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E così è arrivata questa giornata di giugno, il giorno del secondo compleanno del blog!
Due anni in vostra compagnia e tante indimenticabili esperienze, nuovi amici e belle scoperte, al di là di ogni più rosea aspettativa.
E veramente non so come ringraziarvi tutti, come potrei citarvi uno ad uno?
No, non mi è possibile.
Però vorrei dirvi grazie, grazie a tutti voi che leggete i miei articoli.
E sapeste quanto sono contenta quando mi scrivete che siete andati a visitare un caruggio, una strada o un negozio dopo aver letto un mio articolo, sono proprio grandi soddisfazioni!
E’ tutto una sorpresa per me, una serie di incredibili occasioni d’incontro che diversamente non avrei mai avuto.
E tante emozioni, alcune davvero forti.
E poi certi ricordi come quelli di  un lettore che si è firmato O martinpescou e che scrive a proposito di Borgo Lanaiuoli:

In questo quartiere nacquero i miei bisnonni nella tarda metà dell’Ottocento.
La bisnonna la ricordo quando ero bambino, aveva più di novant’anni e viveva in casa di una delle sue quattro figlie: a lalla B. Dire che avesse fatto una vita di sacrifici suonerebbe quasi canzonatorio, la lingua genovese utilizza un termine:”giaminà”. Un gran giaminà per tirare su una caterva di figli e figlie.
Uno dopo l’altro, letteralmente! Il genovese che parlavano tra di loro era una vera e propria lingua cittadina, non un gergo zeppo di italianismi come il dialetto odierno.
Ho un oggetto suo, della mia bisnonna intendo, in passato ne avevamo molti ma con il passare degli anni non si perdono solo parenti, affetti e giovinezza…
Ebbene, è un vecchissimo schiaccianoci che la mia bisnonna aveva recampato chissà dove. Quando ho bisogno di ricordarmi da dove vengo, lo cerco in cucina e lo rimiro per un po’.

Qui, su queste pagine, ci sono i luoghi che amo come Via di Santa Croce,  ad esempio.
Un luogo del cuore non solo per me, laggiù c’è un muretto sul quale si sedeva sempre una bambina.
Quella bimba è diventata grande, si chiama Alida e mi ha scritto queste parole:

Sono stata a Genova quando avevo 7 anni ora ne ho 62, vivevo da un a mia zia, facevo le vacanze estive mi ricordo ancora tutto di Via di Santa Croce perché era lì che abitavo. Ho raccontato ai miei figli sempre la bellezza e gioia di essere lì.
Oggi ho visto i respiri di Genova e attratta come da un antico amore sono rimasta emozionata quasi alle lacrime ho rivisto i miei luoghi di villeggiatura i muretti dove mi sedevo ad aspettare la zia e vicino a dove abitavo c’era una piccola bottega di calzolaio dove io stavo ore a guardare la maestria delle sue mani, a Genova ho visto per la prima volta il mare.
Sono felice di aver rivisto le cose più belle della mia infanzia.

E spero davvero che Alida torni presto a rivedere quel muretto.
E c’era anche un’altra bambina che invece abitava in Via Madre di Dio, il suo nome è Melina e mi ha lasciato questo commento:

Salve a tutti, io sono siciliana ma ho vissuto 2 anni a Genova ed abitavo in Via Madre di Dio, proprio in quel periodo che stava per cominciare la distruzione, mi ricordo tutto nonostante avessi 5 anni, ricordo le stradine dove giocavo con le amichette, mi ricordo la latteria sotto casa dove compravamo il latte fresco ed il panificio che inebriava tutta la via di profumo di pane caldo e focaccia bianca, mai più mangiata una focaccia cosi buona, ricordi che ho nel cuore, ancora oggi che ho 47 anni penso a quel periodo della mia infanzia come il più bello e lo racconto ai miei figli con nostalgia. Non sapevo di vivere vicino la casa di Paganini…Io non sono Genovese ma capisco bene la vostra indignazione per lo scempio compiuto.

