Il tempo dei pampini e dell’uva

Era il tempo felice dei pampini e dell’uva, negli ultimi giorni d’estate così vicini al tiepido autunno.
Era il tempo felice della vita agreste e della semplicità, gli sguardi erano colmi di gioia, i sorrisi fieri illuminavano i visi, chi aveva già molto vissuto restava accanto a chi si affacciava da poco la vita.
E le mani, le mani erano alzate a mostrare i grappoli carichi di acini succosi.
Alla vita, alla bellezza dell’estate, al tempo felice trascorso insieme!

E poi tra i pampini con grazia di fanciulla ecco una ragazzina intenta a cogliere il dono raro della terra, il più dolce e prezioso di questa stagione che muta.
Era il tempo felice delle camiciole fresche, delle gonne a quadretti e degli abiti dai fiori grandi, dei boccoli fermati con piccole forcine, dei sorrisi timidi e ingenui.

Alla vita, alla gioia!
E si riempiono le ceste e i cestini, profuma la dolcezza dell’uva che sarà vino delizioso per brindare ancora e ancora gioire del tempo che verrà.

In un frammento di vita colto dallo scatto di un fotografo, fermato così sulla carta e giunto ai nostri occhi con la suggestioni dei profumi e dei colori di questa stagione, il tempo felice dei pampini e dell’uva.

Giocando nel passato nei caruggi di Genova

Sono tracce del lontano passato e noi non possiamo conoscere i nomi di coloro che le scolpirono sulle pietre antiche di Genova ma quei segni sono ancora ben visibili in certi luoghi del nostro quotidiano e vederli regala un senso di sorprendente stupore.
I disegni che vi mostrerò li ho trovati per caso andando a zonzo per caruggi e guardandomi intorno, l’unico del quale già conoscevo l’esistenza è quello che si trova su un gradino della cattedrale, tutti gli altri invece li ho veduti senza neppure cercarli.
Accadde un giorno, molto tempo fa, mentre mi stavo recando nella bella e raccolta chiesetta dedicata ai Santi Cosma e Damiano.

Su uno degli scalini della chiesa spicca un disegno a tutti noi molto famigliare, alcuni attribuiscono a questa forma significati legati al mondo dei Templari, io mi limiterò a cogliere il senso ludico di questo disegno: a Genova viene detto tela, in altre città è noto con altri nomi e non è poi così difficile immaginare i bambini di un altro tempo seduti sui gradini di una bella chiesa intenti a dilettarsi con questo gioco.

Spostiamoci quindi in San Lorenzo, maestosa cattedrale della Superba.

Osservate bene i suoi gradini bianchi e neri, anch’essi riservano sorprese.

Il medesimo disegno è stato così tracciato sulla pietra antica.

Avvicinatevi poi al fiero leone posto a guardia della Cattedrale.

Alle sue spalle ecco ancora il solito quadrato.

Passiamo poi nella piccola e raccolta piazzetta di San Giovanni Vecchio attigua a San Lorenzo.

E ancora su uno di quei gradini laggiù ecco una traccia del nostro passato.

Girovagando nella città vecchia capita di trovare tracce del tempo lontano che suscitano la nostra meraviglia, ho poi scoperto che ne esistono davvero moltissime in giro per Genova ma come vi dicevo ho voluto mostrarvi soltanto i disegni che ho trovato da sola e per caso.
Se doveste trovarvi dalle parti di Via Prè fate bene attenzione, proprio in questo punto dove è presente questa balaustra.

Là, in quel tratto più vicino alla Chiesa di San Sisto, ecco ancora un segno tracciato in tempi lontani.
E sembra di immaginare mani bambine, risate e occhi luccicanti per la bellezza di un semplice gioco nei caruggi della nostra Genova.

Genova, lunedì 1 Settembre 1930

Inizia così il mese che conduce all’autunno, piano l’aria si fa più fresca e le giornate diventano sempre più corte.
Compiamo insieme un viaggio nel tempo per approdare ad un giorno come questo in un altro anno: era lunedì 1 Settembre sulla spiaggia di Genova, così si legge a tergo di questa fotografia.
Uno scampolo di estate che suscita ancora il desiderio di svagarsi e di gettarsi tra il fragore gioioso delle onde, godendo dell’ultimo sole che generoso ancora intiepidisce i sassi.
Là, sulla riva, c’è una barca a remi adagiata sulla spiaggia e ci sono loro due, vicine e in posa: i costumi un po’ vezzosi con il cinturino e la riga di colore più chiaro, una collana, un cappellino in testa, le scarpe chiare con il passante.
E poi la mano sul fianco, i capelli corti secondo i dettami della moda, la posa sicura e la foto ricordo di una giornata trascorsa sulla spiaggia alla fine della stagione.
E poi, poi verranno anni difficili e complicati e si penserà con rimpianto a quella semplice felicità che sembrerà forse lontana e irraggiungibile, con l’incertezza e la speranza nel cuore.
E alla mente tornerà la melodia dell’onda sciabordante sulla riva e quel frusciare leggero del vento tra i capelli, pensando con nostalgia a quel 1 Settembre 1930 sulla spiaggia di Genova.

In pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Guardia

Era il tempo della devozione, là sulla vetta del Monte Figogna, al Santuario della Madonna della Guardia tanto caro a tutti i genovesi.
Vi porto lassù e ancora nel passato, nel lontano 1914, insieme a un bel gruppo di pellegrini, come di consueto anche loro fecero la foto di rito sul sagrato della chiesa e allora noi ci mescoleremo a questi fedeli, sarà come essere insieme a loro in quel giorno distante.
La prima fila è sempre la più movimentata: seduti per terra ci sono i più piccini con i loro visetti vivaci, gli occhi strizzati per il il sole brillante, le giacchette un po’ messe alla meglio e le collane di nocciole a tracolla.

E poi cappelli, frangette, cestini e fiori all’occhiello.

E bimbette graziose con l’abitino buono con il colletto ampio e un ragazzino con il completo a righe e le scarpe impolverate dopo tutta la strada fatta per arrivare fin lassù, alla Madonna della Guardia.

E sorrisi, tanti sorrisi, così puliti e ingenui.

Una sola fotografia racchiude davvero un mondo intero di speranze e di fiduciose preghiere, alcune di queste persone poi hanno compiuto già un lungo cammino nella vita, si distinguono infatti nella folla certe anziane signore con l’abito semplice e il fazzoletto fantasia in testa, loro ne avrebbero di storie da raccontare!

Al centro ci sono i religiosi che hanno accompagnato fin quassù questi fedeli.

E osservate con attenzione, non mancano certi eleganti gentiluomini e alcune raffinate signore che per l’occasione sfoggiano ricercati cappelli con un certo distaccato rigore.

E poi gli occhi trovano i visi di certe fanciulle, più di una porta un fazzoletto chiaro o un velo bianco sul capo.
Una reclina il capo e sorride, altre restano serie, sembrano quasi intimidite.
I passi che risuonano in chiesa, una candela accesa, un’Ave Maria, i grani del Rosario stretti nella mano e l’incrollabile certezza della fede.

E poi pagliette, baffi i importanti, facce allegre e aperte, in un giorno che sarà stato prodigo di bellezza e di gioia.

Persone di tutte le età, così tante e tutte vicine.
Forse prima della fotografia si sarà sentito un brusio di chiacchiere e in sottofondo le voci argentine dei bambini, che evento questa giornata trascorsa in un luogo tanto caro!

E quante persone parteciparono, a ognuno di loro rimasero un dolce ricordo e una viva speranza nel cuore.
Un instante, un sorriso e il tempo fragile di una fotografia.
Con questa devozione condivisa, in un giorno lontano, al Santuario della Madonna della Guardia.

Un cono gelato e la felicità

Una fresca delizia in un tempo nuovamente felice: è il 1946, dopo anni bui e difficili, si ritorna a guardare alla vita che verrà con ritrovato ottimismo.
Il futuro è una scommessa, si attende impazienti di arrivarci con fiducia e speranza nel cuore.
Ed è estate, è l’estate di un tempo nuovo.
E tu tieni tra le mani il tuo cono con quel gelato delizioso, la tua merenda preferita.
E certo, i gusti sono quelli classici: crema e cioccolato, nocciola e caffè, forse fragola e limone.
Questa dolcezza racchiude già la nostalgia che tu un giorno proverai: diventerai grande e ricorderai quell’estate di un tempo felice, la prima con una nuova idea di futuro.
Tu in calzoncini, sandali e camicia a maniche corte.
Dietro il bancone, tra mamma e papà, la bambina con le trecce sta lì in quella posa un po’ vezzosa con le mani dietro la schiena.
E tutti quei coni uno dentro l’altro!
E la scritta lassù, a vederla da lontano viene già da sorridere per la contentezza!
Ed è un tempo quieto, sereno e tranquillo, le sere d’estate scorrono lente.
E si sanno apprezzare davvero le piccole cose capaci di rendere bella la vita, sono attimi preziosi che non bisogna lasciarsi sfuggire.
Hai imparato che devi saper ridere forte, correre a perdifiato quando ti va, fare le capriole sull’erba e i tuffi spericolati nell’acqua, conosci la bellezza e la gioia di vivere.
E senza che nessuno te lo abbia detto sai già che, a volte, un semplice cono gelato assomiglia tanto alla felicità.

