Alla fermata dell’autobus

A volte si vedono proprio cose strane.
Eh, la gente si stanca di aspettare, si può capirla.
– Quando arriva l’autobus?
E’ una giovane donna con un bambino in braccio a porre questa domanda.
– Dovrebbe essere già qui!
Così le risponde un attempato genovese piuttosto spazientito, la sua distinta signora rincara la dose, non fa che ripetere che lei ha fretta di arrivare in centro e attacca bottone con un’altra signora di una certa età, sua vicina di casa.
Del resto quello che si attende è un piccolo autobus di quartiere, ci si conosce tutti.
E così le due dirimpettaie intraprendono un’allegra conversazione che verte sui più svariati argomenti, il figlio di una delle due abita all’estero.
E immancabilmente spuntano fuori dalla borsa le foto dei nipotini lontani, a Natale saranno tutti qui.
Sai che tavolata?
E per un’intera settimana la casa sarà una gioiosa baraonda, la signora dice che sì, è molto felice ma è anche un po’ preoccupata.
Insomma, la casa è quella che è, dopo un po’ di giorni tutta quella confusione la stanca.
Ma vuoi mettere la felicità di avere tutta la famiglia riunita?
La sua amica annuisce, lei e il marito per le feste andranno dalla sorella, ognuno prepara qualcosa e lei come ogni anno farà i ravioli.
E intanto l’autobus non arriva.
E il bambino si mette a piangere, così la mamma cerca di distrarlo con un sonaglino.
E il signore, impettito nel suo soprabito grigio, si mette a camminare su e giù, ogni tanto guarda l’orologio, assume un’espressione pensierosa e poi sbuffa.
Ma quando arriva l’autobus?
Lo scenario è questo, ho lavorato di fantasia ma credo che si avvicini abbastanza alla realtà.
E un bel giorno tutti costoro, spossati dalle interminabili attese, hanno trovato una brillante soluzione.

Sedie (2)

La difficoltà aguzza l’ingegno, giusto?
E così adesso almeno possono sedersi tranquilli a far due chiacchiere, ora va decisamente meglio.
Pochi giorni dopo una delle quattro sedie, quella da ufficio, era sparita.
Si vede che forse non era tanto comoda.

Sedie

30 pensieri su “Alla fermata dell’autobus

  1. Caspita, Fletcher: io non ce la faccio a stare ai tuoi ritmi! Commento un post e ne arriva subito un altro!! Comunque l’idea delle sedie è decisamente comoda! Quella da ufficio in effetti stonava un po’…
    Buona domenica.

  2. Secondo me quella da ufficio se l’é “spazzolata” qualcuno che aveva una scrivania orfana di sedia adeguata… Forse è più felice anche lei di essere utilizzata per il suo scopo nativo. 😉 bacio domenicale

  3. Cara Signora, chissà quante volte ci siamo incontrati, prima sul “76” ed ora sul “375”, ma mi è sempre sfuggita la Sua fisionomia. Magari ci siamo scambiati qualche saluto e senza sapere che Lei rappresenta la mia quotidiana lettura. I Suoi articoli li “giro”, immancabilmente ad un mio ex compagno di scuola che vive ormai da cinquant’anni a New York e che di questa città ha grande nostalgia. Alla soglia dei miei 79 anni, credevo di conoscere bene Genova. Mi stò ricredendo.
    Un saluto sincero.

    • Caro Signor Molfino,
      sono molto contenta che lei abbia lasciato questo commento, è propbabile che ci conosciamo!
      Ed è una vera gioia sapere che il mio blog è la sua quotidiana e che arriva persino al suo amico oltreocano, ne sono davvero felice.
      Grazie di vero cuore delle sue bellissime parole!

  4. Hai proprio rappresentato bene una scena quotidiana, le seggiole sono il classico sistema italiano, dove non arrivano le autorità competenti ci arrivano con il loro estro i cittadini.
    Eugenio

  5. Ma dai Miss Fletcher, che ingegno quelle sedie messe ad hoc! E sono convinta anche io che quella “uso ufficio” sia stata rapita e messa al sicuro da qualcuno che ne aveva bisogno 🙂
    E comunque anche in questo post c’è un pizzico di magia del Natale, che riunisce le famiglie…..
    Un abbraccione Susanna

  6. Magari invece quella da ufficio serviva a qualcuno!
    Oppure, in pieno clima festoso da Natale, qualcuno ha pensato bene di usarla per spingersi di qua e di la con quelle rotelline: io l’avrei fatto, confesso!

  7. Pingback: Solitarie attese | Dear Miss Fletcher

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