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Sorgeva lungo le fronti basse delle fortificazioni ed è una delle porte monumentali della città: Porta Pila ha origini molto antiche, è opera di Bartolomeo Bianco e venne costruita nella prima metà del Seicento, sulla sua sommità si trova una statua della Madonna opera di Domenico Scorticone.
La Regina della Città a presidio della porta di accesso, sopra le mura edificate in difesa della Superba.

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Sul finire dell’Ottocento il destino della porta divenne oggetto di complesse e controverse discussioni e per comprendere cosa accadde si dovrebbe tentare di cogliere lo spirito dell’epoca.
La città sta cambiando, è il tempo delle innovazioni e degli ampliamenti, è il tempo di grandi rivoluzioni urbanistiche e delle nuove edificazioni.
Andiamo a quel 1892, al periodo che precede la grande Esposizione Italo-Americana organizzata per i 400 anni della scoperta dell’America: sulla Spianata del Bisagno, corrispondente alla zona compresa tra Piazza Verdi e Piazza della Vittoria, si terranno importanti manifestazioni che attireranno un folto pubblico.
In quell’epoca si inizia a costruire Via XX Settembre che sorgerà sul tracciato di due strade destinate a scomparire: Via Giulia e Via della Consolazione.
Si guarda avanti, verso il futuro.
Vengono abbattute quelle fortificazioni note come fronti basse, parte di esse si trovava proprio davanti all’inizio dell’antica Via della Consolazione, in quel tratto che oggi corrisponde all’incrocio tra Via Fiume e Via XX Settembre.
Osservate questa fotografia e prestate attenzione al palazzo che si vede sulla destra.

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Lo ritroviamo in questa bella immagine appartenente ad Eugenio Terzo e in primo piano, davanti all’edificio, svetta la maestosa Porta Pila.

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Ebbero così inizio vivaci discussioni, le due fazioni erano molto agguerrite, un interessante resoconto di quelle vicende fu scritto da Mario Bettinotti e si trova nel volume “Ma Se ghe penso…” pubblicazione di Realizzazioni Grafiche Artigiana risalente al 1972.
Da una parte c’erano i sostenitori della modernità e del cambiamento, tra essi l’ingegner Cesare Gamba, architetto ed ingegnere che progettò Via XX Settembre.
Come lui molti pensavano che la porta dovesse sparire da lì, tanti la trovavano anacronistica, soprattutto in vista della grandiosa Esposizione Italo-Americana, la porta era per loro un inutile ed ingombrante ammasso di pietre.
Luigi Arnaldo Vassallo, giornalista del Secolo XIX a tutti noto come Gandolin, disse la sua e scrisse queste poche taglienti parole: faccia ridere o faccia rodere quello è un rudere da radere.
Erano di diversa opinione altri rappresentanti del mondo della cultura, come ad esempio lo scultore Rota: costoro sottolineavano la valenza storica e artistica della porta, non meno importante era l’aspetto religioso e il fatto che essa fosse custodita dalla Madonna Regina di Genova.
Con buona pace di tutti, per l’Esposizione Italo-Americana la porta rimase al suo posto ma l’esacerbato dibattito continuò.

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Tra coloro che levarono la propria voce in difesa di Porta Pila chiedendo di lasciarla nella sua originaria collocazione anche Giuseppe Migone, ho avuto la fortuna di trovare un suo libretto pubblicato nel 1895 su una bancarella, sulla copertina egli stesso si definisce avvocato che non esercita.
In queste pagine egli esprime autentico affetto per questa costruzione, simbolo dell’indomito coraggio dei genovesi nella difesa della loro città, l’autore si addentra anche nella descrizione degli eventi storici che la riguardano.

