Il primo giorno di scuola

E arriva così l’emozione intensa del primo giorno di scuola.
La cartella e il quaderno, le matite colorate e una penna per imparare a scrivere le lettere dell’alfabeto e i numeri, la curiosità di diventare grandi.
Un cappellino in testa, un nastrino che cade sul petto, un sorriso fiducioso e un vestitino a quadretti.
Nel lontano 1930, è trascorso tanto tempo da allora.

Il luogo nel quale è stata scattata questa fotografia è anche in parte cambiato.
Una curva vertiginosa e una salita, questo è un tratto di Corso Monte Grappa ed è stato riconosciuto dal mio amico Giancarlo Moreschi che qui ringrazio per il suo aiuto.
Con gli anni in questa strada sono sorti nuovi edifici ma il tempo è un mistero bellissimo, in qualche maniera tutto resta, in qualche modo i luoghi conservano la memoria di ciò che è stato.

Corso Monte Grappa (2)

E così, osservando meglio, si può scorgere una bimbetta, tutti la chiamano Pucci.
Compita, ordinata, obbediente e dolcissima.
Tiene i piedini uniti, ha calze e scarpette chiare, dello stesso colore sono i polsini e il colletto del suo abito.
È giudiziosa, intelligente e gioiosa.
Ha un quaderno nella cartella, castelli in aria e sogni, sogni ad occhi aperti a non finire.
E ha tutta la vita davanti, ancora.
E giorni da ricordare, i giorni delle scuole elementari.

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La disavventura di Gio Batta

Questa è la disavventura di Gio Batta che se ne venne a Genova da Masone.
Accadde nel mese di settembre del lontano 1914 e provate a immaginare il nostro Gio Batta: lui doveva essere un uomo laborioso e instancabile, onesto e genuino, uno che a Masone probabilmente c’era nato e secondo me amava pure rimanerci.
Sapete, alcuni non son fatti per il frastuono e il trambusto della città, taluni amano il silenzio dei boschi e la quiete dei prati ed io ci giurerei, il nostro Gio Batta era uno di questi.
Inoltre da buon contadino egli conosceva certi segreti che mai avrebbe svelato ad orecchie indiscrete, ad esempio sapeva bene dove raccogliere i funghi.
E così, in un bel giorno di settembre, il nostro se ne arrivò a Genova di buon mattino con la sua cesta colma di profumati funghi da vendere.

E con sua grande soddisfazione Gio Batta riuscì nell’impresa, la vendita dei funghi gli fruttò un bel gruzzoletto.
In cuor suo davvero non vedeva l’ora di tornarsene nella sua Masone ma purtroppo la stanchezza del viaggio lo tradì!
Gio Batta pensò così di riposarsi un po’ prima di tornare al suo paesello e si appisolò nei giardini che all’epoca c’erano a Caricamento.
Eh, poverino, la notizia finì persino sul giornale ed è pubblicata su Il Lavoro del 16 Settembre del 1914.
E il giornalista scrive, con un certo rammarico, che il povero Gio Batta si addormentò proprio là a Caricamento e uno sconosciuto gli sottrasse il portafoglio dove erano riposte ben 55 Lire.
Immaginate l’amarezza di Gio Batta al suo risveglio!
E così finì la brutta disavventura di Gio Batta che se ne tornò sconsolato al suo paese senza i funghi e senza i soldi, lui che era arrivato in città e, come scrive il cronista, credeva che Genova fosse come Masone dove si dice che siano tutti galantuomini.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Cappellini bianchi

E poi ci si ritrova tutti insieme, nel tempo dell’ingenuità.
Coloro che compaiono in questa bella immagine d’epoca sono quasi tutti piccoli e quasi tutti portano un cappellino bianco in testa.
E poi la manina sul petto, un sorriso gioioso e l’espressione seria, una bimbetta ha qualcosa in bocca e quindi nella foto sembra che faccia una strana smorfia.

E poi dita in bocca, frangette, bretelle, abitini a fiori, infantili incertezze e pelle ambrata dal sole.
E lui che da solo è già un romanzo: stringe in un dolce abbraccio la bimba più piccina, ha questo modo di fare protettivo, è sicuro di sé e tiene l’altra mano sopra agli occhi per ripararsi dal sole che batte.
Lui da solo è una storia di infanzia avventurosa e di scoperta, di bellezza e infiniti stupori.

