Le nostre care balie

Le nostre care balie, generose ragazze prodighe di gocce di vita.
Fanciulle semplici, vigorose e sane.
Cuori grandi e puliti, le nostre care balie che allevarono gracili creature e fragili bimbetti amati come figli.
Le nostre care balie dalle braccia affettuose e forti, dai petti colmi di amore e di calore materno, floride ragazze venute dalla campagna e a loro volta madri.
E figlie, sorelle, donne.
Giovani, generose, altruiste, con questa purezza negli occhi.
Una trama di pizzo, un nastro vezzoso sul capo, gli orecchini a cerchio.

Le nostre care balie, orgogliose e fiere, modeste, silenziose e gentili.
Affabili, pazienti e amorevoli.
Indelebili come le loro carezze, le ninna nanne e gli abbracci.
Le nostre care balie, ritratte con quei bambini per i quali esse rappresentarono vita e salute, prosperità e gioia.
Le nostre care balie dai nomi semplici e mai dimenticati.

Le nostre care balie che videro quei neonati diventare adulti e forti.
Fanciulle che seppero compiere meravigliosi miracoli forse senza neppure saperlo, cullando quei bimbi tra le braccia e tenendoli vicini al cuore.
Loro che restarono sempre nella memoria di molti, ricordate per sempre come le nostre care balie.

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Gente di Via XX Settembre

E accade, a volte, di passare in certe strade e di ripensare a chi le ha percorse prima di te.
Camminando in Via XX Settembre, sotto i nostri amati portici che ci riparano dalla pioggia e dal sole, mi sono venuti in mente certi antichi genovesi che ci hanno preceduti.
Indietro, indietro nel tempo, in Via XX Settembre è tutto un andirivieni di uomini di affari e di gente di città, qualcuno si sofferma a guardare i manifesti, altri vanno di fretta e si mescolano al turbinio della folla.

A passo svelto in mezzo alla strada praticamente sgombra, sullo sfondo si scorgono due tram.
Ed è un tempo lontano e diverso dal nostro.

E poi, ancora in altri anni, ci ritrova di nuovo sotto i portici.
In questo gioco di luci e ombre si scorge un’elegante signora con tailleur e cappello, un uomo tiene una mano in tasca, un altro cammina assorto con le braccia dietro la schiena.
E poi c’è lui, con il bastone da passeggio e la bombetta, volge gli occhi verso l’alto, qualcosa lo incuriosisce!

Gente di Genova, gente di Via XX Settembre.
Operai, avvocati, lattonieri, notai, balie e farmacisti, dottori e portinai, carrettieri e nobildonne, tutti quelli che hanno abitato nella Superba prima o poi hanno attraversato Via XX Settembre.
Da un lato all’altro della strada, guardandosi attorno.

Nel tempo che non è non è nostro eppure, a volte, non sembra neanche tanto diverso.

E camminiamo nella grandiosa strada del centro di Genova: tra la gente che la attraversò di certo ci fu anche Cesare Gamba, l’eclettico architetto ed ingegnere che la progettò, a lui si deve la realizzazione di Via XX Settembre.
E così a volte, mentre cammino in centro mi viene in mente questo affascinante genovese e penso che mi sarebbe piaciuto fare una passeggiata straordinaria in sua compagnia.

Nella strada bella e grande della Superba, tra la gente di Via XX Settembre.

