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Eventi e vicende avvenuti  in altri secoli, il romanzo più appassionante: la vita vera.
E una donna come protagonista: Madame Legros.
Di lei alcuni scrivono che fosse una merciaia, altri una povera venditrice di giornali.
Qualunque fosse la sua professione come potrà mai essere accaduto che una semplice bottegaia sia potuta passare alla storia?
Per un caso fortuito il destino di lei si incrociò con quello di un certo Latude, un militare che aveva studiato una maniera piuttosto maldestra per entrare nelle grazie della Marchesa di Pompadour, amante di Luigi XV.
Correva l’anno 1749, Latude inviò alla favorita una busta con del veleno e fingendosi del tutto estraneo alla vicenda le scrisse una lettera per avvisarla del pericolo che correva ad opera di qualche malfattore che intendeva attentare alla sua vita.
Il trucchetto, ahimé, non funzionò, la trama di Latude venne scoperta e lui venne fatto accomodare alla Bastiglia, non sarà la sola galera che vedrà.
Un prigioniero che non si arrende: la difficoltà aguzza l’ingegno e Latude sperimenta una serie fughe rocambolesche, evade più di una volta, dalla Bastiglia se la batte con una scala creata con la biancheria a sua disposizione.
Lo riacciuffano e finisce di nuovo in una cella, questa volta si tratta di un cupo sotterraneo popolato da numerosi topi.
Ha anche una fiduciosa ingenuità: durante una delle sue evasioni scrive alla Pompadour cercando di spiegare le proprie motivazioni, scrive persino il suo indirizzo sulla busta.
Oh, la Marchesa sarà magnanima, certo accorderà il suo perdono!
Non è così, la favorita dispone che l’uomo venga tratto in arresto.
Latude è un uomo che non cede, il tempo scorre, anni e anni di prigionia in condizioni drammatiche, è stremato nel fisico ma l’animo è forte e combattivo.
E ancora una fuga, in seguito alla quale l’evaso si presenta a Versailles: reclama giustizia ma come prevedibile viene nuovamente arrestato.
E infine la svolta, l’attimo che ti cambia la vita: Latude redige una memoria, è indirizzata a qualcuno al quale lui chiede aiuto, la consegna a un secondino e costui la smarrisce.
E come nella trama dei migliori film quella carta viene raccolta da Madame Legros.
Lei legge, il dolore di quell’uomo la tocca e la commuove, la sconvolge l’orrore di quella prigionia, la semplice Madame Legros ha trovato la sua causa per la quale combattere: la libertà di Latude.
Comincia a bussare a tutte le porte, cerca un sostegno, qualcuno a cui rivolgersi, qualcuno che frequenti la corte di Francia.
Chi è quella donna? Si parla di lei, della sua ostinata caparbietà.
Chi è quella donna? Forse ha qualche losco interesse? Forse è l’amante di lui?
La polizia la ferma, la interrogano e le pongono domande a non finire.
E gli anni passano, la vita di lei subisce i suoi lutti e i suoi mutamenti, attorno a Madame Legros c’è sempre l’aura del sospetto.
Chi è quella donna che difende Latude con tanta tenacia?
Trova una mano tesa in Madame Duchesne, camerista di Corte.
Ed è a Versailles che Madame Legros si reca, a piedi, incinta di parecchi mesi, in nome della libertà di uno sconosciuto.
Non ha successo, altri nobili di corte la avversano.
Madame Legros è una donna di una certa tempra, non basta un ostacolo per farla desistere e si rivolge ad altri, questa volta il suo interlocutore è il Cardinale di Rohan il quale parla con il Re Luigi XVI, altrettanto fanno certe nobildonne che hanno preso a cuore la vicenda.
Il re è irremovibile: c’è un uomo rinchiuso alla Bastiglia da anni e un sovrano che si rifiuta di rendergli la sua libertà.
E una donna, infaticabile, che si ostina a chiedere ciò che ritiene giusto.
E Madame Legros riuscirà nella sua impresa: nel 1784 Latude viene rilasciato, sono giunti a noi suoi scritti sulla sua lunga prigionia.
E in quello stesso anno la caparbia Madame Legros ricevette dall’Accademia Francese il Premio di Virtù.
La Bastiglia verrà presa il 14 Luglio 1789, una data memorabile per la storia di Francia.
La Bastiglia, la cupa prigione parigina contro la quale si levò la voce di una donna che pronunciava la parola più preziosa che esista: libertà.

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J’ai quitté Paris et même la France, parce que la tour Eiffel finissait par m’ennuyer trop.
Ho lasciato Parigi e anche la Francia, perché la Tour Eiffel finiva per annoiarmi troppo.

Inizia così il diario di un viaggiatore francese, un viaggio per mare, sulle onde del Mediterraneo calmo e placido, appena mosso da un refolo di vento.
La partenza di buon mattino, da Nizza.
Il silenzio di una giornata d’estate, lo sciabordio delle onde, i tanti paesi sulla costa, la linea delle montagne offuscata dalle nubi.
Sono distanti  i rumori della capitale francese, la quiete placa l’animo del viaggiatore.
Una musica lontana, davanti a San Remo.
L’armonia dei profumi marini frammista agli odori della terra ravvivati dal calore dell’estate, il timo e la citronella, la menta e la lavanda.

Lavanda

E il viaggio continua, lungo la costa, nuove albe e nuovi orizzonti: Porto Maurizio, poi Savona e le sue strade strette, città di mercanti, sui banchi trionfa l’uva gialla e nera, luccicano i pomodori rossi di sole e le tonde  zucche, le foglie di insalata cadute a terra fanno sembrare il luogo un grande giardino.
E quando cala la sera il viaggiatore scende per le strade della città e ancora è musica e orchestre, le donne di Savona sono tutte a capo scoperto, tutte hanno il ventaglio in mano per difendersi dalla calura.
E i ventagli battono, frémissantes comme de gros papillons, frementi come grandi farfalle, così scrive il viaggiatore.
E sogna.

Parfois ainsi, au fond de mon coeur vieilli, empoisonné d’incrédulité, se réveille pendant quelques instants, mon petit coeur naïf de jeune garçon.

Qualche volta sul fondo del mio cuore invecchiato, avvelenato d’incredulità, si risveglia per qualche istante, il mio piccolo cuore ingenuo di giovane ragazzo.

Un cuore ingenuo che naviga e batte sulle acque del Mediterraneo.
E giunge su quella nave a Genova.

Une des plus belles choses qu’on puisse voir au monde: Gênes, de la haute mer.

Una delle più belle cose che si possa vedere al mondo: Genova, dall’alto mare.

Ai piedi delle montagne, lungo la costa che si apre in un abbraccio, il porto, le navi e i piroscafi, uno spettacolo di grandezza.
E scende a terra il viaggiatore, lo sconcerta l’angustia di certi caruggi,  scopre la misteriosa atmosfera del cimitero di Staglieno, quel mondo borghese che pare vivere sotto ai porticati.
Visita i palazzi e le nobili dimore, rimane colpito dai cortili, dalle gallerie e dagli scaloni.

Palazzo Sauli

Palazzo di Marc’ Antonio Sauli – Via San Bernardo

 E ancora il viaggio prosegue, verso levante.
Sul mare turchese, verso il golfo più incantevole.
E da lontano di intravedono Rapallo e Santa Margherita, Chiavari e Sestri Levante.
Un promontorio, un’insenatura. E così scrive il viaggiatore:

….une gorge où entre la mer, une gorge cachée, presque introuvable, pleine d’arbres, de sapins, d’oliviers, de châtaigniers. Un tout petit village, Porto-Fino, se développe en demi-lune autour de ce calme bassin.

…. una gola dove entra il mare, una gola nascosta, quasi introvabile, piena di alberi, pini, ulivi, castagni. Un piccolo villaggio, Portofino, si allarga a mezzaluna intorno a questo tranquillo bacino.