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Dedica quindi diverse righe ad una questione che concerne le origini della porta.
Infatti diversi studiosi ritengono che Porta Pila provenga da Porto Maurizio, località alla quale era da principio destinata.
Citando vari studi Migone accredita invece una diversa versione: la porta in pietra di Finale condotta a Genova da Porto Maurizio non fu collocata a Porta Pila, quelle pietre andarono a rivestire la Porta Romana che si trovava all’ingresso di San Vincenzo, di questa porta non resta più traccia in quanto venne del tutto demolita.
A sostenere questa tesi anche altri illustri personalità come Francesco Podestà e Alfredo D’Andrade.
Questa circostanza, scrive Migone, dovrebbe ancor più far riflettere sul valore di Porta Pila in quanto le sue decorazioni sono state create apposta per lei e non provengono da un altro sito, inoltre egli non manca di sottolineare che malgrado ciò nulla esclude che sia opera di Bartolomeo Bianco.
Ed ecco l’immagine che c’è sul mio libretto, sotto di essa si legge: Porta Pila come si propone venga ridotta per conciliare le esigenze della viabilità e dell’estetica col dovere di conservare in loco un monumento che ha per Genova importanza storica artistica e religiosa ad un tempo.

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Pochi anni dopo la Porta venne smontata e ricostruita, destino volle che venisse collocata lungo il bastione di Montesano.
E indovinate un po’ cosa c’era a breve distanza? La villa di Cesare Gamba, uno dei più tenaci avversari della conservazione della porta nella sua originaria collocazione.
In questa immagine di Eugenio Terzo vedete Porta Pila e dietro di essa sulla destra il profilo della villa di Gamba.

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E ancora, osservate con attenzione questa immagine di Piergiorgio Gagna.
Tra la stazione Brignole e la villa di Gamba si scorge la sommità di Porta Pila.

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Sic transit gloria mundi, la dimora dell’ingegnere venne in seguito abbattuta ma la porta sopravvisse alla mano degli uomini.
Passarono altri anni e a metà del ‘900 Porta Pila venne ancora spostata e ricostruita a breve distanza e ancora adesso lì si trova, in Via di Montesano, racchiusa tra palazzi che ne sviliscono la grandiosa bellezza.

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Da Via Fiume quasi non la si nota, è davvero sovrastata dalla modernità.

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Si trova in una posizione non degna di lei, non sono solo i turisti a non conoscerla, anche molti genovesi non sanno che quella è una delle porte monumentali della città ora situata in una zona non certo di passaggio.
Meriterebbe cura e attenzione, meriterebbe una nuova collocazione più adatta alla sua magnificenza.

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E dispiace dire che avrebbe certo bisogno di un’accurata pulizia, anche le lapidi che raccontano i suoi giorni lontani risultano annerite e trascurate.

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Eppure anche questa è una parte importante della storia di Genova.

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Posuerunt me custodem, mi posero custode, così si legge sotto l’immagine della Madre di Dio.

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E sul marmo sono incise parole in latino a memoria dell’importanza strategica della porta per la città di Genova, spicca chiara una data: 1633.

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Una patina scura adombra anche le parole che consacrano Genova a Maria.

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Porta Pila non merita di cadere nell’oblio, meriterebbe invece una nuova valorizzazione e una nuova vita.
Sono trascorsi i secoli e Porta Pila svetta ancora nel cielo di Genova.

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E ancora il sole bacia i tratti dolci di Maria, custode della città.

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Torno ancora a raccontarvi vicende del passato tratte da un mio prezioso libro, Genova Nuova, questo volume risale al 1902 e narra con dovizia di particolari la crescita e lo sviluppo della Superba sul finire dell’Ottocento.
Alcune pagine sono dedicate a Cesare Gamba, protagonista indiscusso delle innovazioni urbanistiche e del riassetto della città: egli fu un professionista eclettico ed intuitivo, un uomo dai molteplici interessi e dal variegato ingegno.
Architetto ed ingegnere, abile uomo d’affari, apparteneva ad una famiglia molto abbiente, era alpinista e amante della musica, in particolare aveva un debole per Wagner, fu anche un automobilista e il suo nome figura tra i fondatori dell’ACI.
Trascrivo qui una citazione tratta da Genova Nuova, queste parole sottolineano la tempra di Gamba e la sua vivace intelligenza:

L’ingegnere Cesare Gamba è uno dei fortunati che riescono simpatici a tutti, perché favoriti da madre natura delle più invidiabili doti: quelle della mente e del cuore.