L’uomo che faceva partire i treni

L’uomo che faceva partire i treni è per me in qualche modo una figura leggendaria, una di quelle persone che sarebbe stato interessante conoscere.
E sedersi lì, da qualche parte davanti al mare.
E starlo ad ascoltare, mentre ti racconta di viaggi, binari, partenze e ritorni, di mete mancate e di marsine abbottonate, di bagagli ingombranti e di bambini vestiti alla marinaretta.
In un tempo di emozionanti novità, sulla Riviera.
A Sestri Levante, nel 1870.
E ho scoperto tra l’altro che la stazione di quella località aprì proprio in quell’anno e forse, chissà, lui fu davvero il primo a svolgere quel lavoro a Sestri Levante.
Vi immaginate? Capostazione nel glorioso anno 1870.
Io credo che sia diverso il sapore di un’esperienza se questa non è scontata, già vissuta da altri e se nessuno te la può raccontare.
E c’è un mondo nuovo al quale guardare, quel mondo è il tuo e viaggia ad una diversa velocità.
E tu sei colui che si occupa della stazione, là arrivano i viaggiatori di quel nuovo tempo, forse alcuni sono stranieri che giungono a Sestri Levante per respirare aria di mare e per godere del clima della riviera.
E ci sono eleganti gentiluomini, signorine che tengono i loro corredi di abiti fruscianti in pesanti bauli, signori armati di lussuosi bastoni da passeggio.
E il treno è fragore, rumore, frastuono, emozione, vento che fischia, velocità, vita.
La strada scorre davanti agli occhi e cambia in fretta il panorama, sai la sensazione?
Riesci a immaginare la bellezza di un viaggio che nessuno ha mai compiuto prima di te?
È difficile per noi immedesimarci in quei viaggiatori di un altro secolo, figurarsi se riusciamo a comprendere e ad immaginare le sensazioni di colui che aveva questo compito di ferale importanza.
E oltre a questo avrà avuto un amore, una famiglia alla quale provvedere e una casa alla quale tornare.
In quel tempo di molti cambiamenti e diverse innovazioni, lui fu parte di quel mondo che piano piano mutava.
Sono passati molti anni da allora, per gli imperscrutabili sentieri del destino mi è capitato di entrare in possesso del ritratto di questa persona.
Dedico a lui questa fragile memoria, ricordo così tutti coloro che hanno vissuto momenti di grandi cambiamenti.
Protagonisti di un’epoca in continua evoluzione, senza saperlo.
Coraggiosi eroi del quotidiano e di un tempo che non sappiamo comprendere del tutto perché non lo abbiamo vissuto.
Con la stessa fierezza di lui che fu capostazione a Sestri Levante nel 1870.

Ragazze degli anni ’20

Era il tempo del jazz, delle musiche suadenti e della vivacità del Charleston, a New York in quel 1924 venne eseguita per la prima volta la Rapsodia in blu di Gershwin.
Erano gli anni del cinema muto e le ingenue fanciulle sospiravano sedotte dal fascino tenebroso di Rodolfo Valentino, il divo morirà appena trentunenne nel 1926.
Era il tempo del cinema muto e le attrici erano sensuali e conturbanti, a Hollywood brillava la stella di Clara Bow e fulgida iniziava a risplendere la diva Greta Garbo.
Erano gli anni di Buster Keaton e di Stanlio ed Ollio, nel 1925 fu proiettato per la prima volta il film La febbre dell’oro interpretato dal geniale Charlie Chaplin.
E ancora, nel 1924 Edward Morgan Foster pubblicò il romanzo Passaggio in India, l’anno successivo Francis Scott Fitzgerald diede alle stampe Il grande Gatsby e uscì anche Uno, nessuno e centomila del nostro Luigi Pirandello.
In quegli anni ‘20 andavano di moda i tagli a caschetto e le ragazze portavano la frangetta corta, io ho alcune foto di mia nonna con certe sue amiche e sono pettinate esattamente così.
E poi l’altro giorno nella vetrina di un negozietto vintage il mio sguardo ha trovato loro: quattro ragazzine di quegli anni distanti.
Forse sorelle, amiche o cugine, quattro fanciulle ancora da sbocciare.
Vestite di scuro, due di loro portano quel caschetto e quella frangetta, proprio come andava di moda a quell’epoca.
Sorridono e i loro visi hanno fisionomie che ora mi pare di non vedere più, sono ben diverse le ragazze di adesso e certo non sognano Rodolfo Valentino.
Loro quattro appartengono a un tempo distante che forse per noi a volte è difficile decifrare, aveva un altro ritmo e una musica diversa.
E la vita era ancora tutta da immaginare, era un sogno ancora da vivere per queste ragazze del 1924.

 

Una cartolina da Ponte Pila

Camminando, nel tempo e con l’immaginazione, sul Ponte Pila.
E forse sarete un po’ spaesati perché ai giorni nostri tutto è cambiato, in altri anni  quel ponte sovrastava il Bisagno e collegava la zona di Piazza Verdi e dell’attuale Piazza della Vittoria a Corso Buenos Aires.
Tic tac, tic tac, mettiamo indietro le lancette della macchina del tempo.
E che clangore, quanto frastuono in questa zona della città così moderna e piena di movimento, si vive l’urgenza di essere parte integrante dell’epoca delle innovazioni, protagonisti della città che cambia.
E si cammina verso la Foce, certe madri di famiglia si stringono nel soprabito scuro, un uomo porta sulle spalle un pesante fardello, dietro di lui in lontananza si distingue il profilo inconfondibile del Ponte Monumentale.