I pensieri della Signorina Ferrari

È un gioco di fantasia provare a immaginare i pensieri della Signorina Ferrari ed è poi arduo credere di saperli indovinare.
Lei è ritratta ancora bambina, le sue sembianze furono scolpite nel marmo dal valente scultore Giovanni Scanzi, autore di molti celebri monumenti funerari presenti nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
La statua di lei, una fanciullina appartenuta probabilmente alla buona borghesia genovese, risale al 1882 ed è parte della collezione del Museo dell’Accademia Ligustica di Genova.
La Signorina Ferrari sembra ombrosa e imbronciata, appare fin troppo seria per una bimbetta della sua età.
Se ne sta in questa posa studiata, così appoggiata a un tavolino, un grande fiocco cade sul suo petto e in questa sua garbata compostezza non traspare alcuna spontaneità infantile.

E così l’ho immaginata in un diverso contesto, vezzeggiata dalle mamma e dalle zie, abita in una grande casa dove dolci spirano profumi di rosa e di talco, nella sua cameretta ci sono chiare tendine di pizzo alla finestra, uno scrittoio e un austero letto di legno scuro con i cuscini rivestiti di candido sangallo.
E poi l’ho immaginata scendere con la sua mamma giù da Via Assarotti, la Signorina Ferrari ha il soprabito di velluto blu, il cappellino con i nastri e i guanti color tortora.
Ed eccola, ancora, a passeggio all’Acquasola come si usava in quella sua epoca.
Che dolcezza di bambina, quando sorride sulle sue guance spuntano due deliziose fossette!
Giovanni Scanzi ha invece tramandato di lei una diversa espressione, ecco ancora la Signorina Ferrari, ha i capelli raccolti con un fiocchetto e il suo abito è rifinito sui polsi e sul colletto con un pizzo raffinato.

Tiene tra le mani un librettino, si scorge nei suoi gesti la consueta grazia che Scanzi sa cogliere nei soggetti da lui ritratti.

La bambina della quale non so indovinare i pensieri porta al polso un braccialettino semplice e liscio, chissà quanto le sarà stato caro!

Se per caso anche voi voleste ammirare la scultura di Giovanni Scanzi sappiate che fino al 1 novembre è esposta alla mostra Mogano ebano oro! Interni d’arte a Genova da Peters al Liberty allestita a Palazzo Reale di Genova.
Ed è stato Sergio Rebora, raffinato storico dell’arte che è anche uno dei curatori della mostra, a farmi notare un importante dettaglio: Scanzi potrebbe avere ritratto la Signorina Ferrari traendo spunto da una sua fotografia, a farlo supporre sarebbe uno degli elementi che compongono la scultura, quel tavolinetto che spesso si trova nelle fotografie di quel tempo.
A rifletterci, anche la posa così studiata richiama certe fotografie del passato.
Ne consegue che la scultura potrebbe forse essere il ricordo di una bambina tanto amata e troppo presto perduta, come purtroppo spesso accadeva in quel tempo.

Ai piedi della bimba, posato su un pouf damascato e rifinito con le frange, ecco una piccola borsettina, una splendida squisitezza nella quale si riconosce il talento incomparabile di Scanzi.

Là, sotto questa luce chiara, in questo tempo che non lei ha vissuto, la Signorina Ferrari volge a noi i suoi occhi ingenui, nel mistero della sua infanzia così lontana e fragile.

Estate 1918 sulla spiaggia di Camogli

Era un caldo giorno d’estate di un tempo lontano.
E questo è soltanto lo scatto di un fotografo dilettante che ha anche compiuto un errore comune a molti di noi, se osservate con attenzione l’orizzonte è storto e oggi sarebbe facile rimediare a questa minuzia, invece lascio la fotografia così come l’ho trovata.
A tergo una mano gentile ha scritto: Camogli, 1918.
I sassi lisci della bella spiaggia del levante ligure bruciavano caldi di sole e il nostro provetto fotografo immortalò un istante felice su quel tratto di costa.
E c’erano magliette a righe, calzoncini con le bretelle, fazzoletti annodati sulla testa per ripararsi dal sole.
E c’erano giovani e ritrose fanciulle tutte bardate sotto il sole e noi a guardarle ci domandiamo come facessero!
E c’era un prestante giovanotto seduto a gambe incrociate sui sassi e poi c’erano cappellini vezzosi, abiti candidi e una vela chiara lassù che sferzava le onde e poi c’era il rumore del mare uguale a quello che sentiamo anche noi dopo tanti anni.
E c’era un bimbetto che correva felice nell’acqua e intanto una garbata signora si allontanava dalla spiaggia riparandosi sotto il suo ombrellino.
E c’erano gioia, divertimento e forse persino felicità anche se il mondo non era poi un posto facile nemmeno allora, soprattutto in quegli anni: era il 1918, una guerra adombrava la tranquillità di ognuno.
E così osservando queste persone viene da pensare che alcuni di loro magari avranno avuto fratelli o parenti caduti sui campi di battaglia, ragazzi giovani che non saranno mai stati dimenticati.
E intanto l’onda salmastra, lenta e inesorabile, scandiva il tempo e lambiva la riva.
Era il 1918 sulla spiaggia di Camogli.

