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Archive for the ‘Camminando nel passato’ Category

Le bambine di Milano portano abiti deliziosi.
Le loro gonne hanno generose balze, fiocchi e nastri, i loro stivaletti hanno il tacco a rocchetto.
Le bambine di Milano hanno stile, non c’è che dire.

Certe portano invece un soprabito a righe con grandi bottoni tondi.
Parrebbe un capo semplice, forse lo sarà stato, però che raffinatezza quei polsini!

Loro sono bambine di un’altra città.
E appena le ho vedute mi è subito balzato alla mente un pensiero, il più logico, magari il più banale.
Lo avranno mai visto il mare?
Era tutto un po’ diverso, quando loro erano bambine.
E forse un giorno hanno fatto un lungo viaggio proprio per vedere il mare o forse no, ne hanno soltanto sentito parlare e ci hanno fantasticato sopra.
Sarebbe bello conoscere i nomi di queste bambine di Milano.
Una di loro è seria e compita, forse anche un po’ scocciata.
Quanto ci mette il fotografo a farti questo ritratto mentre tu stai lì con il tuo vestitino a quadretti?
Bianco e azzurro, io lo immagino così.

Una lunga treccia, un fiocco lucido, gli orecchini ai lobi.

E a volte, una certa impacciata timidezza.
L’impazienza dei bambini, uguale in ogni tempo, anche se la maniera di manifestarla magari cambia.

Una di loro regge un ombrellino.
E quanta studiata armonia si nota nei suoi gesti e nella sua postura.

Sarà divenuta una giovane donna affascinante, chissà se il destino è stato generoso con lei, voglio augurarmi che sia accaduto.
La conosco soltanto così, in questo frammento di infanzia, con quell’abito del quale sembra fiera.

E come lei tutte le altre, le vedo così, nella loro età fragile, in quella stagione della vita che è soltanto l’inizio.
Con il vestito migliore, con la treccia che cade sulla schiena e lo sguardo svagato, perso in chissà quali pensieri.

Queste sono le bambine di Milano.
Fiocchetto in testa e tutta la vita davanti.
E a ognuna di loro vorrei poter fare quella domanda:
– E tu? Tu lo hai mai visto il mare?

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Un mestiere del passato, un mestiere ormai perduto.
Dei cadrai scrive ampiamente Ivana Ferrando nel suo libro “Vendo l’argento do mâ” edito da Sagep: i cadrai erano coloro che a bordo delle loro imbarcazioni portavano il cibo alle navi all’ancora.
I cadrai iniziavano il loro giro di buon mattino e ritornavano per il pranzo di mezzogiorno portando vere prelibatezze: minestra e baccalà, focacce e panini, trippe e stoccafisso, gazzose e bevande, dai gozzi dei cadrai venivano issati questi cestini con tutti i generi di conforto.

Sull’origine del termine cadrai ci sono diverse interpretazioni, ad esempio si presume che la parola derivi dall’inglese catering.
A parte le questioni linguistiche oggi vorrei raccontarvi qualche curiosità sui cadrai, ho trovato queste notizie su un vecchio libro comprato su una bancarella: la Guida del Porto di Genova scritta dall’Avvocato Cesare Festa e pubblicata da Giacomo Luzzatti Editore nel 1922.
Tra le tante preziose notizie un’intera paginetta è dedicata ai cadrai e per correttezza vi segnalo che qui vengono definiti catrai.
Ma come bisognava fare per essere ammessi in questa speciale categoria di lavoratori?
La concessione durava 5 anni ed era attribuita dal Consorzio del Porto tramite gara ma era necessario avere determinati requisiti.
Bisognava avere 18 anni ed essere iscritti tra la gente di mare di 1° e 2° categoria, non avere precedenti penali e avere esperienza di almeno “6 mesi di navigazione o d’esercizio su barche da pesca o traffico pel trasporto merci e passeggeri, o di lavorio nelle arti marittime”.
Potevano concorrere alle gare anche le vedove e i figli maggiorenni dei cadrai defunti, a condizione che a bordo dei loro battelli venisse tenuto sempre un marittimo.
Viene anche specificato presso quali calate potevano accostarsi le imbarcazioni, i battelli dovevano essere ben riconoscibili e dovevano avere misure e colori particolari.

