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Sono così tante le cose di caruggi che piacciono a me.
Non solo gli archivolti, le Madonnette, le colonne marmo e i terrazzini.
No, non solo.
Amo anche trovare sui muri antichi della città certe piccole piantine tenaci e poco esigenti, così pervicacemente attaccate alla vita.
Superbe e semplici.

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Tra le cose che piacciono a me aggiungo le piacevoli sorprese che mi regalano un sorriso e un sospiro di aria nuova.
La delicatezza.
Colori pastello.
Mettete dei fiori nei vostri caruggi.

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E poi una cassettina con i tulipani.
Così, all’improvviso.

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Un annaffiatoio, una pioggerellina di colori.
Là, dove non te la aspetti.

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Ecco, queste sono le cose piacciono a me.
E poi, la bottega del corniciaio.
C’è sempre qualcuno intento in una scelta complicata.
Legno, oro, arancio o violetto? Questo è il problema!

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E amo indugiare davanti alle vetrine di certi negozietti che vendono oggetti vintage, vecchi libri e giornali, cose d’altri tempi o a volte dell’altro ieri.
Come dire?
Serve un lume a petrolio? Lo ritengo indispensabile, per qualsiasi evenienza.

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Ho trovato per caso questa bottega di Via della Maddalena e davvero ha un fascino tutto suo, in una cornice perfetta.
Ombrelli, scatole di latta, lampade, in uno scatto dello scorso febbraio.

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E in qualche occasione particolare, forse qualche evento organizzato nella via, ecco come si presentava questo tratto di strada.
Un divano nei caruggi, cose belle che si vedono a Genova.

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Sono le cose di caruggi che piacciono a me.
In ordine sparso, raccolte sull’onda dell’emozione.
Una cassettina, un nastro e i boccioli.
Nei vicoli, quando proprio non te lo aspetti.

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Ci sono viaggi che si intraprendono con curiosità e con il sincero desiderio di accostarsi a mondi diversi dal nostro, a consuetudini ed usi del nostro passato.
All’Archivio di Stato di Genova ancora una volta sono esposte testimonianze preziose di un tempo lontano: sono i Tesori d’Archivio in mostra fino al 30 Novembre.
Curatrice di questo affascinante percorso è la Dottoressa Giustina Olgiati che qui ringrazio per il tempo dedicatomi e per la sua passione nel dare risalto alle ricchezze del nostro archivio.
Antiche carte, tra di esse le pergamene dantesche del XIV Secolo: Erano state riutilizzate come fasciature di registri, sono state restituite a nuova vita nell’ambito dell’iniziativa adotta un documento, diversi di questi frammenti sono stati adottati da Roberto Benigni.
E poi, il caso: una di queste vetuste pergamene riporta i versi che Dante dedicò al genovese Branca Doria.

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Un mondo che era un altro mondo, se andrete all’Archivio di Stato la Dottoressa Olgiati alzerà per voi il velo su scritture incomprensibili ai più, su vicende lontane e su persone dimenticate.
In quel mondo che era un altro mondo nel 958 c’era un re di nome Berengario, questo documento porta la sua firma e suggella il riconoscimento dei beni dei genovesi secondo le loro consuetudini.

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In quel mondo di eroi e di conquistatori una figura merita il centro della scena: Caffaro di Rustico da Caschifellone, egli seguì l’Embriaco e raccontò la sua Crociata in Terrasanta, uno dei volumi a lui riconducibili occupa la zona centrale della sala.

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Il libro gelosamente protetto da un vetro è uno dei due manoscritti più antichi dei suoi Annali Genovesi e appartiene alla Biblioteca Nazionale di Francia.

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Caffaro è tornato a casa, Caffaro è tornato a Genova.
E su quel libro dal valore inestimabile egli è ritratto ormai anziano, accanto a lui c’è il giovane notaio Macobrio che si occupa della stesura.

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Ed è sempre di Macobrio questa carta dal quale si evince la sua firma, è il solo documento di lui fino ad oggi rinvenuto.

