Il monumento a Giuseppe Garibaldi

La sua figura si staglia nelle piazze di molti luoghi della nazione che egli contribuì a costruire, elencare il numero dei monumenti a Giuseppe Garibaldi sarebbe impresa ardua.
Nel capoluogo ligure ve ne sono diversi, furono eretti in quelle zone di Genova che un tempo erano comuni autonomi, a Pegli e a Sampierdarena svettano le statue nelle quali si ritrovano i tratti dell’Eroe dei Due Mondi.
La statua più celebre, tuttavia, è il centralissimo monumento equestre sito in Largo Pertini nello spazio tra il Teatro Carlo Felice e l’Accademia delle Belle Arti realizzata nel 1893 prima che questa parte di Genova mutasse aspetto con la costruzione della centrale Via XX Settembre e i successivi ampliamenti di Piazza de Ferrari.

Così svetta l’eroe del Risorgimento, l’augusto condottiero delle Camicie Rosse, l’uomo lungimirante e idolatrato dalle folle, colui che con le sue gesta mutò il corso della nostra storia.
Giuseppe Garibaldi morì il 2 Giugno 1882 ma la sua figura restò nel cuore e negli sguardi di molti.
In questa Genova dalla cui rive egli partì a con i suoi giovani e ardimentosi combattenti alla volta di Marsala, si volle tributargli l’onore di un monumento equestre che fu realizzato dal valente scultore Augusto Rivalta.


L’artista fu autore inoltre di diversi monumenti funebri collocati a Staglieno come la tomba della famiglia Raggio e la tomba del patriota Francesco Bartolomeo Savi, a lui si devono anche il monumento a Raffaele Rubattino sito a Caricamento e le statue di Garibaldi e di Niccolò Barabino collocate a Sampierdarena.
Augusto Rivalta, oltre ad essere un talentuoso e prolifico scultore, era anche un ardente patriota e fu fieramente nella schiera dei Mille che seguirono il Generale Garibaldi.
Egli così conosceva bene quel piglio, quella fermezza, quel carattere che effigiò nel bronzeo monumento equestre al Generale.

L’opera fu inaugurata il 15 Ottobre 1893 alla presenza di una patriottica folla festante e di molte illustri autorità.
Così si osserva la fiera figura di Garibaldi nella prospettiva del colonnato del Teatro Carlo Felice.

Così egli si svela a noi nella sua magnifica imponenza di temerario condottiero.

Garibaldi siede in sella al suo destriero e colpisce la sapiente maestria di Rivalta nel forgiare il superbo cavallo nei suoi particolari: la criniera pare come smossa da lieve brezza e le redini sembrano quasi dondolare piano.

Luccica la spada sotto il sole della Superba.

E forse anche Agusto Rivalta avrà guardato il suo monumento nel bagliore di una luce che declina, mentre nell’azzurro scorrono perdendosi leggere certe effimere nuvole vaghe.
Il nome dell’eroe è scolpito nella pietra, immortalato nei libri di storia, ricordato in migliaia di strade, vie e piazze d’Italia.

A Giuseppe Garibaldi, all’Eroe dei due Mondi, ancora in sella al suo destriero sotto il cielo lucente di Genova.

Le cinque donne

Cinque donne, cinque fragili vite tragicamente stroncate da un assassino la cui figura ancora evoca profonde inquietudini: Le Cinque donne – La storia vera delle vittime di Jack lo squartatore è il superbo saggio di Hallie Rubenhold edito da Neri Pozza e vincitore del Premio Baillie Gifford per la non fiction.
Un libro coinvolgente come un romanzo, incalzante, scritto con garbo e competenza, puntuale ed efficace come deve essere un’autentica indagine storica, il volume è frutto di un accurato e minuzioso lavoro di documentazione compiuto su una gigantesca mole di carte d’archivio, giornali e pubblicazioni.
Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane sono le protagoniste.
A ciascuna di loro Hallie Rubenhold dedica un capitolo, approfondendo le vicende della vita di ognuna senza indulgere sui particolari della loro fine e tralasciando la ricerca di informazioni sulla misteriosa figura del loro assassino: nessuna supposizione sulla vera identità di lui, volutamente scarni i dettagli sugli omicidi.
L’autrice intende così riportare così al centro della scena le sventurate vittime e mostrarci il loro vero volto, delineando al contempo un affresco straordinario di una certa Londra vittoriana, ne può scrivere in tale maniera soltanto chi conosca davvero a fondo la storia della capitale inglese e chi frequenti con passione le pagine dei suoi più celebri narratori come Charles Dickens.
Una città vibrante, fosca, complicata e tumultuosa e resa reale da questa scrittura magnifica, ad esempio così viene presentata Fleet Street, la zona del distretto tipografico:

