Da un diario genovese del passato: le fatiche del popolo

Un diario è prezioso per tante ragioni, vi si raccolgono memorie personali da destinare ai posteri e se si ha sensibilità e intelligenza si tramanda anche lo specchio di una società.
Le righe che seguono sono state scritte da Francesco Dufour, uomo dalla rara capacità di narrare la sua epoca e le relative usanze, senza tralasciare anche i più sfortunati e coloro che ebbero in sorte di affrontare vite faticose.
Da questo diario ho tratto diversi articoli, ho deciso pertanto di includere queste pagine in una categoria dedicata dal titolo Un diario genovese del passato, qui troverete solo le memorie di Francesco Dufour.
E vi lascio con le sue parole e con il suo sguardo rivolto verso Genova e la sua gente.

Il popolo era poverissimo, i lavoratori per campare dovevano lavorare da una luce all’altra.
I pescatori di Cornigliano erano rinomati per il loro coraggio, tutti i giorni dovevano guadagnare qualche cosa perciò varavano i gozzi con qualunque tempo poi remavano al largo fino ai “campanii in scia Lanterna”.

lanterna3[1]

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

 Volevano dire che andavano tanto al largo da traguardare la Lanterna con i campanili della Basilica di Carignano, questo corrispondeva ad alcuni chilometri dalla riva.
Il Gustin di Sestri diceva: “i pesci basta per frize” , cioè la pesca per mangiare un giorno.

Reti
A Cornigliano i “manenti” tutto il giorno lavoravano nella villa (nel senso genovese, cioè gli orti).
Quando non ci si vedeva più andavano a mangiare un boccone e a dormire per poche ore, alla prima luce partivano con il carro per andare a Genova in Piazza della Nunziata dove c’era un mercato.

Piazza della Nunziata

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Coltivavano soprattutto primizie, cioè carciofi e asparagi.
Le serre erano irrigate dall’acqua che veniva estratta dal sottosuolo mediante una noria, un bindolo tirato in tondo da un cavallo.
Tutti i poveri erano ridotti dalle privazioni ad avere la salute malferma, quasi tutti erano tisici.
Si pensi che allora le malattie infantili erano in gran parte mortali, pochi bambini arrivavano al settimo anno di vita.
Allora non c’erano le pillole, il medico prescriveva tanti grammi di calomelano o di chinino e il farmacista faceva i pacchetti o i cachet.
Papà aveva una bilancia di precisione e faceva lui stesso le dosi.

Farmacia Sant'Anna (15)

Antica bilancia della Farmacia Sant’Anna

Allora la miseria era tanta e se si aveva bisogno di fare una commissione o portare un peso si trovava sempre per strada un ragazzo o un poveretto contento di guadagnare qualche lira.
Era in voga una curiosa industria, i poveri si inginocchiavano con fare molto contrito dinanzi alle cassette delle elemosine nelle chiese poi, con una bacchetta sporca di vischio, tiravano fuori qualche monetina.
Era molto in voga rubare il portafoglio sul tram e preferito era il tram 27 che andava da Principe a De Ferrari, attraverso le piccole gallerie che c’erano ancora.
C’era una categoria di persone, i poveri, i quali vivevano praticamente di elemosina; ce n’erano parecchi davanti ad ogni chiesa e molte madri con bambini piangenti in collo.
Tanti poveri venivano a bussare alla porta di casa, continuamente si sentiva dire: “Signora, c’è un povero“.
Nelle scale della nostra casa in Via Balbi c’era sempre una folla che aspettava lo zio, naturalmente c’erano molte “casane” abituali (casane in genovese significa clienti o avventori).
A qualche povero si dava una scodella di minestra che si metteva sulla finestra del ballatoio; una volta un tale la lasciò, era la fine di un’epoca.

Via Balbi

Cartolina apppartenente alla Collezione di Stefano Finauri

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22 pensieri su “Da un diario genovese del passato: le fatiche del popolo

  1. Hai proprio ragione, un diario può raccontare memorie private ma in questo caso sembra sia stato scritto con tutt’altro intento e ne beneficiamo noi posteri che abbiamo la possibilità di gettare uno sguardo quasi giornalistico sulla vita dell’epoca. Domani primo week end nella Superba, che hai in mente di bello?

  2. “gh’ea un baccan ao Ciapp-a de Quarto,che quande ou cuggieva i merelli ou piggiava ou pan dou seu mangia-a ou rompiva a toucchetin e ou i caggiava inti merelli a reou e quandou i trouvava cuggiendo i merelli ou sei mangiava cusci ou nou perdeiva tempo e a famme ou fava travaggia de ciù e sensa fermase” Questi ean i dispere-e de quelli tempi mettise a carotta inansi comme ai asi!!! V’ho countou questo faetou tarmandou da me Poue pe’ di quante veite-e in tou seu scriti ou Sciou Checcou ou ne dixe…..i povei ean povei e se douvein derouscià a schen-a daou lou vint’oue insce vintiquattrou e foscia nou bastavan mancou e dapeu un’atra bella veite-e son i Campanin pe’ i pescouiei a Priaruggia annavan a vedde ou Campanin de Quarto cou l’ea in basso e pe’ veddilou beusegnava anna quexi ciù de ‘n miggiou ou largo….l’è delongo un piaxei leze o Sciou Checco ca-a Miss un grassie a tutti doui T’abbrassou cariscima e grandiscima!!!:)))

    • Caro Pino tempi proprio duri quelli, l’aneddoto che tu racconti lo dimostra ampiamente sono preziosi questi ricordi tramandati da chi ci ha preceduto, sono io che ringrazio te, arricchisci sempre il mio blog con parole toccanti e memorabili.
      Un abbraccio grande a te carissimo!

  3. Salve a tutti,consiglio la lettura de la regina disadorna Maurizio Mangiani.Le sue descrizioni sono affascinanti dalle quali si evince il suo amore per Genova .In tempi indefiniti come questi si rischia di perdere la visione di insieme e la prospettiva,il passato spesso e’cosi presente e indispensabile che appare quasi l’unica possibilità di futuro,senza rischiare di essere tacciati di anacronismo.Maurizio

  4. Miss, più che un Diario, una fedele istantanea di un’epoca… ed è bellissimo quel “campanil in scia Lanterna”…

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