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Archive for the ‘Cose d’altri tempi’ Category

Dove ti ho già vista?
Mi trovo davanti il tuo viso giovane e sperduto e penso che io già ti conosco, ne sono certa anche se non saprei dire dove ti ho veduta, sarà una suggestione?
Forse la tua è una fisionomia comune per quel tuo tempo, sei una ragazza qualunque ed io semplicemente mi confondo.
Assomigli alle tue coetanee, ad altre ragazze come te.
Forse.
Osservo la tua acconciatura e mi sembra così complicata, come si fa a pettinarsi così, con le ciocche divise in quella maniera?
Seria, senza l’ombra di un sorriso.
Occhi chiari ed intensi, liquidi, occhi spalancati sul mondo.
Ed io dove ti ho già vista?

Porti un colletto di pizzo, sul tuo petto cade una sorta di fiocco, a me sembra di velluto scuro e ovviamente non sono certa che sia così.
Forse sei persino più giovane di quanto sembri, magari hai sedici o diciassette anni però ne dimostri di più, direi ventitré o ventiquattro, ecco.
Quindi, hai sedici anni e porti un fiocco di velluto scuro, poniamo che sia così.
E mi sovviene uno strano pensiero, rifletto sul fatto che ti sono estranee molte cose che per noi sono scontate, non saprei nemmeno da dove iniziare ad elencarle.
Hai sedici anni, porti un fiocco di velluto scuro, non hai mai bevuto una Coca Cola e non hai mai avuto un paio di jeans, tanto per dire.

Io però ti ho già vista e quindi ti porto con me, cosa ci fa la tua fotografia su una bancarella?
Non puoi stare lì, con quell’abito cosi grazioso, sai, non vorrei che si sgualcisse, sono delicate certe cose terrene.
E poi, come ti dicevo, mi sembrava di conoscerti e non mi sbagliavo, evidentemente.
Ti ho vista altrove e lì non sei più sola.
Un gesto affettuoso, tra amiche o sorelle, non so.
La fanciulla sulla destra porta quel vestito rifinito con una stoffa a righe, i polsini sono vezzosamente plissettati.
E poi tu, tu con quel fiocco di velluto scuro.

Ti ho riconosciuta, dopo.
Ho comprato queste fotografie di Giulio Rossi in due momenti differenti e forse le ho persino prese nelle stesso posto, a distanza di diverso tempo.
E c’eri tu, in entrambe le immagini.
Tu che hai sedici anni, forse.
E non ho saputo neanche immaginare il tuo nome ma ne ero certa, sai.
Tu sei tu ed io lo sapevo che in qualche modo ti conoscevo già.

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Ero certa che ne avrei scritto ancora, la personalità di Cesare Gamba mi affascina molto e così ho cercato di reperire altre notizie su di lui in una maniera forse insolita, a me sembrava la strada migliore da percorrere.
Ho intrapreso così una delle mie ricerche, non è stato affatto semplice ma alla fine sono riuscita a trovare proprio loro: i discendenti di Cesare Gamba.
E così ho potuto chiacchierare piacevolmente al telefono con il Signor Gamba, lui da bambino ebbe occasione di trovarsi in quella dimora di Montesano che svettava alle spalle di Brignole, era la villa appartenuta a suo nonno Cesare, il celebre architetto ed ingegnere che cambiò il volto della Superba.
Lui mi ha raccontato della passione di Cesare Gamba per la musica ed il teatro, l’ingegnere aveva anche una villa a Torre del Lago e in quella località conobbe Giacomo Puccini, i due amici erano soliti andarsene a caccia insieme.
Frequentava il bel mondo il nostro Cesare Gamba, ogni nuovo particolare aggiunge ulteriore fascino alla sua figura.

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Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

Come sapete, di recente ho dedicato un articolo a quella sua villa genovese che ai nostri tempi non esiste più e certo non sapevo che avrei avuto occasione di vedere ancora altre immagini.
E poi, qualche giorno fa, la bella sorpresa: sulla mia mail sono arrivate alcune fotografie e a farmele avere è stato proprio lui, il nipote di Cesare Gamba.
Sono scatti che provengono da un album di famiglia, sono immagini rare e per me molto emozionanti.
E allora vi porto con me, a casa di Cesare Gamba.
Svetta in primo piano la maestosa Porta Pila in tutta la sua grandiosa bellezza.

