Diventare grandi

Diventare grandi è un’avventura spericolata per ogni bambino e ognuno di noi diventa grande in maniera diversa.
Crescere significa cambiare, affidarsi, imparare ogni giorno nuove cose, sperimentare, correre, cadere e rialzarsi e magari pure cadere ancora e tirarsi di nuovo su, forse pure con le ginocchia sbucciate.
Diventare grandi, in un altro tempo, era poi una faccenda del tutto differente e certamente più complicata.
La vita era più fragile, in quell’altro tempo.
Diventare grandi, in ogni epoca, resta comunque il gioco più emozionante che si possa fare.
Hai tutti quegli anni davanti a te, puoi persino sbagliare e non ha nemmeno importanza: stai crescendo e stai diventando grande.
E magari sei una bimbetta, con le calze scure e le scarpette con il passante.
E hai i capelli a caschetto e la frangetta corta corta, si usa proprio così.
E porti un soprabitino chiaro con i bottoni grandi, sui polsi e sul colletto è rifinito con del pizzo raffinato.
Sei una dolce bambolina vestita in questo modo mentre ti metti in posa nello studio del fotografo Svicher.
Ed è proprio quell’avventura lì, diventare grandi: con gli occhi spalancati sul mondo, magari trattenendo un po’ il fiato.
Mentre tutto ancora deve accadere ed è semplicemente un gioco di fantastici equilibri.
E tu sei lì, in quel momento della tua infanzia.
Con le mani salde sul manubrio, un piedino sul pedale e tutta la vita davanti.

18 Novembre 1911: Pietro Mascagni alla Stazione Marittima

Cadeva una leggera pioggia autunnale in quel pomeriggio di novembre del 1911 alla Stazione Marittima di Genova.
La luce iniziava ad essere più fioca e la folla trepidante si accalcava in quella calata dove giungevano le navi provenienti dalle Americhe.
Proprio là stava per attraccare il magnifico piroscafo Tomaso di Savoia sul quale viaggiava il maestro Pietro Mascagni con la sua compagnia composta da rinomati artisti di grande talento.
E immaginate la concitazione di quel giorno: come di consueto qui si assiepano intere famiglie, ci sono padri e madri di figli lontani che ritornano in patria, ognuno porta un’emozione nel cuore ed è difficile trattenere la commozione di quell’attesa.
Questa folla rumorosa, per l’occasione, comprende anche gli estimatori del celebre compositore: tutti vogliono vedere Mascagni, lo acclamano come una vera rockstar.
Ad accogliere il geniale artista ci sono anche i suoi famigliari, i figli di Mascagni non vedono l’ora di riabbracciare il papà.
E intanto, lentamente, il transatlantico si avvicina alla calata e coloro che sono a terra scorgono i volti noti di talentuosi cantanti e acclamati artisti.

C’è chi saluta con la mano, lacrime di commozione rigano certi volti.
E Mascagni? Dov’è Mascagni?
Il piroscafo attracca e scendono le passerelle, iniziano le complesse operazioni previste per lo sbarco, c’è gente che vuole salire a bordo per riunirsi finalmente al proprio caro, l’attesa non sarà poi lunga ma tutto attorno c’è una certa confusione.
E Mascagni? Dov’è Mascagni?
Occhi curiosi cercano la sua figura e il suo volto quando ad un tratto una voce cristallina sovrasta le altre:
– Ecco Mascagni!
E così tutti si voltano nella direzione suggerita e lo vedono là, felice e sorridente, tra gli altri passeggeri.
E si levano urla di gioia:
– Papà, papà! – ripetono i figli ancora lontani.
E lui ricambia, manda baci e saluta tutti e ad un tratto la sua cagnolina lo vede da lontano e sfugge all’abbraccio di Emy, la figlia di Mascagni: la bestiola corre via e passando tra le gambe di un poliziotto si lancia verso il Maestro.