Ecco, io mi commuovo.
E sono molto contenta della vostra quotidiana attenzione verso queste mie pagine, in realtà questo blog lo scrivete anche voi, senza di voi non sarebbe lo stesso.
Perché si scrive? Per il desiderio di raccontare, di condividere e di mostrare ciò che amiamo.
E dall’altra parte ci siete voi, ci sono lettori silenziosi e lettori che lasciano una traccia, ci sono amici con i quali vado a fare le gite e altri che abitano lontano, con alcuni ci si sente via mail oppure al telefono.
Ci siete voi, c’è chi mi accompagna a scoprire i segreti di Staglieno, c’è chi scatta fotografie di Genova e poi le stampa e me le regala, c’è chi mi dona i libri che ha scritto, chi mi aiuta con i misteri del web e della tecnologia, chi mi invita a far merenda con i dolcetti preparati dai figli.
E poi ci sono le compagne di classe, quelle che magari non vedevo da vent’anni che capitano qui e trovano anche i loro ricordi.
E ci sono certi ex colleghi, ci si incontra per strada e mi sento porre questa domanda:
- Ma sei davvero tu quella lì?
E sì, sono proprio io!
Ed è evidente, non posso nominarvi tutti ma è a voi che voglio dire grazie.
Sapete questo è anche il post nr 601, caspita quanti ne ho scritti!
In questo blog le immagini sono fondamentali e anche oggi ci sarà una fotografia, avevo pensato ad una bella torta con due candeline ma invece vi mostrerò qualcosa di davvero unico al mondo.
E poi alla festa di compleanno di Dear Miss Fletcher ci vuole la colonna sonora, no?
Ed è la musica dolce di questo carillon, ricamato e confezionato da Stravagaria che me lo ha regalato a gennaio, in occasione del compleanno del suo delizioso blog, un dono fatto con il cuore e con generosità da un’amica vera.
In alto i calici allora, brindo a questi due anni splendidi passati insieme!
Cin, cin e grazie di cuore a tutti voi!

CARILLON

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Le panchine dei tempi della scuola.
Vi ricordate quali posti frequentavate una volta terminate le versioni di latino e i compiti di matematica?
Come si può dimenticare!
Per un certo numero di anni dalle sei di sera fino all’ora di cena potevate trovarmi qui.
Sempre, tutti i giorni.

Panchine di Castelletto  (2)

Le panchine di Castelletto, sì.
E la bellezza nostalgica di certe memorie più vivide e reali di molte altre.
E’ accaduto ieri o più di vent’anni fa?
Rewind.
Uno della compagnia aveva un’insolita A112 arancione, a pensarci adesso era un colore davvero anomalo, la parcheggiava sempre nello stesso posto, coi finestrini giù e l’autoradio accesa.
E la musica era quella: i Clash, i Cure, gli U2.
C’erano quelli che si piazzavano sul sellino della moto e quelli che si sedevano per terra, al sabato poi  c’era così tanta gente che non si riusciva quasi a camminare.
Istantanea, fotogramma, un flash.
Uno che racconta di un viaggio in Spagna.
Siamo in tre seduti sulla panchina, il ragazzo parla della città che ha visto, a me sembra che racconti di un paese esotico, che strano, eppure non è mica così lontana Barcellona.
Rewind.
L’amica con il viso coperto di efelidi e la pettinatura a caschetto che le cade dritta sul collo.
Ah, che invidia i capelli lisci, io non li ho mai avuti!
E c’è la ragazza che ama camminare sotto la pioggia senza ombrello, cappuccio in testa e mani in tasca, non si scompone.
Ci sono gli amori eterni: quelli che giureresti che dureranno per tutta la vita, per tutti i giorni a venire, per sempre.
E hai anche già deciso cosa regalerai al matrimonio, che vestito indosserai e immagini le faccine dei loro bambini.
E poi il destino a volte invece separa certe strade, accade.
C’è un mondo e ce n’è un’altro.
Sarebbe meglio dire, un mondo e il suo contrario.
I finti duri con gli anfibi e le ragazze bionde con la cartella di Naj Oleari sulle spalle.
E lo spazio disponibile pare equamente diviso, alcuni stanno dal lato del tabacchino, gli altri da quello del benzinaio.
Ecco, non c’è manco più il benzinaio.
Le panchine no, quelle sono sempre lì e sono le stesse di allora.

