Memorie a rotta di collo

“A volte mi chiedo se il mondo sembrerà ancora un posto così eccitante e spensierato come sembrò a noi a Hollywood all’inizio degli anni Venti. Eravamo tutti giovani, l’aria della California del Sud sembrava vino. Anche il nostro lavoro era giovane e fiorente come non mai.”

Con una scrittura accattivante, briosa e brillante l’attore Buster Keaton racconta la storia della sua vita nel volume Memorie a rotta di collo scritto con Charles Samuel, il volume fu pubblicato per la prima volta nel 1960 ed è edito in Italia da Feltrinelli.
È un libro intrigante, pieno zeppo di aneddoti curiosi sull’epoca d’oro di Hollywood, se amate la storia del cinema lo adorerete, se avete in mente il nome di qualche stella dell’epoca di Buster Keaton sappiate che c’è una buona probabilità che troviate quel nome tra queste pagine.
Lui, il genio stralunato e spericolato di Buster Keaton si narra senza riserve, presentando al lettore la sua vita e il suo mondo che da sempre è stato quello dello spettacolo.
Sì, perché il piccolo Joseph Francis Keaton nasce nel 1895 in una famiglia di attori di vaudeville e inizia a calcare le scene ad appena 4 anni.
E tutti lo conosciamo come Buster, questo suo nome d’arte egli lo deve ad una figura a dir poco leggendaria con il quale lavorò suo padre: il grande Harry Houdini.
Acrobata spericolato, autentico uomo da palcoscenico, testimone del suo tempo dorato, Buster Keaton si fa strada nel mondo dello spettacolo e i nomi che lo affiancano e che accompagnano il suo percorso artistico e il suo racconto sono quelli delle celebrità dell’epoca come Charlie Chaplin, Harold Lloyd, Mary Pickford e molte affascinanti dive del suo tempo.
Vissuto nell’epoca dei grandi cambiamenti e della scoperta di diverse modalità espressive, Buster Keaton vive l’avvento del cinema muto e più tardi la nascita del cinema sonoro, una vera e propria rivoluzione.
E quella magia del cinema è resa così palpabile in queste sue parole:

“La macchina da presa non aveva limiti. Il mondo intero era il suo palcoscenico. Se per scenario si volevano città, deserti, l’Oceano Atlantico, la Persia o le Montagne Rocciose bastava portare lì la macchina da presa. … Niente di ciò che si poteva sentire o vedere era oltre le possibilità della macchina da presa.”

La gloria, la ricchezza e i successi, la celebrità e gli amori tempestosi, gli scandali, gli eccessi, i tempi bui e le difficoltà, tra le pagine di questo libro troverete luci ed ombre di Hollywood narrate con brillante sapienza da uno dei suoi protagonisti.
E lui, il nostro Buster Keaton, svela al lettore anche certi piccoli segreti.
Ad esempio, sapete come nacque il nome Metro Goldwyn Mayer?
E sapete come deve essere fatta una torta da tirare in faccia? Eh sì, Buster Keaton spiega anche la ricetta con dovizia di particolari.
Estroso e spiritoso, Buster Keaton fu anche protagonista di memorabili scherzi e io mi sono ritrovata a ridere da sola mentre leggevo l’aneddoto riguardante Pauline Frederick, affascinante stella del cinema muto.
Dovete sapere che costei aveva una magnifica villa a Beverly Hills e spese migliaia di dollari per avere un prato proprio come lo desiderava, la difficoltà era dovuta al tipo di terreno.
Un bel giorno però ecco un gruppetto di tre attori che mette in scena lo scherzo perfetto: loro tre sono Roscoe Arbuckle, Lew Cody e il nostro Buster Keaton.
Bardati con abiti di scena, armati di vanghe, picozze e strumenti vari partono a bordo di una vecchia Ford e si presentano davanti alla casa diva.
All’attonito maggiordomo si qualificano come uomini del Dipartimento del’Energia Elettrica e Gas di Beverly Hills giunti a scavare in quella zona per individuare una grave perdita, spiegano che dovranno scavare con cura e mandare all’aria il curatissimo prato della dimora per ragioni di sicurezza.
Andò a finire che dalla casa uscì Pauline Frederick con sua zia, entrambe in vestaglia, l’attrice si avvicinò ai tre uomini pregandoli di non guastare il suo bel prato e quando riconobbe i tre attori anche lei si fece una bella risata.
Allegro, piacevole, questo racconto è la storia della vita di un genio di nome Buster Keaton e offre al lettore un sguardo particolare su un mondo luccicante e su un’intera esistenza trascorsa coltivando la gioia dell’arte della recitazione.

“Pochi giorni fa un amico mi ha chiesto quale fosse il piacere più grosso che avevo provato nel vivere tutta la vita da attore.
Ce ne sono stati così tanti che ho dovuto pensarci un attimo. Poi ho detto: “come tutti a me piace stare con la gente allegra”.
Questo è il più grande piacere e privilegio del comico: l’essere stato insieme a tanta gente felice che lui stesso ha fatto ridere con le capriole e le altre pagliacciate.”

