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Una sera, rientrando a casa.
Mentre la luce si fa sempre più fioca, nel tempo d’autunno.
E metti che ci sia un pianoforte in Strada Nuova.

E metti che poi le note risuonino in questa strada ampia e gloriosa.
E tutti si fermano ad ascoltare, la musica ha questa potenza, sa avvolgere i pensieri, in certi luoghi poi è ancora più incantevole.

Un pianoforte in Strada Nuova: chi lo vede da lontano rallenta il passo.
Arriva una ragazza con lo zainetto sulle spalle, alcune persone stanno sedute sui gradini di Palazzo Tursi, una mamma spinge il passeggino.

Musica nella via dei Rolli, i palazzi della nobiltà, questo è uno degli eventi organizzati in occasione del Salone Nautico.
Tra questi edifici maestosi, davanti alla prospettiva dorata di un caruggio a me molto caro, mentre il giovane pianista fa scorrere le dita sui tasti bianchi e neri.

Un pianoforte in Strada Nuova: una che come me ama i caruggi non può che osservarlo da là, tra le case alte di Vico Duca.

E intanto dolcissime note si levano nell’aria.
Ed è pura bellezza e perfetta armonia.
Semplicemente, in Strada Nuova.

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“Era il 1976…
Charlie’s Angels, Laverne & Shirley e Family Feud andavano in onda per la prima volta.
Steve Wozniak e Steve Jobs fondavano in un garage la società informatica Apple.”

Era il 1976, io avevo 10 anni e l’autrice di queste righe ne aveva 19.
Lei è Carrie Fisher, così inizia “I diari della Principessa – Io, Leia e la nostra vita insieme” pubblicato in Italia da Fabbri Editori.
E pensando a lei è inevitabile pensare a noi stessi e a quello che lei è stata per noi.
Carrie Fisher nacque già attorniata dalle luci scintillanti di Hollywood: sua madre era l’attrice Debbie Reynolds, suo padre era il cantante Eddie Fisher.
Suo padre lasciò la moglie per Elizabeth Taylor che all’epoca era la migliore amica di Debbie.
E Carrie, giovane promessa, interpretò un ruolo cinematografico che ha fatto sognare schiere di adolescenti: la Principessa Leia di Star Wars, un film epico e leggendario.
Dunque, era il 1976, io avevo 10 anni e Carrie ne aveva 19.
Quando la vedemmo sullo schermo del cinema tutte noi, o per lo meno molte di noi, pensammo che avremmo voluto essere lei: lei, la principessa Leia.
Tra le pagine di questo volume troverete una donna adulta e sincera che si guarda indietro e racconta se stessa: racconta Carrie e racconta Leia, racconta anche l’emozione straniante di essere confusa con un personaggio immaginario al quale si è sempre sentita intimamente legata.
La vita, il cinema e la fragilità.
Tutte noi avremmo voluto essere lei: la principessa intergalattica con quella strana pettinatura.

Quella ragazza ebbe una travagliata storia d’amore svelata per la prima volta su queste pagine.
Dunque, lei aveva 19 anni, lui ne aveva 35, era sposato, era un uomo affascinante e carismatico, lui era Harrison Ford.
Si incontrarono sul set di Star Wars, Ford interpretava la parte del coraggioso Han Solo.
Leia e Han, Carrie ed Harrison: la vita e la finzione si mescolano.
La vita però è molto meno romantica di un film, vi lascio la curiosità di scoprire questa vicenda senza svelare troppi dettagli.
All’epoca del film Carrie teneva un diario, le pagine di quel diario sono in questo libro.
E svelano una ragazza fragile, incompresa, insicura e al tempo stesso vivace e frizzante, una ragazza che va in confusione e davanti a lui si pone la fatidica domanda: che cosa avrebbe fatto Leia?
Lui è magnifico, il tipo d’uomo che le fa girar la testa.
Lei no, lei non si sente abbastanza. Lei non è all’altezza. E lo scrive, senza riserve:

“Perciò, come si poteva chiedere a un tale sfolgorante modello d’uomo di accontentarsi di una come me? No! Non ditemelo!
Il fatto è che gli bastai. Anche se durò poco. Fu molto più che abbastanza.”

La ragazza che non si perdona nulla scrive nelle pagine del suo diario parole come queste:

“Vorrei che mi amassi di più, così io potrei amarti di meno.”