Pietro Mascagni
Immagine tratta dalla rivista Melodia – Nr 4 del 1923 di mia proprietà

Si ride, è davvero un momento festoso e felice.
Ad attendere il compositore non sono soltanto i fans e i componenti della sua famiglia, c’è anche una nutrita schiera di giornalisti e tra essi si trova colui che scrisse il suo articolo per Il Lavoro del 19 Novembre 1911, gli sono grata per aver tramandato la vicenda che posso così raccontarvi.
Ed eccolo Mascagni, fuma un sigaro ed è circondato dai suoi cari, al fratello raccomanda di prendere il pappagallo che ha portato dall’America per un amico e scherzando dice che sebbene il pennuto sia venuto or ora dal Brasile già canta in perfetto dialetto calabrese!
E infine si concede ai giornalisti.
Quanto tempo è stato lontano dall’Italia: la sua tournée è durata sette mesi e lo ha portato nelle più grandi città come ad esempio La Plata, San Paolo e Montevideo.
Sono terre di emigranti che hanno lasciato da lungo tempo l’Italia senza la certezza di poterla mai rivedere e Mascagni è un vero orgoglio nazionale, egli racconta commosso della calorosa accoglienza ricevuta.
A Buenos Aires non c’erano meno di 50.000 persone a dargli il benvenuto e per l’occasione la banda cittadina eseguì il suo Inno del Sole suscitando viva commozione.
E dovevate vedere il tripudio di gioia nella città di Rosario: Mascagni fu accolto con le strade imbandierate e piene di fiori.
Al giornalista che gli chiede se non abbia sentito nostalgia dell’Italia il nostro risponde che il suo espediente per scacciare la malinconia è tenere un schema preciso di ogni suo impegno, in questo modo si inganna il tempo con facilità.
Il rientro di Pietro Mascagni dall’America è nel segno della soddisfazione, egli porta con sé la memoria dei suoi sfolgoranti successi e dei teatri pieni di pubblico, il ricordo dei suoi trionfi e degli applausi al suo formidabile talento.
Nella Superba rimarrà per qualche giorno e soggiornerà all’Hotel de Gênes: accadde nel tempo di novembre del 1911 e sono certa che furono molti i genovesi che serbarono a lungo il caro ricordo di quel giorno in cui videro il Maestro Mascagni alla Stazione Marittima.

Le ragazze di Sampierdarena

Loro sono le ragazze di Sampierdarena.
A dire la verità non sono poi così certa che tutte loro siano nate e cresciute in questa zona del ponente cittadino, so soltanto ciò che si può leggere a tergo di questa fotografia.
Dunque, siamo nel 1920 a Sampierdarena e una di queste giovani donne si chiama Giuseppina.
E le altre?
È facile supporre che portassero quei nomi dolci così consueti in quel loro tempo come ad esempio Ida, Amalia, Rosa o semplicemente Maria.
Eccole le ragazze di Sampierdarena, nelle calda estate con i loro costumi ingombranti se ne vanno a fare il bagno sotto la Lanterna, mia nonna Teresa frequentava i Bagni Roma e chissà se ha mai conosciuto queste cinque fanciulle.
Portano piccoli orecchini, hanno i capelli mossi con onde e ricci sistemati con cura.
La ragazza al centro ha un abito con il colletto vezzosamente decorato con una greca, le due fanciulle vicine a lei poi sembrano proprio sorelle, hanno lineamenti simili e labbra carnose, la più grande delle due porta i capelli raccolti con un fiocco di raso.
Le ragazze di Sampierdarena hanno molti talenti, dalle loro mamme e nonne hanno imparato l’arte della pazienza, virtù indispensabile per certi lavori femminili, tutte sanno cucire con perizia e ricamare con talento e precisione.
E una di loro forse si diletta con la pittura, un’altra legge le note sul pentagramma e suona certi motivetti al mandolino, ognuna vive e sogna in un’epoca dal ritmo così diverso dal nostro.
Nel secolo delle innovazioni, in un tempo che con incredibile rapidità è destinato a mutare anche la quotidianità di ognuno.
Nell’attesa del futuro si guarda avanti, con questi grandi occhi scuri, con certe timidezze dipinte in volto.
Così vicine, nei giorni della giovinezza, nel 1920 a Sampierdarena.

