Vittoria Firpo, storia di una fattucchiera nella Genova del ‘600

Questa è la vicenda di una ragazza di nome Vittoria, fattucchiera e per raccontarla bisogna aprire un antico faldone.
E allora sono andata all’Archivio della Diocesi e mi sono messa a leggere il fascicolo che narra la storia di lei, la fatucciera.
Un documento del 1633, scritto in maniera fitta fitta.
Le domande dell’inquisitore sono in latino, le risposte dell’imputata in italiano.
E con tutto il rispetto, gli venisse un po’ di bene all’amanuense, ma non poteva scrivere un po’ meglio?
Le parti in italiano sono abbastanza comprensibili, quelle in latino invece, ahimé, sono piuttosto complicate!
Ma sapete, l’archivio della Diocesi è curato da un mio caro amico, Don Paolo Fontana, che voglio qui ringraziare per il tempo dedicatomi e per il racconto appassionato di questa interessante storia.
Don Paolo Fontana è uno studioso e un teologo che si è dedicato ampiamente a questi temi, pertanto tutto ciò che leggerete è tratto dalle sue ricerche, l’analisi e lo studio del fascicolo su Vittoria Firpo sono raccolti in un articolo pubblicato sulla rivista Ricerche Teologiche nr 18/2007 dal titolo Diventare “fatucciera”. Un’iniziazione alla magia ad amorem nella Genova del 1633. Note da un processo.
E sì, io vi racconterò la storia della fattucchiera alla mia maniera, ma avendo ben presenti le parole di Paolo Fontana.
Andiamo a quei tempi, al 1633.
All’epoca, se si era accusati di stregoneria, il reato era perseguibile da tre differenti autorità: lo Stato, la Diocesi o il Tribunale dell’Inquisizione.
Valeva, quale regola, la precedenza di Foro e nel caso di Vittoria intervenne la Diocesi.
Questi i fatti.
Diocesi di Genova, ufficio del Vicario Generale Alessandro Sperelli.
Una mattina di ottobre si presenta una certa Simonetta Vassallo, ha vent’anni e viene dalla Parrocchia di San Martino in Albaro, ai tempi fuori dalle mura della città.
E’ stato il parroco a mandarla da Sperelli, in quanto la giovane ha qualcosa da confidare.
Racconta infatti che un giorno, mentre si trovava in casa propria insieme al sorella Pellegrina, a casa sua giunse Vittoria Firpo.
Vittoria ha 23 anni, un figlio e un marito che risponde al nome di Lorenzo Brignardello.
Lorenzo tradisce Vittoria, l’ha abbandonata per un’altra donna!
Sempre detto, gli uomini sono fonte di guai!
Potessi avere un po’ di allume! – esclama Vittoria in quella circostanza.
Allume? Eccolo qui, disse Pellegrina, porgendo a Vittoria il prezioso ingrediente.
E adesso immaginate quella cucina.
Il fuoco che arde, un pentolino con l’allume, il calore che sale, l’allume che forma una bolla e Vittoria che, fendendone la superficie con il coltello, pronuncia una formula e un’invocazione.
Il giorno dopo, disse ancora Simonetta al Vicario, Lorenzo tornò dalla moglie.
La giovane Pellegrina, anch’essa convocata, confermò quella versione dei fatti.
Che fare? Il vicario fece condurre alle carceri vescovili la sospetta fattucchiera.
E qui è interessante scoprire come avveniva l’interrogatorio, in maniera tutt’altro che prevedibile per noi.
Il vicario infatti pose una precisa domanda a Vittoria e le chiese: secondo te perché sei stata chiamata?
Vittoria rispose:
– Forse per quel litigio avvenuto con le vicine?
C’era stata una sorta di discussione, disse la ragazza, con Simonetta e Pellegrina Vassallo e alla fine le due l’avevano apostrofata con i termini di “strega e fatucciera“.
Vittoria disse che erano state le due sorelle a parlarle di una donna che conosceva un rito che serviva a far tornare gli amori perduti!
E poi narrò del pentolino, del coltello e dell’allume.
E disse che per il rito si era anche confessata e che lei in fondo lo faceva a fin di bene, si può dire così?
Sperelli però la incalzava, rammentandole di continuo quanto riferito dalle sorelle Vassallo e sottolineando certi aspetti contenuti nell’invocazione che accompagnava il suo rito.
E lei ripeté che lo aveva fatto perché il marito ritornasse da lei.
Ma in realtà, disse Vittoria, il rito non aveva funzionato, il marito se ne stava con quell’altra per dei giorni interi!
E poi diede un’altra versione, che sosterrà fino alla fine del suo interrogatorio.
Narrò di una certa Maria Anna, sua vicina di casa in Vico della Pace, dalle parti di Prè.


