Sventurate disavventure quotidiane

Viaggiare in autobus.
Sospiro profondo e ineluttabile rassegnazione.
Oh, magari altrove è impresa semplice, da queste parti, purtroppo, non sempre.
Tralascio considerazioni sul prezzo scandaloso del biglietto, 1.50 € per 100 minuti; è assai probabile, anzi assodato, che i rincari siano dovuti alla massa di allegri portoghesi che viaggiano ad ufo beatamente indisturbati.
Va da sé che gli altri, quelli che il biglietto lo pagano, subiscono aumenti e rincari.
Le multe sono salatissime, eh!
E io mi auguro che ne diano tante, tantissime.
Io li incontro spesso i controllori.
L’ultima volta, all’uscita dell’ascensore di Castelletto, erano in sei.
Notate bene, sei.
Un plotone di esecuzione, praticamente, lo stato maggiore di AMT all’uscita di un mezzo pubblico non certo tra i più trafficati.
Valle a capire certe iniziative.
Detto ciò, io ho sempre in tasca il mio biglietto debitamente vidimato e con quello gradirei poterci salire, sugli autobus.
Beh, diciamo che non sono un tipo troppo socievole, forse è colpa mia, d’accordo.
Non salgo su mezzi di trasporto stipati all’inverosimile, non ce la faccio.
Ma anche ammesso che uno intenda salirci, fortunato chi ci riesce!
Tanto per iniziare, bisogna sondare l’umore dell’autista, mettendo in atto tecniche lombrosiane che consentano di intuire con chi abbiamo a che fare.
Sarà di quelli che ligi attendono di arrivare alla fermata oppure appartiene all’altra fazione, cioè quelli che aprono le porte al limite estremo del marciapiede costringendoti a corse estenuanti per raggiungere un autobus spesso atteso tanto a lungo quanto la pioggia nel deserto?
Vai a saperlo, a volte aspetti fiducioso alla fermata e l’autobus ti passa davanti, eh, aveva già aperto le porte laggiù, mica abbiamo tempo da perdere!
Altre volte ti scapicolli, eccolo, sta arrivando,  l’utente della strada si lancia in una corsa con tanto di scatto da centometrista e atletico si precipita verso l’agognato mezzo.
Svelti, sbrigarsi, altrimenti quello fa salire tutti e poi vi molla qui.
E cosa accade?
Arrivi davanti alle porte, chiuse, e l’autista ti getta uno sguardo di commiserazione facendoti un cenno, si apre alla fermata, signori, partiamo di corsa tutti nell’altra direzione!
Che fatica!
Decidetevi, stabilite una norma comune di comportamento alla quale i cittadini possano adeguarsi!
Oltretutto, quando finalmente sull’autobus ci sei, non è detto che vada tutto liscio.
Intanto bisogna timbrare il biglietto.
E se la timbratrice non funziona? Lo si compila a penna, signori!
E insomma, quando sei a bordo, lietamente stipato in mezzo agli altri passeggeri, non è esattamente agevole aprire la borsa, estrarre la penna, contemporaneamente sorreggersi e fare attenzione che non vi sfilino il portafoglio, quindi cercare il misterioso numero di vettura, riportarlo sul biglietto e terminare così l’operazione richiesta.
Fatica doppia e tripla.
Il tutto, magari, mentre l’autista guida come se fosse sul circuito di Monza.
A volte succede, ne ignoro il motivo, a dire il vero.
Per non dire poi di quelli che guidano i mezzi collinari.
Breve postilla per i foresti. Genova, come sapete, è una città in salita.
In certi quartieri si utilizzano autobus di dimensioni ridotte, per i quali dovrebbe essere più agevole inerpicarsi in alto, in strade piene di curve, per poi ridiscendere con uguale facilità.
Dovrebbe, appunto.
A volte capita, invece, che l’autista freni, inchiodi, riparta, causando l’instabilità dei passeggeri ed anche qualche sgradevole malessere a livello gastrico.
A me è successo, spesso.
E siccome ho questo carattere, zitta non ci sto.
Così una volta, giunta a destinazione, mi sono fermata di fronte all’autista e lui mi ha guardato, con espressione perplessa e interrogativa, chiedendomi perché lo stessi fissando in quella maniera.
Ho risposto secca e decisa:
– Cerco di imprimermi nella testa la sua faccia, per poter evitare in futuro di salire di nuovo su un autobus guidato da lei!
In un’altra circostanza chiesi flemmatica:
– Mi scusi, il mio povero stomaco che lei ha così garbatamente rivoltato verso mete sconosciute, dove posso andare a ritirarlo?
Non risolvo niente, lo so, ma almeno facciamoci sentire!
Gli autobus, poi, parliamone.
Alcuni sono progettati in maniera assurda, diciamocelo.
La mia caustica genitrice, ogni volta che qualcosa non funziona, sentenzia lapidaria:
– Dev’essere opera di  qualcuno che ha fatto un master!
Ecco, se avete un master, non sentitevi chiamati in causa, assolutamente.
Il vostro sarà sicuramente utilissimo e indispensabile per il bene della società, non ne dubito.
Però, ad esempio, sui nostri autobus ci sono file di sedili ingombranti ed invadenti, rimane davvero poco spazio per i passeggeri costretti a rimanere in piedi.
E allora datemi retta, meglio salire quando c’è poca gente, soprattutto quando il mezzo è sgombro da certe temibili vecchiette.
Ce ne sono alcune che devono aver fatto dei corsi, di certo sono campionesse olimpiche di salto in lungo, nonché cattedratiche della fastidiosa arte di piantare i gomiti tra le costole altrui.
Da evitare con estrema cura, quando all’orizzonte si profilano attempate signore con il cappotto bordato di pelliccia e i capelli azzurrini, fuggite immediatamente verso altri lidi.
E ugualmente dannosi sono i bambini piccoli, incautamente allevati da certe incuranti genitrici, che consentono loro di passeggiare lietamente sui sedili e di pulirsi le scarpe sui vostri vestiti.
Mi capitò, una volta, di avere accanto un infante di circa cinque anni che pervicacemente continuava a scalciarmi come un mulo, sfregando le suole dei suoi scarponcini sui miei pantaloni.
Colta da un improvviso attacco della nota sindrome di Erode che a fasi alterne mi colpisce, tentai di contenere la mia ira, limitandomi ad alzarmi e gettando un’occhiataccia carica di significati all’indirizzo della madre.
Costei, piccatissima, prese fra le braccia il suo dolce gioiello e sentenziò:
– Vieni qui, Filippo, che alla signora non piacciono i bambini!
E quando mi provocano, come potete immaginare, trovano pane per i loro denti, così prontamente conclusi:
– Più che altro la signora vorrebbe tornare a casa con i pantaloni bianchi, esattamente com’erano quando mi sono accomodata accanto a suo figlio!
Che vita difficile!
Beh, sapete come ho risolto?
Con la bella stagione vado in moto, quando fa freddo prevalentemente a piedi.
Mi godo l’aria fresca, le strade della mia città, scatto fotografie, ascolto la musica.
Perché in fondo, malgrado gli autobus, la vita è bella.

