Genova, 1876: una tragedia in Vico Lavagna

Quel giorno tra Soziglia e Via della Maddalena non si parlava d’altro.
La notizia corse di bocca in bocca tra lo stupore generale, in quello spicchio di caruggi del resto si conoscevano tutti.
Come era potuto accadere?
Maria, la besagnina, non riusciva a smettere di piangere, lacrime chiare bagnarono anche il viso scuro del carbonaio.
La Scià Colomba, proprio lei: una donna onesta e gentile, così si diceva.
Non era più giovanissima, ormai andava per i quaranta, aveva perduto il marito ed era rimasta sola con quel figlioletto che era poco più che un ragazzino.
– Che ne sarà di lui adesso? – la Teresina stava affacciata alla finestra, guardava il tramestio di Piazza Lavagna e continuava a ripetere queste parole, scuotendo sconsolata la testa.

Piazza Lavagna

Certo, dissero alcuni, forse la poverina aveva avvertito un pericolo incombente.
D’altra parte affittare camere presenta i suoi rischi, non si può mai sapere chi ti trovi in casa: la Colomba campava proprio così, affittando le stanze.
Lo straniero era un giovane di circa trent’anni.
Lo straniero era uno sconosciuto, nessuno sapeva nulla di lui.
La Colomba non si fidava, lo dicevano tutti adesso.

Vico Lavagna (2)

E infatti lei gli aveva detto di sgomberare la stanza e di lasciarla libera al più presto.
Dapprima lui aveva tergiversato, aveva fatto orecchie da mercante ed era rimasto là, nella casa di Vico Lavagna.

Vico Lavagna

Povera donna, chi poteva immaginarsi una tragedia simile!
– E nessuno sa cosa sia successo – ripeteva ancora la Teresina – Ora cosa capiterà a quel povero figliolino rimasto solo al mondo?
La Colomba tornò a farsi le sue ragioni, disse che la stanza doveva essere sgombrata, il suo tono non concedeva repliche.
Lo straniero reagì in maniera imprevista, in un impeto di crudele follia estrasse una rivoltella e fece fuoco sulla povera Colomba che cadde a terra priva di vita, quindi si mise la pistola alla tempia e si uccise.
Un dramma nel cuore dei caruggi, tutti ne parlarono per lungo tempo, in quelle strade dove tutti si conoscevano.

Vico Lavagna (4)

Accadde diverso tempo fa, in un giorno di primavera del lontano 1876.
Le chiacchiere del quartiere sono un mio gioco di fantasia, i fatti di cronaca sono reali e sono tratti da un articolo della Gazzetta di Genova inviatomi dal solito caro Eugenio.
Una madre sola, una donna sfortunata e un destino drammatico.
Ed io mi sono domandata cosa ne sia stato di quel suo unico figlio.
Il cronista della Gazzetta scrive che questa tragedia impressionò molto la gente dei vicoli, in quel giorno una folla attonita raggiunse Piazza Lavagna e un affranto brusio si levò in questa parte dei caruggi.
C’erano davvero tutti: il vermicellaio e la besagnina, il carbonaio e la Teresina.
Io li ho veduti e ho veduto anche un ragazzino con gli occhi gonfi di lacrime.

Vico Lavagna (3)

25 pensieri su “Genova, 1876: una tragedia in Vico Lavagna

  1. Ehilà! Sono il più mattiniero dei commenti del sabato! Complimenti Miss per la tua splendida fantasia che sa trasformare un trafiletto di giornale in un racconto appassionante. Sai, a proposito di storie vecchie, anch’io ho un cassetto pieno di foto. Un fratello di mio nonno, Un ragazzo che morì affondato con la sua nave pochi giorni dopo della fine della grande guerra. Per quattro anni inviò a casa lettere e foto della sua avventura prima di saltare su una mina austriaca. Chissà che racconto riusciresti a creare con le tue capacità!
    Saluti piovosi

    • Grazie Gran Roldano, sei veramente gentile.
      Sai, la vita vera alla fin fine è davvero più avvincente e avventurosa di ogni invenzione della fantasia.
      E che storia emerge anche da quel tuo cassetto pieno di foto, che ragazzo sfortunato il fratello di tuo nonno.
      Buona giornata, grazie ancora.

  2. Hai proprio un dono speciale, non ce n’è… i tuoi personaggi sembrano lì, accorati e affacciati alle finestre.
    Ma chi è la besagnina? E’ la prima volta che sento questa parola, ora la cerco sul dizionario… Baci cara!

    • Uh cara, scusa, ho scordato di mettere la traduzione dal genovese.
      Besagnina significa fruttivendola, così si chiamavano i contadini che avevano gli orti lungo il Bisagno.
      Grazie Viv, Eugenio mi ha mandato questo articoletti e leggendo quelle righe mi è apparso un mondo davanti.
      Un bacione, buona giornata a te.

  3. Meraviglia che consola in questo sabato grigio e piovoso…
    Dai miss, fanne un libro, di queste tue meravigliose storie…. io potrei aiutarti con ..bassa manovalanza.. che so, scriverle al PC!
    Un abbraccio grande, sei unica!
    Emanuela

  4. Mi associo agli altri commenti, uno spicchio di vita dei tempi che furono. Complimenti é come sempre piacevolissimo.

  5. c’è chi ha il dono della sintesi e c’è chi invece da una sintesi riesce a trarne un racconto avvincente… lo sapevi, Miss?

  6. ….eh i carruggi hanno il loro lato tragico…certo il fattaccio di vico Lavagna é triste e toccante anche per il ragazzino rimasto solo nel mare tempestoso della vita di quei tempi…e ma tu che che soggettista e regista che sei riesci a rendere fatti così in un set teatrale e cinematografico veramente coinvolgente…ciao un grande saluto Miss!!!

  7. Fatti lontani e ormai dimenticati riprendono ad essere vita palpitante grazie al tuo modo avvincente di ripescarli dal passato. E così adesso anche i nostri cuori hanno condiviso quel dolore e quello sgomento. Grazie davvero! E a proposito della “besagnina”… anche se ormai vivo all’estero da oltre vent’anni, in famiglia dico sempre “devo andare dal besagnino” 🙂 Buon fine settimana… in attesa di nuove avventure.

    • Grazie Bianca, è una soddisfazione sapere che trovi interessante il mio modo di raccontare queste storie del passato.
      E a proposito del besagnino… bello che tu usi sempre questo termine, hai portato con te l’anima di Zena, come è giusto che sia!
      Buon fine settimana a te, cara.

  8. Che tempi, quando le notizie rimanevano chiuse in pochi metri, tra qualche portone e qualche nastro di vicoli … che ne sarà stato dello sfortunato ragazzino? E che tempi quelli di oggi, non p cambiato nulla ahimè

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