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Questo invece è il secondo volume più antico degli Annali di Caffaro e appartiene all’Archivio di Stato di Genova, durante la vostra visita scoprirete per quale motivo uno dei fogli spunti dalla rilegatura.

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Rosso e nero, una calligrafia perfetta: risale al 1105 ed è il testo dell’iscrizione nella basilica del Santo Sepolcro, vi sono scritti i privilegi concessi ai genovesi da Re Baldovino.

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Una mostra di Genova, una mostra di genovesi.

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Troverete una miriade di documenti che narrano il passato di questa città, la sua grandezza commerciale e politica, i contatti con i diversi stati che si affacciavano sul Mediterraneo.
Una firma con l’inchiostro rosso, solo all’imperatore era consentito usare questo colore e questa è la firma di Alessio III.

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E certo il Re di Armenia non voleva essere da meno, anche lui usava l’inchiostro rosso.

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E poi ecco il magnifico capolettera degli Statuti di Genova.

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Documenti vetusti e preziosi che testimoniano l’abilità di coloro che vergarono queste pagine.
Queste sono le regulae del 1413, stabilivano le cariche pubbliche e l’amministrazione giudiziaria.

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E questo ancora è un altro manoscritto che riguarda altre leggi.

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Come sempre a colpirmi maggiormente sono i documenti che raccontano il quotidiano degli uomini come ad esempio certi documenti assicurativi.
Carte e nomi di un altro tempo come la schiava Zica, il suo padrone ha sottoscritto per lei un’assicurazione contro i rischi del parto.
C’è anche Agostino Carrega, appaltatore di panni: lui si è assicurato contro un’eventuale pestilenza, un’epidemia sarebbe un danno per i suoi affari.
Le vite degli altri, i soldi guadagnati con fatica e talento, nella foto che segue ecco due assegni del 1459 firmati da un certo Antonio Burlando.

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Le vite degli altri, alcuni nomi sono vergati su uno splendido albero genealogico, quello della famiglia Spinola.

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E poi ancora uno stemmario del XVII Secolo.

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Un’ampia sezione è dedicata a un celebre genovese, Cristoforo Colombo, in un suo documento la conferma della sua origine.
Leggete l’inizio della quinta riga a partire dal basso: nacido en Genova, nato a Genova.

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Ci sono bozzetti di artistici di opere mai realizzate, si può fantasticare cercando di immaginare dove dovevano essere collocate.
E sono esposti alcuni pezzi della collezione cartografica: correva l’anno 1624 e si progettava la costruzione di un celebre porticciolo, tutti voi riconoscerete una località tanto amata, la nostra bella Camogli.

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Anche questo è un panorama a noi caro, è la dolcezza di Sestri Levante.

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Genova, Tesori d’Archivio è un mondo da scoprire, come potrete immaginare io vi ho dato solo un accenno di ciò che potrete ammirare.
La mostra è ad ingresso gratuito, qui trovate gli orari per la visita.
Là incontrerete quelle vite, le vite degli altri.
La vita e il destino: per conoscerlo alcuni si affidavano al libro delle sorti.
E sì, amici le domande sono sempre quelle: i soldi, la salute e l’amore.
Gli uomini sono sempre uguali, in un certo senso.

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Ci sono documenti sul lotto e sul seminario, di questi tornerò a parlarvi.
E ci sono delle carte da gioco come quelle che ancora usiamo.

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E c’è un grande libro, per me uno dei pezzi più emozionanti della mostra.
La vita, il destino.
In quel pesante volume è scritta la cifra che segnò un grande cambiamento, una rivoluzione, un nuovo inizio e una ritrovata felicità.
Un modo diverso di guardare al futuro grazie a quella somma: 1000 Lire, il primo premio della Lotteria.
Lo vinse lei, il suo nome è vergato nell’ottava riga: Catalina, serva di Battista Barixonus.
E c’è solo una scritta, sì.
Eppure osservate bene, guardate con attenzione quella pagina.
C’è tutta una vita: un sorriso, una luce in certi occhi, la speranza di un’esistenza migliore per Catalina.