Portofino

Un bois d’un vert puissant et frais, un bosco d’un verde potente e fresco circonda quelle case, i gozzi si cullano sull’acqua.
A dare il benvenuto al viaggiatore è un vecchio su una piccola barca, è lui a condurre l’imbarcazione al villaggio di pescatori.
E il viaggiatore sente il cuore ricolmo di pace:

Jamais peut-être, je n’ai senti une impression de béatitude comparable à celle de l’entrée dans cette crique verte, et un sentiment de repos, d’apaisement, d’arrêt de l’agitation vaine où se débat la vie, plus fort et plus soulageant que celui qui m’a saisi quand le bruit de l’ancre tombant eut dit à tout mon être ravi que nous étions fixés là.

Mai, forse, ho provato un senso di beatitudine paragonabile a quello che ho sentito entrando in quella verde insenatura e una sensazione di riposo, di appagamento, di fine della agitazione vana  nella quale si dibatte la vita, più forte e più confortante di quello che mi ha colpito quando il suono dell’ancora che cadeva ha annunciato che eravamo fermi.

Barche a Portofino

E poi ancora l’avventura continuerà verso altre rive, oltre la Liguria.
Il viaggiatore che trovò pace e ristoro sotto gli ulivi di Portofino è stato uno dei massimi scrittori francesi e giunse qui nel 1889.
Le parole che avete letto sono tratte da La vie errante, diario di bordo e di emozioni di questo tormentato viaggiatore.
Quando verrete a Portofino sentirete anche voi le foglie appena mosse dal vento, l’acqua del mare che lenta lambisce i sassi, mentre le barche si dondolano sull’acqua.
E forse anche voi troverete la pace che confortò lo spirito inquieto e il piccolo cuore ingenuo di Guy De Maupassant.

Guy De Maupassant

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Il suo vero nome è Anne-Josèphe Terwagne.
Théroigne de Méricourt, la belle liègeoise, la bella di Liegi, così era conosciuta a causa della sua prorompente venustà.
Figlia di un fattore, Théroigne fugge, fugge via dalla sua casa, alla volta dell’Inghilterra dove diverrà cantante.
Théroigne dai molti amanti, da cortigiana a donna che si erge sulle barricate, la ragazza di Liegi sente il prepotente richiamo della rivoluzione.
Parigi e le sedute dell’Assemblea Nazionale, Théroigne è sempre presente.
E sono giorni di fuoco e di sangue, viene il 1789 e la presa della Bastiglia.
E poi il 5 ottobre dello stesso anno, leggendario il ricordo di Théroigne de Méricourt in quel giorno a Versailles.
Ha 27 anni, è bella e fiera la ragazza di Liegi, cavalca un destriero scuro come la pece, indossa una giacca rossa e un copricapo di piume, ha due pistole e una sciabola, è l’immagine della Francia rivoluzionaria.
Insieme a Théroigne le donne del popolo di Parigi, è un evento epocale, marciano compatte verso Versailles per rivendicare i loro diritti, la loro voce reclama pane e giustizia, obbligheranno il Re e la sua famiglia a lasciare la reggia e a tornare nella capitale.
La sua parola aveva l’eloquenza del tumulto, così scrive di lei Alphonse de Lamartine.
La sua arma è la bellezza, la sua arte migliore è la retorica, con le parole sa trascinare chi la ascolta, a Parigi Théroigne apre salotto dove si ritrovano illustri personaggi quali Danton e Mirabeau.
Racconta Camille Desmoulins di un discorso che Théroigne tenne al Club dei Cordiglieri, la ragazza di Liegi, colei che non conosceva timori, sale sulla tribuna tra Danton e Marat e chiede che il Palazzo dell’Assemblea Nazionale sia costruito là dove sorgeva la Bastiglia, un luogo dal forte significato simbolico.
Altre vicende la attendono, torna a Liegi nel 1790, ma finisce nelle mani della polizia austriaca e in carcere in Tirolo con l’accusa di aver attentato alla vita della Regina Maria Antonietta.
Mancano le prove e dopo un anno la giovane viene scarcerata e così torna a Parigi, è il richiamo potente della Rivoluzione a trascinarla ancora in quella città.
Schierata dalla parte dei Girondini, Théroigne è tenace, passionale e caparbia, tenta persino di costituire un esercito di donne.
Il suo fervore le fa guadagnare soprannomi memorabili, la chiamano l’Amazone rouge e la furie de la Gironde.
La bella di Liegi ha un acerrimo rivale, è il giornalista François-Louis Suleau, un nemico degli ideali della Rivoluzione e autore di alcune articoli dai toni denigratori verso Théroigne.
E viene uno dei momenti più drammatici di quel tempo, nella notte tra il 9 e il 10 agosto 1792 una folla di popolo spinta dalla rabbia e dall’odio si muove come un’onda verso le Tuileries.
E quando vi giunge, al mattino, quell’orda armata di picche e bastoni si riversa in quelle sale, è una folla impazzita.
I nobili e i sostenitori del re vengono tratti in arresto, tra loro c’è anche Suleau.
Sarà un massacro, uno scempio di gole tagliate e lo storico Jules Michelet narra della ragazza di Liegi che inferocita e furente sferra un colpo mortale di sciabola sul suo nemico.
Una vita improntata sulla rivoluzione ma che negli ultimi anni diviene più moderata, un epilogo tragico quanto drammatico.
Théroigne non è nelle grazie di Robespierre, lui è un avversario temibile e lei lo sa bene, assapora l’amarezza quando un giorno, mentre sta ascoltando un discorso di lui, tenta di prendere la parola ma viene buttata fuori dalla sala.
E giunge la primavera del 1793.
Théroigne è sulla Terrazza dei Foglianti, parla, arringa la folla, la retorica è ancora il suo dono.
D’un tratto un gruppo di donne giacobine le si avventa contro.
La spogliano, la frustano, la colpiscono con una tale violenza da procurarle lesioni alla testa, derisa e umiliata la bella di Liegi crolla a terra priva di sensi, si dice che a soccorrerla fu lo stesso Marat.
Verrà condotta in un ospedale per poveri, il suo destino è ormai segnato.
L’amazzone di splendente bellezza a poco a poco scolora, lascia il posto a una donna che ha perso il senno e la padronanza di sé.
Trascorrerà 23 anni della sua vita nella pazzia, rinchiusa nei più cupi ospedali, per terminare i suoi giorni a La Salpêtrière, la bella di Liegi è ormai una creatura triste e cupa.
Lo storico Simon Schama delinea un ritratto tanto potente quanto vivido dei suoi ultimi anni.
Eccola Théroigne, siede a terra nella sua cella, ha il capo rasato ed è senza abiti addosso, è lei a rifiutarli malgrado il freddo pungente.
Inveisce ancora contro i nemici della rivoluzione, di tanto in tanto getta l’acqua gelata sul suo pagliericcio e quando esce in cortile beve dalle pozzanghere putride.
Inconsapevole ormai, perduta e priva della scintilla del pensiero.
Morì così, nel 1817, colei che si era distinta per il suo furore e per lo splendore della sua bellezza, la sua stella fulgida si spense ora dopo ora nella più buia delle notti.

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Questa è la storia di un uomo il cui nome è sinonimo di rivoluzione.
Guardate il suo volto, qui.
Leggete nei suoi occhi tutto ciò che un tempo riflettevano, uno spirito ribelle e sprezzante di ogni pericolo.
Questa è la storia di italiano.
Patriota, carbonaro e mazziniano.
Le vite dei protagonisti del nostro Risorgimento sono spesso improntate sull’avventura, non fa eccezione Felice Orsini, che nacque a Meldola nel 1819.
Rivoluzione.
Se qualcuno di voi ha letto i suoi scritti, conoscerà il suo furore, chi invece  li ignora può leggere ora le sue parole.
Parla ai giovani Felice Orsini e così scrive nella introduzione alla sua autobiografia:

Che le norme direttrici di chi ha cuore italiano essere debbon la Cospirazione e l’Azione, costanti, efficaci, potenti; e non cieche o pazze o meschine, siccome furono sino ad ora, che dovete voi stessi fare la rivoluzione, non aspettare che vi venga da noi.

