Ritratto di famiglia in campagna

Il tempo ha lasciato la sua traccia su questa antica fotografia che forse fu il ricordo prezioso di giorni felici.
Nel verde della campagna, davanti a un albero ritorto e rigoglioso, alcune persone posano per un ritratto di famiglia che cattura un momento importante.
Osservando con attenzione, balzano agli occhi alcuni dettagli, si notano infatti certe particolari differenze tra i protagonisti di questa fotografia.
Colgo una certa somiglianza tra le due giovani donne vestite di chiaro e forse si tratta di due parenti, la cura dei loro abiti, le pettinature e gli accessori come i piccoli anelli e gli orecchini fanno supporre una certa rilassata agiatezza.

Loro tengono tra le braccia i fiori di campo e le erbe raccolte durante una piacevole passeggiata in campagna, poi sceglieranno un bel vaso e il profumo di quei fiori si spanderà nelle loro stanze.
La bimba più piccina che vediamo in braccio alla donna seduta indossa un raffinato abitino con dei pizzi, è bionda come le due giovani donne e forse è figlia di una di loro.

Le altre persone, a mio parere, sono parte della stessa famiglia.
Ecco la ragazzina imbronciata dallo sguardo pensieroso e la frangetta troppo corta, lei tiene con la mano il suo caro amico a quattro zampe.

Il suo papà ha un cappello calcato sulla testa e con una mano regge un rastrello, la sua mamma sembra una donna concreta e vigorosa, sorride appena, quasi intimidita.
Con tutta evidenza le mie sono soltanto supposizioni, non so nulla di queste persone ma osservandole con attenzione mi sono sorti questi pensieri.
E ho anche immaginato che le due donne più eleganti fossero le proprietarie di una grande casa di campagna e che siano qui ritratte in compagnia del loro fattore e la sua famiglia.
E voglio anche credere che questa foto così particolare sia proprio appartenuta al fattore, tenuta da conto come dolce memoria di quelle persone tanto care per le quali forse era facile provare un moto di affetto.
Ecco così il ritratto di famiglia in campagna, ricordo di un tempo felice e ritrovarlo davanti ai nostri sguardi è una vera emozione.

Genova, 1890: profumo di pane in Piazza Corvetto

Torniamo ancora indietro a camminare nel passato di Genova, la mia speciale macchina del tempo oggi vi condurrà a Corvetto, la centralissima piazza cittadina sempre percorsa da una folla di affaccendati genovesi, pare quasi di sentire un allegro chiacchiericcio in sottofondo.
E allora mescoliamoci a queste persone, oggi non siamo qui per ammirare il monumento a Vittorio Emanuele II o ancor meglio la statua che ritrae il nostro pensieroso Mazzini e che domina dall’alto la piazza, oggi passeremo a Corvetto seguendo il profumo delizioso del pane fragrante che si sforna da queste parti.

A condurci qui sono le indicazioni tratte dal Lunario del Signor Regina dell’anno 1890, a leggere quelle pagine mi è venuta l’acquolina in bocca!
Siete pronti a conoscere il Signor Roncallo?
Ah, lui custodisce tutti i segreti del mestiere e direi che sono stati tramandati di padre in figlio, dal signor Roncallo trovate pane di tutte le qualità e per di più è prodotto con una speciale lavorazione meccanica, perbacco!

E non solo, qui si vendono ottimi grissini di Torino e il punto di forza è il fatto che qui si trova anche il profumato olio della Riviera Ligure, è noto che è questa è una vera e propria eccellenza della Liguria.
Certo, oltre al profumo del pane, si sente poi la deliziosa freschezza di certi saponi, il deposito del Signor Roncallo è fornitissimo e lui ne va giustamente fiero.

Tuttavia è chiaro che la concorrenza non manca, infatti in cima a Via Roma, a due passi da Corvetto, ecco lì il Signor Odino con la sua bella bottega, pure lui produce pane e ha una panetteria meccanica!
Ora non so voi, ma io credo proprio di voler assaggiare due biscotti del Lagaccio.