All’ombra delle torri di Porta Soprana

Quelle case vetuste, di pietra e di ardesia, intrise di storia e dense della memoria di passi che un tempo calcarono certe ripide scale.
Semplicemente case di famiglie, di padri e di madri, di lavoratori e bottegai di Ponticello, buona gente che abitava là, all’ombra delle torri di Porta Soprana.
Semplicemente genovesi e con tanto orgoglio, io credo.
E mi piace immaginare questi miei concittadini che nel passato abitarono in quelle strade perdute a pochi metri dalla dimora di Colombo e vicini alla porta della città sulla quale è affisso un marmo dove si leggono, tra le altre, queste parole:

Ben presidiata d’uomini e munita di una mirabile cinta di mura,
tengo col mio valore lontani gli ostili colpi.

I colpi impietosi del piccone, invece, non risparmiarono le umili case: il Novecento portò la modernità e i grattacieli svettanti, a metà degli anni ‘30 questa zona subì sventramenti e demolizioni e divenne a poco poco come oggi noi la conosciamo.
Nel momento in cui fu scattata la fotografia che compare su questa cartolina c’era ancora vita fremente in quelle case antiche: c’erano pentole sul fuoco, panni da lavare, c’erano letterine di Natale e cassapanche, sedie impagliate e tovagliette di pizzo tenute con cura.
C’erano finestre spalancate, tetti spioventi, lenzuoli stesi, sospiri e battiti del cuore.

E poi la vita è anche un po’ strana, a volte: all’incirca nel punto dove oggi fa capolinea una linea dell’autobus in quel tempo lì c’erano i carretti trainati dai cavalli.
E c’era la recinzione di un cantiere: in quell’area verrà ricollocato l’antico Chiostro di Sant’Andrea e là ancora si trova, all’ombra delle torri di Porta Soprana.
E c’era un evento imperdibile per i genovesi, lo vedete ben pubblicizzato sui manifesti affissi sulla palizzata di legno.
Vi si legge Maciste Innamuou e in italiano corrisponde a Maciste Innamorato, questo è il titolo di un film muto del 1919 di cui fu protagonista nel ruolo principale il genovese Bartolomeo Pagano, non so dirvi se il manifesto si riferisca a un adattamento teatrale o proprio a una proiezione di quel film.

Una gran pubblicità per uno spettacolo che avrà certo incuriosito molti spettatori, ci sono manifesti ovunque!
Intanto la vita scorre, lenta e calma, ognuno cammina verso la propria meta in un frammento di Genova che sta per cambiare aspetto.
E probabilmente, in quel momento, nessuno di loro lo sa.
Ci sono ancora quelle vecchie case, le botteghe minuscole, i profumi semplici della vita, i caruggi sempre veduti e vissuti.

Come ogni giorno.
Come in ogni attimo di certe vite trascorse all’ombra delle torri di Porta Soprana.

La fierezza di Maria

Una donna, la sua storia: conosco davvero alcune cose su di lei e allora oggi è proprio il giorno giusto per narrarvi dei suoi tempi.
Il suo nome è il più semplice e diffuso, lei si chiama Maria.
E ha questa fierezza, nell’instante in cui qualcuno le scatta la fotografia memorabile.
Quanta vita vede ogni giorno Maria!
Le capita in sorte di essere donna in certi tempi difficili, è 1917 e il suo cammino si incrocia inesorabile con quello di molti suoi concittadini: alcuni hanno molti pensieri e preoccupazioni, forse Maria ha anche parole gentili per certe madri che cercano conforto.
Sono giorni complicati, i mariti e i figli sono lontani, si attendono con trepidazione le notizie dal fronte e si resta come sospesi in un’angosciosa attesa, in un silenzio terribile che si spera di colmare con un ritrovato abbraccio.
Aspettando il tempo futuro che sarà più luminoso anche per la nostra Maria.

Lei ha un compito importante, è lei stessa a scriverne sul retro di questa immagine che venne spedita da Sampierdarena, è datata 29 Febbraio 1917 e destinata a Ettore, una persona a lei cara.
Riporto qui alcune righe che Maria scrisse di suo pugno:

Ricambio i tuoi saluti da me e famiglia, ti mando questa mia fotografia perché vedi cosa faccio: sono bigliettaria del tram elettrico.

