Le cinque donne

Cinque donne, cinque fragili vite tragicamente stroncate da un assassino la cui figura ancora evoca profonde inquietudini: Le Cinque donne – La storia vera delle vittime di Jack lo squartatore è il superbo saggio di Hallie Rubenhold edito da Neri Pozza e vincitore del Premio Baillie Gifford per la non fiction.
Un libro coinvolgente come un romanzo, incalzante, scritto con garbo e competenza, puntuale ed efficace come deve essere un’autentica indagine storica, il volume è frutto di un accurato e minuzioso lavoro di documentazione compiuto su una gigantesca mole di carte d’archivio, giornali e pubblicazioni.
Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane sono le protagoniste.
A ciascuna di loro Hallie Rubenhold dedica un capitolo, approfondendo le vicende della vita di ognuna senza indulgere sui particolari della loro fine e tralasciando la ricerca di informazioni sulla misteriosa figura del loro assassino: nessuna supposizione sulla vera identità di lui, volutamente scarni i dettagli sugli omicidi.
L’autrice intende così riportare così al centro della scena le sventurate vittime e mostrarci il loro vero volto, delineando al contempo un affresco straordinario di una certa Londra vittoriana, ne può scrivere in tale maniera soltanto chi conosca davvero a fondo la storia della capitale inglese e chi frequenti con passione le pagine dei suoi più celebri narratori come Charles Dickens.
Una città vibrante, fosca, complicata e tumultuosa e resa reale da questa scrittura magnifica, ad esempio così viene presentata Fleet Street, la zona del distretto tipografico:

“I cilindri ruotavano, le cinghie giravano, gli ingranaggi ticchettavano e ronzavano mentre i caratteri e l’inchiostro si imprimevano sulla carta. I pavimenti vibravano, le luci ardevano senza posa. …. Fleet Street e i dintorni erano un alveare pieno di celle in cui si stampava. I camici lerci e i grembiuli macchiati erano l’unico vestiario possibile per gli operai: più il lavoratore faticava più era nero e fuligginoso.”

Taluni, in questo mondo implacabile, restano facilmente sopraffatti.
Per i bassifondi e per le strade di Whitechapel una varia umanità si arrabatta per sopravvivere e per rimanere a galla, qui si compiono i destini di Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane.
Hallie Rubenhold narra delle loro famiglie di provenienza e della loro infanzia, poi le mostra giovani donne con i loro progetti e le loro speranze.
Ecco Polly e il suo matrimonio finito male e la sua vita vagabonda.
E poi Annie con le sue ambizioni di agiatezza, il marito di lei è cocchiere per un aristocratico, potrebbe sembrare che il destino arrida alla coppia eppure anche davanti ad Annie si spalancherà l’abisso della sofferenza.
Elizabeth invece rincorrerà il suo destino dalla lontana Svezia, sua terra natale, Kate sarà segnata dalla perdita prematura della madre e nella sua vita avrà molte rocambolesche disavventure.
Ammantata da maggior mistero è la figura di Mary Jane, di lei non si conoscono molti dettagli e non è nemmeno del tutto certa la sua vera provenienza.
Queste esistenze sbandate sono segnate da miserie e lutti improvvisi, da tremende malattie e solitudini, in ognuna di queste donne qualcosa irrimediabilmente si frantuma e mai più si ricomporrà, tutte loro sono poi accomunate da una fatale tendenza all’alcolismo.
Hallie Rubenhold pone l’accento sulla consuetudine di guardare a queste vite attraverso il caleidoscopio deformante del pensiero vittoriano con la sua morale che poneva comunque ai margini una certa classe di donne e le privava del loro giusto riconoscimento sociale.
A loro è dedicato questo libro, affrescato dalla sua sua autrice con stile vivido e sapiente, in un racconto che restituisce a cinque donne i tratti delle loro fragili identità.

“Sin dalla loro venuta al mondo, le circostanze furono avverse a Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane. Cominciarono a vivere in condizioni svantaggiate. Non solo quasi tutte erano di bassa estrazione, ma appartenevano anche al sesso sbagliato. Prima ancora di imparare a parlare erano considerate meno importanti dei fratelli e un peso più gravoso per la società rispetto alle bambine benestanti. Il loro valore era già compromesso, prima ancora che riuscissero a dimostrarlo.”

All’autunno

All’autunno che lascia indietro la gioiosa estate e così si posa sul nostro cammino.
All’autunno che spande gocce di pioggia e profumo di cannella, all’autunno che dona mele succose e grappoli d’uva, foriero di inquiete tempeste e di nuvole vaghe.
All’autunno celebrato dai versi di un poeta romantico prematuramente perduto, John Keats lasciò le cose del mondo a 26 anni e ne aveva appena 24 quando compose l’ode dedicata alla stagione dei caldi aromi e questo è l’incipit della sua poesia:

Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;

Stagione delle nebbie e del raccolto maturo,
Amica vicinissima del sole fecondatore;
Con lui cospiratrice del carico e del dono
dei frutti sulle viti lungo i cornicioni di paglia.

