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Archive for the ‘Donne’ Category

La signora porta sul capo un velo di pizzo.
Assorta nella sua salda fierezza, sembra immersa nei suoi ricordi.
Con il pensiero ritorna ad un altro tempo e ai giorni delle sue gioie, nel luogo di tutti i silenzi resta tra le dolci memorie e le preghiere.

Stringe in una mano il suo rosario e forse a lei non importa che il suo velo appaia sgualcito e rovinato dallo scorrere degli anni.
Il tempo per lei non ha più alcuna importanza.

Sono capitata davanti a lei, nel luogo dei mistici silenzi, in una mattina d’inverno, era febbraio.
E la signora, nella sua quieta attesa, non era sola.

Custode del suo passato e dei suoi affetti, assisa sui giorni che non sono più.
Distratta dalla sua malinconia, avulsa dalle cose terrene.

E a volte, in certe quiete attese senza solitudine, c’è qualcosa che non si può comprendere.

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Avere sedici anni nel 1867: da diversi giorni sto provando ad immaginare quelle sensazioni e non posso dire di esserci riuscita.
Sembra una faccenda dannatamente complicata, è difficile capire le esistenze degli altri.
Questi pensieri sono ancora riconducibili ad una fotografia e alle vicende di una famiglia della quale sto tentando di ricostruire la storia: scartabellando tra archivi e documenti ho scoperto che una certa fanciulla aveva circa sedici anni quando si è sposata.
E quindi sto provando a immaginare lei e le sue emozioni, le sue speranze e i suoi pensieri.
Hai sedici anni, nel 1867.
Sei cresciuta in una famiglia che si è presa cura di te, forse ti hanno anche un po’ viziata.
Epoca turbolenta la tua, sei nata prima dell’Unità d’Italia.
E poi è venuto il tempo delle grandi imprese, tu talvolta ascoltavi i discorsi dei grandi e comunque lo capivi anche tu che qualcosa di grande stava per succedere.
Sei stata bambina, fanciulla e improvvisamente donna.
E io ho qua le immagini che parlano di te, queste fotografie raccontano alcuni istanti della tua vita.

Tua mamma, con pazienza, ti ha spiegato i tuoi doveri.
E poi magari a volte ti guardavi intorno e vedevi che c’erano persone meno fortunate di te, per loro ogni giorno era fatica, tu invece sei nata in una famiglia molto abbiente, non ti è mai mancato nulla: hai avuto abiti alla moda, gioielli, sfarzo.
Però non basta, vero?
La tua mamma se ne è andata troppo presto, io questo lo so.
Amore?
Amore, voglio crederlo.
Perché ti ho vista vicina al tuo sposo e io sì, penso che quello fosse amore.
E io ti guardo, con quell’abito tutto nastri, velluti e fastose frange, con quella pettinatura complicata, ti guardo e non ci posso credere, sei solo una ragazza ma sembri molto più grande.
Avere sedici anni nel 1867.
Come si fa a capire com’era?
E voi due vi siete scelti oppure no?
Due famiglie importanti, il vostro matrimonio.
E poi la vita insieme, voi due.
Sei diventata madre ed eri un fiore di fanciulla.
E come sarà stato per te e per tutte le giovani della tua epoca?
In quel tempo là, in cui la vita era così fragile, bastava una febbre, un malanno, un soffio.
Come si fa a comprendere come si affronta la vita con questa consapevolezza?
Noi che viviamo in quest’epoca di benessere siamo in grado di capire le ragazze come te?
Le tue amarezze e i tuoi dolori, so che li hai avuti, però non so come li hai affrontati.
Ti ho immaginata, nella tua grande casa, ti ho pensata affabile, generosa e attenta.
E malinconica, a volte.
E ho tutte queste domande e altre cento ancora, non se avrò tutte le risposte e non so se riuscirò a capirti.
E tu, l’avresti mai detto?
Da tanto tempo nessuno pronunciava il tuo nome.
E poi, all’improvviso una sconosciuta, con tutti questi interrogativi.
Io il tuo nome l’ho pronunciato, più di una volta.
E ho provato a immaginare le tue paure, le tue emozioni, la tua fiducia nel futuro.
Tu.
Tu che avevi sedici anni nel 1867.

