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Archive for the ‘Cinema e spettacolo’ Category

“Era il 1976…
Charlie’s Angels, Laverne & Shirley e Family Feud andavano in onda per la prima volta.
Steve Wozniak e Steve Jobs fondavano in un garage la società informatica Apple.”

Era il 1976, io avevo 10 anni e l’autrice di queste righe ne aveva 19.
Lei è Carrie Fisher, così inizia “I diari della Principessa – Io, Leia e la nostra vita insieme” pubblicato in Italia da Fabbri Editori.
E pensando a lei è inevitabile pensare a noi stessi e a quello che lei è stata per noi.
Carrie Fisher nacque già attorniata dalle luci scintillanti di Hollywood: sua madre era l’attrice Debbie Reynolds, suo padre era il cantante Eddie Fisher.
Suo padre lasciò la moglie per Elizabeth Taylor che all’epoca era la migliore amica di Debbie.
E Carrie, giovane promessa, interpretò un ruolo cinematografico che ha fatto sognare schiere di adolescenti: la Principessa Leia di Star Wars, un film epico e leggendario.
Dunque, era il 1976, io avevo 10 anni e Carrie ne aveva 19.
Quando la vedemmo sullo schermo del cinema tutte noi, o per lo meno molte di noi, pensammo che avremmo voluto essere lei: lei, la principessa Leia.
Tra le pagine di questo volume troverete una donna adulta e sincera che si guarda indietro e racconta se stessa: racconta Carrie e racconta Leia, racconta anche l’emozione straniante di essere confusa con un personaggio immaginario al quale si è sempre sentita intimamente legata.
La vita, il cinema e la fragilità.
Tutte noi avremmo voluto essere lei: la principessa intergalattica con quella strana pettinatura.

Quella ragazza ebbe una travagliata storia d’amore svelata per la prima volta su queste pagine.
Dunque, lei aveva 19 anni, lui ne aveva 35, era sposato, era un uomo affascinante e carismatico, lui era Harrison Ford.
Si incontrarono sul set di Star Wars, Ford interpretava la parte del coraggioso Han Solo.
Leia e Han, Carrie ed Harrison: la vita e la finzione si mescolano.
La vita però è molto meno romantica di un film, vi lascio la curiosità di scoprire questa vicenda senza svelare troppi dettagli.
All’epoca del film Carrie teneva un diario, le pagine di quel diario sono in questo libro.
E svelano una ragazza fragile, incompresa, insicura e al tempo stesso vivace e frizzante, una ragazza che va in confusione e davanti a lui si pone la fatidica domanda: che cosa avrebbe fatto Leia?
Lui è magnifico, il tipo d’uomo che le fa girar la testa.
Lei no, lei non si sente abbastanza. Lei non è all’altezza. E lo scrive, senza riserve:

“Perciò, come si poteva chiedere a un tale sfolgorante modello d’uomo di accontentarsi di una come me? No! Non ditemelo!
Il fatto è che gli bastai. Anche se durò poco. Fu molto più che abbastanza.”

La ragazza che non si perdona nulla scrive nelle pagine del suo diario parole come queste:

“Vorrei che mi amassi di più, così io potrei amarti di meno.”

Ricordate?
Lei è la principessa Leia, la sua vita reale si si sovrappone al personaggio del film: a volte è dura essere anche all’altezza di se stessi e delle proprie aspettative.
Hollywood, i set cinematografici, le celebrità, il pubblico adorante che vuole gli autografi, una madre tanto amata, un percorso di vita complicato.
Se conoscete un po’ la storia della Fisher sapete già che la sua esistenza non fu poi così semplice, nel corso degli anni non fu immune da eccessi e dalle conseguenti difficoltà.
Credo che quando si osservano le vite degli altri bisognerebbe astenersi dal giudizio e dalle conclusioni scontate, a volte certe vite ci sembrano semplici perché crediamo che gli agi di un’esistenza dorata bastino già a fare la felicità, non è sempre esattamente così.
Carrie Fisher era una donna arguta, capace di sorridere anche di se stessa, il suo stile è ironico, tagliente, a volte nostalgico.
Avevo già letto un suo libro nei lontani anni ‘80: Cartoline dall’Inferno.
Le sono affezionata, in qualche modo è stata una figura che ha accompagnato la mia adolescenza.
Era la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere, ricordate?
È mancata lo scorso anno, il giorno dopo sua madre l’ha seguita.
I fan le hanno dedicato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, c’è incisa una celebre citazione di Star Wars: May the Force be with you. Che la Forza sia con te.
E poi un’altra parola: always. Sempre.
E ancora una: Hope. Speranza.
Perdonaci Carrie, non abbiamo capito, ti vedevamo con il tuo vestito candido e ci sembravi così perfetta.
Sai, eravamo giovani anche noi e non sapevamo che a volte non è affatto semplice essere una principessa intergalattica.