E ci sono paste alimentari in quantità e anche qui troviamo i grissini di Torino!
E poi il Signor Odino non è certo sfornito di altri beni di prima necessità, tra l’altro vende candele, legumi, zucchero e caffè.
E anche da lui non manca il pregiatissimo olio, con una certa marcata soddisfazione nella pubblicità di questo negozio si precisa che l’olio è prodotto dalle olive raccolte dagli uliveti del Signor Odino e da uliveti situati in Toscana.

Come vedete, nel centro di Genova non c’è che l’imbarazzo della scelta!
Ora cari amici, vi devo proprio salutare, devo andare a far compere, potrete trovarmi a gironzolare tra il Largo di Via Roma e Piazza Corvetto, seguirò i profumi deliziosi del pane in quella nostra cara Genova del 1890.

I bagnini dei Bagni della Strega: uno per tutti…

Era la calda estate del 1938 ed è inevitabile pensare che presto sarebbero giunti tempi bui e difficili.
Era il tempo dello svago e dei sorrisi in uno degli stabilimenti balneari più frequentati della città: i Bagni della Strega alla Foce.
Per sfuggire alla calura i genovesi accorrono alla spiaggia in cerca di refrigerio, ci si diverte a correre nell’acqua e a tuffarsi tra le onde sotto lo sguardo vigile degli attenti bagnini.
Loro sono tipi sono socievoli, spiritosi e simpatici, ai Bagni della Strega di certo tutti li apprezzano, eccoli qui schierati con la maglietta di ordinanza.

Una foto di gruppo è la memoria preziosa di momenti felici, e in questa giornata del 1938 ci sono anche certi giovanotti che se ne stanno seduti per terra a gambe incrociate.

E poi c’è lei: solare, radiosa, atletica, ha gli occhi chiari e un sorriso così luminoso.
E io credo che la fotografia che ora è parte della mia collezione sia appartenuta proprio a lei perché a tergo c’è una dedica scritta a matita e così si legge: alla nostra cara mascotte Elvira con simpatia uno per tutti… Bagnini – Anno 1938 Strega.
Elvira, se potessi raccontarmi quella giornata starei ad ascoltarti con molta curiosità e invece resto qui soltanto a immaginare quei giorni.

Tutti insieme, nel tempo d’estate.

I Bagni della Strega si trovavano nella zona sottostante Corso Aurelio Saffi e sparirono dal panorama genovese quando in quel luogo si decise di costruire la Fiera del Mare agli inizi degli anni ‘60.
In quello stesso tratto di costa c’erano l’Istituto Elioterapico e la Scuola Nazario Sauro, una scuola all’aperto per i bambini gracili e di salute cagionevole.
E l’onda sfiorava la riva e la spiaggia dei Bagni della Strega.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E così, osservando con gli occhi del nostro tempo, si può provare a immaginare una spiaggia affollata, i bagnanti che si godono il sole, i bambini che ridono e corrono felici verso il mare.
Proprio là, sotto la curve sinuose di Corso Aurelio Saffi.

Nel tempo di una stagione forse mai dimenticata là si misero in posa i bagnini dei Bagni della Strega e con loro c’era anche la loro cara mascotte, la bellissima Elvira.
Era l’estate del 1938.
Uno per tutti, tutti per uno!

28 luglio 1919: alla spiaggia

Era il 28 luglio 1919, il mare luccicava.
E allora proverò a raccontarvi di tutti loro: loro sono i bagnanti in posa in un’affollata foto di gruppo scattata in un giorno d’estate, ho provato a guardarli da vicino e ho pensato che dovreste conoscerli anche voi.
Il sole picchia e allora in questo giorno di fine luglio si sfoggia un sorriso radioso e si tengono i capelli raccolti in fazzoletto, l’estate è costumi a righe e serena rilassatezza.

C’è una giovane mamma che sostiene la sua piccolina, la bimbetta porta un cappellino bianco proprio come la ragazzina più grande in primo piano.

