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Archive for the ‘Camminando nel passato’ Category

Svelti, salite a bordo della macchina del tempo, vi porto con me: ci attendono altri giorni per noi ricchi di fascino nella bella ed elegante Via Roma.
Centralissima strada dalle vetrine scintillanti, perfetta per il passeggio e per lo shopping, Via Roma è una via molto importante di questa città e tutti noi genovesi la attraversiamo spesso.
E a volte andiamo di fretta, distratti dai nostri pensieri: il lavoro, l’appuntamento al quale non si può mancare, la solita convulsa quotidianità.
Sotto alla lampione a muro della pubblica illuminazione c’è una buca della lettere, grazie al cielo, ho giusto della corrispondenza da spedire!

Il tempo scorre scandito dai discorsi dei passanti, ci sono uomini d’affari che parlano fitto fitto tra di loro, ognuno è preso dalle proprie incombenze.
Laggiù, una tenda in fuori e una scritta: panetteria.
E sì, è proprio il punto dove si trova lo storico negozio di Bruciamonti che ancora vende le sue delizie ai genovesi.

Certo, passando in centro forse potrebbe venire il desiderio di rincuorarsi con qualcosa di caldo o con un dolce intermezzo che tiri su il cuore.
Il Caffè Andrea Doria potrebbe proprio fare al caso nostro!

E mentre camminiamo potremmo persino trovarci accanto qualcuno che impegna la strada con passo più deciso.

E a dire il vero, potreste vedermi attraversare Via Roma con aria svagata e persino sognante, ogni volta che viaggio nel passato della Superba provo sempre un senso di stupore e di meraviglia, vorrei girare l’angolo e vedere cosa c’è la dietro e poi ancora continuare a camminare per la città.
Laggiù si nota persino una porticina e sull’insegna si legge solamente la parola Toilettes, ho pensato che potrebbe riferirsi a capi di alta moda per signore e signorine ma non è una certezza, peccato non saperne di più!

Poi il tempo scorre, tutto cambia e tutto svanisce: il Caffè Andrea Doria, la buca delle lettere, il giovanotto in uniforme, la ragazza con l’abito chiaro e i signori con il cappello.

E poi il pensiero ritorna a certe immagini e allora, a volte, solo con la fantasia e con la tua l’immaginazione ti sembra di vedere tutto questo.
Come se davvero fossi là, con quelle persone, nel passato di Via Roma.

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Amore, parole dolci e romantiche.
Forse, in quell’altro tempo che noi non abbiamo vissuto, giovani mani esitanti avranno scelto proprio questa cartolina da inviare all’amato bene.
Per il 14 Febbraio, giorno degli innamorati.
Un solo cartoncino che racchiude già tutto ciò che si vorrebbe dire, non servono neppure le parole: ci sono la tenerezza e la passione, l’affetto, la dolcezza e la galanteria.
In quattro lettere e nelle figurine armoniose che le adornano.
Una cartolina da conservare tra le pagine di un libro come ricordo di un istante dolcissimo fatto di baci e di parole sussurrate.
Per quel giorno speciale, il giorno di San Valentino.

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Carnevale, tempo di maschere e di divertimento per i più piccini.
Un gioco, una magia che ti fa diventare qualcuno che non sei e la fantasia vola: puoi essere una damina oppure Pulcinella, Colombina oppure un paesano, un nobile o chiunque tu voglia.
E ogni anno a Carnevale, da che mondo è mondo, da qualche parte c’è un piccolo Arlecchino.
Espressione sveglia, un cappello con nastri e fiocchetti, la testolina con i ricci, gli occhi grandi e scuri.

Un piccolo Arlecchino che indossa un costume speciale, secondo me.
Infatti mi sembra che l’abito sia un gran lavoro di cucito, lo avrà fatto la sua mamma mettendo insieme tutti i pezzi di stoffa avanzati?
E sono scampoli di tutti i colori: rosso, giallo, verde e blu, sono stoffe a fiori e a quadretti, a righe e a pois, tante variopinte fantasie per il piccolo Arlecchino.
E sì, anche in questo caso si tratta di una piccola peste, ne sono sicura, in una manina stringe un biscotto e mi sono chiesta se fosse una piccola ricompensa per il tempo trascorso a fare questa fotografia.

