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Esistono al mondo diverse forme di amore e questa è una storia che narra di un sentimento eterno, di un affetto sconfinato che colma il cuore di gioia.
E sapete come inizia questa storia?
Proprio come una fiaba, state a sentire.
C’era una volta un Re che sedeva sul trono di Spagna e il suo nome era Filippo II.
E sapete, questo sovrano aveva certi rapporti con una famiglia genovese molto importante, una famiglia che dimorava in una magnifica villa nella zona di Fassolo.
E questo è il giardino, il giardino dei Principi Doria.

Palazzo del Principe (9)

E tra i rappresentanti di questa celebre famiglia c’era il Principe Giovanni Andrea, erede dell’Ammiraglio Andrea Doria e figlio di Giannettino,  tragicamente ucciso  all’epoca della congiura dei Fieschi, una vicenda della quale vi ho già parlato in questo articolo.
Un prode Giovanni Andrea Doria, all’età di otto anni era già a bordo delle galee di famiglia e divenne in seguito un eroico combattente, si distinse nella battaglia di Lepanto e Filippo II fece di lui il Comandante Supremo della flotta del Mediterraneo e lo nominò membro del Consiglio di Stato.
E un bel giorno il Re di Spagna decise di fare un dono a Giovanni Andrea, ma cosa si può regalare a un principe?
Oh, di sicuro a lui non mancava nulla, poteva permettersi ogni lusso!
E così il sovrano ebbe un’idea geniale: diede in dono a Giovanni Andrea un cane, un fedele molosso di nome Roldano.
E il suo padrone gli volle bene da subito, si rivolgeva a lui chiamandolo il Gran Roldano.
Giovanni Andrea era un principe ma certi sentimenti sono uguali per chiunque, immagino che lui e il suo caro amico a quattro zampe si siano goduti piacevoli passeggiate e che abbiano condiviso momenti di vera amicizia.
Il principe era davvero affezionato al suo cane e questo è uno dei ritratti che potrete ammirare a Palazzo.
Eccolo il Gran Roldano, di lui si cura un giovane paggio.

Il Gran Roldano Dear Miss Fletcher

Roldano accompagnò Giovanni Andrea finché ebbe vita e tutti voi potete figurarvi quale affetto li unisse.
E si sa, il destino è anche crudele, a volte ci sottrae i nostri affetti più cari, così accadde a Giovanni Andrea.
Il Gran Roldano, compagno di tante avventure, terminò la sua esistenza terrena nel settembre del 1605, con grande dolore di Giovanni Andrea  e questi, memore del grande affetto che gli aveva riservato il suo più caro sodale, volle ricordarlo nella maniera più consona.
E ricorderete, alle spalle della Villa dei Doria c’erano dei grandi giardini e un’immensa statua, il Gigante.
Giovanni Andrea volle che il Gran Roldano fosse sepolto ai piedi di quel possente monumento, una lapide commemorativa chiudeva la sua tomba.
E inoltre, tra i suoi ricordi più cari, Giovanni Andrea conservò gelosamente proprio quella spazzola d’argento che avete appena veduto nel quadro soprastante, con gli amici si fa così, si tiene da parte ciò che ci rammenta certi giorni belli.
E chissà quante volte Giovanni Andrea avrà sospirato davanti a questo quadro che si trova nel palazzo di Fassolo e  che ritrae il Principe  insieme al suo amico prediletto!

Giovanni Andrea Doria e il Gran Roldano Dear Miss Fletcher (2)

La fama di questa sepoltura impressionò persino certi viaggiatori.
La memoria del Gran Roldano è presente nell’epistolario di  Thomas Browne, il fedele molosso viene nominato in una lettera di Edward, fratello di Thomas.
E’ il 1664 ed Edward è in visita nella Superba e con grande meraviglia scrive che la cosa più strana che abbia veduto in questa città è la tomba di un cane di nome Roldano collocata ai piedi della statua di Giove, riporta persino la trascrizione della lapide.
E non è finita!
Il mio caro amico Eugenio mi ha narrato un aneddoto che è una vera chicca e così come mi è stato riferito io lo racconto a voi.
A quanto pare, ai primi dell’Ottocento la salma del Gran Roldano venne riesumata e i suoi denti furono utilizzati come ornamento, di dubbio gusto a mio parere, per gli orecchini di una gran dama.
E sapete cosa capitò?
Alcuni orefici senza scrupoli si misero a vendere orecchini con denti di cane spacciandoli per quelli di Roldano!
Pensate quanto era celebre questo cane!
E così veniamo ai giorni nostri, alla mia visita a Palazzo del Principe.
Il responsabile del Museo mi dice di sapere precisamente dove si trova questa lapide e ci lasciamo con la promessa di tornarci insieme, a quanto sembra è coperta dalle erbacce ed è praticamente impossibile trovarla se non se ne conosce la precisa collocazione.
Accidenti! Io ho una curiosità! Vado lo stesso, ci provo!
E così, una bella mattina di maggio ho praticamente messo in subbuglio un intero quartiere.
Mi sono detta: chiedo a tutti quelli che incontro, semplice no?
E quindi ho imboccato Via Pagano Doria e credo di aver ripetuto almeno venti volte la frase:
- Mi scusi, per caso sa dov’è la lapide di Roldano?
Sguardi perplessi e attoniti:
- E chi è questo Roldano?
E insomma, un signore mi ha garantito di abitare lì da sessant’anni e di essere certissimo che non ci sia nessuna lapide, lo stesso mi ha detto decisa una signora di una certa età.
E alla fine ho trovato due genovesi che mi hanno gentilmente mostrato l’agognata lapide.
Volete la fotografia? Eccola qua!
Non si vede niente ma mi pare giusto mostrarvela.

Lapide Roldano Dear Miss Fletcher

Esimio Comune di Genova, premesso che sono consapevole che questa città ha problemi ben più gravi, avrei da avanzare un’umile richiesta.
Sempre ammesso che sia di vostra competenza, gentilmente si potrebbe togliere tutte queste erbacce che deturpano la lapide?
Non è un marmo qualsiasi, questo è stato posto in memoria del Gran Roldano!
Eh, lo so che è già arduo che si conservi il ricordo degli uomini, figuriamoci quello dei cani, ma sarebbe un’iniziativa apprezzabile.
E che ne dite di segnalare con un cartello la presenza di questo reperto?
E poi, come vi ho detto, ho messo in allarme un’intera strada, gliela vogliamo far vedere questa benedetta lapide agli abitanti di Via Pagano Doria oppure no?
E ad eterna memoria del Gran Roldano che visse per lungo tempo accanto al Principe Giovanni Andrea Doria queste sono le parole incise su quel marmo.

QUI GIACE IL GRAN ROLDANO CANE DEL
PRINCIPE GIO. ANDREA DORIA IL QUALE
PER LA SUA MOLTA FEDE E BENEVOLENTIA
FU MERITEVOLE DI QUESTA MEMORIA ET
PERCHE’ SERVO IN VITA SI’ GRANDEMENTE
D’AMBIDUA LE LEGGI FU ANCO GIUDICATO
IN MORTE DOVERSI COLLOCARE IL SUO CENERE
APPRESSO DEL SOMMO GIOVE COME VERAMENTE
DEGNO DE LA REAL CUSTODIA
VISSE XI ANNI ET X MESI MORSE IN SETTEMBRE DI 1605 GIORNO 8 HORA 8 DE LA NOTTE

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E vi porto ancora nella villa regale di Andrea Doria.
Il cielo è azzurro e regala una bella luce all’edificio che si erge maestoso davanti al mare.
Un palazzo magnificente, costruito per volere di Andrea e reso ancora più splendido dal suo successore Giovanni Andrea.
Correva l’anno 1529 quando il celebre e stimato ammiraglio fece avviare la costruzione della sua amata dimora.

Palazzo del Principe (2)

Su questo lato si trova lo splendido portale.