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32 pensieri su “Sventurate disavventure quotidiane

  1. Mi rievochi gimcane assurde di giorni lontani.
    Spassosissima.

    E sì, malgrado gli autobus la vita è bella; stare all’aperto, fotografare, abbandonarsi alla musica (e lasciarsi ispirare nuovi scatti o scritti) è meraviglioso.

    Buona domenica ^__^

  2. Il tratto da casa mia al luogo dove lavoro, dista 15 km per cui euro 1,80 il costo del biglietto dell’autobus. Andata e ritorno euro 3,60 che moltiplicati x 5 gg fanno 18 euro. Quasi un pieno di gpl con il quale faccio 400 km e non solo 150. Alla faccia del promuovere i mezzi pubblici per non incrementare il traffico cittadino, l’inquinamento atmosferico ecc ecc . Il resto è esattamente come piacevolmente tragicomico lo descrivi, Miss. Sperimentato sulla pelle e decisamente disapprovato 🙂

  3. A Milano e dintorni seguiamo le stesse (il)logiche. Con l’aggravante dei tentati suicidi in metropolitana che paralizzano il traffico per ore. Più di un ventennio fa mi capitava che l’autobus si attardasse per consentirmi di salire e una volta ha perfino rallentato nel mezzo di un incrocio per raccogliermi. Potere della giovinezza e di una cortesia che si è perduta per strada. Fortuna che non devo usare i mezzi pubblici quotidianamente.

    Ho scoperto il tuo blog di recente, continuerò a seguirti.

    • Ciao Viviana, benvenuta! Anche noi qui abbiamo una metropolitana, in effetti però chiamarla così sembra eccessivo.
      La gentilezza di cui parli, purtroppo, temo davvero che sia andata perduta, non solo in questo ma anche in altri settori…a presto!

  4. Ti ho appena scoperto e mi sono troppo divertita!!!!!! Io ho la fortuna di abitare in campagna e raggiungo la mia piccola città in pochissimi minuti d’auto, ma il tuo racconto è la radiocronaca di ciò che accade quando capita di prendere un mezzo pubblico : l’ultima volta che sono venuta a Genova, non ho potuto salire sul treno per il ritorno poichè ……mancavano i giapponesi a spingere!!!!!!sono rimasta a terra insieme ad una cinquantina di persone! Ma è vero: la vita è bella!!! Tinu

    • Ciao Clementina! E, bello abitare in campagna, si evitano certi disgraziati inconvenienti! Mi dispiace che quando sei venuta a Genova tu sia rimasta appiedata, spero comunque che la mia città ti sia piaciuta, a presto!