All’autunno dalle screziate sfumature e dai profumi intensi, mentre il fuoco arde nel caminetto, tempo di castagne e di vino versato nei bicchieri per brindare alla stagione nuova.
All’autunno prodigo di promesse che ancora si rinnovano.
All’autunno e agli alberi che si vestono di oro, di ocra e di arancio, con le foglie che tintinnano appena smosse dal vento sui rami leggeri.
All’autunno, stagione di questa ritrovata bellezza.

Fontanigorda – Bosco delle Fate

Le ultime ore dell’estate

La luce delle ultime ore dell’estate è a suo modo straordinaria.
Brillante, briosa prepotente e vivace, ha accompagnato il ritmo di questi ultimi giorni che ci avvicinano all’autunno.
Con un calore forse anche inconsueto per questo tempo di settembre, un regalo di chiarore e ritrovata libertà.
La luce delle ultime ore dell’estate scivola via come effimera felicità, l’ho veduta sfiorare l’acqua scrosciante, il selciato e le facciate dei palazzi.
E l’ho seguita accompagnare i passi che si susseguivano come in una dolce danza e a vederla ho pensato alle parole di un celebrato poeta, così ritorna davanti agli sguardi quella bellezza da lui decantata.

Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace.

Dino Campana – Genova (Canti Orfici)

La gioia di vivere

“Tutto si dissolveva in una pietà immensa – avrebbe voluto poter amare di più, dedicarsi tutta, donarsi, sopportare l’ingiustizia e l’offesa per meglio confortare il suo prossimo.”

Questo è il sentire di una creatura generosa sbocciata come puro giglio dalla prolifica penna di Emile Zola nel 1884: Pauline Quenu è la protagonista del romanzo La gioia di vivere, dodicesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart.
Come di consueto, Zola ci ha già fatto conoscere l’eroina di questo suo libro, Pauline è infatti apparsa brevemente tra le vivaci righe del romanzo Il ventre di Parigi, la fanciulla è figlia di Quenu e della salumiera Lisa Macquart.
Tra le pagine di La gioia di vivere la ritroviamo ancora bambina e già orfana, lo scenario della sua vita non sarà la capitale francese ma il villaggio marinaro di Bonneville in Normandia, là Pauline vivrà con lo zio Chanteau, sua moglie e il loro figliolo, un ragazzo di nome Lazare.
Gli Chanteau non se la passano tanto bene, Pauline per parte sua ha in dote una ricca eredità che dovrebbe essere il suo lasciapassare per il futuro ma la zia Chanteau, a poco a poco, dilapida il suo patrimonio, parte di esso viene anche usato per realizzare i progetti imprenditoriali di Lazare.
E Pauline, docile e altruista, lascia fare.
La zia, invece di esserle grata, sviluppa verso di lei un senso di assoluta e incomprensibile ostilità.
E quel Lazare, poi, è un ragazzo ombroso, immerso nelle pessimistiche suggestioni schopenaueriane, ha grandi progetti ma realizzarli non è così facile, alla fine.
Questo romanzo si distingue in particolare per l’indagine psicologica dei personaggi, per la profondità di certe loro emozioni: il giovane Lazare galleggia nel suo dolore e tenta di sopravvivergli.
E Pauline?
Come già vi ho detto lei è generosa e affabile, in realtà è anche fragile e si direbbe che potrebbe crollare da un momento all’altro ma poi nel suo intimo cela una forza e una grandezza d’animo che non hanno pari.
Lei e Lazare crescono insieme, nasce tra loro un sentimento e se leggerete il romanzo scoprirete da voi cosa ne sarà di loro.
La gioia di vivere è nella caparbietà di Pauline, nel suo attaccamento al bene e nella sua dedizione verso il prossimo ed è lei stessa a svelarne il segreto:

“Cerco di dimenticarmi di me, perché ho paura di intristirmi e penso agli altri così.”

In questo romanzo c’è inoltre un altro protagonista e la sua voce sciaborda in sottofondo alle vicende umane dei protagonisti: è il mare di Bonneville.
Ed è un mare crudele, infido, implacabile, distrugge la costa e il paese e lascia nella miseria la povera gente di Bonneville e anche per queste persone la buona Pauline ha gesti generosi e altruisti.
Il mare, potente e feroce, non conosce pietà, compassione e amore e Zola trova come sempre le parole perfette per descrivere quel mondo:

“Scendeva ripida la strada tra due scogliere a picco, quasi un colpo di accetta nella roccia, una fessura che aveva lasciato filtrare quel poco di terra dov’erano spuntate le venticinque, trenta povere case di Bonneville. Ogni marea pareva dovesse schiacciarle contro la rampa sullo stretto letto sassoso. … Non erano neppure duecento abitanti, vivevano di quello che offriva il mare, stentatamente, attaccati al loro scoglio con un’ottusa ostinazione da molluschi.”