Gente che va, gente che viene.
Dall’altro lato del ponte, infatti, ecco una piccola folla di trafelati genovesi, ognuno ha la propria meta da raggiungere.
Queste persone hanno memorie diverse dalle nostre, hanno impressi negli occhi luoghi che noi non abbiamo mai conosciuto.
Un tale ricorda quando qui c’erano i cantieri e si favoleggiava su questa Genova Nuova che stava sorgendo, un altro va raccontando ai nipoti di quanto era bello il negozio di famiglia, quella bottega di chincaglierie dagli arredi scuri si trovava nella Via Giulia che venne demolita per lasciar posto alla Via XX Settembre che si estende gloriosa con la sua scenografica prospettiva.
Tra questa piccola folla incede aggraziata una signora davvero à la page: è colei che indossa l’abito a righe, osservando poi le foto dell’epoca si scoprirà che quei tessuti allora erano di gran moda.
Cigola il carretto trascinato con caparbia da un giovane uomo, la costruzione in legno che si staglia sullo sfondo è invece adibita a sala d’attesa per coloro che aspettano il tram.

Ed eccolo il mezzo più in voga, la vettura sferraglia gagliarda a centro strada, in direzione Foce.
Che bella invenzione la modernità, ti permette di andare da una parte all’altra della città con questa velocità, chi mai se lo sarebbe immaginato?

Ancora, ecco un’altra curiosa costruzione, ospitava un tempo un certo Bar Ciclistico certo molto apprezzato dagli affezionati clienti.
E qui ringrazio l’amico Stefano Finauri per avermi svelato cosa fosse questa strana struttura, da vero specialista in questi viaggi nel tempo lui conosce bene molti particolari sconosciuti ai più.
Tic tac, tic tac.
Osservate con attenzione i lampioni, forse vi sembrerà di averli già veduti.

Ed è proprio così, infatti quei lampioni e quelle ringhiere che un tempo erano su questo ponte sul Bisagno si trovano ora sul Ponte Giulio Monteverde, in questo post ne troverete le immagini e potrete leggere anche altre notizie sul Ponte Pila.
Si cammina, con la testa immersa nei propri pensieri e nelle proprie preoccupazioni.
Ognuno di noi ha la propria strada nel mondo, se questa donna potesse raccontare il suo quotidiano forse ci mostrerebbe una città della quale nulla sappiamo.

Cammina, come tutti gli altri, inconsapevole attrice di un prezioso frammento di un’epoca lontana, con i suoi affascinanti misteri.
In quel tempo perduto, nel tempo in cui si attraversava ancora il Ponte Pila.

L’uovo di Colombo

Ecco lì, l’uovo di Colombo!
Tutti noi conosciamo questa espressione che contempla la possibilità di trovare una soluzione rapida e in qualche modo inaspettata, questo modo di dire si riferisce ad un particolare aneddoto sul più illustre navigatore genovese.
Dunque, la leggenda narra che il nostro Cristoforo Colombo ebbe un diverbio con certe persone che cercavano di ridimensionare la grandezza della sua impresa: del resto, dicevano, chiunque avrebbe potuto portare a termine quel compito e scoprire così quelle terre sconosciute.
Colombo allora gettò il guanto di sfida ai suoi rivali proponendo un’impresa altrettanto insolita: c’era qualcuno in grado di far star dritto un uovo su un tavolo?
Prova e riprova, nessuno ci riuscì e infine il geniale Cristoforo prese un uovo, lo ammaccò leggermente sul fondo e lo pose sul tavolo: ecco qui l’uovo di Colombo, la soluzione di uno che non si limitava alle parole ma faceva anche i fatti.
Dopo questa dovuta premessa compiamo adesso un viaggio a ritroso nel tempo perché all’Uovo di Colombo è legata anche un’altra peculiare curiosità tutta genovese.
Andiamo al glorioso 1892, a Genova in quell’anno si celebrò il quarto centenario della scoperta dell’America e per onorare Colombo, illustre figlio della Superba, venne allestita una grandiosa manifestazione.