Palazzo del Principe (3)

E qui, dove abitò un uomo come Andrea che si distinse per il suo valore e per la sua grandezza, le figure femminili che dominano il portale rappresentano la Pace e l’Abbondanza, al centro si può notare lo stemma della famiglia Doria.

Palazzo del Principe (4)

Sulla facciata una lapide ricorda uno dei più celebri ospiti del palazzo, il compositore Giuseppe Verdi che, come si legge sul marmo, qui visse in gagliarda vecchiezza operoso.

Verdi

E poi si varca la soglia, si entra nel favoloso giardino.
E oggi questo articolo sarà ricco di immagini, forse più del solito, non soltanto perché questo è un luogo da visitare.
E’ anche occasione per porsi una domanda.
Per quale ragione dimentichiamo con tanta facilità la nostra grandezza passata?
Perché non sappiamo rendere omaggio a ciò che eravamo e a quel che siamo stati?

Palazzo del Principe (6)

Cammino e rifletto, penso alle nazioni che non hanno storie antiche alle spalle e mostrano con fierezza edifici che risalgono a 200 anni fa.

Palazzo del Principe (7)

Questo luogo è invece l’anima della potenza di Genova.
Genova che fu la Dominante dei Mari, noi oggi ce le dimentichiamo troppo spesso.

Palazzo del Principe (8)

Il sole gioca con le ombre e fa riflettere le sagome dei vasi sul selciato.

Palazzo del Principe (9)

Qui trovate una fontana che ancora non vi ho mostrato, è la fontana dei delfini.

Palazzo del Principe (10)

La grazia, la bellezza e l’armonia.
E sapete, ho scordato di dirvi che non occorre pagare alcun biglietto per visitare il giardino, potrete camminare qui, dove vennero le dame e i capi di stato.
Basta varcare la soglia.

Palazzo del Principe (11)

Alle spalle della fontana troverete un’epigrafe.
E noi perché non abbiamo memoria?
Perché dimentichiamo?
Perché non sappiamo più leggere il nostro passato?
Questa è la lapide, è in latino e ricorda la costruzione dell’acquedotto e delle fontane del giardino del palazzo.

Lapide

In questo palazzo, in questa dimora.

Palazzo del Principe (13)

All’ombra del porticato, davanti al mare che romba, questa è la casa di Andrea, principe di Melfi e uomo che dovrebbe suscitare orgoglio nei genovesi.
Siate fieri di essere suoi concittadini.

Palazzo del Principe (12)

E allora entriamo nei suoi appartamenti.

Palazzo del Principe (14)

Quando verrete qui troverete persone che vi narreranno tutto ciò che occorre sapere, studiosi competenti di arte e di architettura che vi racconteranno il Palazzo e i suoi misteri.
Io lo faccio alla mia maniera, per me camminare in posti come questo è un sogno ad occhi aperti, così vi porto nel mio sogno.
E questo è l’atrio, qui troverete bassorilievi e statue, antichi sarcofagi.

Palazzo del Principe (16)

Uno sguardo al soffitto, qui lavorò Perin del Vaga.

Palazzo del Principe (17)

Toh, una portantina! Ma è ovvio, con tutto questo andirivieni di notabili serviva eccome!

Palazzo del Principe (18)

E poi si sale lo scalone.

Palazzo del Principe (19)

E si giunge nella Loggia degli Eroi:  qui Andrea Doria fece affrescare le gesta dei suoi antenati, sono loro ad essere ritratti ancora dall’artista Perin del Vaga.

Palazzo del Principe (25)

Gli eroi di famiglia effigiati come antichi romani.
Tra loro c’è Oberto Doria l’eroe della Meloria, Corrado che conquistò Porto Pisano e Lamba che sconfisse i Veneziani a Curzola.
E sono splendidi e perfettamente restaurati questi affreschi.

Palazzo del Principe (21)

E guardate sopra di voi.

Palazzo del Principe (26)

E ancora altri rappresentanti della nobile famiglia.

Palazzo del Principe (23)

Un capolavoro che preannuncia ciò che troveremo.

Palazzo del Principe (24)

Un salone splendente, il salone dei Giganti, in questa sala troverete certi ritratti dei quali vi parlerò in una diversa circostanza, sono certa che rimarrete stupiti di ciò che ho da raccontarvi.

Palazzo del Principe (28)

Un salone regale, alle pareti si possono ammirare splendidi arazzi.

Palazzo del Principe (27)

E il soffitto è ancora opera di Perin del Vaga, con il suo pennello dipinse Giove che folgora i Giganti.

Palazzo del Principe (30)

Ecco un’altra stanza dove sono esposti altri arazzi.
Provengono da Bruxelles e risalgono al 1525.

Palazzo del Principe (33)

Gli arazzi finemente intessuti rappresentano i mesi.

Palazzo del Principe (34)

Ecco febbraio in tutta la sua luminosa e raffinata bellezza.

Palazzo del Principe (35)

Una stanza dietro l’altra e finalmente si incontra il padrone di casa, ha una certa età ormai e sfoggia una bella barba bianca.
Signori, salutate il principe Andrea Doria.

Andrea Doria

Un grande uomo  e i suoi simboli, qui ancora c’è il suo profilo e le sue potenti galee.

Medaglia

E poi ecco una stanza dove riposarsi!
Oh, finalmente! Peccato che il letto sia così corto, come al solito!

Palazzo del Principe (36)

Che bei sogni però, alle pareti ci sono quadri dipinti da Domenico Piola.

Palazzo del Principe (38)

E sono putti e paffuti angioletti che circondano l’aquila che è simbolo dei Doria.

Palazzo del Principe (37)

Una stanza che risplende d’oro.  Oh, io quasi quasi mi fermerei qua!

Palazzo del Principe (32)

E poi la Galleria Aurea voluta da Giovanni Andrea Doria.
E’ una grande sala, ai nostri tempi la si può affittare per i ricevimenti, credo che venire qui a festeggiare le proprie nozze potrebbe essere davvero fiabesco, non pensate anche voi?

Palazzo del Principe (39)

E sono lussuosi ed eleganti gli arredi, lo vedete da voi.

Palazzo del Principe (40)

Sopra di noi volteggia la Fama che diede onore a molti membri di questa famiglia.

Palazzo del Principe (41)

Ecco un prezioso torciere con l’aquila,  simbolo araldico dei Doria.

Palazzo del Principe (45)

C’è una piccola cappella dove raccogliersi in preghiera.

Palazzo del Principe (43)

E un trono! Eh, da queste parti bisognava essere preparati, arrivavano ospiti illustri, mica si può far sedere un sovrano su una sedia qualunque, eh no!

Palazzo del Principe (42)

E sì, venivano re, dignitari e nobili.
E adesso ci sono io, che piacevole sensazione.
Cammino, mi guardo attorno, ascolto chi mi accompagna e mi racconta la storia del palazzo.
Oh, ma lo sapete? Io credevo che avrebbe iniziato il suo discorso così: c’era una volta….
E già!
C’era una volta un principe e aveva la sua principessa, si chiamava Peretta Usodimare.
E adesso stiamo per entrare nel suo appartamento.

Palazzo del Principe (46)

Oh, ancora arazzi!
Le pareti ne sono ricoperte!
E qui davvero è il caso di usare quell’incipit delle fiabe.
C’era una volta una potente flotta che partì da Messina, la città che vedete ritratta in questa prima immagine.
E questi sono arazzi a memoria della gloriosa battaglia di Lepanto che avvenne nell’anno 1571, i nemici erano i turchi, tra loro il temibile Pialì Pascià e il corsaro Occhialì.
E tra i prodi che partirono sfidando le onde c’era anche Giovanni Andrea Doria con le sue galee.
Che libro di avventure la storia!

Palazzo del Principe (47)

Ecco i possenti schieramenti pronti a scontrarsi.

Palazzo del Principe (48)

Ed ecco il fiero vessillo di San Giorgio che sventola sulle galee.

Palazzo del Principe (49)

Ed ecco la battaglia con la quale il nemico verrà sbaragliato, un trionfo da ricordare.