Eccoli i cadrai, portano le loro bontà alla gente di mare.
E seguono le regole del mestiere, possono circolare nelle acque del porto dall’alba al tramonto ed esercitano la loro professione seguendo i ritmi della vita del porto.
E quando si avvicinano alle navi all’ancora annunciano il loro arrivo con quel grido appassionato:
– Cadrai! Cadrai!
Nella Guida del Porto di Genova del 1922 sono elencati tutti i cadrai presenti nel porto, in quell’anno erano 40.
E c’è scritto come si chiamavano i loro battelli, alcuni di questi nomi sono particolari e per questa ragione mi hanno colpita.
A Genova, oltre a Maddalena, Peppino e Gio Batta, c’era anche il battello Nicolin Terzo e il suo nome fa pensare a generazioni e generazioni di cadrai.
Nelle acque della Superba circolava La Derelitta ma c’erano anche Mazzini e Balilla, non mancava Speranza e c’era il più salvifico di tutti i battelli: Dio Provvede.
Sono i cadrai di Genova, nell’anno 1922.

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Siamo nell’anno 1909 e a Genova giungono numerosi turisti.
Alcuni soggiornano in certi eleganti hotel, la loro vacanza è lussuosa ed elegante: luoghi esclusivi, passeggiate incantevoli, ristoranti alla moda, questi turisti cercano il meglio che Genova possa offrire.
Alcuni di questi visitatori hanno un pregevole volumetto: la Guida Treves che svela tutti i segreti della Superba e della Liguria.
E con mia grande gioia posso dirvi che anch’io possiedo quel libro, quindi oggi seguiremo qualche prezioso consiglio fornito da questa Guida, saremo visitatori del 1909.

Ci sarebbe una varietà di argomenti da approfondire ed io oggi vorrei parlarvi dei mezzi di trasporto disponibili in città.
Tra l’altro, il libro si apre proprio con un paragrafo dedicato alle stazioni, la più importante è Principe, là davanti si trovano le vetture pubbliche, i tram e gli omnibus degli alberghi.
Gli omnibus, per chi non lo sapesse, sono carrozze con diversi posti e a trainarle sono cavalli.
Eccoci quindi in Piazza Acquaverde, io naturalmente indosso il mio abito migliore.

E come dice la Guida Treves, qua c’è un’abbondanza di mezzi messi a disposizione dagli alberghi per facilitare i loro graditi clienti.
Qualcuno di voi deve andare all’Excelsior oppure all’Hotel Londra?
Eccovi serviti, cari visitatori, verrete condotti a destinazione con tutti gli agi!
Io per parte mia ringrazio lo spazzino che si vede sulla destra dell’immagine, il suo lavoro è importantissimo!

A Genova, naturalmente, esistono anche le vetture pubbliche a uno o a due cavalli.
Il prezzo della corsa è maggiorato se la stessa si svolge durante il servizio notturno che ha inizio con l’accensione dei pubblici fanali e termina quando questi vengono spenti.
Sono specificati i prezzi del trasporto bagagli e volendo si possono fare anche escursioni fuori città.
Come è logico che sia la vettura a due cavalli costa di più della vettura ad un cavallo, ma volete mettere il vantaggio della velocità?

Non è il solo mezzo che potete scegliere, la Guida Treves precisa che Principe è collegata a De Ferrari dagli omnibus che percorrono Via Balbi e Via Garibaldi, il biglietto costa 10 centesimi.
Lo stesso prezzo si paga per l’intera corsa della Funicolare di Sant’Anna, se invece dalla Zecca volete arrivare fino al Righi il viaggio vi costerà 50 centesimi.
E ne vale la pena, da lassù vedrete tutta la città!

Genova è posata sul mare e dunque dispone anche di un servizio di barche, si paga all’ora ed è offerto in tale maniera: per un massimo di quattro persone si spendono 2 Lire per la prima ora e poi 1 Lira per ogni ora successiva.

La città ha anche un efficientissimo servizio di tram e sulla Guida Treves sono precisati tutti i percorsi, sono indicate anche le linee che vi porteranno nei dintorni.
Poniamo il caso, ad esempio, che dobbiate recarvi a Nervi, il vostro tram partirà da De Ferrari, il biglietto costerà 45 centesimi e la corsa durerà 50 minuti.
E tutto sommato, considerando che siamo nel 1909, non mi sembra niente male!

