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Tempo di Natale, tempo di feste.
Come ogni anno svetta l’abete in Piazza De Ferrari, questo dicembre è iniziato in modo gradevole, con questo cielo limpido e azzurro.

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Tempo di Natale, tempo di andar per negozi.
E si sa, il parcheggio è sempre un problema, anche se a quanto pare sono sempre più numerosi quelli che a Genova scelgono le due ruote per spostarsi, a giudicare dalle biciclette che si vedono in giro si direbbe che i genovesi amino pedalare.
Basta un paletto ed ecco fatto, ci si ferma in Via Fiasella, davanti al negozio che vende splendidi fiori e alberi artificiali.

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E ricorderete che già in passato vi ho mostrato colui che potete incontrare tra queste belle piante.

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Ecco, ho scoperto di recente che si chiama Otto e se ne sta beato tra gli abeti.
Fate ciao a Otto, è proprio un tipetto simpatico, ve lo garantisco.

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Di due ruote, caruggi e biciclette.
E insomma, alla fine alcuni scorci a me paiono perfetti, sarà perché io amo tanto questi luoghi.

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Di discese, ancora biciclette e archivolti.
E questo è Vico alla Casa di Mazzini, molto spesso è chiuso da un cancello ma quando invece è aperto ed accessibile allora è una bellezza.
E noto un cestino di vimini decorato con i fiori, vasetti di coccio, lavori a maglia che coprono i tubi.

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Tuttavia non è di una due ruote il parcheggio perfetto.
Eh no, si tratta di un altro mezzo che ho veduto davanti a un celebre negozio di Genova e ho pensato: questo sì che è un buon inizio!
Ditina che affondano nella panna, un nasino sporco di zucchero e le guance tutte appiccicose di dolcezza.
In Via Luccoli, dalla storica Cremeria Buonafede.
Con il passeggino parcheggiato fuori, davanti alla vetrina.
Cose che si vedono a Genova, nel tempo delle feste.

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Quando si parla di moda la capitale francese di certo non ha eguali.
Chiunque sia stato a Parigi si è soffermato ad ammirare certe lussuose vetrine dove sono esposti abiti eleganti e sontuosi, giurerei che lo avete fatto anche voi!
E là, a Parigi, io ho trascorso un tempo infinito a curiosare dai bouquinistes lungo le rive della Senna.
E poi sono tornata a casa con la moda di Parigi, ho acquistato diverse stampe che ora sono appese in casa mia.
Ecco le Moniteur de la Mode, le signorine francesi certo avevano buon gusto!

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Ne ho una piccola serie e ve ne mostro soltanto un paio, ognuna di esse è un piccolo gioiello.
Capello di paglia, nastri e ombrellino da passeggio, lo stile perfetto di un’epoca distante.

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E a proposito della moda di Parigi ho scoperto sulla mia Guida Pagano del 1894 che un certo stile in quell’anno era molto apprezzato anche nella Superba.
Le immaginate le signore genovesi?
Solo a sentir nominare la Ville Lumière si saranno incuriosite, presumo che il negozio in questione fosse molto ambito, sicuramente vi si trovavano capi ricercati.
Era situato nell’elegante Via Cairoli che qui vedete da una prospettiva particolare, sono riuscita a fotografarla in questa maniera da Palazzo della Meridiana.

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E quindi, sul finire dell’Ottocento, una passeggiata in questa strada di Genova forse prevedeva una tappa obbligatoria in quel negozio.

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Qui si offriva una vastissima scelta di capi d’abbigliamento, per l’inverno si confezionavano caldi mantelli e sicuramente si prestava sempre attenzione alle ambizioni delle clienti.
Nella pubblicità del Salone di Moda mi ha colpito un dettaglio inconsueto per i nostri tempi: oltre ai vestiti per i momenti gioiosi e mondani si specifica che in questo negozio si preparano anche abiti da lutto in 24 ore.
Eh insomma, all’epoca le signore e signorine ci tenevano particolarmente ad essere eleganti anche in circostanze tristi e i sarti della casa erano a disposizione.
Grazie al cielo la vita dona anche attimi di indimenticabile serenità e allora ecco i corredi da sposa, i mantelli da ballo e gli abiti per le serate a teatro.