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E poi un tornante, una salita prima di arrivare lassù.
E le finestre ampie e i portici che si affacciano sulla prospettiva di una città che cresce.
E muterà ancora, con il tempo, mi sono chiesta cosa ne direbbe Cesare Gamba di certi recenti cambiamenti della sua Genova.
Sapete, io sono una che immagina le cose che non può sapere, altrimenti a cosa serve la fantasia?

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E ci avviciniamo alla favolosa dimora, sulla foto che segue è necessaria una precisazione.
Come vi ho detto il nipote di Cesare Gamba vide la villa da bambino, ovviamente non rammenta tutti i dettagli e di questo atrio non ha un ricordo preciso.
La foto, tuttavia, era insieme a molte altre relative all’edificio di Montesano e la conformazione del portico e il profilo delle colonne fanno pensare che si tratti proprio di quella splendida villa.

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E poi.
Una porta si apre.
Il tempo torna indietro, il passato diviene presente.
Tappeti e poltrone, un orologio in bella mostra sul caminetto, la specchiera, le lampade e i ritratti appesi al muro.
E lo studio, lo studio dell’ingegner Cesare Gamba.
E sapete?
Vorrei entrare in punta di piedi in quelle stanze, aprire le ante di quelle librerie e sfogliare i preziosi volumi appartenuti all’ingegner Gamba.
E mi piacerebbe sedermi lì, insieme a lui, a farmi raccontare le storie di quella Genova che io non ho veduto e che lui ha saputo cambiare.
Nella sua casa, nella sua villa di Montesano.

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E d’altra parte anche a questo serve la fantasia, ad immaginare i giorni che non hai vissuto, a volte è più semplice, a volte sembra quasi vero.
Ieri diventa oggi.
E tu sei lì, proprio su quella soglia.
E senti una musica diversa, è il suono di un’altra epoca.
A volte sì, è così.
E all’improvviso ti trovi a casa di Cesare Gamba.
Cinque fotografie, cinque grandi emozioni, grazie di cuore a chi mi ha fatto questo graditissimo dono.

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Mentre la primavera si avvicina il pensiero va alla stagione calda e alla bella estate che verrà, al tempo del riposo e delle rigeneranti passeggiate nei boschi.
In altri anni, a Fontanigorda c’era un celebre e apprezzato albergo, oggi i suoi locali hanno una diversa destinazione ma resta comunque la memoria di quel luogo.
Così potete immaginare la mia gioia nel trovare su una bancarella un piccolo cartoncino pubblicitario del glorioso Albergo Ristorante San Giorgio.
Venite con me, si viaggia nel tempo e si va in villeggiatura!

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Acque fresche, prati verdi e magnifiche montagne, sono molte le bellezze della perla della Val Trebbia.

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Ed è ancora così il mio incantevole paesino.

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E forse vorrete sapere come arrivarci!
Niente paura, un efficiente servizio automobilistico vi porterà fin lassù e tenete presente che al San Giorgio il servizio è di qualità, naturalmente ci sono anche delle offerte speciali.

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E quando sarete a Fontanigorda anche voi potrete godere della dolcezza della campagna.

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Inoltre il celebre albergo offre ai suoi clienti un menu davvero invitante.
Certo, sul cartoncino è ben specificato: vitto famigliare, sano, variato e gradevole nonché abbondante.
I proprietari sono i signori Ferretti, questo è un cognome comune a Fontanigorda, insieme a Biggi è il più diffuso.
I solerti albergatori hanno anche aggiunto una piccola nota a penna: acqua corrente in tutte le camere.
E che meraviglia!

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Gli anni scorrono e i luoghi cambiano, Fontanigorda rimane un’apprezzata meta delle vacanze per noi genovesi, sulla piazza della Chiesa una volta c’era l’Albergo San Giorgio.
E proprio lì in un giorno d’estate ho visto fluttuare leggere le bolle di sapone, scivolavano via come i giorni e le ore.

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Nel paesino dai cieli rosati e dai tramonti languidi.

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A Fontanigorda, dove un tempo c’era il glorioso Albergo Ristorante San Giorgio.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

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A Carnevale tutti i bambini amano mascherarsi, ognuno di noi ha memoria di quegli abiti dai tessuti scivolosi e dai colori sgargianti, il Carnevale è sempre stato un gran divertimento per i più piccini.
In ogni epoca, in ogni tempo.
Ieri ho trovato per caso due foto su una bancarella e allora porto qui questi due bimbetti genovesi ritratti in un momento per loro sicuramente emozionante.
La frangetta diritta, il caschetto, un fazzoletto in testa, la collanina con il pendente, lei forse potrebbe essere una contadinella.
In braccio stringe fiera una bambola con un vaporoso abitino bianco.