Rivoluzione.
Passione e furore, non sempre indirizzato al bene e tante sono le zone d’ombra che avvolgono la figura di Felice Orsini.
Un omicidio, compiuto nel 1836, quando Orsini ha appena 17 anni.
Per questo delitto rimarrà in carcere solo sei mesi, al termine dei quali entrerà nel Collegio dei Gesuiti.
Ma è troppo forte il richiamo di quella parola: rivoluzione.
Ed è così che il giovane aderisce alla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini, lui stesso fonderà una società segreta, La Congiura Italiana dei Figli della Morte, a causa della quale verrà condannato all’egastolo e finirà in galera, per essere in seguito graziato.
Non sarà l’ultima volta che per Orsini si apriranno le porte del carcere.
Rivoluzione: molti i moti ai quali Orsini ha prestato la sua opera, a Luni e a Sarzana, ad esempio.
Compiamo un balzo nel tempo, arriviamo al Marzo 1855 quando Felice Orsini viene arrestato dai soldati austriaci per essersi introdotto clandestinamente in terra straniera.
Lo buttano di nuovo in galera, nel carcere di Mantova.
Un uomo così dietro le sbarre? Quanto resiste? Quando si arrende?
Mai, è questo il punto.
Provate a leggere la biografia che ci ha lasciato Luigi Venosta, saprete cosa accade a un uomo che non ha paura di nulla, quando lo si priva della sua libertà.
Lo vedrete nascondere i lenzuoli e gli asciugamani e segare le sbarre alla finestra con estrema cura ed attenzione.
Aveva dei complici, certo, ma i secondini erano continuamente in allarme.
Un lavoro lento, instancabile, finché giunse il giorno della grande fuga, la notte tra il 28 e il 29 di Marzo del 1856.
Dalla finestra, con fune e lenzuola.
Che clamore fece la sua fuga!
E poi via, verso Genova e quindi verso l’Inghilterra.
E poi via, lontano dagli ideali di Mazzini, Felice Orsini ha un bersaglio, uno scopo da perseguire.
Il suo nemico è Napoleone III, è lui che vuole uccidere, certo che la sua morte provocherà ciò che infiamma il suo cuore.
Quella parola, rivoluzione.
Eccolo, a Parigi, con i suoi alleati, che rispondono ai nomi di Antonio Gomez, Carlo Rudio e Giovanni Andrea Pieri, per il loro progetto utilizzeranno un’arma che passerà alla storia come Bomba Orsini, una bomba micidiale piena di chiodi e frammenti di metallo.
Parigi, la sera del 14 Gennaio 1858, davanti all’ Opéra di rue Le Peletier.
E’ una pungente sera d’inverno, un uomo si qualifica presso la polizia come Agente Speciale delle Tulileries e si ferma sulla porta del teatro, è Felice Orsini, che attende di mettere in atto il suo piano.
C’è una folla che aspetta l’arrivo dell’Imperatore, un agente riconosce Pieri che era segnalato alle forze dell’ordine.
Lo arrestano, addosso gli trovano una pistola, un coltello e una bomba.
Nessuno si accorge di nulla, tutti attendono la carrozza imperiale.
Eccolo il corteo, gli ufficiali in alta uniforme, i lancieri.
E di colpo un fragore. Poi un secondo, a breve distanza un terzo.
Le Bombe Orsini sono esplose, per gli scoppi i vetri delle case vanno in frantumi, le luci a gas che illuminavano il teatro si spengono.
I cavalli del corteo reale, terrorizzati dalle esplosioni, fuggono travolgendo la folla.
Napoleone III e la sua consorte rimangono illesi, ma a terra ci sono diversi morti e 156 feriti.
Tra questi, lo stesso Felice Orsini, che riporta una grave ferita alla testa.
Si rifugia presso la propria abitazione ma viene tratto in arresto così come i suoi complici.
Furono processati il 26 di febbraio.
Gomez venne condannato ai lavori forzati, che sconterà nel carcere della Caienna.
Orsini, Pieri e Rudio vennero condannati a morte con l’accusa di parricidio, tanto era considerato il tentato omicidio dell’imperatore.
Rudio vedrà commutata la sua pena in lavori forzati, per gli altri due sarà la morte.
Quale fine avrà Felice Orsini? La procedura prevedeva che i prigionieri venissero condotti al patibolo scalzi, con indosso una camicia e con un velo nero in testa.
Eccoli in cella, i due condannati: Pieri dimostra una certa agitazione, Orsini è taciturno, chiede un bicchiere di rum e vuol brindare alla salute del direttore della prigione.
Cosa piega un uomo del genere? Cosa lo abbatte?
Si aprono le porte del carcere, sulla Piazza della Roquette è pronta la ghigliottina.
Pieri esce dalla cella cantando Mourir pout la patrie, un celebre canto dei girondini.
Felice Orsini, che fino a quel momento non aveva pronunciato parola, una volta che fu sulla ghigliottina gridò con tutta la voce che aveva in corpo : Viva l’Italia! Viva la Francia!
Felice Orsini morì sul patibolo, all’età di 39 anni, dopo aver ammesso le sue colpe al processo che lo vedeva imputato.
A causa del suo fervore patriottico, caddero vittime innocenti.
Dal carcere scrisse una lettera a Napoleone III, Imperatore di Francia, e a proposito della propria condanna scrisse:

…io la subirò senza chiedere grazia, sì perché io non mi umilio innanzi a colui che ha spenta la libertà nascente dell’infelice mia patria.

Chiede ancora per l’Italia l’Indipendenza.
E scrive altre lettere, voglio ricordarne una, quella per le sue figlie.
Rivoluzione.
Cosa raccomanda a due future giovani donne un uomo di rivoluzione, nel 1858?

Acquistate quella maggior istruzione che potete …e rammentate che la maggior parte dei delitti e degli errori proviene dall’ignoranza, questa nemica della civiltà, del progresso, dell’onore e della libertà del popoli.

…non crediate, né lasciatevi abbagliare alle apparenze, che il mondo sulle prime sarà per offrirvi. Siate caute. Non è che apparenza, la superficie esterna che affascina; e se vi abbandonate al bagliore di tale incantesimo segue tosto il disinganno e allora troverete un vuoto immenso; vuoto che non avreste provato mai se aveste guardato il mondo quale è in realtà.

Il mondo quale è in realtà.
Vedete, a volte certi personaggi sembrano così distanti da noi, offuscati dalla storia, dalla polvere dei secoli, dal progresso, dal tanto tempo trascorso che ci separa da loro.
A Felice Orsini sono dedicate strade e piazze.
Rivoluzione.
Patria.
Indipendenza.
Questa è la storia di un italiano.