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Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

La sua figura si lega in particolare alla realizzazione di Via XX Settembre, operazione che comportò importanti demolizioni e che cambiò del tutto l’aspetto della città, fu lui a progettare il Ponte Monumentale e il Palazzo della Navigazione Generale Italiana a De Ferrari attualmente sede della Regione Liguria.

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Ed è evidente che queste poche righe a lui dedicate non rendono giustizia alla complessità del personaggio e alla sua spiccata personalità, fu certo un uomo affascinante e protagonista del suo tempo, la sua idea di città sembra ancora adattarsi alla perfezione alle esigenze della nostra epoca.

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Sul finire dell’Ottocento Cesare Gamba acquistò una villa che era appartenuta ai Marchesi Ricci, l’edificio si trovava sulla ridente collina di Montesano, alle spalle della Stazione Brignole.
Gamba avviò una serie di lavori che comprendevano demolizioni e ristrutturazioni, progettò la dimora secondo il suo gusto: quella sarebbe divenuta la sua casa.

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Immagine tratta da Genova Nuova – volume di mia proprietà

E sempre sulle pagine di Genova Nuova si legge che il piano terreno fu destinato alla vita quotidiana e di ricevimento, con tutti gli agi e le comodità.
L’appartamento vero e proprio si trovava invece al primo piano dove era situata anche la ricca biblioteca dell’ingegnere, nei fondi e nel sottotetto c’erano tutti i servizi.
La villa aveva una spaziosa hall e grandi vetrate, uno scalone di marmo rosa, una balaustra in ferro battuto e bronzo, fastose colonne di marmo giallo.
Un’abitazione grandiosa per un uomo che mutò l’aspetto della sua città, ecco la villa nel dettaglio di una cartolina di proprietà del mio amico Pier Giorgio Gagna che qui ringrazio per il cortese prestito.

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Ovviamente la bella villa dell’ingegner Gamba aveva attorno un vasto giardino, era una dimora incantevole in una zona all’epoca non ancora soffocata dal cemento.
Eccola sullo sfondo, nella cartolina del mio amico Eugenio Terzo, è l’unica abitazione che svetta sui dolci rilievi alle spalle di Brignole.

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Sembra che la dimora non abbia subito danni durante la Seconda Guerra Mondiale, tuttavia in seguito venne demolita per lasciar spazio a moderne costruzioni.
Da Via Fiume volgete lo sguardo verso Via Montesano, dove un tempo era la villa di Gamba, questo è il panorama che si presenta ai vostri occhi.

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Come tutti i grandi genovesi anche l’illustre architetto ed ingegnere dorme il suo sonno eterno a Staglieno, lo trovate nel porticato inferiore a ponente, nella stessa tomba riposano i suoi genitori.
Il monumento è opera di Giovanni Battista Cevasco.

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Alto intelletto e nobile spirito, le parole che lo ricordano rendono onore ai suoi molti talenti.

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Visse 76 anni, in un periodo di profondi cambiamenti per la sua Genova.
Nella casa abbarbicata sulla collina di Montesano sapeva osservare la sua città con sguardo lungimirante, era capace di vederla oltre il proprio tempo.
Io per qualche istante l’ho immaginato ritto davanti a una di quelle alte finestre, pensieroso e assorto.
Davanti ai suoi occhi una città mutata e rinnovata, una Genova diversa, una Genova Nuova.
A noi è rimasto il frutto del lavoro di Cesare Gamba, si è perduta quella casa che fu scenario di parte della vita di un uomo dal grande carisma.