Panchine di Castelletto

Due mondi che si compenetrano, si sfiorano, si incontrano.
Erano davvero poi così distanti? Con gli occhi di adesso so per certo che non era così.
E so che sopravvivere alla propria adolescenza e la più grande impresa che si possa compiere: a volte ti aiuta la saggezza, altre volte il caso.
C’erano giorni che sembravano brevi ma il futuro sembrava così distante, poi ci siamo precipitati dentro senza neanche accorgercene.
Come mai il futuro è già qui? Come ha fatto ad arrivare così in fretta?
Solo ieri c’erano quelli che avevano trent’anni e mi sembravano vecchi, proprio così!
E poi c’erano quelli di Albaro, mi ricordo un’epica battaglia delle uova della quale fui stupita spettatrice.
Motivazione? Che domande!
Ci sarà stata di certo qualche validissima ragione per far volare tuorli e albumi da una parte all’altra, ora non rammento tutti i dettagli.
Ma come vi dicevo a Castelletto c’era un mondo, era il mio piccolo mondo.
C’erano gli zainetti con i libri buttati per terra, i vocabolari di greco ereditati dai fratelli maggiori, il gelato al pistacchio di Guarino.
C’era il Ciao e la Vespetta, c’era l’amica che arrivava sempre in ritardo e c’erano gli esami di riparazione.
C’erano quelle domande alle quale non trovavamo risposta.
A che caspita mi serve sapere le leggi della termodinamica?
E quando mai nella vita mi verrà utile la Critica della Ragion Pura di Kant?
E quanto dura la penna con l’inchiostro profumato?
E la felicità è quella cosa che tentiamo di evocare con le parole delle canzoni copiate sul diario?
E l’amore? E davvero senza fine o è destinato a spegnersi così come si consuma una candela?
Sì o no?
Sempre o mai?
E’ bianco o nero?
Quella è l’età delle domande ma anche delle certezze senza sfumature, il grigio non esiste.
E non credo sia giusto dire che allora eravamo migliori.
Eravamo diversi, forse avevamo più sogni dei ragazzi di adesso ma non per merito nostro, era il mondo che ci circondava a permetterci di averli.
E io passo spesso da quelle parti.
C’è ancora una macchina arancione, parcheggiata sempre al solito posto con l’autoradio accesa, le chiacchiere e le risate sovrastano la musica.
E c’è la ragazza che cammina sotto la pioggia, cappuccio in testa e mani in tasca.
Ci sono le panchine sulle quali andavamo a sederci ogni giorno.

Panchine di Castelletto  (3)

