Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura

Ed ecco a voi, cari lettori, l’illustre personaggio che oggi appare su queste pagine.
Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura.
A volte l’incipit era diverso: qui comincia la sventura del Signor Bonaventura.
Alzi la mano chi è stato bambino negli anni ’70.
E adesso ditemi: c’è qualcuno che non attendeva spasmodicamente l’uscita del Corriere dei Piccoli per potersi godere in santa pace le vicende del Signor Bonaventura?
Io ero una di quelle bambine, lo aspettavo con ansia, non vedevo l’ora che papà mi portasse il mio giornalino!
Che belle le storie di quel tipo allampanato, vestito di bianco e rosso, sempre seguito da un fedele bassotto.
Al Signor Bonaventura ne capitavano di tutti i colori, ma altri traevano sempre qualche vantaggio dalle sue sventure e alla fin fine il nostro eroe veniva regolarmente premiato con un ricca ricompensa, un milione!

Il Signor Bonaventura  (2)

Nato dalla fervida fantasia di Sto, nome d’arte di Sergio Tofano, il Signor Bonaventura ha fatto il suo debutto nel 1917, dapprima comparendo sulle pagine del Corriere dei Piccoli e in seguito sui palcoscenici dei teatri italiani, impersonato proprio da Sergio Tofano.
Vi fu anche una trasposizione cinematografica, il film si chiamava Cenerentola e il Signor Bonaventura e a interpretare l’indimenticabile amico dei bambini fu l’attore Paolo Stoppa.
E vi accennavo ieri a una splendida sorpresa che si trova al Museo dell’attore.
Signori lettori, grandi e piccini, ecco a voi il costume teatrale originale del Signor Bonaventura!

Il Signor Bonaventura  (3)

Le scarpe rosse, lunghissime.
La bombetta, i pantaloni larghi in fondo e la giacca rossa.
Ed è subito infanzia, mi vengono alla mente vividi ricordi di ore allietate dalla striscia che vedeva protagonista questo originale  personaggio.
Non vorreste anche voi tornare bambini e avere una buona merenda che vi aspetta?
Una fetta di pane burro e zucchero preparata dalla mamma!
E via, la cartella è finita in un angolo della cameretta, ci si appresta a una lettura molto interessante, il Corriere dei Piccoli.
Con la storia di quel tipo curioso e molto simpatico.
Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura che avrà, come sempre, una sostanziosa ricompensa: un milione!

Il Signor Bonaventura

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Nelle sale del Museo dell’Attore

Una palazzina all’Acquasola, Villetta Serra.
Tornerò a parlarvi di questo storico edificio e della sua storia, ma oggi vorrei raccontarvi ciò che potrete trovare nelle sue stanze.
Ancora per qualche tempo questa è la sede del Museo Biblioteca dell’Attore destinato a trasferirsi quanto prima in altri locali accanto alla Biblioteca Berio.
E certo, c’è la speranza che la nuova sede sia ampia e spaziosa e possa ospitare tutte le ricchezze che questo museo racchiude.

Museo dell'attore

Un numero impressionante di libri dedicati al cinema e al teatro, circa 41000.
E poi autografi e fotografie, bozzetti e caricature, manifesti e locandine, tutto ciò che potrebbe interessarvi in merito all’arte della recitazione è disponibile in queste sale.
I fondi archivistici in possesso di questo presidio culturale di primaria importanza portano i nomi dei più celebri artisti, da Silvio D’Amico a Gilberto Govi, da Ermete Zacconi a Vittorio Caprioli, solo per citarne alcuni.
E’ un archivio che raccoglie la storia della recitazione.
Questa è la sala di lettura.

Museo dell'attore (2)

E una parte importante la hanno i celebri protagonisti  del passato, come Tommaso Salvini, famoso attore cresciuto artisticamente nella compagnia di Gustavo Modena.
Non solo attore, Salvini era un fervente patriota e fu tra gli uomini di Garibaldi nei combattimenti per la Repubblica Romana.
Una figura che certo merita maggiore spazio e mi riprometto di dedicarglielo.

Tommaso Salvini

Esiste un fondo dedicato a questo grande attore e in una sala del Museo è allestito il suo studio, appesi ai muri i ricordi della sua brillante carriera.

Studio Salvini (3)

E il regolamento della sua Compagnia, con certe regole proprio di altri tempi!
Per le prove si richiede una certa puntualità e si specifica:

Onde nessun artista possa appigliarsi alla scusa della irregolarità dell’ora, servirà di norma l’orologio del teatro, e in mancanza di questo, l’orologio della piazza principale della città.

E attenzione, se tra un atto e l’altro c’era da cambiarsi d’abito, venivano concessi dieci minuti di tempo, diversamente si incorreva in una penale.
Il punto 11 del regolamento è poi piuttosto curioso:

A nessun artista della Compagnia è permesso di proporre delle collette a favore di qualsiasi individuo.

Meglio mettere le cose in chiaro subito!