Ricordate?
Lei è la principessa Leia, la sua vita reale si si sovrappone al personaggio del film: a volte è dura essere anche all’altezza di se stessi e delle proprie aspettative.
Hollywood, i set cinematografici, le celebrità, il pubblico adorante che vuole gli autografi, una madre tanto amata, un percorso di vita complicato.
Se conoscete un po’ la storia della Fisher sapete già che la sua esistenza non fu poi così semplice, nel corso degli anni non fu immune da eccessi e dalle conseguenti difficoltà.
Credo che quando si osservano le vite degli altri bisognerebbe astenersi dal giudizio e dalle conclusioni scontate, a volte certe vite ci sembrano semplici perché crediamo che gli agi di un’esistenza dorata bastino già a fare la felicità, non è sempre esattamente così.
Carrie Fisher era una donna arguta, capace di sorridere anche di se stessa, il suo stile è ironico, tagliente, a volte nostalgico.
Avevo già letto un suo libro nei lontani anni ‘80: Cartoline dall’Inferno.
Le sono affezionata, in qualche modo è stata una figura che ha accompagnato la mia adolescenza.
Era la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere, ricordate?
È mancata lo scorso anno, il giorno dopo sua madre l’ha seguita.
I fan le hanno dedicato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, c’è incisa una celebre citazione di Star Wars: May the Force be with you. Che la Forza sia con te.
E poi un’altra parola: always. Sempre.
E ancora una: Hope. Speranza.
Perdonaci Carrie, non abbiamo capito, ti vedevamo con il tuo vestito candido e ci sembravi così perfetta.
Sai, eravamo giovani anche noi e non sapevamo che a volte non è affatto semplice essere una principessa intergalattica.

Senza fiato

Non sentivo neanche la fatica anche se quella salita mi spezzava il respiro.
Venivo da te.
C’erano tutte quelle parole non dette ancora da pronunciare, c’erano quelle memorie da condividere, quei frammenti di noi da rivivere insieme.
La galleria, il frastuono delle macchine attorno a me.
Semaforo rosso, un istante in più a separarmi da te.
Fremevo.
Partenza, il respiro sempre più affannoso.
E il pensiero già accanto a te.
E poi tu.
Ti ho vista in lontananza.
Camminavi su e giù, io lo so che tu sei sempre in anticipo, non riesco mai ad arrivare prima di te.
Mi hai sorriso, mi sei venuta incontro.
Sei paziente.
Sei semplicemente la gioia più grande.
Perché non so dirtelo mai?
– Arrivo, fisso la bici alla ringhiera.
C’era quella luce radiosa, c’era il disegno dell’ombra dei portici, spirava l’aria fresca del mare.
E c’eri tu, la sola che sa lasciarmi senza fiato.

Le incontro ogni giorno, ogni giorno i miei occhi si posano su di loro.
Stanno lassù, distanti, in alto.
Guardiane della quiete, poste sulla balaustra di un’elegante villa di Via Piaggio.
Sorelle, amiche, complici.
La posa aggraziata, le pieghe del manto.

I boccoli setosi, il profilo perfetto, i gesti armoniosi.
E una coroncina di fiori che lei tiene appesa al polso.

Lei invece l’ha posata sul capo, graziose corolle cingono i suoi capelli.

Le incontro ogni giorno.
E lei, a dirvi il vero, sembra quasi che mi aspetti, almeno così pare a me.
Affabile, gentile, tiene il collo leggermente reclinato e la sua posa la fa sembrare ancor più dolce.
E pare che dica:
Sei di nuovo tu? Sei tornata!

Lei invece ha un aspetto altero e deciso.
Mi attende?
Non saprei, credo di no.
Mi osserva da lassù ma non sono certa che mi veda davvero, ho questa sensazione.

Lei.
Lei invece.
Lei, guardiana amorevole dei passanti e di coloro che non conoscono il suo nome.
Sei tu? Sei tu. Sapevo che ti avrei rivista, ti aspetto ogni giorno.
Senza parole, solo con lo sguardo.

Ho la speranza che un giorno anche la sua compagna, amica o sorella mi riservi uno sguardo attento e affettuoso.
Lei sta là, distante e leggiadra, persa in una perfezione di azzurro e bianco.