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Avere sedici anni nel 1867: da diversi giorni sto provando ad immaginare quelle sensazioni e non posso dire di esserci riuscita.
Sembra una faccenda dannatamente complicata, è difficile capire le esistenze degli altri.
Questi pensieri sono ancora riconducibili ad una fotografia e alle vicende di una famiglia della quale sto tentando di ricostruire la storia: scartabellando tra archivi e documenti ho scoperto che una certa fanciulla aveva circa sedici anni quando si è sposata.
E quindi sto provando a immaginare lei e le sue emozioni, le sue speranze e i suoi pensieri.
Hai sedici anni, nel 1867.
Sei cresciuta in una famiglia che si è presa cura di te, forse ti hanno anche un po’ viziata.
Epoca turbolenta la tua, sei nata prima dell’Unità d’Italia.
E poi è venuto il tempo delle grandi imprese, tu talvolta ascoltavi i discorsi dei grandi e comunque lo capivi anche tu che qualcosa di grande stava per succedere.
Sei stata bambina, fanciulla e improvvisamente donna.
E io ho qua le immagini che parlano di te, queste fotografie raccontano alcuni istanti della tua vita.

Tua mamma, con pazienza, ti ha spiegato i tuoi doveri.
E poi magari a volte ti guardavi intorno e vedevi che c’erano persone meno fortunate di te, per loro ogni giorno era fatica, tu invece sei nata in una famiglia molto abbiente, non ti è mai mancato nulla: hai avuto abiti alla moda, gioielli, sfarzo.
Però non basta, vero?
La tua mamma se ne è andata troppo presto, io questo lo so.
Amore?
Amore, voglio crederlo.
Perché ti ho vista vicina al tuo sposo e io sì, penso che quello fosse amore.
E io ti guardo, con quell’abito tutto nastri, velluti e fastose frange, con quella pettinatura complicata, ti guardo e non ci posso credere, sei solo una ragazza ma sembri molto più grande.
Avere sedici anni nel 1867.
Come si fa a capire com’era?
E voi due vi siete scelti oppure no?
Due famiglie importanti, il vostro matrimonio.
E poi la vita insieme, voi due.
Sei diventata madre ed eri un fiore di fanciulla.
E come sarà stato per te e per tutte le giovani della tua epoca?
In quel tempo là, in cui la vita era così fragile, bastava una febbre, un malanno, un soffio.
Come si fa a comprendere come si affronta la vita con questa consapevolezza?
Noi che viviamo in quest’epoca di benessere siamo in grado di capire le ragazze come te?
Le tue amarezze e i tuoi dolori, so che li hai avuti, però non so come li hai affrontati.
Ti ho immaginata, nella tua grande casa, ti ho pensata affabile, generosa e attenta.
E malinconica, a volte.
E ho tutte queste domande e altre cento ancora, non se avrò tutte le risposte e non so se riuscirò a capirti.
E tu, l’avresti mai detto?
Da tanto tempo nessuno pronunciava il tuo nome.
E poi, all’improvviso una sconosciuta, con tutti questi interrogativi.
Io il tuo nome l’ho pronunciato, più di una volta.
E ho provato a immaginare le tue paure, le tue emozioni, la tua fiducia nel futuro.
Tu.
Tu che avevi sedici anni nel 1867.

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Ci sono persone che, pur non sapendolo, fanno parte in qualche modo della nostra vita.
Se siete molto giovani forse il vostro ricordo di Michael J. Fox potrebbe essere vago ma quelli della mia generazione sono cresciuti insieme a lui: siamo diventati grandi insieme e non ce ne siamo neppure accorti.
Chi è stato giovane negli anni ’80 ha avuto il privilegio di conoscere un tipo speciale: si chiamava Alex Keaton e le vicende della sua famiglia scorrevano sul teleschermo, era uno dei nostri riti.
Poi quel ragazzo vestì altri panni, era il 1985 e lui divenne Marty McFly, lo studente protagonista di un un film indimenticabile, c’è qualcuno tra voi che non ha mai visto Ritorno al Futuro?
Allora l’astro di Michael J. Fox era al suo apice, lui aveva 24 anni, io ne avevo 19.
Scanzonato, divertente, spiritoso, una vera faccia da schiaffi.
Lui viveva nel mondo dorato di Hollywood, a una distanza siderale da tutti noi, eppure era uno di noi: un amico, un compagno di classe che aveva avuto fortuna.
E il suo successo, secondo noi, era più che meritato.
Certe stelle a volte vengono oscurate da fosche nubi, a neanche trent’anni a Michael J. Fox venne diagnosticata una forma precoce di Morbo di Parkinson, questa è la tragica circostanza che ha mutato il corso del suo destino.
Una storia, una vita, una lotta tenace contro una malattia crudele: un libro, Lucky Man, ne è autore lo stesso Michael J. Fox, il volume è uscito diverso tempo fa per TEA Editore e ho visto che è disponibile in eBook.