L’Esposizione Italo-Americana fu inaugurata nel luglio del 1892 e chiuse i battenti nel mese di dicembre dello stesso anno.
Venne allestita nella vasta area della Spianata del Bisagno e cioè in quella zona che oggi è occupata dalle attuali Piazza della Vittoria e Piazza Verdi.
Fu un evento fantastico, non basterebbero giorni e giorni per narrare tutte le attrazioni proposte a genovesi e turisti.
Le cronache dell’Esposizione del IV Centenario Colombiano pubblicate dal Comune di Genova sono raccolte in un volume di oltre 400 pagine, io ho la fortuna di avere questo bel libro dal quale ho tratto le prime due illustrazioni di questo articolo.
Ci furono gare velocipedistiche e concorsi di bande militari, la lotteria e il tiro a segno, spettacoli e tornei sportivi, balli, sfilate in costume, ricevimenti e feste, concerti e mostre d’arte, l’Acquario Marino, le fontane luminose, le montagne russe e molto altro ancora.
Vennero in visita persino i reali e nei padiglioni si celebrò la gloria di Colombo con l’entusiasmo per le innovazioni.
E chiaramente non mancavano i ristoranti e i ritrovi per rinfrancarsi con la buona cucina, tra questi anche il locale del brillante e intraprendente signor Quarone, fiero proprietario dell’Uovo di Colombo.

Il gigantesco uovo era alto 26 metri ed era illuminato all’interno con delle apposite aperture ovali, come dicevo fu adibito appunto a Caffè Ristorante.
Il locale si articolava su tre piani e come potete bene immaginare attirò l’interesse di molti curiosi, era decisamente una peculiare particolarità, vi si gustava tra l’altro del buon vino.
E dovete sapere che in realtà le strutture dell’Esposizione Italo-Americana erano provvisorie e costruite in legno.
Purtroppo nel giorno dell’Epifania del 1893 un terribile incendio, a quanto pare doloso, mandò tutto in cenere ma questa è un’altra storia che un giorno vi racconterò.
Così finì anche l’originale ristorante del Signor Quarone e statene certi, i vostri bisnonni certamente avranno conservato memoria di quel luogo sensazionale allestito proprio per l’Esposizione Italo- Americana.
E del resto non può che essere stato così: d’altra parte quello era l’Uovo di Colombo.


Illustrazione tratta da Ricordo del IV Centenario Colombiano
Tipografia della Gioventù 1892 – Copia di mia proprietà

Una cartolina per Maria

E appare qui, molti anni dopo, una cartolina per Maria.
Fu spedita diverso tempo fa e a scriverla, davvero con il cuore in mano, è un innamorato che si firma G. Batista.
Già il cartoncino in sé è piuttosto romantico e persino sdolcinato, tra fiori e parole d’amore, io mi sono anche permessa di posarlo su uno dei miei rampicanti, mi pareva il posto giusto.
E poi, le parole di lui: ecco la vera ragione per cui ho acquistato questa cartolina.
Che succedeva tra quei due?
Io questa Maria me la sono immaginata giovane e sognatrice, con gli occhi scuri come carboni, la pelle diafana, labbra di ciliegia.
Una ragazza semplice, dolce e sincera, intelligente e vivace, una fanciulla delle molti doti.
E lui?
Eh, chissà!
Innamorato pazzo, si direbbe.
Un che se avesse conosciuto una certa canzone sarebbe andato sotto le finestre di lei a cantare: apro gli occhi e ti penso e ho in mente te.
Visse un po’ di anni prima e a suo modo anche lui era capace di arzigogolare con le parole, la sua bella dichiarazione d’amore ha così suscitato la mia attenzione.
La trascrivo qui, con la speranza che i due innamorati abbiano vissuto per sempre insieme felici e contenti, proprio come nelle fiabe.

Maria, la bontà dell’anima tua supera la vastità dei mari, la dolcezza del tuo amore contrasta lo spazio all’infinito ma il mio amore per te è più profondo del mare e più vasto dell’universo.
Tuo per la vita innamorato G. Batista

Il tempo dell’uva

Ed era il tempo dell’uva, in un luogo a me sconosciuto.
E ancora c’era il sole caldo ed era il tempo della pelle ambrata e delle maniche arrotolate, luccica una piccola croce appesa al braccialetto, unico vezzo in un certo modo rigoroso.
E poi i pampini generosi, il pizzo sulle spalle, i capelli raccolti da un nastro oppure in un comodo fazzoletto, il sorriso della serenità.
Gli acini tondi e grandi e le labbra che si saziano di questa dolcezza di stagione.

