Un tram per Quarto dei Mille

Il ragionier Vincenzo, meticoloso e puntuale, era sempre tra i primi ad arrivare.
In verità le corse erano piuttosto frequenti e non c’era pericolo di arrivare in ritardo ma Vincenzo era solito salire sul tram sempre alla stessa ora, era ormai abitudine consolidata.
Il tram per Quarto dei Mille partiva da Piazza De Ferrari: la linea 40 giungeva a Quinto, con la 39 si arrivava sino a Nervi.
Il tram sferragliava gagliardo giù per Via XX Settembre, passava sul Ponte Pila e proseguiva per Corso Buenos Aires continuando poi il suo percorso fino alla sua meta.
Il viaggio in tram era divenuto ormai da diverso tempo una comodità quasi scontata, il ragioniere spesso rifletteva su questo notevole segno dei tempi: alla fin fine ci si abitua a tutto e si tende a dimenticare come si era.
Sul tram per Quarto dei Mille si vedevano spesso i soliti utenti abituali che facevano ogni giorno la stessa tratta: tra di loro la signorina Amalia.
Da principio a Vincenzo era sembrata una ragazza anonima e quasi incolore, con quella carnagione slavata, gli abiti semplici, i lisci capelli scuri raccolti sulla nuca.
Aveva un aspetto fragile, ai primi freddi le sue labbra si illividivano e questo accentuava ancor di più il suo pallore.
Malgrado le apparenze Amalia era invece una ragazza energica e dinamica, ogni giorno andava dalla signora marchesa a stirare e a fare altre faccende: durante il viaggio sul tram per Quarto dei Mille si immergeva nei suoi sogni.
In una bella mattina di primavera, la ragazza guardava scorrere lento il panorama della costa quando ad un tratto una ciocca ribelle di capelli cadde sulla sua guancia e lei con rapida prontezza la raccolse per sistemarla nel suo chignon.
Accadde allora: solo in quell’istante Vincenzo colse quella vivacità nello sguardo di lei e notò la sua tenera fossetta, vide quel suo profilo delicato che fino a quel giorno non aveva notato mai.
Amalia, per parte sua, rimase nei suoi pensieri vaghi e non si accorse nemmeno di essere osservata.
Quando il tram giunse poi davanti al Monumento ai Mille la fanciulla come sempre si voltò per ammirare l’opera dell’estroso artista: le sembrava un’ardita stravaganza, una modernità per la quale non si sentiva preparata, però quell’Eugenio Baroni era uno stimato scultore e figurarsi, per carità, nulla da dire anche se la sua opera la lasciava sconcertata.
Poco distante da lei Vincenzo la osservava silenzioso.
E così fece nei giorni a seguire, senza mai avere il coraggio di dirle una parola.
Ogni giorno.
De Ferrari, Ponte Pila, Corso Buenos Aires, Piazza Tommaseo, Albaro, Sturla.
Amalia davanti al finestrino, Vincenzo un po’ più indietro.
Ogni giorno.
Vincenzo taciturno, timido e impacciato.
C’era tutto quel viaggio da fare.
Ogni giorno.
Amalia con l’abito grigio, il soprabito fin troppo leggero per la stagione, le forcine a fermare i capelli, i suoi sospiri, il monumento di Eugenio Baroni così difficile da capire, i panni della marchesa da stirare.
E i sogni, i desideri nascosti, le parole che non si sanno dire.
Ogni giorno.
Ogni giorno, sul tram per Quarto dei Mille.

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Una felicità straordinaria

E poi, in quel tempo distante, tu così fragile hai portato una felicità straordinaria.
Eri gioia ed eri vita, la tua mamma non poteva smettere di coccolarti e di stringerti al petto.
Così, nel tuo giorno speciale, tutta la tua famiglia si è riunita attorno a te e ognuno aveva per te una carezza, una parola dolce, una tenerezza solo a te destinata.
E in una circostanza di tale importanza i componenti della tua famiglia sfoggiavano le consuete eleganze, sui cappelli delle signore e signorine c’erano boccioli, piccoli fiori, fiocchi e piume.
E quanta fierezza sul viso di ognuno, eri orgoglio e nuovo amore.

Tu, con i tuoi vagiti, tu hai portato a tutti sorrisi e gaiezza.
Ed ecco quell’emozione amorevole e quell’autentica felicità, quanti sguardi dolci soltanto per te.
Le zie erano spensierate e allegre, la più giovane vestita di chiaro pare avere un sogno mai svelato in quel suo sguardo vago e in quella sua naturale delicatezza.
A osservarla con attenzione lei mi sembra un bellissimo mistero.
In quel giorno, nel giorno del tuo battesimo.