Via Prè

Il marito di Maria Anna era morto in galera, che destino!
E che trama per un film, mi viene da dire, c’è davvero tutto ciò che occorre: una donna abbandonata, un amore contrastato, la ricerca di un rimedio.
E insomma, era stata Maria Anna ad insegnare il rito a Vittoria.
Spuntò un’altra testimone, una certa Geronima che raccontò di aver parlato a Vittoria delle difficoltà della figlia con il fidanzato.
Caspita, gli uomini creano sempre problemi, ma è possibile?
Geronima disse di aver confidato a Vittoria che per la figlia e il suo fidanzato aveva intenzione di far dire una messa allo Spirito Santo.
E la giovane Firpo cosa aveva fatto? Aveva tirato fuori la storia dell’allume e tutto in resto!
E adesso?
Vittoria aveva dei complici?
A chi altri aveva insegnato il suo rito?
Sperelli voleva accertare quale fosse l’intenzione di Vittoria nello svolgere il rito dell’allume, nel pronunciare quella sua sinistra formula.
Era disposta a sostenere la sua versione anche sotto tortura?
Vittoria annuì e così fu.
Era previsto che venisse sottoposta al tratto di corda, mise i polsi dietro la schiena e questi le vennero legati.
Fu poi sollevata in alto, per il tempo di due miserere, un tempo che deve esserle parso infinito.
E confermò quanto aveva già detto, parola per parola.
Le regole di questi interrogatori prevedevano che, se l’accusato resisteva alle torture inflitte, non si poteva procedere oltre e la procedura doveva considerarsi conclusa.
Vittoria venne condannata a digiunare ogni venerdì, per un intero anno.
Avrebbe dovuto inoltre confessarsi almeno una volta al mese e recitare un Rosario alla settimana.
Lo studio di Paolo Fontana che vi ho precedentemente citato si addentra in maniera approfondita su certi aspetti teologici di questo interrogatorio, da me volutamente omessi, non ho la sua preparazione, pertanto non mi azzardo nemmeno ad accennarvene, in quanto ritengo che certe materie non vadano trattate con superficialità.
Io vi ho solo raccontato la storia di una ragazza, nel 1633.
E posso dirvi che in fondo al testo della sentenza, su quella carta ingiallita dal tempo, c’è uno spazio riservato alla firma dell’imputata.
Vittoria, la fatucciera, era analfabeta e tracciò sul quel foglio una croce tremolante.
Poi se ne uscì, nel dedalo dei caruggi di Genova.
Chissà cosa ne è stato di lei.
Chissà se Lorenzo Brignardello, il marito, è poi tornato.
Io voglio sperare che sia svanito nel nulla e che Vittoria, la fatucciera, abbia trovato un nuovo amore.
Un amore sincero, fedele e protettivo.
Un amore per il quale non fu mai più necessario bruciare l’allume sul fuoco.

50 pensieri su “Vittoria Firpo, storia di una fattucchiera nella Genova del ‘600

  1. Ma tu pensa povera ragazza per un piccolo rito, che più che di stregoneria ha il sapore dell’illusione, col quale aveva cercato di recuperare un uomo che probabilmente non valeva neppure granché. Meglio sarebbe stato lasciarlo andare subito subito… che belle storie che ci racconti! Baci

  2. Fantastica…semplicemente questo, poi l’ultima affermazione è calzante e stupenda. Il fatto che tu vada a caccia delle tue notizie sui libroni ingialliti è sintomo di passione per ciò che fai e che dici, e stimolo per noi a leggerti sempre di più!!

    • Hai ragione, fa anche un po’ tristezza, anche perché si trattava proprio di persone semplici, pensa cosa doveva essere per loro dialogare con gli inquisitori. E sì, altrove sono ancora attuali.
      Concordo anche sul fatto che questo è un post da Miss Fletcher, mi conosci bene!

  3. Oh che bella storia Miss. Mamma mia… Da divorare come un romanzo. Bellissima davvero. Ed è stato anche bello immaginarti con Don Paolo Fontana a parlottare, ragionare ed ascoltare tutto quello che doveva dirti. Sei stata molto brava a metterla insieme come ai fatto e riportarla a noi. So che non è sempre semplice. E poi lo sai, io alle streghe sono molto affezionata. Questo post mi è piaciuto tanto! Baci.

  4. Ma io dico, benedetta Vittoria: hai la fortuna che il marito fedifrago si sia tolto dalle… scatole e tu fai pure il rito propiziatorio perchè torni? No, dai….
    Essere tacciate di stregoneria era un attimo cara Miss Fletcher, bastava essere antipatiche alla vicina di casa!
    Baciotto Susanna

  5. Chissa’ Miss se al tempo noi saremmo state tacciate come streghe!!!!!!!!!Bellissimo e interessante post!!!!!Come scrivi tu non scrive “proprio” nessuno!!!!!!!!!Sei ineguagliabile!!!!!!! :-))

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