L’abito di Mademoiselle

Mademoiselle era una fanciulla dall’eleganza innata, se potesse darci qualche consiglio di stile certo tutte noi la ascolteremmo con attenzione.
Non saprei dirvi come si chiamasse perché la sua fotografia è arrivata a me per uno di quei percorsi misteriosi e difficili da comprendere, sul fragile cartoncino purtroppo nessuna mano ha vergato il suo nome.
E tuttavia ecco la sua immagine, consegnata per sempre alla posterità nei giorni della sua leggiadra giovinezza: Mademoiselle ha la pelle diafana e i riccioli scuri che porta raccolti in una di quelle complicate pettinature in voga in quei suoi tempi distanti.
E il suo abito è chiuso da graziosi bottoncini, ha una bella spilla e un candido colletto di pizzo.

È parigina la nostra Mademoiselle? Io presumo di sì, il suo ritrattino proviene infatti da uno studio fotografico sito in Boulevard Bonne-Nouvelle, una scenografica e ampia strada dal toponimo così benaugurante sita nei pressi della Porta di Saint Denis.
Ed io l’ho immaginata Mademoiselle, lei è una ragazza con tutti quei sogni segreti mai rivelati, poi secondo me per certi versi le ragazze di ogni tempo hanno dei punti in comune.
Ed è così bella ed aggraziata:  ha la vita sottile, il suo vestito ha maniche ampie e a sbuffo, si notano anche dei pizzi chiari, le sue mani sono bianche e delicate, indossa anche un bracciale importante.
E che fasto l’abito di Mademoiselle!
È tutto una leggerezza di balze lievi e impalpabili, cerco di indovinarne la tinta ma non è tanto semplice: forse l’abito di lei era di un bel colore verde bosco o magari era blu come la notte o forse aveva i toni decisi del grigio antracite.

Tra tutte le ipotesi una è quasi una certezza: non credo che Mademoiselle si occupasse personalmente del suo guardaroba, lei certo non me ne vorrà di queste mie divagazioni ma io ho anche immaginato il suo stuolo di fantesche che si occupano di ogni sua necessità.
E mi pare anche logico supporre che Mademoiselle non fosse figlia unica.
Lei e le sue sorelle dispongono di un piccolo plotone di affabili cameriere e provate ad immaginare con me queste floride fanciulle, gaie e di buon carattere, hanno guance rosate e braccia energiche, provengono dalla Normandia o da certi paesi di campagna, ognuna di loro ha una precisa mansione.
Ad una è affidato il delicato compito di stirare gli abiti di Mademoiselle e ogni balza è un sospiro o forse anche un gioco di fantasia.

Così vanno le cose del mondo, cara Mademoiselle.
Ad ognuno è concessa una frazione di tempo in un’epoca che diventerà storia per coloro che verranno dopo.
E ognuno è un mistero, una sinfonia e un libro tutto da scrivere.
A volte così, con un abito sfarzoso, in un giorno di Parigi che mi piace rievocare.
Dedicato a te, Mademoiselle.

Due passi in Via XX Settembre

E ritorniamo ancora a far due passi in Via XX Settembre, cari amici: nella strada dei negozi e dello shopping si cammina sempre volentieri ed io amo ripercorrerla ogni volta che dal passato non così lontano emerge un’immagine per me nuova, un diverso punto di vista sulla via e sul quotidiano della mia città.
E così eccoci in centro e siamo sempre in ottima compagnia: si chiacchiera tra amiche, tante sono le cose da raccontare!
E si ammirano le vetrine eleganti, ognuna porta un ombrellino parasole ma anche uno scialle, non si sa mai, se dovesse rinfrescare è meglio non farsi cogliere impreparate!

Se intendete raggiungerci ci vediamo lì, noi andiamo in cerca di stoffe per i nostri abiti e scarpe all’ultima moda, vorremmo acquistare cappelli e guanti, trine e profumi deliziosi.
E ricordate, per arrivare in Via XX Settembre potete pure prendere il tram, la modernità accorcia le distanze.

È rombante e fragoroso il suono della modernità, taluni sono più fortunati è possono provare persino l’ebbrezza della velocità: è una di quelle emozioni che quasi non si può raccontare, è una sorta di magia a suo modo sorprendente.