Studio Salvini (4)

Ed ecco alcune stampe che ritraggono l’artista. Numerose sono state le mostre allestite dal Museo dell’attore dedicate a Salvini e alla sua arte, non solo a Genova, ma di recente anche nella città di Firenze.

Studio Salvini (2)
Libri, riviste e enciclopedie.
E un ricco patrimonio di costumi di scena appartenuti ai più grandi attori del passato, come Ermete Zacconi, Lamberto Picasso e Lilla Brignone.
E so che conoscendomi state attendendo le immagini.
Eh, magari! I costumi sono in un magazzino perché non c’è spazio per esporli, credo che sia un vero peccato al quale il Comune di Genova dovrebbe porre rimedio.
Sono risorse non valorizzate che invece potrebbero essere fulcro di vivo interesse per molti visitatori, non credete anche voi?

Museo dell'Attore (3)

Oh, comunque le sorprese non sono finite!
Una sezione è dedicata alla grande attrice Adelaide Ristori, che qui vedete in un antico dagherotipo.

Adelaide Ristori

Immagine di proprietà del Museo Biblioteca dell’Attore

E sì, ci sono anche i suoi costumi in quel magazzino e rinnovo l’appello al Comune di Genova perché si trovi uno spazio per esporli, sarebbe bellissimo vedere questi abiti, si potrebbe sognare un po’ di più!
Al Museo dell’attore  sono esposti  oggetti di scena e antiche immagini della Ristori.

Adelaide Ristori (2)

Bracciali e ornamenti, parte del costume che lei indossò quando interpretò Lady Macbeth.

Adelaide Ristori

Il ricordo di un’artista negli oggetti che le sono appartenuti.

Adelaide Ristori  (2)

Tra i patrimoni di questo Museo si annovera anche un prezioso teatrino di marionette risalente al’Ottocento, completo di mobilio, costumi e marionette.
Si trova al Museo di Sant’Agostino e spero che presto comparirà su queste pagine.
Ma ancora non ho terminato, non immaginate cosa ho visto al Museo dell’Attore!
Un antico baule da viaggio.
A chi sarà mai appartenuto? Riuscite a indovinare?

Il baule

Eh, provate a pensarci!
Siamo a Genova, questa è la patria di attori di grande talento.
Siamo a Genova.
E allora mi permetto di darvi un piccolo suggerimento, certa che vi basterà per comprendere il nome della proprietaria di quello splendido baule.
Gassetta e pumello, pumello e gassetta.
Sì signori, questo è il baule da viaggio di Rina Govi, moglie e compagna di scena dell’amatissimo Gilberto.

Rina Govi

E sempre al Museo di Sant’Agostino è allestito proprio lo studio di Gilberto Govi.
Ve lo mostrerò al più presto, da tanto desidero dedicare un ampio articolo a questo attore meraviglioso che ha portato il dialetto genovese alla sua massima espressione con le sue commedie indimenticabili.
E c’è un altro personaggio  del quale desidero parlarvi, una figura cara a grandi e piccini, domani avrete una bellissima sorpresa.
Ringrazio di cuore il Professor Eugenio Pallestrini, direttore del Museo Biblioteca dell’Attore, per la sua disponibilità e per aver reso possibile la divulgazione queste immagini.
E lo ringrazio anche di essere tra i lettori di questo blog, ne sono veramente contenta.
E allora vi aspetto domani, incontrerete qui un caro amico della vostra infanzia.
Un saluto da Zena da Miss Fletcher e da Gilberto Govi.

Gilberto Govi

Fred & Ginger

Fred & Ginger.
E mi viene da sospirare.
Attori e ballerini, una delle coppie più belle di Hollywood.
I film in bianco e nero, gli studios, quella magia di lustrini, per me il cinema di certi anni d’oro era puro sogno, le stelle di quel firmamento ancora brillano di luce propria.
Fred & Ginger.
Loro risplendono, non so quante volte ho visto certi film, Il cappello a Cilindro, Voglio danzare con te.
Fred Astaire, non credo che risponda ai classici canoni di bellezza maschile, per nulla, non era neppure alto, ma il suo fascino è difficile da eguagliare, nessuno è come lui, forse non esistono più artisti simili: la classe, l’eleganza, lo stile e la simpatia, l’inarrivabile talento nella danza.
E accanto a lui, Ginger.
Un angelo biondo, con gli occhi chiari e la pelle di porcellana, quando ero bambina la guardavo e pensavo che avrei voluto essere come lei.
I suoi abiti vaporosi che si aprivano come fiori a ritmo di musica, tutto era sogno quando sullo schermo c’erano Fred e Ginger.
Sì tutto era sogno.
La vita è un passo di danza leggero, un tessuto di seta, una musica.
L’amore è fatto di baci sfiorati, di sguardi che si incontrano e di mani che si uniscono.
Tutto era sogno quando Fred stringeva Ginger a sé.
Tutto era magia, languore, complicità e armonia.
Il tip tap, quei tacchi che battono sul pavimento a una velocità impensabile e con che leggerezza!
Fred e Ginger sembrano nati per ballare, le loro movenze paiono naturali e spontanee.
E voglio permettermi un accenno di orgoglio femminile, a tal proposito.
E’ noto che Fred Astaire è ricordato come il re del tip tap, ma con lui c’era Ginger Rogers e voglio citare una famosa frase che riguarda questa splendida attrice e ballerina:

Remember Ginger Rogers did everything Fred Astaire did but backwards and in high heels.
Ricordatevi che Ginger Rogers faceva tutto quello che faceva Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi alti.