Palazzo del Principe (5)

Un salone splendido, esserci è un sogno meraviglioso.

Palazzo del Principe (50)

E poi ancora altre sale, troviamo ritratti e opere d’arte d’ogni genere. Ecco Anna  Pamphilj, ma che abito meraviglioso, a volte mi piacerebbe essere principessa per un giorno!

Ritratto

Opere del Bronzino e della scuola del Tiziano, qui vedete un dipinto attribuito a Rubens, il ritratto del Cardinale Infante Ferdinando d’Asburgo.

Palazzo del Principe (52)

E ancora si sogna ad occhi aperti.
E quest’ultima parte dell’appartamento  comprende stanze private della famiglia Doria Pamphilj, stanze vissute dai discendenti di Andrea quando sono qui, nel loro palazzo genovese.

Palazzo del Principe (53)

Un lusso sontuoso e ricco.

Palazzo del Principe (54)

E sembra davvero di vivere in un altro tempo. Ma che altro è il sogno se non questo? Essere in un luogo che ti fa immaginare il suono di un’arpa, il profumo dei fiori, pare quasi di udire le gonne fruscianti delle dame, pare di sentire le loro parole sommesse e laggiù c’è un gentiluomo, ritto e fiero, lo vedete anche voi, vero?

Palazzo del Principe (55)

Ci sono gli antichi arredi, le specchiere e i ritratti degli grandi dame di casa.

Palazzo del Principe (56)

E c’è una slitta per giocare sulla neve!

Palazzo del Principe (57)

Ci sono candelabri che un tempo ressero candele per rischiarare il buio e cofanetti per i preziosi gioielli.

Palazzo del Principe (58)
Ci sono scrigni per celare segreti, anche i principi e le principesse hanno i loro misteri!
Palazzo del Principe (59)

C’è lo splendore di una dimora nobiliare, con il suo passato e le testimonianze di ciò che è stato.

Palazzo del Principe (60)

E qui termina la visita alle sale della Villa di Andrea Doria, uno dei palazzi più belli di Genova.
Avete veduto il giardino e la grotta, questo è lo splendore di una dimora nobiliare e qui trovate ancora il sito di Palazzo del Principe.
E come vi ho già anticipato, ci sono dei quadri che ancora devo mostrarvi, presto ne capirete la ragione, ho una bella storia ancora da raccontarvi.
E oltre a ciò ho in serbo per voi una bella sorpresa che vi coinvolgerà direttamente, domani vi svelerò di cosa si tratta, spero che ne siate contenti e che susciti il vostro interesse e il vostro entusiasmo.
Spira il vento di mare sulla casa che appartenne al Principe di Genova, spira il vento e smuove lo stendardo sul portone al di là del quale si può vivere un sogno.

Palazzo del Principe

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Una ricca dimora ed un sontuoso giardino appartenuti ad un illustre e stimato genovese, il Principe Andrea Doria.
Fu lui a volere che venisse edificato lo splendido Palazzo di Fassolo, sito al di fuori della Porta di San Tommaso e questo divenne il suo luogo prediletto come lo fu per il suo discendente Giovanni Andrea Doria.
Una posizione incantevole, la villa si affacciava direttamente sul mare, alle sue spalle le dolci colline erano un tripudio di giardini a terrazze, con boschetti, fontane e splendide statue.
Molto è mutato da quei tempi ma questo palazzo ha conservato tutta la magia e la bellezza degli anni passati, per chi visita Genova è una meta da non perdere.

Palazzo del Principe

Oh, che ricevimenti e che feste in questa dimora!
Non ci si faceva mancare nulla: concerti e sfide a scacchi, intrattenimenti con i giocolieri e fuochi artificiali.
In questa villa vennero i più grandi rappresentanti delle politica e del potere, sovrani e nobili furono ospiti della splendida dimora di Fassolo.
Correva l’anno 1533 e a Genova giunse l’imperatore Carlo V.
Venne accolto con tutti gli onori e rimase a Palazzo per dodici giorni, Andrea lo impressionò con gran sfoggio di magnificenza.
Per l’imperatore fece imbandire un sontuoso banchetto che si tenne a bordo della galea capitana.
E c’erano musici e cantori, le vivande vennero servite in ricche stoviglie d’oro e d’argento.
E al termine di ogni portata i ricchi piatti venivano buttati a mare! Che ricchezza Andrea Doria!
Oh, che meraviglia!
L’imperatore era allibito da tanta noncuranza, certo non sapeva che l’ammiraglio aveva fatto sistemare delle reti da pesca sul fondo del mare per recuperare le sue sontuose stoviglie che sarebbero state tratte a riva con tutta comodità dai servitori di casa Doria.
Fasto, sfarzo ed eleganza.

Palazzo Del Principe (2)

Tutto il bel mondo soggiornò al Palazzo di Fassolo, tra gli altri vennero Maria D’Austria, la Regina Margherita di Spagna e Napoleone.
La storia è passata per queste stanze, ancora adesso si respira un’atmosfera particolare.
E oggi vi porto nel giardino del Principe, a passeggiare tra i fiori e le piante di agrumi.
Il sole proietta le ombre sotto al porticato.

Palazzo del Principe (3)

E subito si trova una prima fontana.

Palazzo del Principe (4)

E’ ancor più suggestiva vista dall’alto.

Palazzo del Principe (5)

Passeggiando nel giardino, davanti alla fontana del Nettuno.
E lo splendore el la meraviglia vi coglie.
Nel giardino dei Principi.
E mi viene alla mente una notizia che ho letto su un libro di Luigi Tommaso Belgrano.
Signori, pare che il Principe Giovanni Andrea Doria avesse una persona di servizio incaricata esclusivamente di preparare le torte.
Si chiamava Maria Anselma colei che aveva questo dolce compito!
E io me lo immagino Giovanni Andrea che si rilassa nel suo giardino pregustando una fetta di chissà che dolce prelibato!

Palazzo del Principe (6)

E fu proprio Giovanni Andrea a commissionare per questa Villa un’uccelliera, ora non più esistente.
Aveva una cupola con l’immagine dell’aquila, simbolo araldico dei Doria.
E vi era all’interno un boschetto di cipressi, qui c’erano vari tipi di uccelli e dei regali fagiani.
Ma senti, senti!
Attorno è tutto un cinguettare!
Oh, io sono convinta che generazioni di pennuti si siano passati la voce riguardo alla favolosa uccelliera del Principe!

Uccellino

E anche loro vengono in visita e ci fanno compagnia, c’è un certo via vai, che meraviglia!

Uccellino (2)

Passeggiando nel verde, tra i fiori odorosi così magistralmente disposti dai giardinieri.

Palazzo del Principe (7)

Un giardino curato, come sempre dovrebbero essere gli spazi verdi.
Ma questa è ancora la dimora della famiglia Doria Pamphilj, è loro proprietà e a loro va il merito di aver aperto il Palazzo alla città.

Palazzo del Principe (9)

E così anche noi possiamo godere di tanta bellezza.

Palazzo del Principe (10)

E ci appaga la dolcezza del profumo fresco e delicato delle tante piante che arricchiscono questo giardino, sbocciano le rose attorno alla fontana.

Palazzo Del Principe (11)

Le piante diventano sculture, è un’arte antica.

Palazzo del Principe (12)

E quasi quasi apro il mio ombrellino parasole e prendo posto su una panchina!

Palazzo del Principe (27)

E sbocciano i piccoli semplici fiori.

Palazzo del Principe (8)

E gli agrumi spandono il loro effluvio odoroso, credo che Andrea Doria sia contento di sapere che il suo giardino sia così ben tenuto!

Palazzo del Principe (15)

Ogni scorcio riempie lo sguardo di bellezza.

Palazzo del Principe (16)

Ed è imponente e regale la statua al centro della fontana.

Palazzo del Principe (17)

Tutto è sontuoso e magnifico.