E sempre abbiamo modo di meravigliarci nel ritornare al tempo già vissuto, soltanto cercare di immaginarlo dona ai nostri cuori un nostalgico sobbalzo.
E allora ritorniamo ancora qui, mentre frusciano le gonne, passeggiando in Via XX Settembre.

Una cartolina per Bice

Era 1910, era un tempo che mi piace spesso rammentare e questa è una cartolina di auguri che viaggiò leggera da certe mani gentili per finire poi tra la dita di Bice.
Ah Bice, il suo nome è caduto ormai in disuso e certo non è più così comune alla nostra epoca, le mode cambiano la nostra quotidianità in ogni senso.
A quanto leggo nello spazio dedicato all’indirizzo Bice era vedova e abitava nella ridente Cornigliano Ligure.
Dunque per me è fatale pensare che diversi anni dopo la nostra Bice abbia incontrato la signora Maddalena, pure lei nel tempo della sua vedovanza sceglierà di vivere in quella zona del ponente genovese.
La signora Maddalena è una donna poco appariscente, è magra e ha il viso lungo, ha molti ricordi felici e certo anche diverse malinconie, la sua vita è stata segnata da numerose perdite.
Tuttavia Maddalena ha tempra e carattere, così l’ho immaginata conversare amabilmente con Bice, le due condividono percorsi comuni, forse le loro esperienze di vita le fanno avvicinare.
Siedono con il cucito in grembo, in una stanza di Cornigliano illuminata da una luce fioca e conversano a voce bassa rievocando il tempo passato.
Poi Bice si alza e mette sul tavolo la sua scatola di cartone dove conserva cari ricordi: sono lettere e santini, fotografie e bigliettini racchiusi con cura da un nastrino di raso.
Tiene da conto anche questa cartolina e la mostra a Maddalena, la sua amica la trova così garbata e di gusto raffinato: sul cartoncino ci sono due bimbe con gli abitini chiari, toni di rosa e di verde, balze, fiocchi e nastrini, boccoli e sorrisi innocenti.
Maddalena osserva, un’ombra cade sui suoi occhi e con essa le appare ancora più chiara l’immagine mai dimenticata della sua unica figlia femmina portata via dalla tisi a soli 16 anni.
Anche la sua bimbetta portava quei vestitini, anche lei sorrideva così fiduciosa.
Ho giocato con la fantasia come spesso mi piace fare, non so se Bice e Maddalena si siano mai incontrate, ad ogni modo mi piace pensarlo.
Di Bice conosco soltanto i dati riportati sulla mia cartolina.
Maddalena era invece la mia bisnonna, visse davvero a Cornigliano e perse la sua adorata figlia appena sedicenne, lei si chiamava Aurora ed era una ragazza bellissima.
Ovunque siano tutte loro le saluto così, con questa delicatezza: Bice, Maddalena e Aurora, questa cartolina è per voi.

Galleria Mazzini, 1878: il punch vivificante di Pier Enrico Zolezi

Tic tac, tic tac: oggi si rimette in moto la macchina del tempo e con una leggerezza inaspettata ci trasporta ancora una volta nel passato delle Superba grazie alle preziose pagine del Lunario del Signor Regina.
Siano nel 1878 e in quell’anno lontano c’è chi ha già ben compreso il potere della pubblicità: tutti a Genova conoscono le delizie di Pier Enrico Zolezi e pure alcuni dei miei affezionati lettori ricorderanno il nome di questo lungimirante imprenditore proprietario di un celebre locale in Galleria Mazzini.
Oh, Zolezi!
Se si vogliono gustare originali novità bisogna andare da lui, nella magnifica galleria dedicata a uno dei più amati figli di Genova.

E dunque, per i primi freddi ecco cosa vi consiglia il nostro Zolezi, io immagino che prima di arrivare ad ottenere la mistura perfetta Pier Enrico abbia fatto diversi esperimenti, lui non è certo tipo da lasciar le cose al caso e ci tiene molto alla soddisfazione dei suoi clienti.
E così Zolezi ha pensato a questa bevanda corroborante davvero perfetta per i climi rigidi.