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E dal nome del negozio noterete che i proprietari dovevano essere proprio francesi, quindi sicuramente se ne intendevano e avranno fatto del loro meglio per accontentare l’esigente clientela genovese nel loro salone di moda che immagino arredato con mobili di pregio e comode poltroncine.

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Un luogo raffinato ed accogliente nella centralissima Via Cairoli.
Tra sete e velluti, nastri e pizzi, la moda di Parigi nel cuore di Genova.

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Nel tempo che precede il Natale si rinnova una tradizione cara a tutti noi, la visita ai presepi artistici è sempre motivo di ammirata emozione.
Ed oggi vi porto a scoprire un presepe particolarmente suggestivo, viene allestito nell’Oratorio di San Bartolomeo di Staglieno, una chiesa dove potrete ammirare anche un raffinato risseu ligure.

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Io ho veduto questo presepe all’inizio di Gennaio, ho tenuto da parte le immagini per proporvele in queste festività, quest’anno potrete visitare questa splendida rappresentazione della Natività a partire dal 24 Dicembre.

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Un presepe è sempre un piccolo mondo e ci sono diverse maniere di narrarlo.
Qui, sulle alture di Genova, troverete statuine preziose, alcuni di questi pezzi sono attribuiti ad artisti della Scuola del Maragliano, celebrato scultore genovese vissuto tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700.

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Uomini e donne dagli sguardi reali ed espressivi.

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E abiti riccamente rifiniti di ori e di trine dorate.

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Appoggiato alla parete un grande Crocifisso processionale, ai suoi piedi l’allestimento del presepe.

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Ogni statuina è curata nei minimi dettagli.

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E ci sono i soldati con gli elmi luccicanti, i loro cavalli hanno ricche bardature.

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Certi destrieri poi paiono quasi inquieti, non manca a questo presepe una particolare vivezza e vi si ritrova un certo senso del movimento.

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Il mondo piccolo del presepe ha i suoi personaggi consueti e le creature di Dio che accompagnano la vita degli uomini.

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E colpisce la raffinata bellezza di certi abiti candidi e preziosi.

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Il figlio di Dio viene al mondo in un piccolo borgo dove alcuni sono intenti nel proprio lavoro, il panorama rammenta proprio le alture genovesi.

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Chiacchierano le donne, i loro sguardi eloquenti paiono svelare stupore e meraviglia.

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Un piccolo universo che accoglie così la nascita di Gesù.

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Siamo tutti uguali davanti ai Suoi occhi, così in ogni presepe ci sono figure immancabili che rappresentano la varietà del mondo: tutti gli uomini sono diversi eppure tutti sono uguali davanti a Dio.
Si cammina, reggendosi a fatica ad un bastone.

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E lo sguardo illuminato dalla speranza cerca la luce di Cristo.
Queste donne indossano tessuti damascati, grembiuli sgargianti, ancora pizzi e rifiniture in passamaneria.

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Il mendicante con la giacca rattoppata chiede la carità.

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E qualcuno avanza lentamente con un asinello carico di pesanti gerle.

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Una fanciulla porta una gonna a fiorellini, i suoi gesti sono pura grazia e la sua figura è armonia di colori.

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E un’altra giovane ha nello sguardo la luce della bontà.

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Poveri e ricchi, nobili e gente comune, tutti uguali davanti alla misericordia del figlio di Dio.

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Sono i volti del Presepe di San Bartolomeo di Staglieno, una preziosità artistica che merita di essere scoperta.

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Un volo di angeli sovrasta la grotta, i Re Magi con i loro ricchi mantelli pregano devoti al cospetto del piccolo Gesù, ai piedi di Lui i doni per la sua nascita.

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Nella luce del Natale, nell’armoniosa bellezza del presepe.