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By train

Una bella giornata di sole e Miss Fletcher si arma di sano entusiasmo e parte per una nuova meta a bordo di un treno regionale.
Poche fermate a dire il vero, è stato un viaggio breve.
Un minuto di raccoglimento, per cortesia.
E una prece, grazie.
Esimie e illustrissime Ferrovie dello Stato, avrei un modesto e umile interrogativo da porre.
Ditemi che è uno scherzo, i treni regionali provengono direttamente da qualche museo dedicato alla preistoria del trasporto su rotaia, vero?
E’ tutto combinato, confessate!
Dite la verità, lo scopo è far rivivere al viaggiatore l’ebbrezza del viaggio ai tempi che furono!
E ci riuscite benissimo, che esperienza!
Il mio treno regionale aveva stazzonati sedili color blu elettrico, una tinta che non va di moda dai lontani anni Ottanta, quando li ho visti mi sono quasi commossa.
E per di più i sedili erano talmente vicini uno all’altro da presupporre che se qualcuno si fosse seduto di fronte a me certamente ci saremmo ritrovati con le nostre ginocchia che gioiosamente cozzavano le une contro le altre.
Ah.
Che sia un omaggio al sovrano Vittorio Emanuele III?
Si dice che fosse alto poco più di 1.50.
Oh, ma non è che il treno è di quei tempi là?
Sta a vedere che è proprio così, che sorpresa!
E poi la nostalgica e vetusta atmosfera del treno, d’un tratto si è catapultati in altri tempi.
Ma come mai non passa nessuno a vendere le merendine?
Ecco, le cose migliori sono sempre quelle che mancano, accidenti!
In compenso il treno sferraglia da una stazione all’altra, davvero pare di essere nell’Italia del boom economico, un pubblico eterogeneo partecipa a questa rappresentazione così ben riuscita.
C’è un bambino che piange e un attempato signore intento a fare le parole crociate, una ragazza che dorme e un’altra assorta nella lettura di un libro.
E tra i passeggeri si trova una compagnia di ragazzini in viaggio verso la riviera, una coppia di innamorati che bisbigliano tra di loro e un gruppo di amiche ciarliero e rumoroso.
Uno scompartimento è un piccolo mondo, del resto.
E ci sono anch’io, rigorosamente in pantaloni, per un viaggio in treno una gonna non me la metterei neppure se mi pagassero.
E vi dirò di più, tengo persino i capelli dentro la giacca, sì, sì!
E sapete, mentre attendevo fiduciosa al binario, mi sono felicitata del fatto che il mio treno fosse puntuale, preciso come un orologio svizzero.
Altri convogli, ahimé, annoveravano ritardi di venti minuti e oltre, che pazienza!
E la memoria è subito andata alla terra di Germania, a quando mi ritrovai alla stazione di Monaco di Baviera, in attesa del mio treno.
Sul display si accesero due stelline luminose, ingenuamente chiesi di cosa si trattasse e un viaggiatore mi rispose lapidario:
- Sono i minuti di ritardo.
Cioè, due. Ah. Son tedeschi, hanno tanti difetti ma a volte ci stracciano, non c’è che dire.
Per non parlare poi dello splendente treno che presi in terra di Albione e che felicemente mi condusse al paesino di Saint Albans.
Rosso e bianco, nuovo di pacca, lucido e fiammante, credo che su quel pavimento si potesse serenamente banchettare in tutta tranquillità.
E comunque io treni non ne prendo molti, per fortuna.
Però ascolto dritte, lamentazioni e resoconti di amici che sono buoni clienti delle nostre gloriose ferrovie.
E c’è tanta gente che ha in sorte di frequentare quotidianamente i nostri treni, se volete conoscere storie e racconti, volti e persone visti dallo scompartimento o dal finestrino del treno andate a leggervi i blog di Vita da Pendolare e di Pendolante , entrambe narrano il mondo dal loro osservatorio privilegiato.
Per quanto mi riguarda tollero viaggi brevi e poco impegnativi.
E soprattutto non amo viaggiare accanto a gente che si porta dietro civette o altri pennuti.
Eh? Capita? Per fortuna no, succedeva nel 1926, come vi ho raccontato qui.
Adesso le cose sono molto cambiate, va decisamente meglio, vero?
Buon viaggio a tutti voi!