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Di ardesie, caruggi e terrazzini.
In Via Garibaldi, già Strada Nuova, c’è un edificio che un tempo appartenne a una generosa genovese: Palazzo Rosso era la sua casa, lei volle donarlo alla città e ai suoi abitanti, oggi è uno dei prestigiosi Musei di Strada Nuova.

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Benvenuti nella dimora di Maria Brignole Sale, nobildonna e benefattrice che tanto si spese per la Superba, altrettanto fece il suo consorte, il Duca di Galliera, colui che lasciò a Genova ben più di un dono.
Di entrambi tornerò a scrivere, oggi vi porto ad ammirare la Superba da questo palazzo da lei tanto amato.

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Genova di edifici fastosi e di caruggi.
Accanto, grandezza e contrasti.

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E una balaustra, al di là dei vetri geometrie della città.

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Luce e grigio di ardesie, finestrelle e comignoli.

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Prospettive di vicoli e campanili in lontananza.

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Vedute visibili a tutti, oltre alle mirabili collezioni d’arte il palazzo offre ai suoi visitatori panorami mozzafiato.
Sventola la croce di San Giorgio issata sulla Torre Grimaldina, la sospinge il vento di mare.

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E poi ringhiere, pianticelle, cielo.

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Mediterraneo, in una mattina tersa e limpida.

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Rimane tutto in un sola immagine: il Campanile delle Vigne e un filo con i panni stesi,
la Torre degli Embriaci in lontananza e un verde rampicante.
In un solo scatto sacro e profano, la memoria dell’eroe e la semplice quotidianità.

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E tetti, rifugio di pigri gabbiani.

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E ancora si sale, fino alla sommità dell’edificio.
E sono scalette, riquadri di finestre, navi e sovrapposizioni di epoche diverse.

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Una ringhiera, gli abbaini, una scaletta tra le ardesie.

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Profili di curve, di strade, di maestosi palazzi.
E ancora non ho perso l’abitudine di cercare la mia casa quando lo sguardo si posa sulle alture.

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Il terrazzino.
Lassù.
Perso nell’azzurro.
Sopra i tetti, tetti della Superba.

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E ardesie e prospettive che scivolano via, verso l’orizzonte del mare.

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E la città reale e la città riflessa.

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Io so che da alcune case dei caruggi si gode di vedute simili a queste, ma questa particolare bellezza è offerta a tutti: è aperta al mondo, ai genovesi e ai visitatori di questa città.
Un dono di lei, Maria Brignole Sale.
La città di ieri e quella di oggi, i vicoli, il bigo, la vita del porto.

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Un tetto spiovente, tegole rosse, il vento inquieto.
Genova.

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Un dono di lei, Maria Brignole Sale.
Genova.
Guardando i tetti, da Palazzo Rosso.

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Scendendo al Carmine, un pomeriggio di settembre.
E già ci sono le suggestioni d’autunno, sulla creuza, sui muretti, alle finestre.
Ancora.
Ancora una finestra, questa.

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Mi sono soffermata ad osservarla perché vestiva i colori della nuova stagione.
Bruno, arancio e ocra.
E poi, dopo, mi sono accorta che su quei rami c’erano diverse graziose ospiti, le tortore.

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Heilà, Miss Fletcher, qual buon vento ti conduce da queste parti?

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Indaffarate, instancabili, ho provato a contarle ma non ci sono riuscita.

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Da un ramo all’altro, un continuo gioioso andirivieni.

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Un battito d’ali, un fremito tra le foglie.
Al Carmine, un pomeriggio di settembre.

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Quadri di stagione.
Il caso.
In autunno.

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E certo, le tortore avevano le loro buone ragioni per saltellare su e giù.
Ora di cena.
Un pomeriggio di settembre.

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Con i colori intensi dell’autunno.

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L’autunno di Genova, tra foglie e tortore, in Salita di Carbonara.

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Finestre della Superba

Certe finestre torno sempre a cercarle, come fa il sole, il sole invade i vetri, li illumina e li rischiara.
Accade, sulle mie finestre.
Dalle parti di Porta Soprana, ad esempio.
Molteplici specchi riflettono i particolari della Chiesa del Gesù.