I bambini poi, come tutti i loro coetanei di qualsiasi epoca, amano mettersi seduti sui sassi, uno accanto all’altro.
E come dicevo alcuni hanno il cappellino bianco in testa, altri invece no.

Certi sembrano degli angioletti ma invece sono irrequieti e vivaci, delle piccole pesti che magari stanno soltanto architettando qualche guaio da combinare!

Stoffe a quadretti, tempo d’estate, sole negli occhi.

E ancora onde, gozzi, legno verniciato di uno stabilimento balneare.
E non mi è chiaro cosa regga in una mano il giovane uomo in piedi, un amico dice che secondo lui potrebbe trattarsi di un sigaro ma io non ne sono così sicura.
Erano anni lontani, nel tempo dell’infanzia.
E tra tutti loro c’era un bambinetto che guardava lontano, io vedo in lui la fiducia vera nel futuro e nelle opportunità che la vita terrà in serbo per lui.

E il sole brillava alto, in quell’altro tempo.
E c’erano sassi, speranze e cappellini bianchi.

Affettuosa corrispondenza

Nella mia piccola collezione ho anche alcune cartoline appartenute a certe sorelle: loro abitavano a Nervi davanti al mare blu e ricevevano questi romantici cartoncini da alcune loro amiche anch’esse sorelle tra loro e residenti nel ponente.
E così mi è venuto spontaneo fantasticare su queste signorine, saranno state giovani fanciulle oppure donne di una certa età?
A dire il vero è proprio impossibile intuirlo da quanto scrivono sulle loro cartoline, l’unica cosa chiara è che trascorsero diverso tempo insieme, in quel di Nervi.
E così le ho immaginate in un profumato giardino, sedute all’ombra degli alberi, indossano i loro abiti chiari arricchiti da pizzi fastosi, il parasole serve per regalare ombra e con eleganti ventagli ci si procura fresco ristoratore.
Le amiche forse discutono di moda, di musica, di romanzi francesi e di chissà che altro.
Sorseggiano tè e sgranocchiano qualche canestrello, ridono amabilmente e il tempo scorre nel chiacchiericcio lieve dell’amicizia che sa essere gioia, condivisione e spensieratezza.
Quel tempo non verrà dimenticato, sarà un piccolo tesoro di affetti per i momenti di malinconia, sarà la memoria bella di istanti felici.
E poi il tempo scorrerà e la nostalgia lascerà il posto al ricordo che suggella un legame di amicizia.
La cartolina è splendidamente romantica e porta il timbro del 28 Aprile 1911, sul retro una calligrafia gentile ha scritto queste parole:

Il mare è calmo, il vento tace, scordarsi di loro giammai saremo capaci.
Saluti e ricordi a tutti.

Anno 1875: le otto meraviglie di Genova

Nel mio viaggiare a ritroso negli anni lontani della Superba amo sempre avere con me buoni compagni di avventura, si tratta spesso di autori che hanno lasciato testimonianza di una città che nel tempo è molto mutata e offre oggi nuovi punti di interesse sconosciuti a coloro che vissero in altre epoche.
E andiamo in un altro secolo, ad accompagnarci per le strade di Genova è un genovese attento, lui è uno scrittore e giornalista, si chiama Edoardo Michele Chiozza ed è l’autore della Guida Commerciale Descrittiva di Genova per l’anno 1874-75.
In questa esaustiva e fantastica guida c’è un paragrafo nel quale sono elencate le otto meraviglie di Genova, questa parte del libro ci regala alcuni stupori, c’è infatti qualche sorpresa che dimostra quanto sia cambiata la nostra idea di Genova.
Non esistono ancora la Via XX Settembre e neanche Piazza De Ferrari, in questi anni che precedono gli inizi di un nuovo tempo Genova cambierà aspetto, sorgeranno nuovi quartieri e verranno edificati palazzi eleganti, nel contempo si conserva e ancora si apprezza la parte antica della Superba con i suoi caruggi e le sue vetuste case.
E allora ecco i preziosi consigli di Edoardo Michele Chiozza che enumera per i suoi lettori le meraviglie della città, egli specifica di averle selezionate sulla base di quanto espresso da molti illustri viaggiatori e secondo le apprezzazioni state fatte da persone competenti.
In primo luogo vengono citate le poderose mura della città erette a difesa della Superba e a seguire, al secondo posto, i moli del Porto con la Lanterna.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In terza posizione viene nominata la Chiesa di San Lorenzo a proposito della quale l’autore scrive: da pochi ben osservata.
Ora non è più così e la Cattedrale di Genova è apprezzata da genovesi e da visitatori.