Palazzo del Principe (18)

Tutto richiama al senso di potenza e di grandezza, il dio del mare è il signore del giardino di un grande ammiraglio che compì imprese memorabili.

Palazzo del Principe (19)

E’ armonia, colore e bellezza.

Palazzo del Principe (13)

Ed è nelle tinte dei fiori, nella scelta delle piante che non è certo casuale.

Palazzo del Principe (22)

Si coglie un senso di semplicità ma i fiori sono scelti tenendo a mente un giardino ideale e reale, il giardino del ‘500 e del ‘600.

Palazzo del Principe (23)

E risplende delle tinte della primavera il giardino del celebre Ammiraglio.

Fiori (5)

Tutto sboccia, fiorisce e vive.

Fiori (3)

Celeste come il cielo della bella stagione.

Fiori

Rosa come la timida ritrosia di certe dame di altri tempi.

Fiori (2)

Certi petali  paiono di velluto.

Fiori (4)

E le  rose danzano al vento cantando un inno alla vita.

Fiori (6)

Nel cuore della città, questa inaspettata meraviglia.

Palazzo del Principe (24)

E sono anche sicura che Andrea Doria non sia affatto contento che gli abbiano costruito la sopraelevata davanti a casa, dev’essere piuttosto interdetto.
E lo capisco bene! La penso esattamente come lui!
Pensate che meraviglia quando davanti alla Villa c’era semplicemente il mare.
Ma i tempi cambiano, mutano le esigenze.
Resta la grandezza e il nome che suscita rispetto e stima, Andrea Doria è una figura di grande rilievo per questa città.

Palazzo del Principe (25)

E così, se ancora non conoscete il Palazzo, vi invito a venirlo a scoprire.
Entreremo insieme nelle splendide sale della dimora, intanto qui trovate il link del Palazzo dove potrete reperire le informazioni necessarie alla visita.
Venite a rendere omaggio alla grandezza di un genovese che ha fatto la storia in questa che fu la sua dimora prediletta.

Palazzo del Principe (21)

Venite qui, guardate verso i giardini e verso il mare, verso lo splendore della dimora di Andrea Doria.

Palazzo del Principe (26)

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 La storia a volte è fatta di piccoli gesti eroici.
La storia a volte si compie grazie ai più giovani, è il caso del celebre Balilla, a Genova tutti conoscono il suo nome.
Balilla, il ragazzo che scagliò verso gli odiati austriaci il sasso che diede il via alla rivolta del dicembre del 1746.
La sua vicenda è nota, se volete leggerla l’ho già raccontata in questo post.
E oltre a lui vi fu un altro bambino che fece la sua parte e diede il suo prezioso contributo.
Si sa poco di lui, si sa che aveva circa dieci o undici anni, lo chiamavano Pittamuli e aveva il coraggio e la sventatezza della sua giovane età e questo è ciò che avvenne in quei freddi giorni d’inverno.
Una rabbia crescente alimentava i cuori, i soldati austriaci che si trovavano in Val Bisagno tentavano di entrare in città ma a contrastare la loro azione trovarono il popolo di Genova.
Tumulto, disordine e confusione, la buona gente del quartiere era in allarme, alcuni dei soldati nemici armati fino ai denti avevano preso possesso di un’osteria che si trovava dalle parti del Ponte di Sant’Agata, non c’era verso di stanarli da lì.
E allora sapete cosa accadde?
Tra coloro che reagirono contro gli austriaci c’era proprio questo ragazzino soprannominato Pittamuli.
Eccolo, si fa largo tra i suoi concittadini e giunge proprio di fronte all’osteria.
Mi pare di vederlo, un piccolo coraggioso che nulla teme, in mano regge una fascina alla quale appicca il fuoco.
Ha anche un’arma, una pistola con la quale sparerà al primo austriaco che gli si parerà davanti.
E poi insieme agli altri che erano con lui sparerà ancora, getterà la sua fascina accesa nel locale appiccando così un incendio.
E il drappello di soldati nemici verrà sconfitto proprio grazie al gesto eroico di un ragazzino.
In uno dei miei libri ho trovato una poesia dedicata al giovane Pittamuli, è ricca di parole che ne esaltano il coraggio e la grandezza d’animo.
Lesto il piè, destra la mano, questo è un verso di quel componimento.
Riguardo a quei giorni di dicembre presto vi mostrerò una curiosità che ho scoperto da breve tempo, qualcosa che mi ha davvero sorpreso.
Al piccolo eroe fu dedicata una strada in Val Bisagno e un vico dalle parti di Via Colombo.
Aveva dieci anni e tutti lo chiamavano Pittamuli.

Via Pittamuli

Via Pittamuli  – Cartolina appartenente alla collezione di Stefano Finauri

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Eventi e vicende avvenuti  in altri secoli, il romanzo più appassionante: la vita vera.
E una donna come protagonista: Madame Legros.
Di lei alcuni scrivono che fosse una merciaia, altri una povera venditrice di giornali.
Qualunque fosse la sua professione come potrà mai essere accaduto che una semplice bottegaia sia potuta passare alla storia?
Per un caso fortuito il destino di lei si incrociò con quello di un certo Latude, un militare che aveva studiato una maniera piuttosto maldestra per entrare nelle grazie della Marchesa di Pompadour, amante di Luigi XV.
Correva l’anno 1749, Latude inviò alla favorita una busta con del veleno e fingendosi del tutto estraneo alla vicenda le scrisse una lettera per avvisarla del pericolo che correva ad opera di qualche malfattore che intendeva attentare alla sua vita.
Il trucchetto, ahimé, non funzionò, la trama di Latude venne scoperta e lui venne fatto accomodare alla Bastiglia, non sarà la sola galera che vedrà.
Un prigioniero che non si arrende: la difficoltà aguzza l’ingegno e Latude sperimenta una serie fughe rocambolesche, evade più di una volta, dalla Bastiglia se la batte con una scala creata con la biancheria a sua disposizione.
Lo riacciuffano e finisce di nuovo in una cella, questa volta si tratta di un cupo sotterraneo popolato da numerosi topi.
Ha anche una fiduciosa ingenuità: durante una delle sue evasioni scrive alla Pompadour cercando di spiegare le proprie motivazioni, scrive persino il suo indirizzo sulla busta.
Oh, la Marchesa sarà magnanima, certo accorderà il suo perdono!
Non è così, la favorita dispone che l’uomo venga tratto in arresto.
Latude è un uomo che non cede, il tempo scorre, anni e anni di prigionia in condizioni drammatiche, è stremato nel fisico ma l’animo è forte e combattivo.
E ancora una fuga, in seguito alla quale l’evaso si presenta a Versailles: reclama giustizia ma come prevedibile viene nuovamente arrestato.
E infine la svolta, l’attimo che ti cambia la vita: Latude redige una memoria, è indirizzata a qualcuno al quale lui chiede aiuto, la consegna a un secondino e costui la smarrisce.
E come nella trama dei migliori film quella carta viene raccolta da Madame Legros.
Lei legge, il dolore di quell’uomo la tocca e la commuove, la sconvolge l’orrore di quella prigionia, la semplice Madame Legros ha trovato la sua causa per la quale combattere: la libertà di Latude.
Comincia a bussare a tutte le porte, cerca un sostegno, qualcuno a cui rivolgersi, qualcuno che frequenti la corte di Francia.
Chi è quella donna? Si parla di lei, della sua ostinata caparbietà.
Chi è quella donna? Forse ha qualche losco interesse? Forse è l’amante di lui?
La polizia la ferma, la interrogano e le pongono domande a non finire.
E gli anni passano, la vita di lei subisce i suoi lutti e i suoi mutamenti, attorno a Madame Legros c’è sempre l’aura del sospetto.
Chi è quella donna che difende Latude con tanta tenacia?
Trova una mano tesa in Madame Duchesne, camerista di Corte.
Ed è a Versailles che Madame Legros si reca, a piedi, incinta di parecchi mesi, in nome della libertà di uno sconosciuto.
Non ha successo, altri nobili di corte la avversano.
Madame Legros è una donna di una certa tempra, non basta un ostacolo per farla desistere e si rivolge ad altri, questa volta il suo interlocutore è il Cardinale di Rohan il quale parla con il Re Luigi XVI, altrettanto fanno certe nobildonne che hanno preso a cuore la vicenda.
Il re è irremovibile: c’è un uomo rinchiuso alla Bastiglia da anni e un sovrano che si rifiuta di rendergli la sua libertà.
E una donna, infaticabile, che si ostina a chiedere ciò che ritiene giusto.
E Madame Legros riuscirà nella sua impresa: nel 1784 Latude viene rilasciato, sono giunti a noi suoi scritti sulla sua lunga prigionia.
E in quello stesso anno la caparbia Madame Legros ricevette dall’Accademia Francese il Premio di Virtù.
La Bastiglia verrà presa il 14 Luglio 1789, una data memorabile per la storia di Francia.
La Bastiglia, la cupa prigione parigina contro la quale si levò la voce di una donna che pronunciava la parola più preziosa che esista: libertà.

