Con un fiore tra le dita

In silenzio, inginocchiati e assorti in muta preghiera.
Le ali ampie, le pieghe della veste, i capelli che scendono sulle spalle, le labbra serrate, le palpebre socchiuse.
Custodi dell’eternità, a guardia del cancello che cela il sonno perenne di coloro sui quali vegliano questi angeli.
Stringono forse certe rose che sembrano avere petali grandi, scuri e profumati.
Con questa grazia, con questa armoniosa simmetria.
In silenzio, con un fiore tra le dita.

Cimitero Monumentale di Staglieno

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Boccadasse: una targa per Luigi Tenco

Era nato in Piemonte ma già da bambino venne a vivere nella Superba, il compianto Luigi Tenco legò così il suo nome alla città di Genova.
Artista complesso, cantautore e compositore, Tenco è tra coloro che vengono ricordati come i rappresentanti della Scuola Genovese come Fabrizio De André, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Giorgio Calabrese e i fratelli Reverberi.
Sono diversi i luoghi genovesi che egli frequentò, il suo nome riconduce sempre al levante cittadino: Tenco visse a Nervi e alla Foce, abitò anche nella zona di Recco.
Di recente a Genova si è voluto ricordare il suo talento con una targa posta in un luogo magico ed evocativo, davanti al blu di Boccadasse.

Boccadasse (11)

Dovrete scendere giù da Via Aurora, la bella creuza che dalla chiesa conduce alla caratteristica spiaggia di sassi del borgo.

Strada semplice e bella, tante volte percorsa, nel tempo d’estate luce vivida e gloriosa la rischiara.

E prima di giungere al termine della tipica mattonata guardate indietro, verso il muretto dove ci sediamo a gustare un gelato o a guardare il mare in tempesta e le sue onde inquiete.
Si dice che quel mare sia stato fonte di ispirazione per Luigi Tenco e qui è stata appunto affissa la targa in memoria di questo artista troppo presto scomparso.

Con le parole di una sua canzone, con le sue note in sottofondo.
In ricordo di Luigi Tenco, davanti al blu di Genova.

Ultime dalla fermata dell’autobus

Cari amici, non mancano in questo inizio di estate le notizie dalla famosa fermata dell’autobus che spesso diventa entusiasmante protagonista su queste mie pagine.
Ormai è una faccenda di anni e anni, l’ultima volta si accomodarono su quelle sedie di fortuna le mie care amiche Els e Irene, qui invece potete vedere tutte le puntate precedenti, c’è da dire che agli abitanti della zona la fantasia non manca!
E in questa fine di giugno genovese ecco ancora una piccola novità per gli avventori della fermata, del resto con questo caldo attendere all’ombra e comodamente seduti è un piacevole privilegio.
E per una volta ancora appuntamento alla prossima puntata, amici, sono certa che ci saranno nuovi fantastici episodi!

Bianco e azzurro di Boccadasse

E quando in estate a Boccadasse ti fermi a guardare il mare.
Le case colorate, la spiaggia di sassi dove molti si crogiolano al sole, ancora di più sono coloro che si tuffano in acqua per rinfrescarsi, nuotare liberi e e scivolare via leggeri tra le onde.
E tu osservi: gli scogli affioranti, la riva, le barche e le canoe, il remo viene spinto con vigore sott’acqua e poi risollevato in una ritmica danza che ancora si ripete.
E tu osservi e nella tua inquadratura rimane anche la figura di lei con il suo abito candido e il cappello a larghe falde, anche lei sta scattando una fotografia da una diversa prospettiva.
E ammira lo stesso mare, in un giorno d’estate in città.
Ed è semplicemente bianco e azzurro di Boccadasse.