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La signora capitò a Genova nel cuore dell’estate.
Non so dirvi quanto si trattenne, di certo ebbe modo di apprezzare le bellezze cittadine e tornò a casa portando con sé il ricordo della cortesia che le era stata riservata.
Date le circostanze credo di non sbagliare a sostenere che con tutta probabilità la nostra viaggiatrice apparteneva al bel mondo, faceva parte dell’alta società.
Un’americana a Genova, le cronache purtroppo non hanno tramandato il suo nome ma ci parlano di lei nel giorno in cui la sua partenza è vicina.
La attende un lungo viaggio e prima di lasciare la Superba la signora si concede una ricca colazione al Bavaria con certi parenti.
E qui mi sorge un legittimo dubbio, sarà stato il Bavaria di Piazza De Ferrari che si faceva pubblicità con queste eleganti cartoline?

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oppure forse si trattava dell’Hotel sovrastante Corvetto?
Sarebbe anche legittimo pensarlo, visto che parliamo di una viaggiatrice, forse alloggiava in una di quelle stanze che sovrastano la bella piazza nel centro di Genova.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In ogni caso torniamo a lei, la protagonista della nostra storia.
Il piroscafo per l’America l’attende, è tempo di partire.
E proprio prima di attraversare l’oceano nello sbigottimento generale la signora si accorge che le mancano gli anelli di brillanti: 4 preziosi gioielli del valore di 10.000 Lire!
Ci pensa un po’ su e poi si rammenta di averli lasciati nella toilette del Bavaria, la signora però non può scendere da bordo e manda così un amico che in tutta fretta si precipita sul posto.
Ad accoglierlo è il proprietario, il Signor Fezzardi bonariamente tranquillizza il suo interlocutore: gli anelli sono al sicuro, a riconsegnarli è stato il piccolo venditore di sigari, un ragazzino di nome Guglielmo.
Guglielmo li aveva trovati, Guglielmo li aveva riconsegnati.
E così la signora americana riebbe i suoi anelli, il piccolo venditore ricevette una ricompensa di 500 lire.
Non che allora il mondo fosse un posto migliore, nelle cronache del tempo si trova la consueta sequenza di truffe, furtarelli e ruberie di vario genere.
E poi ci sono quelli come Guglielmo: sono loro a far tutta la differenza, in qualunque epoca.
La notizia è riportata su Il Lavoro del 25 Luglio 1908, è passato tanto tempo da allora.
Io immagino la signora americana sul piroscafo che la condurrà oltreoceano: osserva la costa allontanarsi e sorride serena.
E non solo perché ha riavuto i suoi anelli, sorride perché anche lei sa che al mondo ci sono persone come Guglielmo e sono solo loro a far tutta la differenza.

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Questa è una piccola memoria di famiglia, è tratta dal libro dei ricordi scritto da mia nonna e così non cambierò una virgola, mi limiterò a riportare qui le sue parole.
La nonna era una ragazza del ‘99, quando io ero piccola questo dettaglio mi affascinava moltissimo: lei veniva da un altro secolo.
E a me piaceva ascoltare i suoi racconti, per molti versi credo di assomigliarle.
Con infinita pazienza la nonna ha raccolto tutte le storie del passato di famiglia, momenti della sua infanzia e della sua vita, non si dispiacerà se condivido con voi questo frammento dei suoi anni di bambina.
Dunque, erano gli inizi del Novecento e una certa bimbetta ricevette un regalo: una splendida bambola.

La mia bella e noiosissima bambola mi fu donata dalla mamma.
Aveva una testina di porcellana adorabile con i buchi alle orecchie da cui scendevano due brillanti orecchini.
Era vestita da damina dell’Ottocento, aveva una parrucchina bianca tutta a boccoli, un vestitino formato da un corpetto di raso verde stretto alla vita dal quale spuntava una camicetta di seta bianca e pizzi, una larga crinolina dello stesso raso verde trattenuta da mazzetti di fiori.
Mi fu regalata con mille raccomandazioni di non sciuparla perciò vivevo nel terrore che mi cadesse ed infine ero stufa di quella bambola imbalsamata.
La posai su di una poltrona in salotto e mi fabbricai la mia bambola.

Presi un pezzetto di canna assai grosso, feci una pallina con del cotone, la fasciai di tela bianca e vi disegnai su un bel faccino.
Poi con una striscia di tela fasciai la canna avvolgendola come fossero le fasce, misi sopra un pezzetto di stoffa rosa come fosse la copertina ed ecco pronta la mia piccola neonata con cui mi divertivo un mondo.
La battezzavo spesso e andavo dalla nonna Maria per i confetti.