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E marmi e cielo azzurro.

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E se qualcuno le aprisse queste finestre?
Ho l’impressione che il cielo colerebbe giù, come acqua, come liquido, come pittura incantata.

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Le finestre che piacciono a me si aprono su caruggi in ombra, a volte.
Si spalancano su altre finestre.
E altri respiri, vite, progetti e desideri.

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Le finestre di Piazza delle Scuole Pie sanno essere una magia rara di caruggi.

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Per questa ragione torno sempre a guardarle, le mie finestre.
Troverò, un giorno o l’altro, quella luce sul vetro.
Effimera e passeggera, non occorre neanche inseguirlo il sole in certi vicoli.
Aspetta, arriverà.

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E svelerà un cartiglio e il profilo della chiesa.
Luce.

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Davanti a certe finestre siedono piccoli custodi e sventola il tricolore.

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E poi li rivedi, quei paffuti bambini, nella solita evanescenza di un riflesso.

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Alcune finestre, invece, sono racchiuse nelle geometrie di una ringhiera, insolita cornice di persiane chiuse.

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Altre ancora, nella Superba, sono protette da grate.
E tuttavia nessuno può fermare il sole e i suoi incantesimi.
E allora vedi alberi, cielo, foglie e altre case.
All’improvviso.
Tu aspetta, accadrà.

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Certe finestre torno sempre a cercarle.
Tra caruggi e madonnette, cupole e campanili, in certi semplici e tortuosi vicoli.
In Via dei Conservatori del Mare.
Ritorno.
Sempre.
A guardare la Superba che si rispecchia in una finestra.

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Camminando per la città nessuno di noi potrebbe mai immaginare che in altre epoche vi siano accaduti fatti così insoliti, sono usi risalenti ad una quotidianità a noi sconosciuta.
Per i genovesi l’Acquasola è un parco del cuore, amatissima area verde nel cuore di Genova: andiamo indietro nel tempo, agli anni in cui in questa zona si trovava una delle porte di accesso della città.
Queste vicende sono narrate in un mio antico e consunto libricino completamente dedicato all’Acquasola e magistralmente scritto dallo storico Luigi Augusto Cervetto.
La Porta dell’Acquasola, egli scrive, venne edificata agli inizi del ‘300, il suo utilizzo di protrasse per diversi secoli.
E io qui oggi sorvolo su molti dettagli, desidero solo narrarvi qualche piccola curiosità scoperta nel volume di Cervetto.

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Tutto era come lo si può immaginare: robusti cancelli, un ponte levatoio e un piazzale davanti alla porta.
C’era un guardiano addetto alla vigilanza, la chiusura e l’apertura delle porte cittadine tuttavia non era di sua competenza.
Eh no, fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, maniman!
E per l’appunto un decreto del 1590 aveva stabilito che gli uscieri di Palazzo Ducale si accollassero questa incombenza: tutte le chiavi delle porte venivano scrupolosamente tenute in quella che fu la dimora dei Dogi e agli uscieri era affidato il compito di occuparsi delle porte.

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Il nostro Cervetto non lesina in quanto a curiosità e narra che in tempi lontani le confraternite erano solite offrire per certe festività un ricco pranzo ai malati indigenti ricoverati nell’ospedale di San Lazzaro: tra le succulente pietanze che venivano presentate c’era sempre un gustoso e nutriente vitello.
E indovinate un po’?
L’usanza voleva che le bestie destinate al macello facessero il loro ingresso nella Superba esclusivamente dalla Porta dell’Acquasola.
Così i bovini con tanto di nastri e profumate ghirlande d’alloro sfilavano per la città e venivano condotti all’Ospedale sito nella zona di San Teodoro.

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A quanto pare era consolidata abitudine usufruire della Porta dell’Acquasola per il transito di animali, non potete immaginare cosa accadde una volta!
Un bel giorno vi giunse una carrozza di piazza che portava a bordo un insolito passeggero: un maiale con tanto di cilindro sul capo, fatto talmente peculiare da lasciare stupefatti!