Il vivificante Punch Bichof è il risultato di un sapiente mix e sul Lunario si legge che è composto da vino, rum, succo di limone, corteccia d’arancio, china peruviana e altri elementi ottimi per lo stomaco.
Certo, il nostro Zolezi tiene per sé i suoi segreti, è ovvio!
E non andate a cercare quel Punch da un’altra parte: lo troverete soltanto in Galleria Mazzini nelle eleganti sale di Zolezi dove il servizio gastronomico freddo non manca mai.
E poi, cari amici, ricordatevi che tutte le sere da Zolezi potete gustare le deliziose trippe alla genovese, quelle non mancano mai!

E sempre sul Lunario si legge che nel bel locale nel centro di Genova potete intrattenervi con il gioco delle carte, della dama o del domino.
Ve l’ho detto, Pier Enrico Zolezi era un imprenditore che ci sapeva fare e sono sicura che se fossimo vissuti nella stessa epoca di certo avrei fatto un passo da lui e avrei fotografato i tavoli, il bancone di legno, le vetrine, le bottiglie e le specialità gastronomiche.
E lui sarebbe stato contento di farsi ritrarre fieramente davanti al suo bel locale.
Ecco immaginatelo così, nella sua Galleria Mazzini che fu scenario dei suoi successi.
Un saluto a lei, caro Signor Zolezi, è sempre una gioia tornare a trovarla anche così, con la mia speciale macchina del tempo.

All’ombra delle torri di Porta Soprana

Quelle case vetuste, di pietra e di ardesia, intrise di storia e dense della memoria di passi che un tempo calcarono certe ripide scale.
Semplicemente case di famiglie, di padri e di madri, di lavoratori e bottegai di Ponticello, buona gente che abitava là, all’ombra delle torri di Porta Soprana.
Semplicemente genovesi e con tanto orgoglio, io credo.
E mi piace immaginare questi miei concittadini che nel passato abitarono in quelle strade perdute a pochi metri dalla dimora di Colombo e vicini alla porta della città sulla quale è affisso un marmo dove si leggono, tra le altre, queste parole:

Ben presidiata d’uomini e munita di una mirabile cinta di mura,
tengo col mio valore lontani gli ostili colpi.

I colpi impietosi del piccone, invece, non risparmiarono le umili case: il Novecento portò la modernità e i grattacieli svettanti, a metà degli anni ‘30 questa zona subì sventramenti e demolizioni e divenne a poco poco come oggi noi la conosciamo.
Nel momento in cui fu scattata la fotografia che compare su questa cartolina c’era ancora vita fremente in quelle case antiche: c’erano pentole sul fuoco, panni da lavare, c’erano letterine di Natale e cassapanche, sedie impagliate e tovagliette di pizzo tenute con cura.
C’erano finestre spalancate, tetti spioventi, lenzuoli stesi, sospiri e battiti del cuore.

E poi la vita è anche un po’ strana, a volte: all’incirca nel punto dove oggi fa capolinea una linea dell’autobus in quel tempo lì c’erano i carretti trainati dai cavalli.
E c’era la recinzione di un cantiere: in quell’area verrà ricollocato l’antico Chiostro di Sant’Andrea e là ancora si trova, all’ombra delle torri di Porta Soprana.
E c’era un evento imperdibile per i genovesi, lo vedete ben pubblicizzato sui manifesti affissi sulla palizzata di legno.
Vi si legge Maciste Innamuou e in italiano corrisponde a Maciste Innamorato, questo è il titolo di un film muto del 1919 di cui fu protagonista nel ruolo principale il genovese Bartolomeo Pagano, non so dirvi se il manifesto si riferisca a un adattamento teatrale o proprio a una proiezione di quel film.

Una gran pubblicità per uno spettacolo che avrà certo incuriosito molti spettatori, ci sono manifesti ovunque!
Intanto la vita scorre, lenta e calma, ognuno cammina verso la propria meta in un frammento di Genova che sta per cambiare aspetto.
E probabilmente, in quel momento, nessuno di loro lo sa.
Ci sono ancora quelle vecchie case, le botteghe minuscole, i profumi semplici della vita, i caruggi sempre veduti e vissuti.