Lucky Man

In estate mi capita spesso di rileggere i libri che amo e questo è uno di quei libri.
Questa è la storia di un successo, è la storia di un ragazzo squattrinato che muove i suoi primi passi nel mondo del cinema e diviene una celebrità.
È una storia onesta e sincera, con vene di autentica ironia e di profonda autocritica, è una vicenda di fragilità e paure, di stupori incerti e di crescenti consapevolezze.
Sei giovane, ricco e famoso e sebbene tu abbia un’esistenza in qualche modo disordinata sei persino felice.
E la vita, all’improvviso, ti cambia le carte in tavola lasciandoti impreparato.
E tu sei lì, sul set della tua intera esistenza, solo che non conosci la tua parte, non c’è un copione e ti tocca improvvisare.
Non è facile svelare a se stessi e al mondo questa nuova realtà, Michael ci metterà parecchio tempo.
Alcune pagine sono particolarmente coinvolgenti, dolci e colme di gratitudine sono le parole che Michael scrive per sua moglie, nostalgiche e tenere sono le descrizioni di certi viaggi lungo le strade dell’America: Michael accanto a suo padre, Michael accanto al suo primo figlio.
Michael J. Fox ha lasciato le scene da diversi anni e ha creato una fondazione che si occupa della ricerca sul Parkinson.
E ricordate?
Lui è il ragazzo che andava sullo skate, lui è uno di noi: non ci siamo mai incontrati ma in realtà non è proprio così.
E allora se aprirete la sua autobiografia vi sembrerà di trovarvi seduti su un muretto accanto a lui e sarà lui a narrarvi la sua vicenda.
Ricordate?
Lui è il ragazzo con le fossette, quello non tanto alto, quello che faceva sempre le battute.
Per noi che siamo i suoi amici ha scritto questo libro: pagine intense che raccontano giorni difficili e scelte faticose, pagine che insegnano il coraggio e l’amore vero per la vita, in un ritorno alla propria autenticità.

La mia famiglia mi ha sempre fatto sentire che la casa è un posto dove posso sempre essere sempre me stesso.

Michael J. Fox – Lucky Man

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Un attore amato da tutti, un artista che da tempo è parte del patrimonio affettivo e culturale di questa città, una voce di Genova che non ha mai smesso di parlarci.
Sono trascorsi 50 anni dalla sua morte e per celebrare la grandezza di Gilberto Govi nella Superba è stata allestita una mostra gratuita alla Loggia della Mercanzia a Banchi, qui rimarrà fino al 26 Giugno, a Ottobre verrà trasferita al Museo Biblioteca dell’Attore da dove provengono i numerosi pezzi del percorso espositivo.

Govi (2)

Ed è proprio Govi che incontrerete, in questo luogo che risveglia subito una memoria viva, quelle parole che lui recita nella più celebre delle sue commedie, i Maneggi per maritare una figlia:

Ero lì a Banchi, c’era piuttosto caldo, c’era niente da fare, c’era un bel sole.
M’hanno detto che ci sono dei raggi del sole che fanno tanto bene …raggi ultraviolanti… ultraviolenti… e ho detto, va bene, intanto non c’è niente da fare, mi prendo due o tre raggi.
Mi son levato il cappello e ho detto, beh, mi prendo due o tre raggi, ero lì che mi prendevo i miei raggi…

Govi (3)

Il grande Gilberto è tornato a Banchi e i genovesi lo hanno accolto con affetto autentico, per molti di noi è come ritrovare un amico che non si vedeva da tempo.
Parlami di te, parlami del tuo cammino in questo mondo che spesso dimentica ma che a volte sa ricordare chi davvero merita elogi e celebrazioni.

Govi (4)

E così Govi si racconta in questo allestimento realizzato magistralmente dal Professor Eugenio Buonaccorsi, una mostra ricca di fotografie, cimeli e curiosità.

Govi (5)

C’è una grande mappa di Genova e su di essa sono segnati i luoghi della vita di Govi, intorno ad una delle vetrine noterete la sagoma di un tram, su un mezzo simile viaggiava il giovane Gilberto e durante il percorso studiava i copioni.

Govi (6)

Lo si ritrova sui manifesti, nelle immagini che richiamano quelle sue espressioni mai scordate.

Govi (7)

E tante sono le locandine dei suoi spettacoli.

Govi (8)

C’è il tempo dei trionfi e della sua vita sul palcoscenico, troverete anche il suo baule da viaggio e quello della moglie Rina.

Govi (9)

Govi (10)

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Govi si racconta e narra lo spirito di una città, la città del porto e degli scagni, la città di un mondo così abilmente evocato nelle sue commedie.
E certe nostre propensioni le ho trovate in una sua lettera, forse è uno dei dettagli che più mi ha colpita e risale al tempo di una sua tournée in Sud America.

Govi (12)Ecco la parte che ha suscitato la mia attenzione: si preannunciano 36 spettacoli, ma non è che il pubblico si attende 36 diverse rappresentazioni?
E poi tutta questa pubblicità? Lo stile e le sue riflessioni sono per me tipicamente genovesi, non saprei trovar di meglio per descrivere come siamo e come viviamo la nostra quotidianità.

Govi (13)

Ci sono le recensioni dei giornali, i riconoscimenti, i copioni, le rubriche con gli elenchi degli abiti di scena.

Govi (14)

C’è il suo tavolino da trucco.

Govi (15)

E c’è il suo sguardo: il sopracciglio inarcato, il sorriso eloquente, quella sua mimica che lo ha reso attore formidabile ed interprete di figure ormai parte del nostro immaginario collettivo.
Ognuno di noi ha visto mille volte le sue commedie, ognuno di noi quando le rivede ride come se fosse la prima volta.