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Illustrazione tratta da L’Acquasola di L. A. Cervetto 1919

La Porta veniva chiusa a orari fissi, i ritardatari che arrivano quando già era stata serrata dovevano arrangiarsi e trovare una sistemazione provvisoria.
A tal scopo molti usufruivano dell’Albergo del Violino che si trovava all’inizio di Salita San Rocchino.
Si cercava, in qualche modo, di rendere un servizio di pubblica utilità ai cittadini che avessero bisogno di allontanarsi dalla città.
Come raggiungere le valli circostanti? Naturalmente a cavallo, cari lettori!
E per tal ragione c’era un discreto numero di destrieri a disposizione di coloro che ne avessero bisogno per le raggiungere le amene zone di campagna situate alle spalle di Genova.
Cavalli, fuori dalla porta dell’Acquasola.

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E tuttavia non tutti erano soddisfatti, sul finire del ‘700 sorse un mugugno dei soliti.
E insomma, com’era la questione?
Da non credere, davanti a tutte le porte cittadine erano disponibili delle comode portantine assai gradite alle gentildonne genovesi, ai Senatori della Repubblica e ai prelati: all’Acquasola con grande indignazione di tutti costoro mancavano.

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Villa del Principe

Fu così che in quattro e quattr’otto si risolse il problema e le tanto desiderate bussole fecero la loro comparsa anche lì dove non erano mai state.
Un continuo andirivieni, di vitelli, cavalli e portantine.
Là, davanti alla Porta dell’Acquasola, in un tempo che possiamo soltanto immaginare e leggere tra le pagine dei libri che lo svelano.

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I cugini d’America

La zia Angela aveva atteso quella busta per lungo tempo: finalmente era arrivata ma lei esitava ad aprirla, l’aveva posata sul comò di legno scuro e la fissava, timorosa e impaziente.
Ogni viaggio è un nuovo inizio, ogni meta conquistata un sogno che può divenire realtà.
Erano partiti.
Avevano portato poche care cose: qualche valigia, alcuni indirizzi preziosi, un mestiere nelle mani e la fatica di ricostruirsi il destino.
Il futuro è in un foglio, in un timbro, il futuro è al di là di una porta che si apre.
Il futuro è tra le righe di quelle domande, prima di imbarcarsi.
Ed è nelle risposte pronunciate con voce ferma per non tradire l’insicurezza.

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Galata Museo del Mare

Il pensiero resta a riva.
Sulla terra che hai lasciato, ancorato alla banchina.

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Il pensiero risuona negli addii, nelle voci commosse.
Scrivi presto, abbi cura di te, non piangere.
E sorridi, mentre il pensiero resta sulla riva.

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Il viaggio.
Lungo, faticoso, infinito, non lo si può neanche raccontare un viaggio così.
Alle tue spalle un continente si allontana, davanti ai tuoi occhi un luogo mai veduto.

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Galata Museo del Mare

Notti stanche, notti senza sonno sul tumultuoso oceano.

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Galata Museo del Mare

E poi, ancora con il fiato sospeso.
Uno sguardo che ti scruta, domande, domande e ancora domande.
Il futuro è in un foglio, nell’inchiostro che segna la tua vita.

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Galata Museo del Mare

Diverso tempo dopo era arrivata la lettera per la zia Angela, lei la aprì con mani tremanti, posò gli occhi su quella calligrafia a lei così cara e lasciò andare un sospiro troppo a lungo a trattenuto.
E li guardò uno ad uno quei nipoti, quei figli di famiglia andati così lontano.
Il futuro è una terra vasta e polverosa da calcare con quelle scarpette consumate.
Tutta la vita davanti.
Potrai diventare un contadino, un uomo d’affari, forse un avvocato, un commerciante.
Un uomo di successo.
O più semplicemente, un uomo felice.
Felice, capisci cosa intendo?
Gioca bene le tue carte, ora che sei là.

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Loro.
Laggiù.
Distanti.
Non sarebbero mai più tornati, nessuno lo aveva detto ma era implicito e sottinteso, quell’arrivederci aveva avuto un sapore amaro.
E tuttavia zia Angela era stata forte, non si era fatta scappare neanche una lacrima, aveva aspettato che la nave svanisse all’orizzonte e poi era scoppiata in un pianto dirotto e sconsolato.