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Proverò a narrarvi di lei, la sua figura emerge nel racconto di tempi lontani: è il 14 Luglio 1797, anniversario della presa della Bastiglia, per celebrare l’occasione il governo della Superba organizza una grandiosa festa patriottica.
Di Bianca Calvi scrive con la consueta maestria Amedeo Pescio nel suo “Settecento Genovese”, di lei delinea un ritratto ben definito.
E allora andiamo a quel tempo, non scenderò troppo nei dettagli a proposito della festa patriottica e mi riservo di approfondire l’argomento in un’altra circostanza, oggi la protagonista è soltanto lei: Bianca Calvi.
Lo scenario che la vede come prima attrice è Piazza Acquaverde, ora decisamente diversa da come era nel 1797.
In nome di quegli ideali ispirati dalla Rivoluzione Francese la piazza assume in quel periodo il toponimo di Piazza della Libertà: qui si svolgono le celebrazioni patriottiche, lo scenografico corteo attraversa la città e qui giunge con la sua magnificente sfilata di carri allegorici.

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Bianca è una fanciulla procace e affascinante, nel trambusto di quella folla festosa emerge in tutta la sua leggiadria.
Desiderata, invidiata, al centro di tutti gli sguardi.
Sospirano gli uomini nel vederla passare, gli occhi si posano sulle sue armoniose fattezze.
Una regina che predomina dal suo carro trainato da sei destrieri, una diva ammirata e desiderata.
Bianca Calvi è una stella lucente, a lei è toccato il ruolo più importante, Bianca veste i panni della Libertà.
E la Libertà è avvenente e sensuale, porta una mezza veste bianca chiusa da una corazza, ad incoronare i suoi capelli è un elmo scintillante.
È bella la Libertà, gli uomini accorsi alla grande festa ammirano la sua venustà, chi non vorrebbe stringerla tra le braccia e accarezzare la sua pelle liscia?
E Bianca sorride, forse si compiace di cotanti apprezzamenti.

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E poi.
E poi la vita prende un altro corso, il destino sembra essere ingeneroso con la giovane Bianca.
Il tempo scorre, si giunge al 1803 e la ragazza pare in difficoltà: quella sua gloria sul carro allegorico è divenuta una sorta di onta, la fanciulla che un tempo si era mostrata agli occhi del mondo non ha ancora trovato marito.
A dire il vero avrebbe uno spasimante ma lui è uno spiantato, non ha il becco di un quattrino e così la giovane Calvi che fa?
Si rivolge a quelli del Governo, chiede una piccola dote per quel suo memorabile contributo.
Si vorrà pure ricompensarla in qualche maniera?
Si ricordano ancora di lei?
Non verrà accontentata e la cronaca dei suoi giorni termina in questa maniera: tutti la desideravano ma poi nessuno volle sposarla.
Ho voluto ricordarla così, pensando che magari ai libri di storia siano sfuggite vicende a noi sconosciute: un amore eterno, una passione ricambiata, un cammino condiviso.
A lei dedico questa rosa, bianca come il suo nome e come la veste che indossava nel giorno del suo trionfo in Piazza Acquaverde.

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Si entra nella storia di una città in tante maniere e questo celebre negozio genovese ne è parte a buon diritto, Rivara è un baluardo dello stile della Superba da più di 200 anni.
Le sue vetrine si affacciano su Piazza San Lorenzo e sulla bella Scurreria, in una collocazione a dir poco splendida.

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Giovanni Rivara fu Luigi, pregiata teleria genovese dal 1802, un’attività annoverata tra le botteghe storiche della città.

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Biancheria da bagno, asciugamani, tovaglie e accessori per la cucina, tessuti di ogni genere.
E ancora vive la tradizione voluta da Luigi Rivara, originario di Sestri Levante, fu lui a stabilire qui agli inizi dell’Ottocento la sua bottega di stoffe e macramè, le sue vetrine sono tuttora allestite con cura e buon gusto.