Il cavallino di legno di Achille Testa

Fotografare, fermare il tempo e tramandare un ricordo: oggi è un gesto consueto e ormai alla portata di chiunque, in altre epoche farsi ritrarre era una questione per molti versi complessa e riservata per lo più a talentuosi fotografi professionisti.
Si seguivano precisi canoni, si reiteravano pose ed espressioni, ho appreso alcune particolarità proprio su alcuni testi dedicati all’argomento, le fotografie del passato erano costruite davvero con mirabile cura.
E i maestri della fotografia avevano nei loro studi veri e propri scenari e tutto l’occorrente per ritrarre i vari soggetti: divanetti, tavolini e sedie, libri e ventagli, tende e sfondi dipinti.
Questi accessori poi spesso passavano da un fotografo all’altro, un’analisi approfondita ed entusiasmante dell’argomento si può trovare nel volume Vivere d’Immagini curato da Elisabetta Papone e Sergio Rebora, su quelle pagine la Dottoressa Papone espone con maestria questa tematica.
I bambini erano certo soggetti difficili da ritrarre: i bambini non stanno mai fermi e presumo che anche i composti piccini del passato avranno pur sempre avuto le loro turbolenze!
Tic, tac, tic, tac, mettiamo indietro le lancette dell’orologio e andiamo in Salita Pollaiuoli, nel vivace caruggio ha il suo studio il bravo fotografo Achille Testa.
E guardate che meraviglia ha in serbo per i suoi piccoli clienti: un cavallino di legno con tanto di criniera e una bella carrozzina dietro.
Nello studio di Achille Testa arriva anche questa piccola peste: malgrado l’abito dalla fisionomia io penso che si tratti di un maschietto, del resto io ho una foto del fratello di mia nonna con addosso un vestito molto simile.
La manina stringe le briglia, un sorriso illumina il suo viso, chissà che voglia di giocare con quel bellissimo cavallino!

Sapete, quando mi è capitata tra le mani questa fotografia ho avuto subito l’impressione di trovarmi davanti qualcosa che avevo già veduto.
Un’immagine, un gesto ugualmente ingenuo e carico di meraviglia, la gioia di un’altra infanzia.
Il cavallino di legno di Achille Testa sarà di certo stato molto ambito dai bimbi che passavano in quello studio, posò accanto al cavallino anche questa bimbetta con i suoi boccoli e i suoi pochi anni.
Ha l’abitino candido con i pizzi leggeri e raffinati, un fiocchetto tra i capelli e una posa esitante e timida, nella carrozzina è posata una piccola bambola.
In un giorno di un altro tempo, in un tempo da ricordare quando anche lei venne fotografata vicino al cavallino di legno di Achille Testa.

Fiori e pavoni nel giardino di Palazzo del Principe

L’altra mattina con questo bel sole me ne sono andata a fare una tranquilla passeggiata nel giardino di Palazzo del Principe, lo splendido spazio che si apre di fronte all’antica dimora di Andrea Doria è sempre magnificamente curato.

Ed è un luogo incantevole accessibile a tutti, se non lo avete mai visitato vi consiglio di farlo, in questa stagione si stagliano contro l’azzurro del cielo i vivaci fiori estivi.

E si aprono generosi i girasoli, bellezza autentica della bella estate.

Mentre camminavo tra queste meraviglie ad un certo punto ho sentito un certo remescio, per così dire.
Toh, guarda chi c’è!
Qui abitano anche certi pavoni ma sono in genere molto riservati e se ne stanno in un zona non aperta al pubblico, tuttavia non è poi così difficile vederli.

Il tipetto sussiegoso non era solo e infatti ecco qua il suo compagno di avventure: un superbo pavone dalle piume chiare.
Entrambi i pennuti poi hanno pensato bene di salire su un albero, direi che questa è stata una fortunatissima circostanza!

Ho ottimisticamente sperato che mi sganciassero una piuma per la mia collezione ma no, non c’è stato verso neanche stavolta!

Però trovarsi un elegante pavone a questa distanza è proprio un piacevole diversivo!

Quindi ero già piuttosto soddisfatta così, la mia passeggiata nel giardino di Palazzo del Principe mi aveva già regalato un fantastico fuori programma.
I pavoni sono scesi con grazia inusitata dall’albero e ad un tratto ecco di nuovo un altro remescio.
Stupore e meraviglia: la bella famigliola comprende anche una serie di mini pavoni direi nuovi di pacca, non avevo mai visto dei piccolini come questi, sono fantastici!