In quel periodo, nel tempo della I Guerra Mondiale, gli uomini partono per la guerra e così la Società U.I.T.E. (Unione Italiana Tram Elettrici) resta sguarnita del suo personale, i posti vacanti sono numerosi.
Pertanto, per supplire alle carenze di organico, vengono assunte le donne.
Ho trovato alcune notizie in merito in un mio libro dal titolo Trasporto Pubblico a Genova fra cronaca e storia di Elisabetta Capelli, Franco Gimelli e Mauro Pedemonte edito da De Ferrari Editore nel 1991.
In particolare si specifica che venne data la precedenza alle mogli o parenti dei tranvieri richiamati a combattere, queste lavoratrici seppero compiere al meglio il loro dovere e furono stimate e apprezzate dalla cittadinanza.
A guerra finita, tuttavia, gli uomini tornarono ai loro posti e le donne non vennero confermate, a questo seguirono proteste per l’ingiusta disparità di trattamento.
Tra queste bigliettarie, in quel tempo diverso, c’era anche Maria.
E quanta vita vedeva ogni giorno, quante storie saranno rimaste impresse nella sua memoria.
Al lavoro puntuale, con la sua tracolla e con gli attrezzi del mestiere, nella mano stringe la pinza obliteratrice.

Maria la bigliettaria doveva essere molto orgogliosa di se stessa, lo si vede dal suo sguardo e dal suo portamento.
Ritta con la sua divisa grigia, i capelli raccolti sotto la cuffia, seria come si conviene.
E sarà un caso ma ho trovato questa fotografia giusto pochi giorni fa e ho così romanticamente pensato che  fosse giusto ricordare Maria proprio nel giorno dedicato ai diritti delle donne.
Lei che fu una giovane lavoratrice all’avanguardia, lei che vide tutta quella vita, sui tram elettrici che attraversavano le strade di Genova.
Con questa tua fierezza, in ricordo di te e del tuo valore, cara Maria.

Luci della ribalta

Questa è una storia di Hollywood al femminile, è una storia di amicizia e di luci scintillanti che rischiarano l’ascesa di una celebre diva del muto:

“Lei era Mary Pickford, la più amata fra le stelle del cinema! E Mary Pickford era la padrona del mondo. Non era forse vero? Aveva il mondo ai suoi piedi. Di cosa avrebbe mai potuto avere bisogno?”

Mary è la protagonista del libro Luci della ribalta e divide la scena con Frances Marion che oltre ad essere sua amica fu per molti anni la talentuosa sceneggiatrice dei suoi film.
Il volume di Melanie Benjamin edito da Neri Pozza ha una cifra stilistica fondamentale capace di trascinare il lettore nelle atmosfere di quegli anni leggendari: è la scrittura elegante e garbata, essenziale e cinematografica, mai ridondante e del tutto priva di cadute di stile.
Le due amiche si alternano come protagoniste dei diversi capitoli: Frances Marion racconta se stessa in prima persona, è invece un narratore esterno a narrare al lettore i capitoli dedicati alla Pickford.
La celebre diva è così ritratta a tutto tondo, di Mary che fu la ragazza dai riccioli d’oro e la fidanzata d’America scopriamo l’infanzia povera e triste, i primi passi da attrice bambina che per sbarcare il lunario calca i palcoscenici di certi teatri, diverrà poi una stella di prima grandezza del cinema muto.
E la sua strada verso il successo è condivisa con Marion, donna creativa e volitiva, appassionata e di grande valore, una figura che ha saputo davvero fare la differenza.
Se come me amate le atmosfere hollywoodiane apprezzerete questa lettura che scorre via lieve come un film d’epoca: ci troverete lei, la fidanzata d’Amenica e il suo mondo ormai lontano.

In questo libro ci sono gli amori e i tradimenti, i successi e le ricche dimore, ci sono le celebrità come Charlie Chaplin, Buster Keaton, Rodolfo Valentino e l’affascinante Douglas Fairbanks che fu marito di Mary.
Ci sono i tempi difficili e c’è l’America del proibizionismo, quei fotogrammi vi scorrono davanti proprio come un film:

“Ora che era entrato in vigore il proibizionismo e tutti erano tornati dalla guerra, le gonne si accorciavano e la morale precipitava. Tutti conoscevano “un tipo” capace di procurare gin o vino o qualunque altra bevanda alcolica desiderata. … Quel Paese delle meraviglie era pieno di una nuova frenetica musica chiamata jazz, di fumo di sigaretta, di ragazze con abiti sciolti e caviglie scoperte che cadevano in grembo a uomini in smoking dai cravattini sempre un po’ sghembi… “

Nel narrare le vite di Frances e Mary la Benjamin delinea il valore assoluto dell’amicizia femminile con i suoi malintesi, le inevitabili distanze e gli affettuosi ritorni a volte persino inattesi.
E c’è un percorso che non è sempre luminoso e felice, è meno facile di quanto sembri essere donne nell’industria cinematografica: Mary Pickford e Frances Marion saranno entrambe vincitrici di un premio Oscar ma entrambe, come tutti, avranno i loro dilanianti dolori.
La radiosa ascesa della diva del muto contempla anche un declino mentre il mondo cambia rapidamente: iniziano ad andare di moda i talking pictures, i film sonori che hanno un altro ritmo e una diversa velocità.
E il tempo scorre, la giovinezza svanisce, il bicchiere di Mary è spesso colmo di gin.
C’è amarezza e bellezza in questo libro, c’è il mondo del cinema con le sue imperfezioni, i suoi trionfi e le disillusioni.
E c’è la penna di Melanie Benjamin capace di restituire al lettore un romanzo intenso come un film:

Stavamo plasmando il personaggio di Mary: una bambina, non una qualsiasi, bensì la bambina, la bambina adorata dell’America, incarnazione dell’innocenza e della simpatia travolgente, della vulnerabilità e del coraggio, un personaggio che alla fine di ogni film tutti gli spettatori desideravano abbracciare, coccolare e proteggere.”