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Ad osservarle una ad una ci si impiega un po’ ma sappiate che ne vale la pena.

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E al di là di certi vetri vedrete i coloratissimi mezzari della nostra tradizione, i mezzari sono in tutte le case dei genovesi e li trovate con i loro motivi originali proprio da Rivara.

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E allora entriamo in questo negozio che nei periodi delle feste è preso d’assalto dai suoi affezionati clienti.

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Perfettamente restaurato, conserva ancora i suoi antichi arredi compreso il bancone che è una pregiata ricercatezza: si tratta di un pezzo unico di noce massiccia nostrana lungo più di cinque metri.

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E poi ripiani, scaffali, colori.

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E stoffe e tessuti a metraggio per ogni esigenza.

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Un luogo senza tempo al passo con i tempi.

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Difficile elencare tutti gli articoli presenti in questo negozio, dalle tovaglie alle presine, dagli asciugamani alle federe per i cuscini, non manca davvero nulla.
Ho scattato queste foto in un giorno d’estate, naturalmente nel tempo del Natale qui troverete una vasta scelta di articoli a tema.

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E poi ancora, il reparto camiceria con i suoi arredi dalle tinte scure.

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E le righe, i quadretti e i colori.

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E un corposo volume che racconta una storia, ho scorso pagine e pagine, una calligrafia ordinata ha fissato su quella carta i nomi degli illustri clienti, dagli Spinola al Marchese Centurione, la buona società genovese si è sempre servita da Rivara.

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E poi, nel dettaglio, una poesia di parole e l’immagine immaginata di un altro tempo: canapa e fazzoletti di lino, calicot e coperte, tela lino d’Irlanda e tela del Belgio, madapolam e tela crociata.

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Una tradizione di famiglia capace di rinnovarsi nel rispetto del proprio passato, questa è la chiave del successo di Rivara.

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E poi la meraviglia di questa antica scala di legno, uno dei gioielli di questo negozio.

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E ancora un libricino, antico e consunto, vi sono annotati gesti di generosità: le somme donate a persone bisognose, le cifre regalate alle monache di un certo convento.

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E per quel magnifico intreccio di vite che è la Superba ho trovato notizie di Giovanni Rivara in un articolo della Professoressa Marina Milan, il già citato “Carte d’archivio e giornali. Fonti inedite per la storia del giornalismo” pubblicato in Le Eredità della Liguria. Viaggio nell’Ottocento attraverso i documenti fiscali – Catalogo della Mostra organizzata dall’Agenzia delle Entrate di Genova (Palazzo San Giorgio – autunno 2004).
Ebbene, vi si legge che Giovanni Rivara nel 1873 fondò il quotidiano Il cittadino, un giornale di ispirazione cattolica, nella sua impresa lo seguì Maurizio Dufour, importante esponente di un’altra celebre famiglia genovese.

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Quel negozio che faceva strabiliare dame e gentiluomini dell’Ottocento è ancora uno dei fiori all’occhiello di Genova.
E come vi ho detto qui trovate i veri mezzari genovesi che fanno parte della tradizione di questa città dalla seconda metà del XVII secolo.

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Un tempo li indossavano le giovani spose, alcuni mezzari sono anche esposti in uno dei Musei di Strada Nuova.

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Ai giorni nostri si usano come copriletti o come copridivani, nelle case dei genovesi c’è sempre un mezzaro, tipico è il classico motivo dell’albero della vita.

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Azzurro, verde, rosso, tutte le sfumature di un tessuto che è uno dei simboli delle genovesità.

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Colori tenui oppure accesi.

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Un piccola preziosità che racconta di noi e del nostro passato, per vedere i mezzari in tutto il loro splendore e gli altri articoli di Rivara date uno sguardo al sito, lo trovate qui.

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Una bottega che ha più di 200 anni, una bottega che si affaccia sulla piazza dove predomina la maestosa cattedrale di Genova.

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In certi giorni luminosi la facciata di San Lorenzo si riflette sul vetro della porta d’ingresso di Rivara.