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E’ un giorno d’estate del 1780 e a Genova, nelle stanze del potere, regna un certo scompiglio.
Il Magnifico Gerolamo Durazzo, preposto alla Magistratura delle Galee, ha uno spinoso problema da risolvere: un minaccioso sciabecco algerino, dotato di un agguerrito equipaggio ed armato di ben 18 cannoni, minaccia le coste della Liguria.
I nemici hanno la loro base in Provenza e compiono funeste incursioni ai danni delle località costiere del Ponente.
Presto, bisogna intervenire, la gente è spaventatissima!

Il Galeone

E così il Magnifico convoca Giacomo De Marchi al quale viene affidata la Galea Capitana perché intervenga per fermare quei temibili avversari.
E’ una luminosa mattina di giugno, la Capitana prende il mare e in breve tempo giunge a Laigueglia.
I pirati si sono impossessati di tre navi, alcuni degli uomini a bordo sono riusciti a mettersi in salvo ma molti altri sono stati catturati.
Lo sciabecco nemico, con il suo carico di prigionieri, naviga baldanzoso verso la Corsica e la galea genovese parte all’inseguimento.
In poche ore la capitana raggiunge l’imbarcazione nemica e la sperona con violenza.
Le onde battono sugli scafi, l’acqua del mare brilla di bianca spuma, i pesci guizzano spaventati e intanto i genovesi sferrano l’attacco decisivo: alcuni di loro, dall’alto delle sartie, sparano micidiali colpi di moschetto contro gli avversari e coprono così le spalle a coloro che invece danno l’assalto allo sciabecco.
Armati di asce e di spade sbaragliano i tremendi pirati causando la morte di molti di loro e catturandone più di cinquanta.
Si recuperano le tre navi delle quali i nemici si erano impossessati e si liberano i prigionieri.
E poi via, la Galea Capitana si dirige verso Genova, si torna a casa.

Lanterna

E a questo punto tutti noi ci aspetteremmo un gioioso tripudio di folla ad attendere i valorosi uomini di mare.
Si fa festa per i prodi vittoriosi! Evviva, sono tornati!
Eh, non è così semplice, cari lettori.
All’epoca chiunque avesse avuto contatti con i barbareschi doveva passare attraverso una stretta quarantena in quanto si temeva il diffondersi della peste.
E così i nostri eroi sbarcano nella Superba e se ne vanno dritti al Lazzaretto.
Riavranno la loro libertà dopo venti giorni di isolamento e troveranno la città  in fermento: il popolo vuole festeggiare questo trionfo del mare.
Lungo e penoso era l’elenco delle vittime dei pirati: depredavano e uccidevano, entravano nelle case e compivano razzie, rubavano navi e bastimenti.
E ci vogliamo far scappare un’occasione di giubilo come questa?
Ah, no! Non se ne parla!
E cosi i Magnifici signori del Governo provvedono a soddisfare le richieste del popolo: si celebrerà il Te Deum in Cattedrale e tutti gli uomini che hanno partecipato alla gloriosa impresa compiuta dalla Galea Capitana avranno una sostanziosa ricompensa.
E poi occorre ricordarsi che tutti vogliono vedere i prigionieri!
Come si può fare? Ma è semplice, si organizza una bella sfilata che attraverserà tutta la città!
I pirati vengono fatti uscire dal Lazzaretto e condotti in corteo da Porta Pila a Portoria, poi fino a Fontane Marose e giù per Strada Nuova.

Via Garibaldi 1

 E il popolo di Genova assiste dalle finestre e dai portoni, il corteo procede fino in Via Balbi e poi scende a Prè, imbocca Via Del Campo e passa oltre, sfila per tutta la città fino a giungere in San Lorenzo e poi a Palazzo Ducale, a cospetto del Serenissimo Doge.
E infine i prigionieri verranno condotti in Darsena, dove rimarranno per qualche tempo finché la Francia non ne pretenderà il rilascio, ingiungendo anche alla Repubblica di Genova di restituire lo sciabecco alla reggenza algerina.
L’imbarcazione è da demolire e andrà a finire che ne sarà costruita una nuova di zecca che verrà consegnata agli algerini.
Per questioni diplomatiche la questione finì in questa maniera ma di certo da queste parti si protestò parecchio per questa ingerenza francese.
Storie di pirati e di avventure, mondi diversi e lontani dal nostro, vicende avvenute soltanto 233 anni fa su quel mare che ancora luccica.
.

Il mare

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Questa è la storia di una fanciulla di nome Ligurina e la sua vicenda risale al tempo del sacco di Genova del 1522, quando  la Superba venne travolta dalla potenza militare del Generale Prospero Colonna che guidava le truppe di Carlo V.
La città fu messa a ferro e fuoco, furti e razzie non si contavano.
E voi direte, che accadde alla povera Ligurina?
Ah, lei venne rapita! Aveva solo nove anni e la sua tenera bellezza stava appena sbocciando.
Ebbene, la imbarcarono su una nave e Ligurina si ritrovò in Spagna.

La Mareggiata (25)
Il tempo trascorse e quando la fanciulla compì quattordici anni il suo destino mutò: di lei si era innamorato il figlio del Duca d’Alva, il giovane Alfonso che la volle come sua amante.
Passarono le ore, le settimane e i mesi.
E un bel giorno Carlo V se ne tornò a Genova portando con sé molti uomini delle sue contrade.
E su quella nave che dalla Spagna navigava verso la Superba c’era anche Alfonso con la sua Ligurina.
Un viaggio per mare, verso quella città che lei non aveva mai dimenticato.
E quando vi giunse, la bella Ligurina escogitò un astuto stratagemma.
Fece in modo di essere alloggiata nella sua casa, presso suo padre e sua madre che certo non riuscirono a riconoscere in lei la loro figlia perduta.
La dimora era in Piazza dei Maruffo.

Piazzetta dei Maruffo

E lì giunse Ligurina accompagnata da due paggi.
Con sé portò certi pesanti forzieri che contenevano i ricchi doni di Alfonso: abiti sfarzosi e regali, perle e gioielli, collane d’oro e pietre preziose.
Nella casa tutti si rivolgevano a lei chiamandola Signora.
Come stava bene Ligurina a casa sua!
Non desiderava proprio tornare in Spagna!
Voleva rimanere lì, nella sua città natale.