E questo vi regala un sorriso, ne sono più che certa.
E oggi sono splendidamente romantica, è la mia natura del resto.
E forse avrei potuto scegliere di mostrarvi una loro esibizione di tip tap, che meraviglia!
Avrei potuto, ma mi sono persa a guardarli.
Sapete, sto impiegando un tempo infinito a terminare questo post, continuo a interrompermi per guardare loro due, hanno ballato per me tutta la sera.
Hanno danzato accompagnati da Night & Day di Cole Porter, ho ascoltato Fred Astaire che canta Cheek to Cheeck, li ho visti danzare sui pattini sulle note di Let’s Call the Whole Thing Off.
E poi mi sono persa, mi sono persa ad ammirarli mentre volteggiano sulla melodia di Smoke gets in your eyes.
Siamo così noi sognatori, ci perdiamo su un passo di danza e su alcune note che toccano il nostro cuore.
La musica ha inizio e con lei il sogno.

Salvate il soldato Fauntleroy!

Il soldato Faunteleroy.
In trincea da sempre, a Natale.
Per caso qualcuno di voi non lo conosce? Ne dubito, visto che ad ogni festa comandata si ripresenta come un caro parente.
Il piccolo Lord Faunteleroy, dal Nuovo Mondo al regno di Sua Maestà la Regina Vittoria, colui al quale non è consentito passare un Natale in santa pace.
Eh, no! Da tempo immemore infatti il biondo virgulto d’Albione fa capolino dai teleschermi con la sua storia strappalacrime: madre vedova, nonno ricchissimo dal pessimo carattere, le disuguaglianze sociali e l’infinita bontà di questo bambino sempre dalla parte degli ultimi.
E poi il lieto fine, la favola che prende forma, titoli di coda, the end.
Un film che risale al 1980.
Fatti due conti, sarebbero passati trentadue anni buoni.
Il tempo scorre, le cose cambiano.
La gente si laurea, si sposa, fa figli, divorzia, vecchi amori finiscono e nuovi ne rinascono.
Lui invece è sempre uguale: immutabile e immarcescibile, per lustri.
Una delle rare certezze dell’esistenza, Lord Faunteleroy e la sua lacrimevole vicenda.
A Natale e dintorni arriva puntuale come una cartella delle tasse.
A dire il vero, con mio estremo stupore e disappunto, se non erro, quest’anno di lui non c’è traccia.
Voi ne sapete niente?
Qualcuno ha avvistato in qualche landa sperduta nella nebbia un bambino biondo, con i capelli a caschetto, gli occhi cerulei, lo sguardo innocente e la fossetta che gli piega leggermente la guancia?
Indossa un completino nero con un ampio colletto di pizzo, come si conviene per l’appunto a un Piccolo Lord.
Salvate il soldato Fauntleroy, restituitelo alle platee televisive in trepidante attesa del suo ritorno.
In trentadue anni, comprenderete, magari ci è sfuggito un fotogramma e si prova un senso di smarrimento a vedere scivolare via le feste con quest’assenza che pesa come un macigno.
Per il resto, alcune altre rassicuranti presenze hanno confortato queste nostre giornate.
Luci della ribalta? Pratica sbrigata!
Una poltrona per due? Anche!
Pomi d’ottone e manici di scopa? Sarà questione di giorni, non preoccupatevi.
Ciò che desta un certo turbamento, invece, è stata l’improvvisa e inattesa comparsa di una bambina, una certa Emily.
In prima serata!
Anch’essa, come il nostro amatissimo Lord, un giorno scopre di essere erede di una nobile famiglia.
E ha una nonna bisbetica, manco a dirlo.
E come Lord Faunteloroy è biondissima.
Sì, perché i bambini buoni sono sempre biondi, si sa, quelli con le chiome scure sono inaffidabili.
Certo, i capelli chiari conferiscono un’aria angelica, è tutta un’altra storia.
E infatti anche Gesù, pur essendo nato in Palestina, era biondo, questo è assodato.
Ma non perdiamoci in argomenti complicati, dicevamo?
Ah sì, Emily!
Nulla contro questa deliziosa e boccoluta bimbetta, per l’amor del cielo, ma qui c’è del marcio in Danimarca, come direbbe il cigno di Avon!
Ma si può soppiantare così Lord Fauntleroy?
Il Piccolo Lord è un’istituzione imprescindibile, in questo periodo è una di quelle usanze alle quali non si può soprassedere.
E’ l’amico di una generazione intera, di quelli che sono cresciuti ascoltando le Fiabe Sonore nel mangiadischi.
Le bambine a Natale aspettavano la casa di Barbie e poi tutte quelle buste rosa fucsia con gli abiti e le scarpette in tinta per la bambola più vanitosa che esista.
E poi si preparavano le tortine nel Dolce Forno, vi ricordate?
E c’erano due fazioni: tu preferisci Goldrake o Mazinga?
E avevamo decine di scatole con le perline per fare i braccialetti e i moschettoni da pesca per chiuderli.
Bambini cresciuti con il telefono a rotella, cose d’altri tempi.
All’epoca del duplex, che sembra lontana anni luce.
Una generazione che aveva appena terminato le medie quando il Piccolo Lord ha fatto il suo debutto.
Una generazione che ha memoria di tutto ciò che è stato, degli album delle figurine e del Corriere dei Piccoli, del vestitino azzurro del Cicciobello e dei fotoromanzi che la mamma si rifiutava di comperare.
Una generazione intera.
Per tutti noi, salvate il soldato Fauntleroy!

