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Archive for the ‘Donne’ Category

Pochi giorni fa sono andata a visitare una chiesa, è il Santuario di Nostra Signora di Loreto in Oregina, un edificio religioso molto importante per la storia di questa città e intendo dedicargli tutto lo spazio che merita con i dovuti approfondimenti.
Oggi vi mostrerò solo certa luce che ha colpito la mia attenzione mentre camminavo in questo luogo di preghiera.
C’è un’immagine cara, una figura che si trova spesso nelle chiese di Genova.
È la Madonna della Guardia, ai suoi piedi è inginocchiato il pastore che vide apparire Maria sul Monte Figogna.

La luce, quella luce non è causale.
La luce svela i dettagli e proietta sul muro il profilo della corona posata sul capo di Maria e quello della corona più piccina che cinge la la testolina di Gesù.
La luce racconta, a volte, misteri bellissimi.

E accompagna i gesti di mani caritatevoli e generose.
Il saio, il Crocifisso stretto al petto, lo sguardo misericordioso di San Francesco d’Assisi.
E la sua mano tesa due volte verso di te che osservi.

La luce silenziosa rivela e rischiara.
E illumina il viso dolce di una madre e il suo tenero abbraccio mentre la mano piccina del suo Bambino rimane sospesa: là, in quella luce santa.

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Di tutti i volumi recentemente comprati questo è veramente particolare e mi ha stupito persino trovarlo.
Vi presento con gioia il catalogo per la vendita per corrispondenza della celebre fabbrica di telerie Frette dell’anno 1908.
La famosa azienda di Monza era già allora all’avanguardia in fatto di marketing, questo volume ne è un perfetto esempio, ci sono pagine e pagine di articoli descritti nel dettaglio.
Abiti da lavoro, corredi, abiti per signora e servizi da tè, tovaglie e fazzoletti, accessori da cucina, biancherie e ricami.
Gli articoli erano destinati alla clientela che doveva riceverli per posta e così ci sono tutte le informazioni utili: misure, tipi di tessuto e di rifiniture.
In quel glorioso 1908 per mostrare i capi si usavano dei disegni e sotto di essi sono spesso specificati anche i colori delle stoffe.
E così un catalogo commerciale ci mostra ciò che non possiamo conoscere osservando le foto d’epoca in bianco e nero: le tinte degli abiti.
Sfogliamo insieme questo volume, oggi vi mostrerò i capi per per i più piccini.

Quando una piccola creatura viene al mondo ogni mamma desidera possedere tante cose belle e in questo catalogo c’era l’imbarazzo della scelta.
Ecco i portenfants, uno di madapolam guarnito con pizzi e nastri, l’altro di piquet bianco ricamato a macchina e a mano abbellito anche da una dolce scritta: mon tresor.

Questo invece è l’assortimento di bavaglini, sono tutti deliziosi!

Per i neonati ecco le camicine di tela lino Fiandra con il pizzo Valenciennes.

E questo è invece un esempio di come venivano presentati i vari articoli.

Sul volume c’è un’importante precisazione: la clientela di Milano, Roma, Torino, Genova e Firenze può rivolgersi alle filiali colà residenti che tengono l’eguale assortimento e ai prezzi e condizioni del presente catalogo.
E quindi per acquistare il corpettino di Jaconas bianco con pizzi e nastri disponibile in tre misure si poteva andare in negozio.
Sì, sono proprio gli abiti che si vedono nelle foto del passato, certo che giocare così agghindati doveva essere una faccenda complicata!

Nell’armadio di una piccola creatura non potevano mancare le vestine.
Quella sulla sinistra era di molleton bianco pesante, orlata in lana con nastro di seta.
L’altra invece era di un tessuto crème rigato.

Ed ecco le sottocuffiette e le cuffiette per proteggere le preziose testoline.

E una fornitura da passeggio per andare al parco con mamma e papà.

Con i rigori dell’inverno poi serviva una mantellina per coprirsi e stare al caldo.
A sinistra la mantellina in lana Pirenei, fondo bianco a righe rosa o celeste, il profilo e il cordone erano di seta, anche cappuccio era foderato con preziosa seta.
Sulla destra una mantellina della stessa lana in questo caso felpata ed ovattata, lo fodera era trapuntata di seta rosa o azzurra e anche il cappuccio era così foderato.

Un libro delle meraviglie per me, ho voluto condividere con voi alcune immagini e forse in futuro tornerò a raccontarvi altre bellezze tratte da queste pagine.
Correva l’anno 1908 e da qualche parte c’era una giovane futura mamma in trepidante attesa.
Speranze, tenerezze, desiderio infinito di stringere il suo frugolino tra le braccia.
Fantasie e sorrisi, gioie tanto sperate.
Tra le mani ha quel volume, lei sogna e sfoglia il ricco catalogo della Società Anonima Fabbrica Telerie Frette & C.

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Agostina era una donna del popolo.
Aveva un carattere spigoloso e attaccabrighe, colui che racconta di lei la descrive come un tipo fumantino, sembra che la vistosa Agostina non ci pensasse due volte quando c’era da menar le mani.
E anzi, era sempre a ratellare con le comari e non era raro che finisse in malo modo.
Insomma, Agostina era un personaggio a dir poco particolare ed era una creatura di Portoria.

Un giorno i rappresentanti delle autorità andarono a cercarla perché la nostra Agostina aveva un conto in sospeso con la giustizia e doveva scontare tre mesi di prigione.
Il Brigadiere si palesò alla sua porta ma se ne tornò indietro da solo e riferì al Commissario di Polizia che Agostina era in attesa di un bambino e siccome era quasi giunta al termine della gravidanza sarebbe stato opportuno attendere.
Dunque si decise di aspettare e dopo due settimane il Commissario rinnovò l’ordine ma il Brigadiere ancora una volta tornò senza Agostina e riferì che l’aveva trovata a letto in attesa del parto.
Trascorsero ancora due mesi e per la terza volta si ripeté la medesima situazione.
Di nuovo si ripresentarono a casa di Agostina i Reali Carabinieri e ancora la trovarono a letto in attesa di dare alla luce il suo bambino.
Agostina strepitava, disse che sarebbe stata loro responsabilità se per caso le fosse toccato in sorte di partorire per strada, ribadì che se le fosse accaduto qualcosa di brutto sarebbe morta di dolore e si rifiutò di alzarsi dal letto.
I Carabinieri, però, furono irremovibili, le intimarono di vestirsi e la condussero nelle Carceri di Sant’Andrea.
Si seppe poi che Agostina non era affatto incinta, sotto il suo abito celava invece un discreto mucchio di stracci.
La vicenda di lei è raccontata in un libro dal titolo Il delitto di Vico Squarciafico ovvero La lotta contro la criminalità – Memorie di Sileo Girardo, Commissario di P.S. a riposo pubblicato dalla Società Tipo-Litografica Ligure nel 1920.
Questo solerte ed efficiente rappresentante delle Autorità raccolse in un corposo volume i molti casi dei quali si era occupato nella seconda parte dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, alcuni di essi sono intricatissime vicende di cronaca, altri sono brevi aneddoti.
Nella moltitudine di persone descritte in questo libro emerge anche questa figura di donna, il suo nome era Agostina.
Non so cosa ne sia stato di lei, ho letto la sua vicenda e ho sperato che in seguito abbia avuto un destino tranquillo e felice.
E sì, ho anche sperato che poi sia diventata davvero mamma e che abbia saputo apprezzare il grande dono ricevuto.
Anche lei visse sotto il cielo di Genova, tanti anni fa.

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Loro sono due giovani donne, forse sono sorelle, mi sembra di notare una certa somiglianza nella forma dei loro visi e nella loro dolcezza.
Ritratte nell’epoca per noi sconosciuta, immortalate dal talento di Adele Degiorgis che aveva il suo studio a Milano.
Una donna fotografa, mestiere estroso ed affascinante il suo, provate a immaginare la sua quotidianità in quel tempo così diverso dal nostro: mi sembra già un romanzo.
E un giorno davanti ad Adele giungono le due ragazze, tra loro avviene un dialogo, si pronunciano parole che io non so indovinare.
Lei, Adele, avrà cercato di far sentire le sue clienti a loro agio, sarà stata cortese e professionale.
Niente sorrisi per la fotografia, non si usava farli.
Le gonne di tessuto scuro, le maniche ampie, un velo di pizzo, un cappellino, un fiocco severo e al contempo vistoso che cade sul petto.
L’attesa.
L’aspettativa, quella c’è sempre.
E quel dettaglio per me particolare: l’ombrello aperto.
Non sono così esperta di fotografie d’epoca, nella mia modesta collezione ci sono immagini di dame e fanciulle, alcune di loro tengono l’ombrellino da passeggio in una mano, sembra un vezzo per completare la posa aggraziata.
Le ragazze fotografate da Adele Degiorgis invece tengono l’ombrello aperto, non ricordo di aver veduto altre giovani donne ritratte in questa maniera.
Con questa grazia composta, ragazze di un altro tempo a Milano.