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Le persone.
Tu le guardi?
Le persone sono anche musica.
Una calda melodia jazz, un giro di basso, un assolo che squarcia il silenzio.
Una rima.
Michelle ma belle.
These are words that go together well.
La ragazza sottile come un giunco, leggera come una libellula.
Asfalto e calore, i suoi tacchi emettono un suono quasi impercettibile.
Ondeggia, passa, è già altrove.
E la osservano i passanti, lei non li vede, scuote appena il capo e i suoi capelli lucidi le dondolano sulla schiena, lei ha questo portamento fiero e altero.
Ondeggia, passa, è già altrove.
Piove.
Cadono gocce leggere, a me basta il cappuccio della giacca per ripararmi.
Le persone.
Tu le guardi?
Eppure dovrebbe essere chiaro: no, non mi serve un ombrello, offerta reiterata molteplici volte in una giornata bigia come questa.
Volti che vengono da altri mondi, occhi che hanno veduto savane, deserti e sole che spacca la terra arida.
Tamburi che rullano, suono che cresce, che monta e si spegne in lontananza.
No, non mi serve un ombrello, a dire il vero ce l’ho ma di rado lo uso.
C’è chi ti regala un sorriso e chi si volta dall’altra parte.
Via, via, vieni via di qui.
Niente più ti lega a questi luoghi
Neanche questi fiori azzurri
Lui la insegue, parla, gesticola, tenta palesemente di giustificarsi e di attirare l’attenzione di lei.
Ha un tono di voce sommesso e colpevole, lei non lo ascolta, anzi affretta il passo e cerca di lasciarlo indietro.
E lui ancora, vieni via con me.
La ragazza tiene una sigaretta tra le mani, fuma nervosamente e non profferisce parola.
Sono giovani, avranno poco più di vent’anni, i tortuosi conflitti dell’amore portano su certe strade impervie.
Lei d’un tratto svolta improvvisamente in un vicolo, pare una gazzella in fuga, lui sembra quasi perdere le sue tracce ma poi recupera e riguadagna terreno.
E nella sua corsa forsennata quasi scontra l’anziano signore che  cammina piano accanto alla sua consorte.
Si volta e porge le sue scuse, il vecchio genovese annuisce bonario, credo che comprenda.
Quando ti ho vista arrivare, bella così come sei
non mi sembrava possibile che
tra tanta gente

che tu ti accorgessi di me.
Una lunga storia d’amore, la passeggiata di questi due anziani coniugi ha come sottofondo le note e le melodia di una canzone di Gino Paoli.
Un passo dietro l’altro, sebbene incerto e lento, sono arrivati lontano, fianco a fianco.
Si fermano ad osservare i saponi esposti nella vetrina di una drogheria, parlano a bassa voce tra di loro.
Lei ha i capelli freschi di parrucchiere, un atteggiamento composto ed elegante.
Bella coppia.
Li guardi e immagini le loro vacanze, anzi la villeggiatura, nella casa di campagna.
I nipotini che crescono, la più grande va già al liceo, ha un tatuaggio sulla spalla che al nonno non piace per niente, ma va già bene così, almeno non è tanto visibile.
Le persone.
Tu le guardi?
Passa una giovane mamma, spinge a fatica un passeggino, la città non è a sua misura ma lei è una leonessa forte e determinata, affronta gradini, salite e scale con un’energia imprevista.
E intanto canta per il suo bambino.
Per fare un albero ci vuole un fiore, per fare un fiore ci vuole un frutto.
Le persone.
Tu le guardi?
La commessa del negozio di commestibili ha la faccia rossa, che caldo viene dal forno!
Eppure,  insieme al suo pane fragrante e alla focaccia calda, lei regala ai suoi clienti un sorriso largo e accogliente.
Il barista che prepara il caffé è in piedi dalle cinque del mattino, gli avventori del bar sfogliano i giornali.
E tutti discutono della notizia del giorno.
Con il barista, è ovvio.
E lui risponde, a tutti.
Stamattina quante volte avrà dovuto sentire la litania sul maltempo e sulla primavera che non arriva?
Forse anche a lui vorrebbe essere altrove mentre la voce di Otis Redding canta I’m just sitting on the dock of the bay, wasting time.
Le persone.
Tu le guardi?
A volte mi siedo su una panchina, osservo i movimenti e i gesti.
E le espressioni allegre o imbronciate, pensierose o serene.
Chiacchiere, risate e parole inondano l’aria e le strade.
E sono tanti linguaggi diversi, sono musiche, suoni e melodie.
Sono le persone.
Tu le guardi?