Lontano o vicino, sono gli occhi con cui guardi a fare tutta la differenza.
Sempre.

C’era un tempo un magnifico negozio presso il quale di certo si serviva la migliore clientela: si trovava in Galleria Mazzini, celebre ritrovo dell’alta società cittadina.
Una galleria elegante, raffinata ed armoniosa, luogo prediletto per il passeggio e molto amato dai genovesi nei tempi passati.
A sfogliare la Guida Pagano del 1926 si scopre che là in quegli anni c’erano negozi favolosi: si vendevano alabastri e filigrane, c’erano orefici e fotografi, non mancavano un ombrellaio e un confettiere.

E ancora risplende la nostra Galleria Mazzini e noi ancora amiamo camminare al riparo, su e giù, qui dove si affacciano le vetrine scintillanti di negozi prestigiosi.

Sotto i vetri che luccicano, quando la luce li attraversa.

E ancor di più amiamo frequentarla nelle occasioni che la rendono più viva e affascinante restituendole la sua identità e facendoci apprezzare la vantaggiosa gradevolezza di avere una galleria in pieno centro.
In Galleria Mazzini si tiene da sempre la Fiera del Libro, a causa di certi restauri negli ultimi anni è stata traslocata altrove ma tutti noi attendiamo che la prossima edizione torni nel suo luogo di origine.
E che dire del mercatino dell’antiquariato? Sì, questa è la collocazione perfetta.

Facciamo un passo indietro e andiamo a certi anni del secolo scorso quando erano in voga ben altre eleganze.
In Galleria Mazzini c’era un negozio di cappelli, ne ho notizia grazie ad una cartolina spedita nel 1913 e comprata su una bancarella.
La cartolina è molto rovinata e ha diverse pieghe, questo però non toglie nulla alla mia fantastica scoperta.
E qui ringrazio i mie amici Giancarlo Moreschi e Pier Giorgio Gagna, sono stati loro riconoscere la via in cui si trovava questo negozio, restava da trovare l’esatta collocazione.
Dunque, osserviamo l’insegna.
Signori, qui si vendono cappelli di paglia e di feltro, è garantito un certo stile!

Quindi immagino che certi elegantoni si fermassero a sbirciare le vetrine, è difficile far la scelta giusta quando ci sono così tanti articoli in esposizione.
Nella parte alta dell’insegna spiccano queste parole: Emporio Cappelleria Genovese.
E nella zona sottostante si legge che questo negozio ha una storia, in anni anteriori infatti aveva probabilmente il nome del suo precedente proprietario, Susto.

E allora eccomi in Galleria Mazzini, con la cartolina tra le mani.
Mi piacerebbe tanto comprare un cappello di paglia, purtroppo non c’è più la Cappelleria Genovese, altrimenti sarei un’affezionata cliente!
Io vado su e giù, cerco il luogo che corrisponde esattamente a quello della mia immagine d’epoca.
Ci sono due vetrine, su ognuna è collocato un punto luce con una lampada, sono separate da due semicolonne, sull’estrema sinistra si scorge parte del lampione della pubblica illuminazione.

Ed io, in una mattina di settembre, sono certa di aver trovato il punto esatto.
Mi assiste l’intuizione ma anche un pizzico di fortuna, una volta tornata a casa ho letto che la Cappelleria Susto sul finire dell’Ottocento si trovava al 57 e 59 di Galleria Mazzini.
E presumendo che la numerazione non sia cambiata questo è esattamente l’indirizzo del negozio di abbigliamento fotografato da me.

Non basta, andiamo ancora oltre, c’è altro da raccontare.
Come vi ho già detto la mia cartolina risale al 1913, sulla Guida Pagano del 1926 risulta che a quell’indirizzo in quell’anno c’era il negozio del Signor Marini: cappelleria, modisteria e impermeabili.
Io non so dirvi se si tratti dello stesso negozio della mia immagine perché su questo cartoncino sbiadito non si legge questo nome, certo è che in ogni caso lì si vendevano sempre questo genere di articoli, che bellezza!
I cappelli, italiani e stranieri, venivano confezionati in certe scatole lussuose.
E attenzione, si vede anche il cartellino del prezzo!

Ho messo indietro la macchina del tempo e sono rimasta a passeggiare in quegli anni lontani, nella nostra Galleria Mazzini.

E ho incontrato un avventore, forse era solo un tale che passava da quelle parti e si è messo in posa davanti al favoloso negozio di cappelli.
Alla Cappelleria Genovese c’erano cappelli, berretti, copricapi per ogni gusto e avrete notato che le vetrine erano bordate con dei disegni di cappelli dalle diverse fogge.

Il tempo è trascorso, è tramontata l’epoca della paglietta e con essa sono svanite molte altre mode.
In un giorno distante il fiero proprietario di questo negozio si mise in posa per farsi immortalare davanti alla sua vetrina, il signore in questione portava una giacca di buon taglio e sfoggiava un bel paio di baffi.
Mi è rimasta solo una curiosità, chissà, magari qualcuno di voi lettori può essermi d’aiuto.
Come potete vedere il nostro abile commerciante non è solo, c’è un gatto davanti ai suoi piedi, si direbbe un habitué.
Ecco, se per caso qualcuno conoscesse il nome del piccolo felino lo scriva, a me piacerebbe tanto saperlo.

Vi porto ancora sul mio terrazzo: è settembre e ci sono dei nuovi arrivi.
Allegre, coloratissime e vivaci, le viole del pensiero mi mettono proprio allegria e così ne ho prese un bel numero, adesso abitano in diverse ciottoline.

Almeno in caso di pioggia posso metterle facilmente al riparo, non vorrei mai sciupare tanta bellezza.

Radiose e regali, in questo periodo nel quale la rosa non è fiorita, sono loro le sovrane del terrazzo e non passano certo inosservate tra le altre piante.

Tra l’altro le mie nuove amiche sono curiose, ciarliere e petulanti.
Eh sì, va detto, non stanno mai zitte, ogni tanto le sento chiacchierare tra di loro!

Una in particolare è molto socievole, infatti parlotta sempre con il peperoncino e cerca di attaccar bottone anche con la maggiorana che però è un tipo riservato e tende a dar poca confidenza.

Non parliamo del basilico: quello là sta sempre per conto suo!
Loro però non se ne curano, figuriamoci.
Inutile dirvi che come tutte le signorine dell’alta società sono anche piuttosto vanitose.

E d’altra parte portano in dote una naturale eleganza, sono nate con il dono di una sfolgorante bellezza.

Ognuna con il suo abito migliore, le viole del pensiero sono sempre in gran spolvero.

E si stagliano contro il cielo chiaro, regine del terrazzo in questi giorni di settembre.

A colori

E poi, a volte, certi dettagli fanno tutta la differenza.
Mica è semplice vivere a colori, bisogna saper guardare oltre, saper vedere esattamente quello che ti piace e che per te è armonia.
A colori.
Tra fili di panni stesi, muri dalle tinte calde, angoli ombrosi.
A colori, nella città vecchia.
Via il grigio, amiamo soltanto quello lucente delle ardesie.
E sulla serranda uno sgargiante arcobaleno, mi torna in mente ancora una volta una citazione che amo molto e che forse ho già riportato su queste pagine diverso tempo fa.
Che cos’è il colore?

“L’ornamento del mondo… lo sforzo della materia per divenir luce.”
Gabriele D’Annunzio – Il fuoco

Giorni fa, cercando alcuni oggetti in cantina, ho fatto un fortunato ritrovamento.
Vi ho già detto che io tengo tutto, vero?
Ecco, certi reperti non ricordo nemmeno di averli conservati fino a quando, come per magia, spuntano fuori all’improvviso.
E dunque, parliamo di una quisquilia che tutte coloro che sono state bambine negli anni ‘70 hanno posseduto.
Signore e signori, ecco a voi il mio portamonete con i pallini!
L’ho sempre chiamato così e non vedo perché dovrei cambiare adesso, vi sembra?
Meraviglia!

Nel prenderlo in mano ho notato che era un po’ ciccione, quindi doveva esserci dentro qualcosa.
Per la verità ho vissuto anche qualche istante di tensione perché, con mio estremo disappunto, la cerniera non si apriva.
Che scocciatura, non si capisce perché un portamonete che non viene usato da almeno quarant’anni abbia qualche problema di ruggine alla cerniera, caspita!
E dunque, alla fin fine con delicatezza sono riuscita nell’impresa e cosa ho trovato là dentro?
Stupore, i gettoni di qualche gioco da tavolo del quale non mi ricordo.
E sì, appartenevano a noi che eravamo bambini al tempo della Lira.
Cristoforo Colombo sulle 5.000 Lire, Giuseppe Verdi sulla banconota da 1.000, Leonardo da Vinci sulle 50.000 Lire e Michelangelo Buonarroti sulle 10.000.
Da quanto tempo non li vedevo, che sorpresa!

E avevo anche pensato di rimettere in uso il piccolo portamonete ma in realtà credo che non lo farò: lui non sa mica nulla di questa faccenda degli Euro, è stato in cantina fino a ieri, lasciamolo nella sua beata ignoranza.
E poi se dovessi perderlo sarebbe una vera disdetta, diciamolo.
Lo terrò in un cassetto con questi soldi finti che c’erano dentro, non mancano le monetine, su uno dei due lati c’è disegnato uno scoiattolo.
Per caso li avete avuti anche voi? Qualcuno si ricorda a quale gioco appartenevano?
Sospiro.
Cose che usavamo noi che siamo stati bambini al tempo della Lira.

Un messaggio per Lina

Accadde molto tempo fa, si era all’inizio di un nuovo secolo.
4 Febbraio 1900, questa è la data scritta con cura su una cartolina di Genova destinata ad una persona di nome Lina.
E chi era mai costei?
Eh, sarebbe tanto bello saperlo, in realtà ho solo due certezze: Lina era nubile in quanto ci si rivolge a lei chiamandola signorina e dall’indirizzo si evince che in quel momento si trovava a Siena.
E così la immagino giovane, carina, bionda e ambiziosa, non riesco a figurarmela diversamente.
Forse era originaria di questa città o magari l’aveva visitata come turista, anche lei aveva pigramente passeggiato davanti a Palazzo Ducale, facendosi ombra con il suo ombrellino.
Forse conservava un dolce ricordo, forse aveva infranto il cuore di un corteggiatore.

La piazza vi parrà identica a come la conosciamo, in effetti si può dire che non sia cambiata molto.
C’è il consueto andirivieni di gente, alcuni vanno di fretta, un papà tiene per mano il suo bambino.
E tuttavia osservate con attenzione, qualcosa è mutato: quei lampioni ai nostri giorni non ci sono più.
C’è un’altra luce a illuminare il Palazzo Ducale della Superba.

Noi però torniamo a lei, all’eroina di questa storia, lei resterà ammantata nel mistero del tempo distante in cui visse.
In questa cartolina un dettaglio ha catturato la mia attenzione: si tratta del messaggio scritto per la sua destinataria.
Curiosamente non c’è nessuna firma ma sicuramente Lina avrà capito subito chi era il mittente, solo lei potrebbe raccontarci tutto!
Forse la scrisse un innamorato respinto?
E cosa voleva dire con quelle frasi?
L’autore si riferisce a qualche evento specifico?
Io credo di sì, anche se non avremo mai modo di scoprirlo, ahimè!
Forse fu incontro fugace e l’esito non fu quello sperato.
O magari sto sbagliando tutto, sto solo cercando di venire a capo della questione!
Voi provate a immaginare Lina, tiene tra le mani questo cartoncino e legge queste parole tratte dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni:

“…giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare e di essere odiati, senza conoscersi…
…il lupo non mangia la carne del lupo.”

Lei sorride e ricorda, forse senza nostalgia.
Forse.
Inconsueto testo per una cartolina inviata alla signorina di Siena, il suo significato rimarrà per noi un curioso enigma che non sapremo mai comprendere.
Era un messaggio per lei, una ragazza di nome Lina.

Questa è una vicenda lontana ed è una storia di devozione antica.
È il 17 Gennnaio 1636 e tra i rigori inclementi dell’inverno nel mare di Genova infuria una tempesta, il vento alza onde rabbiose e con la sua potenza scuote ogni cosa.
Le navi restano in balia di questa forza imprevedibile, si spezzano gli scafi, i marinai tentano di salvare i loro averi e la loro vita e di sfuggire così ad un destino crudele.
Non si posa la burrasca, terminerà solo il giorno successivo davanti agli sguardi attoniti dei genovesi che contemplano gli esiti del naufragio.
E là, nelle acque della Darsena, vanno alla deriva i legni spezzati e i resti di navi che un tempo sfidavano il mare.
Tra tanta distruzione, sull’acqua galleggia una statua, è l’immagine di Maria, tiene in braccio il suo Bambino.
Egli tra le dita sorregge il mondo, Lei con l’altra mano stringe un rosario.

Gli astanti, stupefatti, rammentano di averla già veduta: la statua della Madonna era la polena di una nave irlandese ancorata in porto.
La tempesta aveva distrutto la nave ma aveva lasciato miracolosamente intatta l’effige della Madre di Dio.
I cuori battono forte per l’emozione, non c’è un istante da perdere, bisogna portare a terra la statua della Madonna.
A farlo è un uomo di Levanto, è un venditore di vino, a tutti è noto come il Figlio del Merlo, sarà lui a condurre a riva la Statua di Nostra Signora della Fortuna.

Altri marinai, invece, comprano i resti della nave irlandese e dopo varie vicissitudini entrano anche in possesso della polena, l’immagine di Maria venne collocata alla Darsena e di notte messa al sicuro nel fondo di una casa della famiglia Lomellini.
E mentre là si trova accade un fatto magnifico e prodigioso che è stato tramandato dalle cronache del tempo.
Immaginate le urla, l’orrore dei presenti, pensate di essere anche voi tra quei genovesi che atterriti vedono cadere una bambina da una finestra di quella casa nella quale è collocata la statua di Maria.
La piccina ha solo sette anni e precipita giù, verso terra.
E quando tocca il suolo si rialza e con un sorriso dice che a salvarla è stata Lei, la Donna Grande che si trova nel magazino l’ha presa tra le sue braccia amorose salvandola.

Davanti a questo miracoloso evento si pensa di sistemare la polena altrove, in un luogo di devozione.
Si sceglie l’antica chiesa di San Vittore e si stabilisce di condurre Maria là con una processione.
Sono i marinai a reggere la statua con la forza delle braccia, il popolo assiste devoto a questo rito che coinvolge tutta la città.
Narrano ancora le cronache che la processione entrò prima nella chiesa di Santa Brigida, ora non più esistente, in seguito si diresse verso San Vittore.
Mentre si cercava di stabilire in quale maniera porla sull’altare avvenne ancora un fatto straordinario: la statua si levò e si mise nel luogo a lei destinato.
In seguito, sul finire del ‘700, venne traslocata nella chiesa di San Carlo che fu denominata poi Chiesa dei Santi Vittore e Carlo e Nostra Signora della Fortuna.

E ancora là si trova, nella bella chiesa di Via Balbi recentemente tornata ai suoi splendori.

Nel luogo dove brilla di oro l’iniziale del nome di Lei.

Sull’altare della chiesa.

Dove il suo monogramma spicca sui marmi pregiati.

Nel luogo dove tutto parla di Lei e del suo viaggio avventuroso.

Molte sono le memorie sui prodigi compiuti da Nostra Signora della Fortuna, ancora si narra di un’altra giovinetta caduta da una finestra e salvata da Lei, le cronache parlano anche di uno storpio che grazie a Lei ritrovò la salute.
Ma per quale ragione Le viene attribuito questo titolo di Nostra Signora della Fortuna?
Vengono fornite diverse versioni, si pensa che per fortuna si intenda tempesta e fu proprio questa a portare Lei tra la gente di Genova oppure si crede che il termine sia interpretabile come buona e felice sorte.
Nel luogo a Lei dedicato troverete dipinti che narrano le circostanze che la condussero tra di noi.

Tra angeli vittoriosi che celebrano la gloria di Dio.

Uno di questi quadri narra la vicenda della bambina salvata dalla Madonna.

E in questa storia tutta genovese un dettaglio mi ha strappato un sorriso: là, in quel caruggio, tra le case alte pendono i consueti panni stessi.
Questa è Genova, Genova in un altro tempo.

Le notizie che avete letto sono tratte da un testo dal titolo “Breve narrazione storica degli avvenimenti riguardanti il miracoloso simulacro di Nostra Signora della Fortuna che si venera nella chiesa dei SS. Vittore e Carlo in Genova” edito nel 1898.
Andate nella bella chiesa di Via Balbi e tra raffinate sculture vedrete Lei, tra le braccia stringe il Bambino Gesù.

Lei che giunse a Genova nel lontano 1636, condotta nella Superba sulla barca del Figlio del Merlo.