E in questa stagione del tempo andato ci sono tante maniere di essere donna.
Ecco le fanciulle ambiziose con i cappelli fastosi, quante ricercatezze su questa spiaggia!
Là sulla destra, colte in un gesto affettuoso, due semplici e giovani donne si tengono per mano.
Ritta in piedi, in prima fila, ecco una madre che certo non si risparmia, è concreta e affabile e si prende cura di tutti, lo si intuisce da quei suoi modi decisi e dalla mano che amorevole tiene posata sul capo della sua piccina.
Ci sono poi due composti bimbetti, lui è vestito alla marinara, la ragazzina ha invece un ampio capello di paglia e un delicato vestito chiaro.

Sole negli occhi, smorfie e mezzi sorrisi, le piccole pesti si distinguono sempre.

E poi c’è uno più dispettoso degli altri, sbuca lesto e all’improvviso tra due adulti e se guardate con attenzione vedrete che pare tenere gli indici alzati, ho l’impressione che stia simulando un bel paio di corna dietro al capo della povera signora che siede serafica e ignara con la sua bambina in braccio.
E come se la ride quel piccolo furfante dalla faccia furba!
L’estate è scherzo, gioco e divertimento.

E su questa spiaggia ci sono gentiluomini, bellimbusti e provetti nuotatori.

E poi ci sono dame eleganti, severe madri di famiglia, giovani allegre e spensierate.

Un signore, con un gesto garbato, pare salutare levandosi il cappello.
E come vi dicevo, è il 28 Luglio 1919, a immortalare la bella compagnia è il fotografo Barone di Sampierdarena e forse la fotografia potrebbe essere stata fatta proprio su una spiaggia di Sampierdarena.

E poi ancora cappelli di paglia, accappatoi, facce sorprese e sorrisi luminosi.

In questo tempo felice di una stagione distante che ritorna ancora davanti ai nostri occhi grazie a una fotografia e ad un gioco dell’immaginazione.
Il sole splendeva alto nel cielo, la spuma frizzante del mare si frangeva sui sassi, spirava un vento lieve come il tempo che fugge: era il 28 luglio 1919.

Le bambine di Nettuno

Le bambine di Nettuno sono capitate sul mio cammino in una mattina di giugno e appena le ho vedute ho pensato che avrei dovuto portare a casa con me la loro bella fotografia.
Ed è pur vero che, oltre a non saper nulla di loro, io non sono neanche mai stata in quella località della costa laziale che fu scenario della loro vacanza nel mese di luglio del 1930.
Una lunga spiaggia di sabbia, le onde del mare e loro là, in quel tempo da ricordare.
Le più piccine sedute per terra, tutte con il cappellino bianco in testa e magari chissà, potrebbe anche trattarsi della divisa di qualche colonia estiva.
Brilla il sole alto nel cielo e batte sul viso delle bambine di Nettuno che strizzano un po’ gli occhi come tutti i bambini di qualunque tempo.

E poi loro tre, ognuna tiene la mano sul fianco, sono anche un po’ vezzose queste bambine di Nettuno.
E poi una di loro ha il costumino a righe alte e un favoloso cappello di paglia, quella al centro ha i capelli raccolti in un foulard chiuso da un fiocco perfetto e la terza ha due trecce bionde delle quali sembra andare molto fiera.
Le bambine di Nettuno sono allegre, gioiose e piene di vita.

Le ultime due poi eccole qua: una ha un cappello fantasia e l’altra addirittura l’ombrellino parasole.
Sorridono un po’, accanto alle loro amichette, con questa fretta di diventare grandi, come tutti i bambini di qualunque tempo.

Le bambine di Nettuno trascorsero giorni felici su quella spiaggia, questo credo proprio di poterlo dire.
E fecero corse, risate, giochi e castelli di sabbia.
E poi i giorni di luglio passarono, trascorsero anche le stagioni e rimasero i ricordi.
Memorie dolci di un tempo d’estate e di quando loro erano le bambine di Nettuno.