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E lo stesso accade per certi palazzi che si specchiano tra i colori dei mezzari esposti nelle vetrine di questo negozio, parte vera della storia di Genova e del suo cammino dal lontano 1802.

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Sono bambini, semplicemente bambini.
E appartengono ad un altro tempo, i loro ritratti furono cara memoria per nonni e genitori, per lungo tempo queste fotografie forse furono riposte in un album o dentro ad una bella cornice, ricordo d’infanzia e di giorni felici.
E poi, per le misteriose vie della vita, i volti di questi bimbetti hanno incrociato il mio sguardo e così li ho portati con me, non potevo fare altrimenti.
Ad accomunare queste fotografie che fanno parte della mia piccola collezione sono alcuni particolari: ognuna è un ritratto, di nessuno di questi bimbi si conosce il nome e non c’è una data scritta a tergo.
Sono semplicemente bambini di un altro secolo e anche se tra loro non si conoscevano ho deciso di metterli uno accanto all’altro per presentarli anche a voi, con tutta la tenerezza che suscitano i loro visetti.
La prima di loro è una piccolina speciale, i boccoli le incorniciano il viso, porta un fiocchetto sulla testa e ad osservarla si comprende che ha carattere, doveva avere una certa grinta secondo me.

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A guardare queste immagini antiche mi sorge sempre un dubbio e non so mai trovare la risposta.
Come facciamo a indovinare i colori degli abiti?
Qui pare di scorgere una fantasia, la gonnellina è tutta pieghe e si intravede una giacchetta forse rifinita di pizzo e fermata dietro con un grande fiocco.

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La posa, nell’insieme, ha una grazia tutta sua: ve l’ho detto, per me lei è una bambina speciale.

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E poi lui.
Un visino senza tempo, cambiategli i vestiti e vi parrà un bambino della nostra epoca.
Timido, io credo.

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E ricordate le raccomandazioni del mio manuale di fotografia per dilettanti del 1910?
Le mani devono essere impegnate in qualche maniera e infatti il marinaretto se ne sta appoggiato al gozzo e regge in una mano il cappello della “Regia Marina”.
Cosa avrà fatto da grande?
E come si chiamava?
E quante delle mie domande non avranno mai risposta?

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Sapete cosa accade ad osservare questa antiche fotografie?
A volte sembra di scorgere delle somiglianze e dei tratti in comune, poi la logica ti porta a concludere che è improbabile che ci siano delle parentele.
Eppure tutti gli uomini con baffi importanti sembrano cugini, certe giovani donne sembrano sorelle, certe bimbe sembrano appartenere alla stessa famiglia: sono le fisionomie del tempo ad essere in qualche modo simili, alcune caratteristiche sono ricorrenti.
Da ultima ecco un’altra piccina, ha uno sguardo vivace e intelligente, in realtà secondo me avrebbe i capelli ricci ma glieli hanno spazzolati e quindi ora sembrano leggermente ondulati.

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Indossa, come si usava all’epoca, graziosi stivaletti con dei bottoncini.

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E mi ha colpita per una precisa ragione, a differenza di tutti gli altri lei cosa fa? Sorride.
Fateci caso, nelle foto d’epoca le espressioni sono sempre serie, vale anche per le immagini che avete veduto prima di questa.
Lei invece no, sorride.
E il suo sorriso è la pagina di romanzo ancora tutto da scrivere.
Ed è dolce innocenza e infantile spontaneità, un moto dell’animo che esprime così la sua semplicità.
Ed è il sorriso di lei, una bambina di un altro secolo.

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Accade sempre all’improvviso.
Uno sguardo verso la finestra e la mia Genova, là fuori.

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Così, all’improvviso, non ti lascia proprio il tempo di pensare.
E allora a volte mi precipito in terrazzo, magari in maglietta, in autunno, all’ora del tramonto.

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E il cielo ha i toni caldi soffusi d’arancio.

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Mentre il sole trionfa e disegna i contorni delle nuvole.