E così me ne sono rimasta a debita distanza a osservare la situazione: i piccoletti girano attorno alla mamma e lei li segue con attenzione.

Loro sono un po’ tentennanti e insicuri ma se ne vanno comunque alla scoperta del mondo sotto l’amorevole sguardo materno.

Nel frattempo gli altri due sono andati a mettersi all’ombra.

E d’altra parte doversi trascinare dietro questo ambaradan di piume non deve essere proprio piacevole con questo caldo, lo capisco!

Meglio mettersi sotto ai rami con la coda gioiosamente spaparanzata, così!

Mentre tutto attorno sbocciano i colori di giugno di questa calda estate.

Tra profumi e le delizie dell’incantevole giardino di Palazzo del Principe.

Ciao estate!

Ciao estate, sei benvenuta, con i tuoi colori brillanti e le tue languide sere chiare di luce.
Tempo di sole che sfiora la pelle, tempo di svago e di libertà.
Stagione della tua rinnovata bellezza, cara dolce estate, tu sola porti con te nostalgie e ricordi più di qualunque altro tempo dell’anno.
Tu sola sai farmi tornare ad altre stagioni della vita e il nastro si riavvolge e ritornano i profumi, i sapori e i colori: l’albero d’eucalipto davanti a casa, l’olio di cocco e la granita al limone, le magliette a righe e le biglie nella retina, la sabbia nelle ciabattine e la trasparenza dell’acqua, i fuochi d’artificio colorati e il frullato alla fragola con la cannuccia.
Ciao estate, ben ritrovata, con le tue mille magie.
Ti accolgo così e questo non è un orizzonte lontano, è solo la nostra Corso Italia e la vivace bellezza della natura e del nostro mare.
Ciao estate, benvenuta a te.

Otto anni con voi, buon compleanno Dear Miss Fletcher!

Oggi per me è una giornata molto speciale, oggi questo blog compie ben otto anni.
Come sempre mi accade in questa circostanza mi stupisco e mi rallegro delle tante cose belle che questo blog mi ha regalato.
Passeggiate, nuove scoperte, cose mai vedute, sogni ad occhi aperti tra passato e presente.
E incontri e nuove amicizie, persone trovate lungo il cammino, alcune mi sembra che ci siano sempre state.
Ringrazio tutti voi lettori, mi onoro di ospitare sulle mie pagine persone garbate e sempre gentili ed è una vera gioia confrontarsi ogni giorno con voi.
Grazie delle vostre parole e dell’entusiasmo che sempre mi riservate.
Con il profumo delle rose che amo, buon compleanno Dear Miss Fletcher!

Il Fiore di Pegli

Era il tempo di un diverso giugno: correva l’anno 1908 e la ridente località di Pegli, allora comune autonomo, era meta prediletta di esclusive vacanze molto gradita anche dagli stranieri.
Il clima dolce, la bellezza del luogo, le lunghe spiagge sulle quale ritemprarsi, le lussuose ville immerse nel verde rigoglioso: queste e molte altre erano le attrattive di Pegli.
Il tempo poi scorrerà e la bella località del ponente genovese verrà inclusa nella Grande Genova come molte altre delegazioni.
In quel Novecento nascente, molti sono i vanti di questa parte della nostra regione e il merito è anche del Signor Emilio Ruffino, la notizia che lo riguarda venne pubblicata su Il Lavoro del 19 Giugno 1908, nell’articolo Pegli viene definita la gemma della Liguria.
E veniamo al Signor Emilio, io lo immagino mentre viene accolto ed elogiato per le sue doti di lungimirante imprenditore, la notizia del suo successo si è certo sparsa tra i suoi concittadini e tutti vogliono complimentarsi con lui.