“I cilindri ruotavano, le cinghie giravano, gli ingranaggi ticchettavano e ronzavano mentre i caratteri e l’inchiostro si imprimevano sulla carta. I pavimenti vibravano, le luci ardevano senza posa. …. Fleet Street e i dintorni erano un alveare pieno di celle in cui si stampava. I camici lerci e i grembiuli macchiati erano l’unico vestiario possibile per gli operai: più il lavoratore faticava più era nero e fuligginoso.”

Taluni, in questo mondo implacabile, restano facilmente sopraffatti.
Per i bassifondi e per le strade di Whitechapel una varia umanità si arrabatta per sopravvivere e per rimanere a galla, qui si compiono i destini di Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane.
Hallie Rubenhold narra delle loro famiglie di provenienza e della loro infanzia, poi le mostra giovani donne con i loro progetti e le loro speranze.
Ecco Polly e il suo matrimonio finito male e la sua vita vagabonda.
E poi Annie con le sue ambizioni di agiatezza, il marito di lei è cocchiere per un aristocratico, potrebbe sembrare che il destino arrida alla coppia eppure anche davanti ad Annie si spalancherà l’abisso della sofferenza.
Elizabeth invece rincorrerà il suo destino dalla lontana Svezia, sua terra natale, Kate sarà segnata dalla perdita prematura della madre e nella sua vita avrà molte rocambolesche disavventure.
Ammantata da maggior mistero è la figura di Mary Jane, di lei non si conoscono molti dettagli e non è nemmeno del tutto certa la sua vera provenienza.
Queste esistenze sbandate sono segnate da miserie e lutti improvvisi, da tremende malattie e solitudini, in ognuna di queste donne qualcosa irrimediabilmente si frantuma e mai più si ricomporrà, tutte loro sono poi accomunate da una fatale tendenza all’alcolismo.
Hallie Rubenhold pone l’accento sulla consuetudine di guardare a queste vite attraverso il caleidoscopio deformante del pensiero vittoriano con la sua morale che poneva comunque ai margini una certa classe di donne e le privava del loro giusto riconoscimento sociale.
A loro è dedicato questo libro, affrescato dalla sua sua autrice con stile vivido e sapiente, in un racconto che restituisce a cinque donne i tratti delle loro fragili identità.

“Sin dalla loro venuta al mondo, le circostanze furono avverse a Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane. Cominciarono a vivere in condizioni svantaggiate. Non solo quasi tutte erano di bassa estrazione, ma appartenevano anche al sesso sbagliato. Prima ancora di imparare a parlare erano considerate meno importanti dei fratelli e un peso più gravoso per la società rispetto alle bambine benestanti. Il loro valore era già compromesso, prima ancora che riuscissero a dimostrarlo.”

Aspettando Virginia

Tornerò un giorno a parlarvi più ampiamente di lei: il suo nome è Virginia.
Giovane e affranta sposa, colpita duramente negli affetti.
Così la ritrasse lo scultore Giovanni Battista Villa: Virginia con un gesto delicato solleva il lenzuolo e scopre il volto del suo sposo Raffaele Pienovi.
Egli dorme il suo sonno eterno, non più lo percorre il respiro della vita e Virginia resta così ad osservarlo.
Silente, nel suo stupore, in quella luce che improvvisa che squarcia l’ombra.
E così l’ho veduta, non più sola.
Nel chiarore mattutino qualcuno attende paziente e discreto e là rimane, forse soltanto per lei, aspettando Virginia.

Porticato Superiore a Ponente
Cimitero Monumentale di Staglieno

Una gita al Colle del Melogno

E venne il tempo di fare una bella gita al Colle del Melogno.
– E che ci vuole? – Direte voi!
In fondo si tratta soltanto di una meta non troppo distante nell’entroterra savonese, non sembra essere chissà quale impresa, il Colle del Melogno è un valico delle Alpi Liguri e collega Finale Ligure a Calizzano.
E venne il tempo di andarsene un po’ a zonzo su di là, forse per boschi, in cerca della frescura: era il mese di luglio del 1932.
Ah, un cappello in testa ci vuole proprio e ci vuole anche l’allegria dipinta sul volto per la foto di rito di un giorno passato tra svaghi e passeggiate, la signora qui ritratta tiene tra le mani forse delle felci raccolte in quelle ore trascorse là, al Colle del Melogno.