Luglio 1910: bibite, campane e vicende del passato

Ogni estate ha i suoi fatti di poco conto che sono comunque rimasti impressi su certi fogli di giornali.
E andiamo così al mese di Luglio del 1910 e sfogliamo le pagine del quotidiano Il Lavoro, in Via XX Settembre i commercianti hanno un bel problema!
Che affare, dalla sera alla mattina qualcuno ha impiantato sotto i portici di Santo Stefano un bel chiosco dove si vendono bibite fresche.
Bel sistema, protestano gli esercenti, tutti sanno infatti che a poca distanza c’è un commerciante che avrebbe voluto aprire una delle sue botteghe per l’appunto ad uso bar e i signori del Municipio non hanno concesso il permesso.
Ecco lì, i negozianti pagano fior di affitti e tasse sonanti e poi dall’oggi al domani ti ritrovi un casotto messo lì e nessuno dice niente, non è proprio tollerabile!
Non tarderà ad arrivare la risposta con la precisazione che quel casotto risale a tempi remoti, c’era ancora prima che venisse costruita Via XX Settembre, figuriamoci, è stato solo spostato da un punto all’altro, tra l’altro è il sostentamento di un’affabile madre di famiglia e lì resterà con buona pace degli altri esercenti.

A proposito di bar, c’è pure un altro elettore che mugugna vigorosamente perché a Banchi hanno aperto ben due nuovi bar, non bastavano quelli che c’erano?
C’è poi un agguerrito gruppo di abitanti di Portoria che si premura di scrivere una bella lettera al direttore per protestare contro quello che viene definito senza troppi giri di parole il martirio delle campane di Santa Croce.
Possibile che i frati non capiscano?
I cittadini spazientiti concludono la loro missiva specificando che qualcuno dovrebbe far presente ai suddetti frati che l’indomito Balilla era un portoriano, ecco lì!

Non mancano poi le buone notizie, come ad esempio i numerosi intrattenimenti offerti dal Lido d’Albaro.
Dopo il Don Pasquale, infatti, è in programma il Barbiere di Siviglia, chissà quanti spettatori!
E poi ogni sera, fino a mezzanotte, si può far skating all’aperto, tra l’altro si può usufruire di un comodo servizio di vapori che partono da Ponte Federico Guglielmo e i tramways e le automobili sono in servizio fino all’una di notte.
E non dimentichiamoci poi che in questa briosa estate del 1910 in una calda serata di luglio sono anche in programma scenografici fuochi artificiali nel mare antistante il Lido.

Ci sono poi coloro che fiduciosi si affidano al buon cuore del prossimo: c’è una persona che ha smarrito un orologio d’argento nel tragitto tra i Bagni Strega e Via Madre di Dio, una genovese ha perso un braccialetto d’oro in Spianata Castelletto, un tale si è perso una coperta da cavallo e un altro chiede se qualcuno ha visto la sua scarpa in Ponticello.
Tutti loro affidano questi messaggi in bottiglia alle pagine del giornale sperando in un pizzico di altruismo e generosità.
Infine ricorderei una curiosa notizia meteorologica.
In una calda sera di questa estate del 1910 un furioso temporale si abbatte sulla città e una violenta grandinata con chicchi grandi come nocciole cade sui tetti di Genova, sulle alture e nelle zone circostanti.
Certo, se questo fatto fosse accaduto ai giorni nostri vedreste video girati da semplici e intraprendenti cittadini: accadde invece nel 1910 e così la notizia è solo riportata tra le pagine di un quotidiano.
Il temporale rinfrescò l’aria e regalò sollievo in quel tempo d’estate che sappiamo soltanto immaginare.

Gente dei caruggi

È un frammento del passato e riporta ai nostri sguardi istanti di vite, sorrisi ed emozioni.
È un giorno qualsiasi nella Piazza dei Truogoli di Santa Brigida che si trova tra la scenografica Via Balbi e la popolosa Via Prè e questo è solo uno degli scatti che verrà utilizzato per le cartoline.
Questo scorcio genovese sarà infatti tante volte riprodotto come immagine caratteristica di Genova e oggi, ai nostri occhi, resta come una sorta di quadro inimitabile nel quale tentiamo di intuire ciò che non possiamo vedere.
Quanta, vita, quanti respiri!
Si chiamano forse Pietro, Maddalena, Baciccia e Marietta, affollano queste strade che profumano di mare, di pane, di fatica ma anche di gioia di vivere.
Il cappellino messo traverso, una mano sul fianco, uno sguardo di sfida, un sorriso appena accennato.
Le mamme tengono in braccio i più piccolini, i più grandicelli conoscono una certa libertà, sono bambini svegli e indipendenti.