Piazzetta dei Maruffo (3)

Portone in Piazzetta Dei Maruffo

Come fare?
Oh, Ligurina era una ragazza sveglia e pronta d’intelletto!
Disse che si sentiva poco bene, aveva bisogno di riposo e non poteva muoversi da quella casa.
Alfonso, preoccupato, si premurò di mandarle un medico ma Ligurina rifiutò di essere visitata, disse che con una dieta si sarebbe rimessa in sesto in breve tempo.
Sua madre si mise al suo servizio, la curò amabilmente prestandole tutte le attenzioni che riteneva necessarie.
Un bel giorno Alfonso se ne andò al seguito di Carlo V e Ligurina, rimasta sola con i suoi parenti, penso di svelare finalmente la sua identità.
Dovete sapere che fino a quel momento la ragazza aveva sempre parlato in spagnolo, sembrava che non conoscesse altri idiomi!
E invece!
Avreste dovuto vedere la faccia di sua madre quando Ligurina si mise a parlare in genovese!
Ma come? La Signora parla la mia lingua? Siete già stata a Genova in passato?
Che sbigottimento!
I paggi vennero fatti uscire in fretta e furia dalla stanza e Ligurina rimase sola con i suoi genitori.
Ma possibile che nessuno la riconoscesse?
E così Ligurina iniziò a narrare la sua storia: raccontò del viaggio per mare, di Alfonso e di quella passione che lo aveva condotto a lei.
E aggiunse che quella non era la vita che lei aveva desiderato, era la sua salvezza essere di nuovo a casa!
E i genitori? Erano piuttosto perplessi, a dire il vero.
Tuttavia, la mamma di Ligurina si ricordava di un particolare: un neo che sua figlia aveva vicino all’ombelico.
E così le chiese di alzare le vesti e quando vide quel segno distintivo fu un’esplosione di gioia!
Oh, Ligurina aveva le idee chiare: dispose che le chiavi dei forzieri fossero restituite ad Alfonso, non tenne per sé nessuna delle ricchezze che il nobile le aveva donato.
Chiese quindi ai genitori di condurla in un monastero di monache, questo era il destino che Ligurina aveva scelto.
E così accadde, padre e madre la aiutarono.
E quando Alfonso rincasò rimase molto amareggiato nello scoprire che aveva perduto la sua amata!
E subito dubitò della sua buona fede.
Sicuramente si sarà portata via tutti i gioielli e i regali preziosi, pensò il malfidato Alfonso.
E come si stupì nel vedersi restituire i suoi forzieri!
Certo, aveva subito un affronto che non poteva tollerare, fece la voce grossa e prese a minacciare i parenti della ragazza.
Disse che l’avrebbe ritrovata e ricondotta a sé con qualunque mezzo.
E con tono minaccioso aggiunse che avrebbero visto cosa significava insultare un nobile della casa di Toledo.
In strada giunse il trambusto di quell’accesa discussione, cosa stava accadendo in Piazza Dei Maruffo?

Piazzetta dei Maruffo (2)

Accorsero in tanti, sia nobili che popolari.
Si diceva che c’era una zuffa tra spagnoli e genovesi, la folla cominciò a crescere, tra i molti che si erano riuniti sotto quella dimora c’era anche un certo Giovanni Lavagna a tutti noto per il suo valore sia per terra che per mare.
Salì le scale, andò verso l’abitazione e si vide venire incontro il furente Alfonso che lo prese a male parole.
Giovanni Lavagna non era  tipo da sopportare gli insulti e rispose per le rime al suo avversario, quindi i due contendenti passarono alle vie di fatto e allo scontro armato.
Fu un colpo di stocco  sferrato da Giovanni Lavagna a togliere il respiro della vita al tracotante Alfonso.
E questo fatto infiammò talmente gli animi che quasi si rischiò che i genovesi si vendicassero degli spagnoli quale rivalsa per i danni subiti al tempo del sacco di Genova.
Si mise di mezzo l’imperatore e la diplomazia evitò così ulteriori uccisioni.
Giovanni Lavagna pensò di riparare altrove e se ne partì per Piacenza.
E ora forse voi vi starete chiedendo come sia possibile che io conosca la vicenda di questa fanciulla.
Scrisse di lei Messere Matteo Bandello.
Lui narrò di questa giovane rapita e condotta in Spagna.
Il suo nome era Ligurina e quando tornò a Genova scelse di vivere nella pace di un monastero.

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Torniamo a Palazzo San Giorgio, davanti al mare.
Innanzi tutto desidero porgere un ringraziamento a una persona che pochi giorni fa ha lasciato un commento sotto ad uno dei miei articoli dedicati a questo meraviglioso edificio.
E’ una restauratrice di affreschi, con il suo lavoro ha contribuito a rendere questo palazzo così come oggi lo vediamo, ha un blog professionale e qui trovate una delle pagine dedicate a San Giorgio.
Il suo è davvero un lavoro prezioso che ha restituito una ricchezza a questa città.
Torniamo lassù, guardiamo le scale dall’alto.

Palazzo San Giorgio (2)

E torniamo nella Sala del Capitano, tra i benefattori e i benemeriti del Banco di San Giorgio.
Questa sala ha una particolarità: il suo pavimento e parte delle pareti sono ricoperti dai cosiddetti laggioni, mosaici in maiolica in stile moresco che spesso si trovano nei palazzi del centro storico e certamente avrò occasione di mostrarvene altri.
Questa sala venne allestita e restaurata dal D’Andrade e i suoi laggioni sono la copia fedele di quelli che vi erano in origine.

Palazzo San Giorgio

Un’incredibile accuratezza di dettagli.

Palazzo San Giorgio (3)

Le piastrelle contornano le lapidi e sono alla base delle statue.

Palazzo San Giorgio (4)

E conferiscono ancor più bellezza a questo luogo dove vive la magia del passato.

Palazzo San Giorgio (5)

Ma qui bisogna dirigere lo sguardo in ogni direzione per non perdere nessuna meraviglia, non ci sono solo piastrelle, ma anche pannelli di legno nella Sala del Capitano.

Palazzo San Giorgio (6)

E ancora legno sul soffitto, ognuna di queste travi ha un diverso intaglio, il risultato è armonioso e importante.

Palazzo San Giorgio (7)

E se come me siete dei sognatori, in questa sala sentirete il respiro del Medioevo, quell’atmosfera di secoli lontani, tempo di scudi e di spade, di lance e di armature.
Verrete qui e guarderete anche voi al di là della grata, dove sono le dame e i cavalieri?
E i benemeriti e gli illustri uomini che camminarono in questo cortile dove sono?

Palazzo San Giorgio (8)

Medioevo di chiaroscuri e di contrasti, di luce che prepotente filtra attraverso il vetro.

Palazzo San Giorgio (9)

Un luogo che parla di una grandezza antica, incisa per sempre a beneficio dei posteri.

Palazzo San Giorgio (10)

Tramandata sulla pietra che qui è viva è ha questa voce così presente e vera, una voce che sussurra nomi e nobili gesta.

Palazzo San GIorgio (11)

Il richiamo del passato, così forte e reale.

Palazzo San Giorgio (12)

E tutto attorno accurate decorazioni.

Palazzo San GIorgio (13)

Lo splendore dei laggioni con questi colori vividi e accesi.

Laggioni

Ma davvero qui bisogna osservare bene, abbassate lo sguardo verso il pavimento.

Palazzo San Giorgio - Pavimento  (2)

E seguite anche voi le geometrie e le curve.

Palazzo San Giorgio - Pavimento  (3)

Un effetto ottico di grande impatto.

Palazzo San Giorgio - Pavimento  (4)

Sfumano i colori, si susseguono disegni di diverse dimensioni.

Palazzo San Giorgio - Pavimento  (5)

Un gioco di armonia e di simmetria.

Palazzo San Giorgio - Pavimento  (6)

L’arte raffinata della maiolica, un magnifico lavoro.

Palazzo San Giorgio - Pavimento

Il silenzio avvolge questa sala, nella misteriosa malia della storia, l’incanto della gloria e di un mondo che è stato nostro e lo è ancora, tuttora è presente.
Siamo forse poco attenti e prestiamo poco riguardo a ciò che siamo stati mentre invece dovremmo sentire orgoglio e senso di appartenenza, in luoghi come questi dovremmo provare ammirazione e fierezza.
Qui si è circondati da vera bellezza e di questo non si può che essere grati.
Un aggraziato angioletto è posto a decoro della statua di uno dei benefattori.