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La rivoluzione francese è uno dei periodi storici più intensi ed appassionanti.
Vi ho raccontato la vicenda di Charlotte Corday e mentre scrivevo pensavo ai tanti libri che narrano le vicende di quel periodo.
E allora oggi vi porto a fare un giro tra i miei libri, chissà che non troviate qualcosa che possa suscitare il vostro interesse!
Questi sono i miei libri, quelli che ho letto e che consiglierei a chi volesse approfondire l’argomento.
Per ogni testo cliccando sul titolo arriverete un link che vi porterà a una scheda del libro.
Alcuni purtroppo sono fuori catalogo ma ve li segnalo comunque, c’è sempre un mercatino o una bancarella sulla quale sbirciare e lì si trovano spesso molti tesori.
Ha inizio il nostro viaggio nella Francia dei rivoluzionari, dei giacobini e delle coccarde.
L’immagine di Marat morto nella vasca troneggia sulla copertina di Cittadini, Cronaca della rivoluzione francese, un testo fondamentale per chi volesse capire le origini del dissenso che diede vita alla Rivoluzione Francese, i vari passaggi e gli eventi del tempo.
Non fatevi spaventare dalle poderose dimensioni del libro, sono oltre 900 pagine ma l’autore Simon Schama, professore della Columbia University, vi porterà tra questi cittadini, per le strade di Parigi dove molto sangue venne versato e sarà una lettura tanto formativa quanto coinvolgente.
Jules Michelet, storico francese nato nel 1798, narra invece Le donne della rivoluzione.
E questo è un testo denso di emozioni, ricco di passione e di vibrante partecipazione.
La mia edizione risale al 1978, è uno dei primi libri storici che abbia letto e nell’introduzione si legge una frase di Rousseau che ai tempi mi colpì molto: Il più forte non è mai troppo forte per poter rimanere definitivamente padrone.
Così è e così è stato e a questa rivoluzione hanno concorso molte donne, rivoluzionarie e intellettuali, donne del popolo e donne dai nomi altisonanti.
E fu una donna ad infiammare l’odio dei francesi e ad accendere gli animi, la regina Maria Antonietta.
Una figura controversa, leggendo le vicende della sua vita si provano sentimenti contrastanti e mi riprometto di tornare a parlarvi di lei in maniera più approfondita.
Troverete la sua storia in Maria Antonietta, la solitudine di una regina della storica inglese Antonia Fraser, un testo fondamentale per chi voglia avvicinarsi a questo personaggio.
L’americana Carolly Erickson, invece, è autrice di una biografia altrettanto interessante, da titolo Maria Antonietta, forse più facilmente fruibile grazie ad una scrittura fluida e molto scorrevole.
E ancor più lo è l’altro suo testo, Il diario segreto di Maria Antonietta, nel quale, appunto con l’artifizio letterario del diario, la regina si racconta in prima persona.
E ancora, se volete conoscere l’ambiente nella quale si formò Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, nella vostra libreria non può mancare Maria Teresa, una donna al potere  di Edgarda Ferri, biografia dell’imperatrice d’Austria che fu donna di grande valore e madre di Maria Antonietta.
E in quelle pagine troverete l’infanzia e i primi anni di colei che sarà regina in terra di Francia, conoscerete i suoi fratelli e le vicende della corte di Vienna.
La sovrana dei francesi, di lei narrò Madame Campan, che fu sua prima cameriera, in un libro dal titolo  La vita segreta di Maria Antonietta.
Io amo le storie scritte da chi visse in prima persona gli eventi e lo sguardo di Madame Campan è certo velato dal profondo affetto verso la sua regina, ma è uno sguardo che ha veduto ed ha vissuto quei giorni e se le sue parole sono giunte fino a noi credo che valga la pena di conoscerle.
Una regina e i suoi molti ritratti che ai giorni nostri possiamo ammirare nei musei.
Molti li dipinse una donna, la ritrattista di corte Élisabeth Vigée-Le Brun, cliccando qui e qui vedrete due dei suoi quadri più noti.
Fu una donna di eccezionale carattere e talento. E allora perché non scoprire le sue memorie? Perché non passeggiare con lei a Parigi, per poi seguirla nei suoi viaggi in Europa? Li racconta in Memorie di una ritrattista, dove raccoglie i ricordi di una vita.
Una scrittrice di grande talento, che scrisse lettere e memorie dal carcere, moglie del ministro degli Interni di Luigi XVI, Madame Roland fu una figura di grande rilievo.
Donna di grande fascino, ammaliò persino Danton e Robespierre.
La sua testa cadde come quella della regina sotto la lama del “rasoio nazionale” come ai tempi veniva lugubremente chiamata la ghigliottina.
Se volete conoscere la storia di Madame Roland non vi resta che leggere Una donna nella rivoluzione di Guy Chaussinand-Nogaret.
La ghigliottina non risparmiò neppure  il collo candido dell’ultima amante di Luigi XV, Jeanne du Barry e lo storico francese André Castelot è autore di una sua interessante biografia dal titolo Jeanne du Barry, ascesa e caduta di una favorita.
Ancora una donna, questa volta nata in terra di Albione, il suo nome è Grace Dalrymple Elliott e il suo cuore batteva per la Francia e per i suoi patrioti, ma anche per il Duca di Orleans, Philippe Égalité.
Le sue memorie sono raccolte in un libricino dal titolo La nobildonna e il Duca, la mia vita sotto la rivoluzione,  dal quale è stato tratto anche il bel film omonimo opera del regista Eric Rohmer.
E’ appena terminato Messidoro e siamo da poco entrati nel Termidoro, cosi si chiamavano i mesi estivi secondo il calendario della rivoluzione francese.
Una rivoluzione nel pensiero, nelle parole e nella vita di ognuno.
Questo è ciò che troverete nel testo di Jean Paul Bertaud La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione.
Sapete chi erano le tricoteuses? Erano donne che si sedevano accanto alla ghigliottina, in attesa dello spettacolo delle esecuzioni.
E avete mai sentito nominare i senza dita? Erano i mendicanti prostrati dalla miseria e dalla fame.
Li conoscerete leggendo questo libro che vi farà vivere la quotidianità di un’altra epoca, vi racconterà le vicende di una società con i suoi usi e costumi, vi parlerà di tricolori e di canti popolari, di teatri e di giornali, della vita di molte persone di quel tempo.
Questi sono i miei libri, li ho amati tutti e molti li ho letti più volte, di alcuni tornerò a parlarvi, alla mia maniera.
Un bagno di sangue teatro di molti orrori, anche questo fu la Rivoluzione Francese.
Ma da quei giorni di furore è nato un pensiero che regola ancora oggi le nostre vite e che dovrebbe essere alla base di ogni società civile o che aspiri ad essere definita tale.
Un pensiero che il fondamento della democrazia, racchiuso in  tre semplici parole universalmente note e piene di significato, oggi come allora.
Tre parole: liberté, égalité, fraternité.

