Gli equilibrismi della cinciarella

Si avvicina la primavera e nei dintorni è tutto un allegro cinguettare e tra i molti uccellini in circolazione una delle creature più eleganti è proprio la cinciarella.
Con le sue piume azzurre e gialle, con i suoi contrasti inconfondibili, la piccola cinciarella è gioiosa e delicata come la stagione nuova che verrà.
Ed eccola tra i rami spogli.

Tuttavia deve esserci qualcosa di interessante lassù perché la piccoletta ha iniziato a beccare di qua e di là, si vede che certe gemme sono proprio saporite.


La cincia si è così esibita nel suo consueto repertorio di equilibrismi, non è certo da tutti banchettare appesi ad un rametto, provateci un po’ voi se ne siete capaci!

Con grazia, costanza e con tutta questa beltà alla quale non saprei aggiungere aggettivi.

E poi se ne è rimasta lì, contro il cielo turchese: una dolce e bellissima cinciarella.

 

Attese in musica

La fermata è sempre la stessa, qui si aspetta il piccolo e sprintoso 375 che porta noi genovesi sulle nostre alture.
E qui, nel corso degli anni, ho avuto occasione di trovare gli arredi più disparati: sedie da ufficio e da cucina, poltroncine vintage o moderne, un tavolino per la merenda e un passeggino azzurro.
C’è vita alla fermata dell’autobus, è indubbiamente così.
I miei lettori affezionati ben conoscono questa piccola epopea genovese, di tanto in tanto infatti trovo qualche novità e quindi torno a scriverne, se a qualcuno di voi occorre qui trovate l’ultimo post dedicato a questa simpatica vicenda con un riepilogo delle puntate precedenti.
Dunque, ritorniamo al tempo presente, ho scattato la foto di oggi proprio qualche giorno fa.
Come al solito passavo di lì e ho dato un’occhiata, ecco.
Oh, la sedia è sempre più instabile e barcollante ma sulla seduta sapete cosa ho trovato?
Una grande scatola piena di musicassette, perbacco!
Sì, sì, le cassette, proprio quelle che si arrotolavano con la penna Bic, per intenderci.
E per ingannare l’attesa ascoltare un po di musica è la scelta vincente, non credete anche voi?
Certo, per ascoltare le cassette ci vuole un walkman di quegli anni là, uno di quei reperti che magari qualcuno ancora conserva.
Eh, come siamo cambiati!
E queste sono cose che possono accadere a una certa fermata dell’autobus.
Alla prossima puntata, amici!

Le mimose di Castelletto

Così fiorisce magnifica l’ondeggiante mimosa e con la sua luce vitale si staglia contro l’azzurro, la mimosa è una bellezza effimera di questa stagione ed è molto diffusa qui in Liguria.
In questi quartieri abbarbicati sulle alture è molto frequente vedere questo albero così maestoso: una grande mimosa si scorge da una delle fermate della funicolare, andando a cercarla ho poi scoperto che se ne sta protetta da un alto muro che circonda il giardino nel quale si trova.

La mimosa gentile e generosa regala agli sguardi l’incanto della sua solarità, ancora l’ho ritrovata, salendo oltre nelle impervie vie del mio quartiere.
Eccola sporgersi così graziosa sopra una semplice creuza silente in un perfetto gioco di luci e di ombre.

Con la sua grandiosa bellezza così si nutre del primo tepore, alzare gli occhi e vedere una mimosa è un dono magnifico.

E ancora, un albero regale vive, fiorisce e respira in un giardino di Via Ausonia.

E così omaggia grandezza del cielo e sovrasta il cammino dei passanti.

E ancora altre mimose sbocciano lungo le vie che si snodano in tornanti e in ripide salite, preziosi alberi che abbelliscono la nostra città.
E là in alto, in Via Domenico Chiodo, certe mimose danzano lievi nell’aria e quasi celano il mare, il porto e la nostra fiera Lanterna.

Dolce, gentile e leggiadro albero dai fiori di seta.

Con i suoi rami superbi che si intrecciano contro il blu del cielo.

Cornice profumata che racchiude la costa, le case di Genova e il nostro mare.

Nel trionfo della bellezza, nel tempo della magnifica mimosa.