E sai come può essere strana la vita?
Te lo racconto o almeno ci provo, dai.
Dunque, tutto questo accadeva in un luogo che non conosco e c’era l’acqua che sgorgava come musica da una fontanella.
E due bimbe osservavano te e la tua bella famiglia, forse con una certa curiosità, magari ammiravano gli abiti e quelle eleganze così raffinate.
E poi c’era il fotografo che guardava voi, c’erano appunto quelle bambine e inoltre, con un notevole salto temporale donato da una magia del progresso, si sono aggiunti altri spettatori e questi siamo noi che guardiamo te in quel giorno e cerchiamo di immaginare quella bellezza.
Sono quelle cose che a spiegarle sembrano strane, lo so.

E non è finita, sai?
Là dietro, seduto pigramente su una panchina, in secondo piano, ecco un altro osservatore.
Sarà stato il papà delle bambine? Non saprei dirlo, di certo so che il suo mondo non era il vostro.
E accade così, in questo frammento di un giorno importante sono rimaste impigliate nella stessa immagine vite diverse.
In lontananza c’è quell’uomo corpulento con i baffi e un cappellaccio calcato sulla testa, in primo piano la giovane e leggiadra zia con i suoi incantevoli misteri, accanto a lei il capofamiglia, un gentiluomo che sapeva il fatto suo ed era di sicuro abile negli affari.
Mondi, vite, respiri.

E tu.
Nel cuore di ognuno c’eri tu.
Poi chissà se te lo hanno raccontato quel giorno lì.
Eri amore, eri vita che ritorna, eri un fagottino raccolto tra veli impalpabili.
Eri forza e fragilità insieme ed eri nei pensieri di ognuno.

Tu, con la tua tenerezza speciale, in un giorno che non si sa raccontare.
E comunque sai, in qualche modo c’eravamo anche tutti noi a guardarti e a emozionarci per i tuoi buffi sbadigli e per le ditina serrate in quei piccoli pugnetti.
Tu, nuova vita e nuova gioia, hai donato a tutti una felicità straordinaria.

 

Vicino ad Elisa

Lei porge la sua mano verso la corona di fiori con il nastro.
Lei ha questo nome romantico e melodioso: Elisa.
Elisa è stata ritratta nel momento in cui piange la perdita di suo padre Gianbattista Granara.
Elisa ha l’abito raffinato con i bottoni tondi, le frange, i pizzi sui polsini, Elisa ha il velo sul capo.
Elisa ha lo sguardo triste, si vorrebbe consolarla in qualche modo.
Elisa, ieri così.
E accanto a lei ho trovato un visitatore che incontro spesso a Staglieno, è un gatto maestoso che cammina lieve sotto a quei porticati.
Quieto, silenzioso, fiero nella sua nera bellezza.
Si è fermato, là esattamente in quel punto.
Immobile.
E lì è rimasto prima di spostarsi ancora più vicino a lei, vicino ad Elisa.

Monumento Granara – Giovanni Scanzi (1882)

Sei

Loro sono sei.
E questa fotografia è appena un rettangolino della dimensione di due francobolli, stava persino per perdersi nei meandri del mio portafoglio.
Loro sono sei, con la loro caparbia giovinezza hanno saputo sfidare il tempo.
Cinque ragazze e un ragazzo, lui sta lì seduto a terra e sorride appena, magari è il fratello di una di loro.
Su una spiaggia, da qualche parte.
Le ragazze poi, loro sono già un romanzo fatto di emozioni, ricordi di giochi nell’acqua, risate e abbracci.
Portano i capelli secondo la moda del tempo e per ripararsi dal sole li tengono raccolti in un fazzoletto, alcune lo hanno annodato sul davanti.
Le ragazze.
Una si volta indietro verso il fotografo, quasi fatale.
Una invece tiene gli occhi bassi, quasi distratta.
Due hanno un sorriso luminoso.
Una ha un asciugamano sotto il braccio, una indossa un capo fatto con una stoffa fantasia della quale vorrei indovinare i colori.
Le ragazze.
Che viaggio ha fatto la piccola fotografia?
È arrivata qui, ha portato questi sorrisi, quei giorni d’estate e la lievità degli istanti da ricordare.