Govi (16)

C’è un pannello sul quale troverete un’immagine tratta da I Maneggi per maritare una figlia.

Govi (17)

E in una vetrinetta una preziosissima memoria: il gipponetto di Govi, quel gilet con il quale ha recitato la celeberrima scena di gassetta e pomello.
E infatti è abbottonato alla Govi, noi a Genova diciamo sempre così!

Govi (18)

E se avete nostalgia potete sedervi nel piccolo cinema allestito per l’occasione, potrete così gustarvi alcune scene e farvi ancora le solite risate.

Govi (19)

La mostra è arricchita da pannelli illustrativi che narrano l’attore e l’uomo, in uno di essi si legge del giovane Gilberto e del suo cuore che batte per Rina Gaioni Franchi.
La madre di lei non ne voleva proprio sapere di quel galante, così il nostro studiò uno stratagemma che non vi potete immaginare, non vi svelo nulla per non togliervi il gusto della sorpresa.
E poi, come sapete, Rina fu sua compagna nella vita e nel teatro, li vedrete ritratti in diverse fotografie.
Govi (20)

E le emozioni si susseguono in questo incontro con un grande attore che ha reso celebre il nostro dialetto, in certi suoi scritti traspare il suo profondo attaccamento alla sua terra e alle sue tradizioni.

Govi

Merita una menzione la bella scenografia tutta genovese, la Superba di altri anni, gli anni di Govi.

Govi (23)

Ed è davvero come andare a trovare un amico che non si vede da diverso tempo, si riesce ad immaginare di vederlo seduto alla sua scrivania, quella che teneva nella sua casa di Piazza della Vittoria.

Govi (24)

Ringrazio il Professor Eugenio Pallestrini, presidente del Teatro Stabile e Direttore del Museo Biblioteca dell’Attore, per avermi permesso di pubblicare le immagini che avete veduto, c’è molto altro da scoprire alla Loggia di Banchi, qui trovate gli orari della mostra.
Gilberto Govi vi aspetta, andate a salutarlo e a rendere omaggio al suo percorso artistico e alla sua figura.

Govi (25)

L’attore, la maschera e il genovese, questo è il titolo della mostra, un gioco di specchi tra passato e presente, noi stessi ci rivediamo in quel viso che più di ogni altro rappresenta il senso della genovesità.
È il volto di lui, il grande Gilberto Govi.

Govi (26)

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Tutti noi genovesi, quando ci troviamo in Piazza Banchi, pensiamo a un nostro illustre ed apprezzato concittadino:  proprio lui, il carissimo Gilberto Govi.

Gilberto Govi

Eh, Govi!
Quante volte avete visto i Maneggi per maritare una figlia?
Ecco, in questa sua indimenticabile commedia il nostro recita queste parole davvero rinomate tra noi genovesi:

Ero lì a Banchi, c’era piuttosto caldo, c’era niente da fare, c’era un bel sole.
M’hanno detto che ci sono dei raggi del sole che fanno tanto bene… raggi ultraviolanti… ultraviolenti… e ho detto, va bene, intanto non c’è niente da fare, mi prendo due o tre raggi.
Mi son levato il cappello e ho detto, beh, mi prendo due o tre raggi, ero lì che mi prendevo i miei raggi…

Piazza Banchi

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

E quindi quando noi passiamo da quelle parti pensiamo a lui, per lo meno a me capita sempre!
Ho da raccontarvi certe antiche vicende su questa piazza, sono tratte da un vecchio e raro volume comprato diverso tempo fa, rimando questo racconto ad un’altra occasione, oggi vorrei solo mostrarvi alcune immagini.
È bella e suggestiva questa piazza a metà tra i vicoli e il mare, zona di contrattazioni e di affari, qui c’è la splendida Loggia della Mercanzia con le sue ampie vetrate.

Piazza Banchi (4)

E insomma, come dire? Ero lì che mi prendevo i miei raggi.
Ah, che meraviglia la chiesa di San Pietro che domina la piazza in quella posizione sopraelevata!

Piazza Banchi (2)

E c’era il sole e il mio sguardo ha trovato un gioco di ombre in Vico De Negri.

Piazza Banchi (3)

Questo semplice caruggio, per quanto nascosto e poco famoso, ha una certa rilevanza a mio parere. Sapete cosa c’era laggiù? Un’osteria dove capitò un avventore particolare, qui trovate il racconto di quella vicenda.
Ogni ora del giorno regala magie diverse, a Banchi.

Piazza Banchi (1)

E quindi, l’altra mattina ero lì che mi prendevo i miei raggi.
E poi, poi ho guardato i vetri della loggia.
E sai, erano come tanti tasselli e riflettevano il cielo, i profili delle case, le persiane.

Piazza Banchi (5)

E la vita, la città.

Piazza Banchi (6)

Genova allo specchio, tra finestre aperte ed edifici altissimi, in un continuo viavai di gente.
C’è sempre una ragione per andare a Banchi, ad esempio questa.

