Da un diario genovese del passato: certe eleganze proustiane

Cari amici, questo mese inizia con un nuovo racconto tratto dal diario di Francesco Dufour, qui trovate tutti gli articoli precedenti.
Ancora moda e ancora stile, l’eleganza del passato per le strade della Superba.
Buona lettura a voi!

De Ferrari (14)

Le camicie erano finite al collo con un basso solino, a questo si attaccava con due ferretti il colletto inamidato; il lettore di oggi resterà interdetto al pensiero che si compravano i colletti a parte delle camicie.
Le camicie erano di cotone o di seta; credo che pochi conoscano oggi la carezza e la grazia di una camicia di seta pura.
C’erano allora le camiciaie, erano donne specializzate nel fare le camicie; così c’erano le pantalonaie che facevano i pantaloni da spiaggia e da tennis.
Con il tight si portava il plastron fermato da una perla e si mettevano anche le ghette bianche.
Le calze a mezza gamba, di cotone o di filo di Scozia, venivano tenute su dalle giarrettiere infilate sotto il ginocchio; se l’elastico era stretto dava fastidio ma c’era sempre il problema delle calze a penzoloni.
Mi pare che le calze con l’elastico come usano adesso siano venute fuori poco prima della guerra.
Le calze spesso si bucavano, pare che ora questo problema non esista più ma ai miei tempi, in ogni casa, in ogni momento c’era una donna che cuciva il calcagno o la punta di una calza.
Tutti i materiali erano molto meno resistenti di quelli di adesso; per esempio tutti i momenti si dovevano far risuolare le scarpe.
Verso i miei 15 anni mi feci fare un corredo di vestiti con i calzoni lunghi.
Le giacche usavano avvitate e con le spalle quadrate.

3

Immagine appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo
qui maggiori dettagli

I pantaloni dovevano essere stirati con la piega diritta come una lama.
Tutti i vestiti avevano il gilet e quando si poteva si indossavano le bretelle per conservare l’appiombo dei calzoni.
Tutti avevamo, per la campagna, un costume con i pantaloni alla zuava detto anche Knicker Bocker o anche plusfour, cioè con la risvolta lunga quattro pollici.
Per lo più erano di una bella stoffa a quadroni scozzese; ci volevano golf e calzettoni di prim’ordine.
Qualche volta si faceva fare il berretto dello stesso panno.
C’era anche nel corredo un doppiopetto blu con il quale si andava al tè delle signorine.
Un bell’attacco, come dicono i toscani, erano i pantaloni di flanella bianca, la giacca blu e il berretto da marittimo, qualche volta lo mettevo a Sestri.

Sestri Levante (2)

Una volta un mio amico aveva un grazioso berretto di flanella bianca, mi permise di farmene fare uno uguale con l’accordo che non lo avrei mai portato al Lido che lui frequentava.
Quasi sempre si usciva con guanti e bastone.
I guanti chic erano di Fawnes e i bastoni di Howell, ambedue li teneva Pescetto.
Le cravatte più belle erano di Pissimbono e di Finollo.

Pissimbono (4)

Vetrina di Pissimbono

Portavamo sempre cappelli e berretti inglesi.
De Maria in Via Carlo Felice aveva la “sesta” dei cilindri che faceva per Re Umberto; i cappelli li teneva anche Perani in Via Roma, la marca era Turner.
Tutti gli anni compravo un cappello di questa marca per l’acqua, tutte le primavere compravo una paglietta di Sims, costava 25 Lire ed era la più bella.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Qualche elegantone portava il monocolo o la caramella; era una lente rotonda o quadrata che legata ad un cordoncino si incastrava nell’orbita.
Questa eleganza proustiana a volte era un semplice vetro.
Quando presi la laurea papà mi regalò un anello con una pietra preziosa, era una chevaliére che serviva anche da timbro.
Allora, scrivendo alle signorine più chic si usava sigillare la busta con la ceralacca.

Busellato (16)

Vetrina di Busellato

Si portava spesso un fiore all’occhiello, tutte le mie giacche avevano sotto il rever una barrette di filo per tenere il gambo; erano fiori piccoli, gaggie o rose banksiae di cui in casa c’era spesso qualche mazzolino; in molte piazze c’erano i banchetti dei fiorai.

Fioraie

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ritengo qui doveroso fare una dichiarazione: io non ero un damerino ma tutte queste cose che ricordo erano comuni a tutti i miei cugini ed amici.

Eh, eleganze proustiane di un altro tempo!
Cari amici, ora devo lasciarvi: devo controllare la mia buca delle lettere, attendo ormai da lungo tempo una busta sigillata con la ceralacca, vado a vedere se per caso è finalmente arrivata!

Rosa bianca

 

24 pensieri su “Da un diario genovese del passato: certe eleganze proustiane

  1. Che meraviglia di racconto Miss Fletcher. Un diario davvero prezioso! E la chicca dell’anello che funge da sigillo personalizzato che la ceralacca…..
    Grazie, piacevolissima lettura.
    Buon Settembre
    Susanna

  2. Ou Sciou Checcou ou nou se tia mai inderee a countane comme se viveiva ai seu tempi e ean tempi un pitin inquadree pei i Zoenotti dell’Aeta Societe a modda a l’ea rigorosa e nou se poeva sghinda feu dae so’ regoue de loussou dou momento…..che bellou quadrou cou ne fa’ insce touttou ou acchitase compretamente O Sciou Checcou …..ma a cosa che a m’ha impresciounou e devertiou de ciù son e camixe coun ou collettou destaccou ou famosou coullettou dou che dixeiva ascì me Poe e che ou doeviava asci le…che tempi atrou che Hippy…….ma me sa che Hippy ean i poupoulen Contadin Operai…..
    Caa Miss t’è unn-a Sperlengoeuia t’abbrassou tantou…grande!!!:-)))

    • Carissimo, la faccenda dei colletti ha colpito anche me, eppure se ci pensi non è passato così tanto tempo eppure siamo cambiato e sono cambiate le nostre usanze.
      Grazie Pino, da parte mia e da parte di Ou Sciou Checco, ti abbraccio!

  3. Come sempre una lettura affascinante questo diario! Eleganza nell’abito e nei modi. Che meraviglia! Proprio un mondo scomparso. Grazie Miss!l

  4. Eleganza e stile di Genova piacevole a ricordare gli ultimi anni che uscivo con mia mamma per i vari negozi storici , al ritorno mormorava “quanti rebelli”. La globalizzazione ed un scarsa economia ci fanno ricordare con un po di nostalgia la raffinata Genova che fu

  5. Il nostro amico Dufour -ormai un pochino lo è, no?- non ci tradisce mai, i suoi racconti ci riportano ad un tempo che abbiamo conosciuto solo sulla pagina scritta. La ceralacca è un lusso che andrebbe ripristinato! Quanto alle camicie di seta, vade retro…se devo stirarle io 😉 bacioni

  6. Il finale di questo racconto è da vero signore d’altri tempi. Spero gli sia arrivata quella lettera…
    Mi sorprende però che le scarpe dovessero essere risuolate spesso. ho sempre pensato che “una volta” la qualità delle cose fosse migliore, fatte per durare

  7. Miss, che fascino la ceralacca! in Argentina, quando spedivi, per esempio, qualcosa che ti premeva, la busta veniva sempre sigillata con la ceralacca, la quale veniva applicata in tua presenza e la coda allo sportello postale sbuffava perchè l’operazione con fuoco e timbro, ovviamente era molto più lunga…

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