It’s a wonderful life

Una città sotto la neve, Bedford Falls.
In ogni casa ognuno prega per i suoi cari, ma molti rivolgono i propri pensieri a una persona, George Bailey, un uomo disperato che non sa più apprezzare la vita.
E allora da lassù il Padreterno pensa di mandare in terra un angelo, Clarence, affinché questi venga in aiuto del povero Bailey e gli mostri il vero senso della sua esistenza.
Un angelo di seconda classe a dire il vero, che avanza una richiesta più che legittima:

 Potrei avere le ali? Sono più di 200 anni che le sto aspettando e si comincia a mormorare…

Deve guadagnarsele, aiutando George Bailey.
Inizia così La vita è meravigliosa, uno dei più celebri film di Frank Capra, regista che ci ha lasciato pellicole indimenticabili.
La vita è meravigliosa, sì.
Così crede da principio George Bailey, che ha il volto bello e pulito di James Stewart, ma la strada lastricata dei suoi sogni si perde nell’oscurità della vita.
Io farò qualcosa di grande, di bello, così dice George.
Via, vuole andar via da quella cittadina, viaggiare, vedere il mondo, lui ha progetti grandiosi per il suo futuro, ha una fidanzata, interpretata dall’attrice Donna Reed, che diverrà sua moglie, alla quale dice: ti darò una luna, Mary.
E’ un orizzonte immenso il suo, non vi siete mai sentiti anche voi come George?
Un uomo generoso, onesto e di buon cuore, insieme a Clarence, l’angelo, andiamo indietro nel tempo, all’infanzia del protagonista.
Un fratello, al quale lui salva la vita.
Un datore di lavoro, al quale il piccolo George evita un errore fatale.
Una cooperativa di risparmio, la Bailey Costruzioni e Mutui, società di famiglia.
E lui che vuole andar via.
Ma poi il destino si mette di traverso, il sogno si scontra con la realtà e George rimane a Bedford Falls, dove ha sempre vissuto.
E per tutto il corso della sua esistenza dovrà battersi con Henry Potter, un uomo d’affari che fa il bello e il cattivo tempo in città.
Un personaggio di dickensiana memoria, uno Scrooge avido di denaro, incapace di provare empatia e compassione per il suo prossimo, un uomo per il quale conta solo la ricchezza.
Per alcuni la vita è una conquista quotidiana, così è per George: il matrimonio, i figli, il lavoro nella società del padre.
E i sogni di gloria?
E i tranelli del destino?
Che accade se il tuo nome è George Bailey e improvvisamente, senza che tu sappia come porvi rimedio, la tua società finisce sull’orlo del fallimento?
Ti ritrovi a correre sotto la neve, in quella notte, la vigilia di Natale.
E poi finisci su un ponte e guardi sotto, ma accanto a te c’è un angelo.
Un angelo di seconda classe, ve l’ho detto, di mezza età e abbastanza robusto.
La vita non è una sceneggiatura di Frank Capra, spesso le scene che ci ritroviamo a recitare non prevedono un lieto fine, ma questo film, giustamente considerato un capolavoro del cinema, contiene un profondo messaggio di speranza universale.
Un uomo e il suo angelo custode, che gli mostra come sarebbe stato il mondo se lui non fosse mai esistito.
La città, sotto il giogo di Mr Potter, si sarebbe chiamata Pottersville.
Il fratello di George morto bambino, in quanto lui, non essendo mai nato, non era lì per salvargli la vita.
Mary, né moglie né madre, sarebbe divenuta una grigia e triste bibliotecaria.

La vita di un uomo è legata a tante altre vite, così dice Clarence.
Vedi George, tu hai avuto una vita meravigliosa.