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La bimba porta anche uno scialle con le frange e una camiciola con le maniche ampie bordate di pizzo, la sua postura richiama quella delle donne adulte.
Una mano sul fianco e l’atteggiamento deciso, chissà quante volte avrà visto la mamma o la nonna proprio in quella posa, magari davanti alla porta di casa.
E lei, piccola donna, gioca ad essere grande come loro.

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Lui invece è un bambinetto che indossa un costume molto celebre, è un piccolo Pierrot.
Ha un’espressione così seria, a cosa starà pensando?

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Il suo abito è elaborato e molto ricco, tiene tra le mani uno strumento e suona la musica della fantasia e dell’immaginazione.
Come fanno i bambini, non solo a Carnevale.

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E guardate le sue scarpe!

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Potrebbero essere bambini della Foce o comunque delle zone limitrofe, il fotografo era in Corso Buenos Aires e presumo che non si andasse tanto lontano da casa per farsi fare una foto, ovviamente è solo una mia deduzione e non è detto che sia così.

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Ritratti nello stesso studio fotografico con il medesimo sfondo alle spalle: un muretto, un mare con una vela, i rami di un albero.
E una bambina compita, ritta in piedi con la sua bambolina.

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E un bambino vestito da Pierrot.
Con i suoi sogni, con i suoi pensieri per noi sconosciuti.
Nel dolce tempo dell’infanzia, a Carnevale.

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Oggi vi presento un piccolo negozio e per scoprirlo vi basterà andare nei caruggi, in Via dei Macelli di Soziglia.

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Questa deliziosa bottega è specializzata in affascinanti articoli vintage e si chiama per l’appunto Bachelite, questo termine identifica il materiale usato nella prima metà del ‘900 per certi oggetti come ad esempio i telefoni.
Un piccolo mondo ricco di curiosità, a renderlo speciale è anche il buon gusto di Beatrice, la giovane proprietaria che cura in maniera particolare l’esposizione dei pezzi in vendita.

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Ecco le vecchie macchine fotografiche, i vassoi e le cose di un altro tempo.

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Numerose sono le scatole di latta per le quali Beatrice ha una vera passione.

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Tinte pastello e coperchi decorati, anch’io ho una piccola collezione di scatoline e so di non essere la sola.

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Lumi a petrolio e soprammobili di vario genere disposti con vero stile.

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E poi occhiali da sole e tazzine e piccoli contenitori.

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Valigette, cappelli e vecchi telefoni.

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Bottigliette di profumo e fotografie in bianco e nero.

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E ancora scatole, naturalmente!

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E vecchie radio, suoni e colori di un’altra epoca non così distante dalla nostra.

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Un posto pieno di atmosfera, se passate nei caruggi date un’occhiata a Bachelite, questi sono gli orari del negozio.

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Come me vi perderete a curiosare, sicuramente è un valido indirizzo per coloro che amano le suggestioni d’antan.

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Troverete gli oggetti del quotidiano che hanno fatto parte della vita di qualcuno, compagni di viaggio e dei giorni passati.
Questo è il vero fascino del vintage, acquistare un oggetto usato significa donare nuova vita a piccole cose che ne hanno già avuta una.

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Un negozio che si trova in un posto perfetto, una strada dalle tante anime e dalla storia antica.
Là, in Via dei Macelli di Soziglia, adesso ci sono anche le meraviglie di Bachelite.

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Due immagini, lo stesso scenario e il medesimo fotografo, il celebre Giulio Rossi che lavorò anche a Genova nella seconda metà dell’Ottocento.
Di solito io prediligo i ritratti di donne immortalate con i loro abiti rifiniti di pizzi e trine ma in questo caso mi sono davvero incuriosita.
Stupore: ho trovato le fotografie di due fratelli gemelli, due giovani ritratti nel fiore degli anni, una piacevole coincidenza.
Uno di loro è un contadino, si direbbe un tipo semplice dai modi spicci.

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L’altro invece è un sacerdote.
E quindi sarà stato l’orgoglio di tutta la sua famiglia, una perla di ragazzo!

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O forse no?
Aspettate, osserviamo meglio.
Una volta posate entrambe le foto sulla mia scrivania ho notato alcuni dettagli.
Guardate anche voi: i due sembrano indossare scarpe identiche.