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Il futuro.
Una lingua nuova, le tue usanze, i tuoi ricordi da tramandare ai tuoi figli.
E una casa.
Il futuro è là, davanti alla porta di legno.

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I cugini dall’America avevano gli occhi illuminati da una luce nuova: la luce di una nuova vita.
Adele, pensò zia Angela, sembrava come rinata, si leggeva sul suo viso il segno di una ritrovata serenità, la fiducia nel tempo che sarebbe venuto.
Del resto il marito di lei era sempre stato un gran lavoratore: nella terra delle opportunità avrebbe trovato modo di farsi valere.

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E i bambini?
Ah, zia Angela si era tanto raccomandata!
Negli anni a venire avrebbero dovuto conservare la memoria del luogo dal quale provenivano: uno sguardo al domani, una mano tesa verso il proprio passato.
Giacomino era così piccolo, avrebbe conosciuto le storie di famiglia dai ricordi di mamma e papà, Teresa sarebbe diventata una signorinetta in quella terra lontana.
Pietro, il più grande dei quattro, era un ragazzino assennato ed obbediente, per lui non c’era da preoccuparsi.

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Adele, la sua buona e dolce nipote, avrebbe mantenuto ogni sua promessa.
Avrebbe continuato a parlare in italiano ai suoi figli, avrebbe tenuto stretto il legame con la sua terra natale.
Anche se ormai era lontana, anche se ogni nuovo inizio porta inevitabili cambiamenti, anche se la zia Angela non era accanto a lei, ad aiutarla e a rassicurarla.
Italiani d’America, con il cuore e il pensiero sulla banchina di un porto.

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Alcune immagini di questo articolo sono state scattate al Galata Museo del Mare, nella sezione dedicata ai nostri emigranti.
La famiglia della quale vi narro è ritratta in una fotografia che da qualche giorno fa parte della mia piccola collezione.
Tutto ciò che avete letto è un mio gioco di fantasia, è reale il nome della destinataria della foto, sul retro si legge: alla Zia Angela auguriamo buon fine e miglior principio.
Non è specificato un anno o un luogo di provenienza, ma le scritte a stampa sul retro dell’immagine sono in inglese, pertanto presumo che questo ricordo provenga dagli Stati Uniti.
La fotografia spedita dal mondo nuovo è stata conservata con cura, osservata con affetto, accarezzata da mani amorose.
Loro ce l’hanno fatta.
Un carro, una casa, una famiglia unita, un solo cuore.
Loro ce l’hanno fatta, loro sono i cugini d’America.

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Sic transit…

Non tutto resta come sempre è stato.
Il tempo scorre e l’oblio posa il suo impalpabile velo sulle vicende umane.

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Sic transit gloria mundi, dicevano gli antichi, la gloria delle cose delle mondo è caduca, fragile ed effimera.
Con tutto il dovuto rispetto questa veduta mi ha lasciato a dir poco stupefatta.
Sic transit gloria mundi.
E direi che non ho nulla da aggiungere, ecco.

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Vittorio Emanuele II – Via Balbi 5

Questa è una storia commovente e intensa, per raccontarla dobbiamo andare indietro nel tempo.
Sul finire del ‘700 la città ha un altro aspetto e nella zona di  Piazza Acquaverde c’è la Chiesa della Visitazione dove si trovano i Padri Agostiniani Scalzi, in questo edificio religioso è venerata una particolare statua di Maria: è la Madonna dell’Espettazione del Parto.