Una vita meravigliosa.
E i debiti? E le difficoltà economiche?
Pare dimenticarsene George Bailey, ha solo fretta di tornare alla sua casa, ai suoi affetti e a quella vita meravigliosa che ora sembra riconoscere.
E poi il destino, a volte, ti dà una mano.
Così, quando George ritorna a casa trova tutti i suoi concittadini che hanno raccolto i soldi per sanare il suo debito, c’è persino una donna che offre il suo obolo dicendo: Li serbavo per il divorzio se avessi trovato marito.
Tutte le volte che suona una campana vuol dire che un angelo ha messo le ali
, così aveva detto Clarence, l’angelo di seconda classe.
E il film termina con la famiglia Bailey riunita davanti all’albero di Natale.
George stringe tra le mani un libro, Le avventure di Tom Sawyer e sul frontespizio è vergata a penna questa dedica:

 Caro George, ricorda che nessun uomo è un fallito se ha degli amici.
P.S. Grazie delle ali!
Con affetto, Clarence

 E sull’immagine delle campane che suonano a festa, sullo schermo scorre la scritta The End.
Un uomo che ha ritrovato la pace, un’incantevole fiaba di Natale, un film che non mi stancherei mai di vedere.
E un dettaglio che mi ha sempre colpito: l’espressione di James Stewart, uno dei più grandi attori di tutti i tempi, nella scena finale del film.
Gli occhi pieni di gioia incontenibile, di stupore e di meraviglia, lo sguardo trasognato, lo sguardo della felicità ritrovata.
La vita non è un film di Frank Capra, ma a volte si può sperare che lo sia.
E se sentite suonare una campana, sappiate che un angelo ha appena messo le ali.

Danze e suoni d’Irlanda

Un’esplosione di allegria, di gioia e di vitalità.
Un palcoscenico, la magia della danza, il potere coinvolgente della musica.
La musica sa portarti via, trascinarti lontano dai tuoi pensieri per una breve frazione di tempo, il tempo dell’evasione.
Una danzatrice sottile come un giunco, lieve e leggera come una piuma.
E la stupefacente sincronia di questi ballerini, sincronia ed armonia, un movimento perfetto, il suono delle clacquette che all’unisono battono sul pavimento.
La grazia e la leggerezza dei passi, si resta incantati a guardare, stupiti ed affascinati.
Il ritmo regolare, tac, tac.
Sale piano, diventa sempre più forte e intenso, coinvolge e travolge lo spettatore.
E poi quell’assolo, con quel ticchettio leggero, il ritmo, il crescendo inesorabile della musica.
E la schiera di danzatori, un’onda che si muove.
Tanto talento, tecnica e passione, per uno spettacolo a dir poco sensazionale, Riverdance, la danza tradizionale irlandese che ha conquistato le platee di tutto il mondo, ve la presento in due diverse versioni e vi invito a guardarle entrambe, vi sono alcune differenze nelle due esecuzioni, ma in entrambe troverete magia, sensualità, bellezza ed energia.
Qui
trovate il primo video e qui il secondo.
Per voi, suoni, musica, passi e dei danzatori che difficilmente dimenticherete.

Celebri stroncature

Il successo.
Successo, trionfo e gloria.
Forse anche voi coltivate un talento e vorreste che vi fosse riconosciuto il merito della vostra bravura.
Non sempre accade, neppure ai più bravi, quindi se il mondo vi sottovaluta, non abbattetevi.
Anzi, perseverate, perseguite il vostro obiettivo senza perderlo di vista, non è detto che i vostri detrattori abbiano ragione.
Del resto, siete in buona compagna.
Un sacco di chiodi rovesciato e un martello che cade.
Signori, questa è la secca definizione che John Ruskin diede della musica di Ludwig Van Beethoven.
E quindi, vedete, anche al genio può capitare di ricevere una stroncatura.
Ora, c’è da dire che Ruskin forse era di gusti difficili, se pensate che definì le opere di James Mc Neill Whistler spazzatura.
Non andò meglio a un giovane Eduard Manet, al quale Pierre Auguste Renoir consigliò di smettere di dipingere, per mancanza di talento.
Edgar Degas, dal canto suo, una volta dichiarò con estrema convinzione che quel Toulouse-Lautrec era un pittore destinato a durare lo spazio di una stagione.
Se avete un talento, coltivatelo, qualsiasi cosa dicano gli altri, seppur competenti.
La storia del cinema non fa eccezione.
E così, ad un provino per MGM al mago del tip tap, il celebre Fred Astaire, si disse che non sapeva né cantare né recitare, ballare sì, ma appena un po’!
Ian Fleming, autore dei romanzi che vedono protagonista James Bond, quando vide per la prima volta Sean Connery rimase abbastanza perplesso.
Lui, per la parte di 007? Sì, esattamente lui, il migliore di tutti!
Celebri stroncature hanno colpito anche gli autori più affermati.
Secondo Emile Zola, ad esempio, Charles Baudelaire era destinato ad essere presto dimenticato.
Quindi se siete poeti, alla luce di questo lungimirante giudizio, non gettate tutto alle ortiche, continuate a scrivere.
E se siete autore di un romanzo, destinato a giovani menti, curatelo e vezzeggiatelo, senza dar peso a cosa vi dicono gli altri.
Chissà potrebbe accadere a voi ciò che capitò a un autore, che  si vide respingere da un editore  la propria opera, in quanto considerata troppo lunga e soprattutto per niente adatta a un pubblico di ragazzi.
Bastano tre parole, tre sole parole.
L’incipit di quel libro.