La carte de visite è un po’ malconcia, sono passati tanti anni e qualcuno l’ha conservata come meglio poteva, tenendola da conto in un cassetto come memoria di un tempo felice.
Venne scattata presso Fotografia Pisana, lo studio del fotografo Vittorio Frediani a Sampierdarena e chissà quanti bimbi mascherati avranno posato per lui.
In piedi sulla sedia, con i sandaletti e i piedini uniti, nel tempo di Carnevale, un piccolo Arlecchino di Genova.

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Fu annunciato con grande entusiasmo e fu davvero un successo, il Corso Mascherato di Nervi attirò un folto pubblico di genovesi, nella bella località del Levante in quel 1911 si festeggiò il Carnevale in grande stile.
Lo racconta con la consueta dovizia di particolari un cronista del quotidiano Il Lavoro e allora andiamo là, nella cornice della bella Nervi, all’inizio di un altro secolo.
Una gioiosa e ininterrotta battaglia di stelle filanti, mazzolini di fiori e coriandoli rallegra il Viale delle Palme mentre sfilano le vetture infiorate.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Su una di queste vetture ricevono molti complimenti due belle signorine di lilla abbigliate, il loro costume è quello di un fiore, su un altro mezzo bardato con lampioncini e parasoli fanno una gran figura alcune fanciulle mascherate da giapponesine.
E in questa circostanza festosa ad aggiudicarsi il primo ambitissimo premio è il carro denominato L’entrata del Pagliaccio, la protagonista è una signorina vestita da pagliaccio che suona festosamente la grancassa, ad accompagnarla Pierrot, Colombina e un mansueto asinello.
Il secondo premio lo vinse invece un tale vestito da antico romano che fieramente guidava un biga a quattro cavalli e immagino che costui, negli anni a venire, abbia narrato ai suoi parenti con una punta d’orgoglio di quel suo piccolo personale trionfo al Carnevale del 1911.

Ebbe discreto successo anche il terzo vincitore, quel carro aveva intenti satirici e vi erano rappresentate le varie mansioni del personale d’albergo e in effetti tutti pensarono che fosse particolarmente azzeccato per quella località vacanziera.
E infine furono premiate anche quattro bionde inglesine che avevano sfilato lanciandosi fiori e freschi boccioli a bordo di carrozza coperta da un parasole formato da fiori.
La bella festa organizzata dalla Società Pro Nervi durò un intero pomeriggio e si concluse a Capolungo, la giuria venne invitata a un brindisi nella villa di un pregiato artista straniero che a lungo soggiornò a Nervi.
E si alzarono i calici per celebrare una gioiosa festa di Carnevale, nella dolcezza della nostra Nervi nel lontano 1911.

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La gioia di mamma era un piccoletto vivace e turbolento, aveva proprio l’argento vivo addosso.
E sì, basta guardarlo: il biondino doveva essere un tipo sveglio, chissà quante ne ha combinate con quell’espressione furbetta!
Un piccolo terremoto, la mamma doveva sempre corrergli dietro perché lui non stava mai fermo.
Eccolo lì sulla sedia.
La manina posata sul bracciolo, quel completo che immagino di celeste chiaro, i fiocchetti sul petto, i bottoncini tondi, i polsini e il colletto di pizzo.
E il cappellino sulla testa, certo!
Che dolcezza, la piccola peste era un bambino bellissimo.

E la sua mamma sembra piuttosto giovane e volitiva.
Ci sarà riuscita a non viziarlo quel tipetto lì?

La gioia di mamma, la gioia di tutta la famiglia e anche della nonna.
Quanto affetto e quante coccole, le attenzioni erano tutte per lui.

E quel piedino alzato in quella maniera?
Sarà una richiesta del fotografo? Non saprei dirvelo, io leggo in quella postura tutta l’impazienza dell’infanzia.
E dai, e quando finisce questa faccenda di fare la fotografia, voglio andare a giocare!
Ecco, semplicemente così.