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Sono tempi difficili, nel 1797 chiesa e convento vengono soppressi.
L’immagine adorata di Maria in quest’epoca di rivoluzioni viene preservata ed è la fede di un uomo a salvarla, è un laico talmente devoto a Lei da guadagnarsi il nome di Fra Giovanni della Madre di Dio.
Ed è lui a fare in modo che la Madonna sia condotta presso il Convento di San Nicola.
Incombe il destino della storia, sono gli uomini a tracciarlo: nel 1810 il governo napoleonico sopprime diversi conventi, questa sorte toccherà anche a quello di San Nicola.
I religiosi abbandonano così la città e tornano nei loro luoghi di origine: anche Fra Giovanni, a malincuore, lascia San Nicola.
Porta nel cuore autentico affetto per la Madonna a lui così cara, non trova pace Fra Giovanni, si accerta di continuo che la statua sia al sicuro.
E giunge un giorno benedetto: egli scopre che esiste la possibilità di affittare chiesa e convento.
Presto, non c’è un momento da perdere!
Con la questua raccoglie quanto necessario, affitta la chiesa e torna al cospetto della sua Madonna.
Si prega Maria quasi da carbonari, i fedeli entrano da una porticina laterale e si riuniscono davanti allo sguardo dolce di Lei ma la chiesa rimane sempre chiusa.

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Lo zelo di Fra Giovanni non conosce tregua, egli attende il momento propizio per restituire agli occhi del mondo la luce della Madonna del Parto.
Viene a sapere che il governatore della città Giambattista Carrega è particolarmente devoto alla Madonna e così si rivolge proprio a lui.
Ed è la vittoria e il trionfo della costanza, il piccolo uomo devoto ottiene che nel 1815 la chiesa sia finalmente riaperta.
Da allora la Chiesa di San Nicola da Tolentino ha subito diversi ammodernamenti in seguito ai danni subiti durante l’ultima guerra.

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Non è terminata la commovente vicenda di devozione di Fra Giovanni, la figura di quest’uomo mi ha davvero colpita: per il suo fervore, per la sua attenzione, per la bellezza dei suoi gesti.
E andiamo al 1818, si attende un evento importante in città.
E Fra Giovanni, come sempre, è riuscito a far cadere l’attenzione sulla sua Madonna adorata.
Vedete?
Riuscite a scorgere la ripida strada che conduce lassù?
Sentite lo scalpiccio dei cavalli?
E c’è anche una portantina regale che viene condotta su per la sfiancante salita: Vittorio Emanuele I e la Regina Maria Teresa salgono a San Nicola.
Dalla Madonna del Parto.
Da Fra Giovanni.
E noi come abbiamo fatto a dimenticare la grandezza di questo piccolo uomo?
Immenso, per me, per questo voglio ricordarlo.

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Il sovrano viene accolto nella chiesa ornata a festa, Vittorio Emanuele visiterà anche la Madonnetta, Fra Giovanni otterrà che le due chiese siano di nuovo affidate agli Agostiniani.
Così la Madonna del Parto si salvò, grazie alle cure di Fra Giovanni, al termine della sua avventura terrena Fra Giovanni fu posto ai piedi di Lei a dormire il suo sonno eterno.
A San Nicola ho trovato solo traccia di questo sepolcro dove riposano insieme diversi frati dell’ordine.

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Lei è sull’altare della chiesa, la circonda una fiammante luce dorata, la pregevole statua è attribuita a Tommaso Orsolino.

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Candida nel suo manto chiaro, mistica nei suoi gesti, un volo d’angeli illumina il suo ventre, immagine dolce della Madre di Dio.

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Se andrete in questa chiesa La troverete.
E quando sarete davanti a Lei pensate al piccolo uomo, Fra Giovanni della Madre di Dio.
Non conosco il suo volto, non so nulla in più su di lui.
So che questo sorriso lo rasserenò fino alla fine dei suoi giorni, so che i suoi occhi cercarono questo sguardo amorevole per tutta la sua vita.
E mi piace pensare che li abbia ritrovati, per l’eternità.

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Destino

Sensazione meravigliosa.
Di quando il destino finalmente si schiude, e diventa sentiero distinto, e ormai inequivocabile, e direzione certa.
Il tempo interminabile dell’avvicinamento. Quell’accostarsi. Si vorrebbe che non finisse mai. Il gesto di consegnarsi al destino. Quella è un’emozione: senza più dilemmi, senza più menzogne. Sapere dove. E raggiungerlo.
Qualunque sia, il destino.

Alessandro Baricco – Oceano Mare

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