E ancora il mare è inquietudine che sempre ritorna come le onde:

“Il mare con il suo rollio perpetuo, il suo flusso ostinato la cui onda batteva la costa due volte al giorno, lo irritava come una forza bruta estranea al suo dolore, da secoli accanita a levigare le stesse rocce, senza aver mai pianto su una morte umana.”

In queste parole c’è la sofferenza mai risparmiata ai protagonisti di questo romanzo, tuttavia la dolce Pauline non si arrenderà e, divenendo donna, sarà il faro che illumina le cupezze dell’animo di Lazare, sarà lei a rendere la sua vita meno amara nei modi più inaspettati.
E così, nel conoscere Pauline, il lettore prova un naturale moto di affetto per lei, anche se appare talvolta difficile comprendere la sua assoluta dedizione: Pauline si dimentica di se stessa e lo fa davvero, come ha promesso.
Romanzo intenso e particolare, La gioia di vivere è la storia di una vita che spesso non pare neanche sfiorare la felicità e Zola come sempre è magistrale nello svelare le pieghe dell’animo umano tra esitazioni, tumulti del cuore e tormenti.
Su uno scenario livido e scabro, in un mondo che deve difendersi dalla furia devastante delle onde, nella piccola Bonneville, dove talvolta anche l’abisso si placa e lascia intravvedere la luce della speranza.

“Quel grande cielo azzurro, quel mare di raso, quelle giornate che ora splendevano tiepide e chiare prendevano una dolcezza infinita.”

Shakespeare and Company

“Poi venne uno specialista a dipingere il nome che avevo deciso di dare al negozio, Shakespeare and Company. Mi era venuto in mente una sera, a letto. Qualcosa mi diceva che il mio collega William – come lo chiamava la mia amica Penny O’Leary – guardava con occhio benevolo all’impresa: si aggiunga che i suoi libri si vendevano ancora molto bene.”

Benvenuti tra le mura di una leggendaria libreria parigina, la sua storia avvincerà tutti coloro che amano la lettura.
Ai giorni nostri nella capitale francese è tuttora celebre e molto ricercata la libreria situata sul Lungosenna che negli anni ‘60 ereditò il nome da questa precedente attività della quale la fondatrice Sylvia Beach narra le vicende in Shakespeare and Company edito in Italia da Neri Pozza.
È un libro elegante, scorrevole, ricco di aneddoti e di storie letterarie e sin dalle prime pagine si contraddistingue per una particolarità: si resta gradevolmente coinvolti dalla scrittura di Sylvia Beach ed è inevitabile provare per la sua persona un moto di spontanea simpatia.
Sylvia Beach è una giovane americana sognatrice e intraprendente: è il 1919 quando apre sulla Rive Gauche la libreria che chiamerà Shakespeare and Company, il negozio avrà due diverse sedi e quella definitiva sarà in Rue de l’Odéon.
Lei che sognava di avere una libreria francese a New York diventerà invece proprietaria di una libreria anglossassone a Parigi che sarà imprescindibile meta di intellettuali e scrittori, nel tempo in cui in America imperversa il proibizionismo Parigi diviene sognata e magnifica realtà.
Sylvia Beach mette tutto il suo cuore e la sua anima nella sua attività, non solo vende i libri ma li dà anche in prestito e certi famosi scrittori ne prenderanno tantissimi magari riportandoli dopo molto tempo come era solito un caro amico di Sylvia: James Joyce.

E Joyce è una delle personalità chiave dell’esistenza di Sylvia e dell’avventurosa vicenda di Shakespeare and Company: quando ancora tutti guardavano con diffidenza alle opere dell’autore irlandese è Sylvia Beach a pubblicare per prima il monumentale Ulysses.
Lei ha passione, lungimiranza, pazienza e spirito di iniziativa, è Sylvia a produrre persino due dischi nei quali James Joyce legge brani tratti dalle sue opere, queste registrazioni saranno in seguito conservate presso il Musée de la Parole di Parigi.
Nella sua appassionata esperienza di libraia Sylvia Beach entra così in contatto con i maestri della letteratura e della cultura tra i quali Ezra Pound, D. H. Lawrence, Ernest Hemingway, Thornton Wilder, Valery Larbaud e molti altri.
Nel libro delle sue memorie Sylvia riporta così alla luce episodi magnifici con il suo stile lieve e garbato, è come essere seduti in un salotto parigino ad ascoltare la voce di lei che narra, ad esempio, di Francis Scott Fitzgerald:

“Gli volevamo un gran bene, come tutti quelli che lo conoscevano, del resto. Con quei suoi occhi azzurri, quella sua generosa e folle imprevidenza, quel suo fascino di bellissimo angelo caduto passò come una visione luminosa e troppo fugace per Rue de l’Odéon, abbagliandoci per un momento.”