La mistica bellezza di un angelo

È un angelo bellissimo e nel suo mistico silenzio custodisce l’eterno sonno della famiglia Oneto.
L’opera pregiata dello scultore Antonio Rota risale al lontano 1879 e rappresenta l’Angelo della Redenzione, come ben specifica lo studioso Ferdinando Resasco.
Questo candido marmo sa trasmettere intense e variegate emozioni: si colgono in quella gestualità viva e armoniosa, nella vibrante bellezza di quello sguardo portatore di serenità, questa figura celeste sa davvero suscitare una varietà di sensazioni diverse.
L’angelo indossa una candida tunica orlata di lucente oro e sapientemente drappeggiata, i toni dorati illuminano anche la grande croce che l’angelo regge con la sua mano sinistra.
Le ali ampie sono aperte e sembrano quasi fremere leggere nell’aria.

L’angelo ha il viso dai tratti regolari così incorniciato da boccoli composti, i capelli cadono poi sul suo collo.
Tiene le labbra serrate ma sembra parlare con la bellezza assoluta del suo sguardo.
I suoi occhi trasmettono amore, cura, accudimento, pace e serenità.
I suoi occhi narrano di un viaggio che si compie sotto la sua protezione, nell’abbraccio sicuro che difende e conduce alla salvezza.

È un angelo protettivo, fraterno e rassicurante, porge la sua mano e nel compiere questo gesto pare davvero pronunciare certe parole.
Vieni con me, vieni e non avere paura.
Abbi fiducia, speranza e fede in Dio.
Posa le tue dita sulle mie, non avere timore.

Nel perfetto equilibrio delle sue fattezze, forte, temerario ed immortale, l’angelo si erge maestoso nella sua gloriosa beltà.
Con questo fremito, con questa straordinaria armonia.

E resta, custode del mistero e dell’eternità, magnifico angelo celeste scolpito da Antonio Rota.

Maschere da premio

Come si dice?
A Carnevale ogni scherzo vale!
E poi davvero ognuno può diventare quello che desidera: un fatina o uno sgargiante Arlecchino, un temibile pirata o una dolce pastorella.
E se Carnevale è il divertimento pazzo dei più piccini anche gli adulti si dilettano volentieri nell’estrosa arte di mascherarsi.
Andiamo così indietro nel tempo: lui e lei sembrano essersi calati con autentico garbo nella parte prescelta.
Hanno i vestiti dei colori giusti, lei ha sul petto pizzi e vezzosi fiocchetti, lui sfoggia eleganze di un altro secolo.
Entrambi indossano candide parrucche, il loro personale viaggio a ritroso nel tempo pare riuscito alla perfezione.

Lei stringe in una mano un delicato ventaglio e a dire il vero mi sarei aspettata di vedere anche candidi guanti.
In un giorno di piacevoli svaghi, in occasione di qualche festeggiamento carnevalesco, lui e lei trionfarono su tutti gli altri partecipanti: tra loro infatti fa bella mostra un cartello che attesta la loro vittoria, furono loro ad aggiudicarsi il premio più ambito.

E scrosci di applausi, molti complimenti e persino la foto di rito.
E chissà che cara memoria fu quell’evento a suo modo certo indimenticabile.
Anni dopo, forse, i due avranno riguardato con tenerezza quella loro fotografia giovanile nella quale sembrano così seri e compresi nel loro ruolo.
Convincenti e fieri, così raffinati e credibili con le loro maschere da primo premio.

Luce di Via Luccoli

Accade così e dura appena per qualche breve istante.
È una mattina d’inverno e scendi in Via Luccoli, cammini con passo lieve in questa antica via tante volte percorsa, osservi le vetrine di sempre e con curiosità scruti anche i volti dei passanti.
E tutto, anche in quel giorno, è come sempre è stato.
E poi lo stupore.
È una meraviglia improvvisa e inafferrabile, un sapiente gioco di contrasti e di linee disegnato ad arte, certa bellezza non è per sguardi distratti.
E così, nella sua magnifica fragilità così resta, appena per un tempo breve e poi svanisce.
È radioso e inatteso chiarore, effimero splendore di una mattina di febbraio: semplicemente luce di Via Luccoli.

In due

Era una giornata di pioggia e tempo grigio, gironzolavo per Palazzo Ducale.
Loro no, loro attraversavano la piazza e scattavano quelle foto ricordo da riguardare nel tempo a venire per rivivere ancora la memoria di un’esperienza condivisa.
Belli, giovani e felici.
Lui aveva una giacca pesante e uno zaino capiente nella cui tasca laterale aveva riposto una bottiglia d’acqua, quando si fanno tanti giri del resto è sempre meglio avere qualcosa da bere a portata di mano.
Lei invece portava sulle spalle uno zainetto color ciliegia, indossava un piumino rosa confetto e scarpe della medesima tinta.
Chiacchieravano, ridevano, respiravano all’unisono.
In due, solo loro due.
E poi si sono spostati di poco, solo per trovare l’inquadratura giusta per una fotografia con la fontana di De Ferrari sullo sfondo.
E hanno lasciato lì a breve distanza le loro valigie.
Così vicine, perfette.
In due.

I giorni genovesi di Guido Gozzano

“Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo…”

Così si racconta Guido Gozzano nel suo componimento dal titolo Alle soglie e pubblicato nel mese di giugno del 1907.
È giovane Guido, ha soltanto 24 anni ma la sua salute è malferma, il poeta soffre infatti di una lesione polmonare che lo tormenta e lo rende fragile.
E così i dottori prescrivono per lui precise indicazioni terapeutiche che dovrebbero essergli di giovamento e permettergli di rimettersi in forze, come egli stesso scrive nel seguito della poesia:

“Nutrirsi… non fare più versi… nessuna notte più insonne…
non più sigarette… non donne… tentare bei cieli più tersi:

Nervi… Rapallo… San Remo… cacciare la malinconia;
e se permette faremo qualche radioscopia…”

In quel 1907 il poeta giunge così a Genova, città che già aveva frequentato in precedenza.
Cerca ristoro per i suoi polmoni malandati nella salubrità dell’aria salmastra e trascorre così quei giorni della sua giovinezza alla Marinetta di San Giuliano, un albergo ora non più esistente.
Di quel suo periodo genovese narra diffusamente lo storico Michelangelo Dolcino nel suo libro Genova Anni Ruggenti 1900-1920 pubblicato da Editrice Realizzazioni Grafiche Artigiana di Genova, su quelle pagine è riportato anche un brano di una lettera di Guido Gozzano nella quale egli così definisce La Marinetta: Bicocca d’estate, è più bicocca d’inverno.
È piena di spifferi, Guido dice però quel luogo gli dona la vista del mare glorioso con la sua grandiosa potenza, il mare magnifico ristora e riempie lo sguardo di nuova bellezza.

La Genova che vede Gozzano è ben diversa da quella che oggi noi conosciamo, ancora non esiste il nostro Corso Italia, tra scogliere e creuze il panorama è vario e frastagliato ma Guido ama piuttosto appartarsi nelle quiete della piccola spiaggia privata.
In questa città Guido stringe amicizie con poeti e letterati, c’è una bella fotografia nella quale egli è ritratto seduto sul cofano di una vettura attorniato da alcunI eminenti rappresentanti del mondo culturale del tempo tra i quali lo scultore Eugenio Baroni e la scrittrice Flavia Steno.
Tra coloro che egli frequentò c’è anche lo scrittore e poeta Costanzo Carbone che ne tramandò un vivido ritratto:

“Guido veniva ogni anno in quell’oasi di pace a chiedere al mare un po’ di requie per i suoi polmoni malati. E invero, l’aria marina profumata dai pini gli faceva bene, lo rinvigoriva di forze e di volontà: gli restituiva il sorriso e la speranza.”

Costanzo Carbone Rivista Genova del Novembre 1951

La presenza di Guido alla Marinetta diviene memoria sacra da conservare: è sempre Carbone a narrare che il proprietario Checco Grondona guardava con apprensione al suo ospite così cagionevole di salute, lui stesso dava le giuste indicazioni per le gite ritenute inadatte alle condizioni fisiche di Guido.
A Genova il poeta si concede, almeno una volta alla settimana, una passeggiata in centro fino al Carlo Felice.

E sempre tramite Costanzo Carbone il poeta Gozzano conosce il fior fiore degli intellettuali e tra di essi i poeti Giuseppe de Paoli e Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, lo scrittore e giornalista Pierangelo Baratono e il commediografo Guglielmo Zorzi.
La bella compagnia non si faceva mancare i divertimenti e le epiche tavolate con i piatti colmi di lasagne ai tavoli della Marinetta.
Guido, poeta mai dimenticato, compose numerose poesie nella nostra città, tra di esse vorrei ricordare quella dedicata proprio all’Abbazia di San Giuliano e I colloqui dei quali fa parte il già citato Alle soglie.

Il suo stato di salute è per Guido fonte di amare frustrazioni.
Narra sempre Dolcino che Gozzano fu dichiarato inabile al servizio militare e così, mentre i suoi amici e coetanei si conquistavano la gloria al fronte, egli rimase a crogiolarsi nella sua amarezza.
Il suo contributo si limita alla confezione dei pacchi per i soldati ai quali unisce rime di suo pugno ma vuole che a firmare quei suoi versi sia una sua scolaretta: Guido è ritroso e sofferente, lo mette a disagio la dolcezza della sua scrittura paragonata al coraggio virile dei combattenti.
Ed è l’estate del 1916, la stagione fatale per il poeta piemontese.
Trascorre a Genova alcuni giorni sul finire di luglio, forse si espone troppo al sole e fa anche il bagno a Sturla ma invece di trarne beneficio la sua salute ne risulta danneggiata.
Condotto a Torino il poeta perde infine le sue poche forze ed esala il suo ultimo respiro ad appena 33 anni il giorno 9 Agosto 1916.
Breve e tormentato è stato il suo cammino nel mondo, gli eventi della sua vita lo condussero anche in luoghi a me cari.
A tutti noi ha lasciato le sue poesie venate di malinconia ma anche punteggiate di sagace ironia, con le sue magnifiche ambientazioni di inizio secolo, chiunque ami la poesia non sa dimenticare L’amica di Nonna Speranza, la Signorina Felicita e l’inafferrabile fragilità delle gioie davvero mai conquistate:

“Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state…”
Cocotte

Fiori di Albaro

A pensarci la primavera è ormai vicina, basterà lasciar trascorrere una manciata di settimane e poi il clima dolce vestirà gli alberi di gemme e i boccioli gentili si dischiuderanno.
Certi petali, tuttavia, non temono il gelo e l’avvicendarsi delle stagioni, restano immobili e intrepidi nella loro perenne fioritura.
E così vi racconto di questi fiori, li ho veduti in un pomeriggio in Albaro e decorano una balaustra di fronte alla Chiesa delle Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento dalle parti di Via Byron.
Una bellezza antica che mai appassisce, sempre rimane mentre la luce del giorno piano declina.

Sono fiori di Albaro e li ho fotografati semplicemente perché mi piacevano.
E poi.
E poi ci sono le belle coincidenze che sempre in qualche modo mi stupiscono.
Infatti quello stesso giorno ho proseguito la mia passeggiata e sono anche entrata nella vicina Chiesa dei Santi Nazario e Celso e di San Francesco d’Albaro.
E in quel mistico silenzio ancora ho trovato un’altra balaustra ma questa volta è dipinta con garbata leggerezza.
Su di essa è posato un vaso di fiori dai petali variopinti e profumati e malgrado le immancabili differenze mi ha subito rammentato il vaso veduto pochi minuti prima.
Sono petali senza tempo, sono delicati fiori di Albaro.

La maschera di Tilde

Poi arrivò il tempo del Carnevale e per lei, come per tutti i bambini di ogni epoca, fu una grande e inspiegabile emozione.
Quanta gioia nella scelta dell’abito da indossare, poi forse fu la mamma di lei a mettersi lì con ago, stoffe, filo e certosina pazienza per confezionare la maschera di Tilde.
E poi la gioia infantile di impiastrarsi la faccia con quel trucco esagerato, a Carnevale del resto è tutto permesso!
La pelle chiara chiara, l’ombretto scuro sulle palpebre, le sopracciglia accentuate con la matita, un neo disegnato su una guancia, sul quel visetto gioioso spiccano vermiglie le labbra dai contorni così rimarcati.
I sorrisi più belli sono quelli che raccontano entusiasmo e felicità, non tutti i sorrisi sono uguali, alcuni sono più speciali di altri e questo è quello di Tilde.

Il colletto grande e vaporoso, un cappellino sulla testa, che orgoglio!
E poi la calzamaglia bianca, le scarpe con il passante e piccoli pon-pon, non manca un sacchettino sorretto con cura da questa bimbetta in un giorno di Carnevale di tempi lontani.

Era il 1928 e dietro a questa fotografia ci sono una data e una dedica, il ritrattino venne donato come ricordo dalla bimba ai suoi zii.
Lei indossa un estroso costume da Pierrot rifinito nei dettagli con garbata attenzione, fa tenerezza immaginare che mani amorevoli lo hanno cucito e riposto su una sedia per una bimbetta da vezzeggiare.
Il suo nome è Tilde e sorride così, con questa ingenua fierezza, nel tempo di Carnevale.