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E finalmente è arrivata la primavera.
E questa stagione inizia per me con una bella intervista su Il Secolo XIX, il quotidiano più letto di Genova e della Liguria.
Grazie per questo spazio che mi viene dedicato.
Grazie in particolare ad Anna Orlando che mi ha intervistata ed ha compreso molto di me e della mia personalità, regalandomi un ritratto che corrisponde al mio carattere e alle mie inclinazioni.
E grazie a tutti voi, agli amici che mi hanno telefonato, scritto e inviato tweets pieni di ammirazione e di stima.
Non so che altro dire, solo grazie.
L’intervista è online e la trovate qui.

Miss Fletcher, Genova si scopre dagli indizi

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La mia intervista per Mentelocale

Ancora ringraziamenti a qualcuno che ha generosamente dato spazio a questo blog e a ciò che scrivo.
Grazie a Laura Guglielmi che dirige Mentelocale e mi ha offerto la possibilità di un’intervista.
E grazie a Luca Giarola con il quale ho fatto questa lunga e piacevole chiacchierata.
Ci siamo incontrati in redazione, a Palazzo Ducale, in quelle stanze così piene di fascino, una meraviglia nella meraviglia!
E insomma, queste sono cose belle.
Grazie anche a voi lettori, a coloro che da tempo leggono le mie pagine e a chi le ha appena scoperte in seguito a questa intervista, siete arrivati in tanti e così vorrei darvi il benvenuto tra i miei caruggi e le mie storie.
Qui trovate la mia intervista:

Dear Miss Fletcher, un blog che racconta la Genova più nascosta

E sì,  sono proprio cose molto belle.