Palazzo San Giorgio (14)

Là fuori spira il vento di mare, l’aria salmastra sale dalle calate nella città dei dogi e dei naviganti, nella città dei capitani del Popolo e dei benemeriti di San Giorgio.

Palazzo San Giorgio (15)

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Pisa, 10 Marzo 1872.
A casa di Pellegrino Rosselli e di Janet Nathan, figlia di Sarah, nota mazziniana, c’è da tempo un uomo che si nasconde sotto falso nome.
Costui viene dalla Svizzera e si fa chiamare George Brown, è di salute precaria ed è giunto nella città toscana alla fine di febbraio, al suo capezzale arriverà il medico Agostino Bertani, ma per il paziente non c’è nulla da fare, questo sarà il suo ultimo giorno di vita.
Così muore Giuseppe Mazzini, è un evento che scuote e commuove, gli studenti dell’Università chiudono le porte dell’Ateneo in segno di rispetto e di lutto, interverranno persino le autorità ma i giovani sono inamovibili e diserteranno in massa le lezioni.

Giuseppe Mazzini

Si vuole preservare la figura sacra di Mazzini, il suo corpo verrà pietrificato a Genova e l’anno successivo verrà poi esposto al pubblico.
Ma veniamo ai ricordi di un uomo del tempo, Giorgio Asproni, autore di quel Diario Politico del quale vi ho già parlato.
Il 14 Marzo Asproni giunge a Pisa, è una giornata di pioggia battente, i mazziniani sono accorsi a onorare colui che Asproni definisce il cittadino più illustre di Italia.
Ci sono Nicola Fabrizi e Benedetto Cairoli che ha una ferita alla gamba e fatica a seguire il corteo funebre.
Ci sono Bertani, Quadrio e Campanella, come altri contemporanei Asproni nota la protervia di Sarah Nathan e di Giorgina Saffi, entrambe vorrebbero essere le sole donne ad accompagnare il feretro alla stazione.

Sarah Nathan

Immagine tratta da Della Vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
(Volume di mia proprietà)

Per Mazzini arrivano segni di cordoglio da ogni parte, le rappresentanze consolari dei paesi del Sud America inviano corone di fiori.
Ed è il popolo a salutare questo grande italiano, gli aristocratici restano al chiuso delle loro case ma il popolo di Pisa espone le bandiere ripiegate con il crespo nero e i tappeti coi segni di lutto, così scrive Asproni.
E poi la partenza verso Genova, verso la città che diede i natali a colui che viene così onorato, Giuseppe Mazzini sarà sepolto a Staglieno vicino a quella madre che tanto aveva amato.
La nazione e la città sono in grande fermento, si temono disordini e manifestazioni, ci vorrà un lungo viaggio prima che la salma arrivi a destinazione, ad ogni stazione le si rende omaggio, così è a Lucca e a Bologna, a Parma e ad Alessandria.
E infine il feretro giunge a Genova e il 17 Marzo 1872 viene condotto al cimitero su un fastoso carro funebre disegnato appositamente da alcuni famosi artisti dell’epoca.
La città è a lutto, le navi in porto hanno la bandiera a mezz’asta, i teatri e i negozi sono chiusi in segno di cordoglio.
C’è una folla sterminata ad accogliere l’apostolo della Repubblica, le strade sono gremite di gente, i genovesi sono venuti in massa a salutare il loro celebre concittadino, ad accompagnarlo a Staglieno dove ancora riposa.
Ed è Federico Campanella a pronunciare il discorso davanti alla sua tomba.

Tomba di Mazzini

E oggi è l’anniversario di quel giorno e io vi porto lassù, dove dorme un genovese che in vita fu sempre lontano dalla sua città.
Oggi si celebra anche l’Unità d’Italia, proclamata il 17 Marzo 1861.
E’ il giorno del Tricolore e dell’Inno di Mameli, una data importante per la nostra nazione.

Tomba di Mazzini (2)

Attorno a Mazzini sono sepolti uomini e donne del nostro Risorgimento, tornerò ancora a parlarvi di questo luogo e delle persone che vi si trovano.
A breve distanza c’è proprio Federico Campanella, uomo politico e amico fraterno di Mazzini che pronunciò l’orazione funebre in quel giorno di marzo.

Federico Campanella

E qui, come già vi ho detto, riposa Maria Drago, la madre dell’esule.

Tomba di Maria Drago

E vi è una lapide a ricordo del padre di lui.

Giacomo Mazzini

Onore e gloria al figlio di Genova, Giuseppe Mazzini.

Tomba di Mazzini (3)

E le parole di un poeta in suo ricordo.

D'annunzio

Giuseppe Mazzini, il figlio di Genova, nacque in Via Lomellini, dove un tempo era la sua casa vi è il Museo del Risorgimento.
La sua tomba è circondata da bandiere, coccarde e tricolori delle associazioni operaie genovesi.

Tomba di Mazzini (13)

E allora forse non servono tanto le mie parole a ricordare un italiano così grande.
Voglio mostrarvi queste bandiere e tutto ciò che circonda l’ultimo luogo dove giunse Mazzini nella sua Genova.

Tomba di Mazzini (4)

E voglio usare altre parole, voglio unirle alle immagini dei tricolori e degli stendardi delle società mazziniane.
E ho la viva speranza che tutti voi le leggiate, sono parole importanti, sono le parole del Giuramento della Giovine Italia.
Le parole di lui che fu figlio di Genova.

Nel nome di Dio e dell’Italia,
nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide straniera o domestica,
pei doveri che mi legano alla terra ove Dio m’ha posto e ai fratelli che Dio m’ha dati

per l’amore, innato in ogni uomo, ai luoghi dove nacque mia madre e dove vivranno i miei figli

Tomba di Mazzini (9)

per l’odio, innato in ogni uomo, al male, all’ingiustizia, all usurpazione, all’arbitrio
pel rossore ch’io sento, in faccia ai cittadini dell’altre nazioni del non aver nome né diritti di cittadino, né bandiera di nazione, né patria

Tomba di Mazzini (11)

pel fremito dell’anima mia, creata alla libertà, impotente ad esercitarla, creata all’attività nel bene e impotente a farlo nel silenzio e nell’isolamento della servitù
per la memoria dell’antica potenza
per la coscienza della presente abbiezione
per le lagrime delle madri italiane,  pei figli morti sul palco, nelle prigioni, in esilio, per la miseria dei milioni:

Tomba di Mazzini (7)

io, credente nella missione commessa da Dio all’Italia, e nel dovere che ogni uomo nato italiano ha di contribuire al suo adempimento
convinto che dove Dio ha voluto fosse nazione esistono le forze necessarie a crearla
che il popolo è depositario di quelle forze
che nel dirigerle pel popolo e col popolo sta il segreto della vittoria;

Tomba di Mazzini (10)

convinto che la virtù sta nell’azione e nel sagrificio, che la potenza sta nell’unione e nella costanza della volontà;
do il mio nome alla Giovine Italia, associazione d’uomini credenti nella stessa fede, e

giuro

di consecrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l’Italia in nazione una, indipendente, libera e repubblicana.

Tomba di Mazzini (6)

Di promuovere con tutti i mezzi, di parola, di scritto, d’azione, l’educazione de’ miei fratelli italiani all’intento della Giovine Italia, all’Associazione che sola può conquistarlo, alla virtù che sola può rendere la conquista durevole;
Di non appartenere, da questo giorno in poi, ad altre associazioni;

Tomba di Mazzini (5)

Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito della Giovine Italia, da chi rappresenta con me l’unione de’ miei fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolati i segreti;
Di soccorrere coll’opera e col consiglio a’ miei fratelli nell’associazione,

Tomba di Mazzini (8)

ORA E SEMPRE 

Così giuro, invocando sulla mia testa l’ira di Dio, l’abbominio degli uomini e l’infamia dello spergiuro, s’io tradissi in tutto o in parte il mio giuramento.