Io non ho mai visto queste due bambole, una venne posata con cura sulla poltrona e l’altra visse una serie di avventure in compagnia di colei che l’aveva creata.
Quella bambina poi divenne maestra, si chiamava Maria Teresa.
Quella bambina era mia nonna.

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Di lei non conosco il nome, lei in qualche modo è unica.
Aggraziata ed elegante, indossa un abito rifinito con raffinate bordature, porta i guanti come si conviene ad una giovane della buona società.

E non è perfetta, ha una piccola fessura tra due denti.
La sua pelle è diafana, i suoi occhi sono chiari e vivaci, i riccioli morbidi incorniciano il suo bel viso.
È briosa, esuberante e certamente socievole.
E ha un cappello favoloso, che grazia soave!
In questo frammento della sua vita si svela con un atteggiamento quasi rivoluzionario a mio parere, è proprio questo a distinguerla dalle altre giovani del suo tempo ritratte in pose simili alla sua.
Forse non ha saputo trattenersi, forse la felicità di questo momento è davvero incontenibile, così lei segue soltanto il suo istinto e a differenza di tutte le altre lei sorride.
Sì, sorride.
Ed è un sorriso luminoso il suo, racconta la pienezza di un momento gioioso, la raggiunta felicità e la fierezza di essere madre.

Non occorrono tante parole per narrare di lei.
Le sue dita trattengono le manine della sua creatura, il suo sguardo è pieno di vita, di sogni e di futuro.
La posa è composta ma lei sorride spontanea, radiosa, sincera e vera.
Parla con i suoi gesti, con la sua garbata postura.
Parla a chi la osserva ed è come se dicesse: guarda come sono felice, guarda che dono immenso ho ricevuto.
Guarda anche tu.
Questa è la felicità di una madre.

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La statua che ritrae Maria Brignole Sale è proprio di fronte al Galliera, l’Ospedale che lei fece costruire per la sua città.
Questa è una delle sue buone opere, la Duchessa di Galliera lasciò a Genova i suoi palazzi e le opere d’arte che oggi sono il vanto dei Musei di Strada Nuova, Maria donò a noi le sue ricchezze.
Diede mandato a Cesare Parodi di progettare l’Ospedale San Raffaele di Coronata e il San Filippo in San Bartolomeo degli Armeni, a lui diede l’incarico di edificare l’Ospedale di Sant’Andrea, il nostro Galliera.

Quando lei lasciò le cose terrene si volle ricordarla con questo monumento dove viene ritratta in tutta la sua dolce bontà.
Assisa, quieta e benevola, munifica benefattrice.
Indossa un abito ricco e raffinato, sul suo petto cadono diversi fili della stessa collana.

Autore di questo monumento è Giulio Monteverde, valente scultore al quale si devono molte celebri opere collocate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
Monteverde pose la sua firma anche sul monumento del marito di Maria Brignole Sale, Raffaele De Ferrari, colui che come la sua consorte si distinse per generosità.
Il monumento a De Ferrari attende ancora una nuova collocazione, quello di Maria svetta invece sotto il cielo blu di Carignano.

Quanto dolore attorno a lei, quanta vita temprata dalle difficoltà ai piedi della nobildonna.
C’è un uomo spossato con una stampella.

Una giovane madre stremata dalla sofferenza sembra quasi non avere più forze ma tiene caparbiamente a sé il suo bambino piangente.
Saldo e sicuro, a sovrastare tutti loro, un angelo.

Un angelo pieno di grazia dai tratti perfetti, creatura celeste scaturita dal talento di un abile artista, gli angeli di Monteverde hanno una particolare bellezza, il più celebre custodisce il sonno della famiglia Oneto.

Questo gruppo scultoreo pare avere, nella mia opinione, una sorta di vitalità che si coglie nei gesti, negli sguardi e nelle posture.
L’angelo ha le grandi ali aperte e volge il viso verso Maria.

Pare quasi, almeno a me, che tra i due ci sia un dialogo, lui sembra volgere gli occhi verso di lei e pare dirle: guarda quanta umanità dolente è stata affidata alla tua bontà, guarda quanto bene hai fatto ai tuoi simili.