Ed era il tempo dell’uva e dalle mani pendevano grappoli succosi, era un momento di autentica convivialità, amicizia e gioia condivisa.

Ed era il tempo bello dell’infanzia semplice, dei giochi e delle memorie straordinarie.
Restano nel cuore quei momenti lì.
E tu ricorderai la tua adorata mamma, le tue care zie e quel tempo lontano e perduto.
Portavi la giacchetta a righe e stavi là, vicino a tuo fratello.

Ed era un tempo dolce e armonioso tante volte ricordato e rimpianto.
Era un giorno distante, era il tempo dell’uva.

Il primo giorno di scuola

E arriva così l’emozione intensa del primo giorno di scuola.
La cartella e il quaderno, le matite colorate e una penna per imparare a scrivere le lettere dell’alfabeto e i numeri, la curiosità di diventare grandi.
Un cappellino in testa, un nastrino che cade sul petto, un sorriso fiducioso e un vestitino a quadretti.
Nel lontano 1930, è trascorso tanto tempo da allora.

Il luogo nel quale è stata scattata questa fotografia è anche in parte cambiato.
Una curva vertiginosa e una salita, questo è un tratto di Corso Monte Grappa ed è stato riconosciuto dal mio amico Giancarlo Moreschi che qui ringrazio per il suo aiuto.
Con gli anni in questa strada sono sorti nuovi edifici ma il tempo è un mistero bellissimo, in qualche maniera tutto resta, in qualche modo i luoghi conservano la memoria di ciò che è stato.

Corso Monte Grappa (2)

E così, osservando meglio, si può scorgere una bimbetta, tutti la chiamano Pucci.
Compita, ordinata, obbediente e dolcissima.
Tiene i piedini uniti, ha calze e scarpette chiare, dello stesso colore sono i polsini e il colletto del suo abito.
È giudiziosa, intelligente e gioiosa.
Ha un quaderno nella cartella, castelli in aria e sogni, sogni ad occhi aperti a non finire.
E ha tutta la vita davanti, ancora.
E giorni da ricordare, i giorni delle scuole elementari.

La disavventura di Gio Batta

Questa è la disavventura di Gio Batta che se ne venne a Genova da Masone.
Accadde nel mese di settembre del lontano 1914 e provate a immaginare il nostro Gio Batta: lui doveva essere un uomo laborioso e instancabile, onesto e genuino, uno che a Masone probabilmente c’era nato e secondo me amava pure rimanerci.
Sapete, alcuni non son fatti per il frastuono e il trambusto della città, taluni amano il silenzio dei boschi e la quiete dei prati ed io ci giurerei, il nostro Gio Batta era uno di questi.
Inoltre da buon contadino egli conosceva certi segreti che mai avrebbe svelato ad orecchie indiscrete, ad esempio sapeva bene dove raccogliere i funghi.
E così, in un bel giorno di settembre, il nostro se ne arrivò a Genova di buon mattino con la sua cesta colma di profumati funghi da vendere.

E con sua grande soddisfazione Gio Batta riuscì nell’impresa, la vendita dei funghi gli fruttò un bel gruzzoletto.
In cuor suo davvero non vedeva l’ora di tornarsene nella sua Masone ma purtroppo la stanchezza del viaggio lo tradì!
Gio Batta pensò così di riposarsi un po’ prima di tornare al suo paesello e si appisolò nei giardini che all’epoca c’erano a Caricamento.
Eh, poverino, la notizia finì persino sul giornale ed è pubblicata su Il Lavoro del 16 Settembre del 1914.
E il giornalista scrive, con un certo rammarico, che il povero Gio Batta si addormentò proprio là a Caricamento e uno sconosciuto gli sottrasse il portafoglio dove erano riposte ben 55 Lire.
Immaginate l’amarezza di Gio Batta al suo risveglio!
E così finì la brutta disavventura di Gio Batta che se ne tornò sconsolato al suo paese senza i funghi e senza i soldi, lui che era arrivato in città e, come scrive il cronista, credeva che Genova fosse come Masone dove si dice che siano tutti galantuomini.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo