Sulla neve

E poi c’erano le giornate sulla neve, ore preziose sottratte alle quotidianità e trascorse nella quiete delle superbe montagne tra il bianco candore dell’inverno.
Tra amici, che memorabili istanti!
E come sa essere dolce la nostalgia, a volte.
Ricordi?
Il tuo maglione più pesante, il bastone per non scivolare, la memoria di un’amicizia rimasta immutata nel tempo.

Una giovane donna porta una gonna a quadri, la sciarpa, i calzettoni arrotolati sulle caviglie, gli sci ai piedi.
E alla sera, poi.
Seduti tutti insieme davanti al camino, con una tazza fumante tra le mani, profumo di cannella e di torta di mele.
E parole, sogni, progetti per il futuro, quando si pensa al domani si ha sempre la recondita e taciuta speranza che il destino ci riserbi gioia e felicità.
E ricordi i tuoi desideri?
Era un giorno d’inverno, a Limone Piemonte, località molto frequentata ancora oggi dai genovesi.
Era un giorno d’inverno del 1937.
E tu sorridevi, chissà cosa c’era nascosto nel tuo cuore.

Tra amici, sulla neve, quante memorabili avventure!
Pantaloni larghi, tessuti pesanti e cappelli calcati sulla testa.
E poi, sulla neve, c’è sempre quello più spericolato, è inevitabile ogni volta la sfida per vedere chi sarà più veloce.

E invece, il futuro?
Chi tra di voi è riuscito ad afferrarlo e a trattenerlo, trasformando un sogno in realtà e vita, in tempi certo non semplici?
E c’erano, laggiù in fondo ai cuori, sogni e desideri segreti.
Era un giorno d’inverno del 1937.

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Le nostre care balie

Le nostre care balie, generose ragazze prodighe di gocce di vita.
Fanciulle semplici, vigorose e sane.
Cuori grandi e puliti, le nostre care balie che allevarono gracili creature e fragili bimbetti amati come figli.
Le nostre care balie dalle braccia affettuose e forti, dai petti colmi di amore e di calore materno, floride ragazze venute dalla campagna e a loro volta madri.
E figlie, sorelle, donne.
Giovani, generose, altruiste, con questa purezza negli occhi.
Una trama di pizzo, un nastro vezzoso sul capo, gli orecchini a cerchio.

Le nostre care balie, orgogliose e fiere, modeste, silenziose e gentili.
Affabili, pazienti e amorevoli.
Indelebili come le loro carezze, le ninna nanne e gli abbracci.
Le nostre care balie, ritratte con quei bambini per i quali esse rappresentarono vita e salute, prosperità e gioia.
Le nostre care balie dai nomi semplici e mai dimenticati.

Le nostre care balie che videro quei neonati diventare adulti e forti.
Fanciulle che seppero compiere meravigliosi miracoli forse senza neppure saperlo, cullando quei bimbi tra le braccia e tenendoli vicini al cuore.
Loro che restarono sempre nella memoria di molti, ricordate per sempre come le nostre care balie.

Ester Piaggio: la luce della bellezza

Ed è ancora la memoria di un amore ad averci lasciato un monumento di immensa beltà eretto in onore di una donna troppo presto perduta.
Lei era la giovane sposa di Erasmo Piaggio, uno dei notabili della città, imprenditore e senatore del Regno d’Italia.
Ester Pastorino lasciò le cose del mondo il 15 Gennaio 1883, si spense ad appena 32 anni colpita da letale malattia che non le diede scampo, lasciò così nel dolore il marito e i quattro figli.

Erasmo Piaggio volle che a lei fosse dedicato un monumento sontuoso e ricco da collocarsi nel Porticato Superiore a Levante, l’opera fu eseguita dall’abile mano dello scultore Giovanni Scanzi.
E veglia sul sonno di Ester una fiera figura femminile, scrive Ferdinando Resasco che costei è l’allegoria della storia e appare ancor più splendida quando il sole la rischiara.

Ester Piaggio (2)

Su di lei volteggiano piccoli putti deliziosi, nel cartiglio ai loro piedi così è scritto: fin che spunti l’alba del gran giorno.