E lei sembra rispondere con quella dolcezza che traspare dai suoi occhi.
Caritatevole, generosa e indimenticabile benefattrice.

Sulla base del monumento sono incise parole che ricordano la grandezza della Duchessa di Galliera, alle spalle di lei c’è l’edificio che testimonia la sua munifica generosità.
Tra cielo e terra l’angelo giovane dalle fattezze sublimi protegge l’umana fragilità, la mostra e la affida a colei che dona salvezza, cura e accudimento.

Attorno al monumento si aprono boccioli profumati.

Sono le Rose Duchessa di Galliera e sono state create appositamente per lei che amava tanto questi fiori, i giardini di Maria Brignole Sale erano un trionfo di rose, ora questi petali delicati circondano la sua figura.


Nobile di animo e attenta alle esigenze dei meno fortunati, ha lasciato una traccia indelebile nella sua città e ancora adesso tutti noi dovremmo esserle grati.

L’angelo è chino ai suoi piedi, con quella grazia per la quale non si trovano parole adatte, si può solo ammutolire davanti alla gloria della bellezza, si può solo restare incantati a guardare.

E poi gli occhi trovano il volto sereno di lei, quel suo sorriso dolce e materno.
È la bellezza della generosità per sempre impressa sul viso di Maria Brignole Sale.

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Lasciò Parigi senza rimpianti, Mademoiselle Églantine partì portando con sé il suo baule pieno di abiti sgargianti e il suo cofanetto colmo di gioielli vistosi.
Églantine era una giovane donna disincantata e persino troppo esperta della vita, a soli 22 anni non coltivava alcun sogno.
Docile non era mai stata e aveva imparato alla sua maniera l’arte di districarsi nelle angustie del mondo dominando la propria volubilità e usando l’arma della sua grazia, Monsieur Etienne soddisfaceva tutti i suoi capricci e a Églantine bastava sgranare quei suoi occhi screziati di oro per veder esaudito ogni suo desiderio.
L’amore, lei lo sapeva, era un’altra faccenda ma la fragilità dei sentimenti si dissolve presto nella disillusione e di questo Églantine era convinta.
In un furore di improvvise inquietudini aveva fatto i bagagli ed era partita senza alcun preavviso, aveva lasciato sul tavolino di mogano un biglietto con parole vaghe e Monsieur Etienne, attonito, non era stato capace di interpretarle.
Così Églantine era arrivata sulla riviera francese, a Mentone.
Altera nel suo abito verde smeraldo, incedeva riparandosi la carnagione chiara con un raffinato parasole, non passava certo inosservata con la sua fresca ed intrigante bellezza.
Églantine aveva le labbra carnose, il suo viso era un ovale perfetto, sembrava una creatura dipinta da un pittore preraffaellita.
I boccoli lucenti le sfioravano le spalle, con le dita sottili giocherellava nervosa con un ciondolo che portava al collo.
Tirò un sospiro e si fermò ad osservare il mare.

Il vociare di tutte quella gente che affollava la promenade di Mentone la frastornava, temeva di scoprirsi fragile, aveva la sensazione che tutti la stessero osservando.
Lei così abile a decifrare certi sguardi indagatori, lei sempre guardinga e pronta a difendersi.

Passò accanto a due uomini che parevano impegnati in una fitta conversazione, uno dei due stava appoggiato al muretto, ad Églantine parve di cogliere un certo interesse nei suoi confronti.
Del resto una signorina di Parigi sa come vanno le cose del mondo.

Si guardò intorno, quell’atmosfera quietamente gioiosa era per lei in qualche modo straniante.
A Mentone, sul lungomare, ognuno pareva sentirsi a proprio agio: c’erano coppie di sposi, gruppi di amici, intere famiglie.
E lei, sola, tra quegli sconosciuti.

Un attempato gentiluomo passeggiava reggendosi al bastone, la signora seduta al sole volgeva il capo verso Églantine e anche l’uomo dall’aspetto severo sembrava ammirarla da dietro i suoi occhiali scuri.
Tutti quegli sguardi.
E lei, sola, con la sua giovinezza inquieta.

Una voce squillante la distrasse dai suoi pensieri, si girò e i suoi occhi incontrarono il visetto impertinente di un bambino.
La mamma continuava a dirgli di stare composto e lui si mordicchiava il labbro e muoveva le gambe avanti e indietro.
Inquieto, proprio come Églantine.