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Una ragazza di provincia.
La prima volta che sentii parlare di lei ero giovane, andavo a scuola, ma ciò che si apprende sui banchi del liceo difficilmente rimane impresso.
Che noia la storia! Che noia studiare a memoria le date, i nomi, gli eventi.
E poi venne il 1989, anno del bicentenario della Rivoluzione Francese.
Era luglio, ero al mare.
In televisione, una volta a settimana, davano dei film di produzione francese dedicati ai personaggi salienti di quel periodo storico, forse qualcuno di voi li ricorda?
Io rinunciavo ad uscire per vederli e ho sempre atteso che li riproponessero, ma purtroppo non è mai accaduto.
Fu allora che Charlotte Corday ebbe un volto, un carattere, una fisionomia che non avrei mai dimenticato.
Marie-Charlotte Corday d’Armont, una ragazza di provincia, abitava a Caen con la zia.
E proprio lì, il 7 luglio del 1793, si riuniscono i girondini.
Si tiene una parata militare, con la speranza che molti aderiscano alla causa che ha lo scopo di scalzare dal potere i giacobini, ma non sarà così, il numero dei volontari è decisamente esiguo.
E su quell’erba, ad ascoltare parole infuocate di furore, c’è anche lei, Charlotte.
Ha appena 25 anni, è una bionda bellezza piena di grazia ma la vita è già stata dura con lei, la madre le è mancata in tenera età, il padre è poco attento alla cura dei figli.
A 13 anni Charlotte è entrata nel convento dell’Abbaye-aux-Dames, la ragazza ama i libri, tra i suoi antenati si annovera persino un nome illustre, il drammaturgo Pierre Corneille.
Lei legge Plutarco, Rousseau, i filosofi del suo tempo.
E lì, su quel prato di Caen, Charlotte si convince della sua missione, liberare la Francia da Marat, medico,  giornalista e rivoluzionario, colui che lei considera il nemico della pace.
Il 9 luglio, dopo aver donato ai suoi amici i suoi cari libri, Charlotte lascia la sua Normandia e parte con la diligenza alla volta di Parigi.
Soggiorna in un albergo, nelle vicinanze di Rue des Victories.
Parigi, Parigi in quei giorni è tutta un fermento e in quel 13 luglio, vigilia delle celebrazioni della presa della Bastiglia, la città è decorata con nastri tricolori.
E nella fiumana di gente che affolla la capitale francese c’è anche la piccola normanna, la temeraria Charlotte che ha ben chiaro il suo progetto.
Entra in un negozio di ferramenta e acquista un coltello da cucina con una lama molto affilata.
Vuole uccidere Marat durante una seduta della Convenzione, vuole che il suo gesto sia pubblico ed eclatante.
Ma lui, il suo nemico, giace a casa malato.
Marat soffre di una malattia della pelle resa ancor più grave dal caldo persistente dell’estate, i bagni di acqua fredda sono il suo solo conforto.
Charlotte Corday non si arrende, sa bene che Marat è pronto ad accogliere nella sua casa chiunque intenda fare rivelazioni su persone da denunciare.
E così si reca al numero 20 Rue de Cordelier, dove al primo piano vive Marat.
Charlotte sale le scale, ma viene fermata dalla sorella del suo nemico che le fa sapere che Marat è troppo debilitato per riceverla.
Lei gli scrive una lettera, gli dice che ha importanti comunicazioni da dargli, attende una risposta che mai arriverà, in quanto Charlotte ha dimenticato di lasciare il suo indirizzo.
A sera la ragazza torna davanti a quel palazzo e riesce ad arrivare al cospetto di Marat.
Lui è adagiato nella vasca da bagno, la fanciulla gli siede accanto e snocciola una lista di nomi, Marat le comunica che per questi traditori è pronta la ghigliottina.
Non sa che per lui la fine è vicina: la ragazza di provincia, avvolta nel suo scialletto di seta, estrae dal petto il coltello e con un fendente sotto la clavicola lo colpisce a morte.
L’urlo di Marat squarcia Parigi, accorre la fidanzata di lui, un vicino di casa esperto di arti mediche tenta inutilmente di prestargli soccorso.
E poi le guardie, gli amici di lui e Charlotte, calma e imperturbabile, che non intende sottrarsi al proprio destino, ha persino indosso i documenti, la identificano e la arrestano.
E mentre la conducono nel carcere dell’Abbaye, una folla di parigini chiede che sia vendicata la fine di Marat.
La condannano a morte e la trasferiscono alla Conciergierie.
Scrive due lettere di addio, una delle quali è indirizzata al padre e chiede, come ultimo desiderio, di poter essere ritratta dal pittore Jean-Jacques Hauer.
Durante il processo a Charlotte, il pittore era in aula e lei aveva notato quell’uomo chino sui suoi fogli, intento a tracciare i suoi lineamenti.
Qui trovate l’immagine di quel quadro, nel quale si può notare il volto quieto di Charlotte Corday.
Colui che lei uccise, invece, venne ritratto in quella vasca nella quale trovò la morte in un’opera universalmente nota del pittore Jacques-Louis David, qui potete ammirare quel quadro.
E non so cosa sia per voi Parigi, per me nelle sue strade si respira ancora l’aria della Rivoluzione, si può camminare lungo quei viali e credere di vedere con i propri occhi ciò che un tempo accadde.
E si può andare a quel 19 luglio del 1793, in quella cella buia della Conciergerie.
E’ quasi sera, Charlotte è in posa per il suo ritratto.
Non c’è più tempo, entrano le guardie che la condurranno sul patibolo.
Lei prende le forbici e taglia una ciocca dei suoi capelli biondi per donarla al pittore.
Come si usava a quel tempo, le fanno indossare una cappa rossa e la mettono sul carretto che la porterà al luogo della sua morte.
Lei rifiuta i conforti religiosi e non chiede di sedersi, rimane ritta in piedi, orgogliosa nel suo manto scarlatto.
E il corteo parte, per le strade di Parigi, attraversa il Pont Neuf e la Rue Sant-Honoré, dove una folla rabbiosa attende che lei sia giustiziata.
E i nuvoloni grigi che sovrastano la città riversano sulle strade uno di quei temporali forti ed improvvisi, come spesso accade nelle estati parigine.
E Charlotte è lì, in piedi sul carretto, con i vestiti inzuppati e le gocce di pioggia che le scendono sulla pelle.
E il sole torna a baciare Parigi, mentre tra la folla che trepida per assistere all’esecuzione si riconoscono volti noti, tra loro ci sono Danton e Robespierre.
La testa di Charlotte Corday cade sotto il colpo del boia, un suo aiutante la raccoglie e in un gesto estremo di spregio la schiaffeggia suscitando non poco orrore tra gli astanti.
Ma non è questa l’immagine di Charlotte Corday che desterà più impressione.
A lasciare una traccia è la sua calma, la sua tranquilla e orgogliosa compostezza, il suo coraggio, così reale e percepibile.
Il coraggio di Mademoisselle Marie-Charlotte Corday d’Armont, una ragazza di provincia.

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Fred Chopin, quante volte vi siete cullati sulle note di un suo notturno, di una sua polacca o di una ballata?
Un genio assoluto, un uomo di sicuro fascino.
Tempo fa lessi una sua interessante biografia, scritta da Ippolito Valletta, dove si narrava del suo ineguagliabile talento, delle sue esperienze di vita in quella Parigi che lo vide protagonista negli anni del suo fulgore.
In questo libro si narra anche dei suoi amori, delle fanciulle alle quali batteva il cuore per Fred, il pianista.
Una di esse era una certa Leopoldina Blahetka, che diventerà pianista e compositrice e che Chopin ebbe modo di conoscere a Vienna.
A proposito di lei, si narra in questo libro un episodio assai curioso.
E’ il 1830 e Chopin, appena ventenne, tiene un concerto nella capitale austriaca.
Il pubblico è entusiasta, tutti lo acclamano e lo applaudono.
Chopin, però, non pago di quel successo, si informa presso i suoi amici presenti in platea riguardo ai commenti dei pubblico.
Gli viene riferito che l’unica a muovergli delle critiche era stata proprio la madre di Leopoldina, fatto che non impensierì per nulla il compositore, il quale chiosò: la signorina figlia del più accreditato critico martella terribilmente sul pianoforte.
Eh, Leopodina! Si era innamorata di Chopin!
C’è da comprenderla, senza alcun dubbio.
Lui però, di lei non ne voleva sapere e prese a diradare le sue visite alla casa di lei, adducendo improrogabili impegni per i suoi concerti.
Per Costanza Gladkowska, invece, il cuore del pianista prese a battere di ardente amore.
Lei era bellissima, bionda con gli occhi celesti, piena di grazia e di molte virtù.
Frequentava il Conservatorio Musicale di Varsavia ed era molto corteggiata dagli ufficiali dell’Esercito.
Chopin l’aveva veduta cantare e ne era rimasto colpito, fu l’amore per lei ad ispirargli alcune splendide pagine musicali, come l’Adagio del concerto in Fa minore.
Una cantante e un pianista, Costanza diede anche ampia prova della sua gelosia per lui, così è l’amore del resto.
Ma nel 1831, a causa della rivolta di novembre esplosa nella sua Varsavia, Chopin lasciò per sempre la sua terra, dove non ritornò mai più.
Laggiù lasciò anche Costanza, alla quale Fred donò un piccolo anello con un brillante.
Il futuro di Costanza sarà sfortunato, i suoi begli occhi cerulei perderanno la vista e piangeranno a lungo per la perdita del suo Fred.
E fu così che Chopin arrivò a Parigi, nella capitale francese ha un’ampia cerchia di amicizie, molte sono le sue frequentazioni mondane.
Il suo fascino colpisce, così come la sua musica e il suo amico Orlowski di lui scriverà:

 Chopin fa girare la testa a tutte le francesi e rende tutti gli uomini gelosi. E’ alla moda, il bel mondo porterà presto guanti alla Chopin.

 Era un tipo ricercato il nostro Fred, portava sempre guanti bianchi, cravatte all’ultima moda e persino gioielli.
Nel 1836 a Dresda, si fidanzò con Maria Wodzińska. Era stato accolto come un figlio dalla madre di lei, ma il padre invece avversava la loro unione e l’amore ben presto naufragò a causa di ciò.
Eh, Chopin! Ovunque andasse infrangeva cuori!
A Londra, tra le sue allieve c’era una certa Mary Stirling, da lui soprannominata poco gentilmente Miss Rebecca, a causa del suo naso aquilino per niente aggraziato.
Questa fanciulla, ahimé priva di qualunque attrattiva, conosceva bene la passione di Chopin per un semplice fiore, la violetta.
E così, pensando di fargli cosa gradita, gli regalava di continuo odorosi mazzolini, per nulla apprezzati dal grande musicista, al punto che Chopin arriverà a scrivere sul proprio libro-giornale:

 …nulla interrompe in monotono trapp-trapp dei battiti del mio cuore… Oh Rebecca, perché mi perseguiti così giorno e notte colle tue violette, colla tua adorazione…col tuo naso?