Oh che bellezza arrivare fin lassù sul sidecar o su quella automobile dal motore brioso, adesso sì che la nostra gita sembra davvero un’eccitante avventura!
Ecco la bella compagnia: una gonna chiara, un foulard, un sorriso e una mano sul fianco, un basco in testa, braccia incrociate e modi sicuri, tutti pronti a ripartire e a percorrere un altro tratto di strada!

Fu una giornata memorabile ricca di tante emozioni e di spensieratezza.
E in qualche maniera bisognava ricordarla, fermare nel tempo quell’istante perfetto, poi gli anni scorreranno e un giorno la fotografia capiterà ancora tra le mani.
Che batticuore!
– Ti ricordi quel giorno al Colle del Melogno? Eccome, lo ricordo molto bene!
Ecco un esperto centauro con gli occhiali da motociclista alzati sulla fronte, quanto gli piace sfrecciare con il suo sidecar!
Si è messo lì seduto e sorride come colei che si trova accanto a lui.

E lì a fianco è parcheggiato il potente mezzo, immaginate che meraviglia andarsene in giro per le strade della Liguria con il vento in faccia.

Accadde molto tempo fa, gli uccellini cantavano gioiosi e i verdi boschi fremevano di vita.
Una fotografa, una preziosa frazione di tempo: era il mese di luglio del 1932 al Colle del Melogno.

All’autunno

All’autunno che lascia indietro la gioiosa estate e così si posa sul nostro cammino.
All’autunno che spande gocce di pioggia e profumo di cannella, all’autunno che dona mele succose e grappoli d’uva, foriero di inquiete tempeste e di nuvole vaghe.
All’autunno celebrato dai versi di un poeta romantico prematuramente perduto, John Keats lasciò le cose del mondo a 26 anni e ne aveva appena 24 quando compose l’ode dedicata alla stagione dei caldi aromi e questo è l’incipit della sua poesia:

Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;

Stagione delle nebbie e del raccolto maturo,
Amica vicinissima del sole fecondatore;
Con lui cospiratrice del carico e del dono
dei frutti sulle viti lungo i cornicioni di paglia.

All’autunno dalle screziate sfumature e dai profumi intensi, mentre il fuoco arde nel caminetto, tempo di castagne e di vino versato nei bicchieri per brindare alla stagione nuova.
All’autunno prodigo di promesse che ancora si rinnovano.
All’autunno e agli alberi che si vestono di oro, di ocra e di arancio, con le foglie che tintinnano appena smosse dal vento sui rami leggeri.
All’autunno, stagione di questa ritrovata bellezza.

Fontanigorda – Bosco delle Fate

Per amore di Fanny

Questo è il ricordo di una fanciulla, è la memoria di una giovane donna vissuta nella seconda metà dell’Ottocento.
Di lei non conosco il volto, non ho un’immagine del suo viso da mostrarvi, di lei è stata tramandata la memoria dall’uomo che la amò e allora io voglio riportare lei davanti ai vostri sguardi.
Accade ad ognuno: il tempo sfugge e ad un certo punto nessuno pronuncia più il tuo nome, allora oggi sarò io a ripetere il nome di lei: Fanny Ricci, moglie di Edoardo Michele Chiozza.
Lui fu un giornalista e autore della splendida Guida Commerciale di Genova del 1874-75, un volume per me prezioso che ho la fortuna di possedere e più volte citato su questo blog.
Questo libro è dedicato a lei, a Fanny, le tre pagine nelle quali lui la ricorda sono tra le più struggenti che abbia mai letto.
Come lo racconti un amore?
Dove trovi le parole giuste per descrivere un sentimento che stravolge e coinvolge?
Fanny è appena una ragazza, è giovane, leggiadra e saggia, a Michele la lega un profondità di affetti che lui descrive a questa maniera:

“Pieni entrambi eravamo di vita, tutto aveva illusione di sorriso per noi, mai invidiammo il mondo in nessuna delle sue attraenti bellezze e se una preghiera rivolgevamo a Dio, quella si era di conservarci l’amore.”