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Il giovane contadino porta pantaloni a righe, un gilet e una giacchetta, in vita ha una fusciacca.
E tiene in una mano un cappello piuttosto vistoso.

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Strano, il religioso sembra averne uno del tutto uguale, vedete?

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Ah, quanti misteri!
E poi mi è sorta una perplessità, bisogna sempre essere attenti quando si osservano certe immagini.
Ditemi, secondo voi un prete si lascerebbe la tonaca sbottonata in questa maniera?
Tenete anche conto che parliamo di un altro secolo, vi sembra possibile?

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Siamo sicuri che si tratti di due persone diverse?
Ho iniziato a dubitarne e quindi ho condiviso i miei pensieri con un amico collezionista, lui è così giunto alla logica conclusione e a dirvi il vero mi sembra l’unica interpretazione possibile: non si tratta di due fratelli, il ragazzo ritratto nelle due fotografie è sempre lo stesso e indossa abiti di Carnevale.
Che altro aggiungere? Io mi sono fatta una bella risata, ecco!
E mi sa che il giovin signore avrà sicuramente colto l’occasione per fare il cascamorto con qualche bella fanciulla, potrei giurarci.
E che abito avrà scelto ? Da rustico contadino o da prete devoto?
Non lo so davvero ma riporto qui le parole che mi ha scritto il mio amico a proposito di queste due foto, io le trovo perfette e penso che lui abbia ragione: è bello che alcuni misteri rimangano tali.

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Sono due amiche, due ragazze semplici.
Pazienti, tranquille, non hanno mai dato preoccupazioni in casa, io ne sarei quasi certa.
Sono due amiche, sono state ritratte insieme.
Una delle due porta scarpe chiuse da un bottoncino, l’altra invece le ha con i lacci e se non fosse per l’opacità del bianco e nero e per il contesto potrebbero quasi sembrare calzature moderne.

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Le ragazze si dilettano con il punto intaglio, sono abilissime con ago e filo, dalle loro dita svelte sono uscite candide tovaglie e cose belle da tenere da conto.
Le ragazze si occupano dei loro fratelli, sono affabili e docili, dei veri tesori di casa.
Ognuna tiene un profumato mazzolino di fiori tra le mani.

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E sono roselline e forse non ti scordar di me.

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Dietro alla foto che le ritrae una calligrafia ordinata ha scritto i loro nomi: Pina e Maria.
E poi, un’altra scrittura infantile e tondeggiante ne ha scritti due diversi: Vanda e Pina.
Nulla di sofisticato, in ogni caso, le ragazze sono semplici come quei boccioli che tengono in grembo, accennano appena un sorriso, hanno questi sguardi puliti.
E avrete fatto caso anche voi che certi tratti sembrano ripetersi nelle immagini del passato, a volte sembra di scorgere delle somiglianze.
Lei ha una fisionomia che mi è in qualche modo familiare, mi ricorda vagamente una delle mie bisnonne, porta una collanina, il suo abito ha un ampio colletto chiaro e ci sono ancora fiori appuntati sul suo petto.

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Volti del passato, non li vediamo solo nelle vecchie fotografie.
Camminando per la città vi ponete mai domande sugli sguardi che vi osservano mentre percorrete certe strade?
Gli occhi grandi, il naso sottile, le labbra carnose, chi è questa fanciulla effigiata su un palazzo di Corso Firenze?
Eh, non so davvero dirvelo!

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E poi lei.
Lei sì, lei avrebbe potuto essere la modella di uno scultore o di un pittore.
Così semplicemente bella, con quei lineamenti dolci e regolari, mi rammenta certe creature dipinte da Waterhouse, ad esempio osservate qui questo celebre dipinto.
Diafana, delicata, una fanciulla di un altro tempo.

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Sono due giovani donne, due amiche.
E non so nulla di loro, come sempre io provo soltanto a immaginare le loro vite.
Il tempo che è venuto avrà riservato loro gioie e dolori: mariti, figli e nipoti, sogni e perdite, lacrime e sorrisi.
E parole.
Ti ricordi?
Io e te.
Siamo cresciute insieme, io e te.
Ti ricordi come eravamo?
Tu che ci sei sempre stata, accanto a me.

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Nel freddo dell’inverno è bene ritemprarsi e per farlo potremmo scegliere un esclusivo locale della città.
Si tratta di un posto di successo, il locale di Pier Enrico Zolezi ha aperto i battenti nel 1877 come birreria nell’elegante Galleria Mazzini.