 Povera Rebecca! Il suo è un amore destinato a non sbocciare!
IL sentimento che Chopin ricerca è altro, come ancora egli stesso scrive:

 ..trapp trapp questo non cesserà dunque mai? Oh, potessi io suonando cacciare il dolore che mi rode il cuore! Eppure la vita è fatta per il piacere e per l’amore. Amore dolce come sogno, dolce come musica, triste e dolce e giocondo amore!

Una grande passione, una passione che travolga tutti i sensi.
Lo incontrerà a breve, a un ricevimento nella capitale francese nel 1838.
Si narra che quella sera Chopin si mise al pianoforte, tra gli ospiti ad ascoltare le sue magie con la tastiera c’è anche lei, Aurore Dupin, nota al mondo come George Sand.
La scrittrice ha sei anni più di lui, è una donna sensuale e ammaliatrice, è stata amata da Prosper Mérimée e da Alfred de Musset.
Chopin, dapprima, pare mostrare verso di lei una spontanea antipatia, ma poi nel suo diario scriverà.

 Che dicevano quegli occhi? Essa s’appoggiava al pianoforte e il suo sguardo di brace mi inondava, la mia anima aveva trovato il suo porto.

 E’ l’amore, che divampa come un incendio.
La salute di Chopin però è debole, soffre di una malattia al petto che lo renderà fragilissimo e proprio per ritemprare la sua salute parte per un viaggio, insieme alla Sand, alla volta di Maiorca.
Affittano una casa e tra lo stupore degli abitanti, fanno arrivare lì un pianoforte ed una stufa.
La Sand ha portato con sé i figli e lascia il malato spesso solo, lui soffre spaventosamente per la sua malattia.
Rimarrà sull’isola cinque mesi e sapete chi sarà la sola ad andare a trovarlo? Miss Stirling, la povera innamorata Rebecca!
Lei, che nelle sua devozione alla morte del grande pianista si occuperà dei suoi funerali e della sua tomba, giunse persino ad acquistare i suoi mobili perché non andassero perduti.
A lei, il grande pianista dedicò due Notturni e sono certa che Miss Stirling li abbia suonati un’infinità di volte!
Ma fu George Sand il grande infelice amore di Fred: con lei tornò a Parigi, dove la Sand lo allontanò dalla cerchia delle sue amicizie per introdurlo del mondo che lei frequentava.
Un amore profondo e passionale, minato dalla debolezza fisica di lui.
Il pretesto per la fine di un sentimento così tormentato sarà una vicenda che riguarda il matrimonio della figlia di George Sand, Solange, Chopin ebbe il torto di esprimersi in favore del marito della ragazza, avversato invece dalla volitiva madre di Solange.
E’ un distacco che lascia il segno, la fine è ormai prossima per Chopin.
Sul suo diario, con profonda amarezza, Fred scriverà:

 Aurore! I tuoi baci mi bruciano come bracieri ardenti!

 Le difficoltà degli ultimi anni della sua vita furono ancora alleviate da Miss Stirling, che lo soccorse anche  economicamente.
Il genio, autore di memorabili composizioni che hanno reso eterno il suo nome,  morì povero, pare che non conoscesse la parsimonia e che avesse sperperato tutti i suoi soldi.
Amava il bel mondo e spendeva a profusione in pranzi e cene, teneva sempre un cocchiere a sua disposizione; era anche molto generoso, a volte non si faceva pagare le lezioni ed era solito elargire denaro ai suoi concittadini polacchi in stato di bisogno.
La morte lo colse ad appena 39 anni, il suo funerale si celebrò nella chiesa della Madeleine, tutta Parigi accorse a dargli l’ultimo addio e per la circostanza l’arcivescovo di Parigi concesse in via eccezionale il canto femminile in quella chiesa.
Fu sepolto nel cimitero di Pere Lachaise, dove ancora i suoi estimatori si recano a porgergli omaggio.
Sulla bara, prima che venisse calata nella fossa, venne gettata, come il musicista aveva richiesto, la terra che lo stesso Chopin aveva portato con sé dalla Polonia, la terra della sua patria.
Quella patria dove tornerà il suo cuore, che si trova conservato a Varsavia, nella chiesa di Santa Croce.
Se andrete a Parigi, andate anche voi a trovare Fred.
Sulla sua tomba ci sono sempre molti mazzi di violette, il fiore che lui tanto amava.
Sapete, gliele ha portate anche una certa persona, per ringraziarlo delle belle emozioni che le hanno regalato quelle note struggenti e romantiche.
Le ha messe lì, ai piedi di quella statua dove si legge: A Fred, ses amis.

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Opere d’arte che decorano le nostre strade, le strisce pedonali vengono ignorate dai più.
Eppure caspita, son ben visibili!
E malgrado l’automobilista medio tenda a trascurarne la presenza, vengono apposte sull’asfalto con scopi tutt’altro che estetici, la loro funzione sarebbe quella di consentire l’attraversamento ai pedoni.
Il concetto è piuttosto semplice: un bipede si presenta di fronte alle strisce e gli altri, quelli muniti di rombanti motori sormontati sotto scintillanti carrozzerie, si fermano, permettendo così all’umano di raggiungere la propria agognata meta.
Ecco, così dovrebbe andare.
Dovrebbe, appunto.
Sulle inveterate consuetudini dei Niki Lauda nostrani ci sarebbe da scrivere un’enciclopedia in dodici volumi, aggiornabile di volta in volta con varie amenità.
Le strisce pedonali, per parte loro, sono spesso palcoscenico di situazioni al limite del tragicomico.
Spesso purtroppo finisce in tragedia e su questo davvero c’è poco da dire, se non che l’incuria e la mancanza di rispetto delle più banali regole del viver civile andrebbero punite con pene draconiane.
In altre circostanze, invece, sembra di vivere in un film.
Osservateli bene gli automobilisti.
Tra quelli che si fermano, più o meno diligentemente, alcuni vi guarderanno con una certa aria di sufficienza, come dire, ti sto facendo un gran favore a fermarmi, vedi di darti una mossa.
Altri, invece, a premere il pedale del freno non ci pensano neanche: decelerano.
Il misero pedone comincia pertanto a porsi amletici interrogativi senza risposta.
Che faccio, vado? Aspetto? I due si osservano, occhi negli occhi per un istante, l’umano decide di sfidare la fortuna, e tenta di attraversare la strada.
Il caso vuole, ahimé, che l’altra corsia sia invece impegnata da un altro asso del volante, che sgommando prosegue bellamente per il suo cammino.
Il pedone esita, indietreggia, si ferma, avanza, tentenna,  inscenando così un simpatico minuetto a centro strada, al quale partecipano altri titubanti utenti.
Alcuni automobilisti, invece, hanno verso le strisce pedonali lo stesso atteggiamento del toro nella corrida.
A testa bassa puntano l’obiettivo con lo scopo di centrarlo, ne sono certa.
Alla sola vista di un umano in procinto di attraversare la strada, questi incauti piloti diventano delle belve, gli si iniettano gli occhi di sangue e a voi, miserandi utenti della strada che tentate solo di arrivare alla fine della giornata, riservano occhiatacce che hanno un chiaro sottotitolo: ma tu proprio adesso devi attraversare? Ma levati dai piedi!
Ne consegue un fuggi fuggi trafelato e spesso una sequela di irripetibili improperi da ambo le parti.
Che vita difficile!
Esiste poi la più temibile delle categorie, ovvero quegli individui che escludono a priori l’esistenza del prossimo, tanto sono concentrati su loro stessi: quelli che guidano telefonando.
Ecco, questi sono talmente presi nelle loro faccende, che proprio non vi calcolano, sappiatelo.
Eh, no! Hanno da fare, caspita! Parlano con la moglie, con l’amante di turno, con il collega, roteano gli occhi in qualunque direzione tranne che nella vostra!
Quindi attenti, se vedete qualcuno da solo al posto di guida e vi accorgete che sta predicando con assoluta convinzione su qualcosa che certamente muterà le sorti del mondo, state fermi.
Non azzardatevi a muovere un passo, rischiate grosso!
E men che meno fidatevi di quegli altri geni, i motociclisti che se ne vanno in giro con il telefonino infilato nel casco, per carità!
Fate conto che stia transitando un carrarmato senza freni, ecco, restate immobili sul marciapiede!
Che fatica vivere, eh?
E poi c’è da sottolineare che non in tutte le parti del mondo le cose vanno in questo modo, eh no!
In terra d’Albione i pedestrians godono del rispetto comune, lo sapete tutti.
E’ sufficiente fermarsi sul marciapiede in prossimità delle strisce pedonali, senza neanche posare il piede sull’asfalto, perché chiunque si fermi.
Macchine, camion, autobus, carrozze a cavalli, davvero chiunque.
Certo, se vi siete banalmente fermati perché sovrapensiero per i fatti vostri, eh, insomma non la prendono tanto bene!
Tuttavia, se non intendete divenire permanentemente sudditi di Sua Maestà, guardatevi bene di abituarvi a tale consuetudine.
Una volta rimpatriati, infatti, rischierete molteplici volte la vita, prima che il vostro istinto di autoconservazione si metta in moto facendovi alzare la guardia nei pressi di un attraversamento pedonale.
Eh, però, malgrado la loro grandeur, i cugini francesi su questo tema sono in grado di darci del filo da torcere!
Avete mai provato ad attraversare gli Champs Elysees, ad esempio?
Il semaforo che regola il transito dei pedoni ha una durata corrispondente a un nanosecondo, durante il quale dovreste essere capaci di raggiungere l’isola posta al centro della carreggiata. Occorre comunque un certo dinamismo e allora ecco frotte di giapponesi lanciarsi all’arrembaggio e accanto a loro manager in doppio petto che si esibiscono in scatti degni di Carl Lewis.
Eh, i francesi!
Li avete mai visti sfrecciare come schegge in Place della Concorde?
Avete mai visto come affrontano la rotonda dell’Etoile?
Mi ritrovai in quella piazza, una volta, a bordo di un taxi. Il tassista guidando a tutta birra, riuscì ad agghiacciarmi uscendosene con questa gioiosa esclamazione: si tenga forte, signorina, ora ci buttiamo nel traffico dell’Etoile!
Come, ci buttiamo? Non si potrebbe inserirsi cautamente in rotatoria osservando tutte le dovute precedenze ed evitando di schiantarci da qualche parte?
Arrivavano macchine da tutte le direzioni e in effetti ancora non so come abbiamo fatto ad infilarci là in mezzo, ma questa è un’altra storia, un giorno vi racconterò i tassisti della mia vita, che esperienze!
In tutto ciò un pensiero può essere di conforto: se riuscirete uscire incolumi dal traffico parigino, avrete superato uno degli esami più difficili, certo è una buona scuola.
Tornerete a casa, vi presenterete al solito attraversamento che ogni giorno affrontate e troverete il gradasso di turno che fa del suo meglio per complicare la vostra vita e magari riuscirete a gestire la situazione con maggior sicurezza.
Succede dovunque, ogni giorno.
Avanti, fatevi coraggio, guardate a sinistra, poi a destra e che il cielo vi aiuti!