È gente dei caruggi, se queste persone potessero parlarci dello loro vite staremmo ad ascoltare il loro racconto e forse sarebbe difficile per noi immaginare una quotidianità come questa.
Alcuni restano seduti sul gradino davanti alla porta di casa, c’è chi esce fuori dalla sua bottega e chi invece si affaccia alla finestra.

E come sempre, come in ogni giorno di questo tempo lontano, c’è un’affaccendata baraonda attorno al lavatoio.
Ognuno arriva con la conca dei panni e con un pezzo di sapone, sono braccia forti a sfregare con vigore nell’acqua gelata, una di quelle fatiche che pare quasi impossibile anche solo immaginare.
Poi, appena per un istante, questa frenesia si ferma e gli sguardi si rivolgono tutti verso il fotografo.
Accade così, grazie alla magia di quella magnifica invenzione che è la fotografia: queste vite restano impresse sulla carta e la loro immagine ritorna davanti ai nostri sguardi.

Poi, istante dopo istante, il tempo scorre, svanisce, muta e tuttavia sembra quasi impossibile credere di non averla veduta davvero quella folla di popolo nella Piazza dei Truogoli di Santa Brigida.
È sempre stata lì, tra la ringhiera e la discesa, sotto l’immagine della Madonna ospitata nella bella edicola e tra le mura di case antiche dai colori caldi.

È sempre stata lì questa gente dei caruggi, sotto alla gioiosa confusione di fili da stendere e lenzuola sospinte dal vento vivace di Genova come vele avventurose in mezzo al mare.
Chi spedì la cartolina soggiornava all’esclusivo Grand Hotel de Genes in Piazza De Ferrari, lo si evince dal timbro posto a tergo, la cartolina fu spedita a Londra.
Gli occhi di questo viaggiatore si posarono su persone come queste, il suo sguardo trovò la prospettiva di questi vicoli e in un certo modo lo colpì, infatti nel testo vergato dalla sua mano egli chiede ai destinatari cosa ne pensino di questo scorcio caratteristico e così tipicamente genovese, un souvenir di Genova che certo rimase impresso.
Ancora adesso, ogni volta che passo dalla Piazza dei Truogoli di Santa Brigida, mi sento quasi come quel viaggiatore, mi resta nello sguardo il suo medesimo stupore.
E vorrei fermarmi, ascoltare queste voci, lasciar raccontare la vita a questa gente dei caruggi.

Sulla spiaggia

E poi chiudi gli occhi.
E ritorni a quella magia dei giorni della tua infanzia.
L’estate, il calore vitale del sole, la freschezza delle onde del mare.
Il tuo cuore innocente, il tuo spirito di avventura, i tuoi riccioli biondi e ribelli, quella foga tutta infantile che semplicemente è sete di vita.
Eri là, vicino a lei, sulla spiaggia.
Eri su quei sassi, con l’espressione seria, forse il sole ti batteva un po’ sugli occhi.
Eri là, vicino a lei.
Lei, così giovane, energica, luminosa.
Una mamma dal sorriso radioso, lei dolce, salda e sempre premurosa, lei sempre al tuo fianco.
Chiudi gli occhi e poi li spalanchi sul tuo passato.
E trovi lei, ancora accanto a te.
Il costume con i bordi a righe, il fazzoletto sul capo, quella luce nello sguardo.
La sua voce, non puoi dimenticarla.
Le sue parole ti hanno guidato per tutto il corso della tua vita, le sue mani hanno asciugato le tue lacrime, i suoi baci ti hanno consolato.
Ed eri là.
Su quella spiaggia, in quel tempo che non si dimentica.