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Passeggiando per Varazze in un giorno di primavera, mentre sbocciavano profumate le rose, dono incantevole di questa stagione.

Tra i contrasti della terra di Liguria: caruggi, tinte calde ravvivate del sole, la fisionomia di un luogo che ha una storia e ancora la preserva.

Passeggiando per la bella Varazze, nel periodo che precede le vacanze estive, qui poi passeranno i bambini con i secchielli e le ciabattine di gomma.
E profumo di mare, di gioia condivisa e di spensierata libertà.

Sono capitata per caso in quella piazzetta raccolta e caratteristica.
Un portico, i tavolini per mangiare all’aperto, la bellezza accogliente e semplice di una località costiera.

E sul muro, incisa nel marmo, la testimonianza del passaggio di lei nel lontano 1376.
Giunse nel tempo delle foglie che ingialliscono, Santa Caterina da Siena era una giovane donna ed era una fervente domenicana.
Caterina rimase a Varazze per breve tempo, proveniva da Avignone dove si era recata come nunzia di pace, proseguì poi il suo viaggio alla volta di Genova e di quegli eventi ho già avuto modo di raccontarvi in questo post dedicato ai giorni genovesi di Caterina.
A Varazze Caterina rivolse le sue preghiere a Dio perché liberasse la località del ponente ligure dalla peste.
Dimorò in questa casa, forse si affacciò da queste finestre.

Santa Caterina da Siena è la patrona di Varazze, a Varazze c’è anche un Santuario a lei dedicato.
Qui visse, nel luogo che conserva la sua memoria.

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“Era il 1976…
Charlie’s Angels, Laverne & Shirley e Family Feud andavano in onda per la prima volta.
Steve Wozniak e Steve Jobs fondavano in un garage la società informatica Apple.”

Era il 1976, io avevo 10 anni e l’autrice di queste righe ne aveva 19.
Lei è Carrie Fisher, così inizia “I diari della Principessa – Io, Leia e la nostra vita insieme” pubblicato in Italia da Fabbri Editori.
E pensando a lei è inevitabile pensare a noi stessi e a quello che lei è stata per noi.
Carrie Fisher nacque già attorniata dalle luci scintillanti di Hollywood: sua madre era l’attrice Debbie Reynolds, suo padre era il cantante Eddie Fisher.
Suo padre lasciò la moglie per Elizabeth Taylor che all’epoca era la migliore amica di Debbie.
E Carrie, giovane promessa, interpretò un ruolo cinematografico che ha fatto sognare schiere di adolescenti: la Principessa Leia di Star Wars, un film epico e leggendario.
Dunque, era il 1976, io avevo 10 anni e Carrie ne aveva 19.
Quando la vedemmo sullo schermo del cinema tutte noi, o per lo meno molte di noi, pensammo che avremmo voluto essere lei: lei, la principessa Leia.
Tra le pagine di questo volume troverete una donna adulta e sincera che si guarda indietro e racconta se stessa: racconta Carrie e racconta Leia, racconta anche l’emozione straniante di essere confusa con un personaggio immaginario al quale si è sempre sentita intimamente legata.
La vita, il cinema e la fragilità.
Tutte noi avremmo voluto essere lei: la principessa intergalattica con quella strana pettinatura.

Quella ragazza ebbe una travagliata storia d’amore svelata per la prima volta su queste pagine.
Dunque, lei aveva 19 anni, lui ne aveva 35, era sposato, era un uomo affascinante e carismatico, lui era Harrison Ford.
Si incontrarono sul set di Star Wars, Ford interpretava la parte del coraggioso Han Solo.
Leia e Han, Carrie ed Harrison: la vita e la finzione si mescolano.
La vita però è molto meno romantica di un film, vi lascio la curiosità di scoprire questa vicenda senza svelare troppi dettagli.
All’epoca del film Carrie teneva un diario, le pagine di quel diario sono in questo libro.
E svelano una ragazza fragile, incompresa, insicura e al tempo stesso vivace e frizzante, una ragazza che va in confusione e davanti a lui si pone la fatidica domanda: che cosa avrebbe fatto Leia?
Lui è magnifico, il tipo d’uomo che le fa girar la testa.
Lei no, lei non si sente abbastanza. Lei non è all’altezza. E lo scrive, senza riserve:

“Perciò, come si poteva chiedere a un tale sfolgorante modello d’uomo di accontentarsi di una come me? No! Non ditemelo!
Il fatto è che gli bastai. Anche se durò poco. Fu molto più che abbastanza.”

La ragazza che non si perdona nulla scrive nelle pagine del suo diario parole come queste:

“Vorrei che mi amassi di più, così io potrei amarti di meno.”

Ricordate?
Lei è la principessa Leia, la sua vita reale si si sovrappone al personaggio del film: a volte è dura essere anche all’altezza di se stessi e delle proprie aspettative.
Hollywood, i set cinematografici, le celebrità, il pubblico adorante che vuole gli autografi, una madre tanto amata, un percorso di vita complicato.
Se conoscete un po’ la storia della Fisher sapete già che la sua esistenza non fu poi così semplice, nel corso degli anni non fu immune da eccessi e dalle conseguenti difficoltà.
Credo che quando si osservano le vite degli altri bisognerebbe astenersi dal giudizio e dalle conclusioni scontate, a volte certe vite ci sembrano semplici perché crediamo che gli agi di un’esistenza dorata bastino già a fare la felicità, non è sempre esattamente così.
Carrie Fisher era una donna arguta, capace di sorridere anche di se stessa, il suo stile è ironico, tagliente, a volte nostalgico.
Avevo già letto un suo libro nei lontani anni ‘80: Cartoline dall’Inferno.
Le sono affezionata, in qualche modo è stata una figura che ha accompagnato la mia adolescenza.
Era la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere, ricordate?
È mancata lo scorso anno, il giorno dopo sua madre l’ha seguita.
I fan le hanno dedicato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, c’è incisa una celebre citazione di Star Wars: May the Force be with you. Che la Forza sia con te.
E poi un’altra parola: always. Sempre.
E ancora una: Hope. Speranza.
Perdonaci Carrie, non abbiamo capito, ti vedevamo con il tuo vestito candido e ci sembravi così perfetta.
Sai, eravamo giovani anche noi e non sapevamo che a volte non è affatto semplice essere una principessa intergalattica.

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Accadde molto tempo fa, si era all’inizio di un nuovo secolo.
4 Febbraio 1900, questa è la data scritta con cura su una cartolina di Genova destinata ad una persona di nome Lina.
E chi era mai costei?
Eh, sarebbe tanto bello saperlo, in realtà ho solo due certezze: Lina era nubile in quanto ci si rivolge a lei chiamandola signorina e dall’indirizzo si evince che in quel momento si trovava a Siena.
E così la immagino giovane, carina, bionda e ambiziosa, non riesco a figurarmela diversamente.
Forse era originaria di questa città o magari l’aveva visitata come turista, anche lei aveva pigramente passeggiato davanti a Palazzo Ducale, facendosi ombra con il suo ombrellino.
Forse conservava un dolce ricordo, forse aveva infranto il cuore di un corteggiatore.

La piazza vi parrà identica a come la conosciamo, in effetti si può dire che non sia cambiata molto.
C’è il consueto andirivieni di gente, alcuni vanno di fretta, un papà tiene per mano il suo bambino.
E tuttavia osservate con attenzione, qualcosa è mutato: quei lampioni ai nostri giorni non ci sono più.
C’è un’altra luce a illuminare il Palazzo Ducale della Superba.

Noi però torniamo a lei, all’eroina di questa storia, lei resterà ammantata nel mistero del tempo distante in cui visse.
In questa cartolina un dettaglio ha catturato la mia attenzione: si tratta del messaggio scritto per la sua destinataria.
Curiosamente non c’è nessuna firma ma sicuramente Lina avrà capito subito chi era il mittente, solo lei potrebbe raccontarci tutto!
Forse la scrisse un innamorato respinto?
E cosa voleva dire con quelle frasi?
L’autore si riferisce a qualche evento specifico?
Io credo di sì, anche se non avremo mai modo di scoprirlo, ahimè!
Forse fu incontro fugace e l’esito non fu quello sperato.
O magari sto sbagliando tutto, sto solo cercando di venire a capo della questione!
Voi provate a immaginare Lina, tiene tra le mani questo cartoncino e legge queste parole tratte dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni:

“…giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare e di essere odiati, senza conoscersi…
…il lupo non mangia la carne del lupo.”

Lei sorride e ricorda, forse senza nostalgia.
Forse.
Inconsueto testo per una cartolina inviata alla signorina di Siena, il suo significato rimarrà per noi un curioso enigma che non sapremo mai comprendere.
Era un messaggio per lei, una ragazza di nome Lina.

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Sono giovani, sono ragazze nel fiore degli anni, una di loro è poco più che una bambina.
Probabilmente sono sorelle, si notano delle somiglianze nei tratti dei loro visi e le più grandi portano lo stesso abito.
Sono semplici, garbate, nei loro sguardi si legge l’ingenua freschezza dei loro pochi anni.
Le ragazze come loro fanno castelli in aria e hanno sempre dei sogni magari nascosti, sogni che non hanno mai rivelato a nessuno.
E come tutte le ragazze della loro età forse anche loro amano la moda, un pizzico di ambizione è più che comprensibile.
Le stoffe a fiori o righe, le maniche rifinite con i pizzi, i fiocchi a fermare i lunghi capelli.