Con la stessa naturalezza Sylvia racconta che i fotografi ufficiali della sua bella compagnia erano Man Ray e la sua allieva Berenice Abbott, i loro ritratti tappezzavano le pareti di Shakespeare and Company.
E ancora, così scrive di un altro suo caro amico:

“Ebbi l’onore di conoscere Paul Valéry – incontrato nella libreria di Adrienne – e spesso, dopo aver aperto Shakespeare and Company, la gioia di vederlo entrare nel mio negozio per venirsi a sedere accanto a me, a chiacchierare e scherzare. Valéry scherzava sempre.”

Fino all’ultima pagina la libraia Sylvia Beach vi affascinerà con i suoi aneddoti, con le storie della sua vita, con i ricordi dei suoi incontri mai banali.
Se amate i libri e la letteratura adorerete questo volume, le pagine scorreranno e a voi sembrerà di essere a Parigi, accanto a Sylvia a chiacchierare con lei: proprio come faceva Paul Valéry nell’affascinante atmosfera di Shakespeare and Company.

L’opera

“La piazza, laggiù, con i marciapiedi immensi e la carreggiata vasta come un lago si colmava di questo flusso continuo, solcata in tutti i sensi dal brillio delle ruote, popolata di puntini neri che erano uomini: e le due fontane zampillavano ed esalavano un senso di fresco in quell’ardore di vita.
Claude gridò, tutto vibrante:
“Ah questa Parigi!… È tutta per noi, non dobbiamo far altro che prenderla!”

Ecco lo splendore di Parigi e su di lei lo sguardo di Claude Lantier, lui è il protagonista del romanzo L’Opera di Emile Zola che fu pubblicato nel 1886 e che rappresenta il quattordicesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart.
Il ciclo dei Rougon-Macquart si compone infatti di venti romanzi nei quali Zola delinea un formidabile ritratto corale dei vari componenti di una medesima famiglia secondo i dettami del naturalismo.
E così per il lettore affezionato il nome di Claude Lantier non è nuovo: Claude è figlio della sventurata Gervaise Macquart, protagonista di L’Ammazzatoio, suo fratello si chiama Étienne ed è l’eroico e idealista minatore di Germinal, la sua sorellastra per parte di madre è invece Anna Coupeau detta Nanà, una ragazza che ha scelto la via del denaro facile.
Claude è anche già apparso tra le pagine di Il ventre di Parigi ma è nelle righe di questo romanzo a lui dedicato che si delinea il suo carattere e la sua figura.
La storia si incentra sul mondo più familiare a Emile Zola: Claude è un pittore, i suoi amici sono architetti, scultori e scrittori, egli così si muove nel mondo della cultura e dell’arte, non va dimenticato a tal proposito che Emile Zola frequentava abitualmente gli artisti del suo tempo, su tutti apprezzava in modo particolare Edouard Manet ma conobbe anche Renoir, Cezanne, Monet e molti altri.
Tra queste pagine si ritrovano così Zola stesso e i suoi sodali, tra gli amici di Lantier ad esempio c’è anche un certo Sandoz, un romanziere che intende scrivere la storia di una famiglia e delle vicissitudini dei suoi membri, in questa figura si riconosce chiaramente Zola medesimo.
Nel complesso del romanzo emerge inoltre che allo scrittore francese interessa approfondire il senso della ricerca del compimento di un’opera, sia essa letteraria oppure frutto di talento nella pittura.

E così conosciamo il suo Claude Lantier che è un artista incompreso e incompiuto, un uomo difficile, taciturno, ombroso e introverso, a volte sa esaltarsi oltre misura per la propria ambizione e più spesso è invece incapace di vedere un orizzonte, a volte si mostra egoista ma sempre aspira a compiere la sua grande e assoluta opera.
Accanto a lui c’è Christine, compagna, moglie e musa, il loro amore nasce da un incontro fortuito, Christine è una fanciulla poco ambiziosa e lascerà il suo lavoro da lettrice presso una ricca signora solo per seguire il suo Claude:

Ah, quella letture che non finivano mai quanto pesavano alla ragazza!
Se avesse avuto un mestiere suo con quanta gioia avrebbe tagliato vestiti, appuntato cappellini, arricciato petali di fiori!