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L’anima dei libri.
I libri hanno un’anima, i libri sono come gli amici, ognuno sceglie i propri, alcuni sono più importanti, ci assomigliano, sono più vicini al nostro sentire.
E di loro rammentiamo ogni istante, ricordiamo il momento esatto nel quale la nostra strada ha incontrato la loro.
I libri hanno un’anima, a volte sorella e compagna di viaggio.
E allora quell’esatto istante sembra solo ieri, mentre invece magari sono trascorsi anni.
Era quel giorno.
Il giorno nel quale ho aperto un volume, l’ho sfogliato e desiderato.
Ed è venuto a casa con me, qui è restato, così si fa con gli amici, si tengono accanto perché di loro abbiamo un dannato bisogno.
La memoria di quell’istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Era gennaio, pioveva.
Ero al Camden Market di Londra.
James Joyce’s Ireland, uno studio di pregio e molte immagini e fotografie in bianco e nero.
Un mondo del quale avevo letto e studiato, una città, Dublino, tante volte immaginata e ancora mai veduta.
Un autore enigmatico, a volte oscuro, quanto sono attraenti le cose oscure e complicate?
Quel tuo nome assurdo da greco antico, io e Stephen Dedalus ci conosciamo da tanto!
Prendo in mano il libro, chiedo il prezzo.
Poche sterline, un vero affare.
Lo poso per estrarre il portafoglio.
E sono passati anni ma non ho dimenticato quel viso, è come se lo avessi veduto ieri.
Una giovane donna afferra il mio libro e a sua volta si rivolge alla commessa, vuole comprarlo.
Un istante tremendo nel quale ho visto svanire un compagno prezioso.
E’ della signorina, mi dispiace.
E ricordo anche lei, la libraia che disse questa frase restituendomi il sorriso.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
C’era una bella libreria a Genova, la mia preferita.
Al suo posto c’è adesso una profumeria, ma la Libreria Di Stefano di Piazza Dante era speciale e ha lasciato una sorta di vuoto.
C’era un intero piano dedicato ai libri stranieri, trascorrevo lì ore ed ore.
Sfogliavo i volumi della Penguin, mi perdevo a guardare i quadri sulle copertine, scoprivo nuovi autori neppure tradotti in italiano.
E’ spesso e voluminoso eppure leggero.
International Thesaurus of quotations, pagato la discreta cifra di 29.000 Lire.
Una miniera di belle parole e di saggezza, ha ormai la copertina tenuta insieme con lo scotch ma va bene così, quando si tratta di amore vero non si bada alle apparenze.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero a un mercatino dell’usato, in Val Trebbia.
Un libro antico con la copertina rigida, prima edizione del 1879, Fratelli Treves.
Ha le pagine spesse e porose, numerose stampe con i personaggi e le scene principali del romanzo:  L’Assomoir di Emile Zola.
La disperata e tragica Gervaise Macquart, un libro che amo a tal punto da averlo letto un’infinità di volte.
E Gervaise ha trovato spazio su queste pagine in questo post, non avrei potuto far diversamente.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero ancora a Londra, ma in estate.
Ero appositamente partita con una valigia mezza vuota, lo spazio era destinato ai libri.
Che follie si fanno per coloro che amiamo?
E passavo interi pomeriggi in quelle immense librerie a più piani, un paradiso per me.
Due tomi, due compagni di vita senza i quali le mie giornate sarebbero prive di significato.
The complete works of William Shakespeare.
E sono tornata a Genova portando con me re e regine, traditori e cortigiani, nobildonne e buffoni di corte.
The complete works of Oscar Wilde.
E con me sono venuti anche i dandies e certe creature delicate e impertinenti, un pittore autore di un celebre ritratto e il suo modello.
E poi, comprato al castello di Hever, un piccolo cartoncino piegato in quattro.
Non è un libro ma contiene tre lettere: una di Enrico VIII, mentre le altre due sono state scritte da Anna Bolena.
L’ultima lettera di Anna al suo Re, parole belle e terribili, un giorno le condividerò con voi.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
In una libreria che non esiste più, la piccola Feltrinelli della Nunziata, un negozio raccolto ed intimo, aveva una scaletta che portava a un piano inferiore, mi piaceva, era un luogo che sentivo mio.
Lo Zibaldone di Pensieri di Giacomo Leopardi.
Mi ha sempre affascinato il suo genio sofferto, da bambina ero stata a Recanati.
Quando andai nella sua casa e vidi la sua biblioteca pensai: da grande ne voglio una come questa.
Un’intera stanza con volumi fino alle pareti.
E lui che aveva camminato in quella casa.
E le sue poesie, versi ai quali sono affezionata.
Potrei continuare ancora ma non lo farò.
Ho giocato con la memoria, la mia memoria bella di alcuni dei miei amici più cari, i libri che hanno un’anima che ha incontrato la mia.
E rammento l’istante, l’istante esatto nel quale ci siamo incontrati.
E voi? E’ così anche per voi?
Ricordate lo scaffale, il luogo e la città nella quale avete trovato i libri dai quali non vi separereste mai?
E quanto tempo è trascorso?
Li tenete anche voi vicini?
E a volte li riprendete in mano?
E forse anche voi guardate al vostro passato, a quell’esatto istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.

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Un breve post solo per segnalarvi qualcosa che mi ha reso molto felice.
Veramente poche parole, in realtà ne basterebbe soltanto una: grazie.
Grazie a Roberta Milano, una vera autorità in materia di turismo.
Roberta Milano è consulente e docente di Web Marketing per il Turismo e mi onora di leggere queste pagine e le storie che racconto.
E capirete che il suo apprezzamento ha per me un valore immenso, è un riconoscimento molto importante ricevuto da una persona di grande competenza.
Su questo blog c’è la mia Genova e ci sono le storie che amo, sapere che suscitano questo interesse non può che farmi piacere.
Una rivista, Blu Liguria.
Un’intervista a Roberta Milano, nella quale lei narra di sé e della sua esperienza di blogger, un’intervista che verte su turismo e social media all’interno della quale trovate una citazione che mi riguarda.

Ecco il link:

Il blog non è morto, intervista di Giulia Mietta a Roberta Milano

Grazie. Grazie di cuore a Roberta Milano per l’attenzione riservata a questo blog.