Ester Piaggio (3)

E il sole che si leva glorioso illumina le belle fattezze di lei in questo capolavoro gotico.

Ester Piaggio (4)

La giovane stringe in una mano un rotolo di carta e nell’altra una penna ormai spezzata con la quale ha scritto il destino e la storia di Ester.

Ester Piaggio (5)

Creatura armoniosa e silente, i suoi tratti sono perfetti.

Ester Piaggio (6)

Ai suoi piedi, dove cade il suo manto, la firma dell’artista.
E sempre Resasco ci ricorda che nell’ampia cripta, dove riposano i membri della famiglia Piaggio, un cielo di stelle brillanti sovrasta il loro tempo svanito.

Ester Piaggio (7)

E sono ancora stelle sul petto di lei, labbra carnose, capelli folti raccolti in una treccia e sguardo assorto.

Ester Piaggio (8)

Ed è sempre Resasco a scrivere che su una delle mensole oltre le inferiate era posta un’altra scultura: si trattava di un busto nel quale Scanzi aveva effigiato la reale fisionomia di Ester, ai giorni nostri quell’opera non è più nella sua originaria collocazione.
Inoltre, in principio il monumento presentava altre decorazioni attualmente assenti: c’erano quattro piccoli angeli, ognuno occupava la sommità di una delle quattro colonnine del monumento.
Resta, a vegliare sul sonno eterno della giovane Ester, questa figura vigile e sensuale.

Ester Piaggio (9)

Nella sua perfetta venustà, irradiata dall’inesorabile potenza del sole splendente.

Ester Piaggio (10)

In memoria di Ester Pastorino, consorte di Erasmo Piaggio, risplende gloriosa la luce di questa bellezza.

Ester Piaggio (11)

Un pensiero romantico

Un pensiero romantico, due parole tenere e affettuose.
E uno stile così sentimentale tipico di certe dolcezze d’antan: le lettere tondeggianti, lo sfondo sfumato, toni tenui come certi fiori primaverili che si ponevano nei vasetti di cristallo su certe scrivanie.
Una penna, un cartolina speciale, un lume che donava una luce tremula.
Semplicemente così: ti penso.
E queste parole le porta a te una fanciulla con l’abito rosa, tra foglie, boccioli, vaghe sfumature di un’epoca diversa.
Mi manchi e queste parole sono per te.
Conservale tra le pagine del libro che hai sul comodino, in un luogo dove tu possa vederle, in modo che tu sappia sempre che io penso a te.
Ti penso, ti penso sempre.
Un dolce romanticismo che fece battere all’unisono due cuori, in un altro tempo.

Ragazze degli anni ’20

Era il tempo del jazz, delle musiche suadenti e della vivacità del Charleston, a New York in quel 1924 venne eseguita per la prima volta la Rapsodia in blu di Gershwin.
Erano gli anni del cinema muto e le ingenue fanciulle sospiravano sedotte dal fascino tenebroso di Rodolfo Valentino, il divo morirà appena trentunenne nel 1926.
Era il tempo del cinema muto e le attrici erano sensuali e conturbanti, a Hollywood brillava la stella di Clara Bow e fulgida iniziava a risplendere la diva Greta Garbo.
Erano gli anni di Buster Keaton e di Stanlio ed Ollio, nel 1925 fu proiettato per la prima volta il film La febbre dell’oro interpretato dal geniale Charlie Chaplin.
E ancora, nel 1924 Edward Morgan Foster pubblicò il romanzo Passaggio in India, l’anno successivo Francis Scott Fitzgerald diede alle stampe Il grande Gatsby e uscì anche Uno, nessuno e centomila del nostro Luigi Pirandello.
In quegli anni ‘20 andavano di moda i tagli a caschetto e le ragazze portavano la frangetta corta, io ho alcune foto di mia nonna con certe sue amiche e sono pettinate esattamente così.
E poi l’altro giorno nella vetrina di un negozietto vintage il mio sguardo ha trovato loro: quattro ragazzine di quegli anni distanti.
Forse sorelle, amiche o cugine, quattro fanciulle ancora da sbocciare.
Vestite di scuro, due di loro portano quel caschetto e quella frangetta, proprio come andava di moda a quell’epoca.
Sorridono e i loro visi hanno fisionomie che ora mi pare di non vedere più, sono ben diverse le ragazze di adesso e certo non sognano Rodolfo Valentino.
Loro quattro appartengono a un tempo distante che forse per noi a volte è difficile decifrare, aveva un altro ritmo e una musica diversa.
E la vita era ancora tutta da immaginare, era un sogno ancora da vivere per queste ragazze del 1924.

