La cuoca mancata

In un impeto di creatività culinaria, anni fa comprai un libretto della Collana 100 pagine 1000 lire, storica serie su carta riciclata edita dalla Newton & Compton.
Il testo in questione, a cura di Clotilde Vesco, si intitola “La cucina dell’Antica Roma” e il suo autore è Apicio, famosissimo chef dell’Urbe del Basso Impero.
Forse suggestionata dalla mia formazione classica o dai molti film di stampo hollywoodiano che mostrano i nostri antenati avvolti in candidi pepli e mollemente adagiati sul triclinio, intenti a servirsi di ogni ben di Dio da tavole ridondanti di manicaretti, mi ero prefissa la folle idea di cucinare un intero pasto a quella maniera.
Impresa, vi confesso, irrealizzabile.
Anzitutto perchè non oso immaginare l’espressione del mio verduraio se mi presentassi da lui e con aria incurante e serafica chiedessi:
– Buongiorno! Vorrei due mazzi di polipodio, della colocasia bella fresca, del laserpizio montano, un po’ di smirnio e delle ortiche, ma mi raccomando che siano femmine, sennò non vanno bene.
Per vostra informazione il polipodio è una specie di felce, e il pensiero di ingurgitare una pianta da salotto, francamente, non mi arride.
Altresì non saprei dove procurarmi del polmone di lepre o della carne di ghiro, e men che meno saprei dove comprare una gru o un fenicottero.
Sappiate, oltretutto, che Apicio suggerisce di bollire i volatili con tutte le piume, onde evitare che si liquefacciano.
Ecco, a questo punto mi manca anche la pentola della capienza giusta.
Detto ciò, non è tanto la difficile reperibilità degli ingredienti il peggior inconveniente da superare, ce n’è un altro, ben più ostico, che non saprei come aggirare: il gusto.
Pressoché ogni piatto, infatti, è servito con quella che Apicio chiama liquamen, ovvero la salsa.
Trattasi di una mistura che si ottiene mescolando interiora di pesce a pezzi di pesce, in pratica sarebbe l’antenato del moderno scapece. Il particolare raccapricciante, però, è che questo ingrediente viene accostato ad altri in maniera piuttosto improbabile per il nostro palato.
Per fare un esempio, eccovi un facile modo per insaporire le bietole: porro affettato, cumino, uva passa, farina, salsa, olio e aceto.
Per inciso, non lo assaggerei neanche se mi pagassero.
E sentite un po’, la ricetta dal poetico nome “Piatto di rose” cosa prevede: prendete dei petali di rosa e lavorateli nel mortaio con la salsa. Aggiungete una tazza e mezza di salsa, quindi passate il sugo nel colino. Tritate quattro cervella con venti chicchi di pepe, bagnate col sugo. Rompeteci dentro otto uova, aggiungete una tazza e mezza di vino, una tazza di passito e poco olio. Cuocete in padella, correggete di pepe e servite.
Aggiungerei: prenotate con urgenza una lavanda gastrica.
Il liquamen, insomma, imperversa e quando si riesce, fortuitamente, ad evitarlo, ci si può imbattere in alternative altrettanto insolite.
Ad esempio, Apicio consiglia di lessare il prosciutto coi fichi secchi e l’alloro, poi di riempirlo di miele, rotolarlo nella farina ed infornarlo. Francamente, questo arrostino mi lascia quanto meno perplessa.
In qualche caso, carni di uso comune come il pollo o il vitello vengono servite in maniera più semplice, insaporite solo da erbe aromatiche e spezie, ma, nel complesso delle ricette, è una rara eccezione.
Persino i dolci sono a base di liquamen, copiosamente versato su noci e pinoli, sulle pere e sulle mele cotogne, ingentilito da dolcissimo miele, con un risultato che, personalmente, non voglio e non riesco neanche vagamente immaginare.
Io sono una persona molto curiosa e, a parte aver abbandonato le mie velleità culinarie, ho trovato il libro molto interessante e insolito.
Apicio, racconta Seneca, a un certo punto della vita rimase con soli dieci milioni di sesterzi e, per il timore di non poter più imbandire i suoi gustosi banchetti, si tolse la vita.
Per quanto mi riguarda, ho un’incrollabile certezza: se Caio Giulio Cesare mi avesse invitato a cena, avrei fatto una gran figura.
In fondo, ha sempre un certo fascino una donna che ti guarda con occhi sognanti e spiluzzica appena, senza quasi toccare cibo. 

8 pensieri su “La cuoca mancata

  1. Secondo me Miss Fletcher dovrebbe cibarsi solo di tè e tartine. Poi, con quelle belle tovagliette british…. vorrai mica imbarbarirle con il liquamen, no?

  2. Ecco mIss Fletcher, arrivata a leggere del temuto liquame che conoscevo, ho avuto un lieve tremore.
    E pensare che le matrone erano anche belle paffutelle.
    Dunque ipotizzare di andare alla cena del Caio Giulio Cesare e molto candidamente spilluccare appena, sarebbe stato proprio uno sgarbo inaccettabile.
    Però, magari ….puntare tutto sullo sguardo estatico e trasognante… chissà, certamente ti avrebbe perdonata!
    A presto Susanna Cerere

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