E poi le ragazze di quest’epoca portano quegli stivaletti che molto tempo dopo torneranno di moda.
Lacci e laccetti, tacchi a rocchetto, anche io ne ho avuto un paio simili.
Le scarpe chiare con il nastrino appartengono invece a quel tempo vissuto da queste fanciulle.

La più grande di loro è anche ritratta da sola in questa fotografia che come l’altra è stata fatta da un fotografo di Varazze.

Le ragazze alla moda hanno cura dei dettagli.
E lei ha questa borsettina vezzosa, non saprei dirvi se le appartenga o se sia del fotografo che l’ha ritratta.
A dire il vero a me piace pensare che sia sua e che lei abbia voluto prepararsi con attenzione senza lasciare nulla al caso.
Si è messa davanti allo specchio e si è anche rimirata un po’ prima di decidere che tutto era esattamente come voleva.

Le fotografie di quel giorno hanno avuto un destino imprevisto e ora appartengono a me.
Che ne è stato dei braccialetti sottili, del ciondolo con il fiore che porta la più piccola di loro, dove sono finite le tre borsette che vengono tenute con grazia da loro tre?
Dentro doveva esserci il fazzolettino ricamato con le iniziali e forse un piccolo portamonete.

Il tempo scorre, le memorie si appannano, in qualche modo fatalmente si perdono.
Eppure mi piace credere che almeno alcuni degli oggetti appartenuti a queste ragazze siano stati conservati con riguardo, tenuti da parte come ricordi preziosi o anche come testimonianza di un tempo diverso dal nostro.
Loro quel tempo lo hanno vissuto, con questi loro sorrisi timidi, negli anni della loro giovinezza, ragazze alla moda di un’altra epoca.

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Non tutti i giorni sono uguali, certi lasciano dolci ricordi e indimenticabili memorie, alcune ore lontane risvegliano in noi emozioni già vissute.
È il 16 Agosto 1929, sulla spiaggia di Loano.
Il mare lento sfiora la riva, in lontananza si sente un brusio di voci, il sole batte caldo sui sassi.
E nella luce chiara di questo giorno d’estate sguardi di amiche e sorelle, compagne di un lungo tratto di vita.
Un ombrellino per far ombra, l’espressione seria, pensieri imperscrutabili.

Quanta eleganza in quel tempo distante!
Il fazzoletto in testa e il fiocco sulla fronte, le decorazioni sul costume, l’armonia aggraziata di gesti misurati.
Una giovane donna e una ragazzina dal sorriso aperto e spontaneo.
Ad osservarle in questo momento di spensieratezza speri che quella gioia le abbia accompagnate a lungo.

A volte, in certi giorni, certe persone hanno proprio gli occhi che ridono.
Accade quando si condividono momenti con persone care e quello rimarrà di certo un ricordo prezioso.
E tu che quel giorno eri su quella spiaggia conserverai gelosamente la fotografia nella quale siete ritratte tutte insieme.
E il tempo passerà e rivedrai il tuo viso e penserai che sì, eri una ragazza davvero carina anche se allora tu non lo sapevi.

Accade tanto tempo fa, era il 16 Agosto 1929.
Sul retro di questa immagine sono scritti i nomi di loro quattro.
Luciana, Rina, Geppy e Renza.
E per qualche istante oggi siete ritornate là, in quel luogo a voi caro, sulla spiaggia di Loano.

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La signora porta sul capo un velo di pizzo.
Assorta nella sua salda fierezza, sembra immersa nei suoi ricordi.
Con il pensiero ritorna ad un altro tempo e ai giorni delle sue gioie, nel luogo di tutti i silenzi resta tra le dolci memorie e le preghiere.

Stringe in una mano il suo rosario e forse a lei non importa che il suo velo appaia sgualcito e rovinato dallo scorrere degli anni.
Il tempo per lei non ha più alcuna importanza.

Sono capitata davanti a lei, nel luogo dei mistici silenzi, in una mattina d’inverno, era febbraio.
E la signora, nella sua quieta attesa, non era sola.

Custode del suo passato e dei suoi affetti, assisa sui giorni che non sono più.
Distratta dalla sua malinconia, avulsa dalle cose terrene.

E a volte, in certe quiete attese senza solitudine, c’è qualcosa che non si può comprendere.

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