Una piccola luce

In questo silenzio, nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
L’opera dello scultore Filippo Giulianotti risale al 1885: ad adornare il luogo dell’eterno riposo della Famiglia Conti è una figura femminile dolcemente assorta e posta così a custodia dei defunti.
Molto sovente la abbraccia l’ombra ma in un pomeriggio di primavera ecco a sfiorarla una piccola luce.
Si è posata così, con tale grazia, sui capelli della giovane, sulle sue palpebre frementi, sulle labbra sottili, sul suo viso dolente.
Così l’ho osservata e poi, piano, anch’essa è svanita: era una piccola luce di mistica meraviglia.

L’album delle figurine

Tutti coloro che sono stati piccoli negli anni ‘70 hanno avuto la gioia di dilettarsi con l’album delle figurine e a pensarci viene davvero un po’ di nostalgia.
Beh, a dire il vero anche i bambini che sono venuti dopo di noi sicuramente hanno avuto il loro meritato album, le figurine sono sempre state gioie dell’infanzia!
E in tutta sincerità non so neanche dire se fosse poi così importante completare l’album: la cosa bella era avere le figu, mi ricordo che le chiamavamo così.
E quindi, con un rito che si ripeteva puntuale, in certi specifici giorni papà tornava a casa dall’ufficio con i pacchetti di figurine, non vedevamo l’ora di mettere le mani sul malloppo, vi ricordate?
Ah, poi alcune figurine si ripetevano e si ripetevano all’infinito, accidenti!
Aprivi il pacchetto e c’era sempre quella là che avevi già trovato come minimo tre volte e la figurina di troppo se andava così a finire dritta nel mazzo di quelle da scambiare.
Spacchettare le figurine era gioia, attesa e divertimento vero ed era sempre accompagnato da quella tiritera che ancora tutti ricordiamo: celo manca, celo manca… e lo scrivo così perché noi lo dicevamo proprio così!
Insomma, non so quanti album di figurine abbiamo avuto noi fortunati bambini degli anni ‘70, mi viene in mente di scriverne perché l’altro giorno per puro caso ho trovato tra le pagine di un libro della mia infanzia il dorso di una di queste figurine che ora viene così elevato al livello di cimelio di quel tempo là!

Non mi ricordo proprio di quale figurina si trattasse anche perché, come molti di voi, ho raccolto figurine di tutti i tipi: di fiori e di animali, di Heidi e della mitica Barbie, non mi sono invece mai dedicata alle figurine dei calciatori perché il calcio proprio non mi interessava.
E comunque era sempre un bel divertimento mettersi seduta per terra con l’album e i pacchetti di figurine, sperando sempre di trovare quella là così rara che non capitava mai!
E vi ricordate? C’erano dei disegni composti da più figurine e quanto capitava di averne trovate due su tre diventavo particolarmente ansiosa di trovare la figurina mancante e il destino a volte me la faceva proprio sospirare!
E tuttavia era bello avere un album da completare: una volta terminato si metteva da parte e si aspettava di aver un nuovo album da riempire.
E ancora celo manca, celo manca e un nuovo mazzetto di figurine doppie da scambiare con gli amici: insomma, una di quelle cose che noi che eravamo bambini negli anni ‘70 ci ricordiamo proprio bene!

Alberi in primavera

E ancora ritorna la gloriosa bellezza degli alberi in primavera: sono alberi di questi dintorni, crescono e prosperano nei giardini di Castelletto e sono gli abitanti preziosi di questo quartiere.
Così ritorno sempre a salutarli e vederli carichi di petali delicati è una gioia vera.
Fiorisce generoso il candido ciliegio.

E si staglia nel blu con i suoi rami vivaci l’albero di Giuda.

E ancora il dolce pruno così si svela.

E si intreccia ai rami dell’odoroso glicine.

Crescono insieme e così vicini, creando uno spettacolo di straordinaria bellezza.

Ed è bianco e lilla così ricco e florido.

E poi ecco il rosa acceso del ciliegio giapponese.

E cielo azzurro e splendido di primavera.

Ancora sboccia lucente il glicine bianco.

E così lo si incontra lungo il cammino.

Verso l’infinito si protende così la tamerice.

E un’altra si affaccia invece da un muraglione, è una meraviglia di rosa e di dolcezza di questa stagione.

Gli alberi in primavera raccontano la vita, il rinnovamento e i nuovi inizi, donano la loro bellezza e rendono uniche le nostre prospettive.
E ancora salendo in Via Domenico Chiodo si nota il viola dei rami fioriti degli alberi di Giuda di Via Oberto Cancelliere.
Son alberi di città in primavera, così generosi e gentili annunciano una stagione nuova.