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Accade all’improvviso ed è uno scroscio di luce sopra la costa.

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E poi si placa e si attenua, mentre un volo di gabbiani saluta la fine del giorno.

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Altre volte, invece, è un incendio.

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E accade sempre così, rapido e inatteso.

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E dura poco, ti trattiene per qualche istante alla ringhiera, mentre il mare si tinge di rosa e il cielo diviene una tempesta di colori.

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Inquieto, imprevedibile, ammaliante.

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In certe sere, invece, il cielo è libero da nuvole, limpido e chiaro, c’è soltanto il sole che si posa piano sulla costa.

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E poi svanisce ed altre luci sfavillano brillanti.

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A volte solo una nuvola vaga resta sospesa sopra l’orizzonte.

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E il sole si nasconde là dietro, mentre spande tutto attorno il suo calore.

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E illumina il profilo delle montagne e si specchia nell’acqua del mare.

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E intanto ancora scende, segue il suo cammino.

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E poi si posa, lieve, mistero bello del mondo e motore della nostra vita.

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E ancora rischiara, in lontananza.

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Una bellezza che non sai spiegare, una meraviglia che non smette mai di incantarti.
E accade sempre all’improvviso.

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Torno a scrivere del mio quartiere, torno alle cronache della città in salita.
In Circonvallazione a Monte si susseguono i corsi ottocenteschi, ancora adesso conservano lo stile che si volle imprimere al quartiere.
E così io scendo dai miei bricchi e spesso percorro questo tratto di Corso Firenze.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oltre la ringhiera c’è uno dei soliti saliscendi della mia Genova, al di sotto di essa ecco i palazzi di Via Pertinace.

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E una delle scale che collega le due strade, una delle magnifiche vertigini della Superba.

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Nella città che si arrampica sulle alture, tra curve a gomito e salite, accade che i tetti di Via Pertinace siano esattamente all’altezza di Corso Firenze e così, percorrendo questa strada, i tetti fanno da scenario all’orizzonte.

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Tra il resto ieri mattina ho anche veduto la neve che imbianca le montagne.

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Nella città in salita c’è una soluzione per ogni difficoltà e gli edifici di questa zona hanno una particolarità: certi palazzi situati nei corsi sottostanti sono dotati di due ingressi, un portone al piano strada e un’uscita dal tetto, tramite l’utilizzo di scale e passerelle.

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Noi qui ci siamo abituati ma è evidente che nei luoghi di pianura nessuno esce di casa passando dal tetto: quelli di Genova invece sì.

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Un passaggio proteso sull’azzurro.

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Ed io ho da sempre un debole per la ringhiera di questa passerella, la sua armoniosa struttura corrisponde in pieno al mio ideale di bellezza.

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E poi ancora, eccoci in Spianata Castelletto, da qui si gode di un’incantevole vista sui tetti di Genova.

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E anche qui salite, discese e passerelle.

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E poi, come vi ho detto, si va a casa passando per il tetto.

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Questa particolare passerella l’ho percorsa un’infinità di volte perché in quel palazzo abitavano amici cari della mia famiglia.
Io che soffro di vertigini ricordo che da piccola mi tremavano un po’ le ginocchia!

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Si sta sospesi, lassù, a destra si scorge l’inconfondibile profilo dell’ascensore di Castelletto.

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E poi abbaini, ardesie e cielo azzurro.

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E ancora scale, muretti e gradini percorsi infinite volte.

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E ancora oltre, imbocchiamo Corso Paganini e ancora troviamo scalini, ringhiere e su e giù, così è Genova.

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E fili da stendere, fiori e ancora passerelle.

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E tetti, sono i tetti della sottostante Via Caffaro.

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In cima alla via due lunghe scalinate conducono fin quassù, si inerpicano sui due lati ed entrambe sboccano su Ponte Caffaro.

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Eccola Via Caffaro e la sua prospettiva infinita.

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E a dire il vero dovrei contare tutti quei gradini, non l’ho mai fatto!