Piazza Banchi (7)

E sai?
Verso sera tutto riluce e sfavilla nell’ampia piazza dei caruggi resa celebre dal grande Gilberto.
Noi ci passiamo e quando torniamo a casa diciamo: ero lì che mi prendevo i miei raggi.
Raggi di luna, a volte.

Piazza Banchi (8)

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Non ricordo neanche che film fosse ma rammento bene la prima volta in cui la vidi, noi bambine degli anni ’70 ci mettevamo davanti alla TV e aspettavamo il ruggito del leone della Metro Goldwin Mayer.
Hollywood e le sue suggestioni, certi film puntavano i riflettori sulla middle class americana, mi affascinavano quelle famiglie e quelle case con lo steccato dipinto di bianco, la macchina parcheggiata nel vialetto, la cucina che si affaccia sul retro, l’ingresso e le scale che portano al piano di sopra.
Un’illusione entrata a far parte del nostro immaginario, poi la vita vera è diversa.
Hollywood e le sue dive.
E lei, Lauren Bacall, per me unica e diversa da ogni altra.
Lauren aveva un aspetto angelico e al tempo stesso conturbante, Lauren aveva tutto: talento, intelligenza, glamour, bellezza e allure.
Ero piccola e avrei voluto diventare come lei.
E ancora adesso se la paragono ad alcune attrici di un altro tempo divenute indiscutibili icone, al di là dell’ indubbio talento di ognuna, in quanto a fascino per me nessuna è paragonabile a lei.
C’erano tutte loro e poi lei, Lauren, solo lei per me è sempre stata la perfezione.
Sottile, eterea, sinuosa, di una bellezza algida e fatale, incredibilmente sensuale.
Lineamenti definiti e regolari, sguardo liquido e ammaliatore, Lauren detta The Look, lo sguardo.
E certi suoi film erano in bianco e nero ma il colore dei suoi occhi si distingueva bene.
Lauren, capelli chiari di un biondo mai sfacciato e pettinature bon ton.
Lauren, tailleur avvitato e tacchi alti, gonna stretta fino a metà polpaccio, vita sottile, gambe infinite.
Che altro è lo stile?
Lo stile è discrezione, classe ed eleganza.
La donna più bella ha avuto accanto l’attore più tenebroso, la coppia Bogart e Bacall non ha mai avuto eguali nella storia di Hollywood, insieme sul grande schermo e nella vita, vederli uno accanto all’altra ha accresciuto il fascino di entrambi.
La donna più bella, leggo negli articoli che la ricordano, disse che senza Bogart la sua carriera sarebbe stata più scintillante ma tra il cinema e l’uomo della sua vita lei non ebbe esitazioni, Lauren scelse Humphrey.
Questa bambina aspettava quei vecchi film del passato e scrutava lei, Lauren, cercando di comprendere cosa la rendesse così unica e diversa, non credo che fosse merito solo della sua bellezza inarrivabile, c’era qualcosa di misteriosamente ammaliante in lei.
Non so quante volte ho guardato Come sposare un milionario, una commedia a lieto fine, nella migliore tradizione della Hollywood di quel tempo.
Sulla scena con la spumeggiante Marilyn Monroe e la bionda Betty Grable c’è anche lei, Lauren, questo è il suo film che più amo.
Da tanto volevo dedicarle alcune parole, lo faccio solo ora che lei non c’è più.
Nelle foto dei suoi ultimi anni la si vede con la pelle di porcellana solcata da rughe, il sorriso deciso, gli occhiali da vista, i capelli ancora biondi, ancora con quella celebre pettinatura.
La freschezza della gioventù sembra lontana ma il suo sguardo di cristallo è il medesimo dei suoi giorni più luminosi.
Il tempo delle dive è finito, le stelle di Hollywood dei nostri giorni brillano di una luce diversa, più fioca ed effimera.
La stella di Lauren Bacall invece resterà, sfolgorante e chiara, per sempre nella leggenda.