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Una bionda bellezza, una fanciulla inquieta e pretenziosa, capricciosa quanto insolente.
Anna Coupeau, detta Nanà, fa la sua prima apparizione nell’Assomoir, il romanzo nel quale Emile Zola narra le vicende di sua madre, la lavandaia Gervaise.
E’ un mondo dal quale Nanà vuole fuggire e già in quel romanzo si delinea la sua personalità, da bambina dà già dei pensieri e da adolescente si ritroverà ben presto ad esercitare l’unico mestiere che non le costa fatica: vendersi in bettole di quart’ordine.
Oh, da allora ne ha fatta di strada Nanà!
Il romanzo che porta il suo nome si apre con una situazione di attesa e curiosità.
Parigi, un teatro gremito di spettatori, tutti fremono, aspettano la messa in scena dello spettacolo più atteso dell’anno: la Blonde Venus.
E tra le poltroncine si alza sommesso un brusio, un vociare, un chiacchiericcio, tutti parlano di lei, di Nanà che a breve calcherà le scene nei panni scollacciati e seducenti di Venere.
E Zola vi farà attendere parecchio prima di mostrarvela, ma di lei saprete già parecchio, da ciò che ne dice il pubblico.
Certo, la ragazza non ha molti talenti, è persino stonata, ma le sue doti sono altre:  i fianchi ben torniti, i capelli biondi, lunghi fino alla vita, i seni perfetti, le cosce rigogliose, gli occhi azzurri, le labbra turgide.
E quando sale sul palco, coperta solo da un velo che lascia trasparire le sue splendide fattezze, il pubblico, dimentico delle sue scarse capacità, rimane come stregato, incantato dalla vista di lei e da cotanta bellezza.
Oh, dovevate vederli coloro che deridevano le sue performance canore!
Nessuno rideva più, Nanà era la regina del teatro.
In questo, come in quasi tutti i romanzi del ciclo del Rougon-Macquart, c’è un’abbondanza di personaggi minori che fanno da comprimari e contribuiscono a creare un mondo, ben visibile e reale.
Qui, più che altrove, i personaggi sono molteplici: un impresario, gli attori,  la zia di Nanà, un’altra ragazza anch’essa dedita allo stesso mestiere, e poi una serie infinita di figure minori che fanno da sfondo alla vicenda umana di questa giovane.
E poi gli uomini, gli uomini di Nanà: un banchiere, che lei spenna a dovere, un ragazzo tra le cui braccia Nanà troverà una sorta di purezza, l’attore Fontan, che la maltratta e approfitta di lei, Muffat, un uomo ricco e molto in vista che desidera solo fare di Nanà la propria amante fissa.
Gli uomini: Nanà vive sulle loro spalle, è la causa della loro rovina e della loro disperazione.
All’inizio del romanzo la troverete in una lussuosa casa in Boulevard Haussmann, dove lei abita a spese di un ricco commerciante di Mosca.
L’arredamento è pacchiano, volgare, qua e là, scrive Zola, ci sono cianfrusaglie e chincaglierie: è la casa di una mantenuta, questo è Nanà.
Ed è un continuo andirivieni di uomini, nel suo appartamento, fanno anticamera, l’aspettano per ore e se lei ha la luna storta è capace di buttarli fuori in malo modo.
Non c’è traccia di amore, in questo romanzo, né di sentimenti scaturiti dal cuore di Nanà: lei, semplicemente, non è capace, non conosce affetto, attaccamento, nemmeno per Louiset, il bambino che ha sfortunatamente dato alla luce e che è destinato ad una fine prematura.
Lei non se ne cura, lo lascia ad una zia, e quando se ne separa, non lo fa a malincuore, anzi, quel moccioso le è solo di impaccio.
C’è una scena, in questo romanzo, dalla quale si intuisce chi sia la sola persona importante per Anna Coupeau, a tutti nota come Nanà.
Guardatela, come si rimira nello specchio, con quale compiacimento, è completamente nuda e con il dito sfiora un piccolo neo che ha sul fianco, che vezzo! Si mette di profilo, si contempla, si ammira e gode della vista di sé, mentre l’amante di turno la osserva attonita.
Questa è Nanà, una creatura tanto bella e ambiziosa quanto incapace anche solo di cercarla, la felicità.
Zola delinea perfettamente lo stato d’animo dell’eroina di questo romanzo:

Tuttavia, in mezzo al lusso, circondata da tutta la sua corte, Nanà si annoiava mortalmente. Aveva uomini per ogni minuto della notte, e denaro perfino nei cassetti della toilette, insieme ai pettini e alle spazzole, ma tutto questo non le bastava più, sentiva che le mancava qualcosa, provava un senso di vuoto che la immalinconiva. La sua vita si trascinava oziosamente, fatta delle medesime occupazioni monotone.
L’indomani per lei non esisteva. Viveva come un uccello. sicura del cibo, pronta a dormire sul primo ramo che le capiterà a tiro.

