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Archive for the ‘Camminando nel passato’ Category

Lasciò Parigi senza rimpianti, Mademoiselle Églantine partì portando con sé il suo baule pieno di abiti sgargianti e il suo cofanetto colmo di gioielli vistosi.
Églantine era una giovane donna disincantata e persino troppo esperta della vita, a soli 22 anni non coltivava alcun sogno.
Docile non era mai stata e aveva imparato alla sua maniera l’arte di districarsi nelle angustie del mondo dominando la propria volubilità e usando l’arma della sua grazia, Monsieur Etienne soddisfaceva tutti i suoi capricci e a Églantine bastava sgranare quei suoi occhi screziati di oro per veder esaudito ogni suo desiderio.
L’amore, lei lo sapeva, era un’altra faccenda ma la fragilità dei sentimenti si dissolve presto nella disillusione e di questo Églantine era convinta.
In un furore di improvvise inquietudini aveva fatto i bagagli ed era partita senza alcun preavviso, aveva lasciato sul tavolino di mogano un biglietto con parole vaghe e Monsieur Etienne, attonito, non era stato capace di interpretarle.
Così Églantine era arrivata sulla riviera francese, a Mentone.
Altera nel suo abito verde smeraldo, incedeva riparandosi la carnagione chiara con un raffinato parasole, non passava certo inosservata con la sua fresca ed intrigante bellezza.
Églantine aveva le labbra carnose, il suo viso era un ovale perfetto, sembrava una creatura dipinta da un pittore preraffaellita.
I boccoli lucenti le sfioravano le spalle, con le dita sottili giocherellava nervosa con un ciondolo che portava al collo.
Tirò un sospiro e si fermò ad osservare il mare.

Il vociare di tutte quella gente che affollava la promenade di Mentone la frastornava, temeva di scoprirsi fragile, aveva la sensazione che tutti la stessero osservando.
Lei così abile a decifrare certi sguardi indagatori, lei sempre guardinga e pronta a difendersi.

Passò accanto a due uomini che parevano impegnati in una fitta conversazione, uno dei due stava appoggiato al muretto, ad Églantine parve di cogliere un certo interesse nei suoi confronti.
Del resto una signorina di Parigi sa come vanno le cose del mondo.

Si guardò intorno, quell’atmosfera quietamente gioiosa era per lei in qualche modo straniante.
A Mentone, sul lungomare, ognuno pareva sentirsi a proprio agio: c’erano coppie di sposi, gruppi di amici, intere famiglie.
E lei, sola, tra quegli sconosciuti.

Un attempato gentiluomo passeggiava reggendosi al bastone, la signora seduta al sole volgeva il capo verso Églantine e anche l’uomo dall’aspetto severo sembrava ammirarla da dietro i suoi occhiali scuri.
Tutti quegli sguardi.
E lei, sola, con la sua giovinezza inquieta.

Una voce squillante la distrasse dai suoi pensieri, si girò e i suoi occhi incontrarono il visetto impertinente di un bambino.
La mamma continuava a dirgli di stare composto e lui si mordicchiava il labbro e muoveva le gambe avanti e indietro.
Inquieto, proprio come Églantine.

Passarono i giorni, a Parigi Monsieur Etienne attese invano il ritorno di Églantine, a lui rimasero solo quel biglietto e quelle parole scritte da lei, non riuscì mai a comprenderne il significato.
Trascorsero gli anni e i decenni, la riviera francese mutò il suo aspetto e cambiarono anche i suoi frequentatori.
Lei giunse in una mattina di primavera e non furono pochi a notarla.
Aveva una certa età ormai, il passo era più lento ma sempre aggraziato, era ancora sottile e leggera come nella sua gioventù.
Camminava scrutando l’orizzonte, Églantine era assorta nei suoi pensieri non più inquieti.
Chiuse gli occhi e lasciò che la brezza marina sfiorasse il suo viso.
E sorrise, senza alcun rimpianto.

**********

In questa cartolina di Mentone ci sono tutte le persone che vi ho descritto, manca soltanto colei che osserva scorrere la vita.
E sarà pure esistita una fanciulla come lei, io mi sono soltanto divertita ad immaginarla e a darle un volto.
Accadde molto tempo fa, sulla promenade di Mentone: là giunse una ragazza di nome Églantine.

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Vi ho già portato con me a spasso per Piazza Corvetto, con queste immagini che vengono da anni lontani.
Da poco ho altre due cartoline dove si apprezzano due diverse vedute e allora vi porto ancora con me ad incontrare la gente di Corvetto.
Nel centro della città, in un altro tempo.
La prospettiva aerea è forse quella che rende maggior giustizia all’architettura della piazza, se ne nota così la splendida disposizione.

Noi oggi osserveremo i passanti, quei genovesi che in questo istante vivono questa bella piazza genovese.
Non possiamo scorgere i passeggeri seduti del tram, speriamo che il loro viaggio sia comodo, in compenso si vede un severissimo vigile nell’esercizio delle sue funzioni, ci pensa lui a tenere sotto controllo certi spericolati automobilisti!
A dire il vero, caro vigile del tempo che fu, Piazza Corvetto così deserta l’ho vista solo in rare occasioni!