I diari della principessa

“Era il 1976…
Charlie’s Angels, Laverne & Shirley e Family Feud andavano in onda per la prima volta.
Steve Wozniak e Steve Jobs fondavano in un garage la società informatica Apple.”

Era il 1976, io avevo 10 anni e l’autrice di queste righe ne aveva 19.
Lei è Carrie Fisher, così inizia “I diari della Principessa – Io, Leia e la nostra vita insieme” pubblicato in Italia da Fabbri Editori.
E pensando a lei è inevitabile pensare a noi stessi e a quello che lei è stata per noi.
Carrie Fisher nacque già attorniata dalle luci scintillanti di Hollywood: sua madre era l’attrice Debbie Reynolds, suo padre era il cantante Eddie Fisher.
Suo padre lasciò la moglie per Elizabeth Taylor che all’epoca era la migliore amica di Debbie.
E Carrie, giovane promessa, interpretò un ruolo cinematografico che ha fatto sognare schiere di adolescenti: la Principessa Leia di Star Wars, un film epico e leggendario.
Dunque, era il 1976, io avevo 10 anni e Carrie ne aveva 19.
Quando la vedemmo sullo schermo del cinema tutte noi, o per lo meno molte di noi, pensammo che avremmo voluto essere lei: lei, la principessa Leia.
Tra le pagine di questo volume troverete una donna adulta e sincera che si guarda indietro e racconta se stessa: racconta Carrie e racconta Leia, racconta anche l’emozione straniante di essere confusa con un personaggio immaginario al quale si è sempre sentita intimamente legata.
La vita, il cinema e la fragilità.
Tutte noi avremmo voluto essere lei: la principessa intergalattica con quella strana pettinatura.

Quella ragazza ebbe una travagliata storia d’amore svelata per la prima volta su queste pagine.
Dunque, lei aveva 19 anni, lui ne aveva 35, era sposato, era un uomo affascinante e carismatico, lui era Harrison Ford.
Si incontrarono sul set di Star Wars, Ford interpretava la parte del coraggioso Han Solo.
Leia e Han, Carrie ed Harrison: la vita e la finzione si mescolano.
La vita però è molto meno romantica di un film, vi lascio la curiosità di scoprire questa vicenda senza svelare troppi dettagli.
All’epoca del film Carrie teneva un diario, le pagine di quel diario sono in questo libro.
E svelano una ragazza fragile, incompresa, insicura e al tempo stesso vivace e frizzante, una ragazza che va in confusione e davanti a lui si pone la fatidica domanda: che cosa avrebbe fatto Leia?
Lui è magnifico, il tipo d’uomo che le fa girar la testa.
Lei no, lei non si sente abbastanza. Lei non è all’altezza. E lo scrive, senza riserve:

“Perciò, come si poteva chiedere a un tale sfolgorante modello d’uomo di accontentarsi di una come me? No! Non ditemelo!
Il fatto è che gli bastai. Anche se durò poco. Fu molto più che abbastanza.”

La ragazza che non si perdona nulla scrive nelle pagine del suo diario parole come queste:

“Vorrei che mi amassi di più, così io potrei amarti di meno.”

Ricordate?
Lei è la principessa Leia, la sua vita reale si si sovrappone al personaggio del film: a volte è dura essere anche all’altezza di se stessi e delle proprie aspettative.
Hollywood, i set cinematografici, le celebrità, il pubblico adorante che vuole gli autografi, una madre tanto amata, un percorso di vita complicato.
Se conoscete un po’ la storia della Fisher sapete già che la sua esistenza non fu poi così semplice, nel corso degli anni non fu immune da eccessi e dalle conseguenti difficoltà.
Credo che quando si osservano le vite degli altri bisognerebbe astenersi dal giudizio e dalle conclusioni scontate, a volte certe vite ci sembrano semplici perché crediamo che gli agi di un’esistenza dorata bastino già a fare la felicità, non è sempre esattamente così.
Carrie Fisher era una donna arguta, capace di sorridere anche di se stessa, il suo stile è ironico, tagliente, a volte nostalgico.
Avevo già letto un suo libro nei lontani anni ‘80: Cartoline dall’Inferno.
Le sono affezionata, in qualche modo è stata una figura che ha accompagnato la mia adolescenza.
Era la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere, ricordate?
È mancata lo scorso anno, il giorno dopo sua madre l’ha seguita.
I fan le hanno dedicato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, c’è incisa una celebre citazione di Star Wars: May the Force be with you. Che la Forza sia con te.
E poi un’altra parola: always. Sempre.
E ancora una: Hope. Speranza.
Perdonaci Carrie, non abbiamo capito, ti vedevamo con il tuo vestito candido e ci sembravi così perfetta.
Sai, eravamo giovani anche noi e non sapevamo che a volte non è affatto semplice essere una principessa intergalattica.

