In viaggio, incontri e fughe

Secondo voi, a chi mai potrebbe capitare di partire per una gita, salire su un pullman e scenderne tallonata da un giapponese?
Signore e signori, ecco a voi le mirabolanti avventure di Miss Fletcher, viaggiatrice solitaria, il cui cammino, suo malgrado, incrocia spesso quello di marpioni provenienti dai cinque continenti.
Incauti ed improvvidi, aggiungerei.
Il suddetto orientale lo incontrai su un autobus che da Londra portava a Windsor.
Oltre ad ammorbarmi il viaggio con chiacchiere inutili in un inglese improbabile, quando arrivammo a destinazione il caso volle che Giove Pluvio stesse mettendo in atto una delle sue migliori performance, il temporale.
Io non avevo l’ombrello, il giapponese sì.
Era molto più basso di me, vi faccio notare. E sapete cosa fece lo stoico Kamikaze? Aprì il suo nero paracqua e, camminando un passo dietro a me, mi accompagnò al castello di Windsor riparandomi dalla pioggia mentre lui, imperturbabile, si infradiciava.
Un valletto, in pratica.
Ho sempre saputo, in fondo, di essere portata per fare la Regina e a proposito, doveste avere notizia di troni vacanti, gentilmente avvisatemi, sarà mia cura sottoporre ad accurata analisi regni e reami in cerca di una degna sovrana.
Dunque, dicevo. Situazione imbarazzante, eh! E non so come, o meglio non ricordo, ma me ne sbarazzai in maniera piuttosto sbrigativa, alla mia maniera, ecco.
Eh, sono gli inconvenienti che capitano a viaggiare da sola.
In genere mi domandano: americana? Perché? Mai capito, sinceramente.
E poi devo dire, me ne sono capitate di tutti i colori.
Londra, centro commerciale.
Scala mobile, in salita. Al lato opposto, in discesa.
Transita su quest’ultima un militare statunitense di stanza in Germania.
Cambia direzione e mi segue.
Beviamo un caffé, facciamo due parole, il giorno dopo lui riparte. Fine.
Ci siamo scambiati gli indirizzi, sì, a quei tempi ci si scriveva lettere, con carta e penna.
Bene, questo mi scrisse per anni, fino al giorno in cui, dolente e dispiaciuto,  mi annunciò che si trasferiva in Texas con la sua nuova fidanzata e che tra noi era tutto finito, io veramente non mi ero mai accorta che fosse cominciata, ad esser sincera.
Piccatissimo puntualizzò che comunque, negli anni, io pure avevo avuto i miei amori e lui non aveva mai avuto nulla da obiettare, e ci mancherebbe altro, mi viene da dire. Inoltre aggiunse che se proprio volevo scrivergli, avrei potuto spedirgli le mie missive presso una casella postale.
Ecco, fate voi. Uno visto dieci minuti per un caffé, e conosciuto su una scala mobile.
A Monaco di Baviera, invece, feci un incontro che da principio mi entusiasmò.
Lui era un dottore, laureato presso una famosa università e residente a Boston.
Molto gradevole di aspetto, un tipo molto yankee: jeans, cappellino da baseball, lentiggini, sorriso a trentadue denti e una buona dose di simpatia.
Il problema si è presentato quando mi ha chiesto da dove venissi, e no, non pretendo che uno che viene dalla terra dello Zio Tom conosca Genova, però quando ho detto la città di Colombo, ho visto un abisso nel suo sguardo. E ho avuto anche la testardaggine di insistere con la questione delle tre caravelle, la Nina, la Pinta e la Santa Maria, ma lui niente, tabula rasa, mai sentito nominare.
Sconforto.
E poi che si fa, un pomeriggio d’estate, in terra straniera? Un giro al museo!
Io, lui, il suo compagno di viaggio e la mia amica finlandese.
Oh, che opere d’arte! Ovunque si vada, il talento dei nostri artisti dà bella mostra di sé, dà lustro al genio italico ed orgoglio alla nostra nazione.
E tu sei lì, contempli estasiata un quadro di Leonardo, mentre l’uomo del nuovo mondo, titolato con tanto di Master presso una delle più prestigiose università americane, candidamente ti domanda:
– Who is Leonardo?
E poi, tanto per non farsi mancare niente:
– And Raffaello?
Brevi cenni sull’universo e sull’arte, in generale.
Ecco, probabilmente costui sapeva tutto sulla cistifellea e sui succhi gastrici che tuttavia non sono uno dei miei argomenti preferiti.
Beh, io però sono abituata a questo genere di domande! Ricordo perfettamente che una volta un fiero cittadino di Sua Maestà Elisabetta II mi chiese con assoluta convinzione:
– Ma come si chiama la Regina d’Italia?
Eh, cose che capitano!
Sappiate però, mie care fanciulle, che uno solo è il luogo dove vi sentirete lusingate, corteggiate e desiderate, senza che abbiate fatto nulla perché questo accada: Paris, la Ville Lumiere.
Io a Parigi ho riscontrato uno fenomeno davvero inusuale, che mi ha davvero sorpresa: ci sono i vitelloni, come in Italia negli anni ’50.
Vi fischiano per strada, vi fermano, vi parlano, vi offrono il caffé.
Bonjour Mademoiselle! E da principio ti senti quasi appagata di tutte queste attenzioni, è strano! Dopo un po’, francamente, non ne puoi più.
Accade soprattutto nella zona attorno agli Champs Elyses.
Stai beatamente camminando per i fatti tuoi e d’un tratto una macchina inchioda e qualcuno ti si propone.
Nel mio caso, persone di ogni genere: uno yuppie a bordo di una fiammante BMW, un rasta con le treccine fino alla vita, un tizio su una macchina scassatissima.
In Avenue Foch, poi, una sera feci uno strano incontro.
Stavo armeggiando con la cartina quando mi si avvicina un ragazzo e mi chiede di consultarla per trovare una via che sta cercando.
Attacca bottone, dice che abita poco distante.
Miss Fletcher, che sempre si distingue per il suo acume, si insospettisce.
Come mai uno che abita nei dintorni chiede informazioni a una straniera?
Continuiamo a parlare, il tizio non mi molla.
Ad un tratto gli suona il cellulare, lui risponde e si mette a parlare in inglese.
Capisco che all’altro capo del filo c’è una ragazza, sta partendo, chiama dall’aeroporto. Lui si arrampica sugli specchi, le dice che no, non può andare al Charles De Gaulle, che è sopraggiunto un contrattempo, ma la voce, uh la voce! Sembra davvero dispiaciuto!
Io sono sempre lì, con la mia cartina.
A un tratto comincia a tuonare, si mette a piovere.
Era estate, avevo ai piedi delle ciabattine di cuoio turchese, le gocce scendevano sempre più grandi, lui era sempre al telefono, io lo guardo e gli dico brusca: Ciao, devo andare!
Mi metto a correre sotto il diluvio e in lontananza sento lui che mi chiama, dicendomi qualcosa che non ho ben compreso.
Il giorno dopo l’ho incontrato, ma il tipo ha fatto finta di non vedermi e ha tirato dritto per la sua strada.
Mica hanno tempo da perdere i tombeur de femmes, cosa credete!
E’ una vita dura, in effetti, comunque io me la cavo sempre, anche grazie alla mia connaturata, ligure diffidenza.
E poi, c’è da dire che gli uomini italiani nell’arte del corteggiamento sono insuperabili, a qualsiasi latitudine.
Come il ristoratore napoletano, che incontrai sempre a Parigi, e che mi servì una sogliola al verde condendola di sperticate lusinghe e di melliflui complimenti nei confronti di questa connazionale, casualmente capitata nel suo locale.
Era un funambolo della parola, non c’è che dire.
Era italiano, appunto.  E noi, in ogni caso, ci distinguiamo sempre.