In lontananza uno scorcio di Piazza Marsala e in primo piano l’aiuola che circonda il monumento a Vittorio Emanuele II.
Tralasciamo il sovrano in sella al suo destriero e rivolgiamo la nostra attenzione a coloro ai quali farebbe davvero comodo un fido cavallo: sull’estrema destra dell’immagine si nota appena un gruppo di persone, a me sembrano tre uomini e direi che hanno il loro bel da fare con quel carretto, chissà cosa stanno trasportando!

Tic, tac, metto ancora indietro le lancette della mia macchina del tempo, le immagini che seguono risalgono ad un periodo precedente e non c’è proprio traccia di automobili, tuttavia c’è un discreto andirivieni di gente.
Un papà cammina tenendo la sua bimba per mano, diverse persone invece se ne stanno a prendere il fresco sulle panchine, non c’è un posto libero!
E poi, ruote, ruote di carri sullo sfondo e un azzimato ciclista che pedala con gran stile.

Spostiamo lo sguardo e notiamo un ragazzo che attraversa la piazza ad ampie falcate, c’è anche una signora con la gonna scura.
E quei due che confabulano tra di loro? Professionisti, notai o qualcosa del genere, ci giurerei, discutono animatamente di certi affari, è gente che fa girare i soldi quella, date retta a me!
Ci sono due donne, quella più giovane e vestita di chiaro e appartiene sicuramente ad una ricca famiglia borghese, lo stesso si può dire di quel tale che percorre il marciapiede con una certa fretta.

E poi ancora, coloro che popolano il centro della strada.
Di nuovo il nostro amante delle due ruote, certi gentiluomini con la paglietta, una gran dama con un cappello fastoso e a precederla di pochi passi una figurina più minuta dagli abiti più modesti.
E là, attorno al monumento, camminano certe giovani fanciulle, pare anche di scorgere un candore di parasoli.

Questa è la prospettiva della cartolina, osservando Corvetto dalla parte finale di Viale IV Novembre, ai giorni nostri gli alberi della piazza sono così fitti da nascondere la statua di Mazzini.

Basta spostarsi un po’ ed ecco emergere la bianca figura del patriota e sullo sfondo Villetta Di Negro.

C’erano, un tempo, alberelli ancora giovani.
E c’erano due tizi che parlavano di affari, un giovanotto che passava in bicicletta, una signora con un copricapo elegante.
Saluti da Genova, da Piazza Corvetto.

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Dove ti ho già vista?
Mi trovo davanti il tuo viso giovane e sperduto e penso che io già ti conosco, ne sono certa anche se non saprei dire dove ti ho veduta, sarà una suggestione?
Forse la tua è una fisionomia comune per quel tuo tempo, sei una ragazza qualunque ed io semplicemente mi confondo.
Assomigli alle tue coetanee, ad altre ragazze come te.
Forse.
Osservo la tua acconciatura e mi sembra così complicata, come si fa a pettinarsi così, con le ciocche divise in quella maniera?
Seria, senza l’ombra di un sorriso.
Occhi chiari ed intensi, liquidi, occhi spalancati sul mondo.
Ed io dove ti ho già vista?

Porti un colletto di pizzo, sul tuo petto cade una sorta di fiocco, a me sembra di velluto scuro e ovviamente non sono certa che sia così.
Forse sei persino più giovane di quanto sembri, magari hai sedici o diciassette anni però ne dimostri di più, direi ventitré o ventiquattro, ecco.
Quindi, hai sedici anni e porti un fiocco di velluto scuro, poniamo che sia così.
E mi sovviene uno strano pensiero, rifletto sul fatto che ti sono estranee molte cose che per noi sono scontate, non saprei nemmeno da dove iniziare ad elencarle.
Hai sedici anni, porti un fiocco di velluto scuro, non hai mai bevuto una Coca Cola e non hai mai avuto un paio di jeans, tanto per dire.

Io però ti ho già vista e quindi ti porto con me, cosa ci fa la tua fotografia su una bancarella?
Non puoi stare lì, con quell’abito cosi grazioso, sai, non vorrei che si sgualcisse, sono delicate certe cose terrene.
E poi, come ti dicevo, mi sembrava di conoscerti e non mi sbagliavo, evidentemente.
Ti ho vista altrove e lì non sei più sola.
Un gesto affettuoso, tra amiche o sorelle, non so.
La fanciulla sulla destra porta quel vestito rifinito con una stoffa a righe, i polsini sono vezzosamente plissettati.
E poi tu, tu con quel fiocco di velluto scuro.

