Carrozze e calessi, una grida del 1686

Oggi vi porto nel passato, a giorni lontani, grazie a un antico documento che ho trovato in uno dei pesanti faldoni che si trovano all’Archivio di Stato.
Era il mese di settembre del 1686, in quei giorni una mano solerte tracciò su un grande foglio certe severe disposizioni.
E’ una calligrafia tondeggiante, neanche troppo ordinata a dire il vero, si comprende tuttavia ogni parola di questa grida emessa dalle Autorità della Repubblica di Genova.
E vi si legge, con tono di sdegnato biasimo, di questa pessima usanza di carrozzieri e staffieri di andarsene al trotto e al galoppo con calessi e carrozze e di correre per le strade della città, con grande rischio per i malcapitati pedoni.
Serviva un urgente provvedimento e così si stabilì che fosse proibito il trotto e il galoppo entro le vecchie mura, in pratica si imposero dei limiti di velocità, con due eccezioni che riguardavano due strade importanti di Genova.
Via libera a Piazza della Nunziata, lungo Via Balbi e fino alla Porta di San Tommaso, ovvero nella zona di Piazza Acquaverde.
E poi ancora da Piazza San Domenico, l’attuale De Ferrari, giù per Via Giulia, la strada che ha lasciato il posto alla nostra Via XX Settembre, fino alla Porta dell’Arco, dove ora si trova il Ponte Monumentale.

La carrozza

Una Carrozza al Palazzo Reale di Genova

E conveniva rigare diritto, credetemi!
I contravventori venivano puniti con due tratti di corda in pubblico o, in alternativa, con il pagamento di dieci scudi d’oro e di lire cinquanta.
E per essere certi che  questo denaro venisse debitamente corrisposto, per precauzione si sequestravano carrozze, cavalli o altri animali da tiro senza tanti complimenti e dietro pagamento di un’ulteriore multa.
Ovviamente ci voleva qualcuno che facesse rispettare la legge, questo era il compito dei bargelli e dei loro luogotenenti che dovevano arrestare i trasgressori.
Ecco, solo che come sempre, anche a quei tempi, si presentò un annoso problema: chi controlla i controllori?
Nel dubbio, tanto per cautelarsi, nel documento si precisa che si è pensato anche ai suddetti bargelli e ai loro luogotenenti, che nessuno si facesse venire in mente di chiudere un occhio!
infatti coloro che avessero omesso di far rispettare le regole sarebbero stati  rimossi dal loro incarico e fin qui, direte voi, potrebbe sembrare assolutamente logico.
Ecco, ma non era finita: a insindacabile arbitrio delle autorità i bargelli e i loro aiutanti potevano essere spediti in men che non si dica su una galea per un periodo variabile da uno a tre anni.
E quindi immagino una certa solerzia da parte dei bargelli e dei loro luogotenenti, c’è da capirli!
Il documento si conclude con la frase di rito, da pubblicare nei luoghi soliti e cioè da affiggere in determinati punti della città.
Tutti dovevano sapere come comportarsi con il calesse o con la carrozza, altrimenti ci avrebbero pensato i bargelli, potete starne certi!

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13 pensieri su “Carrozze e calessi, una grida del 1686

  1. Sono certo che facevano rispettare le regole, come abbiamo letto il documento descrittoci dalla nostra Miss, la catena di controllo era capillare quelli che sbagliavano venivano puniti pesantemente, essere condannati alla galera significava la morte, vogare con la catena al piede e mangiare poco e male. Anche precedentemente a quel periodo, le sentenze si applicavano.
    Vi trascrivo alcune righe del libro terzo degli Statuti della Repubblica Genovese.
    Della fermezza delle sentenze. Cap.I
    Contro le sentenze date per li Magistrati ordinari, o per li delegati, o arbitri, o vero arbitratori, non si possa in modo alcuno avere ricorso al superiore, ne anco sopplicare, ne richiamare, ne da quelle appellarsi, ne si possa domandare miglioratione, ne restituzione in integro, ne riduttione ad arbitrio d’uomo da bene, ne di quelle si possa dire di nullità, esse sentenze non possono per alcuno Magistrato cassarsi, ne dichiararsi nulle, ne ridursi ad arbitrio d’uomo da bene, ne possa alcuno contro di quelle restituirsi, mà si come sono date, debbano del tutto osservarsi per le parti, eseguirsi per li Magistrati, salvo sempre la disposizione dello Statuto del migliore le sentenze, e dello Statuto dell’appellatione e de gli alttri Statuti, nelle quali le appellationi sono concesse, e salva l’autorità dello Stato, circa l’inscrittione delle dette sentenze, alla forma delle leggi, e salve le cose infrascritte.
    Stampate in Genova presso Giuseppe Pavoni l’anno MDCXII.
    Gli statuti anche se sono difficoltosi da leggere, danno tutte le informazioni sulle leggi applicate nell’antica republica.
    Eugenio

  2. Miss, severissimi i tuoi repubblicani avi… noto però che le autorità si preoccupavano solo della velocità e mai della sosta (beati loro!), soprattutto quella odiosa in doppia fila… mi chiedo anche se esistessero i sensi unici, questione non di poco conto in una città di caruggi dove mica sempre due carretti potevano incrociarsi…

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