Un’estate di molti anni fa

Era un’estate di molti anni fa su una bella spiaggia della quale nulla so.
Eppure, per qualche istante, anche io mi sono ritrovata là, davanti a quel mare limpido, con l’onda che scroscia fragorosa sui sassi, tra le risate di certi avventurosi bagnanti.
Tic tac, tic tac, è sempre un sogno la mia macchina del tempo.
Fate ben attenzione, il sole picchia potente su questa spiaggia e conviene ripararsi con cura per mantenere la carnagione chiara.
E in questa estate di molti anni fa non mancano certe inconfondibili eleganze: le gonne strette in vita, le camicie candide e leggere con le maniche lunghe, la collana forse di corallo, i cappellini vezzosi sul capo.
Un ombrellino parasole, i mezzi guanti bianchi e quei sorrisi, quei sorrisi che sono già un romanzo.

E poi la giovinezza e i suoi preziosi entusiasmi.
Il gioco e la complicità, le corse in mare, un salvagente per due e uno scambio di sguardi.
Il costume con le righe sul petto, il cappellino di paglia.
E là, sullo sfondo, la figura composta di un gentiluomo che pare osservare forse incuriosito.

E ritorniamo ancora ad ammirare le due gentildonne, ovunque esse siano mi perdoneranno se indugio ancora sulle ricercatezze dei loro abiti, entrambe sono semplicemente magnifiche!
Con le gonne di un tessuto che pare rigato, forse sarà una stoffa di color celestino chiaro con una riga blu scura.
E i ventagli: una di loro lo porta al polso e l’altra lo tiene appeso al collo con una catenella.
E guardate la borsina piccola con la tracolla e ancora il parasole, questa volta è chiuso ma quello è un accessorio che proprio non può mai mancare!

In questa estate di molti anni fa c’era la gioia di vivere: autentica, spontanea e vera.
Il mare luccicava sotto i raggi del sole, i pesci guizzavano tra le onde.
Rimase, conservata come un ricordo caro, questa fotografia di un tempo felice ed io sono contenta di avere il privilegio di custodirla.
Racchiude sorrisi, gesti affettuosi e gioia.
Era un’estate di molti anni fa.

Una cartolina da Vernazza

Arriva così, spedita dal tempo passato, l’immagine di uno dei luoghi più caratteristici della Liguria.
È la bella Vernazza, con le sue case colorate, abbarbicate una sull’altra, con le sue scale ripide che portano lassù, dove si domina il mare turchese delle Cinque Terre.
La cartolina risale agli anni ‘40 ed è un nostalgico bianco e nero che non restituisce ai nostri occhi la vivida e vibrante allegria dei colori di Vernazza, io ne scrissi qui diverso tempo fa.
Questa semplice cartolina narra tuttavia l’anima autentica di questo piccolo borgo di pescatori saldamente attaccato alla roccia, terra di gente indomita e fiera.
Gli abitanti di questa parte della Liguria hanno sempre avuto un forte legame con il mare e con la terra, con fatica e sudore qui si sono sempre coltivati gli ulivi, i limoni e la vite che cresce sui celebri terrazzamenti tipici delle Cinque Terre, da quell’uva nascono vini famosi e molto pregiati.
È una terra difficile, una vera sfida per l’uomo.
Trovai per caso tempo fa questa cartolina e e mi sembrò insolita.
Vernazza, la sua chiesa, il mare calmo, gli scogli, qualche barca che dondola sull’acqua, i sassi.
Allora la mia curiosità mi ha portato a consultare la Guida Treves del 1911 e su quelle pagine ho trovato appena poche righe sulle celebri località delle Cinque Terre, tra le altre cose sono nominate le chiese di Monterosso e Vernazza e viene ricordato che la Vernaccia di Corniglia era un vino già apprezzato persino da Giovanni Boccaccio.
Oh, poi la Guida Treves fornisce un prezioso consiglio a coloro che vogliano visitare la Riviera di Levante: suggerisce infatti di andare in treno fino a Sestri Levante e di proseguire poi in vettura fino a La Spezia per poter meglio ammirare il panorama della Liguria, visto che il treno in quella parte della Liguria passa attraverso molte gallerie.
Tutti in vettura, signore e signori, alla velocità del 1911, s’intende!
E così, questa semplice cartolina è diventata evocativa di una ricchezza che dobbiamo sempre saper difendere e tutelare.
Narra quel mondo semplice, le sue tradizioni, certe nostre antiche consuetudini.
Dedicato alla nostra Vernazza e alle sue molte bellezze.