 

La Madonna dell’Olivo

Esiste un’immagine sacra che è divenuta assai celebre e nota in quanto è stata molte volte replicata e la sua fama ha così varcato i confini del luogo per il quale era stata concepita.
Oggi vi racconterò di un quadro, di uno stimato artista e di un volto dolce e amorevole: il viso di lei, la Madonna dell’Olivo dipinta da Nicolò Barabino.

Per poterla ammirare dovrete recarvi a Sampierdarena nella Chiesa di Santa Maria della Cella.

Santa Maria della Cella (1)

Stretta tra le case fitte di Sampierdarena è un edificio religioso che presenta molti punti di interesse e diverse sono le ragioni per visitarlo.

Santa Maria della Cella (2)

È una chiesa maestosa e ricca.

Santa Maria della Cella (3)

Là si trova il dipinto del quale voglio narrarvi, un’opera scaturita dall’estro di un valente artista nativo di questi luoghi.
E per darvi un’idea della tempra di lui vi racconterò alcune notizie lette sul volume Storia di Sampierdarena di Tito Tuto e Marcello Campagnol (D’Amore Editore 1975).
Nicolò Barabino nacque nel 1832 in una famiglia di gente semplice, era il primo di nove figli.
Suo padre era sarto di professione e volle il suo primogenito a bottega e così a soli 7 anni il piccolo Nicolò lasciò la scuola per andare a lavorare con il padre.
Fin da bambino Nicolò diede prova del suo talento, sembra che facesse splendide statuine per il Presepe e quando ebbe dodici anni il padre lo iscrisse all’Accademia Ligustica delle Belle Arti.
Tuttavia quando il ragazzo vinse una medaglia d’oro per i suoi studi egli commentò:
– E oua cosa te credi d’ese? Ti te ne accorziae! (E ora cosa ti credi di essere? Te ne accorgerai!)
Barabino diverrà poi un artista affermato e ricorderà sempre la severità del padre con affetto, sostenendo che a lui doveva il suo carattere e la sua capacità di evitare qualsiasi forma di vanteria.
E in Via Sampierdarena, sul civico 99 che fu sua casa natale, è apposta una lapide in memoria di questo artista.

Via Sampierdarena

La sua figura svetta anche sotto il porticato del Cimitero della Castagna sopra il sepolcro dove Nicolò Barabino riposa.

Monumento Barabino

Entriamo insieme nella chiesa di Santa Maria della Cella, tra i suoi ori lucenti.

Santa Maria della Cella (4)

E alziamo lo sguardo, nella cappella che sovrasta il dipinto che ritrae la Vergine Maria.

Santa Maria della Cella (5)

E compiamo anche un balzo nel tempo: è il 1887 in quell’anno Nicolò Barabino presenta all’Esposizione Nazionale di Venezia un dipinto dal titolo Quasi oliva speciosa in campis.
Il verso latino che accompagna questa suggestiva immagine della Madonna è tratto dalla Bibbia e significa Come un olivo maestoso nelle pianure.
L’artista dipinse questo quadro con lo scopo di donarlo alla Chiesa della Cella così come voleva sua madre ma la sua opera esposta a Venezia catturò l’attenzione della Regina Margherita che volle acquistarla e portarla a Roma.
Il dipinto comprato dalla sovrana è andato disperso ma Barabino fece anche un secondo quadro e lo donò alla chiesa di Sampierdarena e ancora lì si trova questa immagine cara e venerata.

Madonna dell'Olivo (2)

Hai il manto candido, umile e semplice Madre di Dio, ritratta tra i fiori e i rami di ulivo, il suo Bambino stringe tra le dita un rametto di questa pianta.

