On board

A Genova, a volte, il tempo si ferma.
C’è un posto dove, con l’ausilio della tecnologia, è possibile fare un viaggio virtuale, non privo di emozioni.
Si parte, da veri emigranti, pieni di speranze racchiusi in una valigia di cartone, alla ventura, verso Ellis Island, Stati Uniti d’America.
Pagate il biglietto e una gentile signorina vi porgerà un passaporto, il vostro lasciapassare verso il futuro.
Il nome che troverete sul vostro documento non è di fantasia: apparteneva ad una persona realmente esistita che, all’inizio del secolo scorso, ha lasciato l’Italia in cerca di maggior fortuna nel nuovo mondo.
Vi presenterete all’ufficiale dell’emigrazione, e vi verranno poste domande. Attenti a rispondere bene, ci vuole scaltrezza. Vi chiederanno se sapete leggere e scrivere, se avete un consorte, dei figli, se avete già un lavoro che vi aspetta, laggiù, nel nuovo continente.
E attenti a non cadere, sulla scaletta d’imbarco.
C’è coda, decine e decine di persone, con i loro poveri bagagli, i bambini che scappano, accenti e dialetti che si mischiano, in un vociare rumoroso e indistinto.
Tanti vengono dai paesi dell’entroterra ligure, ci sono le loro lettere in esposizione e lì, in quei loro scritti a volte sgrammaticati, si legge entusiasmo e al contempo rimpianto.
Nuova York, si va a Nuova York.
C’è la prima classe, con una qualche agio e raffinatezza.
E c’è la classe dei più, con le camerate, una per uomini e una per le donne.
Vi siederete sui letti e un congegno elettronico vi racconterà le storie di chi ha passato le notti lì, in attesa di arrivare a destinazione.
E sentirete lo sciabordio del mare, il rumore ritmato delle onde, il frastuono dei motori della nave e guarderete fuori dall’oblò, in cerca di un orizzonte.
Vedrete le tavole apparecchiate con le stoviglie di bordo e sui tavoli troverete uno schermo, se ci passate la mano sopra potrete leggere le lettere degli emigranti: quello che racconta come ce l’ha fatta, quello che scrive parole d’amore alla fidanzata lasciata in Italia e quello che non si scorda di scrivere alla sua mamma lontana.
Tutti, dal sud e dal nord dello stivale, con una meta comune: la Merica, nome che dà il titolo a questa esposizione ormai divenuta permanente al Galata Museo del Mare.
Una volta sbarcati a Ellis Island, dopo quasi due settimane di viaggio estenuante, l’odissea ancora non è finita.
Ci sono le visite mediche e il fuoco di fila di domande alle quale si viene sottoposti per essere accettati negli Stati Uniti.
E’ una bella esperienza la Merica, ricca di documentazioni interessanti e di molto materiale fotografico.
Se volete, parte di esso potete trovarlo qui.
Può anche darsi che, una volta tornati a casa, vi colga l’insopprimibile curiosità di sapere se qualcuno dei vostri antenati abbia tentato la buona sorte in quegli anni avventurosi.
Bene, se guardate qui, potrete saperlo.
Chissà, potreste anche scoprire di avere uno zio d’America che cambierà le vostre sorti.
Fate buon viaggio, e mi raccomando: se c’è mare grosso, tenetevi forte.

 

12 pensieri su “On board

  1. Continuo a scoprire meraviglie sulla tua favolosa città…. e prendo avidamente nota di tutto. Grazie Miss Fletcher, del viaggio virtuale e delle belle emozioni che trapelano dai tuoi scritti.
    Baciotto Susanna Cerere

  2. Pingback: Placida Signora » Blog Archive » Placide Segnalazio’: elenco in progress di cose belle da leggere e guardare

  3. Quella “mostra” (tra virgolette, perché mi pare riduttivo) l’ho visitata quasi per caso, ma mi è piaciuta davvero moltissimo, tanto che anche io gli avevo dedicato una parte del post che scrissi sul viaggio a Genova. Grazie per avermela ricordata 🙂

  4. Conosco il Galata per esserci passata davanti, ripromettendomi di farvi visita; e la mostra per averne letto.
    Ho provato a fare una ricerchina del mio cognome sul portale Ellis Island e bum!… 34 nomi! Nessuno zio d’America, temo e spero, ma comunque una sorpresa a suo modo piacevole 😉

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