Ti ho riconosciuta, dopo.
Ho comprato queste fotografie di Giulio Rossi in due momenti differenti e forse le ho persino prese nelle stesso posto, a distanza di diverso tempo.
E c’eri tu, in entrambe le immagini.
Tu che hai sedici anni, forse.
E non ho saputo neanche immaginare il tuo nome ma ne ero certa, sai.
Tu sei tu ed io lo sapevo che in qualche modo ti conoscevo già.

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In questa città dalle mille sorprese a volte capita di fare nuove scoperte e questa volta è accaduto in pieno centro, in Via Fieschi.
Se per caso doveste trovarvi da quelle parti prestate attenzione agli edifici situati nell’ultimo tratto, noterete che le fondamenta posano su una strada sottostante e l’accesso a Via Fieschi è garantito da una passerella posta ad un piano intermedio.

Ecco ancora un altro portone.

Dall’immagine che segue si può apprezzare ancor meglio l’altezza del muro di contenimento di Via Fieschi.
E poi c’è quella stradina laggiù, dove porterà?

Per scoprirlo occorre recarsi in Piazza Carignano ed imboccare la discesa a sinistra del palazzo dell’Agenzia dell’Entrate.
Troverete un toponimo che ricorda luoghi antichi e perduti, state per percorrere ciò che rimane di Salita alla Montagnola dei Servi.

Si scende e ci si imbatte in un vetusto portone, è situato al piano terra di uno di quei palazzi che hanno l’ingresso su Via Fieschi.
Ed è proprio un portone di caruggi simile ad altri che ancora si trovano nella città vecchia.

Del resto in questa zona un tempo c’era Via Madre di Dio con il suo intrico di vicoli e con le sue strade ormai perdute, ne scrissi diverso tempo fa in questo articolo.
Il passato resta, in qualche modo, anche se la mano dell’uomo lo ha cancellato.

Un cancello, un passaggio e un piccolo mistero, non so dirvi con esattezza cosa ci fosse in questo punto, ovviamente sarei felice di scoprirlo.

E ancora si cammina: finestrelle, piante, un altro portoncino.
Un tratto di strada miracolosamente sopravvissuto alle rivoluzioni urbanistiche che hanno spazzato via un intero quartiere, la zona di Via Madre di Dio suscita sempre malinconico rimpianto nei genovesi.
Io non l’ho mai veduta ma tante volte ho provato a immaginarla.

Ancora qualche passo, alla fine di Salita alla Montagnola dei Servi c’è un altro vicoletto e ancora viene alla mente quel quartiere che non ho potuto conoscere: ci troviamo in Salita Boccafò.
Il solito fidato Amedeo Pescio scrive che i Boccafò erano originari di Chiavari, di professione erano lanieri e qui, a Portoria, c’erano un tempo Borgo dei Lanaiuoli e Vico della Lana, certi abili artigiani esercitavano con sapienza la loro arte antica in questi luoghi ormai scomparsi.

Rosso di Genova e vasetti di coccio.

La mia naturale curiosità mi ha quindi portato a consultare la mia Guida Pagano del 1926, in Salita Boccafò c’erano un rigattiere e un falegname, le loro botteghe profumavano di legno e di vita.
E c’era anche la Colomba, lei era levatrice, chissà quanti bambini ha fatto venire al mondo!

Il passato, a volte, svanisce.
Non resta l’eco di quelle voci, non sappiamo neanche credere che qui un tempo fosse tutto diverso.
Ancora si scende ma il cammino è breve, la nostra Salita Boccafò si perde nel cemento e nella modernità.

E se alzate lo sguardo sopra di voi vedrete quel palazzo che ha soppiantato una zona amatissima di Genova.
Non sprecherò tanti aggettivi per descriverlo, l’ho già scritto in altre occasioni e lo ribadisco, trovo questo edificio veramente orribile.

Si può soltanto provare ad usare l’immaginazione, si può cercare la traccia di quei luoghi perduti sulle cartine di un’altra epoca.
Nell’immagine che segue vedrete la pianta della zona pubblicata sulla mia Guida Pagano del 1926.
Salita alla Montagnola dei Servi si estendeva per un lungo tratto e terminava nella Via dei Servi, davanti alla chiesa di Santa Maria dei Servi, Salita Boccafò terminava invece in Via Madre di Dio.
Non esiste più nulla, non trovo neanche parole per esprimere il mio rammarico.

Ciò che rimane è evidenziato in un dettaglio della cartina.
I numeri 10 e 12 di Piazza Carignano corrispondono all’edificio dell’Agenzia dell’Entrate, lì ha inizio Salita alla Montagnola dei Servi.
Una discesa, una curva, il breve tratto che io ho percorso.
Questo è ciò che resta di quella via, si vede anche Salita Boccafò.

Il passato, a volte, rimane dietro ad una porta chiusa.
Imperscrutabile e misterioso, è composto da giorni semplici e da vite che conobbero gioie e fatiche, il passato risuona nella memoria e nei nostri giochi di fantasia.
E allora puoi vedere i visi, sentire i rumori delle botteghe, provare ad immaginare i bambini che corrono a perdifiato giù per la discesa.