Call me Ishmael

Tre parole e tutti voi già sapete che si tratta di Moby Dick di Hermann Melville.
Celebri stroncature.
Hanno colpito chiunque, senza pietà.
Lascio la chiusura di questo post a due stelle di prima grandezza, un grande compositore, George Gershwin, e un comico ed autore al quale perdono qualunque battuta, ho un debole per lui e presto avrà uno spazio tra queste pagine, si tratta di Groucho Marx e solo a leggere il suo nome mi vien da sorridere.
E allora immaginate che attorno a voi risuonino le note di Rapsodia In Blu o di Un americano a Parigi.
E’ musica che io amo, nel profondo.
Beh non si può dire lo stesso di Groucho, decisamente.
A un giornalista che gli chiedeva se pensava che i brani di George Gershwin sarebbero stati suonati cento anni dopo, Groucho rispose  beffardo:
– Sì, se fra cento anni ci sarà qui George a suonarli!

Citazioni ed episodi tratti da Gli Insulti che hanno fatto la storia

Bye, bye Norma Jean

La donna più desiderata, la diva più bella e splendente.
Di lei molto si conosce, ma forse quasi tutto si ignora.
La sua morte, sopravvenuta nella notte tra il 4 e il 5 Agosto del 1962, l’ha proiettata nel firmamento di Hollywood, tra le stelle eternamente giovani troppo presto strappate alla vita terrena.
Attori mai dimenticati, come il tenebroso James Dean che trovò la sua fine a bordo della sua Porsche o come l’affascinante e sofferto Montgomery Clift.
Bionde per sempre, come la compianta moglie di Clark Gable, l’attrice Carole Lombard, morta in un tragico incidente aereo o la giovane Carole Landis, che si uccise a soli 24 anni.
Ma l’astro più fulgido è lei, Norma Jean Baker.
Muore giovane chi è caro agli dei, recita un noto verso di Menandro.
E di alcuni restano eternamente alcuni frammenti di vita, reale o di celluloide.
Incorrotti agli attacchi del tempo, imperituri ed immortali.
Una bionda esplosiva, che cammina sui tacchi a spillo ondeggiando i fianchi.
Una bellezza gloriosa, calda e solare.
E alcuni fotogrammi ormai nella memoria di ognuno di noi.
Una nave da crociera, una bionda e una bruna cantano Diamond are a girl’s best friends in Gli uomini preferiscono le bionde.
Un abito rosa shocking, uno sberlucicchio, il make up perfetto e sensuale: è lei, Lorelei Lee.
Bye bye, baby, gorgheggia Marilyn al suo fidanzato, prima che la nave salpi.
E poi, ricordate Picci, l’attempato miliardario che impazziva per lei? E la tiara di diamanti sulle bionde chiome della diva?
La camicia annodata sul ventre, i pantaloni Capri e gli occhiali da sole.
Un sorriso ammiccante, lo sguardo che seduce, le curve che fanno impazzire gli uomini.
La pettinatura di Marilyn, inimitabile e particolare.
Svampita? Riusciva a esserlo meglio di chiunque altra.
Ricordate quando interpretò Pola Debevoise, in Come sposare un milionario?
Pola ha problemi di vista ma si rifiuta di portare gli occhiali per non compromettere il suo fascino.
Ed è estate, tempo di ferie.
Un marito, Richard Sherman, è rimasto in città.
La moglie è in montagna con il figlio e Sherman ha la fortuna di avere una vicina di casa speciale.
E’ una tipa davvero strana, quando fa caldo tiene gli intimi nel frigo.
Champagne e patate fritte.
E lui, l’aspirante fedifrago, cerca di sedurla con il secondo concerto per piano di Rachmaninov.
Musica classica? Osserva lei e puntualizza: L’ho capito perché non cantano.
E poi la musica che invece a lei fa venire la pelle d’oca: le tagliatelle.
E il getto dell’aria della Metropolitana di New York che solleva il suo abito bianco.
Marilyn è quell’immagine, per sempre fermata nel tempo.
E’ una foto su un calendario, che per molto tempo fu nelle cabine di tutti i camionisti d’America.
E’ Cherie, la ballerina di Fermata d’autobus, che indossava un costume nero e verde smeraldo e le calze a rete.
Marilyn è Zucchero Candito, la suonatrice di ukulele in A qualcuno piace caldo.
È la storia della mia vita: se c’è una ciliegia col verme tocca sempre a me, dice sconsolata la bionda bellezza in quel film.
Marilyn e i suoi amori tormentati, dal campione di baseball Joe Di Maggio a Frank Sinatra, dall’intellettuale Arthur Miller ai fratelli Kennedy.
Marilyn è un celebre quadro di Andy Warhol, in mille colori.
Il padre della Pop Art sosteneva che ad ognuno spettano quindici minuti di celebrità.
Ne ebbe assai di più Norma Jean Baker, nota al mondo come Marilyn Monroe.
Colei che dormiva con indosso solo due gocce di Chanel Nr 5 e che pagò la propria fama con la propria felicità.
Colei che cantò: Happy birthday, Mr President.
Un’infanzia triste, amori tormentati, una maternità tanto ricercata e mai raggiunta.
La femmina più desiderata dai maschi, in certi suoi scatti si coglie qell’espressione malinconica che vela il suo sguardo.
Di lei molto si conosce, ma forse quasi tutto si ignora.
Muore giovane chi è caro agli dei.
E a costoro non è concesso il tempo.
Così fu per Marilyn.
Non ha potuto nascondersi agli occhi del mondo, come fece Greta Garbo quando non volle mostrarsi  mentre invecchiava.
Non finì i suoi giorni dilaniata dall’ Alzheimer come Rita Hayworth o in sedia a rotelle come Liz Taylor.
E non poté esibire le sue rughe, come fece un’orgogliosa e indomita Catherine Hepburn.
A cinquant’anni dalla sua scomparsa, la sua fine tragica rimane un mistero ma nessuna ha mai eguagliato il fascino di Marilyn Monroe.
Ed è stata la stella più fulgida e luminosa del cinema, ma anche una creatura fragile e incompresa.
Una bionda svampita? Sapeva fingersi tale sullo schermo, certo.
Gli Studios, le copertine di Life, il successo.
E la lucida consapevolezza che la vita non concede sempre a tutti il privilegio di essere se stessi.
Poche amare parole, pronunciate un giorno da Norma Jean Baker, colei che divenne Marilyn Monroe.
Ad Hollywood ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima.