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E lo ritroviamo ancora celebre nel 1882, nel Lunario del Signor Regina di quell’anno ci sono ben 2 pagine dedicate a questo locale e allora andiamo a trovare il Signor Zolezi, i suoi piatti vengono serviti con vini pregiati.
Come potete leggere è possibile anche far una specie di convenzione, una sorta abbonamento mensile.

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E tra l’altro, siccome la pubblicità è l’anima del commercio, in un paio di righe si invita la clientela a fare i dovuti paragoni con i prezzi offerti dagli altri ristoratori, direi che non c’è proprio paragone!
Da Zolezi il pranzo a prezzo fisso comprende le seguenti portate, avrete due scelte ed entrambe a mio parere sono piuttosto generose.
A me basta il pranzo da Lire 2.50, voi che ne dite?

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Si aggiunga a tutto questo un’autentica specialità che si può gustare esclusivamente da Zolezi: il rinomatissimo Vermouth delle Dame.
Si legge sul Lunario che questo corroborante liquore è fatto con moscato di Canelli ed è poi arricchito con l’aroma di certe radici.
E lo potete bere solo là, in Galleria Mazzini.

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E ha un sacco di proprietà, sapete?
C’è una paginetta intera sul Vermouth delle Dame, ohibò!
E io non l’ho mai assaggiato, che disdetta!
Ottimo per digerire, per la precisione è apprezzato dalle dame e anche dai gentiluomini, si può bere prima o dopo pranzo e avrà comunque benefici effetti.
E quindi, ecco qualche consiglio su come gustarlo, con il seltz o con la soda sembra perfetto e poi ci sono le bottiglie di lusso, regalatene una ai vostri amici e farete una gran figura, credetemi!

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E poi da Zolezi non ci si annoia mai, sapete?
Ah no, in certi anni in quel locale si tengono sono magnifici spettacoli di varietà e concerti per allietare la clientela, insomma dalle parti di Galleria Mazzini ci sanno fare, fidatevi di me.
Ho questo Lunario del 1882 da parecchio tempo, finalmente sono riuscita a scrivere del signor Zolezi e penso che sentirete ancora parlare di lui su queste pagine.
Tra l’altro la primavera scorsa mi è anche accaduto un fatto curioso, un evento proprio frutto del caso.
Mi trovavo a Staglieno, durante uno dei miei soliti giri e lo sguardo ha trovato un monumento sul quale è inciso proprio quel nome.
Per caso, in un giorno di marzo.

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E allora da questa mia paginetta mando un caro saluto a Pier Enrico Zolezi e mi congratulo per la sua iniziativa imprenditoriale, in qualche modo anche lui è entrato a far parte della storia di questa città.
Brindo alzando un bicchierino immaginario, è ricolmo di Vermouth delle Dame.
Come se fossi in Galleria Mazzini, nel 1882.

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Il talento e l’ingegno dell’uomo hanno regalato a tutti noi certe magnifiche invenzioni capaci di mutare le nostre vite, alcune di queste, a dire il vero, sono per noi quasi scontate e fanno ormai parte della nostra quotidianità, in altre epoche invece erano vere e proprie innovazioni.
E oggi vi parlerò di un oggettino particolare che ha suscitato la mia attenzione, ne ho trovato notizia in uno straordinario libretto acquistato di recente: Genova e dintorni, Guida Popolare Illustrata edita dai Fratelli dell’Avo.
Questo libricino risale agli inizi del ‘900, curiosamente non ho trovato la data precisa di pubblicazione ma c’è un riferimento al censimento del 1901 e di conseguenza immagino che sia di poco successivo.
Si tratta di una pregevole guida ad uso dei visitatori per scoprire le bellezze della città, tra quelle pagine ci sono anche alcune pubblicità.
Signore e signori, ecco a voi il magnifico mirografo in vendita in una via del centro cittadino.

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Il disegnino delle mani che indicano la scritta è tipico dell’epoca, si trova spesso sui giornali di quel tempo.
Ma che caspita sarà mai il mirografo?
Una vera novità, dice la réclame, molto meglio del cinematografo!
E certo, qua si fanno i debiti paragoni, si dovrà pure sbaragliare in qualche modo la concorrenza!
E quindi, ecco il mirografo, chi ne sarà il fortunato proprietario potrà autonomamente “ritrarre vedute animate” a proprio piacimento.
Viene specificato il prezzo dei film e tra l’altro questo gioiellino può essere messo in funzione in diverse maniere.