Viene quindi citato il Palazzo Ducale, un tempo dimora del Doge e oggi prestigiosa sede museale.

Come quinta meraviglia di Genova il nostro autore nomina la Via Nuova che è chiaramente la prestigiosa Via Garibaldi.

Ebbene, fino a questo punto forse ai genovesi sembrerà tutto nella norma ma nella parte finale di questa particolare classifica ottocentesca troviamo qualche sorpresa, sono bellezze di Genova che forse ai nostri tempi non teniamo nel giusto conto eppure sono importanti punti di interesse per la nostra città.
Dunque, al sesto posto troviamo la Loggia di Banchi e così, quando vi troverete in quella zona di caruggi e magari distrattamente passerete oltre, ricordatevi che il nostro Chiozza considerava quel luogo una delle meraviglie della città.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Al settimo posto troviamo invece ancora un edificio religioso la cui costruzione fu lunga e laboriosa, si tratta della magnifica chiesa di Carignano.

E infine ecco come ultima meraviglia di Genova viene citato l’Acquedotto Civico, opera di fondamentale importanza per tutti i cittadini.
Certo, se ponessimo ora questa domanda ai genovesi le risposte sarebbero ben diverse e questo dovrebbe essere uno stimolo a riscoprire ciò che a volte sembriamo aver dimenticato, guardando anche alle ricchezze del nostro passato e a ciò che ci riportano alla memoria i libri dei tempi lontani.

Era la primavera del 1943

Era la primavera del ’43.
Così si legge sul retro di due fotografie e altro non riesco a scorgere, sono state incollate su un album e poi rimosse, un cartoncino marrone è rimasto sopra ad altre scritte, probabilmente sotto sono indicati anche un nome e un luogo.
Ma era la primavera del ’43 e questo fa tutta la differenza.
Non riconosco un panorama o un piccolo dettaglio che possa farmi pensare che le fotografie siano state scattate in un luogo a me caro, anzi a dire il vero penso proprio che provengano da un’altra regione.
E tuttavia, come dicevo, era la primavera del ’43.
E lei ha questo sorriso che ha catturato il mio sguardo.
Era tempo di soldati, lutti, guerra, distruzioni, razionamenti, incertezze, paure, rifugi, notti buie, pianti e perdite.
E lei sorride, così.
Con la speranza nel cuore, forse.

E questo è ciò che ho pensato osservando questa fanciulla così graziosa.
Ha i ricci vaporosi, la giacca a quadretti, una camicia chiusa fino in cima, la gonna al ginocchio con le pieghe sul davanti, le scarpe con la zeppa.
E porta un soprabito chiaro buttato sulle spalle perché non fa poi così caldo in questa primavera del ’43, anzi forse a volte la bella stagione sembra lontanissima e puoi persino pensare che mai più ti soffermerai ad ammirare un tramonto o a ridere senza trattenerti, in tempi così difficili tutto può sembrare irraggiungibile.
E lei sorride, forse proprio per questo, perché il futuro sarà migliore e allora si cerca di attenderlo come meglio si può, diciamo così.
Altrimenti come fai a essere una ragazza nella primavera del ’43?
E allora sorridi, con tutta la gioia che puoi, perché la giovinezza e la vita hanno bisogno di speranze e di fiducia.
Dietro ci sono dolci colline, in quella primavera del ’43.