Mille baci, poi altri cento

Dammi mille baci, poi altri cento, così scriveva il poeta Catullo alla sua amata.
Un bacio può rovinare una vita, sosteneva Oscar Wilde, che a causa della propria passione vide la sua vita fatta in pezzi.
Il bacio, la prima espressione del sentimento e dell’amore.
Mille baci, poi altri cento, nella storia di Hollywood.
E viene subito in mente Clark Gable che tiene a sé Vivien Leigh in Via col Vento e il ricordo va subito a quel tramonto che infuoca l’orizzonte che fa da scenario al loro primo indimenticabile bacio.
E poi il bacio languido e sensuale tra Ingrid Bergman e Cary Grant in Notorious, uno dei più noti della storia del cinema.
Kiss, kiss me così cantava la bionda Marilyn in Niagara e numerosi sono i suoi baci mai dimenticati.
La ricordate in quel film, con l’impermeabile giallo, sotto alle cascate?
E vi rammentate di lei, con l’abito scintillante di lustrini, mentre le sue labbra sfiorano quelle di Tony Curtis in A qualcuno piace caldo?
I wanna be kissed by you, nobody else but you, cantava Norma Jean in quel film.
Baci languidi, quelli tra Humphrey Bogart e Lauren Bacall, coppia sullo schermo come nella vita. Ricordate come lui la stringe a sé in una celebre scena di Acque del sud?
Marito e moglie erano anche Paul Newman e Joanne Woodward, uno schiaffo, un bacio e un fremito sul set di La lunga estate calda.
Baci voluttuosi, come quelli di Marlon Brando a Eve Marie Saint in Fronte del porto, seducenti come quelli di Rodolfo Valentino alle dive del muto, romantici e carichi di promesse come quel bacio scambiato sulle scale antincendio tra Richard Gere e Julia Roberts nella scena finale di Pretty Woman.
Baci casti che hanno tutta la purezza delle fiabe disneyane, il bacio del principe alla Bella Addormentata e quello che riceve Biancaneve dal suo promesso sposo.
Baci che non conoscono attesa, tra Jack Nickolson e Jessica Lange, sul tavolo della cucina, in Il Postino suona sempre due volte.
Baci accarezzati dal vento, tra Leonardo di Caprio e Kate Winslet, in mare aperto sul Titanic.
Baci sotto la pioggia di New York, tra George Peppard e Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany.
Baci alle isole tropicali, nel film Gli ammutinati del Bounty, tra Marlon Brando e la sua moglie hawayana, Tarita Teriipia, tra collane di fiori e palme che ondeggiano sotto il sole.
Baci sulla sabbia, mentre il mare travolge i due amanti, Burt Lancaster e Deborah Kerr, in Da qui all’eternità.
Baci pieni di desiderio, tra James Dean e Natalie Wood, in Gioventù bruciata.
Mille baci, poi altre cento, nella storia di Hollywood.
Baci alla scoperta dell’amore, accanto agli scogli, durante le vacanze estive, tra John Travolta e Olivia Newton-John, in Grease.
Baci tra fiaccole accese che illuminano il buio della notte, tra Matthew Macfadyen e Keira Knightley, baci lenti e innamorati, in Orgoglio e pregiudizio.
Baci sotto il cielo di oriente, all’ombra di un grande albero, tra William Holden e Jennifer Jones, in L’amore è una cosa meravigliosa.
Baci che sciolgono un’algida eleganza nella passione, tra James Stewart e Kim Novak in Vertigo.
Baci  in bianco e nero, a Casablanca, tra Humphrey Bogart e Ingrid Bergman.
Baci di commiato, tra Gerard Depardieu in procinto di lasciare gli Stati Uniti e Andie Mac Dowell, nella scena finale di Green Card.
Baci di fine anno, baci che inumidiscono gli occhi per la commozione, baci che preludono a un nuovo inizio tra Billy Crystal e Meg Ryan, in Harry ti presento Sally.
Baci tanto desiderati, mentre si gioca a modellare la creta, tra Patrick Schwayze e Demi Moore in Ghost.
Mille baci, poi altri cento, nella storia di Hollywood.
E potrei continuare ancora.
Ogni bacio è unico, non ne esistono due uguali.
E nella nostra lingua nemmeno esiste un sinonimo.
Mille baci e poi altri cento.
I baci di Hollywood, baci che ci hanno fatto sognare e sospirare, immaginare e desiderare.
E tra tutti ne ricordo uno, che mi è più caro degli altri.
E’ il bacio più sincero e pulito, il più spontaneo e il più tenero.
Lei ha sette anni, il suo nome è Drew Barrymore, ha i codini e porta una maglietta a righe.
Lui è un alieno, E.T.
Un piccolo bacio, sulla punta del naso, il bacio più dolce di Hollywood.