Sua sposa, sua compagna, sua luce persino nella stesura di questo libro a lei dedicato.
Edoardo e Fanny si conoscevano da ben dieci anni ma il loro matrimonio durò appena un anno e 10 mesi, fu una malattia implacabile a portare via la giovane donna dalle braccia del suo amato lasciandolo nella disperazione.
E come lo racconti un dolore?
Dove trovi la forza per esprimerlo e in quali aggettivi riponi il segreto del tuo sentire?
Non si rassegna Michele, non trova conforto nel naturale scorrere del tempo che lo lascia attonito:

“Ed anzi ancor non cessò né la mia sorpresa né il mio dolore dopo la Tua dipartita dalla terra, nel vedere il mondo continuare indifferentemente il suo corso, il sole alzarsi e splendere dal firmamento; l’osservare lo stesso movimento nelle persone; aprirsi, come di consueto, tutti i negozi, la gente sorridere e divertirsi come quando Tu vivevi.”

E ugualmente stupefatto si ritrova a constatare che lui ancora vive, anche se lei non c’è più.
Appena lo rincuorano tutta quella felicità trascorsa, le gioie condivise, le piccole complicità.
Dolce, tenera e comprensiva Fanny, di lei Edoardo Michele narra che una volta rimase tanto impressionata nel leggere sul giornale la notizia della morte di una giovane sposa e le balenò allora alla mente la possibilità di essere separata improvvisamente dal suo amore.
E lui racconta ancora di trovare conforto nel visitare la tomba di lei e di restare là, sentendosi più vicino alla sua Fanny.
Adorata e perduta Fanny, descritta come ottima figlia e moglie virtuosa, era una creatura dalle molte doti, Fanny sapeva disegnare con un certo talento e sapeva suonare il pianoforte, inoltre si occupava della sua famiglia con solerzia e gentilezza, angelo tanto rimpianto da tutti coloro che l’avevano amata.
Ho letto e riletto molte volte la dedica ricolma di dolente ardore scritta da lui che la amò e sempre mi commuove.
Ho poi cercato senza successo la tomba di lei e se dovessi un giorno riuscire a trovarla a Fanny porterò dei fiori delicati, da parte mia e da parte del suo amato Edoardo Michele.
Per adesso a lei dedico questo rosso bocciolo di rosa veduto la scorsa estate, nell’ammirarne la delicatezza ho pensato che anche a Fanny sarebbe piaciuto.
E ancora una volta ripeto il suo nome, così come è scritto sul frontespizio del libro del suo adorato marito: alla memoria di Fanny Chiozza nata Ricci.
Desideravo ricordarla da tanto tempo, l’ho fatto in questo modo, sperando di avere trovato la maniera giusta per riportare davanti ai vostri occhi il suo viso dolce di fanciulla.
E a lei lascio ancora le parole di lui, il suo amato Edoardo Michele, che così volle concludere la dedica alla sua amata per sempre perduta.

“Fanny, angelo mio, qualunque sia oggi la tua esistenza io ti amo sempre e mai si cancelleranno dal mio cuore le impressioni profonde che le tue splendide virtù vi lasciarono né mai dimenticherò la tua breve ed agitata vita piena d’amore per me.
E non mi ami tu forse sempre? Sì, e me lo fai chiaramente comprendere – Allorquando chiuse ho le palpebre al sonno lo spirito tuo s’impadronisce della mia mente finché mi sveglio e di mal animo perché la notte cedendo il posto al giorno porta seco l’adorata tua immagine. Io ti ringrazio sai, per questa tua predilezione, vedo che pensi sempre all’infelice tuo marito.”

Edoardo Michele Chiozza

Ritornando in Vico del Dragone

E poi ecco ancora un’emozione grande: ritornare là, in Vico del Dragone, quel caruggio che si estende parallelamente a Via di Ravecca, alle spalle della nostra antica Porta Soprana.
Per la verità ci sono stata parecchie volte in questi anni ma da lungo tempo erano in corso certi importanti lavori, questo blog è nato nel 2011 e già allora erano presenti le impalcature necessarie appunto a queste opere.
Come si dice, tutto arriva a chi sa aspettare e oggi il nostro Vico del Dragone è tornato alla sua luce, io ci sono passata in un giorno di sole radioso e così lucente.

Con le finestre socchiuse a lasciare entrare l’aria fresca.

Mentre l’azzurro si staglia lassù tra le case alte.

E il sole cade glorioso sull’antico Vico del Dragone.

Ho potuto alzare lo sguardo verso la memoria di una mistica suggestione e presumo che questo dipinto sia con tutta probabilità una copia di un’opera preesistente, tuttavia ci riporta a epoche passate di questo caruggio così vicino alla Piazza delle Lavandaie un tempo vibrante di vita.

