Schiavi a Genova e in Liguria

Questo è un viaggio ricco di emozioni e vi condurrà nel tempo lontano della Superba tra parole, memorie, ricordi e frammenti di vite perdute.
Presso l’Archivio di Stato di Genova in piazza Santa Maria in Via Lata 7 è allestita fino al 7 Dicembre 2018 la mostra documentaria Schiavi a Genova e in Liguria (Secoli X-XIX) curata da Giustina Olgiati e da Andrea Zappia.
La mostra è un racconto affascinante e a guidarvi tra le intricate vicende antiche di Genova sarà Giustina Olgiati, colei che nel suo lavoro all’ Archivio di Stato mette cuore, sapienza, sentimento e passione autentica, non saprei riportare qui la meraviglia che lei sa trasmettere con le sue coinvolgenti narrazioni e pertanto vi invito ad andare ad ascoltarla durante una delle sue visite guidate.

E vi racconterà di loro, degli schiavi che vissero nella Superba.
Per la maggior parte si trattava di giovani donne che svolgevano i più disparati lavori servili e domestici, sono fanciulle che fanno da serve o da balie, sovente sono concubine che danno alla luce dei figli.
E non hanno il più prezioso dei nostri diritti, non hanno la libertà.
E non sono neppure considerati persone, gli schiavi sono come merce.

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E vengono da lontano e la maggior parte di loro ha la pelle chiara, gli schiavi sono ad esempio tartari e circassi, greci, ungari, russi bulgari e turchi, sono il bottino di guerre e razzie.
Giustina Olgiati vi ricorderà che se siete di Genova forse c’è anche qualcuno di loro nella storia della vostra famiglia: il mondo è grande e nessuno di noi conosce davvero il proprio passato.
Provate a pensarci, provate a immaginare queste persone e le vite che hanno avuto in sorte.
Lei è una ragazzina e ha appena 13 anni, si chiama Cutulusa ed è magiara, viene venduta da un genovese a un uomo di Barcellona.
C’è un bambino che invece ha soltanto 8 anni, si chiama Michaal e nel 1289 viene comprato da un certo Ansaldo Usodimare.
Questi straordinari documenti narrano queste storie.

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E narrano di lui, Imetto da Pera.
In realtà lui ha avuto in sorte una buona fortuna perché il suo padrone è il celebre Ammiraglio Andrea Doria che gli concede la libertà e un salvacondotto per raggiungere la città di Algeri o qualsiasi altro luogo da lui prescelto.
Con una vita da reinventare, con un destino da ritrovare.
E ci sono poi i Liguri catturati sventuratamente durante le scorribande delle navi barbaresche, per la loro salvezza a Genova si istituisce una particolare Magistratura che si occuperà appunto del riscatto degli schiavi.

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E poi leggete questi nomi: Patrone, Ramorino, Costa.
Sono genovesi e sono ridotti in schiavitù a Tunisi agli inizi dell’Ottocento.

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E poi ancora scoprirete la storia di lei, il suo nome è Maria ed è la schiava di Leonello Cattaneo.
Siamo nel 1411 e Leonello sta per partire per l’Oriente ma non si dimentica di Maria, in qualche modo cerca di tutelarla affidandola al prete Francesco di Negro perché ne disponga come se fosse sua.
La scelta di un religioso può avere due significati e viene così spiegata: forse Leonello voleva essere sicuro di ritrovare Maria al suo ritorno o magari sperava che appunto fosse trattata con cortesia e umanità.
E magari quando sarà ritornato l’avrà trovata ad attenderlo.
È difficile immaginare le vite degli altri, a volte abbiamo la speranza che siano state piene di gioia.
Sono vite e respiri perduti, potrete scoprirli alla mostra allestita all’Archivio di Stato e dedicata agli Schiavi a Genova e in Liguria, l’esposizione e a ingresso libero e qui trovate gli orari per la vostra visita.

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Ringrazio Giustina Olgiati per la sua attenzione e per la sua gentilezza, all’inaugurazione della mostra ha narrato alcune di queste storie emozionando tutti i presenti.
E la ringrazio perché lei custodisce con amorevole cura il nostro passato, riportando alla luce volti pieni di speranza, di desideri e progetti.
Visi di persone che vissero sognando un bene raro e insostituibile: la libertà.

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20 pensieri su “Schiavi a Genova e in Liguria

  1. Le tue narrazioni storiche, così precise e puntuali, sono sempre avvincenti, cara Miss Fletcher.
    Ma certo che la realtà descritta è davvero…orribile
    Un abbraccio e buon inizio di settimana
    Susanna

  2. Non mancherò la visita, grazie per il prezioso suggerimento. Sara’ anche un utile spunto di riflessione sulle tante nuove declinazioni della schiavitù …

  3. Fortuna che ogni tanto si trovava qualche spirito lungimirante che restituiva la libertà ai suoi schiavi… niente altro che un atto dovuto anche se si trattava di una liberalità. Bacioni cara,

  4. uh, interessante mostra, Miss… in tempi di migranti, economici e non, capita a fagiolo perchè non ci sono più gli schiavi di una volta, ma bisogna dire che pure quelli odierni non se la passano benissimo…

  5. Ho letto tutto d’ un fiato, e ora sto riprendendo a respirare regolarmente, e nel mentre mi immedesimo in queste vite, vite da schiavi. Noi schiavisti, noi fatti schiavi. Soffermarsi ed immedesimarsi in queste vite che paiono così lontane dal nostro vivere quotidiano, ma forse se giriamo l’angolo e non ci tappiamo gli occhi ….. per molti il tempo non è passato e la schiavitù è più vicina di quanto crediamo.
    Non mancherò di visitare la mostra, è dovuto a queste persone a questi esseri umani.

    • Sì, glielo dobbiamo, come dobbiamo conservare memoria di ciò che è stato per imparare ad essere migliori, il nostro mondo moderno come tu ben dici non è certo perfetto. Grazie di cuore Carlo, buona serata!

  6. Buon ultimo mi accodo concordando con gli altri commenti. Ero presente anch’ io all’ inaugurazione e apprezzo ancora di più, con le tue riflessioni, le parole di Giustina Olgiati. Elvezio

  7. ricordo il tuo racconto, intenso e partecipato come tu sai fare, di un “padrone” che liberò la sua schiava.
    Lasciavi al lettore il piacevole onere di fantasia se era una anziana signora da fare vivere serenamente dopo tanti anni di servizio obbligato o una giovane da rendere felice e magari sposa.
    Grazie per la tua segnalazione

  8. Difficile pensare alle vite di queste persone, al concetto stesso di schiavitù, alla normalità con cui, nei secoli, è stata considerata come condizione naturale, come stato normale di alcuni individui che nemmeno venivano considerati persone. Conoscere l'”altro” è l’unico modo per provare empatia ed evitare che questo mancato riconoscimento di eguaglianza con noi renda il mondo un campo di battaglia invece che una casa inclusiva

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