Lei ama intensamente Claude e sente per lui un affetto talmente profondo da superare quello che la legherà al loro figlio sfortunato e sofferente di una grave malattia, il crudele destino di quel bambino farà palpitare di rimorsi il cuore della sua povera madre.
Christine è la modella di suo marito ma diverrà persino gelosa di quell’altra lei ritratta da Claude sulla tela, l’arte è la sua rivale e Christine ne è consapevole, quando arriverà a supplicare Claude di mettere da parte la sua ricerca artistica e di dedicarsi alla loro comune felicità lui le risponderà duro:

“Io non voglio essere felice, io voglio dipingere.”

In queste poche parole c’è tutta l’essenza di Claude, il suo desiderio di successo mai appagato, la sua sete di riconoscimento, il suo timore per il fallimento.
Nelle pagine del romanzo lo vediamo aggirarsi in un luogo dove viene esposto un suo quadro e lo cogliamo mentre dubbioso cerca di carpire i giudizi dei visitatori per rimanerne fatalmente deluso.
Claude non è mai soddisfatto dei suoi dipinti incompiuti e sempre ritorna a ritoccarli e a rivederli in un faticoso e perenne torturarsi alla ricerca della perfezione.
Se leggerete questo romanzo vi troverete davanti a un dipinto di Claude dal titolo Plein Air, le figure ritratte suscitano nel pubblico ilarità e scandalo, il modo di dipingere di Claude non è compreso e anzi è travisato, riga dopo riga poi vi accorgerete che Zola per il quadro di Claude si ispirò chiaramente alla celebre Colazione sull’erba di Manet.
Arte ed eterna ricerca della propria identità, tuttavia, non sempre coincidono con il raggiungimento della felicità, è ben evidente che Claude non appartiene alla schiera dei vincitori.
Il racconto della vicenda umana di Claude Lantier così si compie, nello scenario favoloso di questa Parigi scintillante, fonte di sogno e delusione, di illusione e di bellezza mai raggiunta.

“Parigi lo aveva riafferrato fino al midollo, con violenza: e nella fiamma alta di questa fornace ritrovava come una seconda giovinezza, un entusiasmo, un’ambizione, un desiderio di vedere tutto, fare tutto, conquistare tutto.

Quando attraversava Parigi scopriva quadri ovunque, l’intera città con le sue strade, i vicoli, i ponti, gli orizzonti colmi di vita, si diramava in una serie d’immensi affreschi, che giudicava sempre troppo angusti, inebriato dall’idea di quelle sue opere colossali.”

Vite scritte

“Nessuno sa che faccia avesse Cervantes, e non si ha neppure alcuna certezza su quella di Shakespeare, ragion per cui il Chisciotte e il Macbeth sono testi ai quali non si accompagna un’espressione personale, un volto definitivo, uno sguardo che gli occhi degli altri uomini abbiano potuto congelare e fare proprio nel tempo.”

Queste sono le riflessioni di uno scrittore a proposito di altri scrittori e le trovate tra le pagine di Vite scritte, un libro arguto e raffinato di Javier Marías pubblicato in Italia da Einaudi.
Nel suo volume l’autore madrileno presenta ai suoi lettori la sua personale galleria di eminenti rappresentanti della letteratura e della poesia, sono tutti autori non più viventi e nessuno di essi è spagnolo.
Marías svolge così un’elegante e insolita ricerca letteraria, a mio parere più facilmente apprezzabile da chi già possiede una certa conoscenza degli autori da lui proposti.
I suoi ritratti, infatti, non sono stringate biografie e non sempre vi si trovano approfonditi rimandi agli eventi essenziali della vita di ognuno, Marías descrive gli scrittori da lui prescelti indulgendo su certe idiosincrasie, narrando episodi specifici, evidenziando pregi, difetti, virtù o vizi capitali.
Ne consegue che, nel caso non si conosca l’autore del quale si sta parlando, può essere più arduo cogliere certe sfumature e capire il senso di certe narrazioni.
È un mondo strano quello degli scrittori, ognuno di essi non è esente da umane debolezze.