Le bambine di Riccione

Laggiù, alle loro spalle, ruggiva il mare e montava l’onda imperiosa densa di schiuma che si disfaceva sulla spiaggia di Riccione come un sogno del mattino.
Loro due erano là, con i loro pochi anni, nel tempo delle emozioni e degli entusiasmi.
Il vento fresco intriso di sale scompigliava i capelli, il sole brillante batteva sugli occhi.
Sedute con questa grazia sulla riva, con i loro costumi scuri, i sorrisi innocenti, le voci argentine come acqua che scorre.
In un tempo lontano come un’illusione, dolce come inafferrabile memoria.
Era il 16 Agosto 1923, sulla spiaggia di Riccione.
Loro due erano là, nei giorni felici dell’infanzia e dell’estate.

In villeggiatura a Varazze

Doveva essere dolce la villeggiatura, in certi anni dorati, a Varazze, nota località della riviera di ponente apprezzata per la sua bella spiaggia.
Compiamo cosi ancora un nuovo viaggio nel tempo osservando i dettagli tratti da due diverse cartoline per ritrovarci in quell’epoca di inusitate eleganze e delicate ricercatezze.
Fresca e fragrante è l’estate, ha il profumo degli ulivi, il sentore frizzante degli agrumi e la vivifica aria del mare conforta e rigenera.
E si osserva il panorama da lassù, la costa e la spiaggia di Varazze accolgono l’onda lenta del mare come in un abbraccio.

Altrove, per le vie di Varazze, la vita scorre tranquilla nel tempo della villeggiatura e così si cammina sul Ponte sul Teiro.

Ed è tutto uno sfoggio di cappelli di paglia e ombrellini parasole, pizzi, organze e nastri, abiti dai colori chiari e tenui, spicca tra la folla un ragazzetto con una maglietta a righe e le bretelle.

La bellezza finisci poi persino per immaginarla seguendo il ticchettio leggero dei passi di due giovani donne che incedono aggraziate e sfolgoranti, così garbate con le loro pettinature raccolte e con i loro abiti alla moda.

Altrove, in alto, l’eco di voci argentine si spande nell’aria.
Sanno essere davvero dolci e sublimi le giornate in questi luoghi che donano ristoro e frescura nell’incanto di una natura magnifica.

In questa armonia di suoni, di passi, di parole lontane.
Denso di nostalgico romanticismo e di una certa bellezza antica, così immagino il tempo della villeggiatura nella bella Varazze.

Ritratto di famiglia in campagna

Il tempo ha lasciato la sua traccia su questa antica fotografia che forse fu il ricordo prezioso di giorni felici.
Nel verde della campagna, davanti a un albero ritorto e rigoglioso, alcune persone posano per un ritratto di famiglia che cattura un momento importante.
Osservando con attenzione, balzano agli occhi alcuni dettagli, si notano infatti certe particolari differenze tra i protagonisti di questa fotografia.
Colgo una certa somiglianza tra le due giovani donne vestite di chiaro e forse si tratta di due parenti, la cura dei loro abiti, le pettinature e gli accessori come i piccoli anelli e gli orecchini fanno supporre una certa rilassata agiatezza.

Loro tengono tra le braccia i fiori di campo e le erbe raccolte durante una piacevole passeggiata in campagna, poi sceglieranno un bel vaso e il profumo di quei fiori si spanderà nelle loro stanze.
La bimba più piccina che vediamo in braccio alla donna seduta indossa un raffinato abitino con dei pizzi, è bionda come le due giovani donne e forse è figlia di una di loro.

Le altre persone, a mio parere, sono parte della stessa famiglia.
Ecco la ragazzina imbronciata dallo sguardo pensieroso e la frangetta troppo corta, lei tiene con la mano il suo caro amico a quattro zampe.

Il suo papà ha un cappello calcato sulla testa e con una mano regge un rastrello, la sua mamma sembra una donna concreta e vigorosa, sorride appena, quasi intimidita.
Con tutta evidenza le mie sono soltanto supposizioni, non so nulla di queste persone ma osservandole con attenzione mi sono sorti questi pensieri.
E ho anche immaginato che le due donne più eleganti fossero le proprietarie di una grande casa di campagna e che siano qui ritratte in compagnia del loro fattore e la sua famiglia.
E voglio anche credere che questa foto così particolare sia proprio appartenuta al fattore, tenuta da conto come dolce memoria di quelle persone tanto care per le quali forse era facile provare un moto di affetto.
Ecco così il ritratto di famiglia in campagna, ricordo di un tempo felice e ritrovarlo davanti ai nostri sguardi è una vera emozione.