Come si colmano certi vuoti? Con quali contenuti, se non hai la capacità di sentire, di amare, di respirare un’aria diversa dal putridume che ti soffoca?
Non ci riuscirà a scoprirlo, la nostra Nanà.
Vivrà altri momenti di gloria, fasulla e superficiale come sempre, al Gran Prix, quando una cavalla che porta il suo nome si aggiudicherà il primo premio mentre il pubblico scandisce in coro Nanà, Nanà!
Lei, la ragazza che tutti volevano sposare, lei rovina di uomini e vite è destinata a rappresentare con la sua morte, l’immagine di un mondo che ha fine.
Fuori dalla sua stanza un impero sta crollando: sta per scoppiare la guerra tra Francia e Prussia e si sentono le urla, forti ed incalzanti: a Berlino, a Berlino!
E’ la fine di un’epoca, contemporanea all’ultima scena recitata dalla più ambita cortigiana di Parigi.
Nel suo letto, devastata dal vaiolo che la priva di ogni bellezza che un tempo fu il suo vanto, si trasfigura, diventa una maschera mostruosa e grottesca, il suo corpo ammorba l’aria e l’avvelena.
Fuori, la corte degli amanti di Nanà la ricorda con un certo rammarico, non si può credere che una donna così bella faccia una fine così.
Uno di loro è lì dalle sei di mattina. E’ il conte Muffat, ogni mezz’ora chiede notizie, non si dà pace di perdere colei che ha sempre amato, malgrado non sia mai stato ricambiato.
Un impero crolla e tra le sue macerie rovinosamente finisce il regno di una giovane donna,  un tempo desiderata, contesa e ambita.
Era conosciuta come Nanà, ma il suo vero nome era Anna Coupeau.

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Questa è la storia di Denise Baudou, creatura buona e generosa,  protagonista del romanzo  “Al paradiso delle signore”, che Emile Zola pubblicò nel 1883.
Per raccontarvi di lei ho scelto questo titolo  in opposizione a quello che diedi  al mio articolo dedicato a Gervaise Macquart, indimenticabile eroina dell’Assomoir, per la quale la bontà fu, fatalmente, una sventura.
Si notano molte differenze tra queste due opere, entrambe parte del ciclo dei Rougon-Macquart, sia nell’ambientazione che nel carattere primario delle figure che vi sono descritte.
Non ci sono, in questo libro, né bettole né ubriaconi, Denise si muove in ben altro mondo.
E mentre l’Assomoir appartiene al filone di romanzi nei quali la predestinazione verso il male e la sciagura, verso la corruzione e la perdizione, è più forte delle buone intenzioni dei protagonisti, il testo che invece narra la storia di Denise si inserisce in tutt’altro scenario.
E mentre Gervaise, a causa della sua bontà, è destinata a precipitare in un gorgo, la grandezza di cuore di Denise riceverà il suo meritato premio e per lei si prospettano l’ascesa e il successo.
Eppure anche a Denise è toccata la sua parte di sfortuna.
Al principio del romanzo, assistiamo al suo arrivo a Parigi, dove la ragazza si reca presso uno zio sperando di ottenere un aiuto.
Denise è giovane, mingherlina, non particolarmente attraente e porta in dote due fratelli minori, dei quali si fa carico da quando entrambi i genitori sono mancati.
Lo zio ha una piccola bottega, ma gli affari non vanno troppo bene, come capita a molti altri piccoli commercianti.
Questo, parallelamente allo snodarsi della vicenda umana e personale di Denise, è l’altro tema del romanzo ed è assai più attuale e moderno di quanto ci si aspetterebbe nel leggere un libro di più di cent’anni fa.
Il Paradiso delle Signore è un grande magazzino di proprietà di Octave Mouret: vende abiti, stoffe, mantelle, pizzi, guanti, accessori, insomma ogni ben di Dio per le signore e signorine amanti dell’alta moda.
Fioriranno uno dopo l’altro nel centro di Parigi, lungo i suoi boulevard, questi magasins de nouvetés, con i loro scaffali ridondanti di merci di ogni genere.
E intorno, per i piccoli commercianti è la rovina.
Lo racconta lo zio di Denise con queste parole:

- Stai a sentire: il Bedorè e sua sorella con il negozio di cuffie e berrette in Via Gallion, hanno già perso una buona metà clienti. Dalla Tatin che ha la bottega di biancheria in Galleria Choiseul, son costretti a ribassare i prezzi, a fare a chi vende per meno.

Tutta colpa di quel Mouret, è certo.
Il quale si può permettere persino le offerte speciali, maledetto!
Interviene la moglie nella conversazione e ribadisce che la faccenda ha dell’incredibile. Là al Paradiso delle Signore c’è persino un reparto per i guanti! Ma ci si può credere? E gli ombrelli? Insieme alle stoffe? Che idee! Ah, ma Bourras, che ha una piccola bottega di ombrellaio, terrà duro, si sbaglia quel Mouret, se crede che gliela darà vinta tanto facilmente.
Octave Mouret è un affarista, un imprenditore lungimirante e privo di scrupoli.
In tutto il corso del romanzo si darà da fare per acquisire i terreni su cui sorgono i piccoli negozi ed ingrandire così il suo regno e loro, le vittime del progresso che avanza e schiaccia inesorabilmente il più debole, lotteranno fino al stremo per i loro diritti calpestati.
E’ un seduttore, Octave, uno che di donne ne ha quante ne vuole, si diletta spesso e volentieri tra le dipendenti del Paradiso.
E lì, tra loro, arriva anche Denise.
Trova una sistemazione per i fratelli e, contro il parere dello zio, va al lavorare come commessa dal nemico di tutto il quartiere.
Dormirà, insieme ad altre colleghe, in una delle stanzette ricavate dal solaio, destinate alle ragazze che a Parigi non hanno famiglia.
E non avrà vita facile la giovane Denise: al reparto presso il quale è addetta, tra pari, sono all’ordine del giorno gli sgarbi, la prevaricazione ed il pettegolezzo e lei, più di una volta, dovrà difendere se stessa e il suo buon nome.
E’ virtuosa Denise, è una che lavora sodo senza scendere a compromessi e non aspira, neanche a pensarci, a risolvere le angustie della sua esistenza diventando l’amante di qualcuno.
No, è di tutt’altra pasta Denise, è una che stringe i denti e va avanti, nonostante tutto.
Ma entriamo insieme dove lei lavora, al Paradiso delle Signore, il tempio del lusso e del consumismo.
Oh che grandezza! E quanta gente!
E’ quel che ci vuole, per far funzionare un posto così. Gente da tutte le parti, Mouret voleva frastuono folla, vita, perché la vita, diceva, attira la vita.
E dovevate vedere la calca, per la fiera del bianco! E che splendore l’atrio con il pavimento fatto di cristalli e le gallerie, dai nomi poetici, paese boreale, contrada nevosa.
E poi bianchi promontori di tela e di lino, asciugamani, lenzuoli, bottoni di madreperla, una decorazione interamente creata con calze di lana e poi cappellini a decine e coperte, nastri, trine, merletti. E ancora tende, mussoline, veli, sete!
Ed ovunque bianco, niveo, candido, accecante.
E la folla che rapida sciamava per le sale, scrive Zola, sembrava nera, come in una gigantesca, spettacolare pista di pattinaggio.
Zola, come sempre era solito quando scriveva i suoi romanzi, passò giorni e giorni nei grandi magazzini di Parigi, annotando, prendendo appunti di ciò che vedeva, riproducendolo poi in questo suo capolavoro.
E’ una fiaba moderna il Paradiso delle Signore e la vicenda Denise, come da copione, avrà il suo lieto fine.
Pur essendone innamorata sarà lei, l’unica, a respingere Octave, uomo certo poco aduso a ricevere dei rifiuti.
E dopo aver tollerato angherie di vario genere, la ragazza diventerà caporeparto al Paradiso delle Signore.
Ha le idee chiare Denise, è dolce, buona ma determinata. E sa farsi rispettare: ad una cliente che la fa impazzire con una mantella dice candidamente che il solo motivo per cui non le dona è perchè la signora è in sovrappeso.
Sfacciata ed impudente, la ragazza di provincia!
Ed è lei che Octave vuole, ed è lei che chiede in moglie.
Accadrà nelle ultime righe del romanzo, come si conviene ad una fiaba, con la promessa che il futuro sarà luminoso e felice.

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