In libri magnifici come questo si fanno meravigliose scoperte, certi dettagli non si potrebbero conoscere diversamente, neanche guardando le immagini dell’epoca.
E come mai, direte voi? È semplice, le cartoline sono in bianco e nero e invece la vita di ogni giorno, oggi come ieri, ha molteplici colori.
E così leggendo queste pagine ho appreso che le linee del tram avevano le insegne colorate, una particolarità che non avrei mai potuto immaginare.
Ad esempio il tram per Nervi aveva l’insegna bianca, quello che da De Ferrari raggiungeva Principe passando per Circonvallazione a Monte l’aveva verde, altre insegne erano anche a due colori.
Voi viaggiatori muniti della pregevole Guida Treves non avrete alcun problema a districarvi per la Superba, in queste pagine c’è davvero tutto ciò che vi occorre.
Benvenuti a Genova, nell’anno 1909.

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La signora capitò a Genova nel cuore dell’estate.
Non so dirvi quanto si trattenne, di certo ebbe modo di apprezzare le bellezze cittadine e tornò a casa portando con sé il ricordo della cortesia che le era stata riservata.
Date le circostanze credo di non sbagliare a sostenere che con tutta probabilità la nostra viaggiatrice apparteneva al bel mondo, faceva parte dell’alta società.
Un’americana a Genova, le cronache purtroppo non hanno tramandato il suo nome ma ci parlano di lei nel giorno in cui la sua partenza è vicina.
La attende un lungo viaggio e prima di lasciare la Superba la signora si concede una ricca colazione al Bavaria con certi parenti.
E qui mi sorge un legittimo dubbio, sarà stato il Bavaria di Piazza De Ferrari che si faceva pubblicità con queste eleganti cartoline?

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oppure forse si trattava dell’Hotel sovrastante Corvetto?
Sarebbe anche legittimo pensarlo, visto che parliamo di una viaggiatrice, forse alloggiava in una di quelle stanze che sovrastano la bella piazza nel centro di Genova.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In ogni caso torniamo a lei, la protagonista della nostra storia.
Il piroscafo per l’America l’attende, è tempo di partire.
E proprio prima di attraversare l’oceano nello sbigottimento generale la signora si accorge che le mancano gli anelli di brillanti: 4 preziosi gioielli del valore di 10.000 Lire!
Ci pensa un po’ su e poi si rammenta di averli lasciati nella toilette del Bavaria, la signora però non può scendere da bordo e manda così un amico che in tutta fretta si precipita sul posto.
Ad accoglierlo è il proprietario, il Signor Fezzardi bonariamente tranquillizza il suo interlocutore: gli anelli sono al sicuro, a riconsegnarli è stato il piccolo venditore di sigari, un ragazzino di nome Guglielmo.
Guglielmo li aveva trovati, Guglielmo li aveva riconsegnati.
E così la signora americana riebbe i suoi anelli, il piccolo venditore ricevette una ricompensa di 500 lire.
Non che allora il mondo fosse un posto migliore, nelle cronache del tempo si trova la consueta sequenza di truffe, furtarelli e ruberie di vario genere.
E poi ci sono quelli come Guglielmo: sono loro a far tutta la differenza, in qualunque epoca.
La notizia è riportata su Il Lavoro del 25 Luglio 1908, è passato tanto tempo da allora.
Io immagino la signora americana sul piroscafo che la condurrà oltreoceano: osserva la costa allontanarsi e sorride serena.
E non solo perché ha riavuto i suoi anelli, sorride perché anche lei sa che al mondo ci sono persone come Guglielmo e sono solo loro a far tutta la differenza.

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I Balestrieri del Mandraccio festeggiano uno splendido compleanno: 30 anni in Compagnia, 30 anni di affascinanti e suggestive rievocazioni storiche.
Per celebrare questa ricorrenza è stata allestita un’interessante mostra presso l’Associazione Culturale Satura in Piazza Stella.

Benvenuti nel mondo dei prodi Balestrieri del Mandraccio, coraggiosi ed epici combattenti.
La Compagnia valorizza le storie e le usanze del lontano periodo medievale, gli abiti indossati dai suoi membri sono fedeli repliche di ciò che veniva realmente utilizzato in quel tempo distante.