Pagina dopo pagina affiorano i volti di autentici mostri sacri della letteratura come Joyce, Conrad, Conan Doyle, Tomasi di Lampedusa, Rilke, Kipling, Rimbaud e molti altri ancora.
Di alcuni si scoprono insolite ruvidezze o particolari eccessi, Marías non fa sconti a nessuno, i suoi sono ritratti particolari che tendono a mettere in evidenza le pieghe del carattere di ognuno.
Una sezione dal titolo Donne fuggitive è interamente dedicata alle scrittrici, non conoscevo alcune di esse e ad esempio mi ha particolarmente incuriosita il capitolo dedicato a Julie de Lespinasse.
Toccante e commovente è il ritratto di Emily Brontë e della sua breve vita, lo scrittore ce la racconta anche nei giorni della sua infanzia e scoprirete così per quale ragione le sue sorelle l’avessero soprannominata Il Maggiore.
Ho ritrovato tra queste pagine i miei amati Dickens e Wilde, per me loro sono persone care.
Mi è piaciuto conoscere meglio le vicende della vita di Laurence Sterne che si distinse per l’amabilità del carattere, la cordialità e la mitezza d’animo, Marías narra tra l’altro che fu Sterne a diffondere tra i suoi contemporanei l’usanza di scacciare le mosche invece di ucciderle.
Mi ha sorpreso scoprire alcune particolarità a proposito di Joseph Conrad che era un uomo piuttosto difficile e irritabile ma conservava tuttavia un certo senso dell’ironia non sempre compreso, mi sono poi ritrovata a seguire i passi di James Joyce con le sue superstizioni e il suo carattere complicato.
Vite scritte è un libro godibile e raffinato, piacerà di certo agli appassionati di letteratura, il volume è anche arricchito da un’ampia sezione fotografica con i ritratti degli scrittori, Marías confida che lui stesso colleziona cartoline con ritratti di celebri autori e ne possiede circa 150.
Tra tutte le vicende narrate quella che mi ha più colpito si trova nelle ultime pagine del libro e narra alcuni momenti del legame di affetto che intercorreva tra Gustave Flaubert e Ivan Turgenev.
Uniti da una lunga amicizia che durò ben 17 anni i due si scrivevano lunghe lettere e nel corso degli anni presero a lasciar da parte gli argomenti letterari e a concentrarsi sulle loro vicende domestiche.
Sono parole spontanee, a volte ironiche, a volte allegre e talvolta anche amare, tracce di esistenze preziose che a noi hanno lasciato romanzi e parole che ancora amiamo.

I giorni genovesi di Guido Gozzano

“Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo…”

Così si racconta Guido Gozzano nel suo componimento dal titolo Alle soglie e pubblicato nel mese di giugno del 1907.
È giovane Guido, ha soltanto 24 anni ma la sua salute è malferma, il poeta soffre infatti di una lesione polmonare che lo tormenta e lo rende fragile.
E così i dottori prescrivono per lui precise indicazioni terapeutiche che dovrebbero essergli di giovamento e permettergli di rimettersi in forze, come egli stesso scrive nel seguito della poesia:

“Nutrirsi… non fare più versi… nessuna notte più insonne…
non più sigarette… non donne… tentare bei cieli più tersi:

Nervi… Rapallo… San Remo… cacciare la malinconia;
e se permette faremo qualche radioscopia…”

In quel 1907 il poeta giunge così a Genova, città che già aveva frequentato in precedenza.
Cerca ristoro per i suoi polmoni malandati nella salubrità dell’aria salmastra e trascorre così quei giorni della sua giovinezza alla Marinetta di San Giuliano, un albergo ora non più esistente.
Di quel suo periodo genovese narra diffusamente lo storico Michelangelo Dolcino nel suo libro Genova Anni Ruggenti 1900-1920 pubblicato da Editrice Realizzazioni Grafiche Artigiana di Genova, su quelle pagine è riportato anche un brano di una lettera di Guido Gozzano nella quale egli così definisce La Marinetta: Bicocca d’estate, è più bicocca d’inverno.
È piena di spifferi, Guido dice però quel luogo gli dona la vista del mare glorioso con la sua grandiosa potenza, il mare magnifico ristora e riempie lo sguardo di nuova bellezza.

La Genova che vede Gozzano è ben diversa da quella che oggi noi conosciamo, ancora non esiste il nostro Corso Italia, tra scogliere e creuze il panorama è vario e frastagliato ma Guido ama piuttosto appartarsi nelle quiete della piccola spiaggia privata.
In questa città Guido stringe amicizie con poeti e letterati, c’è una bella fotografia nella quale egli è ritratto seduto sul cofano di una vettura attorniato da alcunI eminenti rappresentanti del mondo culturale del tempo tra i quali lo scultore Eugenio Baroni e la scrittrice Flavia Steno.
Tra coloro che egli frequentò c’è anche lo scrittore e poeta Costanzo Carbone che ne tramandò un vivido ritratto:

“Guido veniva ogni anno in quell’oasi di pace a chiedere al mare un po’ di requie per i suoi polmoni malati. E invero, l’aria marina profumata dai pini gli faceva bene, lo rinvigoriva di forze e di volontà: gli restituiva il sorriso e la speranza.”