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Quest’estate, nell’ameno paesino della Val Trebbia dove trascorro le vacanze, ho visto qualcosa che mi ha fatto riflettere.
Una cabina del telefono, il cartello rosso affisso sul vetro preannunciava la rimozione della cabina stessa entro il 30 ottobre 2012.
In questi casi è data facoltà all’utenza di richiedere che il telefono resti attivo, chissà se qualcuno l’avrà fatto.
Temo di no, purtroppo.
Cala un velo su un’era che in realtà è terminata molti anni addietro.

Cabina

Ma voi ve lo ricordate l’amore al tempo delle cabine?
Lo so, i più giovani non sanno neppure di cosa io stia parlando.
No, non credo fosse meglio prima, era solo diverso.
L’amore e l’amicizia al tempo delle cabine erano ritmati dal clangore dei gettoni che scendevano uno ad uno, un suono inconfondibile.
L’amore al tempo delle cabine era un po’ complicato, difficile accorciare le distanze.
Intanto bisognava procurarsi un numero cospicuo di monetine o una splendida scheda telefonica che dava un senso di maggior sicurezza.
E poi c’era da aspettare il proprio turno, nei luoghi di villeggiatura le cabine telefoniche erano regolarmente prese d’assalto.
E c’era sempre la coda, una vasta umanità si affollava lì davanti.
E non c’era neanche tutta questa riservatezza, se ci riflettete, da fuori si sentiva quasi tutto.
Ci penso adesso, allora non ci facevo affatto caso.
L’amore al tempo delle cabine era un vetro grigio che ti proteggeva a mala pena dal mondo esterno e là fuori magari c’era la casalinga impaziente o l’anziano signore che vi guardavano torvi facendovi intendere che dovevate spicciarvi.
L’amore al tempo delle cabine era certe parole che non diciamo più.
A che ora ti chiamo domani?
Fai in fretta che sto finendo i gettoni!
L’amore al tempo delle cabine era ostacolato da una lucetta rossa: quando si accendeva voleva dire che non si poteva telefonare, accidenti!
L’amore al tempo delle cabine era darsi la buonanotte alle sette di sera, non si poteva far diversamente.
Era un altro tempo, il tempo delle cartoline.
Si tornava dalle vacanze e si trovava la buca delle lettere traboccante di cartoncini rettangolari con panorami marini e montagne innevate.
E poi c’erano alcune amiche che andavano sempre nello stesso posto e tutti gli anni mandavano la stessa cartolina.
Era il tempo della carta da lettere, una missiva ci metteva qualche giorno ad arrivare.
Era l’epoca dell’aspettativa e dell’attesa, della busta che si strappa, dei francobolli ritagliati e destinati ad arricchire certe collezioni.
Il tempo delle penne profumate e delle calligrafie tondeggianti.
Che voi sappiate c’è ancora qualcuno che scrive lettere? Credo di no, si usano altri mezzi di comunicazione rapidi ed immediati.
Era tutto più lento allora.
Era un altro tempo, un tempo che esiste ormai solo nei ricordi.
A volte viene quasi da chiedersi come abbia fatto a passare così in fretta.

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Un nuovo anno porta novità.
Il contenuto di questo post è già nel titolo: Era Superba, Marta Traverso intervista Miss Fletcher.
A Genova Era Superba è una nota realtà editoriale, che comprende un portale online e una rivista mensile a distribuzione gratuita, pagine dedicate alle notizie e agli eventi della mia città e della Liguria.
Ed è per me una grande soddisfazione aver ricevuto la loro attenzione ed essere stata intervistata da Marta Traverso.
I contenuti di questo blog nascono come espressione pura delle mie passioni, del mio amore per questa città e voi ben sapete quanto sia profondo e vero.
Questa intervista è per me un grande riconoscimento del quale sono molto felice.
Dear Miss Fletcher: un blog per raccontare Genova e dintorni è il titolo dell’intervista, la trovate qui.
Andate a leggere e poi tornate a dirmi cosa ne pensate.
Grazie a Marta Traverso per le sue belle parole, per la sua attenzione e per lo spazio concesso a questo blog su Era Superba.

La Superba

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