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Il cinema e il sogno.
Accade spesso che le storie della vecchia Hollywood ci portino laggiù, dentro a un sogno, accade ancor più di frequente quando il regista è Frank Capra.
Frank Capra girò due diverse versioni dello stesso film, io ho i DVD di entrambi, il primo si intitolava Signora per un giorno, il secondo Angeli con la pistola ed è uno dei capolavori del cinema che più amo.
New York, il proibizionismo e una gang di contrabbandieri, gli angeli con la pistola, il loro capo è un certo Dave lo Sciccoso, interpretato dall’affascinante Glenn Ford.
Costui è un tipo scaramantico, crede che gli portino fortuna certe mele che si procura da una povera mendicante di nome Annie che ha il volto e l’espressività della splendida Bette Davis.
E costei nasconde un prezioso segreto, oltreoceano ha una figlia, Louise, alla quale ha fatto credere di essere una gran signora, la figlia le scrive presso un grande albergo dove Annie si fa recapitare la corrispondenza con la complicità di un conoscente.
E un giorno succede il fattaccio: Louise sta per arrivare a New York, per far conoscere sua madre al suo ricco fidanzato e al futuro suocero.
Come farà la povera Annie a districarsi da questo pasticcio?
La aiuteranno gli angeli con la pistola ed Annie diverrà la signora Worthington Menville.
Come può un film regalarti un sogno?
Il sogno è sulla scena e ha le fattezze e lo sguardo di Bette Davis, immensa nel suo talento e nella sua bravura, il sogno è la trasformazione di Annie da miserabile con gli abiti sdruciti a gran signora con un prezioso abito color cipria.
Mutano i suoi gesti e le sue movenze, scena dopo scena Annie si addolcisce, il tono della sua voce si smorza e da sguaiato diviene pacato, il suo sorriso si fa sempre più aperto e luminoso, è questo il sogno.
Un grande cast e una galleria di personaggi indimenticabili, c’è un maggiordomo sussiegoso e c’è il braccio destro del boss, un fantastico Peter Falk perfettamente calato nella parte.
C’è una corte dei miracoli di tipi strampalati e stralunati, è la gente di strada, quello è l’ambiente di Annie, persone che non hanno nulla se non un cuore grande e generoso.
E poi lui, Glenn Ford che come già vi ho detto presta il suo volto a Dave Lo Sciccoso: scaltro, affascinante, brillante, pronto e astuto.
Accanto a lui la bionda e volitiva Regina Martin, ballerina di night club, sua una delle frasi più significative del film:

Vorrei saper piangere.

Il mondo è un posto difficile e la vita riserva cinismo e indifferenza.
Vorrei saper piangere.
E c’è un sogno da realizzare, il sogno di Annie.
Un film divertente e movimentato che strappa più di un sorriso, alcune scene sono davvero memorabili.
Ci sono gli ospiti di riguardo da intrattenere, il fidanzato della figlia di Annie e suo padre desiderano dare un gran ricevimento con l’alta società e così gli uomini dello Sciccoso e le ballerine del Club di Regina si esercitano nel ballo e nelle buone maniere, dovrebbero personificare ambasciatori e banchieri ma non ci riusciranno ahimé, sono veramente impresentabili!
Ma accadrà di meglio, con un’abile mossa dello Sciccoso alla grande festa interverrà il jet set di New York, dal sindaco al Governatore dello Stato.
E la signora Worthington Menville verrà salutata con tutti gli onori, come si conviene a una grande personalità.
E una lacrima di gioia bagnerà il bel viso di Regina Martin, colei che si rammaricava di non saper piangere.
Sono così i grandi film di Hollywood, li vedi e li rivedi decine di volte e non ti stancano mai.
Avete anche voi un vecchio film che è nel vostro cuore?
Tra i miei preferiti c’è anche La vita è una cosa meravigliosa del quale vi ho parlato in questo post.
E poi c’è questo film, da sempre.
Un sogno, un lieto fine e una cesta di mele rosse che portano fortuna a certi angeli generosi e altruisti, gli angeli con la pistola di Frank Capra.

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Il mio era un blocco di carta riciclata, a quadretti grandi.
Scrivevo lì sopra i testi delle canzoni per poi tradurli.
Lo avete fatto tutti, ammettetelo.
E d’altra parte a che serve studiare l’inglese se non a questo?
Il mio era un blocco di carta riciclata, a quadretti grandi.
E sì, c’erano anche le canzoni del Duca Bianco.
Oltre il tempo, oltre gli stili e le mode, misterioso, intrigante e particolare.
E la sua voce, la voce di David Bowie è inconfondibile.
Le sue canzoni erano nel mio stereo e sullo schermo del cinema, le ascoltavo, le ballavo e le trascrivevo.
E sì, ho ancora le sue cassette, avevate dei dubbi?
Ricordo un celebre film, Il Bacio della Pantera, l’interprete era la splendida Nastassja Kinski.
Lei era torbida, carnale, trasudava sensualità ad ogni respiro e le sue movenze sinuose erano accompagnate da musiche composte da Giorgio Moroder.
E c’era quella canzone, Cat People: inizia piano, quasi lenta, poi la voce di Bowie esplode e pervade la vostra testa, è una voce che vi batte nel petto.
Ricordo le mie serate in discoteca, io che in realtà non ho mai amato tanto andarci.
Let’s dance, Golden years, China girl: ragazza fortunata, a me è toccata quella musica lì.
David Bowie può portarti ovunque, con le sue note e la sua musica, può portarti persino nello spazio, la sua Space Oddity è straniante, suscita una sorta di inquietudine interiore.
E risale al 1969, eppure è moderna, innovativa, fuori dal tempo come è lui.
E poi ricordo me, a Londra, ai tempi dell’università.
Su e giù per King’s Road, infinite volte.
Stravaccati per terra, intorno a un lampione, un gruppo di punk con la divisa d’ordinanza: chiodo, anfibi, cresta colorata.
E io ero assolutamente certa che avrei incontrato Boy George.
Sì, proprio lui, ne ero sicura.
Sono entrata in tutti i negozi, compresi quelli che vendevano abiti decisamente improbabili, almeno per me.
E ricordo quella ragazza che mi venne incontro con un sorriso luminoso.
Mi diede un volantino, lavorava per un celebre coiffeur e mi fece questa proposta:
– Saresti interessata a fare da modella per noi?
Parrucchiere? Forbici? Non scherziamo!
Capelli lunghi fino alla vita, non si toccano!
Ecco, a ripensarci adesso forse avrei dovuto accettare, il volantino comunque ce l’ho ancora, questo è ovvio!
E comunque stavo cercando Boy George, su e giù per King’s Road.
Eh, lui non si fece vedere, eppure ero così sicura di incontrarlo!
Tornai a casa a cambiarmi, quella stessa sera mi attendeva una discoteca londinese.
L’ho detto, io non sono mai stata tanto appassionata di locali.
Ma ero a Londra, era ben diverso caspita!
E così eccomi lì, calze nere coprenti, scarpe con la zeppa, minigonna nera, giacca nera.
In una discoteca di Londra, a Chelsea.
Confusione, rumore, luci, musica e birra.
Musica.
E d’un tratto, una visione.
Tra la folla.
Tra tutta quella gente.
E mi sembrò davvero strano che Ziggy Stardust fosse lì, a pochi passi da me.
Ground Control to Major Tom
Quella sera avevo anche conosciuto un ragazzo che per un caso del destino si chiamava David, solo che lì davanti a me c’era David Bowie.
E questo fece tutta la differenza.
E no, non mi venne in mente di avvicinare il Duca Bianco, rimasi incantata a guardarlo.
Io che ero certa che avrei incontrato Boy George.
Era come se intorno non ci fosse più nessuno.
Confusione, rumore, luci, musica e birra.
Qualche istante, con una visione dentro agli occhi.
L’ho seguito con lo sguardo allontanarsi e svanire tra la folla.
Il mio era un blocco di carta riciclata, a quadretti grandi.
Su quelle pagine avevo scritto queste parole.