Madonna dell'Olivo (6)

Ed è gloriosa e magnifica la cappella che accoglie l’opera di Barabino.

Madonna dell'Olivo (6a)

Spostiamoci ora in un’altra chiesa fastosa, la Basilica di Santa Maria Immacolata in Via Assarotti.

Basilica di Santa Maria Immacolata (1)

Una chiesa immensa e degna di nota.

Basilica di Santa Maria Immacolata (2)

Qui si trova un altro dipinto opera di Barabino e ancora la luce del sole filtra gentile dalla cupola.

Basilica di Santa Maria Immacolata (3)

Il quadro venne realizzato tra il 1873 e il 1874 e ritrae la Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Caterina.

Madonna del Rosario (1)

Un manto celeste come il cielo, quella postura aggraziata, quella pura bellezza che verrà poi riproposta nel dipinto esposto alla Cella.

Madonna del Rosario (4)

E tutta questa armonia nei tratti di Maria, nelle sue mani affettuose che reggono il piccolo Gesù, nel candore e nella perfezione di un ritratto di un grande artista.

Madonna del Rosario (3)

E ancora spostiamoci in un altro luogo, sotto al Porticato del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Qui è collocato il monumento della famiglia Balduino, opera del genio impeccabile di Giulio Monteverde e risalente al 1889.
Ed è ancora una Madonna dolce e amorosa, i suoi tratti e la sua posa evocano il dipinto di Nicolò Barabino.

Monumento Balduino (1)

Per questo articolo ringrazio di cuore un mio colto amico che è stimato critico d’arte, è stato lui a farmi notare certi preziosi dettagli che mi hanno accompagnato in questo percorso straordinario e per me molto affascinante.
E così ho ammirato con occhi diversi il volto di una giovane mamma che tiene a sé il suo piccolino, Lui accenna un sorriso ingenuo e timido, così lo scolpì Giulio Monteverde.

Monumento Balduino (2)

E ancora Lei, avvolta nel suo morbido manto azzurro manto, eterea e dolcissima, tenera affabile Madre.

Madonna del Rosario (2)

E ancora Lei, nella sua assoluta perfezione, nello splendore della sua semplicità.
Quasi oliva speciosa in campis.

Madonna dell'olivo (7)

Una cartolina per Maria

E appare qui, molti anni dopo, una cartolina per Maria.
Fu spedita diverso tempo fa e a scriverla, davvero con il cuore in mano, è un innamorato che si firma G. Batista.
Già il cartoncino in sé è piuttosto romantico e persino sdolcinato, tra fiori e parole d’amore, io mi sono anche permessa di posarlo su uno dei miei rampicanti, mi pareva il posto giusto.
E poi, le parole di lui: ecco la vera ragione per cui ho acquistato questa cartolina.
Che succedeva tra quei due?
Io questa Maria me la sono immaginata giovane e sognatrice, con gli occhi scuri come carboni, la pelle diafana, labbra di ciliegia.
Una ragazza semplice, dolce e sincera, intelligente e vivace, una fanciulla delle molti doti.
E lui?
Eh, chissà!
Innamorato pazzo, si direbbe.
Un che se avesse conosciuto una certa canzone sarebbe andato sotto le finestre di lei a cantare: apro gli occhi e ti penso e ho in mente te.
Visse un po’ di anni prima e a suo modo anche lui era capace di arzigogolare con le parole, la sua bella dichiarazione d’amore ha così suscitato la mia attenzione.
La trascrivo qui, con la speranza che i due innamorati abbiano vissuto per sempre insieme felici e contenti, proprio come nelle fiabe.

Maria, la bontà dell’anima tua supera la vastità dei mari, la dolcezza del tuo amore contrasta lo spazio all’infinito ma il mio amore per te è più profondo del mare e più vasto dell’universo.
Tuo per la vita innamorato G. Batista

Il tempo dell’uva

Ed era il tempo dell’uva, in un luogo a me sconosciuto.
E ancora c’era il sole caldo ed era il tempo della pelle ambrata e delle maniche arrotolate, luccica una piccola croce appesa al braccialetto, unico vezzo in un certo modo rigoroso.
E poi i pampini generosi, il pizzo sulle spalle, i capelli raccolti da un nastro oppure in un comodo fazzoletto, il sorriso della serenità.
Gli acini tondi e grandi e le labbra che si saziano di questa dolcezza di stagione.