Avere 16 anni nel 1867

Avere sedici anni nel 1867: da diversi giorni sto provando ad immaginare quelle sensazioni e non posso dire di esserci riuscita.
Sembra una faccenda dannatamente complicata, è difficile capire le esistenze degli altri.
Questi pensieri sono ancora riconducibili ad una fotografia e alle vicende di una famiglia della quale sto tentando di ricostruire la storia: scartabellando tra archivi e documenti ho scoperto che una certa fanciulla aveva circa sedici anni quando si è sposata.
E quindi sto provando a immaginare lei e le sue emozioni, le sue speranze e i suoi pensieri.
Hai sedici anni, nel 1867.
Sei cresciuta in una famiglia che si è presa cura di te, forse ti hanno anche un po’ viziata.
Epoca turbolenta la tua, sei nata prima dell’Unità d’Italia.
E poi è venuto il tempo delle grandi imprese, tu talvolta ascoltavi i discorsi dei grandi e comunque lo capivi anche tu che qualcosa di grande stava per succedere.
Sei stata bambina, fanciulla e improvvisamente donna.
E io ho qua le immagini che parlano di te, queste fotografie raccontano alcuni istanti della tua vita.

Tua mamma, con pazienza, ti ha spiegato i tuoi doveri.
E poi magari a volte ti guardavi intorno e vedevi che c’erano persone meno fortunate di te, per loro ogni giorno era fatica, tu invece sei nata in una famiglia molto abbiente, non ti è mai mancato nulla: hai avuto abiti alla moda, gioielli, sfarzo.
Però non basta, vero?
La tua mamma se ne è andata troppo presto, io questo lo so.
Amore?
Amore, voglio crederlo.
Perché ti ho vista vicina al tuo sposo e io sì, penso che quello fosse amore.
E io ti guardo, con quell’abito tutto nastri, velluti e fastose frange, con quella pettinatura complicata, ti guardo e non ci posso credere, sei solo una ragazza ma sembri molto più grande.
Avere sedici anni nel 1867.
Come si fa a capire com’era?
E voi due vi siete scelti oppure no?
Due famiglie importanti, il vostro matrimonio.
E poi la vita insieme, voi due.
Sei diventata madre ed eri un fiore di fanciulla.
E come sarà stato per te e per tutte le giovani della tua epoca?
In quel tempo là, in cui la vita era così fragile, bastava una febbre, un malanno, un soffio.
Come si fa a comprendere come si affronta la vita con questa consapevolezza?
Noi che viviamo in quest’epoca di benessere siamo in grado di capire le ragazze come te?
Le tue amarezze e i tuoi dolori, so che li hai avuti, però non so come li hai affrontati.
Ti ho immaginata, nella tua grande casa, ti ho pensata affabile, generosa e attenta.
E malinconica, a volte.
E ho tutte queste domande e altre cento ancora, non se avrò tutte le risposte e non so se riuscirò a capirti.
E tu, l’avresti mai detto?
Da tanto tempo nessuno pronunciava il tuo nome.
E poi, all’improvviso una sconosciuta, con tutti questi interrogativi.
Io il tuo nome l’ho pronunciato, più di una volta.
E ho provato a immaginare le tue paure, le tue emozioni, la tua fiducia nel futuro.
Tu.
Tu che avevi sedici anni nel 1867.

Lucky man

Ci sono persone che, pur non sapendolo, fanno parte in qualche modo della nostra vita.
Se siete molto giovani forse il vostro ricordo di Michael J. Fox potrebbe essere vago ma quelli della mia generazione sono cresciuti insieme a lui: siamo diventati grandi insieme e non ce ne siamo neppure accorti.
Chi è stato giovane negli anni ’80 ha avuto il privilegio di conoscere un tipo speciale: si chiamava Alex Keaton e le vicende della sua famiglia scorrevano sul teleschermo, era uno dei nostri riti.
Poi quel ragazzo vestì altri panni, era il 1985 e lui divenne Marty McFly, lo studente protagonista di un un film indimenticabile, c’è qualcuno tra voi che non ha mai visto Ritorno al Futuro?
Allora l’astro di Michael J. Fox era al suo apice, lui aveva 24 anni, io ne avevo 19.
Scanzonato, divertente, spiritoso, una vera faccia da schiaffi.
Lui viveva nel mondo dorato di Hollywood, a una distanza siderale da tutti noi, eppure era uno di noi: un amico, un compagno di classe che aveva avuto fortuna.
E il suo successo, secondo noi, era più che meritato.
Certe stelle a volte vengono oscurate da fosche nubi, a neanche trent’anni a Michael J. Fox venne diagnosticata una forma precoce di Morbo di Parkinson, questa è la tragica circostanza che ha mutato il corso del suo destino.
Una storia, una vita, una lotta tenace contro una malattia crudele: un libro, Lucky Man, ne è autore lo stesso Michael J. Fox, il volume è uscito diverso tempo fa per TEA Editore e ho visto che è disponibile in eBook.