Partecipano a campi medievali, si esibiscono in antiche danze, fanno conoscere arti e mestieri di epoche lontane.
Nulla è lasciato al caso, la ricostruzione di quel mondo è frutto di minuziose ricerche.
Ed ecco un astuto ed abile mercante.

Repliche di suppellettili ed elmi, abiti e giochi, non manca nulla in questa mostra.

E naturalmente ci sono le armi e il vessillo dei balestrieri.

E incontriamo ancora un giovane mercante, accanto a lui c’è un saggio e competente notaio di rosso vestito.

Costoro invece confabulano davanti a un tavolino, chi mai saranno?

Davanti a loro ciotole con certi ingredienti.

E poi gli attrezzi per curare coloro che sono afflitti da tremendi mali e che perciò devono ricorrere a certe cure.
Ammettiamolo, siamo fortunati ad essere nati in questa epoca.

Ed eccolo qui colui che conosce tutti i segreti e i rimedi per mantenere una buona salute, lui è un sapiente medico.

C’è da dire che fare il balestriere può essere una faccenda piuttosto impegnativa, provate un po’ voi a stare con l’elmo in testa sotto il sole di luglio!

Codesto giovine è chiaramente un nobile, non c’è bisogno di specificarlo.

Troverete esaurienti pannelli esplicativi dedicati a diversi argomenti, viene spiegato anche come era allestita una cucina militare, c’è un pannello sulla diffusione della balestra, un’arma molto diffusa al tempo delle crociate.

E poi, in circostanze come questa, accade che passato e presente si intreccino.
Uno scudo, un abito antico e un telefono tra le mani.

E poi una pietra per accendere il fuoco.

Sul tavolo una bevanda particolare per brindare come si conviene alla salute della Compagnia dei Balestrieri del Mandraccio.
È l’ippocrasso, un vino speziato e prodotto secondo un’antica ricetta medievale, tra i vari ingredienti contiene anche zenzero e cannella.

La mostra è allestita con cura e con particolare attenzione.

Sono contenta di essere andata all’inaugurazione, ho così potuto incontrare i valenti Balestrieri del Mandraccio e li ho visti camminare per le strade della nostra città, in queste vie antiche.

Uno di loro non indossava un abito medievale, portava questa maglietta che tutti noi di Genova dovremmo avere, secondo me.

E se per caso qualcuno di voi avesse il desiderio di unirsi alla bella compagnia ecco come fare.

A me affascinano le atmosfere di questi mondi passati, penso che rievocare le usanze dei secoli lontani in questa maniera sia un modo coinvolgente per imparare momenti importanti della nostra storia.
E poi, a volte, quel passato non sembra neanche tanto distante.
È qui, nelle strade di Genova.

La mostra durerà fino a sabato 15 Luglio ed è allestita nei locali dell’Associazione Culturale Satura in Piazza Stella 5.
Se andrete a vederla lasciate anche voi traccia del vostro passaggio: la prima firma sul libro degli ospiti è proprio la mia, la seconda è quella della mia amica che era con me.

Congratulazioni di cuore a tutti i membri della Compagnia dei Balestrieri del Mandraccio, la loro passione porta per le strade della Superba la nostra storia, la loro dedizione regala a tutti noi tante belle emozioni.
Auguri a tutti voi, pe Zena e pe San Zorzo!

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Il tempo della villeggiatura nel Levante della Liguria.
In luoghi paradisiaci dove l’acqua è pura e cristallina e dove tutto lo splendore di questa terra si coglie con lo sguardo.
In un posto esclusivo, elegante e scenografico.
Lassù, al Portofino Kulm, seguendo una strada sinuosa e sovrastando panorami incantevoli.

Forse non sarà semplice arrivarci ma gli estimatori della bellezza non si arrenderanno certo alla prima difficoltà.

E poi la quiete.
Una panchina davanti al blu, il bastone da passeggio e tante sedie libere, qualcuno preferisce mettersi seduto sul tavolino.

E certi sembrano invece stare in disparte, non è nemmeno difficile fare qualche supposizione.