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Superato il ponte ancora altre passerelle.

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E scale, scale, scale.
E foglioline che si arrampicano e colori dell’autunno della Superba.

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Un continuo saliscendi, una particolarità di questo quartiere.
Tetti, scale e passerelle di Circonvallazione a Monte.

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Tra tutte le particolarità che può capitare di scoprire a proposito del nostro passato alcune mi lasciano sempre una certa curiosità.
Un altro mondo, diverse usanze, bisognerebbe davvero avere la macchina del tempo per poter vedere con i propri occhi ciò che non sappiamo neppure indovinare.
Ad esempio, nel tempo dei carri e delle carrozze, indubbiamente i cavalli avevano la loro importanza, perbacco!

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Scalpiccio di zoccoli, nitriti, questi eleganti amici dell’uomo conducevano sempre i loro passeggeri a destinazione.
Certo, con i dovuti tempi, occorreva armarsi di pazienza ma all’epoca forse ci si era abituati.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E così, nel centro di Genova, nel lontano 1894 c’era chi vendeva questi indispensabili animali, ad esempio nella centralissima Piazza Giusti.
Sulla mia Guida Pagano, tra il resto, si contano ben 11 sellai ed erano ben distribuiti sul territorio cittadino: da Via Milano alla Nunziata, da Via Piacenza a Via SS. Giacomo e Filippo, altri erano in diverse zone di Genova.
D’altra parte, c’erano i cavalli e servivano le selle, le redini e tutto il resto!

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A tutto questo si aggiunge un’attività di pregio che ha suscitato il mio stupore: il magnifico maneggio dei Fratelli Busnelli.
Cari lettori, ci vuole tanta fantasia per tentare di vedere questo quadretto: il maneggio, gli aspiranti cavalieri, i maestri di equitazione!
E i cavalli, i cavalli!
Nel centro di Genova, si può immaginare una cosa simile?

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Ora, forse vorrete sapere dove caspita si trovasse questa peculiare attività del tutto tipica del tempo.
E vi sembrano domande da farsi?
Tutto aveva una logica e infatti la gloriosa impresa della famiglia Busnelli era collocata in una via del centro cittadino denominata Vico della Cavallerizza, ma guarda un po’!
Amedeo Pescio, studioso della toponomastica e delle sue particolarità, annota che un tempo la via era dedicata a Ettore Vernazza, in seguito assunse questo nome proprio a causa della presenza di una scuola di equitazione.
E così, come leggo nella mia guida Pagano del 1894, nel centro di Genova facevano i loro affari i fratelli Busnelli, ma ho trovato notizie di loro anche in anni antecedenti e quindi penso che la loro fosse una fiorente attività.
Vico della Cavallerizza ai nostri tempi non esiste più, i suoi palazzi hanno lasciato spazio ad edifici più moderni, un tempo si trovava nella zona tra Via XX Settembre e l’attuale Piazza Dante.
Osservate l’immagine sottostante, è tratta dalla cartina inserita nella Guida Pagano del 1926.
L’ampia via che si vede sulla destra e che taglia trasversalmente la mappa è proprio Via XX Settembre, sulla sinistra potete notare Vico della Cavallerizza.
Quando passate da quelle parti provate a immaginare di essere nel 1894: là c’era la gloriosa scuola di equitazione dei Fratelli Busnelli.

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Non è semplice scrivere di Via di Ravecca, strada amatissima dalle tante anime, non so quante volte mi sono riproposta di portarvi là, in una delle vie più suggestive della città vecchia.
Strada antica e dalla lunga storia, scrive Francesco Podestà che di essa si hanno notizie già intorno al 1100.
Secondo Belgrano Via di Ravecca deriva il suo nome da Rua o Ruga Vecchia che significa appunto strada vecchia, altri studiosi diedero interpretazioni differenti.
Superata Porta Soprana eccola a voi, così inizia Via di Ravecca con le sue antiche bellezze.