Ed era il tempo dell’uva e dalle mani pendevano grappoli succosi, era un momento di autentica convivialità, amicizia e gioia condivisa.

Ed era il tempo bello dell’infanzia semplice, dei giochi e delle memorie straordinarie.
Restano nel cuore quei momenti lì.
E tu ricorderai la tua adorata mamma, le tue care zie e quel tempo lontano e perduto.
Portavi la giacchetta a righe e stavi là, vicino a tuo fratello.

Ed era un tempo dolce e armonioso tante volte ricordato e rimpianto.
Era un giorno distante, era il tempo dell’uva.

Affettuosa corrispondenza

Nella mia piccola collezione ho anche alcune cartoline appartenute a certe sorelle: loro abitavano a Nervi davanti al mare blu e ricevevano questi romantici cartoncini da alcune loro amiche anch’esse sorelle tra loro e residenti nel ponente.
E così mi è venuto spontaneo fantasticare su queste signorine, saranno state giovani fanciulle oppure donne di una certa età?
A dire il vero è proprio impossibile intuirlo da quanto scrivono sulle loro cartoline, l’unica cosa chiara è che trascorsero diverso tempo insieme, in quel di Nervi.
E così le ho immaginate in un profumato giardino, sedute all’ombra degli alberi, indossano i loro abiti chiari arricchiti da pizzi fastosi, il parasole serve per regalare ombra e con eleganti ventagli ci si procura fresco ristoratore.
Le amiche forse discutono di moda, di musica, di romanzi francesi e di chissà che altro.
Sorseggiano tè e sgranocchiano qualche canestrello, ridono amabilmente e il tempo scorre nel chiacchiericcio lieve dell’amicizia che sa essere gioia, condivisione e spensieratezza.
Quel tempo non verrà dimenticato, sarà un piccolo tesoro di affetti per i momenti di malinconia, sarà la memoria bella di istanti felici.
E poi il tempo scorrerà e la nostalgia lascerà il posto al ricordo che suggella un legame di amicizia.
La cartolina è splendidamente romantica e porta il timbro del 28 Aprile 1911, sul retro una calligrafia gentile ha scritto queste parole:

Il mare è calmo, il vento tace, scordarsi di loro giammai saremo capaci.
Saluti e ricordi a tutti.

La bocca del lupo

Oggi vi parlerò di lei, lei è una genovese che tutti voi dovreste conoscere.
Avete mai sentito parlare della Bricicca?
Per incontrarla dovrete leggere La bocca del Lupo, romanzo pubblicato nel 1892 e scritto da Remigio Zena, nom de plume di Gaspare Invrea.
Dunque, vi dicevo della Bricicca, al secolo Francisca Carbone, lei se ne sta nei caruggi di Genova, precisamente nella Piazzetta della Pece Greca e di mestiere fa la besagnina.
Mette lì il suo banco e vende le verdure, però la Bricicca tira a campare anche con il lotto clandestino e lavora, per così dire, per il Signor Costante.
Donna sventurata, le è morto il marito e ha perso anche il figlio maschio che era una perla di ragazzo, lui provvedeva alla famiglia con amorevole solerzia.
Così alla Bricicca sono rimaste sulla schiena tre figlie che non potrebbero essere più diverse tra di loro.
Angela è generosa e semplice ed è in età da marito, infatti c’è da affrontare la questione del suo matrimonio, una faccenda spinosa per la Bricicca.
E poi c’è lei, Marinetta, lei che ha appena 14 anni:

Da un Natale all’altro Marinetta era venuta su come un trionfo. (…) bianca e rossa, piuttosto grassotta, se non era del tutto quello che si dice una donna da marito, cominciava a dare nell’occhio e vicino a lei Angela pareva una castagna secca. I signori delle Strade Nuove e dei Ferri della Posta vedendola passare, Marinetta, piena di salute, pulita, con la sua veletta aggiustata bene in testa e la frangetta di capelli incollata sulla fronte, si mettevano a far da merli, zt, zt, voltandosi a guardarla dopo che era passata, e se avesse dovuto rispondere a tutti i complimenti che sentiva, sarebbe stata fresca.