E c’è un muretto al quale appoggiarsi, tenendo stretta la tracolla.
Pensando che forse il tuo domani potrà ancora essere luminoso e felice, domani arriverà e allora tutti quei sogni che non hai mai svelato a nessuno diventeranno realtà.
Anche se, ve lo ricordo ancora, è quel tempo là.
Guerra, nemici, trincee, lettere dal fronte, fragori, silenzi improvvisi.
E lontano, dove non sai, il tuo futuro.
Anche se non lo vedi, da qualche parte c’è e ti attende.
E allora sei lì, davanti a quel muretto, qualcuno ti scatta una fotografia e tu sorridi ed è la primavera del ’43.

Agosto 1908: una vicenda incresciosa in Piazza Acquaverde

Questa è una vicenda incresciosa che avvenne molti anni fa, accadde proprio in questi giorni di agosto nel glorioso 1908.
E andiamo a quella calda estate, in Piazza Acquaverde nel lussuoso Hotel Royal Aquila si presenta una giovane coppia.
È gente del bel mondo, i due giovani provengono da un’altra città piuttosto lontana e sfoggiano raffinate eleganze, l’avvocato e la sua signora viaggiano con due bauli carichi di abiti, lei è straniera e lo si capisce dal suo accento.
Chiedono una camera, la più confortevole e costosa, quindi si ritirano per concedersi il meritato riposo.


Certo la loro quiete durerà poco, state un po’ a sentire cosa accadde quella stessa sera.
Le guardie arrivarono nel cuore della notte ed esposero una spinosa questione al direttore dell’albergo, costui si vide così messo con le spalle al muro e si vide costretto ad accompagnare le forze dell’ordine davanti alla camera dove soggiornava la giovane coppia.
Le guardie bussarono, la porta si aprì e i due vennero condotti in centrale per l’interrogatorio del caso e quindi in carcere.
Che trambusto, che confusione, all’albergo non ci potevano credere!
E uscì fuori che quei due non erano l’Avvocato Tal dei Tali e la sua distinta consorte, macché!
Il giovinotto era un nobiluomo di blasonata famiglia, la legittima moglie di lui in quel periodo si trovava sulla riviera ligure in convalescenza.
E la signorina sorpresa in albergo con lui?
Eh, lei era una cameriera svizzera a servizio presso la coppia, lui si era incapricciato di lei e la tresca durava ormai da lungo tempo!
La signora, poverina, sapeva tutto e la piacente ragazza era stata persino licenziata ma il fedifrago continuava a frequentarla e anzi, trascorreva spesso giornate a Genova in compagnia di lei.
E all’epoca, come tutti saprete, c’era il reato di adulterio e così, su intervento della moglie di lui, era successo quello che era successo, ecco lì!
Le guardie, l’interrogatorio e l’intervento della legge.
Ora, chiaramente ho letto la notizia sulle pagine del quotidiano Il Lavoro, venne pubblicata in questi giorni del 1908.
Il giornalista conclude l’ultimo articolo dicendo che il fedifrago supplicava il perdono della moglie e la conseguente libertà, chissà se lei glieli concesse.
E sapete cosa vi dico?
Spero che le protagoniste femminili di questa vicenda abbiano poi trovato nuovi compagni di vita e altre autentiche felicità.
Erano altri tempi, davvero diversi dai nostri.
E accadevano vicende come questa, nella calda estate di Genova del 1908.

Anni ’20: agosto ai Bagni Liggia

Ricordi i nostri giorni d’estate?
Andavamo sempre ai Bagni Liggia, quello era davvero il nostro posto.
E poi cresci, diventi grande, ma quei luoghi che appartengono ai giorni dell’infanzia non li potrai dimenticare mai.
Andavamo ai Bagni Liggia, sul finire degli anni ’20, la vita era una sorpresa, accade così quando sei un piccoletto che va alla spiaggia con mamma e papà.

Proprio là, nel levante della città, dove il clima sa essere dolce e piacevole.

Bagni Liggia (2)

Là, dove lo sguardo si perde a inseguire la costa frastagliata e le impervie bellezze della Liguria.