Costanzo Carbone Rivista Genova del Novembre 1951

La presenza di Guido alla Marinetta diviene memoria sacra da conservare: è sempre Carbone a narrare che il proprietario Checco Grondona guardava con apprensione al suo ospite così cagionevole di salute, lui stesso dava le giuste indicazioni per le gite ritenute inadatte alle condizioni fisiche di Guido.
A Genova il poeta si concede, almeno una volta alla settimana, una passeggiata in centro fino al Carlo Felice.

E sempre tramite Costanzo Carbone il poeta Gozzano conosce il fior fiore degli intellettuali e tra di essi i poeti Giuseppe de Paoli e Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, lo scrittore e giornalista Pierangelo Baratono e il commediografo Guglielmo Zorzi.
La bella compagnia non si faceva mancare i divertimenti e le epiche tavolate con i piatti colmi di lasagne ai tavoli della Marinetta.
Guido, poeta mai dimenticato, compose numerose poesie nella nostra città, tra di esse vorrei ricordare quella dedicata proprio all’Abbazia di San Giuliano e I colloqui dei quali fa parte il già citato Alle soglie.

Il suo stato di salute è per Guido fonte di amare frustrazioni.
Narra sempre Dolcino che Gozzano fu dichiarato inabile al servizio militare e così, mentre i suoi amici e coetanei si conquistavano la gloria al fronte, egli rimase a crogiolarsi nella sua amarezza.
Il suo contributo si limita alla confezione dei pacchi per i soldati ai quali unisce rime di suo pugno ma vuole che a firmare quei suoi versi sia una sua scolaretta: Guido è ritroso e sofferente, lo mette a disagio la dolcezza della sua scrittura paragonata al coraggio virile dei combattenti.
Ed è l’estate del 1916, la stagione fatale per il poeta piemontese.
Trascorre a Genova alcuni giorni sul finire di luglio, forse si espone troppo al sole e fa anche il bagno a Sturla ma invece di trarne beneficio la sua salute ne risulta danneggiata.
Condotto a Torino il poeta perde infine le sue poche forze ed esala il suo ultimo respiro ad appena 33 anni il giorno 9 Agosto 1916.
Breve e tormentato è stato il suo cammino nel mondo, gli eventi della sua vita lo condussero anche in luoghi a me cari.
A tutti noi ha lasciato le sue poesie venate di malinconia ma anche punteggiate di sagace ironia, con le sue magnifiche ambientazioni di inizio secolo, chiunque ami la poesia non sa dimenticare L’amica di Nonna Speranza, la Signorina Felicita e l’inafferrabile fragilità delle gioie davvero mai conquistate:

“Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state…”
Cocotte

Charles Dickens

“In altre parole, Dickens si deliziava delle idiosincrasie e delle leziosaggini dei suoi personaggi. Una volta creati continuavano a vivere in lui come altrettanti amici immaginari che aveva il piacere di presentare nelle occasioni più appropriate.”

Tragedia e gaiezza, dramma e comicità, denuncia sociale e ricerca di giustizia animano le pagine dei suoi romanzi, indimenticabili sono i personaggi che affollano i suoi libri: Charles Dickens è stato uno dei più influenti scrittori del suo tempo e la voce dell’epoca vittoriana.
Non sembrerebbe semplice tratteggiare il percorso dell’esistenza appassionata e a tratti burrascosa di Dickens ma lo scrittore Peter Ackroyd consegna ai suoi lettori una biografia a dir poco superba, il suo volume dal titolo Charles Dickens è edito in Italia da Neri Pozza.
Con una scrittura garbata, puntale ed elegante Ackroyd prende per mano il lettore e lo conduce per le strade cupe di Londra e nell’Inghilterra di Dickens, a fianco dello scrittore più amato della sua epoca, tratteggiando i i giorni della sua vita con un corposo racconto che si estende per ben 564 pagine senza mai perdere intensità.
E per una volta ho fatto un’eccezione: ho rallentato il ritmo della mia lettura per il puro piacere di restare più a lungo in compagnia di Charles Dickens.