16 pensieri su “In viaggio, incontri e fughe

  1. gli incontri che si fanno durante i viaggi sono sempre singolari, a volte paiono quasi dei sogni. Ma se ci pensi bene,anche durante la vita quotidiana incappiamo in qualche personaggio particolare, solo che resta meno impresso. Siamo nel nostro territorio, con più difese e per questo non cogliamo tutto il significato di questo incontro.
    Fuori casa invece, siamo sguarniti, pronti a stupirci, aperti alla meraviglia.

    • Magari sì, hai ragione…però a Genova non mi ha mai inseguito nessuno, men che meno ho visto gente inchiodare la macchina in mezzo alla strada solo a causa del mio passaggio, mah, vai a sapere!

  2. Ah ah ah ah,mi ero dimenticate di queste tue disavventure di viaggio.Fantastico l’americano laureato”Who is Leonardo?” Sicuramente ora lo sapra’,grazie a Dan Brown,naturalmente!!!!!!!!!!

  3. Buonasera carissima!
    Devi ammettere però che sono sempre episodi molto simpatici, che ti danno la possibilità di fare conoscenze internazionali! :):)
    Un abbraccio e buon gennaio, *Maristella*.

  4. No ma… dico: tutte a te ‘ste fortune? Io ripenso ancora al finlandese pendulo dalla finestra e che hai lasciato a bocca asciutta. Almeno così ci hai fatto credere 😉
    Però carina davvero questa tua narrazione che intitolerei: “Miss Fletcher & pappagalli di ogni razza.”
    Ma lo sai, no, che la cultura americana è tutta items e xxx? Il bello è che ci stiamo terribilmente adattando alla loro mentalità, per cui i ragazzi del liceo non fanno più riassunti nè compiti in classe d’Italiano, una volta detti “temi”. Per carità. Rispondono a domande multiple con le amate xxx. Anche su Foscolo, ho scoperto di recente.
    Da brivido. A me però le crocette continuano a piacere ricamate e non scritte su un compito di letteratura!
    Bacetto Susanna

    • Sul ponteggio era e sul ponteggio rimase 🙂
      E al tuo resoconto di come si fanno i compiti oggidì, Miss Fletcher levò un acuto grido di dolore.
      Io studiai tutti i Sepolcri a memoria. Tutti. All’ombra dei cipressi… e questi vanno di crocette! Mah! Bacetto tesoro!

  5. No Miss, scusa, a me solo una domanda mi viene da chiederti: Ma cosa gli fai tu agli uomini? Comunque Miss, calcolando anche il finlandese figaccione dalla finestar devo dire che son tutti incontri fantastici i tuoi ma il giapponese,….il giapponese non lo supera nessuno. Senti ma, chiedermi di accompagnarti ogni tanto? No eh?

  6. Io nulla faccio, te lo posso garantire…l’episodio del giapponese è avvenuto una vita fa, però me lo ricordo perfettamente, ma pensa te! E sono certissima che queste situazioni si siano create per il solo fatto che ero una viaggiatrice single…mah!

  7. Tesoro, ma che discorsi sono. Ogni donna è un po’ una principessa, e in ogni caso ti dichiaro sovrana-imperatrice seduta stante.
    Quanto ai marpioni, ti devi procurare uno di quegli attrezzi che rilasciano scosse elettriche. Sai che spasso con il giapponesino fradicio?
    Bacini, stella. Anche alla regina madre.

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