E d’altra parte chi non ha sentito parlare del Fiore di Pegli?
Ah, è questa la sublime creazione del Signor Emilio: il Fiore di Pegli è il suo rinomato vino bianco prodotto con le uve dei vigneti che in questo 1908 coprono le colline della bella Pegli.
È un vino apprezzatissimo, il Signor Emilio lo ha portato in giro per l’Europa e ha fatto così conoscere all’estero questa autentica eccellenza regionale.
Il Fiore di Pegli ha così ottenuto diversi riconoscimenti: all’Esposizione di Madrid del 1907 il vino del Signor Emilio si è guadagnato il diploma di onore, la croce al merito e la medaglia d’oro.
E non basta, il nostro intraprendente imprenditore, felice di cotanto successo, ha pensato bene di portare il suo profumato vino anche all’Esposizione di Londra e Parigi tenutasi nel marzo del 1908.
Giubilo, gioia e felicità!
Il Fiore di Pegli è stato talmente apprezzato da guadagnarsi la massima onorificenza dell’esposizione: diploma Gran Prix e medaglia d’oro.
A onore e vanto della bella Pegli, della nostra Liguria e di colui che ebbe questa splendida intuizione.
Si legge nell’articolo che il Signor Emilio espose i suoi diplomi nel suo locale nuovo di zecca nella ridente Pegli e immagino che i suoi clienti abbiano fatto la fila per assaggiare questo vino così apprezzato anche all’estero!
È passato un po’ di tempo da allora e, come comprenderete, purtroppo mi è impossibile far due chiacchiere con questo ligure che seppe dar lustro alla sua Pegli: ho letto la notizia che lo riguardava e ho pensato che fosse giusto condividerla con voi.
E allora idealmente alziamo i nostri calici ricolmi del Fiore di Pegli e brindiamo a lei caro Signor Emilio, in memoria delle sue medaglie e della sua lungimiranza.

Domenico Colombo: una memoria dal passato

In secoli lontani esisteva un’antica casa in Vico Morcento: in quell’edificio visse un uomo di nome Domenico Colombo, suo figlio Cristoforo diverrà celebre per la scoperta di un nuovo continente.
A quella vetusta dimora ormai perduta dedicai diverso tempo fa questo articolo nel quale vi raccontavo gli stravolgimenti urbanistici di quella zona attorno all’antica Ponticello, l’area a metà degli anni ‘30 fu oggetto di demolizioni e abbattimenti e al posto di certi antichi caruggi sorsero strade moderne come Dante e Via Fieschi.
Quella dimora appartenuta al padre dell’intrepido navigatore si trovava nella zona dell’attuale Via Ceccardi, ho trovato notizia di questa casa in un prezioso volume di mia proprietà: la Guida Commerciale Descrittiva di Genova del 1874 scritta dal giornalista Edoardo Michele Chiozza.
Come già vi dicevo nel mio precedente post, il magnifico libro di Chiozza mi ha permesso di fantasticare e di immaginare di trovarmi là, in quel Vico Morcento, davanti alla lastra affissa sulla casa di Domenico Colombo.
E come dice Chiozza queste sono le parole che i passanti potevano leggere:

Domenico Colombo
padre a Cristoforo
ebbe qui casa e bottega di scardassiere

Come tutti i miei concittadini ben sanno, a Genova esiste ancora un edificio noto come Casa di Colombo, viene indicato come il luogo nel quale Cristoforo trascorse i primi anni della sua giovinezza.
Va detto che a proposito di questo casa si afferma spesso che, sebbene sia antica, si tratti di una ricostruzione più recente dell’originale ma non è certo questo il tema del mio articolo.
Non entravo da tanto tempo nella Casa di Colombo, la mia ultima visita risale a diversi anni fa e all’epoca ancora non possedevo il libro di Edoardo Michele Chiozza.
Ieri mi trovavo con un’amica da quelle parti e così abbiamo pensato di fare un giro in quella casa vetusta.
E là, nella prima stanzetta, su un muro campeggia una lapide.
Vi si leggono parole che già conosco: le ha riportate Edoardo Michele Chiozza sulla sua guida, invitando i suoi lettori ad alzare gli occhi in Vico Morcento davanti a quella casa che noi non possiamo vedere perché non esiste più.
Sono proprio quelle parole e così mi sento di poter supporre che si tratti proprio della stessa lastra marmorea un tempo posizionata su quella facciata in Vico Morcento e in seguito trasferita qui, all’interno di questa casa di Ponticello.
Una memoria dal passato, il ricordo di Domenico Colombo, scardassiere e padre di Cristoforo.