Vita e letteratura si intrecciano e si sovrappongono nell’esistenza di Dickens: lo scrittore che narrò drammatiche vicende lacrimevoli di bambini sfortunati fu mandato appena dodicenne a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe.
E Ackroyd ci accompagna a seguire il suo percorso umano da bambino a ragazzo, in contrasto e dissidio con il padre.
Prolifico e fantasioso scrittore Dickens pubblica i suoi romanzi a puntate su diversi giornali, per la sua produzione straordinaria attinge al suo vissuto e alle proprie esperienze personali e nella sua narrazione Ackroyd mette particolare cura nel proporre continui rimandi e collegamenti tra il mondo reale e il mondo letterario in un racconto di una finezza straordinaria.
Il biografo si assume così un compito oneroso e importante: racconta il talento dello scrittore ma narra anche l’uomo con i suoi pregi e i suoi umani difetti.
Di Dickens scoprirete passioni e debolezze, la tormentata vita sentimentale e il rapporto non sempre facile con i suoi figli.
Di Dickens conoscerete la fragilità, la sua continua ricerca della sicurezza economica come conseguenza degli anni difficili della sua infanzia.
Saprete come i suoi contemporanei percepivano la figura di lui, scrittore amato e idolatrato, a volte però la realtà si discostava dall’idealizzazione iconica che il pubblico aveva di lui.
Viaggerete con Dickens, in giro per l’Europa e fino in America, ci sarete anche voi ad ascoltare le sue conferenze e sarete silenziosi spettatori del suo metodo per inventare i nomi dei suoi personaggi.
Ah, quando parlava incantava tutti!
Sarete accanto a lui e ai suoi amici, un consesso di celebri scrittori del tempo, particolarmente emozionanti per me sono i suoi incontri con Hans Christian Andersen.
Non lascia nulla in sospeso Peter Ackroyd ed io gli sono davvero grata per questo suo sublime ritratto: la grandezza di uno scrittore si riscontra nella capacità di farti vivere realmente tra le pagine dei suoi scritti e Ackroyd riesce magistralmente nell’intento.
Non vi ho svelato poi molto della vita di Charles Dickens, vi lascio la gioia di scoprirla da voi tra le pagine di questo libro che mi dispiace persino di aver terminato, non a caso questa biografia suscita il desiderio di rileggere i romanzi di Dickens e lascia un patrimonio di sensazioni per me prezioso.
A tratti, su certe pagine, ho lasciato un bel sorriso.
Altrove, invece, mi sono davvero commossa, in particolare quando l’esistenza terrena di Dickens sta per volgere al termine e Ackroyd immagina attorno allo scrittore tutti quei personaggi magnifici scaturiti dalla sua fantasia, da Oliver Twist a Nicholas Nickleby, dal Signor Pickwick alla Piccola Dorrit.
E sulla fragilità effimera che contraddistingue la vita riluce così la stella brillante dello scrittore geniale il cui nome sarà sempre immortale grazie a quel suo talento inimitabile.
Dickens fu un uomo eclettico con una personalità dalle molte sfaccettature, ebbe nella sua esistenza glorie e trionfi ed è ancora Ackroyd a chiosare con sapienza lo stile di questa sua biografia e la sua maniera di farci conoscere Dickens svelandone certi particolari ed istanti.
A questo libro, scrive Ackroyd, ben si adatta una saggia citazione tratta da David Copperfield:

La vita è un insieme di inezie.

È proprio là, in certi fatti apparentemente da poco e negli eventi del quotidiano che si può trovare la chiave di lettura di certe opere grandiose di Charles Dickens, in quel gioco straordinario in cui letteratura e vita si incontrano e si intrecciano.

L’ultimo amore

Doveva essere un amore grande a far battere i cuori di Giuseppina e Mario, lei scriveva a lui parole dolci e sentimentali.
Da Giuseppina al suo amato Mario, a quanto sembra lei era solita inviare al suo innamorato certe cartoline e alcune di esse ora appartengono a me, ho anche già avuto modo di mostrarvene alcune: in una traspaiono certi romanticismi, un’altra invece è accompagnata da palpitanti parole d’amore.
Così Mario avrà conservato questi preziosi cartoncini con la dovuta attenzione, chissà poi quali cartoline avrà scelto lui per la sua Giuseppina.
Lei così appassionata e romantica, lei così amorevole e affettuosa.
Lei che forse avrà avuto un ritrattino del suo adorato Mario tra le pagine di un libro di poesie.
Lei che lo attendeva con trepidante speranza, proprio come la giovane che compare sulla cartolina che vedete qui sotto: una fanciulla con l’abito celeste e leggero, fiori profumati in grembo, i boccoli pettinati con cura, una piuma vaporosa sul capo.
E lo sguardo sognante e innamorato, fiducioso di un sentimento destinato a durare per sempre.
Per tutti i giorni della vita.
Senza finire mai.
Proprio con quella disposizione d’animo così perfettamente descritta da uno scrittore a me molto caro.

Men always want to be a woman’s first love. That is their clumsy vanity.
We women have a more subtle instict about things.
What we like is to be a man’s last romance.

Gli uomini vogliono sempre essere il primo amore di una donna. Quella è la loro sciocca vanità.
Noi donne abbiamo un istinto più sottile per le cose.
Ciò che desideriamo è essere l’ultimo amore di un uomo.

A woman of no Importance – Oscar Wilde