Though nothing, nothing will keep us together
We can beat them, forever and ever
We can be heroes, just for one day.

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Ed ecco a voi, cari lettori, l’illustre personaggio che oggi appare su queste pagine.
Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura.
A volte l’incipit era diverso: qui comincia la sventura del Signor Bonaventura.
Alzi la mano chi è stato bambino negli anni ’70.
E adesso ditemi: c’è qualcuno che non attendeva spasmodicamente l’uscita del Corriere dei Piccoli per potersi godere in santa pace le vicende del Signor Bonaventura?
Io ero una di quelle bambine, lo aspettavo con ansia, non vedevo l’ora che papà mi portasse il mio giornalino!
Che belle le storie di quel tipo allampanato, vestito di bianco e rosso, sempre seguito da un fedele bassotto.
Al Signor Bonaventura ne capitavano di tutti i colori, ma altri traevano sempre qualche vantaggio dalle sue sventure e alla fin fine il nostro eroe veniva regolarmente premiato con un ricca ricompensa, un milione!

Il Signor Bonaventura  (2)

Nato dalla fervida fantasia di Sto, nome d’arte di Sergio Tofano, il Signor Bonaventura ha fatto il suo debutto nel 1917, dapprima comparendo sulle pagine del Corriere dei Piccoli e in seguito sui palcoscenici dei teatri italiani, impersonato proprio da Sergio Tofano.
Vi fu anche una trasposizione cinematografica, il film si chiamava Cenerentola e il Signor Bonaventura e a interpretare l’indimenticabile amico dei bambini fu l’attore Paolo Stoppa.
E vi accennavo ieri a una splendida sorpresa che si trova al Museo dell’attore.
Signori lettori, grandi e piccini, ecco a voi il costume teatrale originale del Signor Bonaventura!

Il Signor Bonaventura  (3)

Le scarpe rosse, lunghissime.
La bombetta, i pantaloni larghi in fondo e la giacca rossa.
Ed è subito infanzia, mi vengono alla mente vividi ricordi di ore allietate dalla striscia che vedeva protagonista questo originale  personaggio.
Non vorreste anche voi tornare bambini e avere una buona merenda che vi aspetta?
Una fetta di pane burro e zucchero preparata dalla mamma!
E via, la cartella è finita in un angolo della cameretta, ci si appresta a una lettura molto interessante, il Corriere dei Piccoli.
Con la storia di quel tipo curioso e molto simpatico.
Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura che avrà, come sempre, una sostanziosa ricompensa: un milione!

Il Signor Bonaventura

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Una palazzina all’Acquasola, Villetta Serra.
Tornerò a parlarvi di questo storico edificio e della sua storia, ma oggi vorrei raccontarvi ciò che potrete trovare nelle sue stanze.
Ancora per qualche tempo questa è la sede del Museo Biblioteca dell’Attore destinato a trasferirsi quanto prima in altri locali accanto alla Biblioteca Berio.
E certo, c’è la speranza che la nuova sede sia ampia e spaziosa e possa ospitare tutte le ricchezze che questo museo racchiude.

Museo dell'attore

Un numero impressionante di libri dedicati al cinema e al teatro, circa 41000.
E poi autografi e fotografie, bozzetti e caricature, manifesti e locandine, tutto ciò che potrebbe interessarvi in merito all’arte della recitazione è disponibile in queste sale.
I fondi archivistici in possesso di questo presidio culturale di primaria importanza portano i nomi dei più celebri artisti, da Silvio D’Amico a Gilberto Govi, da Ermete Zacconi a Vittorio Caprioli, solo per citarne alcuni.
E’ un archivio che raccoglie la storia della recitazione.
Questa è la sala di lettura.