Lucky Man

In estate mi capita spesso di rileggere i libri che amo e questo è uno di quei libri.
Questa è la storia di un successo, è la storia di un ragazzo squattrinato che muove i suoi primi passi nel mondo del cinema e diviene una celebrità.
È una storia onesta e sincera, con vene di autentica ironia e di profonda autocritica, è una vicenda di fragilità e paure, di stupori incerti e di crescenti consapevolezze.
Sei giovane, ricco e famoso e sebbene tu abbia un’esistenza in qualche modo disordinata sei persino felice.
E la vita, all’improvviso, ti cambia le carte in tavola lasciandoti impreparato.
E tu sei lì, sul set della tua intera esistenza, solo che non conosci la tua parte, non c’è un copione e ti tocca improvvisare.
Non è facile svelare a se stessi e al mondo questa nuova realtà, Michael ci metterà parecchio tempo.
Alcune pagine sono particolarmente coinvolgenti, dolci e colme di gratitudine sono le parole che Michael scrive per sua moglie, nostalgiche e tenere sono le descrizioni di certi viaggi lungo le strade dell’America: Michael accanto a suo padre, Michael accanto al suo primo figlio.
Michael J. Fox ha lasciato le scene da diversi anni e ha creato una fondazione che si occupa della ricerca sul Parkinson.
E ricordate?
Lui è il ragazzo che andava sullo skate, lui è uno di noi: non ci siamo mai incontrati ma in realtà non è proprio così.
E allora se aprirete la sua autobiografia vi sembrerà di trovarvi seduti su un muretto accanto a lui e sarà lui a narrarvi la sua vicenda.
Ricordate?
Lui è il ragazzo con le fossette, quello non tanto alto, quello che faceva sempre le battute.
Per noi che siamo i suoi amici ha scritto questo libro: pagine intense che raccontano giorni difficili e scelte faticose, pagine che insegnano il coraggio e l’amore vero per la vita, in un ritorno alla propria autenticità.

La mia famiglia mi ha sempre fatto sentire che la casa è un posto dove posso sempre essere sempre me stesso.

Michael J. Fox – Lucky Man

Gilberto Govi è tornato a Banchi

Un attore amato da tutti, un artista che da tempo è parte del patrimonio affettivo e culturale di questa città, una voce di Genova che non ha mai smesso di parlarci.
Sono trascorsi 50 anni dalla sua morte e per celebrare la grandezza di Gilberto Govi nella Superba è stata allestita una mostra gratuita alla Loggia della Mercanzia a Banchi, qui rimarrà fino al 26 Giugno, a Ottobre verrà trasferita al Museo Biblioteca dell’Attore da dove provengono i numerosi pezzi del percorso espositivo.

Govi (2)

Ed è proprio Govi che incontrerete, in questo luogo che risveglia subito una memoria viva, quelle parole che lui recita nella più celebre delle sue commedie, i Maneggi per maritare una figlia:

Ero lì a Banchi, c’era piuttosto caldo, c’era niente da fare, c’era un bel sole.
M’hanno detto che ci sono dei raggi del sole che fanno tanto bene …raggi ultraviolanti… ultraviolenti… e ho detto, va bene, intanto non c’è niente da fare, mi prendo due o tre raggi.
Mi son levato il cappello e ho detto, beh, mi prendo due o tre raggi, ero lì che mi prendevo i miei raggi…

Govi (3)

Il grande Gilberto è tornato a Banchi e i genovesi lo hanno accolto con affetto autentico, per molti di noi è come ritrovare un amico che non si vedeva da tempo.
Parlami di te, parlami del tuo cammino in questo mondo che spesso dimentica ma che a volte sa ricordare chi davvero merita elogi e celebrazioni.

Govi (4)

E così Govi si racconta in questo allestimento realizzato magistralmente dal Professor Eugenio Buonaccorsi, una mostra ricca di fotografie, cimeli e curiosità.

Govi (5)

C’è una grande mappa di Genova e su di essa sono segnati i luoghi della vita di Govi, intorno ad una delle vetrine noterete la sagoma di un tram, su un mezzo simile viaggiava il giovane Gilberto e durante il percorso studiava i copioni.

Govi (6)

Lo si ritrova sui manifesti, nelle immagini che richiamano quelle sue espressioni mai scordate.

Govi (7)

E tante sono le locandine dei suoi spettacoli.

Govi (8)

C’è il tempo dei trionfi e della sua vita sul palcoscenico, troverete anche il suo baule da viaggio e quello della moglie Rina.