La fierezza di Maria

Una donna, la sua storia: conosco davvero alcune cose su di lei e allora oggi è proprio il giorno giusto per narrarvi dei suoi tempi.
Il suo nome è il più semplice e diffuso, lei si chiama Maria.
E ha questa fierezza, nell’instante in cui qualcuno le scatta la fotografia memorabile.
Quanta vita vede ogni giorno Maria!
Le capita in sorte di essere donna in certi tempi difficili, è 1917 e il suo cammino si incrocia inesorabile con quello di molti suoi concittadini: alcuni hanno molti pensieri e preoccupazioni, forse Maria ha anche parole gentili per certe madri che cercano conforto.
Sono giorni complicati, i mariti e i figli sono lontani, si attendono con trepidazione le notizie dal fronte e si resta come sospesi in un’angosciosa attesa, in un silenzio terribile che si spera di colmare con un ritrovato abbraccio.
Aspettando il tempo futuro che sarà più luminoso anche per la nostra Maria.

Lei ha un compito importante, è lei stessa a scriverne sul retro di questa immagine che venne spedita da Sampierdarena, è datata 29 Febbraio 1917 e destinata a Ettore, una persona a lei cara.
Riporto qui alcune righe che Maria scrisse di suo pugno:

Ricambio i tuoi saluti da me e famiglia, ti mando questa mia fotografia perché vedi cosa faccio: sono bigliettaria del tram elettrico.

In quel periodo, nel tempo della I Guerra Mondiale, gli uomini partono per la guerra e così la Società U.I.T.E. (Unione Italiana Tram Elettrici) resta sguarnita del suo personale, i posti vacanti sono numerosi.
Pertanto, per supplire alle carenze di organico, vengono assunte le donne.
Ho trovato alcune notizie in merito in un mio libro dal titolo Trasporto Pubblico a Genova fra cronaca e storia di Elisabetta Capelli, Franco Gimelli e Mauro Pedemonte edito da De Ferrari Editore nel 1991.
In particolare si specifica che venne data la precedenza alle mogli o parenti dei tranvieri richiamati a combattere, queste lavoratrici seppero compiere al meglio il loro dovere e furono stimate e apprezzate dalla cittadinanza.
A guerra finita, tuttavia, gli uomini tornarono ai loro posti e le donne non vennero confermate, a questo seguirono proteste per l’ingiusta disparità di trattamento.
Tra queste bigliettarie, in quel tempo diverso, c’era anche Maria.
E quanta vita vedeva ogni giorno, quante storie saranno rimaste impresse nella sua memoria.
Al lavoro puntuale, con la sua tracolla e con gli attrezzi del mestiere, nella mano stringe la pinza obliteratrice.

Maria la bigliettaria doveva essere molto orgogliosa di se stessa, lo si vede dal suo sguardo e dal suo portamento.
Ritta con la sua divisa grigia, i capelli raccolti sotto la cuffia, seria come si conviene.
E sarà un caso ma ho trovato questa fotografia giusto pochi giorni fa e ho così romanticamente pensato che  fosse giusto ricordare Maria proprio nel giorno dedicato ai diritti delle donne.
Lei che fu una giovane lavoratrice all’avanguardia, lei che vide tutta quella vita, sui tram elettrici che attraversavano le strade di Genova.
Con questa tua fierezza, in ricordo di te e del tuo valore, cara Maria.

Parole d’amore

Deve essere stato un amore grande, appassionato ed intenso.
Un legame profondo, forse reso ancor più forte dalla lontananza, tenuto vivo e fremente dalle parole e dalle frasi tenere e romantiche scritte in certe corrispondenze ai nostri occhi di una dolcezza persino zuccherosa.
E questa cartolina fu vergata da una certa Giuseppina, era destinata al suo amato Mario.
Come dite? Vi pare di aver già sentito parlare di questi due da queste parti?
Non vi sbagliate, fu sempre Giuseppina a mandare a Mario quest’altra cartolina che avete già veduto, ora io vorrei dire a questa innamorata del bel tempo andato che io conserverò con cura i suoi ricordi di quei suoi giorni speciali come se quei preziosi cartoncini li avessi scritti io.
E chissà cosa sarà accaduto tra questi due giovani.
Un gioco di sguardi, amore, distanza, fidanzamento, il corredo nel baule, gli anelli dorati, le nozze tanto attese.
E i figli, i nipoti, il tempo che scorre, tra incidenti e gioie, i ricordi e le tenerezze.
È andata così?
Potrebbero dirlo solo i protagonisti di questa storia, di certo questa cartolina fu spedita nel tempo dei batticuori da Giuseppina che scrive: amato Mario, ricevi mille baci e baci.
E ancora mille se ne saranno scambiati ritrovandosi ancora, in un abbraccio appassionato, nel tempo dell’amore nascente.
Buon San Valentino a tutti voi che siete innamorati come Giuseppina e Mario!

