Angelique Rougon, il sogno e la felicità

Oh! Io vorrei, io vorrei… sposare un principe. Un principe che io non avessi mai veduto, che venisse una sera, all’imbrunire, e mi prendesse per mano e mi conducesse in un palazzo…io vorrei che fosse bellissimo…oh! Il più bello e il più ricco della terra! Vorrei cavalli che nitrissero sotto le finestre, gemme che scorressero luminose sulle mie ginocchia, oro, una pioggia, un diluvio d’oro, che cadesse dalle mie mani, quando io le aprissi… E vorrei che il mio principe mi amasse alla follia e che anch’io potessi amarlo sempre come una folle. Noi dovremmo essere giovanissimi, purissimi, i più nobili, sempre, sempre!

Un principe, una fanciulla e un sogno.
Il sogno, questo è titolo del sedicesimo volume del ciclo dei Rougon Macquart, pubblicato da Emile Zola nel 1888 e purtroppo fuori edizione, la mia copia risale al 1936 e l’ho scovata su un mercatino, ha le pagine ingiallite, separate l’una dall’altra dal suo antico proprietario con l’ausilio di un tagliacarte, è quasi priva di rilegatura, ma me la tengo stretta come un tesoro.
E‘ l‘amore, potente e purissimo, uno dei temi portanti di questo romanzo.
Beaumont, Piccardia è la notte di Natale.
Sui gradini della cattedrale, tremante di freddo e coperta di stracci, c’è una bambina: è una trovatella, il suo nome è Angelique Rougon e ha la ventura di incontrare due buoni sposi, gli Hubert, che si prenderanno cura di lei e la cresceranno.
Angelique è una piccina bionda, dagli occhi color delle violette, dal collo lungo che aveva la grazia di un giglio.
Cresce la fanciulla e diventa ancor più bella, i capelli biondi di una leggerezza di luce, gaia e sana, di una bellezza rara.
Oro, candore, luce, bianco, queste sono i colori che illuminano le pagine di questo libro, che contiene, in sé, la dimensione della fiaba.
E poi purezza di cuore, misticismo, nobiltà d’animo.
Gli Hubert sono ricamatori, anche Angelique apprenderà quest’arte e tra le sue dita sottili scorreranno fili di seta candida, broccati d’oro e d’argento, stoffe preziose e ricercate: sono quelle che si usano per i paramenti sacri, per le pianete che Angelique e i suoi genitori ricamano per gli alti prelati della Cattedrale.
E sulle stoffe fioriscono foglioline d’oro, spighe e grappoli simbolici, in argento sul nero, in oro sul rosso.
E’ ancora lo sfavillio della luce, luce di oro accecante.
La cattedrale, Angelique diventa donna all’ombra di quel maestoso edificio, affascinata dalle sue vetrate e da quella indicibile grandezza.
Ago, filo, telaio e poi, come lettura prediletta, la Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine, dove sono narrate le vite dei Santi, ed è ancora luce, è ancora oro.
E misticismo, una notte Angelique ha una sorta di visione. Vede un giovane, biondo, grande e sottile, che molto somiglia a San Giorgio, il santo che più ha colpito Angelique.
Sono aggettivi che appartengono all’assoluto, al mondo incantato delle fiabe.
Lui usciva dall’ignoto, dal fremito delle cose, dalle voci sussurranti, dai giochi semoventi della notte,  questa non è più la fiaba, è la complessità di Emile Zola, il saper guardare nel fondo dell’animo, nelle pieghe di un certo sentire, in una maniera di percepire la realtà.
Lui si chiama Felicien, è erede di grandi ricchezze, sua madre è morta nel metterlo al mondo e suo padre, affranto, ha preso i voti ed è diventato vescovo di Hautecoeur.
Felicien è un artista del vetro, dipinge le vetrate della cattedrale.
Angelique e Felicien, non sembra casuale la scelta di questi nomi e no, non credo che lo sia.
E l’amore, il loro amore, è un rincorrersi, un dichiararsi, un fuggire continuo.
Il loro primo incontro avviene al lago Chevrotte, dove Angelique va a fare il bucato.
Ed ecco l’acqua, di una limpidezza cristallina, ecco la camicetta di rigatino bianco, ecco la biancheria che alza spruzzi altissimi, ecco la schiuma, ancora chiara, nivea.
E poi lui, Felicien: alto, sottile, biondo, con la sua barba fine e i capelli inanellati da giovane dio, così bianco di pelle come l’aveva veduto sotto la bianchezza della luna.
Bianco, luce ancora, e ancor di più, nelle parole di Angelique.

Il bianco è sempre bello, vero? Certi giorni non posso sopportare il turchino e il rosso, di qualunque sfumatura essi siano; mentre il bianco è per me di una dolcezza continua, della quale non mi stanco mai. Nulla mi urta in quel colore e si desidererebbe perdersi dentro di esso… Avevamo un gatto bianco con macchie gialle e io gli avevo dipinte le sue macchie…. Mia madre non lo sa, ma io conservo tutti gli avanzi di seta bianca: ne ho un cassetto pieno, senza una ragione, soltanto così, per il piacere di guardarli e toccarli, di tanto in tanto…