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A Carnevale

A Carnevale tutti i bambini amano mascherarsi, ognuno di noi ha memoria di quegli abiti dai tessuti scivolosi e dai colori sgargianti, il Carnevale è sempre stato un gran divertimento per i più piccini.
In ogni epoca, in ogni tempo.
Ieri ho trovato per caso due foto su una bancarella e allora porto qui questi due bimbetti genovesi ritratti in un momento per loro sicuramente emozionante.
La frangetta diritta, il caschetto, un fazzoletto in testa, la collanina con il pendente, lei forse potrebbe essere una contadinella.
In braccio stringe fiera una bambola con un vaporoso abitino bianco.

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La bimba porta anche uno scialle con le frange e una camiciola con le maniche ampie bordate di pizzo, la sua postura richiama quella delle donne adulte.
Una mano sul fianco e l’atteggiamento deciso, chissà quante volte avrà visto la mamma o la nonna proprio in quella posa, magari davanti alla porta di casa.
E lei, piccola donna, gioca ad essere grande come loro.

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Lui invece è un bambinetto che indossa un costume molto celebre, è un piccolo Pierrot.
Ha un’espressione così seria, a cosa starà pensando?

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Il suo abito è elaborato e molto ricco, tiene tra le mani uno strumento e suona la musica della fantasia e dell’immaginazione.
Come fanno i bambini, non solo a Carnevale.

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E guardate le sue scarpe!

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Potrebbero essere bambini della Foce o comunque delle zone limitrofe, il fotografo era in Corso Buenos Aires e presumo che non si andasse tanto lontano da casa per farsi fare una foto, ovviamente è solo una mia deduzione e non è detto che sia così.

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Ritratti nello stesso studio fotografico con il medesimo sfondo alle spalle: un muretto, un mare con una vela, i rami di un albero.
E una bambina compita, ritta in piedi con la sua bambolina.

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E un bambino vestito da Pierrot.
Con i suoi sogni, con i suoi pensieri per noi sconosciuti.
Nel dolce tempo dell’infanzia, a Carnevale.

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Sulla ringhiera

Qualche giorno fa sopra Genova c’erano nuvole bianche e dense, a volte il colore del cielo sembra quasi fondersi con quello del mare, tra il grigio e il celeste, in quel tempo sospeso che potrebbe annunciare la pioggia.
E d’un tratto, sulla ringhiera del mio terrazzo.
Ho scostato la tenda.
E c’era un magnifico silenzio e soltanto lui.
Spero che abbia anche mangiato, naturalmente io insisto a mettere la ciotolina con il cibo per i piccoli visitatori ma vederli non è così semplice!
E poi, a volte.
In lontananza il porto, le navi, la Lanterna, e poi quelle nuvole opache.
E lui.
Sulla ringhiera, all’improvviso.

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Oggi vi presento un piccolo negozio e per scoprirlo vi basterà andare nei caruggi, in Via dei Macelli di Soziglia.

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Questa deliziosa bottega è specializzata in affascinanti articoli vintage e si chiama per l’appunto Bachelite, questo termine identifica il materiale usato nella prima metà del ‘900 per certi oggetti come ad esempio i telefoni.
Un piccolo mondo ricco di curiosità, a renderlo speciale è anche il buon gusto di Beatrice, la giovane proprietaria che cura in maniera particolare l’esposizione dei pezzi in vendita.

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Ecco le vecchie macchine fotografiche, i vassoi e le cose di un altro tempo.

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Numerose sono le scatole di latta per le quali Beatrice ha una vera passione.

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Tinte pastello e coperchi decorati, anch’io ho una piccola collezione di scatoline e so di non essere la sola.

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Lumi a petrolio e soprammobili di vario genere disposti con vero stile.

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E poi occhiali da sole e tazzine e piccoli contenitori.