Come ogni giorno.
Come in ogni attimo di certe vite trascorse all’ombra delle torri di Porta Soprana.

Il linguaggio dei fiori nel 1924

Alcune cose del passato a volte riservano proprio delle belle sorprese, così eccomi qui a condividere con voi alcune curiosità tratte da un libricino da poco e molto consunto trovato per caso su una bancarella.
Il volumetto risale al 1924 ed è una pubblicazione omaggio della Società Anonima delle Terme di San Pellegrino, su quelle pagine chiaramente si illustrano le proprietà delle acque minerali e degli altri prodotti della società ma ci sono anche diverse altre curiosità, a esempio ho trovato molte ricette che spero di provare presto.
Oltre a ciò alcune paginette sono dedicate al linguaggio del fiori e ho così pensato che se questo linguaggio andava bene nel 1924 allora può essere perfetto anche per noi, ecco!
Così ecco qui un post profumato, colorato e a suo modo sorprendente.
Ad esempio ho scoperto che la menta significa saggezza, il mughetto ritorno al bene e i narcisi vendetta in amore.

La tuberosa è sinonimo di ebbrezza voluttuosa, la pervinca significa amicizia durevole e la viola del pensiero si usa per dire: pensa a me!

E quanta dolcezza racchiude il tenero lillà, questo fiore odoroso indica i primi moti d’amore.

Oltre al significato dei singoli fiori sul libricino si legge che un fiore offerto rovesciato ha un significato opposto al proprio.
E si dice sì sfiorando con le labbra il fiore ricevuto, si dice no strappando un petalo e buttandolo via.
A proposito poi delle rose regali riporto per intero un breve paragrafo e preciso che per bottone si intende bocciolo:

Un bottone di rosa spogliato delle spine ma non delle foglie significa: io non temo più, io spero.
Spogliato delle spine e delle foglie significa: non v’è più speranza né timore.
Una rosa sbocciata posta tra due bottoni significa segretezza.

E poi la rosa rossa indica amore ardente, quella bianca amore innocente e la rosa gialla significa invece amore infedele.

Ma le sorprese non sono finite, le generose ortensie indicano freddezza, lo avreste mai detto?

E le semplici bocche di leone sono invece sinonimo di ferocia, mai avrei potuto immaginarlo!

Ma poi ecco spuntare timide le graziose verbene che significano sincerità di affetti.

E la profumata lavanda che indica il silenzio.

Sono le tracce di un tempo distante e più romantico, una piccola curiosità scoperta sfogliando un libricino forse appartenuto a qualche affabile padrona di casa del passato che magari lo avrà tenuto da conto per poter consultare il calendario, le ricette o forse proprio il linguaggio dei fiori: e questo, come è ovvio che sia, rende il libretto ancor più prezioso.
Vi saluto così, con una semplice margherita, da sempre sinonimo di amore e bontà.

 

Sotto il pergolato

Così vicine, sotto il pergolato.
Con la spensieratezza della loro gioventù, in un tempo certo felice e forse, tempo dopo, tante volte ricordato.
All’ombra di una pergola fitta di foglie e paiono pampini e grappoli d’uva dolcissima come solo certe memorie sanno essere.
Due giovani donne leggiadre dalla grazia straordinaria, hanno labbra di carminio e guance rosate, capelli morbidi raccolti in boccoli, pettinature curate e sguardi fiduciosi.
E portano abiti leggeri, una ha un lezioso colletto bianco e l’altra una cinturina in vita, una indossa scarpe di due colori con il passante, l’altra delle décolleté scure con il tacco a rocchetto.
E i loro abiti sono all’ultima moda, la gonna cade ampia e larga, lunga fino a metà polpaccio, c’è una grazia speciale nella loro eleganti figure.
E respirano insieme.
E intanto sorridono.
Sorridono negli sguardi gioiosi, nell’espressione serena e nelle labbra che con dolcezza illuminano i loro bei visi.
In un frammento di tempo lontano, sotto il pergolato.