La gioia di mamma amava la neve, le corse sui prati, le fiabe della buonanotte, forse aveva una palla, un cavallino di legno e un cerchio con il quale giocare.
Io non colleziono fotografie, più che altro trovo delle emozioni e le conservo.
Queste immagini sono state scattate da un fotografo di Zagabria, c’è una tenerezza immensa in questi ritratti.

Sorride allegro questo bimbetto, il suo sguardo è rivolto verso un luminoso futuro.
Era la gioia della sua mamma e spero che entrambi abbiano avuto in sorte davvero tanta gioia.

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Nel mese di Carnevale i bambini avranno tante occasioni per divertirsi, questo accadeva anche negli anni passati: sfilate, feste in maschera, giochi.
A Genova c’era l’usanza di organizzare un gran ballo per i più piccini al Teatro Carlo Felice, la maschere più belle si aggiudicavano gli ambiti premi: bambole, lanterne magiche, dolciumi e altro ancora.
E così sfogliando i giornali degli inizi del ‘900 si trova il racconto di quelle occasioni festose e c’è l’elenco delle maschere indossate dai bambini.
Ed ecco entrare lo gnomo e l’amazzone, la regina delle fate, lo stregone, il paggio, il contadino e il marchese, la piccola fioraia e la nobildonna genovese, la paesana e il torero.
Un giorno, a quel ballo partecipò anche una certa bambina: portava una gonna lunga, un grembiule orlato di pizzi, uno scialle annodato sul petto e indossava una parrucca di riccioli biondi.
Sotto al braccio teneva un cesto ricolmo di tante bontà e nell’altra mano reggeva canestrelli e reste, le celebri collane di nocciole: quella bambina era vestita da venditrice di noccioline e dolci e si aggiudicò il primo premio.
Quella bambina era la sorella di mia nonna paterna e possiedo la foto che la ritrae con quella maschera però la zia aveva il suo caratterino e so che non le farebbe piacere che pubblicassi la sua fotografia e quindi la terrò per me.
Nel tempo di Carnevale c’era anche quest’altra bimba, di lei non so nulla e non conosco il suo nome, mi sembra proprio che sia vestita da piccola olandesina.

E osservando questa immagine del passato mi sono chiesta se lei sia mai stata sul quel palco, al ballo dei bambini al Carlo Felice.
E chissà, avrà per caso conosciuto la zia?
E forse le due si sono trovate vicine, magari hanno riso insieme e chiacchierato.
Tu hai lo scialle, io ho il fiocco grande e colorato.
E ho un anellino al dito e la collanina che luccica, quella è importante.

Ed è un ricordo che resta: quando poi diventerai grande ti rammenterai di essere stata Colombina, uno dama del ‘700, una venditrice di canestrelli o forse una piccola olandesina.
Con lo sguardo dubbioso, rivolto al tempo che ancora deve venire.
In un altro tempo della tua vita, nel tempo di Carnevale.

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Con i bagagli alla Stazione Principe: in partenza o in arrivo, i viaggiatori del passato dovevano armarsi di pazienza e attendere il tempo necessario per raggiungere la propria meta.
Un saluto, l’aspettativa del viaggio, quella sorta di sensazione che coglie prima di ogni nuovo inizio, attesa e anche speranzoso ottimismo.
Ci si accomoda nel vagone e magari ci si mette accanto al finestrino e si osserva il panorama che scorre davanti agli occhi.
Sarà stato così anche nel passato: a Genova, alla Stazione Principe.

E allora andiamo là, tra i genovesi di un altro tempo, nel lontano 1915.
Ed è inverno, si indossano cappelli e cappotti caldi, bisogna pur difendersi dai rigori di stagione.
A quale binario sarà il nostro treno?
Noi viaggiatori del passato non possiamo certo ricorrere alla tecnologia per restare aggiornati, alcuni però tengono nel portafoglio un prezioso cartoncino con tutte le informazioni necessarie.
E voilà, eccolo, contiene l’orario invernale del 1915 e armati di questa cosa di poco conto possiamo immaginare di partire per molte diverse località, certamente troveremo un treno che ci porterà a destinazione.