Purezza, candore e pulizia.
Misticismo, ad Angelique viene commissionato il ricamo per la pianeta del Vescovo.
Lei ancora non sa che Felicien è suo figlio, e l’amore tra i due giovani cresce, diventa grande, forte.
E come nelle fiabe, la principessa è alla finestra e lui arriva, scavalca la ringhiera del balcone e si inginocchia davanti a lei, sotto la luce della luna, le dice, non amatemi ma lasciate che io vi ami.
E l’amore freme, lui le confessa di essere pittore solo per diletto, e Angelica risponde: vi amo, prendetemi, portatemi via, vi appartengo.
E giunge il 23 Luglio, il giorno della processione ed eccola Angelica, con il suo abito di foulard bianco.
Era ingenua e fiera, candidamente semplice, bella come un astro.
Oh, ma l’amore, la vita e il sogno non possono convivere a lungo!
Le viene detto che Felicien è promesso a un’altra donna, che il padre stesso si oppone.
Piange la principessa, ma prima che il suo sogno si infranga, nella sua purezza, va al cospetto del vescovo a chiedere clemenza, che acconsenta quell’amore.
E le sue parole, le sue parole sono proiettate nel sogno, in quella dimensione onirica che ammanta ogni riga di questo libro:

…da quando egli mi ama, io mi sono vestita di broccato, come nei tempi antichi; ho al collo, ai polsi, uno sfolgorio di gemme e di perle; ho cavalli, carrozze, grandi parchi in cui passeggio a piedi, seguita dai paggi…non penso mai a lui senza riprendere questo sogno…e mi dico che esso deve avverarsi e che lui ha esaudito il mio sogno di essere regina.

Non basta, irremovibile e distante l’alto prelato non si fa commuovere.
Angelique si lascia sopraffare dal suo dolore e fatalmente si ammala.
L’insonnia la tormenta, la perdita del suo amore la devasta e lui, Felicien, torna.
Torna, torna ancora al suo balcone e le svela che i suoi genitori, per tenerlo lontano, gli avevano detto che lei non lo amava più.
Lui la supplica di seguirlo, ma Angelique, prostrata dalle sue sofferenze è allo stremo, guarda la cattedrale, parla dei santi, dice che nella morte rimane la speranza, a lei, che ormai si era rassegnata ad aver perduto il suo amato.
Ma lui no, non si arrende, la incalza: sono colui che esiste, Angelique, e voi mi respingete per i sogni.
Il sogno, il soffio della vita, la speranza.
E va all’altare Angelique, al suo abito hanno lavorato alacremente per giorni ben tre sarte.
E tutto è lusso, sfarzo, ricchezza anche quella che, per voler della sposa, cade sui poveri: un milione, la medesima opulenza che lei stessa riceverà , Angelique la destina ai poveri.
Ed eccola, la sposa con un abito di amoerro bianco, coperto di vecchi merletti, fermato da perle e un velo, un velo che arrivo fino ai suoi piedi, non ha gioielli né fiori, solo quella nube fremente che sembrava circondare di uno stormire d’ali il suo piccolo volto di vergine da vetrata, con gli occhi di violetta e i capelli d’oro.
Bianco, purezza, oro.
Ma questa non è una fiaba, è un romanzo scritto dal più grande rappresentante del naturalismo francese, e la fiaba si dissolve, quando si scontra con la realtà.
Angelique, Felicien e le labbra che si sfiorano.
E in quel bacio morì.
Senza tristezza, con il cuore traboccante di quella gioia che Angelique aveva sempre ricercato.
Ancora  ritorna, un’ultima volta,  la dimensione fiabesca nelle parole semplici che chiudono questo romanzo, le parole che Zola sceglie perché il lettore si porti nel cuore Angelique Rougon, principessa sforturata che, per seppur breve tempo, ha conosciuto la pienezza della felicità.
Tutto non è che un sogno e, all’apice della felicità, Angelique era sparita, nel piccolo soffio di un bacio.

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16 pensieri su “Angelique Rougon, il sogno e la felicità

  1. ………………….. questo sta a signficare un lungo profondo respiro.
    Ah carisssima Miss Fletcher, riesci a suggestionarmi a farmi dimenticare la realtà e … tutto è così sognante e meraviglioso.
    Buonanotte, davvero con il cuore.
    Susanna

      • Ho capito cosa è successo -_- non mi arrivava più nulla, così ho provato a guardare nella cartella spam. Gmail è impazzito e mi metteva le notifiche di tutti i blog (non solo il tuo) come messaggi da cestinare.
        Spero di riuscire a sitemare.

      • Oh…Miss Fletcher nel cestino, con Rick, la topina e tutti gli altri 😦
        Beh, tutto è bene quel che finisce bene, stavo cercando di capire cosa potesse essere successo e non trovavo la soluzione!

  2. Grazie a qualsiasi divinità in cielo per averci regalato Emile Zola e la sua intelligenza. Grazie Miss Fletcher per ricordare al mondo un autore così speciale! Si nota che lo adoro???

  3. Piace tanto anche a me Zola, ma ne conoscevo la parte che più si rivolge al sociale per stigmatizzare le condizioni del suo tempo, questo coté romantico e poetico mi era sfuggito, quindi grazie MISS, bacioni

  4. SECONDO ME IL TUO ZOLA ERA UNO STR….!!!!!!! PARTENDO DAL PRESUPPOSTO CHE DEGLI AMORI COSI’ PRATICAMENTE NON ESISTONO,TI FA SOGNARE PER TUTTE LE PAGINE E POI LEI CREPA!!!! MA BELINNNNNNNNNN!!PER QUELLO NON SONO ANDATA ANCORA AVANTI NEL LIBRO CHE MI HAI REGALATO!!!!!!MI FA STARE MALE!!!!!!!!!!

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