Museo dell'attore (2)

E una parte importante la hanno i celebri protagonisti  del passato, come Tommaso Salvini, famoso attore cresciuto artisticamente nella compagnia di Gustavo Modena.
Non solo attore, Salvini era un fervente patriota e fu tra gli uomini di Garibaldi nei combattimenti per la Repubblica Romana.
Una figura che certo merita maggiore spazio e mi riprometto di dedicarglielo.

Tommaso Salvini

Esiste un fondo dedicato a questo grande attore e in una sala del Museo è allestito il suo studio, appesi ai muri i ricordi della sua brillante carriera.

Studio Salvini (3)

E il regolamento della sua Compagnia, con certe regole proprio di altri tempi!
Per le prove si richiede una certa puntualità e si specifica:

Onde nessun artista possa appigliarsi alla scusa della irregolarità dell’ora, servirà di norma l’orologio del teatro, e in mancanza di questo, l’orologio della piazza principale della città.

E attenzione, se tra un atto e l’altro c’era da cambiarsi d’abito, venivano concessi dieci minuti di tempo, diversamente si incorreva in una penale.
Il punto 11 del regolamento è poi piuttosto curioso:

A nessun artista della Compagnia è permesso di proporre delle collette a favore di qualsiasi individuo.

Meglio mettere le cose in chiaro subito!

Studio Salvini (4)

Ed ecco alcune stampe che ritraggono l’artista. Numerose sono state le mostre allestite dal Museo dell’attore dedicate a Salvini e alla sua arte, non solo a Genova, ma di recente anche nella città di Firenze.

Studio Salvini (2)
Libri, riviste e enciclopedie.
E un ricco patrimonio di costumi di scena appartenuti ai più grandi attori del passato, come Ermete Zacconi, Lamberto Picasso e Lilla Brignone.
E so che conoscendomi state attendendo le immagini.
Eh, magari! I costumi sono in un magazzino perché non c’è spazio per esporli, credo che sia un vero peccato al quale il Comune di Genova dovrebbe porre rimedio.
Sono risorse non valorizzate che invece potrebbero essere fulcro di vivo interesse per molti visitatori, non credete anche voi?

Museo dell'Attore (3)

Oh, comunque le sorprese non sono finite!
Una sezione è dedicata alla grande attrice Adelaide Ristori, che qui vedete in un antico dagherotipo.

Adelaide Ristori

Immagine di proprietà del Museo Biblioteca dell’Attore

E sì, ci sono anche i suoi costumi in quel magazzino e rinnovo l’appello al Comune di Genova perché si trovi uno spazio per esporli, sarebbe bellissimo vedere questi abiti, si potrebbe sognare un po’ di più!
Al Museo dell’attore  sono esposti  oggetti di scena e antiche immagini della Ristori.

Adelaide Ristori (2)

Bracciali e ornamenti, parte del costume che lei indossò quando interpretò Lady Macbeth.

Adelaide Ristori

Il ricordo di un’artista negli oggetti che le sono appartenuti.

Adelaide Ristori  (2)

Tra i patrimoni di questo Museo si annovera anche un prezioso teatrino di marionette risalente al’Ottocento, completo di mobilio, costumi e marionette.
Si trova al Museo di Sant’Agostino e spero che presto comparirà su queste pagine.
Ma ancora non ho terminato, non immaginate cosa ho visto al Museo dell’Attore!
Un antico baule da viaggio.
A chi sarà mai appartenuto? Riuscite a indovinare?

Il baule

Eh, provate a pensarci!
Siamo a Genova, questa è la patria di attori di grande talento.
Siamo a Genova.
E allora mi permetto di darvi un piccolo suggerimento, certa che vi basterà per comprendere il nome della proprietaria di quello splendido baule.
Gassetta e pumello, pumello e gassetta.
Sì signori, questo è il baule da viaggio di Rina Govi, moglie e compagna di scena dell’amatissimo Gilberto.

Rina Govi

E sempre al Museo di Sant’Agostino è allestito proprio lo studio di Gilberto Govi.
Ve lo mostrerò al più presto, da tanto desidero dedicare un ampio articolo a questo attore meraviglioso che ha portato il dialetto genovese alla sua massima espressione con le sue commedie indimenticabili.
E c’è un altro personaggio  del quale desidero parlarvi, una figura cara a grandi e piccini, domani avrete una bellissima sorpresa.
Ringrazio di cuore il Professor Eugenio Pallestrini, direttore del Museo Biblioteca dell’Attore, per la sua disponibilità e per aver reso possibile la divulgazione queste immagini.
E lo ringrazio anche di essere tra i lettori di questo blog, ne sono veramente contenta.
E allora vi aspetto domani, incontrerete qui un caro amico della vostra infanzia.
Un saluto da Zena da Miss Fletcher e da Gilberto Govi.

Gilberto Govi

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