Bagni Liggia (3)

Nel tempo dell’infanzia c’era sempre tutta quella gioia nei nostri occhi, noi che nulla sapevamo del nostro futuro.
Con la mamma e con le zie, ognuna porta un cappellino diverso, è caldo nel mese di agosto ed è meglio ripararsi la testa.
Ed eccomi lì, a dondolare le gambe sul pontile, avanti e indietro, avanti e indietro.
Poi raccogli un sasso e stringilo in una mano, insegui i granchi, corri sul bagnasciuga e ridi fortissimo.

Era il tempo dei giochi sulla spiaggia, ai Bagni Liggia.

Bagni Liggia (5)

E ti ricordi?
Ci mettevamo a sedere sui sassi e la mamma ci faceva mille raccomandazioni.
Era un tempo dolce, quello.
E l’aria calda accarezzava la pelle, papà mi baciava la fronte e ogni giorno era una nuova avventura.

Quello, per noi, era davvero il nostro posto.
E questa è una cosa che non si sa spiegare: ritorni in un certo luogo e il cuore comincia a batterti forte perché lì ci sono i ricordi della tua vita.
Le risate dei grandi, le chiacchiere in riva al mare e la luce del sole che fa luccicare l’acqua.

Bagni Liggia (6)

E ti ricordi?
Ti ricordi le nostre merende tra le braccia di mamma?
All’ombra, perché faceva caldo ai Bagni Liggia, dopo il bagno ci mettevamo lì bravi bravi e ci godevamo qualche dolce bontà che mamma aveva preparato per noi.

E i giri in barca?
Ti ricordi quel rumore? Pluf! È il suono del remo che cade nell’acqua e poi ritorna su!
E andavamo al largo, facevamo i tuffi ed era tutto così semplice e perfetto, il ricordo di quei momenti speciali è ancora vivo e vivace.

Bagni Liggia (8)

E questo, cari lettori, è ancora uno dei miei giochi di fantasia.
Ho dato voce al bimbetto che avete veduto nelle immagini d’epoca, si tratta di tre fotografie, su due di esse a tergo una mano gentile ha scritto Bagni Liggia, specificando poi anche che le immagini risalgono ai mesi di Agosto del 1928 e del 1929.
Non c’è scritto nulla sulla terza fotografia della quale avete già veduto un frammento, qui di seguito la pubblico per intero.
Ed io penso di aver riconosciuto il bambino sorridente e anche la sua mamma, quindi presumo che anche questi siano i Bagni Liggia anche se non ne ho certezza.
Era il tempo dolce di agosto.
Sorrisi, aria di mare, onde frizzanti.

E poi, il tempo.
Scorre, scivola e svanisce.
E accade così, all’improvviso.
E ti resta il ricordo del tuo tempo d’estate ai bagni Liggia.

Bagni Liggia (10)

 

Bambini di campagna

Due fotografie, infiniti mondi negli occhi e nei sorrisi delle persone che vi sono ritratte, nel tempo dell’estate in campagna.
Non conosco la località nella quale sono state scattate queste immagini ma penso di sapere che dovevano essere il ricordo di giorni felici.
E ci sono tre fratelli, a osservarli con attenzione sembra quasi che si distinguano dagli altri, lo si nota dagli abiti e dal loro atteggiamenti.
Forse sono bambini di città o forse sono i figli dei “signori” del paese, magari sono i piccoli del dottore o di qualche ricco possidente.
Abito alla marinara, sorriso divertito, la gerla sulle spalle forse più per divertimento che per dovere.

Ed ecco il più piccino dei tre, comunque doveva essere una peste, lo si vede chiaramente.

Al centro, con il suo abitino vaporoso e chiaro come le nuvole d’estate, la sorellina.
Seria, bene educata e compita, sfoggia anche un bel fiocchetto tra i capelli.

Bambini di campagna, in un frutteto.
Su un carro di legno cigolante, tutti insieme.
E sì, ci sono anche i fratellini dell’altra fotografia, oltre a loro altri bimbetti più piccoli.
E sono smorfie, ciuffetti biondi, magliette a righe, sole negli occhi, berrettini messi di traverso, bretelle incrociate, sorrisi ingenui e appena accennati.