Govi (9)

Govi (10)

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Govi si racconta e narra lo spirito di una città, la città del porto e degli scagni, la città di un mondo così abilmente evocato nelle sue commedie.
E certe nostre propensioni le ho trovate in una sua lettera, forse è uno dei dettagli che più mi ha colpita e risale al tempo di una sua tournée in Sud America.

Govi (12)Ecco la parte che ha suscitato la mia attenzione: si preannunciano 36 spettacoli, ma non è che il pubblico si attende 36 diverse rappresentazioni?
E poi tutta questa pubblicità? Lo stile e le sue riflessioni sono per me tipicamente genovesi, non saprei trovar di meglio per descrivere come siamo e come viviamo la nostra quotidianità.

Govi (13)

Ci sono le recensioni dei giornali, i riconoscimenti, i copioni, le rubriche con gli elenchi degli abiti di scena.

Govi (14)

C’è il suo tavolino da trucco.

Govi (15)

E c’è il suo sguardo: il sopracciglio inarcato, il sorriso eloquente, quella sua mimica che lo ha reso attore formidabile ed interprete di figure ormai parte del nostro immaginario collettivo.
Ognuno di noi ha visto mille volte le sue commedie, ognuno di noi quando le rivede ride come se fosse la prima volta.

Govi (16)

C’è un pannello sul quale troverete un’immagine tratta da I Maneggi per maritare una figlia.

Govi (17)

E in una vetrinetta una preziosissima memoria: il gipponetto di Govi, quel gilet con il quale ha recitato la celeberrima scena di gassetta e pomello.
E infatti è abbottonato alla Govi, noi a Genova diciamo sempre così!

Govi (18)

E se avete nostalgia potete sedervi nel piccolo cinema allestito per l’occasione, potrete così gustarvi alcune scene e farvi ancora le solite risate.

Govi (19)

La mostra è arricchita da pannelli illustrativi che narrano l’attore e l’uomo, in uno di essi si legge del giovane Gilberto e del suo cuore che batte per Rina Gaioni Franchi.
La madre di lei non ne voleva proprio sapere di quel galante, così il nostro studiò uno stratagemma che non vi potete immaginare, non vi svelo nulla per non togliervi il gusto della sorpresa.
E poi, come sapete, Rina fu sua compagna nella vita e nel teatro, li vedrete ritratti in diverse fotografie.
Govi (20)

E le emozioni si susseguono in questo incontro con un grande attore che ha reso celebre il nostro dialetto, in certi suoi scritti traspare il suo profondo attaccamento alla sua terra e alle sue tradizioni.

Govi

Merita una menzione la bella scenografia tutta genovese, la Superba di altri anni, gli anni di Govi.

Govi (23)

Ed è davvero come andare a trovare un amico che non si vede da diverso tempo, si riesce ad immaginare di vederlo seduto alla sua scrivania, quella che teneva nella sua casa di Piazza della Vittoria.

Govi (24)

Ringrazio il Professor Eugenio Pallestrini, presidente del Teatro Stabile e Direttore del Museo Biblioteca dell’Attore, per avermi permesso di pubblicare le immagini che avete veduto, c’è molto altro da scoprire alla Loggia di Banchi, qui trovate gli orari della mostra.
Gilberto Govi vi aspetta, andate a salutarlo e a rendere omaggio al suo percorso artistico e alla sua figura.

Govi (25)

L’attore, la maschera e il genovese, questo è il titolo della mostra, un gioco di specchi tra passato e presente, noi stessi ci rivediamo in quel viso che più di ogni altro rappresenta il senso della genovesità.
È il volto di lui, il grande Gilberto Govi.

Govi (26)

A Banchi, pensando a Govi

Tutti noi genovesi, quando ci troviamo in Piazza Banchi, pensiamo a un nostro illustre ed apprezzato concittadino:  proprio lui, il carissimo Gilberto Govi.

Gilberto Govi

Eh, Govi!
Quante volte avete visto i Maneggi per maritare una figlia?
Ecco, in questa sua indimenticabile commedia il nostro recita queste parole davvero rinomate tra noi genovesi:

Ero lì a Banchi, c’era piuttosto caldo, c’era niente da fare, c’era un bel sole.
M’hanno detto che ci sono dei raggi del sole che fanno tanto bene… raggi ultraviolanti… ultraviolenti… e ho detto, va bene, intanto non c’è niente da fare, mi prendo due o tre raggi.
Mi son levato il cappello e ho detto, beh, mi prendo due o tre raggi, ero lì che mi prendevo i miei raggi…

Piazza Banchi

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

E quindi quando noi passiamo da quelle parti pensiamo a lui, per lo meno a me capita sempre!
Ho da raccontarvi certe antiche vicende su questa piazza, sono tratte da un vecchio e raro volume comprato diverso tempo fa, rimando questo racconto ad un’altra occasione, oggi vorrei solo mostrarvi alcune immagini.
È bella e suggestiva questa piazza a metà tra i vicoli e il mare, zona di contrattazioni e di affari, qui c’è la splendida Loggia della Mercanzia con le sue ampie vetrate.