La volpe e la bambina

La volpe e la bambina è un film del 2008, opera del regista francese Luc Jacquet, che già diresse La marcia dei pinguini, uno splendido documentario nel quale si narrano le avventure antartiche dei pinguini imperatori.
Il suo secondo film, invece, ha un’atmosfera più raccolta e famigliare, essendo ambientato nella Francia dei giorni nostri, in un imprecisato paese di montagna.
Una volpe e una bambina sono le sole protagoniste di questo film incantevole, di grande atmosfera e di forte impatto emotivo, per la grande intensità con la quale viene rappresentato il rapporto tra l’uomo e la natura.
La bambina è deliziosa, con le lentiggini e i capelli fulvi come il pelo di quella volpe con la quale desidera fare amicizia.
Ed è questo il tema portante del film, il legame che si crea tra due creature, l’armonia tra due mondi, raggiunta e conquistata tramite la curiosità e il gioco.
Il gioco e l’entusiasmo di fronte a nuove esperienze, si assiste emozionati alle avventure di questa bimba che nulla teme, da piccoli si è sempre un po’ spregiudicati,  certo i bambini che vivono a contatto con la natura sono più fortunati di coloro che abitano nei grandi centri urbani.
La bambina del film è immersa il un mondo fantastico, uno scenario da fiaba.
Prati, foreste incontaminate, alberi che si arrampicano verso il blu.
Incuriosita da tanta bellezza sono andata a cercare dove fosse stato girato il film ed ho scoperto che le riprese sono state effettuate in Francia, al Plateau de Retord e sulle montagne del nostro Abruzzo.
Le montagne, l’avvicendarsi delle stagioni, la neve e poi il verde accecante dell’erba.
La volpe, prima diffidente e poi più fiduciosa, la volpe dal pelo lucido e morbido che corre, fugge e si nasconde.
E la bambina dietro, anche lei di corsa, quanto ci tiene alla sua volpe!
E da moderna pollicina, lascia dietro di sé del cibo, per attirare la volpe.
Poi si siede su un albero, ad aspettarla e così farà nei giorni a venire, con costanza e testardaggine.
E con la forza dell’amore, quello che guiderà la mano di questa bimba ad accarezzare la volpe, con gesti affettuosi e tanto desiderati.
L’entusiasmo dell’infanzia, la natura, il mondo degli animali e i suoi pericoli.
Gli orsi e i lupi, la lince e l’aquila, e poi le altre creature del bosco, come la donnola e il cervo.
E poi un fiume, l’acqua che scorre, le rane e i rospi che saltano e lei, la bambina che cerca di prenderli in mano, questa per me è una delle scene più dolci del film, racchiude in sé tutta la pienezza del gioco, l’appagamento che si prova con il puro e semplice divertimento.
Ve lo ricordate com’era bello giocare? Se lo avete dimenticato, vedendo questo film ve ne ricorderete.
Ma di cosa è fatta l’amicizia che nasce tra la volpe e la bambina?
Di affetto e di silenzi, di complicità e di incomprensione, di distacchi e di ritorni, ma anche di una certa ingenuità infantile, soprattutto nell’ostinarsi a voler addomesticare una volpe.
La natura ha le sue regole, che spesso non collimano con quelle dell’uomo.
E qui è il momento di difficoltà, quelli che segna la strada verso la crescita, il passaggio dall’infanzia all’età adulta.
Una volpe, una bambina.
E le parole di lei, divenuta donna: mi ha insegnato la differenza tra amare e possedere.