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Valigette, cappelli e vecchi telefoni.

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Bottigliette di profumo e fotografie in bianco e nero.

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E ancora scatole, naturalmente!

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E vecchie radio, suoni e colori di un’altra epoca non così distante dalla nostra.

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Un posto pieno di atmosfera, se passate nei caruggi date un’occhiata a Bachelite, questi sono gli orari del negozio.

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Come me vi perderete a curiosare, sicuramente è un valido indirizzo per coloro che amano le suggestioni d’antan.

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Troverete gli oggetti del quotidiano che hanno fatto parte della vita di qualcuno, compagni di viaggio e dei giorni passati.
Questo è il vero fascino del vintage, acquistare un oggetto usato significa donare nuova vita a piccole cose che ne hanno già avuta una.

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Un negozio che si trova in un posto perfetto, una strada dalle tante anime e dalla storia antica.
Là, in Via dei Macelli di Soziglia, adesso ci sono anche le meraviglie di Bachelite.

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Sfogliando le pagine del nostro passato emerge spesso una consolidata abitudine: erano molti i benefattori, erano numerosi coloro che lasciavano i propri beni ai più sfortunati.
Non so dire se adesso siamo cambiati o se siano mutate le modalità, forse ai nostri tempi la generosità si manifesta in altre maniere.
Leggendo i libri del nostro passato i nomi di questi benefattori spiccano luminosi, ora magari li abbiamo scordati ma per queste persone doveva essere un onorevole privilegio rendersi utili alla comunità.
Tra di essi merita di essere ricordato Tito Cesare Della Casa, egli lasciò le cose terrene nel maggio del 1875 ma non si dimenticò dei più sfortunati.
Non aveva figli, non aveva eredi, decise così con il suo testamento di donare le sue immense fortune ai meno abbienti.
E a quell’epoca erano davvero numerosi i bambini senza padre e madre, molti venivano accolti nell’Orfanotrofio di San Giovanni Battista in Via Serra.

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Tito Cesare istituì l’Opera Pia della Casa, questa istituzione benefica pagava gli studi ad alcuni bambini di famiglie povere, figli maschi nati in San Francesco d’Albaro, con i soldi del benefattore questi bambini potevano studiare e conseguire una laurea o divenire Capitani Marittimi.
Inoltre l’Opera Pia manteneva nell’Orfanotrofio tre bambini, maschi o femmine, privi di entrambi i genitori e nati in San Francesco d’Albaro.
In entrambi i casi, in mancanza di bambini provenienti da quella zona di Albaro, il diritto all’accesso veniva esteso a piccoli provenienti da altre parti della città.

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L’Opera Pia Della Casa venne eretta in Ente Morale sul finire del 1875, dopo la morte del munifico benefattore, ad amministrarla erano l’Arcivescovo e il Sindaco di Genova, i posti venivano assegnati tramite concorso.
Sfogliando le pagine del nostro passato si leggono storie come queste e non è difficile immaginare quanti bambini abbiano avuto un destino migliore grazie a quest’uomo generoso.
Eppure la patina del tempo ha posato il suo velo sulla sua grandezza morale, per questo ritengo che sia giusto ricordare Tito Cesare Della Casa.
Girando per Staglieno, nella zona del Boschetto Irregolare, mi sono imbattuta nel monumento funebre di lui.
Sulla sua tomba svetta una graziosa figura dallo sguardo dolce e benevolo, certo la statua avrebbe bisogno di restauri.

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A colpirmi è stato il libro che regge in una mano, vi si legge una parola nella quale risiede tutto il senso della vita di Tito Cesare: beneficenza.

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E poi la bella creatura scurita dal tempo tiene tra le dita un crocifisso.

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E allora ho letto la lapide, a dire il vero è piuttosto deteriorata e non si vede così bene.
E poi ho cercato notizie di lui, le ho trovate sulla Guida Pagano del 1926 e poi come sempre mi ha aiutato il mio amico Eugenio che qui ringrazio.
Riporterò le parole scritte in memoria di questa figura di un altro secolo.
Adesso, dopo tanto tempo, in ricordo di un uomo altruista e generoso: Tito Cesare Della Casa, un benefattore.

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TITO B. CESARE DELLA CASA
MORTO IL 7 MAGGIO 1875
FONDO’ COL RICCO CENSO
SPECIALE ISTITUTO DI EDUCAZIONE
PER I GIOVANI POVERI E ORFANI

L’AMMINISTRAZIONE DEL PIO LASCITO
A RICORDO DI TANTO BENEFIZIO
QUESTO MARMO POSE
DICEMBRE 1900

Mi hanno colpita la sua grazia e l’eleganza della sua postura, lei è una misteriosa gentildonna, non so il suo nome ma ho incontrato il suo sguardo in una delle sale di Palazzo Rosso.
Forse i critici d’arte conoscono la sua vera identità, io non so dirvi nulla su questa giovane donna ritratta da Jacop Ferdinand Voet, pittore originario di Anversa vissuto nella seconda metà del ‘600.
Lei con una mano pare stringere un lembo della sua veste chiara.

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Porta un abito raffinato dalle ricche maniche di pizzo, il vestito è ingentilito da vaporosi fiocchi rossi come papaveri.
E così la sua immagine è giunta fino a noi, nella sua incontestabile grazia.

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Indossa orecchini preziosi e al collo porta una collana di perle, i riccioli si posano sulla sua pelle bianca.
Chi sei, graziosa dama di un altro tempo?
Il suo sguardo vivace ha catturato la mia attenzione, la immagino inquieta davanti al pittore, la penso a suo modo impaziente.
L’attesa e la posa immobile, forse invece lei vorrebbe parlare o magari ridere, forse trattiene il respiro.
Forse, io credo.

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Regge con la mano una mascherina nera e a questo dettaglio si lega l’intera opera denominata appunto Ritratto di dama con maschera.

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Nel mese del Carnevale ho incontrato lei.
Viene da un tempo lontano, dama gentile con quella veste dai fiocchi vermigli, con la maschera scura per celare il suo viso.
Viene da un tempo lontano e ancora ci osserva, in un salone di Palazzo Rosso.

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Era un mobiletto di legno chiaro, era pronto per essere dipinto e decorato.
Così ho lasciato libera la mia fantasia, credo di non aver mai realizzato nulla di più complesso con la tecnica del decoupage.

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Pittura, carta, forbici, colla e immaginazione.
Io amo le simmetrie e così, armata di metro, ho cercato di essere precisa.
I cassetti sono tutti uguali, anche le due parti laterali sono identiche tra loro, su di esse ho apposto le stesse immagini.

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Il decoupage può essere molto entusiasmante, ho decorato questo settimanale diversi anni fa e mi ricordo di essermi divertita parecchio.
Damine, guardiane di oche, alberi e scenari bucolici.

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I due lati, come ho già scritto, sono identici, nella parte superiore ci sono delle mongolfiere in volo.

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E poi ancora vasi, alberi, una carrozza in viaggio.

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La fontanella, l’uomo che regge la gabbietta aperta e gli uccellini svolazzanti.

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Sono molto fiera del mio mobiletto, a me piace molto.
E siccome mi servivano anche due cornici ho pensato di realizzarle alla stessa maniera, sono simili tra loro ma non uguali.

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E qua sopra sono perfette secondo me.

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Ho lavorato tanto a questo mobiletto e la finitura non ha subito deterioramenti, è rimasta liscia e lucida.
E le damine non si lamentano, mi sembrano contente pure loro!

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Così vi ho mostrato il mio mobiletto, l’ho fatto proprio come piaceva a me e mi piace ancora.