Passarono i giorni, a Parigi Monsieur Etienne attese invano il ritorno di Églantine, a lui rimasero solo quel biglietto e quelle parole scritte da lei, non riuscì mai a comprenderne il significato.
Trascorsero gli anni e i decenni, la riviera francese mutò il suo aspetto e cambiarono anche i suoi frequentatori.
Lei giunse in una mattina di primavera e non furono pochi a notarla.
Aveva una certa età ormai, il passo era più lento ma sempre aggraziato, era ancora sottile e leggera come nella sua gioventù.
Camminava scrutando l’orizzonte, Églantine era assorta nei suoi pensieri non più inquieti.
Chiuse gli occhi e lasciò che la brezza marina sfiorasse il suo viso.
E sorrise, senza alcun rimpianto.

**********

In questa cartolina di Mentone ci sono tutte le persone che vi ho descritto, manca soltanto colei che osserva scorrere la vita.
E sarà pure esistita una fanciulla come lei, io mi sono soltanto divertita ad immaginarla e a darle un volto.
Accadde molto tempo fa, sulla promenade di Mentone: là giunse una ragazza di nome Églantine.

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Dove ti ho già vista?
Mi trovo davanti il tuo viso giovane e sperduto e penso che io già ti conosco, ne sono certa anche se non saprei dire dove ti ho veduta, sarà una suggestione?
Forse la tua è una fisionomia comune per quel tuo tempo, sei una ragazza qualunque ed io semplicemente mi confondo.
Assomigli alle tue coetanee, ad altre ragazze come te.
Forse.
Osservo la tua acconciatura e mi sembra così complicata, come si fa a pettinarsi così, con le ciocche divise in quella maniera?
Seria, senza l’ombra di un sorriso.
Occhi chiari ed intensi, liquidi, occhi spalancati sul mondo.
Ed io dove ti ho già vista?

Porti un colletto di pizzo, sul tuo petto cade una sorta di fiocco, a me sembra di velluto scuro e ovviamente non sono certa che sia così.
Forse sei persino più giovane di quanto sembri, magari hai sedici o diciassette anni però ne dimostri di più, direi ventitré o ventiquattro, ecco.
Quindi, hai sedici anni e porti un fiocco di velluto scuro, poniamo che sia così.
E mi sovviene uno strano pensiero, rifletto sul fatto che ti sono estranee molte cose che per noi sono scontate, non saprei nemmeno da dove iniziare ad elencarle.
Hai sedici anni, porti un fiocco di velluto scuro, non hai mai bevuto una Coca Cola e non hai mai avuto un paio di jeans, tanto per dire.

Io però ti ho già vista e quindi ti porto con me, cosa ci fa la tua fotografia su una bancarella?
Non puoi stare lì, con quell’abito cosi grazioso, sai, non vorrei che si sgualcisse, sono delicate certe cose terrene.
E poi, come ti dicevo, mi sembrava di conoscerti e non mi sbagliavo, evidentemente.
Ti ho vista altrove e lì non sei più sola.
Un gesto affettuoso, tra amiche o sorelle, non so.
La fanciulla sulla destra porta quel vestito rifinito con una stoffa a righe, i polsini sono vezzosamente plissettati.
E poi tu, tu con quel fiocco di velluto scuro.

Ti ho riconosciuta, dopo.
Ho comprato queste fotografie di Giulio Rossi in due momenti differenti e forse le ho persino prese nelle stesso posto, a distanza di diverso tempo.
E c’eri tu, in entrambe le immagini.
Tu che hai sedici anni, forse.
E non ho saputo neanche immaginare il tuo nome ma ne ero certa, sai.
Tu sei tu ed io lo sapevo che in qualche modo ti conoscevo già.

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Certe notizie, a volte, corrono veloci: destano stupore e sbigottimento, toccano il cuore e lasciano sconcertati.
Di questo fatto, a Genova, ne hanno parlato tutti, del resto le particolari circostanze del caso hanno davvero impressionato, magari ne siete già al corrente.
Quei due ragazzi, che dispiacere!
Lei era una fanciulla gentile, così solare e dai modi garbati, piena di gioia di vivere, Luigia aveva appena diciott’anni, faceva la cameriera e nella sua testa c’erano tutti quei sogni tipici delle ragazze della sua età, quei segreti che non si dicono sennò non si avverano.
Aveva un fidanzato di nome Giuseppe, bella coppia quei due, lo dicono tutti quelli che li hanno conosciuti, che pena infinita per la loro disgraziata vicenda!
Accadde in autunno, in un giorno davvero triste.
Luigia è con il fidanzato, con loro c’è anche la mamma di lei, i tre se ne vanno all’Acquasola a prendere qualcosa da bere.