Sul fondo di questo cartoncino ci sono gli auguri dei Guardiasala della Stazione, forse doveva essere una sorta di gadget natalizio e di certo sarà stato utile a molti viaggiatori.
Con la mia speciale macchina del tempo vi ho portato là, alla Stazione Principe, in un’altra epoca.
Potete consultare arrivi e partenze, qualunque sia la vostra scelta prestate attenzione, come si legge sull’orario tascabile alcuni treni non fermano a Ronco.
Cose che accadevano in un tempo lontano, nel 1915.

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Lei sta lì seduta, sembra una piccina obbediente e docile, in realtà chissà se lo era davvero o se magari aveva un carattere turbolento.
Ha il visino dolce, lo sguardo intelligente, è bella come una bambolina.
Figlia unica? Io non credo, nella sua epoca erano comuni le famiglie numerose e forse lei fu semplicemente la prima di molti fratelli.
Io immagino che sia stata una bimba molto amata e vezzeggiata e forse avrà avuto uno di quei nomi romantici così in voga nel passato.
Si chiamava Isolina, Matilde o magari Clementina?
Io non so davvero nulla di lei ma per me il suo nome è Angioletta.
E cosa possiamo provare a immaginare su di lei?
Le piacevano i biscotti, amava mettere il ditino nello zucchero e tutte le volte che le facevano i boccoli lei si annoiava ed era impaziente di alzarsi dalla sedia.
Capelli neri, frangetta, occhi grandi e scuri.

I bottoni decorati, le applicazioni con i fiori e la sua mano così piccina.
La bimba con i capelli color dell’ebano sarà poi diventata una giovane donna affascinante e al suo anulare affusolato avrà portato la vera nuziale simbolo delle promesse di amore eterno.
E a sua volta anche lei sarà divenuta madre e forse avrà avuto una bimba così dolce e tenera.

Non è poi tanto semplice indovinare le vite degli altri, ho incontrato lo sguardo di lei al di là del tempo, oltre gli anni che ci separano: è rimasto su una fotografia di Giulio Rossi ed ho trovato in quegli occhi tutta la vivacità dell’infanzia, tutti quei sogni di fantasia.
Ed è lo sguardo di una bimbetta della quale non possiamo conoscere il destino, possiamo solo avere la speranza che il suo bel viso sia stato rischiarato da molti gioiosi sorrisi.

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Accade, a volte, di scoprire per caso realtà delle quali nulla conoscevo, succede aprendo certi vecchi volumi che svelano un mondo distante dal nostro, a volte provo anche un certo sollievo nel constatare che in certi settori abbiamo fatto dei passi avanti.
Genova, 1875.
Quanti bambini sono senza famiglia?
E quanti di loro magari ne hanno una e tuttavia finiscono sulla strada sbagliata oppure rimangono senza futuro?
Trascurati, lasciati a loro stessi, senza cure e senza le attenzioni che tutti i ragazzini dovrebbero ricevere ed eccole qui queste piccole pesti, sono abbastanza riconoscibili, vero?
Loro hanno un lampo vivace nello sguardo, corrono veloci come il vento, hanno i capelli arruffati e portano scarpe vecchie e scalcagnate.
Che risata amara la loro, rumorosa ma sempre spontanea.
Si chiamano Checchin, Bernardo, Bartolomeo o Pietro, sono figli di Genova come noi.
E in questo anno 1875 c’è un’istituzione preposta a prendersi cura di questi fanciulli, ne ho letto sulla Guida Commerciale Descrittiva di Genova di Edoardo Michele Chiozza del 1874 e 1875.
Su questo volume si parla appunto di un’ istituzione nata per iniziativa delle autorità, la sua sede era in certi locali del Municipio alla Foce.