Il Monumento al Duca di Galliera, l’ingegnere e la paziente Armida

È una cartolina del tempo passato, mi ha colpito per l’inquadratura e per la nitidezza dell’immagine: il soggetto è il decantato monumento al Duca di Galliera di Giulio Monteverde nella sua collocazione originaria non distante della Stazione Marittima.
Come sappiamo, in tempi recenti la statua ha trovato una nuova sistemazione sulla rotonda di Via Corsica e adesso l’opera magnifica della quale scrissi in questo post si staglia contro il cielo blu di Carignano e davanti al mare di Genova.
La cartolina, spedita nel 1927, ci mostra invece il monumento a questa maniera e così circondato da curatissimo verde.

Si passeggia in rilassata quiete in questa parte di Genova così vibrante e vivace.

E noi che viaggiamo nel tempo finiamo per apprezzare ancora di più gli scorci, le vedute, il profilo della Lanterna sullo sfondo e la sobria eleganza dei lampioni che rischiarano la via.

Verrebbe proprio voglia di mettersi a sedere su una panchina con questi genovesi di un altro tempo a farsi raccontare da loro le storie del tempo passato!

E tuttavia una storia di istanti perduti è scritta proprio a tergo di questa questa cartolina da me acquistata per la bellezza del soggetto: una volta a casa però mi sono accorta che svela un frammento di vita semplice ma molto interessante per me che amo giocare con la fantasia.
La cartolina fu scritta e spedita da Genova a Milano da un’amorevole mamma a suo figlio, l’Ingegner Paolo.
La signora scrive parole affettuose per lui e poi manda i suoi saluti a una certa Zia Angelina, infine con una certa solerzia si raccomanda di avvisare che lei e il suo consorte sarebbero arrivati a Milano per il pranzo di venerdì e quindi era importante che la Zia Angelina impartisse gli ordini necessari all’Armida.
Ecco, chi sarà mai stata l’Armida? Ah, io da subito ho pensato che fosse la cuoca o comunque un signora impiegata in quella casa.
Ed è naturale immaginarsi la zia Angelina che corre tutta trafelata dall’Armida raccomandandole di fare le cose a modo per il pranzo dei signori e così la paziente Armida annuì e fece del suo meglio preparando deliziosi manicaretti nell’elegante dimora milanese dei signori.
Poi venne quel venerdì e tutti si riunirono intorno a quel tavolo per quel pranzo che era stato annunciato con una bella cartolina.
E così si intrecciano le storie, anche quelle piccole e dimenticate che ci portano ad un tempo che non abbiamo vissuto.
C’era una bella cartolina scelta cura e ritraeva il monumento al Duca di Galliera.
E poi c’erano un’affabile signora con il suo consorte, l’ingegnere che era il loro figlio, la zia Angelina e la paziente Armida: era il 1927, tra Genova e Milano.

Il mare e la creuza

Laggiù, in fondo alla creuza.
Laggiù in realtà c’è una ripida sinuosità di mattoni e poi una curva e poi la discesa conduce verso la zona di Carbonara e dell’Albergo dei Poveri.
In questa prospettiva una geometria di muri pare racchiudere la solitaria bellezza di questo semplice tratto di Salita Inferiore San Simone mentre un albero spoglio si protende verso il sole.
E questa è davvero una delle anime di questo mio quartiere arrampicato sulle colline, con i suoi corsi ampi e luminosi.
Poi, in un punti diversi, in Circonvallazione a Monte tante sono le creuze da percorrere e grazie alle quali in pochi minuti puoi raggiungere il centro.
E allora vedi ombra e luce che cade di traverso e cielo chiaro e qualche nuvola leggera e laggiù il mare.

Come un gioiello prezioso

Poco prima che il giorno finisca, come quando è quasi sera e la luce rimbalza sulle pietre e sui muri antichi per poi fuggire via.
In un quieto saliscendi silenzioso che racconta cose di vicoli, di tempi diversi e di vite trascorse.
Così quando arrivo in luoghi come questo sempre ritorna nel cuore quella cifra di autentico stupore e di assoluta meraviglia.
Tra case vetuste, venfo di mare, suono di campane di caruggi.
Poco prima che il giorno finisca, come un gioiello prezioso racchiuso tra i misteri della città vecchia.

Vico di Scurreria la Vecchia

I pensieri del piccolo Giambattista

Di lui è rimasta per certo un’immagine dei giorni della sua infanzia e ad osservare l’opera nella quale egli è ritratto sorge spontaneo chiedersi quale destino abbia poi incontrato questo bambino e quali fossero i suoi pensieri.
Il suo nome è Giambattista e così lo si vede, affranto e dolente, nella scultura che adorna il cippo marmoreo posto sulla tomba di suo padre Michele Marré.

Eccolo questo papà troppo presto presto perduto, ha il volto serio e amorevolmente bonario.
L’opera è collocata nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, a scolpirla con mirabile cura fu Giovanni Scanzi nel 1884.

La scultura fu commissionata dall’Avvocato Angelo Marré, con tutta evidenza si trattava di un parente stretto del defunto.
Il fatto che non risulti in nessun luogo il nome di una vedova mi induce a supporre che il piccolo Giambattista in quell’epoca non avesse più nemmeno la mamma: chiaramente non è una certezza ma soltanto una mia personale deduzione alla quale sono giunta osservando il complesso dell’opera.

Il piccolo invece è figura presente e viva della quale si vuole lasciare memoria anche nell’iscrizione incisa nel marmo a ricordo del padre Michele.

Nel progetto iniziale dell’opera Scanzi aveva ritratto il bimbo con un libro nella mano mentre nella realizzazione della scultura pose invece tra le dita del bimbo un cappellino.
La luce così sfiora la sua giacchetta e le sue fattezze di fanciullino.

Lui porta gli stivaletti alla caviglia chiusi da una fila di bottoncini, altri piccoli bottoni tondi sono sui suoi pantaloni.

Questo piccolino visse in un’epoca diversa dalla nostra e ancora così lo vediamo in un momento di grande difficoltà per lui.
Nei suoi occhi e nella sua mente si celano i suoi dolci pensieri di bimbo, le sue nostalgie e il rimpianto di quell’affetto perduto.
Ancora aggi il nostro sguardo trova il visetto dolce del piccolo Giambattista così come lo ritrasse con il consueto talento lo scultore Giovanni Scanzi.

Mio amato glicine

E così sei tornato a fiorire, mio amato glicine, sbocci generoso per le strade del mio quartiere, ogni petalo è un dono divino, ogni fiore è una bellezza ritrovata della quale ringrazio.
Mio amato glicine, così dondoli nell’aria e nel cielo sereno.

E ti arrampichi sui muraglioni, sfidi la vertigine e crei la cornice perfetta per i panorami che amiamo ammirare.

Mio amato glicine, così ricco, prodigo e generoso.

Profumato e fresco, contro l’orizzonte e il mare e la Lanterna.

Mio amato glicine che con la tua gloriosa leggiadria fiorisci sulla cancellata di Corso Firenze e così diffondi la tua inconfondibile dolcezza.

E ti stagli così magnifico contro il cielo e tra le case.

Mio amato glicine, sei ancora lo stesso dei miei tempi della scuola, così rigoglioso e splendido, sulla prospettiva di Via Piaggio: quando allora iniziava la tua fioritura voleva dire che l’estate era vicina e ancora è così, mio adorato glicine.

E ancora alzo gli occhi versi i tuoi rami carichi di fiori.

E così ti ringrazio, mio amato glicine, di tutta la deliziosa e profumata bellezza che sai donarci.

Sui prati di Torriglia

Era uno di quei giorni dolcemente semplici, tra il verde generoso della campagna, sui prati di Torriglia.
Tra api ronzanti, uccellini ciarlieri e fiori che sbocciano ondeggiando smossi dal vento gentile.
Questa è la memoria di uno di quegli istanti che poi si ricordano con nostalgia, ripensando all’infanzia, alle ore spensierate, alle corse sui prati e alle risate gioiose.
Ed è una felicità radiosa ad illuminare il visino di questa bimba: lei porta il grembiule nero, i capelli folti fermati da una parte con una mollettina, ha un sorriso tenerissimo e un mazzo di margherite in una mano.

E poi ecco lui, ha il sole negli occhi, una mano su un fianco e un’espressione divertita.

E poi loro due: uno ho il fiocco grande sul grembiule da scolaretto e l’altro una magliettina a righe.
Ed è una di quelle giornata semplici e comuni eppure un po’ speciali anche se in realtà, in quel momento tu sei lì con i tuoi pochi anni e non te ne rendi certo conto.
Molto tempo dopo, invece, capirai l’assoluta unicità di quei momenti e magari ti sembrerà di sentire ancora il profumo dell’erba di Torriglia.

Ed ecco il più piccino con i suoi capelli biondi seduto per terra tra i fiori e le dolcezze della campagna.

E poi ancora, pettinature composte, un bel tessuto a righe, questi sorrisi così garbati e puliti, una gioia narrata dalle espressioni, dagli sguardi e dal senso di tranquillità che ispirano tutto coloro che in quel giorno si trovarono insieme su un prato della Val Trebbia.

La bella fotografia del fotografo Rusconi di Torriglia restituisce così l’immagine di un istante di vera serenità.
La luce si posava così sull’erba chiara e sbocciavano gentili le semplici margherite: era un tempo felice sui prati di Torriglia.

Auguri di Buona Pasqua!

Così arrivano i miei semplici auguri per questa festività, con una dolce cartolina del tempo passato: ci sono un prato verde, un albero in fiore, una bimbetta, un uovo e un tenero pulcino.
A voi auguro di trovare la perfetta bellezza di questa semplicità e di riscoprire ritrovati stupori infantili che sappiano colmare il cuore di vera gioia.
Care amiche e cari amici, a tutti voi Buona Pasqua!