Un vassoio, le bevande fresche e al tavolino una figura non così chiaramente visibile eppure si scorge chiaramente la sua naturale fierezza e si può immaginare che si tratti di qualcuno che questi luoghi li conosce molto bene, io ci giurerei.
Gente del posto, io credo che sia così.

Il viaggio regala la magia dello stupore e questo accade anche quando la meta non è così lontana.
Meravigliarsi, incantarsi, restare senza fiato, attendere una gioia e trovarne una ancora più grande.
E costruire un ricordo da conservare, nostalgia dolce di un tempo piacevole.
E allora poi ti rammenterai di te e di quella pace, di quella giornata così speciale e di quello stupore.
E guardare lontano, verso la costa e verso la riva.

Nella bella compagnia qualcuno poi sembra sapere il fatto suo.
Lui racconta, si infervora e si dilunga in spiegazioni, impossibile non starlo ad ascoltare.
E tutto sembra avvolto in una languida armonia.

Mentre il mare accarezza gli scogli lisci.

Mentre il tempo scivola via lieve, lassù, al Portofino Kulm.

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Vi porto là, in Vico del Duca, un caruggio che si trova proprio di fronte a Palazzo Tursi, da Via Garibaldi si arriva giù, alla Maddalena.

Qui, in Vico del Duca, il sole e l’ombra giocano volentieri.

Metto indietro la mia macchina del tempo e balziamo così in un altro anno.
Come sempre sfoglio la mia Guida Pagano del 1926 e con la fantasia mi pare di vedere un mondo di indaffarati bottegai.
Il signor Ignazio vende carbone, ci sono ben cinque osterie in questo caruggio, ci sono anche un fabbro, una stiratrice, un ottonaio, un calzolaio e una fornitissima merceria.
In Vico del Duca, nel 1926.

Il cielo lucente è sempre uguale, rimane un incanto di questa città e non puoi dire di conoscere Genova se non hai mai guardato il suo cielo in questa maniera, tra gli archetti.

Tra i colori della città vecchia, caldi e solari.

E andiamo ancora più indietro nel tempo.
Là, tra le case alte di Vico del Duca, pendono gioiosi i panni stesi.

E ancora adesso capita di vederli, sospesi lassù nell’azzurro.

Osserviamo meglio, con più attenzione.
Finestre aperte, persiane, vita.
E sopra il lampione a muro, si notano protese in fuori le bianche mampae delle quali ho già avuto modo di parlarvi in questo post.
Le mampae venivano poste davanti alle finestre: su un telaio si fissava una tela bianca che serviva a riflettere la luce in questi vicoli spesso bui.

Fiori, corde da stendere e foglie verdi.
Adesso come allora, forse.

Rosso sgargiante, questa è la magia dei panni stesi.

In una strada di Genova un tempo abitata da persone a noi sconosciute.
Un uomo porta un sacco sulla spalla, un altro se ne sta appoggiato al muro, Vico del Duca è tutto un via vai di massaie.
E ancora, sulla destra, si nota una delle mampae.

Passo spesso di qui, mi incantano i colori, le storie che non potrò mai conoscere, le vite passate di tutti coloro che hanno attraversato questo vicolo.

Era diverso e a volte mi sembra quasi di averlo veduto.

Il cielo, invece, è sempre uguale.
Eternamente brillante, sovrasta i cuori e le vicende umane.

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Alla spiaggia, con la consueta eleganza che si addice alle signore di benestanti famiglie borghesi: l’abito chiaro, il cappello con il fiocco, la posa garbata.
La bimbetta, intanto, arriccia il nasino e si mordicchia il labbro.
Alla spiaggia, con i piedini che affondano nella sabbia fine.
L’estate, in un altro tempo, per alcuni è davvero strano farsi fotografare.

La giovane mamma sorregge orgogliosa il suo frugoletto e sarà un ricordo da conservare negli anni che verranno.
Guarda, eravamo così, io e te.

Nonna Caterina: i suoi occhi hanno veduto tanta vita, il suo viso è segnato da rughe e il suo portamento austero.
Madri e figlie, sogni e desideri, presente e futuro.
Alla spiaggia, tutte insieme.