Amo intensamente questi luoghi e spesso li percorro tentando di immaginarli nel tempo che non ho veduto, ad esempio seguendo le indicazioni del mio magnifico Annuario Pagano del 1926 ho scoperto che qui un tempo c’erano una locanda, la bottega di un falegname e quella di un pollivendolo, c’era una latteria e c’era persino un sapiente fabbricante di organi e così chissà che suoni melodiosi si saranno sentiti talvolta nel mio Vico del Dragone.

Ed è una via di Genova a me particolarmente cara perché qui nacque un genovese del quale essere fieri, a lui sono da sempre affezionata e adesso posso alzare lo sguardo verso quella che fu la sua dimora natale.
Qui venne alla luce del mondo Francesco Bartolomeo Savi, mazziniano, giornalista e patriota e sulla casa che lo vide crescere è affissa una lapide in sua memoria della quale già scrissi qui, riportandone il testo completo, nell’articolo interamente dedicato a Savi.

Cammino così nelle strade di Genova pensando a chi le percorse prima di me, cammino nei luoghi di Savi e penso al fatto che forse anche lui, in un giorno distante, alzò lo sguardo verso il cielo di Genova e vide queste sfumature di celeste e di nuvole chiare.
E questa è un’emozione difficile da spiegare, credetemi: o anche voi sentite questo genere di brividi oppure io credo di non conoscere parole per farmi comprendere.

Ho percorso il vico del Dragone andando avanti e indietro, seguendo quel sole inaspettato come un regalo che non sai come hai fatto a meritare.

Mi sono fermata a osservare le case, le finestre, i cielo turchino in questo tempo di fine estate così brillante e brioso.

E ancora sono ritornata sui miei passi, più volte, nella bellezza antica del mio caro Vico del Dragone.

Le ultime ore dell’estate

La luce delle ultime ore dell’estate è a suo modo straordinaria.
Brillante, briosa prepotente e vivace, ha accompagnato il ritmo di questi ultimi giorni che ci avvicinano all’autunno.
Con un calore forse anche inconsueto per questo tempo di settembre, un regalo di chiarore e ritrovata libertà.
La luce delle ultime ore dell’estate scivola via come effimera felicità, l’ho veduta sfiorare l’acqua scrosciante, il selciato e le facciate dei palazzi.
E l’ho seguita accompagnare i passi che si susseguivano come in una dolce danza e a vederla ho pensato alle parole di un celebrato poeta, così ritorna davanti agli sguardi quella bellezza da lui decantata.

Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace.

Dino Campana – Genova (Canti Orfici)

Il tempo dei pampini e dell’uva

Era il tempo felice dei pampini e dell’uva, negli ultimi giorni d’estate così vicini al tiepido autunno.
Era il tempo felice della vita agreste e della semplicità, gli sguardi erano colmi di gioia, i sorrisi fieri illuminavano i visi, chi aveva già molto vissuto restava accanto a chi si affacciava da poco la vita.
E le mani, le mani erano alzate a mostrare i grappoli carichi di acini succosi.
Alla vita, alla bellezza dell’estate, al tempo felice trascorso insieme!

E poi tra i pampini con grazia di fanciulla ecco una ragazzina intenta a cogliere il dono raro della terra, il più dolce e prezioso di questa stagione che muta.
Era il tempo felice delle camiciole fresche, delle gonne a quadretti e degli abiti dai fiori grandi, dei boccoli fermati con piccole forcine, dei sorrisi timidi e ingenui.

Alla vita, alla gioia!
E si riempiono le ceste e i cestini, profuma la dolcezza dell’uva che sarà vino delizioso per brindare ancora e ancora gioire del tempo che verrà.

In un frammento di vita colto dallo scatto di un fotografo, fermato così sulla carta e giunto ai nostri occhi con la suggestioni dei profumi e dei colori di questa stagione, il tempo felice dei pampini e dell’uva.

Quei caruggi che portano al mare

Quei caruggi che portano al mare si snodano sinuosi tra certe case alte.
Spesso bui, racchiusi tra antiche mura, sono come perle celate all’interno di gelose conchiglie.
Sono come promesse, come parole pronunciate con il cuore tra le mani: apri gli occhi e laggiù c’è il mare.
Quei caruggi che scendono giù, così stretti e angusti, a volte accolgono il sole radioso e i suoi raggi luccicanti battono sul selciato e rischiarano il cammino.
Un refolo di vento accompagna i passi, la luce brilla e risplende in uno di quei caruggi di Genova che portano là, davanti al nostro amato mare.