Capite? Marinetta è una ragazza ben ambiziosa e capricciosa, finire nei guai è davvero semplice per una come lei!
E dunque, la Bricicca ha il suo bel da fare a tirar su queste sue figlie, una delle tre non abita neppure con lei, Battistina è quasi abbandonata e se ne sta a Manassola, da parenti, certo per guadagnarsi il pane deve faticare e tanti lussi se li può scordare ma almeno è un problema di meno per sua madre.
Povera Battistina così docile, buona e paziente, finirà poi dalle monache ma anche il suo destino sarà avventuroso.
Storia di popolo e di gente di caruggi La bocca del lupo è un romanzo complesso e affascinante per diverse ragioni.
Intricata è la trama, molti sono i personaggi che affollano queste pagine e sono chiaramente ispirati a persone realmente vissute sul finire dell’Ottocento.
Familiari sono i luoghi, sono nominate e descritte strade di Genova che tutti percorriamo, come ad esempio Via Fieschi.
E ci sono poi caruggi che hanno toponimi sconosciuti, la Piazza della Pece Greca è probabilmente la trasposizione letteraria di Vico della Fava Greca, viene nominato un immaginario Vicolo della Capra e la località di Manassola è ispirata a un paese della riviera ligure e il nome deriva da Manarola e Bonassola.
Presumo che l’autore, con questo stratagemma, abbia voluto forse rendere meno riconoscibili personaggi reali della sua epoca.
Il romanzo segue il solco della tradizione verista, Zena si distingue per un particolare linguaggio, antico e per noi insolito, a volte volutamente più discorsivo e popolaresco, sono assenti i dialoghi e il narratore diviene così la voce dei protagonisti.
Remigio Zena parla per loro, parla di loro e dei loro pensieri.
Ed ecco, ad esempio, la giovane Battistina smarrita per le strade di Genova:

Sempre strade. Bella Madonna cara, l’avevano fatta così grande Genova, che non finiva mai? Era capitata in una via lunga, piena di omnibus e di carri, dove passava anche il vapore, aveva troppo male; il fischio della macchina se lo sentì freddo, gelato, attraversarle il cuore.

Bella Madonna cara, quante volte troverete queste parole nel corso del romanzo!
Se leggerete La Bocca del lupo scoprirete le sorti della Bricicca e delle sue figlie, le loro non sono esistenze semplici e la Bricicca avrà pure guai con la giustizia.
In una città dove ognuno si arrabatta per rimanere semplicemente a galla molte sono le scene memorabili, io ho trovato particolarmente gustosa la descrizione dei festeggiamenti per la comunione di Marinetta, questo ed altri brani mi hanno ricordato certe pagine di Emile Zola.
Si sa, la vita è amara e allora bisogna godere di tutte le gioie che sono concesse!
Ed ecco la bella compagnia partire a bordo di due carrozze, si va verso il ponente, con il Signor Costante che spiega a tutti storie del porto e della Lanterna, lui fin lassù c’è persino salito!
E che pranzo luculliano poi in trattoria!
Taglierini, pesci fritti, arrosti, latte dolce e altre bontà e camerieri che cambiano piatti e posate in continuazione, mica una cosa comune per tutti loro:

Nella Pece Greca di quegli usi non ce n’erano, si mangiava come si poteva, perfino in terra e Angela ne sapeva qualche cosa, che più di una volta, da una mattina all’altra, le era toccato di non mangiare niente del tutto.

Lo sguardo di Remigio Zena si posa attento sul popolo di Genova, svela le solitudini, le debolezze e le fragilità, vi porta in caruggi semibui, su per scale impervie, in strade popolate da torbide figure e da innocenti vittime.
Nel mondo della Bricicca, alla Pece Greca, dove non sempre la felicità è scritta nel destino:

Certi giorni il Signore chiude gli occhi, oppure tiene altre faccende per le mani; se dovesse pensare alla direzione della giustizia veramente giusta, oltre i fastidi e il cattivo sangue, non gli resterebbe più tempo per il resto.