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Archive for the ‘Arte’ Category

A volte il dolore ha diverse maniere per manifestarsi, può svelarsi in un angelo piangente, in un gesto drammatico o in una postura tragica.
Certi monumenti di Staglieno sono intrisi di autentica inquietudine e suscitano emozioni forti e profonde.
A volte non trovi uno sguardo dolente ma i tuoi occhi incontrano comunque l’espressione del tormento.
E così mi è capitato qualche anno fa, non vi nascondo che la prima volta che ho veduto questa tomba ho avuto una sorta di sussulto.
E sono soltanto due mani, nodose e vissute, protese nel chiaroscuro della galleria.

A dire il vero sul momento non ho nemmeno pensato a leggere i dettagli, i nomi sulla lapide, le date e la memoria di loro.
C’era questo senso di inquietudine in quel gesto, poi riflettendoci mi è parso in seguito anche una sorta di richiamo, un fremito dall’abisso alla vita.

L’ho veduta altre volte questa tomba, non può lasciare indifferenti.
Emergono dal nulla le dita tese verso questo nostro mondo terreno.

Un giorno poi mi sono soffermata a leggere e ho scoperto che qui riposa la famiglia Maine.
Il cognome è anche inciso nella parte in basso a destra della lapide, è la firma dell’autore di questa particolare scultura che risale al 1925.

Ed è trascorso altro tempo, ho in seguito acquistato il numero di Giugno 1930 della rivista Genova edita dal Comune di Genova.
C’è una sezione dedicata agli artisti e qui ho trovato il nome di lui, dalla rivista sono tratte le notizie che qui riporto.
Angelo Camillo Maine era uno scultore genovese, nacque il 24 Dicembre 1892.
Studiò all’Accademia delle Belle Arti e con le sue opere partecipò a diverse esposizioni: espose alla III Mostra di Arti Decorative di Monza nel 1927, all’Esposizione di Belle Arti di Torino nel 1928 e poi alle mostre di Budapest, Roma e Venezia.
Uno scultore di pregio che ebbe poi un lungo percorso artistico, non so dirvi per quale ragione abbia scelto queste mani sofferenti per lasciare il ricordo della sua famiglia.
Qui riposano i suoi genitori, Giacomo e Maria.
Da quelle dita scolpite pendono due catenelle, ad esse è appesa una targhetta.
E si legge il nome di lui, qui dorme il suo sonno eterno Angelo Camillo Maine.

In quella tomba che ha suscitato in me un sussulto, tra le mani che egli forgiò ispirato dal suo estro creativo, inquieta memoria di un artista di talento.

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È la prima mostra dedicata al simbolo della Superba: Genova è da sempre la città della Lanterna e fino al 4 Febbraio 2018 potrete ammirarla a Palazzo Reale nell’esposizione curata da Serena Bertolucci e Luca Leoncini.
La Città della Lanterna, l’iconografia di Genova e del suo faro tra Medioevo e presente è un viaggio affascinante nella nostra storia.
Inizia così questo percorso nel passato di Genova, con un volume proveniente dall’Archivio di Stato: è un registro di conti dei Salvatori del Porto e del Molo, risale al 1371 e su questa pergamena è tracciata l’immagine più antica della Lanterna.
E qui l’emozione è tanta, colui che usava questo volume segnava meticolosamente le spese da sostenere per tenere acceso il faro che illumina la Superba.

La città della Lanterna è raccontata attraverso 200 documenti di diverso genere: stampe, carte topografiche, acqueforti, dipinti, cartoline e manifesti pubblicitari, non mancano le fotografie di Alfred Noack e una sezione è dedicata ai lavoratori del porto.
Sono esposti quadri di artisti di pregio come Giolfi, Garibbo e Caffi che con le loro vedute ci restituiscono un panorama a noi caro, a tratti è quasi difficile distinguere parti della città ormai molto mutate.
La Lanterna è sempre riconoscibile, è un luogo del cuore, immagine cara ritratta in diversi momenti storici.
La città della Lanterna viene così dipinta da Antoine Edmond Joinville nella metà del XIX Secolo.
Ingresso del Porto di Genova, vele bianche sospinte da vento favorevole e un’insenatura accogliente.