  5. Hai ragione Miss, condivido appieno. Per andare al lavoro prendo l’auto, lavoro nell’entroterra, impiegherei due ore con i mezzi. Quando mi sposto nei dintorni tendo anch’io ad andare a piedi. Per andare in centro sono obbligata a servirmi dell’autobus, vogliamo parlare del costo dei posteggi a pagamento e delle aree blu?….

    un abbraccio
    sabrina

  6. Nel tuo racconto, direi di giusta arrabbiatura per i servizi che si pagano e funzionano male, mi hai ricordato un particolare, quando nel 2003 sono andato in pensione, tutti i giorni mi recavo in via Tommaso Reggio presso l’Archivio di Stato.
    Scendevo a De Ferrari e mi facevo il breve tratto a piedi, godendomi le bellezze della città.
    Quello che mi faceva arrabbiare mentre ero sull’autobus, era la furbizia di molti ragazzi giovani, che stavano vicino alla macchinetta con il biglietto in mano senza timbrarlo, ma molto attenti alle fermate, in caso di salita dei controllori.
    Dato che è una prassi molto diffusa tra i giovani, mi chiedo cosa ci si può aspettare da una generazione simile?, qualche volta li hanno anche beccati, ma sembra che per questa categoria i solerti vigilantes abbiano il cuore tenero, così chi paga sono sempre i soliti, noi.
    Eugenio

    • Tu ci credi che io non ci ho mai fatto caso? Comunque da un po’ di tempo a questa parte controllano un po’ di più, almeno così mi sembra.
      Certo che prendere gli autobus è sempre un’avventura, questo è certo.
      Che bello, però, Eugenio…tutti i giorni all’Archivio di Stato, beato te 🙂 !

  7. Gli autobus costano tantissimo anche da queste parti!
    Lo sai che lo prendo tutti i giorni per andare a lavoro, ormai da sei anni? Ho riso troppissimo perché mi sono rivista in quelle situazioni 😀
    Bacio, Miss.

  8. Oh miss, mi hai fatto molto ridere anche se ahimè hai purtroppo ragione. Il tutto comunque perchè non ci sono abbastanza controlli, bisognerebbe che ogni autista sia affiancato da un controllore. Penso che così facendo i pullmann siano più puliti, tutti i viaggiatori avrebbero il biglietto pagato e se non funziona l’obliteratrice sarebbe uguale, l’enfasi dell’autista-schumacher verrebbe smorzato e tutti si vivrebbe meglio…..visto che in pullmann, tu non lo hai citato ma la penitenza più grave è quella di finire vicino a uno che non si lava da mesi e con l’autobus stracolmo non ti puoi nemmeno spostare! Baci.

  9. Prendere un autobus in italia è un qualcosa di impensabile.
    Sono felice di non doverlo più fare dai tempi della scuola.
    All’estero invece adoro adoro adoro…

  10. io ho la fortuna di essere una donna “comoda” e riesco ad andare praticamente ovunque o a piedi o nella mia mitica macchinetta un pò scassata, e per fortuna, perchè se c’è una cosa che odio sono i mezzi pubblici mezzi diastrati e puntualmente in ritardo! però devo dire che mente non disdegno in assoluto i bus, aborro i treni! quelli proprio non li sopporto!

    un bacione del lunedi cara miss

  11. Carissima, quanto sono lieta di poter evitare di salire sui mezzi pubblici! In particolare detesto la promiscuità coatta e poi si, ammettiamolo: certi bambini sono decisamente maleducati ed insopportabili, ma ancor di più le loro mamme.
    Baciotto Susanna

  12. Decisamente un bel blog! Tra l’altro: vogliamo parlare dei quindicenni che con sti cellulari di ultimissima generazione fanno degli autobus discoteche viaggianti? Ché poi, se mettessero i Led Zeppelin o i Pink Floyd mi andrebbe pure bene, ma quel tunztunzparaparapunz nelle orecchie proprio no. Ah, e ancora peggio: la gente che ti si attacca addosso vicino alle porte quando la fermata è vicina quando ha 4 metri di spazio con maniglioni annessi per poter aspettare l’apertura delle porte.. che odio!

    • Grazie Martyroxx e benvenuta tra queste pagine!Condividi quello che hai scritto e aggiungerei alla lista coloro i quali si piazzano davanti alle porte ma non devono scendere, no, no. Stanno semplicemente inchiodati lì per una questione di principio e di spostarsi non se ne parla neanche!

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