E camiciole leggere perché fa caldo, cappelli di paglia, respiri trattenuti, inattesi stupori.
E per dirne una, osservate i due bambini in primo piano sulla destra, nell’immagine sottostante: mica l’hanno mai fatta prima una fotografia.
È capitato quel giorno lì e poi chissà, il più grande ne ha parlato per giorni con il nonno, raccontando di quella volta che gli capitò di essere sul carro e di fare la fotografia, che batticuore!

Bambini di campagna, a guidare il carro un uomo che ha conosciuto certo molte fatiche.
È scalzo, ha l’aria di serbare molti segreti per noi misteriosi, sono così quelli che sanno leggere le storie e le parole della madre terra, hanno una sapienza a noi sconosciuta.

In quel tempo, in campagna, c’erano tre fratelli.
E qualcuno li fotografò davanti a questa casa, forse ancora oggi quei muri racchiudono antiche memorie.

In quel tempo, davanti agli alberi, c’era un carro.
E appena si nota sulla sinistra la sagoma di una figura femminile, forse la moglie di colui che tiene le redini.
E là, tutti insieme, ci sono loro: bambini di campagna nel tempo di un’altra estate.

Luglio 1913: cronache dell’estate

Tempo d’estate, tempo di notizie che forse fecero scalpore in città.
Era il primo giorno di Luglio del 1913 e il quotidiano Il Lavoro riportava alcuni fatti decisamente particolari.
Ebbene, state a sentire, questa è la storia di una giovane sposa.
Pare che costei, mentre si trovava sotto i Portici di Via XX Settembre, abbia per caso incrociato il suo legittimo consorte che se ne andava a passeggio con una bella signorina poco più che ventenne.

La sposa tradita non ci pensò su due volte, rapida come il vento prese a male parole il fedifrago e la soave fanciulla, dice il cronista che parlava in maniera piuttosto concitata tanto da attirare l’attenzione dei passanti.
I due ebbero l’idea di rifugiarsi su una vettura cittadina ma la sposa delusa non si diede per vinta, anzi!
Prese la giovane amante del marito e la trascinò giù dalla carrozza tra i fischi e gli strepiti della moltitudine accorsa ad assistere all’inconsueto spettacolo.
Alla fine a dividere i litiganti giunse la forza pubblica e i due sposi furono portati in questura mentre la ragazza fu consegnata alla sua famiglia di rinomati albergatori.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In quella stessa sera un gruppo di trepidanti genovesi assisteva con interesse all’estrazione della tombola nazionale telegrafica a Palazzo Ducale.
Con tanto di solenne cerimonia vennero estratti i numeri vincenti, la folla gremiva la Piazza Umberto I davanti al Ducale e ad ogni numero pronunciato con tono grave si poteva udire un tumulto di voci stupefatte.

Eventi del tempo d’estate, a Genova, nel lontano 1913.
E tra le molte notiziole un’altra merita menzione, non perché sia particolarmente rilevante ma in quanto piuttosto insolita.
Dunque, si tratta di una certa signorina che a quanto pare diede scandalo nella centralissima Piazza De Ferrari.
Il cronista sottolinea che la fanciulla era piuttosto nota e a quanto pare non proprio per la sua specchiata virtù, di fatto in quella sera d’estate si mostrò con certe trasparenze che lasciavano poco all’immaginazione.
Il giornalista scrive anche che aveva pure un abito aderente con due ampi spacchi sui lati, una cosa da non credere!
Nella centralissima Piazza De Ferrari!

E infine si segnala anche un tentato furto a una celebre fabbrica di acque gazzose sempre a pochi passi da Via XX Settembre.
Ai ladri è andata male, il solerte proprietario della fabbrica aveva avuto l’accortezza di togliere tutti i denari dai cassetti quindi i malfattori non trovarono nulla da sottrarre.
Vista la situazione si scolarono alcune frizzanti gazzose e forse fecero pure un brindisi, poi si dileguarono lasciando lì gli attrezzi che avevano usato per introdursi nella fabbrica.
Ogni tanto mi piace andare a cercare le notizie del passato, mi domando cosa mai sarà accaduto in questo periodo diversi anni fa.
Ci sono i grandi eventi storici e le piccole notizie di poco conto, fatti ormai del tutto dimenticati, forse all’epoca invece se ne discusse a lungo: era l’estate del 1913.