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Cari lettori, forse vi starete ponendo la stessa domanda che mi sono fatta anch’io.
Chi caspita ha mai sentito parlare del mirografo?
Ecco, per quanto mi riguarda è un’assoluta novità e devo dirvi che non è stato così semplice trovare notizie in merito.
Mah, sta a vedere che la magnifica invenzione non ha avuto successo? Chissà, mi è venuto questo sospetto!
E poi, ho avuto la brillante idea di consultare un altro prezioso libretto: il Manuale di Fotografia per Dilettanti del quale ho già avuto modo di parlarvi.

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Eh sì, in quelle pagine viene citato il fantastico mirografo e se ne spiega il funzionamento, l’apparecchio viene definito un “cinematografo per dilettanti”, l’autore dice che è una buona macchina e noi non abbiamo motivo di dubitarne, no?
Ecco, insomma, alla fin fine mi sono immaginata un elegante signore dei primi del ‘900 che se torna a casa soddisfatto dopo aver acquistato il suo bel mirografo nuovo di zecca.
Lo posa sul tavolo del salotto, lo scruta con attenzione, ne studia il funzionamento, questo gentiluomo è un tipo che si interessa sempre delle ultime novità, del resto capita anche a noi, vero?
Un nuovo gingillo, una magnifica invenzione: un mirabolante mirografo.

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Lei è una dama di Parigi, provate ad immaginarla mentre a bordo della sua carrozza attraversa le fastose ed ampie vie della capitale francese.
Forse conosce appena i romanzi di Stendhal e preferisce i giornali di moda, nei pomeriggi di sole si diletta con le passeggiate alle Tuileres, ama indossare un profumo dalle note dolci con accenti di cipria e vaniglia.
Potrebbe chiamarsi Jeanette o Blanche, Geneviève o forse Alphonsine.
Non passa certo inosservata, Madame ha una certa grazia e si distingue per il portamento elegante, in certe circostanze gli sguardi sono tutti per lei.
Ammiratori?
Oh, ne ha avuti uno stuolo, statene certi!
Ne ha infranti di cuori con quegli occhi azzurri e trasparenti come il ghiaccio e poi uno solo dei suoi pretendenti è stato il prescelto, lei ha fatto un buon matrimonio.
Ha i lineamenti regolari, i capelli lunghi e setosi, d’abitudine li porta raccolti in una lunga treccia che le incornicia il capo, per l’occasione pare che l’abbia fissata con un grande fiocco.

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Giovane, nella sua angelica bellezza, avrà vent’anni o giù di lì.
E forse vi state chiedendo se abbia mai sgranato gli occhi davanti alla magnificenza della Tour Eiffel, il simbolo della Ville Lumière verrà inaugurato nel 1889, ci sarà stata anche lei nella folla dei parigini meravigliati per quell’opera di ingegneria?
Un amico che è un vero intenditore di fotografie d’epoca mi ha detto che questa immagine dovrebbe risalire all’incirca al 1863/64 e quindi sul finire del secolo la nostra Madame non era più nel fiore degli anni.
Il tempo sfugge via, cara signora di Parigi.
Raffinata ed aggraziata, nella foto che la ritrae ha la classe di una gran dama.
La vita sottile stretta in un corpetto, l’abito sfarzoso e riccamente rifinito è realizzato con due diverse stoffe, al centro si nota una fila interminabile di bottoncini.
Stringe tra le mani l’immancabile ventaglio e porta un raffinato scialle di pizzo adagiato mollemente sulle braccia.

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Di lei non so nulla, come sempre le mie sono soltanto fantasiose supposizioni.
Il fotografo che la ritrasse aveva il suo studio in una delle vie centrali della capitale francese, in Boulevard des Italiens, non distante da Place de l’Opéra.
Lui è destinato a lasciare traccia del proprio talento, ho scoperto solo dopo aver comprato questa foto che André Adolphe Eugène Disdéri fu colui che depositò il brevetto della carte de visite, così si chiamavano quelle fotografie di piccoli dimensioni molto in voga nella seconda metà dell’Ottocento.

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Anche la nostra dama è ritratta in una carte da visite, la sua bellezza è fissata per sempre su questo cartoncino che viene dalla Francia.
Ed io non posso far altro che augurarmi che la sua vita sia stata lunga e felice, molto più di quanto io sia capace di immaginare, chiunque sia stata io credo che abbia saputo risplendere in quella frazione di tempo che fu la sua esistenza, stella luminosa di Parigi in un secolo ormai svanito.

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