Stile e rigore.
Un copricapo nero con una piuma vezzosa, zia Ester si contraddistingue sempre, nulla è lasciato al caso, nemmeno il suo sguardo.
E accanto a lei c’è Marietta: quando è arrivata in questa famiglia era appena una ragazzina e lì è rimasta.
Donna semplice, pratica e saggia, lei compie il suo dovere con encomiabile giudizio e con sincera dedizione: questa è anche la sua famiglia, in un certo senso.

Poco distante, ritta in piedi davanti alla cabina, c’è Margherita, anche lei lavora in quella casa e ha imparato tutto da Marietta.
Paziente, giudiziosa, timida, è una ragazza abituata a parlare poco.
Margherita ascolta, annuisce e obbedisce.

Alla spiaggia, con i capelli raccolti e le maniche lunghe.
Un impaccio quando hai pochi anni e forse vorresti correre il libertà e invece no: stai seduta tra i parenti, un po’ imbronciata, forse annoiata, con le mani in grembo.

Alla spiaggia.
Con gli abiti chiari, per stare freschi.
Bianco candore per grandi e piccini.
E poi un gesto maldestro e uno dei piccoletti sembra quasi scivolare giù, sulla sabbia.
E il sole batte e il mare accarezza la riva e non c’è un alito di vento che porti via i lindi cappellini di questi bimbetti.

Il mio naturalmente è un gioco di fantasia, non conosco i nomi di queste persone, ho solo provato a fare qualche supposizione su tutti loro che sono ritratti nella medesima fotografia.
E in tutta questa garbata compostezza, uno solo è il bambino che mi colpisce.
Che ci fa là in mezzo?
Dagli abiti e dalle maniere direi che non è parte di questa famiglia.
Porta le bretelle, la maglietta a righe, dei pantaloncini di un’altra stoffa, è spontaneo e sfodera un sorriso sfrontato da piccola peste.
L’amico che ogni bambino vorrebbe per combinare guai, magari sulla spiaggia.

Un frammento, un tempo che è passato.
Resterà un ricordo dolce e nostalgico, memoria di quel giorno alla spiaggia.

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Vi porto là, in Vico delle Marinelle, un caruggio che sale su da Via Prè, scrive il solito fidato Pescio che forse il suo nome deriva dal fatto che anticamente sboccava davanti al mare.
Ora non più, è un vicolo colorato e stretto.
E facciamo un passo indietro, basterà consultare la Guida Pagano del 1926 e scopriremo che qui un tempo c’erano diverse attività commerciali.
Nelle quattro osterie si mesceva buon vino, qui lavoravano un fabbro e un barilaio, si vendeva carbone e c’era anche una pettinatrice.
Là, in Vico delle Marinelle.

E ancora facciamo un altro salto nel tempo.
C’è un uomo alla finestra, fuma la pipa e intanto guarda fuori, sopra di lui sventolano panni stesi multicolori, tratto distintivo di questi caruggi.

Ieri e oggi, mutano i luoghi del nostro quotidiano.

In quel tempo c’erano anche loro: i bambini di Vico delle Marinelle schierati in mezzo al vicolo.
Checchin, Baciccia, Pietro, Marietta e tutti gli altri.
Alle loro spalle gli adulti: padri e madri, gente che conosceva il prezzo della fatica e del duro lavoro, chissà quanti di loro si spezzavano la schiena giù al porto.

Cammino su e giù, osservo, mi guardo intorno, non riesco a riconoscere il luogo ritratto nella mia cartolina.

Una sequenza di archetti, la luce di un altro tempo, l’armonia di un altro secolo.
Conto bene le finestre, in genere questo è sufficiente ma non in questo caso.

Colori caldi, linee, contrasti.

E noto un dettaglio nell’immagine del tempo andato: il  lastricato della strada è semplicemente perfetto.

Un portone e le sue pietre, forse potrei ritrovarlo in qualche modo in quella cartolina?
Se ci fossero quei bambini di Vico delle Marinelle potrebbero portarmi proprio là, uno di loro mi prenderebbe per mano e mi mostrerebbe il posto che cerco.

A volte non basta guardarsi attorno, bisogna saper immaginare, provare ad intuire e tentare di indovinare.
Questo luogo, negli anni, ha subito diversi cambiamenti, è anche stato restaurato con cura, alcuni di questi palazzi ospitano una residenza universitaria.
In un altro tempo Vico delle Marinelle partiva da Via Balbi: ora non più, a separarla da questa strada è un palazzo di recente costruzione.