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La trovate nel Porticato Inferiore a Ponente, in quella parte del Cimitero di Staglieno i monumenti sono oggetto di accurati restauri, la tutela di simili opere restituisce così al visitatore l’originaria bellezza di splendide statue forgiate da valenti scultori.

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Lei è una figura di donna scaturita dal talento di Domenico Carli, fino a qualche tempo fa la sua candida leggiadria era adombrata da una patina scura.

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Sotto a questo marmo dormono il loro sonno eterno il dottor Giuseppe Chiappella e la sua consorte Virginia De Katt, entrambi se ne andarono nel 1877.

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Il restauro del monumento si deve ancora alla generosità di Walter Arnold, lo scultore americano è un attento filantropo e ha davvero a cuore il patrimonio artistico del nostro Cimitero Monumentale.
In passato ho già avuto modo di parlarvi della sua associazione, AFIMS si occupa di raccogliere fondi per questi restauri che vengono poi donati alla città.
E così è stato anche per la fanciulla che custodisce il riposo dei coniugi Chiappella.

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Un gioco di luci e ombre evidenzia le pieghe del manto indossato da questa giovane donna dai tratti dolcemente regolari.

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Il tessuto scivola sul suo corpo e cade fino a terra, in parte restano scoperti i piedi e i sandali di lei.

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Una bellezza armoniosa e soave, una statua che sembra possedere il palpito della vita.

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La giovane scolpita da Domenico Carli regge in una mano uno specchio e attorno al suo braccio è attorcigliato un serpente.
Non è una casualità, questi due simboli sono riconducibili all’allegoria della Prudenza che lei rappresenta: attraverso lo specchio ognuno conosce se stesso e ognuno dovrebbe essere cauto e prudente proprio come i serpenti, entrambe le allegorie si riferiscono a citazioni bibliche.

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La luce lambisce quella mano e quel gesto simbolico.

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Nel silenzio del porticato un mistico chiarore accarezza l’incomparabile grazia di questa fanciulla nel suo ritrovato splendore.

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Per caruggi

Vi porto per caruggi, in un pomeriggio d’inverno.
In quei posti che amo, oltre la prospettiva di case alte a breve distanza da Porta Soprana.
Lo dico sempre, io vado ovunque e senza alcuna meta, in realtà.
Cammino, a Genova.

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E si può non indugiare davanti alla vetrina di Casaleggio?
Canestrelli, nocciole, miele, sciroppo di rose, vasi e vasetti.

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E poi scendo in Piazza delle Erbe, con le sue antiche case dai colori caldi di zafferano e biscotto.

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E mi fermo davanti a quella che fu una libreria antiquaria, questo posto è rinato a nuova vita e adesso ospita un caffè letterario, io non ci sono mai stata e mi ripropongo di scoprirlo presto.

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Su e giù per questi caruggi, tuttavia la meta non è importante, ve l’ho detto, io vado ovunque.
Basta esserci, basta guardare il cielo sopra la città.

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E la prospettiva di Vico del Fico che si perde lassù in un bagliore di giallo.

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Gli edifici che si scorgono in lontananza sono quelli di Piazza delle Lavandaie, facile immaginare di vedere donne curve sotto ceste pesanti cariche di panni, difficile immedesimarsi nelle vite degli altri e figurarsi fatiche che fortunatamente non abbiamo conosciuto.

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Da queste parti nel tardo pomeriggio la luce dolcemente declina mentre il cielo si tinge di oro oltre i tetti e oltre il campanile di San Donato.

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E poi sali su per Vico delle Fate, un posto con un nome simile può soltanto riservare incanti.

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E muri antichi e mattoni consunti.

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E poi, magari, vagando senza meta per i caruggi, può capitare di sbucare in Via Ravecca, a volte si finisce per trovare persino una perfetta geometria di colori in luoghi come questi.

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Quando meno te lo aspetti, in ogni luogo.

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Quando il sole illumina i tetti, a Genova, in un pomeriggio d’inverno.

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