 Tomba di Giuseppe Mazzini

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Vi porto ancora a Palazzo San Giorgio.
Vi porto con me in una Sala dove si possono ammirare opere meravigliose.
Benvenuti nella Sala del Capitano, che si trova nella parte medievale dell’edificio.

Sala del Capitano

L’allestimento venne curato dal D’Andrade e racchiude dei veri tesori.
Ho avuto il privilegio di restare a lungo in questa sala, io sola, attorno a me una parte importante della storia di questa città.
Immaginatemi davanti a queste lapidi, mentre tento di decifrare queste antiche memorie.
Che meraviglia!

Sala del Capitano (2)

E no, non ero proprio sola, nella sala del Capitano si trovano numerose statue.
Non ci si ritrova con una statua che immortala la propria immagine a memoria dei posteri senza aver fatto nulla per meritarlo.
Ma chi saranno questi illustri personaggi? Ognuno di loro indossa il robbone e il copricapo alla maniera medievale.

Sala del Capitano (4)

Signori, questi sono i benemeriti e i Protettori del Banco di San Giorgio, illustri genovesi forse ora dimenticati.
Le statue che vedete avevano un tempo altre collocazioni, alcune si trovavano nell’atrio, adesso sono qui riunite, alla base di ogni statua c’è un’iscrizione nella quale vengono descritte le gesta e i meriti del personaggio in questione.

Sala del Capitano (3)

E ognuno di loro regge un cartiglio sul quale è riportata una frase in latino che ancora rimanda alle virtù e alle azioni della persona che lo stringe tra le mani.
Ecco, lasciatemi in compagnia di cotanti genovesi e mi nasce una tale curiosità che voi non potete neanche immaginare!
E questi nostri tempi sono difficili e complicati, abbiamo tutti bisogno di fulgidi esempi.
E allora ve li presenterò brevemente uno ad uno, meritano di essere citati e ricordati, le loro parole hanno un valore eterno, lascio spazio alla sapienza e alle virtù dei Protettori del Banco di San Giorgio, è un  tributo a coloro che hanno concorso a rendere Genova grande e degna di rispetto.
I benemeriti sono seduti o in piedi, a seconda dell’importanza del lascito grazie al quale si potevano estinguere determinate gabelle.

Sala del Capitano (5)

E’ seduto in posa regale lo prestante nobbile Messer Francesco Vivaldi, così si legge sulla lapide.
Federico Alizeri lo definì esempio di civil carità.
Ricco mercante, in un momento di grande difficoltà per la Repubblica giunse in suo soccorso lasciando in dono una forte somma.
Nel 1371 inventò il moltiplico, cioè l’interesse composto nelle operazioni bancarie.
Con questo metodo i privati cittadini investivano nei luoghi delle compere, ovvero nelle quote del debito pubblico, il reddito che ne derivava doveva essere a sua volta reinvestito fino a che non si ottenevano somme che dovevano essere spese in opere pubbliche a beneficio della cittadinanza.

Francesco Vivaldi (4)

Grazie alla sua opera fu così possibile estinguere il debito pubblico, si può leggere il suo elogio su questa lapide, l’unica scritta in dialetto.

Francesco Vivaldi (3)

Questo è il cartiglio tra le mani di Francesco Vivaldi.

Francesco Vivaldi (2)

Ad me respicite et curate quod pacta serventur
Guardate a me e amministrate in modo che i patti vengano osservati

Ritto in piedi è Domenico Pastine di Rapallo anch’egli ricco mercante che morì a Famagosta.
E ancora di lui parla l’Alizeri e scrive: fornì per legato onde togliere di mezzo le tante gravezze che s’imponevano all’arrivar de’ frumenti.

Domenico Pastene

Grazie a Domenico Pastine le tasse che gravavano sul grano vennero annullate, nel 1475 venne così eretta questa statua.
Un esempio da seguire.

Domenico Pastene (2)

Ciascuno studii fare simili servicii a la sua Patria
Ciascuno studi come fare simili servizi alla sua patria

Luciano Spinola, esempio di liberalità e generosità.
Fu munifico e grazie a lui vennero sgravate gabelle sui servi, sulle cavalcature, sui vini e sull’arena.

Luciano Spinola

Ancora un genovese da ammirare che ha un monito per i posteri.

Luciano Spinola (2)

Discite a me utilitati pubblice inservire
Imparate da me ad essere al servizio della pubblica utilità

Luciano Grimaldo, sulla sua lapide si legge che nella sua vita liberamente donò settanta luoghi delle compere di San Giorgio, i proventi vennero distribuiti fra i poveri.
E su quel marmo viene anche ricordato come Luciano fu abile nel far fruttare i suoi investimenti, soldi su soldi per un uomo abile in operazioni di alta finanza.

Luciano Grimaldo

E dalle sue mani giunge un consiglio che sarebbe bene seguire.

Luciano Grimaldo (2)

Exemplo meo discite patrie vestre bene facere
Dal mio esempio imparate a fare il bene della vostra patria

Un nobile, rappresentante di una illustre famiglia genovese e generoso filantropo, Francesco Lomellini.
E deve essere stato davvero munifico, in quanto siede fiero come si conviene alle persone come lui.

Francesco Lomellini

La statua venne eretta quando lui era ancora in vita, così si legge su questa lapide.

Francesco Lomellini (2)

Un saggio e antico genovese.

Francesco Lomellini (3)
Ad rem pubblicam augendam contendite
Aspirate a rendere florida la repubblica

Ancora un personaggio la cui statua venne scolpita mentre lui era vivente.
Ambrogio di Negrone, commissario di Corsica dove venne inviato nel 1488 per sedare una ribellione fomentata da un certo Gian Paolo da Leca.
Uomo astuto e valoroso, scacciò il suo nemico, riportò splendenti vittorie e si distinse per la sua clemenza.
Quando tornò un patria in suo onore venne eretto questo monumento.

Ambrogio di Negrone

E la lapide che si trova alla base di esso decanta le sue gesta.

Ambrogio di Negrone (2)

A breve distanza, un altro benefattore, Melchiorre Negrone, che regge un cartiglio dove è scritto: verae divitiae, la vera ricchezza.
Osserva l’Alizeri che Melchiorre pare eccezionalmente basso e si domanda se ciò fosse corrispondente a realtà.

Melchiorre Negrone

E lo definisce in maniera piuttosto efficace, provvido estinguitor di balzelli.

Melchiorre Negrone (2)

Altro esempio di illustre beneficenza è Antonio Doria,  al quale è dedicata quest’opera.

Antonio Doria Q. Filippo (2)

E ancora parole da ricordare.

Antonio Doria Q. Filippo

Uti Rempub. augeatis maiorum vestigis insistite
Adoperatevi affinché la Repubblica si arricchisca di maggiori vestigia

E da ultimo un uomo solenne e regale, Eliano Spinola, che fece ampi investimenti e destinò un terzo dei suoi proventi per sdebitare alcune gabelle, senza mancare alcune generose elargizioni.

Eliano Spinola

E anch’egli porge una frase che incita a fare il bene.

Eliano Spinola (2)

Eia agite o cives Patriae succurite mecum dupliciter Patriae qui dedit illud habet
Orsù agite o cittadini della patria provvedete con me doppiamente alla Patria
colui che lo diede ha

Saggi, munifici e provvidi di buone azioni, costoro sono i i benemeriti del Banco di San Giorgio, altri illustri personaggi sono ricordati con lapidi che sono affisse alle pareti.
Tornerò a mostrarvi ancora questa splendida sala, vi sono alcuni dettagli che ancora non avete visto, in particolare le piastrelle che ricoprono la sala ed altre magnifiche particolarità non visibili in queste immagini.
Oggi questo spazio è dedicato a loro, a questi uomini austeri e fieri, uomini che sapevano amministrare il bene pubblico e rendere la città ricca e fiorente.
Fuori c’è la città con la sua frenesia, la gente che corre e passa oltre.
Loro sono qui, nel silenzio antico di Palazzo San Giorgio.

Sala del Capitano (6)

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