e che, per questo amore, ebbe in sorte un grande carico di sofferenza.
Ma la vita regala ad ognuno anche attimi lievi, leggeri.
E allora a me piace pensare ad Oscar e Constance, nella loro casa di Chelsea, in quel salotto, ricco di porcellane orientali e di ornamenti pesanti e mi piace immaginare lei, alla finestra, che guarda fuori.
Oscar la osserva attento, non perde nessuno dei suoi movimenti.
E’ bella Constance, ha i lineamenti delicati, regolari, la carnagione perfetta.
E lui la osserva, sorride e con la matita, di getto scrive su un foglio: la forza di noi donne sta nel fatto che la psicologia non riesce a spiegarci. Gli uomini possono essere analizzati, le donne … solo venerate. (Un marito ideale)