Da Salita alla Montagnola dei Servi a Salita Boccafò, nei luoghi di Genova perduta.

C’è la serratura ma noi non abbiamo la chiave e forse solo guardando con occhi diversi possiamo sperare di aprire quell’antico portone.

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L’ho cercata.
Sono andata là, sotto i portici di Sottoripa.
Camminando piano, un passo alla volta, sperando di trovare il civico corrispondente, in fondo non è nemmeno passato poi tanto tempo, mi dicevo.
E così i miei occhi hanno cercato le tracce della gloriosa Trattoria Monticelli, l’ho anche immaginata, naturalmente.
Un soffitto con le volte, i tavoli di solido legno scuro, le tovaglie spesse, le stoviglie bianche e le brocche di vetro trasparente.
E le voci festanti e rumorose, le frasi pronunciate in dialetto e le risate fragorose, espressione di gioia e di convivialità.
In alto i bicchieri, si brinda alla bellezza della vita e alle fortune che il destino concede!
Qui si servono porzioni abbondanti e generose, dalla cucina escono piatti ricolmi di vere delizie.
E lui, il proprietario, se ne sta dietro il bancone, con un certo compiacimento osserva i suoi clienti soddisfatti, già la vita riserva tante amarezze ma i momenti di gioia bisogna pur saperli apprezzare.
Ho trovato notizie su questa trattoria tra le pagine di uno dei miei libricini, Genova e Dintorni, Guida Popolare Illustrata edita agli inizi del ‘900 dai Fratelli Dell’Avo.
E così eccomi in Sottoripa, vado su e giù e nel mio sognante girovagare ho trascurato di considerare la realtà: la celebre trattoria, infatti, si trovava in quel tratto dove oggi svetta un edificio moderno, il palazzo che un tempo la ospitava ormai non esiste più.

E cammino in Sottoripa, a dire il vero sono piuttosto contrariata.
Non posso trovare neanche un’insegna sbiadita o un locale rinnovato che con la potenza della fantasia potrei provare ad immaginare diverso.
Eppure.
C’era tutta quella folla, gli affezionati avventori tornavano sempre da Monticelli.
Gente di mare e di vicoli, gente dalle facce pulite e dai sorrisi aperti.
Ad una certa ora fuori dalla porta si formava la coda per assicurarsi un tavolo.
Da Monticelli nella stagione calda il locale era rinfrescato da ventilatori elettrici, avevano molto a cuore il benessere della clientela!

E che dire del negozio di vino?
Le due pubblicità sono sulla stessa pagina della Guida, ne ho dedotto che appartenessero alla stessa famiglia.
Il premiato negozio era a breve distanza, si trattava di una bottega di lunga tradizione specializzata in vini particolari, sono certa che i proprietari ne andassero particolarmente fieri.

Attiva dal lontano 1840, caspita!
Ben prima dell’Unità d’Italia, stai a vedere che le Camicie Rosse di Garibaldi sono passate pure da Monticelli?
Non mi stupirebbe affatto, del resto lì vicino c’era l’Albergo del Raschianino dove soggiornarono i prodi che seguirono il nizzardo nella sua impresa.
Certo, se potessi far due chiacchiere con il Signor Monticelli mi sarebbe tutto più chiaro!

Ho tentato di seguire il filo del tempo, sempre avvalendomi della mia Guida Pagano.
E posso dirvi che nel 1926 sia la trattoria che il negozio erano ancora fieramente al loro posto.
E la concorrenza era forte, Sottoripa era pullulante di negozi e botteghe, solo in quel breve tratto c’erano ben due osterie e guardate quante botteghe diverse facevano i loro affari davanti al mare di Genova.
Io avrei particolare interesse per il negozio di un certo Signor Guani, costui vendeva crine, certo quella è tutta un’altra storia!

Poi il tempo passò, venne la guerra, caddero le bombe e cambiarono in parte il profilo della città.
Sulla Guida Pagano del 1957 non c’è più traccia di gloriose attività della Famiglia Monticelli, forse cessarono molto tempo prima, non saprei dirvelo.
Eppure.
Là c’era un continuo andirivieni, io ne sono sicura.
Provate ad immaginare di esserci stati anche voi.
In un altro tempo, in Sottoripa.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Molti genovesi che abitano sulle alture di Circonvallazione a Monte sono utenti affezionati delle funicolari, tutti i visitatori che passano nella Superba dovrebbero concedersi un viaggio su questi particolari mezzi di trasporto.
Nel mio quartiere non c’è soltanto la Funicolare Zecca Righi della quale mi servo abitualmente, tra Via Bertani e Portello è in servizio anche la gloriosa Funicolare Sant’Anna.


Venne inaugurata nel lontano 1891 su iniziativa di alcuni imprenditori genovesi tra i quali i Dufour, la sua storia viene persino menzionata nel Volume Genova Nuova edito nel 1902.
Gli autori ne parlano con autentico entusiasmo sottolineandole l’utilità, già all’epoca la funicolare Sant’Anna trasportava ben mezzo milione di passeggeri all’anno.

Due vetture, un binario e uno scambio al centro.
Ed era ben diversa ai suoi inizi, funzionava sfruttando la gravità e la forza motrice dell’acqua, la vettura in discesa veniva zavorrata ad un cassone colmo d’acqua e così condotta a destinazione mentre la fune trascinava in alto l’altra vettura.
La piccola stazione d’arrivo in Via Bertani era un tempo un grazioso chalet in legno purtroppo ormai perduto, venne distrutto in anni recenti da un incendio.
Queste erano le antiche vetture, queste era l’antica stazione.

Immagine tratta da Genova Nuova – volume di mia proprietà

Al capolinea di Via Bertani c’era l’Antica Vaccheria dove si trovava latte fresco appena munto, anche questo posto vive oggi una seconda vita.

Ovviamente ai giorni nostri la funicolare funziona con un impianto elettrico e ha mutato aspetto, è una briosa scatoletta rosso fiammante che va su e giù con il suo carico di passeggeri.

E allora saliamo a bordo, davanti a noi il binario che scende e ancora oltre il confine del mare.

Al centro lo scambio dove si incontreranno le due vetture.

Uno sguardo alle nostre spalle, verso la stazione.
E uno specchio e un magnifico riflesso, quelle cose di Genova che piacciono tanto a me.

Si parte e il viaggio sarà breve!

Sulla funicolare i bambini si divertono sempre, aspettano proprio quel momento lì, l’istante in cui le due vetture si incrociano.

Una sale e l’altra scende.

E se avete la fortuna di veder passare la funicolare da uno degli edifici che si affacciano sui binari potrete anche notare la pendenza dell’impianto.

Queste sono le storie della città in salita, vedute consuete per noi che abitiamo a Genova.

Il viaggio è comodo e veloce su questi binari.

E torno ancora agli autori di Genova Nuova citando parole tratte dal loro scritto del 1902.
Sono anni di grande fermento e di cambiamenti, sebbene la rete dei tram sia stata ampliata e i collegamenti siano più agevoli, in quel 1902 la Funicolare Sant’Anna “continua a godere le simpatie del pubblico per la regolarità del suo servizio che comincia alle 7.30 del mattino e termina con orario continuato alle 24”.
E ancora è così, cari scrittori di un altro tempo, gli affezionati utenti della Funicolare Sant’Anna si servono volentieri del loro piccolo e amatissimo mezzo.
E si scende, mentre l’altra vettura sale pimpante verso la Circonvallazione.

Il viaggio termina qui, a Portello: nel centro della Superba, a due passi da Via Garibaldi e dalla città vecchia.
Un viaggio breve che ha tutto il fascino della genovesità.

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Certe notizie, a volte, corrono veloci: destano stupore e sbigottimento, toccano il cuore e lasciano sconcertati.
Di questo fatto, a Genova, ne hanno parlato tutti, del resto le particolari circostanze del caso hanno davvero impressionato, magari ne siete già al corrente.
Quei due ragazzi, che dispiacere!
Lei era una fanciulla gentile, così solare e dai modi garbati, piena di gioia di vivere, Luigia aveva appena diciott’anni, faceva la cameriera e nella sua testa c’erano tutti quei sogni tipici delle ragazze della sua età, quei segreti che non si dicono sennò non si avverano.
Aveva un fidanzato di nome Giuseppe, bella coppia quei due, lo dicono tutti quelli che li hanno conosciuti, che pena infinita per la loro disgraziata vicenda!
Accadde in autunno, in un giorno davvero triste.
Luigia è con il fidanzato, con loro c’è anche la mamma di lei, i tre se ne vanno all’Acquasola a prendere qualcosa da bere.

Tutto all’improvviso, questione d’istanti.
Il ragazzo beve un sorso dal bicchiere che gli viene servito e riesce appena a pronunciare poche confuse parole prima di cadere a terra.
Lo stesso destino tocca alla madre di Luigia, poi è la volta della povera ragazza che contorcendosi per il dolore crolla addosso al suo fidanzato esalando l’ultimo respiro.
Sono momenti concitati, alcuni medici presenti sul posto prestano i primi soccorsi.
Per i tre purtroppo non c’è nulla da fare, le loro vite sono state spezzate da una distrazione fatale: nella bottiglia infatti era contenuto un liquido dagli effetti mortali servito per errore agli sfortunati avventori.
Giunge sul posto il padre del ragazzo e tra le lacrime apprende della morte del figlio, in breve tempo arrivano anche le autorità, il locale viene chiuso e il proprietario e il suo garzone sono tratti in arresto.
La folla, avreste dovuto vedere la folla attorno alle tre povere vittime!
Espressioni attonite, volti rigati di lacrime, si dice che a turbare maggiormente i presenti fu proprio la povera ragazza con la sua acerba bellezza: i capelli scuri, la pelle chiara, l’abito candido.
Senza più vita, perduta e innocente.
Ne parlarono tutti, per lungo tempo, a Genova.

E voi? Avete mai sentito questo fatto di cronaca? Vi sembra di ricordarlo, forse?
Potrebbe essere accaduto dieci anni fa o forse più di recente.
O forse no?
C’è un indizio che può indicare il periodo al quale risale questa vicenda: il nome di lei, Luigia, non certo comune nel nostro secolo.
Riguardo a tutto il resto, purtroppo, la vicenda potrebbe anche essere attuale, il progresso purtroppo non è esente da errori umani, come ben sappiamo.
E le vite degli uomini sono sempre uguali, ognuno di noi ha sogni, affetti, speranze, piccoli progetti segreti.
Questa è una vicenda non particolarmente intricata, è solo un tragico fatto di cronaca: accadde nel 1859, a Genova, la notizia è riportata dalla Gazzetta del Popolo.
Tre vite spezzate e tra loro una figura che mi ha colpita più delle altre.
Ed è lei, con i suoi capelli corvini e la sua pelle chiara, una fanciulla di Genova di nome Luigia.
Attraversa l’Acquasola, va incontro al suo destino: questo è il ricordo di lei.

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Nulla era stato semplice per lui, neanche gli inizi della vita, la sua crescita e i suoi primi passi nel mondo.
Nato in una modesta famiglia di pescatori, Agostino era stato un bambino gracile ed insicuro, era l’ultimo di nove figli ed era quello dalla voce flebile, quello che aveva dato pensieri per la sua salute fragile, quello che la mamma trattava come una creatura delicata.
Agostino, comunque, ce l’aveva fatta ad uscire indenne dall’infanzia ma se era divenuto un uomo solido e forte lo doveva in particolare a suo fratello Bernardo che aveva 15 anni più di lui.
Bernardo aveva un debole per quel piccolino, così se lo metteva sulle spalle e se lo portava con sé in barca, era stato lui ad insegnargli tutti i segreti e i misteri del mare.
E a trascinar reti e corde il bambino minuto era divenuto un uomo robusto e sicuro, nessuno ci avrebbe mai scommesso eppure era successo.

Giornate dure, notti insonni, fatica, lavoro, sudore.
E salmastro che brucia la pelle, argento di pesci guizzanti, interminabili notti di stelle e tempeste inquiete.
Era così diventato un uomo e si era costruito una nuova vita accanto ad Antonietta, la figlia del proprietario di un avviato negozio di pitture e colori in Via dei Giustiniani, una famiglia di persone oneste e rispettabili.
I novelli sposi erano andati ad abitare in Via delle Grazie, in un appartamento di proprietà dei genitori di Antonietta.

Il padre di lei, inoltre, aveva aiutato i due giovani ad aprire una bottega, quel negozio per gente di mare avrebbe sostentato Agostino e la sua famiglia.

Erano persone semplici e capaci di essere felici di semplici felicità.
Solo un’ombra velava la gioia di vivere di Agostino, a sentire il nome di Bernardo si incupiva e si chiudeva in un doloroso silenzio.
No, Bernardo non aveva visto i successi del suo fratello prediletto, Bernardo se ne n’era andato troppo presto in quel giorno fatale, sulla riva del mare, all’omaccione grande dalle mani grosse era scoppiato il cuore nel petto.
D’improvviso era crollato a terra senza più vita, si era accasciato sulle reti, tra lo stupore generale dei suoi compagni.
Ormai erano trascorsi tanti anni ma il ricordo di Bernardo era incancellabile e forse Agostino stava pensando proprio a lui in quella frazione di tempo, il tempo di una fotografia.
Eccolo Agostino, ha gli occhi persi in un pensiero a noi sconosciuto, forse nella memoria di giorni belli.

E altri giorni erano venuti, alcuni avevano portato ancora perdite e dolori.
Due figli nati morti, il terzo scampato ad un morbo letale visse soltanto pochi mesi, lo avevano chiamato Bernardo come quell’amato fratello perduto.
E Antonietta fiduciosa e dolente non aveva mai smesso di pregare la Vergine Maria perché le facesse la grazia di divenire ancora madre.
E poi erano arrivate le bambine, dono del cielo e di quella fede sincera.
La più grande, Maddalena, era una ragazzina solitaria, sembrava che avesse sempre la testa tra le nuvole.

Amava disegnare, con una matita tracciava i petali di armoniose corolle e foglioline dalle minuscole venature.
E così, quando il fotografo le aveva dato un mazzolino di fiori da reggere tra le mani lei lo aveva stretto come una piccola cosa preziosa.

Lavoro, fatica, bottega.
Giorno dopo giorno.
Grazie a questo la famiglia viveva ora in un certo agio, ci si poteva permettere di non aver preoccupazioni, almeno per quanto riguardava il proprio benessere materiale.
Ed era già una grande conquista, chissà come ne sarebbe stato fiero Bernardo, se solo avesse potuto vedere!

La secondogenita Carolina era uno spirito vivace e allegro, era una chiacchierina che non stava mai ferma.
Nei tratti somigliava tanto alla mamma, aveva la sua stessa dolcezza.

Era una bimba dal carattere gioioso e aveva una predilezione per certi vezzi femminili.

Nulla era stato semplice per Agostino, mai.
Una vita costruita con onestà e caparbia costanza, sempre pensando a un domani migliore e a un futuro radioso.
Questo è ciò che aveva saputo costruire accanto ad Antonietta, Maddalena e Carolina.
Se solo Bernardo avesse potuto vederlo, chissà quanto ne sarebbe stato orgoglioso.

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La storia che avete letto è un gioco della mia fantasia.
La persone che avete veduto sono ritratte in una foto che ora è di mia proprietà, non conosco i loro veri nomi e le vicende della loro esistenza.
E non so neanche di chi fosse quella bottega di cordami e reti da pesca, probabilmente non è nemmeno così antica ma l’insegna sbiadita ha il fascino dei tempi lontani.
Io amo immaginare le vite degli altri e coltivo sempre la speranza che siano state riservate a queste persone sconosciute più gioie che dolori.
Li ho pensati così, semplici e veri.
E questa per me è la loro storia, una storia di gente di mare.

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Alcuni libri sanno raccontare storie affascinanti e sanno portarti in un mondo che non hai mai veduto con i tuoi occhi: questo è uno di quei libri.
Gli autori sono due appassionati studiosi: la Dottoressa Elisabetta Papone, docente di Storia della Fotografia all’Università degli Studi di Genova e responsabile di DocSai (Centro di Documentazione per la Storia, l’Arte e l’Immagine di Genova) e il Dottor Sergio Rebora, storico dell’arte.
Vivere d’immagini, fotografi e fotografie a Genova, 1839-1926, così si intitola il loro pregiato volume pubblicato da Scalpendi Editore.
Tutto ebbe inizio con quella geniale invenzione capace di cambiare la nostra percezione del mondo e la nostra maniera di comunicare: la fotografia.

libro

Questo è un libro corposo e voluminoso, sono 352 pagine di pura magia, sapiente e approfondito è il saggio di Elisabetta Papone che vi farà scoprire la storia della fotografia in ambito genovese e le vicende degli studi fotografici di quell’epoca comprese certe usanze di artisti ora divenuti leggende.
Ricca e varia è la selezione di rare immagini antiche, alcune di esse provengono dall’archivio fotografico del Comune di Genova, molte invece appartengono a collezioni private e pertanto sono assolutamente inedite, su queste pagine troverete ritratti di celebrità e di persone sconosciute, panorami, foto di monumenti e vedute cittadine.
Un viaggio attraverso le immagini, un viaggio non certo privo di insolite curiosità.
Il volume è impreziosito da un’ampia sezione curata da Sergio Rebora, si tratta del repertorio biografico dedicata alle singole figure che a vario titolo operarono a Genova nel periodo preso in esame.
Un lavoro minuzioso ed attento, una paziente ricerca d’archivio che deve aver richiesto lungo tempo vista la quantità di dettagliate informazioni che troverete tra queste pagine.
Ne emerge un quadro affascinante, ci sono i celebri fotografi come Noack, Sciutto e Degoix ma sono presenti anche nomi meno noti al grande pubblico.
Ognuno di essi ha lasciato la propria visione del suo tempo e di quel mondo distante dal nostro, sono fotografi, dagherrotipisti, artisti e collaboratori minori di studi fotografici, ci sono persino i negozianti che vendevano materiali e apparecchiature per la fotografia.
Nell’ampia selezione fotografica non mancano alcune pagine dedicate ai dorsi delle fotografie, anche quella è una vera e propria arte, l’immagine che segue è il retro di una mia fotografia.

fotografia

Nella città che cambia, in quel mondo che con il progresso muta rapidamente il suo modo di vivere tutti desiderano possedere un ritratto: ecco così le carte da visite e intere famiglie in posa, ecco la fanciulla dai lunghi capelli ondulati e le elegantissime dame sedute una accanto all’altra.
Si potrebbe forse pensare che si tratti di un libro esclusivamente per addetti ai lavori, invece è un prezioso volume per tutti coloro che siano interessati all’argomento o desiderino avvicinarsi a questo tema.
E nella lettura vi si sveleranno davvero realtà curiose, ad esempio ho scoperto che già in quei tempi lontani c’erano donne fotografe: una di esse era una certa Teresa Bello, sul libro è riportata la sigla che lei usava per le sue fotografie e così ho persino scoperto di avere uno dei suoi ritratti.
E che dire di una certa Caterina Bracchi?
Nella sua particolare ricerca Sergio Rebora ha trovato notizia di una sua certa attività attiva intorno al 1870 sulla quale non vi svelerò nulla, sul libro sono riportate alcune righe della Gazzetta di Genova che mi hanno fatto letteralmente sognare.
Un libro che offre spunti e suggestioni a non finire, la mia breve presentazione non rende tutta la sua ricchezza, per certo so che un dettaglio non mancherà di colpire anche voi ed è l’ ineccepibile eleganza di questo volume.
Elegante, evocativa e garbata è la scrittura, raffinata è la qualità delle immagini, testo e fotografie si integrano in perfetta armonia componendo un quadro di rara bellezza.
Io ho acquistato Vivere d’immagini nella Libreria dei Musei di Strada Nuova ma potete comprarlo anche sul sito di Scalpendi Editore, a questo link.
Tra tutte le immagini presenti alcune hanno maggiormente suscitato la mia attenzione, tra queste due ritratti di una nobildonna, il suo nome è Camilla.
Ha un velo di pizzo, i capelli intrecciati raccolti sulla nuca, un abito scuro, la vita sottile, in una delle due fotografie è in posa accanto a dei vasi di fiori e guarda verso il fotografo.
Guarda verso chi la osserva.
Oltre il tempo e oltre la sua vita, oltre quell’immagine che ci restituisce il viso di lei, giovane donna di un altro secolo.

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Ero certa che ne avrei scritto ancora, la personalità di Cesare Gamba mi affascina molto e così ho cercato di reperire altre notizie su di lui in una maniera forse insolita, a me sembrava la strada migliore da percorrere.
Ho intrapreso così una delle mie ricerche, non è stato affatto semplice ma alla fine sono riuscita a trovare proprio loro: i discendenti di Cesare Gamba.
E così ho potuto chiacchierare piacevolmente al telefono con il Signor Gamba, lui da bambino ebbe occasione di trovarsi in quella dimora di Montesano che svettava alle spalle di Brignole, era la villa appartenuta a suo nonno Cesare, il celebre architetto ed ingegnere che cambiò il volto della Superba.
Lui mi ha raccontato della passione di Cesare Gamba per la musica ed il teatro, l’ingegnere aveva anche una villa a Torre del Lago e in quella località conobbe Giacomo Puccini, i due amici erano soliti andarsene a caccia insieme.
Frequentava il bel mondo il nostro Cesare Gamba, ogni nuovo particolare aggiunge ulteriore fascino alla sua figura.

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Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

Come sapete, di recente ho dedicato un articolo a quella sua villa genovese che ai nostri tempi non esiste più e certo non sapevo che avrei avuto occasione di vedere ancora altre immagini.
E poi, qualche giorno fa, la bella sorpresa: sulla mia mail sono arrivate alcune fotografie e a farmele avere è stato proprio lui, il nipote di Cesare Gamba.
Sono scatti che provengono da un album di famiglia, sono immagini rare e per me molto emozionanti.
E allora vi porto con me, a casa di Cesare Gamba.
Svetta in primo piano la maestosa Porta Pila in tutta la sua grandiosa bellezza.

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E poi un tornante, una salita prima di arrivare lassù.
E le finestre ampie e i portici che si affacciano sulla prospettiva di una città che cresce.
E muterà ancora, con il tempo, mi sono chiesta cosa ne direbbe Cesare Gamba di certi recenti cambiamenti della sua Genova.
Sapete, io sono una che immagina le cose che non può sapere, altrimenti a cosa serve la fantasia?

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E ci avviciniamo alla favolosa dimora, sulla foto che segue è necessaria una precisazione.
Come vi ho detto il nipote di Cesare Gamba vide la villa da bambino, ovviamente non rammenta tutti i dettagli e di questo atrio non ha un ricordo preciso.
La foto, tuttavia, era insieme a molte altre relative all’edificio di Montesano e la conformazione del portico e il profilo delle colonne fanno pensare che si tratti proprio di quella splendida villa.

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E poi.
Una porta si apre.
Il tempo torna indietro, il passato diviene presente.
Tappeti e poltrone, un orologio in bella mostra sul caminetto, la specchiera, le lampade e i ritratti appesi al muro.
E lo studio, lo studio dell’ingegner Cesare Gamba.
E sapete?
Vorrei entrare in punta di piedi in quelle stanze, aprire le ante di quelle librerie e sfogliare i preziosi volumi appartenuti all’ingegner Gamba.
E mi piacerebbe sedermi lì, insieme a lui, a farmi raccontare le storie di quella Genova che io non ho veduto e che lui ha saputo cambiare.
Nella sua casa, nella sua villa di Montesano.

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E d’altra parte anche a questo serve la fantasia, ad immaginare i giorni che non hai vissuto, a volte è più semplice, a volte sembra quasi vero.
Ieri diventa oggi.
E tu sei lì, proprio su quella soglia.
E senti una musica diversa, è il suono di un’altra epoca.
A volte sì, è così.
E all’improvviso ti trovi a casa di Cesare Gamba.
Cinque fotografie, cinque grandi emozioni, grazie di cuore a chi mi ha fatto questo graditissimo dono.

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