Il sorriso migliore

Doveva essere tarda primavera, probabilmente era un pigra domenica, credo di poterlo evincere dalle serrande tutte abbassate in una via quasi deserta.
Ed era il 1938, in questa strada un tempo dedicata a Carlo Alberto e poi in seguito ad Antonio Gramsci del quale ancora porta il nome.
E ognuna di queste giovani donne indossava il suo sorriso migliore: pulito, onesto, sincero e carico di tante speranze a proposito di tutto quello che ancora doveva accadere.
A Genova, nel 1938.
Una di loro porta pure un fiocco bianco tra i capelli, tutte hanno questi abiti leggeri, così semplici e tenuti con la giusta cura.
Insieme, appena per alcuni brevi istanti che saranno memoria dolce di giorni lontani.

E in quel tratto di strada c’era una pescheria di certo molto fornita con i doni del mare, lì accanto si trovava una bottega per provetti pescatori che avrà avuto di sicuro i suoi fidati clienti.
Non c’era la sopraelevata davanti alle case alte e antiche, a breve distanza il mare cantava e ferveva la vita del porto, c’era un mondo che a poco a poco ha mutato aspetto.
E c’era lei con il suo sorriso, i ricci scuri, gli occhi grandi spalancati su questo 1938.

E ancora un altro istante da non dimenticare di una giornata trascorsa insieme.
E poi ognuna ricorderà un diverso dettaglio: un frammento di tempo trascorso, certe parole, certe risate, le piccole gioie che sanno rendere più dolci i giorni della nostra vita.

Era il 1938, forse era primavera.
Non so dirvi cosa sia accaduto a queste giovani donne e quale sia stato il loro cammino nel mondo, mi piace pensare che siano rimaste sempre unite e complici, nei tempi difficili e poi anche negli anni della quieta prosperità.
E così una mattina di gennaio ho voluto riportarle ancora in quel luogo che anche loro di certo conoscevano bene e ho pensato che fosse proprio un’emozione bella per me essere proprio lì dove un tempo furono scattate queste fotografie.
Era il 1938 e ognuna di loro indossava il suo sorriso migliore.

Lontani romanticismi

Taluni oggetti di poco conto a volte compiono percorsi imprevedibili, valicano il tempo e si salvano in maniera misteriosa, è il caso ad esempio di certe cartoline che furono memoria di giorni felici e di autentici batticuori.
Poi forse rimasero a lungo chiuse in una scatola, poi passarono gli anni, poi cadde una pioggia di fuoco e lasciò macerie in quegli anni cupi della guerra, poi tornarono i sorrisi e tornò anche il sole, andarono di moda le canzoni dei Beatles e poi tutte le ragazze vollero la minigonna, ogni cosa infine mutò ad una velocità supersonica e neanche si sa dire come sia successo.
Le cartoline però sono rimaste sempre là dove una mano gentile le aveva riposte, forse in una scatola, forse in una polverosa libreria: per più di cento anni, oltre ogni previsione, tra di esse c’era anche questo cartoncino che oggi vi mostro.
Questa romantica cartolina ha avuto un destino tanto imprevisto da arrivare persino tra le mie mani, una circostanza davvero non credere!
E mai l’avrebbe immaginato colei che inviò questa cartolina al suo amato Mario firmandosi la tua amata Giuseppina.
Chissà quanto tempo ci ha messo Giuseppina a scegliere l’immagine che raccontasse il suo amore, la fiducia, i sogni, i pensieri e i desideri.
Un legame tenero e sentimentale ricordato da quella cifra di ricercata delicatezza tipica di talune cartoline di quegli anni.
Visi innocenti, sorrisi timidi, occhi grandi ed espressioni sognanti, una dolcezza antica e lontani romanticismi.
Al suo amato Mario dalla sua amata Giuseppina.

I sospiri di Carlotta

I sospiri di Carlotta non si sanno raccontare, risuonarono in certe antiche stanze illuminate da tremule fiammelle, nella casa dove lei visse i suoi giorni di sposa felice e giovane madre.
E così l’ho immaginata affranta, inconsolabile, smarrita e avvinta in un dolore per il quale forse le fu difficile trovare conforto.
Eppure Carlotta aveva forse questa forza nascosta che le donne spesso portano in dote senza neppure saperlo.

E forse lei usava recarsi al Cimitero Monumentale di Staglieno insieme ai suoi bimbi, proprio così è ritratta nel monumento dedicato al suo compianto marito Francesco Giuseppe Casella e opera dello scultore Giuseppe Benetti.

Monumento Casella (2)

Con i suoi piccini condivide gli istanti di raccoglimento e il saluto frequente a lui che se ne è andato troppo presto.