Tutto all’improvviso, questione d’istanti.
Il ragazzo beve un sorso dal bicchiere che gli viene servito e riesce appena a pronunciare poche confuse parole prima di cadere a terra.
Lo stesso destino tocca alla madre di Luigia, poi è la volta della povera ragazza che contorcendosi per il dolore crolla addosso al suo fidanzato esalando l’ultimo respiro.
Sono momenti concitati, alcuni medici presenti sul posto prestano i primi soccorsi.
Per i tre purtroppo non c’è nulla da fare, le loro vite sono state spezzate da una distrazione fatale: nella bottiglia infatti era contenuto un liquido dagli effetti mortali servito per errore agli sfortunati avventori.
Giunge sul posto il padre del ragazzo e tra le lacrime apprende della morte del figlio, in breve tempo arrivano anche le autorità, il locale viene chiuso e il proprietario e il suo garzone sono tratti in arresto.
La folla, avreste dovuto vedere la folla attorno alle tre povere vittime!
Espressioni attonite, volti rigati di lacrime, si dice che a turbare maggiormente i presenti fu proprio la povera ragazza con la sua acerba bellezza: i capelli scuri, la pelle chiara, l’abito candido.
Senza più vita, perduta e innocente.
Ne parlarono tutti, per lungo tempo, a Genova.

E voi? Avete mai sentito questo fatto di cronaca? Vi sembra di ricordarlo, forse?
Potrebbe essere accaduto dieci anni fa o forse più di recente.
O forse no?
C’è un indizio che può indicare il periodo al quale risale questa vicenda: il nome di lei, Luigia, non certo comune nel nostro secolo.
Riguardo a tutto il resto, purtroppo, la vicenda potrebbe anche essere attuale, il progresso purtroppo non è esente da errori umani, come ben sappiamo.
E le vite degli uomini sono sempre uguali, ognuno di noi ha sogni, affetti, speranze, piccoli progetti segreti.
Questa è una vicenda non particolarmente intricata, è solo un tragico fatto di cronaca: accadde nel 1859, a Genova, la notizia è riportata dalla Gazzetta del Popolo.
Tre vite spezzate e tra loro una figura che mi ha colpita più delle altre.
Ed è lei, con i suoi capelli corvini e la sua pelle chiara, una fanciulla di Genova di nome Luigia.
Attraversa l’Acquasola, va incontro al suo destino: questo è il ricordo di lei.

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Mi hanno colpita la sua grazia e l’eleganza della sua postura, lei è una misteriosa gentildonna, non so il suo nome ma ho incontrato il suo sguardo in una delle sale di Palazzo Rosso.
Forse i critici d’arte conoscono la sua vera identità, io non so dirvi nulla su questa giovane donna ritratta da Jacop Ferdinand Voet, pittore originario di Anversa vissuto nella seconda metà del ‘600.
Lei con una mano pare stringere un lembo della sua veste chiara.

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Porta un abito raffinato dalle ricche maniche di pizzo, il vestito è ingentilito da vaporosi fiocchi rossi come papaveri.
E così la sua immagine è giunta fino a noi, nella sua incontestabile grazia.

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Indossa orecchini preziosi e al collo porta una collana di perle, i riccioli si posano sulla sua pelle bianca.
Chi sei, graziosa dama di un altro tempo?
Il suo sguardo vivace ha catturato la mia attenzione, la immagino inquieta davanti al pittore, la penso a suo modo impaziente.
L’attesa e la posa immobile, forse invece lei vorrebbe parlare o magari ridere, forse trattiene il respiro.
Forse, io credo.

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Regge con la mano una mascherina nera e a questo dettaglio si lega l’intera opera denominata appunto Ritratto di dama con maschera.

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Nel mese del Carnevale ho incontrato lei.
Viene da un tempo lontano, dama gentile con quella veste dai fiocchi vermigli, con la maschera scura per celare il suo viso.
Viene da un tempo lontano e ancora ci osserva, in un salone di Palazzo Rosso.

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