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E insomma, come dire? Ero lì che mi prendevo i miei raggi.
Ah, che meraviglia la chiesa di San Pietro che domina la piazza in quella posizione sopraelevata!

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E c’era il sole e il mio sguardo ha trovato un gioco di ombre in Vico De Negri.

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Questo semplice caruggio, per quanto nascosto e poco famoso, ha una certa rilevanza a mio parere. Sapete cosa c’era laggiù? Un’osteria dove capitò un avventore particolare, qui trovate il racconto di quella vicenda.
Ogni ora del giorno regala magie diverse, a Banchi.

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E quindi, l’altra mattina ero lì che mi prendevo i miei raggi.
E poi, poi ho guardato i vetri della loggia.
E sai, erano come tanti tasselli e riflettevano il cielo, i profili delle case, le persiane.

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E la vita, la città.

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Genova allo specchio, tra finestre aperte ed edifici altissimi, in un continuo viavai di gente.
C’è sempre una ragione per andare a Banchi, ad esempio questa.

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E sai?
Verso sera tutto riluce e sfavilla nell’ampia piazza dei caruggi resa celebre dal grande Gilberto.
Noi ci passiamo e quando torniamo a casa diciamo: ero lì che mi prendevo i miei raggi.
Raggi di luna, a volte.

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Lauren, soltanto lei

Non ricordo neanche che film fosse ma rammento bene la prima volta in cui la vidi, noi bambine degli anni ’70 ci mettevamo davanti alla TV e aspettavamo il ruggito del leone della Metro Goldwin Mayer.
Hollywood e le sue suggestioni, certi film puntavano i riflettori sulla middle class americana, mi affascinavano quelle famiglie e quelle case con lo steccato dipinto di bianco, la macchina parcheggiata nel vialetto, la cucina che si affaccia sul retro, l’ingresso e le scale che portano al piano di sopra.
Un’illusione entrata a far parte del nostro immaginario, poi la vita vera è diversa.
Hollywood e le sue dive.
E lei, Lauren Bacall, per me unica e diversa da ogni altra.
Lauren aveva un aspetto angelico e al tempo stesso conturbante, Lauren aveva tutto: talento, intelligenza, glamour, bellezza e allure.
Ero piccola e avrei voluto diventare come lei.
E ancora adesso se la paragono ad alcune attrici di un altro tempo divenute indiscutibili icone, al di là dell’ indubbio talento di ognuna, in quanto a fascino per me nessuna è paragonabile a lei.
C’erano tutte loro e poi lei, Lauren, solo lei per me è sempre stata la perfezione.
Sottile, eterea, sinuosa, di una bellezza algida e fatale, incredibilmente sensuale.
Lineamenti definiti e regolari, sguardo liquido e ammaliatore, Lauren detta The Look, lo sguardo.
E certi suoi film erano in bianco e nero ma il colore dei suoi occhi si distingueva bene.
Lauren, capelli chiari di un biondo mai sfacciato e pettinature bon ton.
Lauren, tailleur avvitato e tacchi alti, gonna stretta fino a metà polpaccio, vita sottile, gambe infinite.
Che altro è lo stile?
Lo stile è discrezione, classe ed eleganza.
La donna più bella ha avuto accanto l’attore più tenebroso, la coppia Bogart e Bacall non ha mai avuto eguali nella storia di Hollywood, insieme sul grande schermo e nella vita, vederli uno accanto all’altra ha accresciuto il fascino di entrambi.
La donna più bella, leggo negli articoli che la ricordano, disse che senza Bogart la sua carriera sarebbe stata più scintillante ma tra il cinema e l’uomo della sua vita lei non ebbe esitazioni, Lauren scelse Humphrey.
Questa bambina aspettava quei vecchi film del passato e scrutava lei, Lauren, cercando di comprendere cosa la rendesse così unica e diversa, non credo che fosse merito solo della sua bellezza inarrivabile, c’era qualcosa di misteriosamente ammaliante in lei.
Non so quante volte ho guardato Come sposare un milionario, una commedia a lieto fine, nella migliore tradizione della Hollywood di quel tempo.
Sulla scena con la spumeggiante Marilyn Monroe e la bionda Betty Grable c’è anche lei, Lauren, questo è il suo film che più amo.
Da tanto volevo dedicarle alcune parole, lo faccio solo ora che lei non c’è più.
Nelle foto dei suoi ultimi anni la si vede con la pelle di porcellana solcata da rughe, il sorriso deciso, gli occhiali da vista, i capelli ancora biondi, ancora con quella celebre pettinatura.
La freschezza della gioventù sembra lontana ma il suo sguardo di cristallo è il medesimo dei suoi giorni più luminosi.
Il tempo delle dive è finito, le stelle di Hollywood dei nostri giorni brillano di una luce diversa, più fioca ed effimera.
La stella di Lauren Bacall invece resterà, sfolgorante e chiara, per sempre nella leggenda.