Monumento Casella (3)

Solleva con modi afettuosi il suo bimbo piccino verso l’immagine dell’amato padre.

Monumento Casella (4)

I suoi bimbi sono vestiti con gran gusto ed eleganza, non inganni il grande fiocco lezioso: i figli di lei sono due maschietti, sul finire dell’Ottocento si usavano questi abiti per i bambini.

Monumento Casella (4a)

Sono scolpiti nel marmo i nomi dei componenti di questa famiglia.

Monumento Casella (5)

Il maggiore dei due porta un cappottino con i bottoni grandi e un colletto di raffinato pizzo.

Monumento Casella (6)

E Carlotta quasi non appare e forse fu lei a volere questo.
Si intuisce la sua figura sottile avvolta in un pesante manto, si nota la sua materna femminilità nella sua posa e nei suoi modi.
Carlotta è nei suoi figli, nel frutto di quell’amore troppo presto compianto, in quel sentimento che lei prova per loro e in quell’amore che loro restituiscono a lei e a quel padre perduto.
E lei desidera che il suo amato compagno di vita sia ancora amato, ricordato e rimpianto.

Monumento Casella (7)

Carlotta è in questo respiro tenace della memoria, nelle ditina che sfiorano il volto benevolo e al contempo severo del capofamiglia.

Monumento Casella (7a)

Ed è in quelle mani giunte in speranzosa preghiera.

Monumento Casella (8)

Carlotta è nella sua forza caparbia, nella sua volontà di conservare i suoi più cari affetti e di tenere unita, in un cerchio di amore eterno, la sua cara famiglia.

Monumento Casella (9)

Di lei appena si nota il profilo aggraziato, nella sua silenziosa e potente presenza.

Monumento Casella (10)

Il tempo scorrerà, i figli cresceranno e da adulti torneranno in questo luogo e rivedranno il monumento di Giuseppe Benetti dove essi sono ritratti bambini accanto alla loro madre amorosa, nel tempo della perdita e dello smarrimento.

Monumento Casella (11)

E troveranno ancora conforto nell’immagine grandiosa di lei, nella forza del suo sentimento capace di superare ogni confine, in questo respiro potente di madre amorevole e amata.

Monumento Casella (12)

Una sposa bellissima

Era una sposa bellissima, sulle sue spalle scendeva un candido e pregiato velo.
Lei era così giovane, aveva la pelle diafana e chiara, i tratti sottili, le labbra rosa, i capelli setosi pettinati in boccoli composti.
La sposa sembra quasi imbronciata nella fotografia che la ritrae accanto al suo consorte, lui le cinge la vita in un gesto di amorevole cura, lei tiene una mano posata con lievità sulla spalla di lui.
La sposa forse era emozionata e commossa, era una creatura meravigliosa e il suo sposo certo l’avrà guardata con ammirazione.
La sposa portava ai lobi piccoli orecchini di raffinata fattura, al collo aveva un ciondolo prezioso, parrebbe un cammeo.
E provo a immaginare che questi oggetti a lei appartenuti oggi siano conservati in qualche portagioie, tenuti da conto come frammenti di tempo perduto.
E forse qualcuno li rigira tra le mani senza sapere che furono un tempo di lei, lei li indossò nel giorno in cui andò in sposa.
Da lei ci separano molti anni, ci dividono un diverso modo di vivere e una differente concezione del mondo.
Eppure, sebbene lei sia così distante e imperscrutabile per noi, lei a me appare come una giovane donna consapevole di sé, non è impreparata ad affrontare il suo destino e lo fa con questa grazia.

La bellissima sposa portava fiori sul capo e boccioli simili sul petto e sotto di essi vibrava il suo respiro e batteva il suo cuore.
Lo sposo mi perdonerà, scrivo solo di lei, voglio anzi credere che lui ne sarebbe fiero.
La sposa era bellissima e forse divenne giovane madre di molti bambini e sorrise tanto nella sua vita, spero che abbia avuto in sorte poche lacrime.
E immagino che nel giorno del suo matrimonio qualche poeta abbia composto romantici sonetti che furono stampati su un libretto fermato con un cordoncino: poesie in rima per le fauste nozze di lui e di lei, si usava così a quel tempo.
Le mani degli sposi si intrecciano, gli occhi sono diretti verso un comune orizzonte, come i cuori e i pensieri, probabilmente fu il fotografo Giulio Rossi a dire loro di tenere questa postura per il ritratto di questo giorno così importante.
Accadde tanto tempo fa, nel tempo della felicità di due sposi.