Non posso averne la certezza ma ho fatto una supposizione, naturalmente è soltanto una mia ipotesi.
Penso che la foto che avete visto sia stata scattata in quel tratto della via non più esistente, mi sono fatta questa idea anche per l’ampiezza della strada che si nota nell’immagine d’epoca.
Forse.
Forse allora quella sua parte alta era più larga, poi a scendere il vicolo si faceva sempre più stretto.
Se solo ci fossero Checchin, Baciccia o Amalia.
Loro saprebbero raccontare, ricordare e svelare ogni segreto del loro caruggio.
Sono i bambini di Vico delle Marinelle, bambini di Genova e di un altro tempo.

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Ci sono cose che non so spiegare, non trovo le parole per le sensazioni che a volte provo nel ritrovare il filo di certe storie.
È sottile, quasi invisibile, può spezzarsi per un nonnulla.
Ecco come è accaduto, di recente.
Tra le mani mi capita una fotografia ottocentesca, sono due sposi e a tergo dell’immagine sono scritti i loro nomi.
Per altri magari sarebbe un dettaglio insignificante, per me è diverso: per me è un inizio, è la vita che ritorna, è il passato che bussa alla porta.
Un album ad un mercatino.
Compro la foto dei coniugi e altre due, ci sono due bambine bellissime vestite alla stessa maniera: persone sconosciute che sono rimaste tali non tanto a lungo, a dire il vero.
A quella fotografia ne ho aggiunte molte altre, sono tornata a cercare e ho ritrovato quei volti e anche i visi dei loro parenti.
E poi mi sono venute in mente le bambine, accostando le immagini si nota una somiglianza impressionante e sono quasi certa che si tratti delle figlie dei due sposi.
In queste ricerche mi aiuta una persona molto più competente di me, come per miracolo grazie a lui sono comparsi ritagli di giornali.
E da qui, una catena ininterrotta di notizie: alcune frammentarie, altre più chiare.
Sfoglio libri, guide e volumi vari, leggo le Gazzette Ufficiali di tanto tempo fa e trovo quei cognomi.
Famiglie che hanno lasciato il segno, non solo in questa città ma anche in luoghi vicini.

Ho fatto un breve viaggio in treno, ho visto una casa, ho cercato una tomba di famiglia.
Ho parlato con una signora e lei mi ha snocciolato alcune memorie del passato, sono emersi altri particolari, altri nomi, ancora indizi.
E poi le emozioni e le domande.
Un cassetto pieno di ricordi, le vere nuziali, i fazzoletti con le cifre, il cammeo appeso alla catenina.
Uno scialle di pizzo, un quaderno dalla carta spessa, un orologio d’oro.
I guanti lisci, le cose belle da tenere da conto, i doni per la nascita delle bambine, gli oggetti preziosi tenuti da parte.
Una spilla, una collana di perle, un frammento di cuore e di anima.
E queste fotografie.
Vedo lui, il marito ha queste fotografie tra le mani, le porterà a casa.
Arriva davanti alla villa, apre il cancello, attraversa il giardino, sale le scale e mostra le immagini alla moglie.
E lei?
Lei è contenta di come è rimasta?
E le bambine? Corrono incontro al padre, in quel giorno della fotografia avevano gli stivaletti lucidi e la gonna a quadretti.
Ridono composte, sono garbate bambine di buona famiglia e i genitori sono fieri di loro.
Guardano insieme queste fotografie, quelle che ora io ho qui.
Poi tutto finisce.
O forse non finisce mai.
Perché il passato bussa ad una porta e tutti loro ritornano ad essere veri e presenti, almeno per me.
Ho portato quelle loro foto con me nei miei vari spostamenti, non ho potuto farne a meno.
Nei loro luoghi, davanti alla casa dove lui ritornava e dove lei lo attendeva.
Poi forse vi racconterò la loro storia, credo che lo farò.
Adesso ho messo giù queste righe, magari sono importanti soltanto per me, cerco di capire il senso di queste sensazioni che suscita in me ritrovare il filo di una storia, la traccia di vite lontane.
Sono emozioni intense ed io non le so spiegare.

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