Qui era collocato il Riformatorio pei giovani discoli e appare evidente che c’è una sorta di ingannevole poesia in questa denominazione.
Il temine discolo ci fa immaginare una spensierata leggerezza, innocenti disobbedienze, regole infrante per gioco e divertimento, gioia di vivere e felicità.
In realtà, io credo, il termine andrebbe interpretato cercando di scorgere il suo significato cupo e il senso di solitudine che doveva essere legato a quella esperienza.
Questo riformatorio era curato dalla Compagnia di Misericordia, venivano dati dei contribuiti del governo per l’educazione e l’istruzione di questi ragazzini.
Che si poteva fare di loro? Come si poteva dare un senso alle loro vite?
Era necessario che imparassero un mestiere e al Riformatorio si insegnava loro a divenire operai di cantieri navali e mozzi.
Per imparare meglio le arti marinare i ragazzi potevano essere imbarcati sulle navi mercantili e lì avrebbero quindi appreso tutti i segreti della gente di mare.

È chiaro che in questo modo li si strappava a una vita magari senza indirizzo e senza speranza, era un’opportunità e forse alcuni di loro saranno stati persino felici di questo destino, altri invece avrebbero voluto poter scegliere in autonomia.
Quando leggo storie come queste mi sovvengono sempre certi pensieri, sempre gli stessi.
A queste vite forse mancarono certe dolcezze che nell’infanzia e nella giovinezza dovrebbero essere dovute a tutti: la carezza sulla fronte, il bacio della buonanotte, la mamma che ti racconta la favola prima di dormire, tuo papà che ti porta a pescare, un fratello maggiore con il quale litigare, una sorellina più piccola alla quale fare i dispetti.
E una scatola di matite colorate, una bicicletta, un giocattolo preferito, un pallone da lanciare in porta.
E tutto questo non c’era nel Riformatorio per giovani discoli della Foce e in posti simili a quello.
C’era comunque un orizzonte e c’era un futuro da conquistare.
C’era il vasto mare da solcare, compagno di giorni lunghissimi e di sere buie, un amico al quale confidare i propri sogni nascosti.
Spero che quelle onde abbiano ascoltato quei desideri e cullato certe notti insonni come l’abbraccio di qualcuno che ama davvero.

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La villa di Casella era immersa nel verde, la circondavano alberi rigogliosi e generosi di ombra.
E doveva essere il posto preferito dal patriarca: un luogo amato e molto caro, da sempre prescelto per le riunioni di famiglia.
Ricorrenze, compleanni e matrimoni, semplicemente la vita, momenti importanti durante i quali si costruiscono i ricordi e le memorie dolci che saranno a raccontate a coloro che verranno.
Lui, il nonno, si chiamava Ernesto, il suo nome è il solo scritto a tergo di questa fotografia.
Quanta vita attorno a lui: figli e nipoti ai quali lasciare preziosi insegnamenti.

E le ragazze, nella villa di Casella, tenevano tra le dita un fiore fragile oppure un grazioso ventaglio per farsi fresco in certe giornate estive.
E avevano sguardi sognanti e ingenui, erano bellezze semplici e per nulla artefatte.

Là, nel giardino della grande casa, c’erano panchine per godersi l’aria pura della campagna.
Quel giorno sul tavolo c’era un vassoio con una bottiglia di vino, una seconda bottiglia contenente forse acqua e un’alzata di vetro trasparente, così io mi sono chiesta dove siano finiti questi oggetti.
Il tempo posa il suo velo sulle cose e sulle esistenze, restano impresse sulla carta la disinvoltura della giovinezza, l’eleganza ed una certa fierezza.

Nella villa di Casella si arrivava con i mezzi dell’epoca.
E sapete, io sono certa che colui che guidava questo carro fosse in qualche modo parte della famiglia.
Li ha visti crescere tutti quei bambini e li ha veduti diventare grandi: lui c’era, lui c’è sempre stato.

E allora ci celebra questo instante con una lievità che è propria dei giorni felici.
Un sorriso, la bellezza di un momento gioioso e condiviso con le persone amate, in un luogo caro a tutti.

Non so dirvi nulla di questa grande casa, mi piacerebbe vederla e ritrovarla.
So soltanto che un tempo ci furono questi respiri, questi visi e questi sguardi, in un giorno da non dimenticare, nella villa di Casella.

Casella

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