E se a Genova ci sei nato ti soffermi a cercare le case, le chiese, le strade che sempre percorri.
Ed è mare calmo e gozzi, sullo sfondo il profilo di una città che in un certo modo è rimasta fedele a se stessa.

I pezzi esposti provengono da diversi musei e da collezioni private, questa è quindi un’occasione straordinaria per ammirare opere mai vedute.
E se a Genova ci sei nato ti fermerai davanti al quadro di William Parrott: veduta di Genova dallo scoglio Campana, il dipinto risale al 1854.
Lo scoglio Campana non c’è più, è coperto da una strada percorsa dalle auto.
E il mare non arriva più fino a quel punto, la città della Lanterna ha cambiato aspetto.

In questa mostra si ripercorrono gli eventi del passato di Genova: una burrasca memorabile che nel 1821 sconvolse la città, il Bisagno con la sua piena vigorosa e la veduta dal Ponte Pila.
Sulle tele di valenti artisti sono dipinti i momenti drammatici della Superba e i suoi giorni eroici come il bombardamento del 1684 da parte della flotta del Re Sole e certi episodi del Risorgimento.
Ricorre quell’immagine cara, il simbolo della nostra città.

E poi, se a Genova ci sei nato, magari ti stupirai di scoprire che venendo da Sampierdarena così si vedeva la Lanterna e così la dipinse Luigi Garibbo.

E forse ti sorprenderà la Veduta del Porto Antico di Genova e di Palazzo del Principe dipinta da Ippolito Caffi.

In queste opere e in questo panorama di quieta semplicità tutto ci appartiene, questi dipinti parlano di noi e di ciò che siamo stati.
Questa è casa nostra, con il nostro amato faro.

E poi se a Genova ci sei nato ti stupirà ancora scoprire i luoghi ormai irriconoscibili come la Spianata del Bisagno dalle Mura di Santa Chiara, opera di Tommaso Castello del 1834.
Là, in quella vasta area, sorgeranno in seguito l’attuale Piazza della Vittoria e Piazza Verdi.

Vi ho mostrato alcune meraviglie di questa pregiata mostra, vi invito ad andare a vedere con i vostri occhi le vedute e le stampe, i volti di Genova e i suoi giorni distanti.
Tra passato e presente, questo è il ritratto di una città.

Io sono uscita da Palazzo Reale con una piccola e salda certezza: le vicende degli uomini passano, si celebrano gli eroi, restano nei libri di storia coloro che erano considerati nemici, i sovrani perdono le loro corone.
Il tempo tutto muta, nel flusso della storia.
Il vento soffia sempre, gonfia ancora le vele.

E la Lanterna con la sua luce brillante e viva ancora rischiara le notti della Superba.
Su un’acquaforte del 1571 così si legge: La tres celebre cité de Gennes.
La mia Genova, la città della Lanterna.

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Due creature celesti sono accanto a lei, due angeli custodiscono una giovane donna di nome Enrica Canale vissuta appena 44 anni.
Lo splendido monumento è opera di Vittorio Lavezzari ed è Ferdinando Resasco a scrivere che il soggetto di questa scultura è “La preghiera degli angeli”.

Quanta grazia in questi loro gesti, nella complessità di un mistero che non si sa comprendere.
E poi la luce, ieri mattina.
Si è posata per qualche istante sul volto bello di Enrica, sul manto che ricopre le sue fattezze senza più forza, sulle mani dell’angelo giunte in preghiera.

Gli angeli hanno tratti perfetti e pensieri infiniti.

E sguardi amorevoli e misericordiosi.

Le dita si sfiorano, in questa preghiera silenziosa.

Gli angeli hanno gli occhi chiari, colmi della luce dell’eternità.

E quella luce si posa sui capelli sciolti sul cuscino, sulle palpebre ormai chiuse, sulle labbra senza più respiro.
Resta sul viso di lei, lei che stringe al petto un Crocifisso, con i suoi sogni perduti del tempo che non è più.

E l’ombra avvolge l’angelo mentre la luce salvifica scende ancora e rimane ad accarezzare il dolce viso di Enrica.

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Così puro e casto, un bacio innocente.
Un’armonia di gesti, le mani si toccano e le labbra si sfiorano.
Ad occhi chiusi.
Un palpito, un battito.
Un vento lieve smuove piano le vesti, fremono i cuori.
Un respiro, un dolce bacio.

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L’altra mattina, per puro caso, sono andata per caruggi con Modigliani.
Mi spiego meglio, cari lettori: come al solito vagavo senza meta, solo per il piacere di gironzolare per i miei vicoli e ad un certo punto mi sono accorta di avere nella borsa il depliant della mostra di Modigliani in corso a Palazzo Ducale.
E quindi abbiamo fatto un giretto insieme, mi sembra logico, no?
Eccoci in Salita San Siro, sotto uno squarcio di turchese tra le case dalle tinte calde.

Abbiamo attraversato Via dei Macelli di Soziglia.
E sì, i colori di questo dipinto mi sembrano in perfetta armonia con le sfumature della città vecchia.

E poi ancora, su e giù per caruggi, lasciandoci alle spalle la chiesa della Maddalena.

Su per la salita, davanti a noi si stagliavano gli edifici nobiliari di Via Garibaldi.

Per caruggi, con Modigliani: non ci siamo persi una tappa in Vico del Duca.

Poi abbiamo percorso la via dei Rolli, devo dire che ho scelto uno fantastico compagno di viaggio.
In ogni luogo, insieme a lui, pura armonia.

Ci siamo fermati davanti alla maestosa chiesa della Nunziata.

E poi, ancora oltre.
Il dipinto riportato sulla copertina della brochure è del 1919 e forse saprete che l’opera si intitola così: Giovane con i capelli rossi o lo studente.
E allora, in questo mio strambo girovagare, ho pensato di portarlo in Via Balbi, nella zona dell’Università.
Sì, ci sono andata apposta, lo ammetto!

A breve andrò a vedere questa mostra prestigiosa, davvero è da non perdere.
Intanto, in un giorno di cielo terso, sono andata per caruggi con Modigliani.
E in ogni luogo, sempre, tutto mi è sembrato perfetto.

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Eternity was in our lips and eyes,
Bliss in our brow’s bent.

L’eternità era sulle nostre labbra e sui nostri occhi,
La felicità nell’arco delle nostre ciglia.

William Shakespeare – Antony and Cleopatra

Cimitero Monumentale di Staglieno

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Sfogliando le pagine del nostro passato emerge spesso una consolidata abitudine: erano molti i benefattori, erano numerosi coloro che lasciavano i propri beni ai più sfortunati.
Non so dire se adesso siamo cambiati o se siano mutate le modalità, forse ai nostri tempi la generosità si manifesta in altre maniere.
Leggendo i libri del nostro passato i nomi di questi benefattori spiccano luminosi, ora magari li abbiamo scordati ma per queste persone doveva essere un onorevole privilegio rendersi utili alla comunità.
Tra di essi merita di essere ricordato Tito Cesare Della Casa, egli lasciò le cose terrene nel maggio del 1875 ma non si dimenticò dei più sfortunati.
Non aveva figli, non aveva eredi, decise così con il suo testamento di donare le sue immense fortune ai meno abbienti.
E a quell’epoca erano davvero numerosi i bambini senza padre e madre, molti venivano accolti nell’Orfanotrofio di San Giovanni Battista in Via Serra.

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Tito Cesare istituì l’Opera Pia della Casa, questa istituzione benefica pagava gli studi ad alcuni bambini di famiglie povere, figli maschi nati in San Francesco d’Albaro, con i soldi del benefattore questi bambini potevano studiare e conseguire una laurea o divenire Capitani Marittimi.
Inoltre l’Opera Pia manteneva nell’Orfanotrofio tre bambini, maschi o femmine, privi di entrambi i genitori e nati in San Francesco d’Albaro.
In entrambi i casi, in mancanza di bambini provenienti da quella zona di Albaro, il diritto all’accesso veniva esteso a piccoli provenienti da altre parti della città.

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L’Opera Pia Della Casa venne eretta in Ente Morale sul finire del 1875, dopo la morte del munifico benefattore, ad amministrarla erano l’Arcivescovo e il Sindaco di Genova, i posti venivano assegnati tramite concorso.
Sfogliando le pagine del nostro passato si leggono storie come queste e non è difficile immaginare quanti bambini abbiano avuto un destino migliore grazie a quest’uomo generoso.
Eppure la patina del tempo ha posato il suo velo sulla sua grandezza morale, per questo ritengo che sia giusto ricordare Tito Cesare Della Casa.
Girando per Staglieno, nella zona del Boschetto Irregolare, mi sono imbattuta nel monumento funebre di lui.
Sulla sua tomba svetta una graziosa figura dallo sguardo dolce e benevolo, certo la statua avrebbe bisogno di restauri.

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A colpirmi è stato il libro che regge in una mano, vi si legge una parola nella quale risiede tutto il senso della vita di Tito Cesare: beneficenza.

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E poi la bella creatura scurita dal tempo tiene tra le dita un crocifisso.

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E allora ho letto la lapide, a dire il vero è piuttosto deteriorata e non si vede così bene.
E poi ho cercato notizie di lui, le ho trovate sulla Guida Pagano del 1926 e poi come sempre mi ha aiutato il mio amico Eugenio che qui ringrazio.
Riporterò le parole scritte in memoria di questa figura di un altro secolo.
Adesso, dopo tanto tempo, in ricordo di un uomo altruista e generoso: Tito Cesare Della Casa, un benefattore.

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TITO B. CESARE DELLA CASA
MORTO IL 7 MAGGIO 1875
FONDO’ COL RICCO CENSO
SPECIALE ISTITUTO DI EDUCAZIONE
PER I GIOVANI POVERI E ORFANI

L’AMMINISTRAZIONE DEL PIO LASCITO
A RICORDO DI TANTO BENEFIZIO
QUESTO MARMO POSE
DICEMBRE 1900

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Mi hanno colpita la sua grazia e l’eleganza della sua postura, lei è una misteriosa gentildonna, non so il suo nome ma ho incontrato il suo sguardo in una delle sale di Palazzo Rosso.
Forse i critici d’arte conoscono la sua vera identità, io non so dirvi nulla su questa giovane donna ritratta da Jacop Ferdinand Voet, pittore originario di Anversa vissuto nella seconda metà del ‘600.
Lei con una mano pare stringere un lembo della sua veste chiara.

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Porta un abito raffinato dalle ricche maniche di pizzo, il vestito è ingentilito da vaporosi fiocchi rossi come papaveri.
E così la sua immagine è giunta fino a noi, nella sua incontestabile grazia.

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Indossa orecchini preziosi e al collo porta una collana di perle, i riccioli si posano sulla sua pelle bianca.
Chi sei, graziosa dama di un altro tempo?
Il suo sguardo vivace ha catturato la mia attenzione, la immagino inquieta davanti al pittore, la penso a suo modo impaziente.
L’attesa e la posa immobile, forse invece lei vorrebbe parlare o magari ridere, forse trattiene il respiro.
Forse, io credo.

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Regge con la mano una mascherina nera e a questo dettaglio si lega l’intera opera denominata appunto Ritratto di dama con maschera.

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Nel mese del Carnevale ho incontrato lei.
Viene da un tempo lontano, dama gentile con quella veste dai fiocchi vermigli, con la maschera scura per celare il suo viso.
Viene da un tempo lontano e ancora ci osserva, in un salone di Palazzo Rosso.

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La trovate nel Porticato Inferiore a Ponente, in quella parte del Cimitero di Staglieno i monumenti sono oggetto di accurati restauri, la tutela di simili opere restituisce così al visitatore l’originaria bellezza di splendide statue forgiate da valenti scultori.

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Lei è una figura di donna scaturita dal talento di Domenico Carli, fino a qualche tempo fa la sua candida leggiadria era adombrata da una patina scura.

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Sotto a questo marmo dormono il loro sonno eterno il dottor Giuseppe Chiappella e la sua consorte Virginia De Katt, entrambi se ne andarono nel 1877.

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Il restauro del monumento si deve ancora alla generosità di Walter Arnold, lo scultore americano è un attento filantropo e ha davvero a cuore il patrimonio artistico del nostro Cimitero Monumentale.
In passato ho già avuto modo di parlarvi della sua associazione, AFIMS si occupa di raccogliere fondi per questi restauri che vengono poi donati alla città.
E così è stato anche per la fanciulla che custodisce il riposo dei coniugi Chiappella.

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Un gioco di luci e ombre evidenzia le pieghe del manto indossato da questa giovane donna dai tratti dolcemente regolari.

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Il tessuto scivola sul suo corpo e cade fino a terra, in parte restano scoperti i piedi e i sandali di lei.

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Una bellezza armoniosa e soave, una statua che sembra possedere il palpito della vita.

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La giovane scolpita da Domenico Carli regge in una mano uno specchio e attorno al suo braccio è attorcigliato un serpente.
Non è una casualità, questi due simboli sono riconducibili all’allegoria della Prudenza che lei rappresenta: attraverso lo specchio ognuno conosce se stesso e ognuno dovrebbe essere cauto e prudente proprio come i serpenti, entrambe le allegorie si riferiscono a citazioni bibliche.

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La luce lambisce quella mano e quel gesto simbolico.

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Nel silenzio del porticato un mistico chiarore accarezza l’incomparabile grazia di questa fanciulla nel suo ritrovato splendore.

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Questa è la storia di una bambina e tutti voi dovreste conoscere certe cose di lei.
Giuseppina Grillo indossa una vestina leggera orlata di pizzi delicati, al collo porta una collanina con un Crocifisso, i suoi capelli setosi sono raccolti in boccoli ordinati.

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E una trina sottile copre le sue ginocchia, i suoi stivaletti sono fermati da una nappina.

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Ha un grande fiocco sulla schiena, vezzo delle bimbe del suo tempo.

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Quante cose non sappiamo di lei, bimba perduta di un secolo fragile.
Forse Giuseppina a volte metteva il ditino nel barattolo dello zucchero?
E quando stava seduta dondolava le gambe avanti e indietro come spesso fanno i più piccini?
Amava le fiabe? E qual era la sua preferita?
Scriveva con una calligrafia compita e tondeggiante e magari nel suo libro di scuola teneva un fiorellino essiccato?
Quante cose non sappiamo di lei, di lei è rimasta l’immagine di eterna bambina, così la ritrasse lo scultore Giovanni Scanzi autore di molte mirabili opere situate al Cimitero Monumentale di Staglieno.

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E di Giuseppina Grillo, appartenente ad una abbiente famiglia genovese, hanno lasciato memoria celebri autori che scrissero le epigrafi incise sulle sua tomba.
È lei stessa a parlare nelle parole lasciate da Aleardo Aleardi, Giuseppina consola gli affranti genitori.

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E racconta di lei Niccolò Tommaseo, tramandando ai posteri il ricordo del suo breve cammino terreno terminato nel 1874.

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Così è giunto a noi un frammento dei dieci anni di questa bambina: con la mano tiene un lembo della sua gonna, ancora continua a raccogliere i fiori tanto amati.

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Insieme a lei riposa una componente della sua famiglia, penso che sia la nonna citata nell’epigrafe di Aleardi.

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Questa bambina sfortunata ebbe un destino comune ad altri piccoli vissuti in quella sua epoca nella quale non c’erano cure per certe malattie, il suo visetto dolce è così adombrato da un velo di tristezza.
Tutti i suoi giorni in uno sguardo, tutti i suoi pochi anni in un sospiro che si affievolisce lentamente.

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Ricordatevi di lei e dei suoi petali profumati, dei suoi tratti immortalati da Scanzi.
Rammentate il suo nome e la sua storia, molto presto tornerò a scrivere della sua tenerezza perduta, la sua tragica vicenda ha un seguito che merita di essere raccontato.
Ritta nella sua grazia armoniosa, nel suo leggiadro candore, per sempre bambina.

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Il suo nome è Giuseppina Grillo, lei è la bambina che amava i fiori.

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