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Per me è luogo di stupori, da ragazzina amavo molto gironzolare in questi vicoli: scoprire una strada che non hai mai veduto è un’autentica sensazione di meraviglia, una sorpresa che può levarti il fiato.
Correvo su e giù per le traverse, con lo zainetto sulle spalle.
E poi.
E poi bisogna alzare gli occhi per vedere una piccola Madonna a guardia di un portone.

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E poi, poi non ho mai smesso di tornarci, Via di Ravecca in certe mattine è un incanto di vento, luce e colore.

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Anima di un antico sestiere, un toponimo che ricorda la fierezza dei genovesi.

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E sole, ombre, finestre e chiaroscuri.
E i miei dubbi, io non so spiegarvela Via di Ravecca.
Dovreste venire qui, in certe giornate, quando il sole vira sui vetri.

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E magari anche voi vi perderete a seguire quella danza nel cielo.

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E tuttavia non distraetevi, in Via di Ravecca c’è ancora traccia degli antichi “cannoni” dai quali sgorgava un tempo l’acqua.

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E poi, là, sopra di voi.

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Nella zona di Via di Ravecca ci sono diversi negozietti di vario genere, ci sono anche diversi posti dove mangiare, qui trovate anche una delle celebri sciamadde che vende specialità genovesi.

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E poi.
In verità vengo spesso qui a guardare i panni stesi.

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E le tovaglie, le magliette colorate e le candide federe.

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In questi caruggi sempre presidiati dai Santi: all’angolo con Vico Gattilusio spicca la bella edicola che ospita San Giovanni Battista.

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E poi persiane aperte, riflessi, uno sventolio di rosa contro il celeste cielo.
E l’aria del mare che abita in questi caruggi dalla storia lontana.

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E il sole che filtra, un raggio che cade e sfiora i muri antichi.

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E davvero, non so raccontarvela Via di Ravecca.
D’un tratto vedrete una Madonnina, Lei posa il suo sguardo gentile sul popolo di Ravecca.

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E sono trascorsi i secoli, centinaia di anni.
Di qui sono passati nobili e popolane, giocatori di dadi, mercanti e cavalieri.
E monache devote, fanciulle costrette a matrimoni di convenienza e donne affaticate con le ceste dei panni sulla testa, in Salita di Coccagna c’è ancora l’antico lavatoio.
Non distante da qui c’era un tempo il carcere di Sant’Andrea.
E i pianti, le disperazioni, le solitudini.
E le speranze, quelle come le racconti?
C’è una parte di vita che non puoi narrare ma puoi immaginarla, tra diverse sfumature di rosa, di rosso e di pesca.

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E poi si segue la luce in questa via dalle case alte e dalle imprendibili prospettive.

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In Ravecca c’è anche un forno celeberrimo del quale ho già avuto modo di parlarvi in questo post: la focaccia di Patrone è davvero sublime.

Patrone

Focaccia (3)

E poi, non posso scordare di dirvi che quando salite da certe strade che si immettono su questa strada è così che vedrete Via di Ravecca, in lontananza.
Salite e discese della città vecchia.

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E quadri di caruggi, a volte.

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No, non credo che si possa venire a Genova senza vedere Via di Ravecca.

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Magari in una giornata tersa, quando la luce brillante la attraversa.

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E allora ci si ferma e lo sguardo trova l’ocra, il rosso, l’azzurro e il solito filo di panni stesi.

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E no, io non so raccontarvela Via di Ravecca.
Dove trovare le parole per questa magia perfetta di colori e geometrie di luce?

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E non vorrei che vi scordaste di alzare ancora gli occhi, quando vi trovate a certi incroci.

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Semplice e vera, come la bellezza autentica.
Ha la sua anima, ha la sua voce.
Ha il suo tempo, segue il lento virare dei raggi del sole che la accarezzano.
Come negli anni che non abbiamo veduto, come nelle epoche che non abbiamo vissuto.
Così è Via di Ravecca, splendente nei suoi colori, nella luce di Genova.

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