I miei libri, i miei amici

Leggere è un’emozionante avventura che ti permette di viaggiare in territori sconosciuti e di incontrare visi a te ignoti, se l’autore ha talento e genialità alcuni di questi volti resteranno per sempre nella tua memoria e diverranno amici che ogni tanto vorrai rincontrare.
E non esistono una sola Emma Bovary e un solo Huck Finn, ogni lettore ha una diversa sensibilità, un differente modo di percepire emozioni e sensazioni, ognuno di noi immagina i protagonisti dei libri in maniera del tutto unica, ognuno ha la propria Emma e il proprio Huck.
E’ lo straordinario privilegio di noi amanti della lettura, noi abbiamo dei mondi tutti nostri e non importa se alcuni non capiscono cosa intendiamo dire, a noi va bene così.
Io amo leggere, in estate mi piace anche farlo all’aperto, mi basta avere il mio libro e non mi accorgo neanche più di ciò che accade intorno a me.
E l’altro giorno me ne sono andata a leggere su una panchina, c’era il vento, in questa estate calda, c’era l’aria che fischiava tra le foglie e tra i rami degli alberi.
E d’un tratto, mentre ero immersa in quelle parole, un’ospite inattesa ha fatto il suo debutto, a pagina 205.

Libro (2)

Del resto si sa, noi lettori siamo creature fortunate, proprio per quella faccenda della quale parlavo prima: i nostri universi immaginari racchiusi tra le pagine dei nostri libri.
Ci destreggiamo tra epoche e scenari diversi, un giorno potreste trovarci immersi nello fosche atmosfere di un castello in Danimarca e il giorno successivo potremmo andare a finire in una strada newyorkese congestionata dal traffico, siamo così noi lettori, non conosciamo confini e neppure ostacoli.

Libro (4)

E a dire il vero quando abbiamo tra le mani un libro che amiamo non vediamo l’ora di arrivare in fondo ma allo stesso tempo non ci piace affatto l’idea di terminare quella lettura, in un certo senso vorremmo che quel libro non finisse mai.

Libro (3)

E per l’appunto alcuni autori diventano come degli amici cari, ogni tanto torniamo a trovarli.
E’ questo il caso, il libro che sto leggendo è il racconto coinvolgente di un viaggio in una terra distante: In un paese bruciato dal sole. L’Australia raccontata da Bill Bryson.
Non è la prima volta che lo leggo, lui è uno degli scrittori contemporanei che amo di più, a lui ho già dedicato questo post.
Vuoi andare dall’altra parte del terra? Ti ci porta lui, il mio amico Bill, con una scrittura attenta, divertente e originale.
Noi che amiamo i libri non siamo neanche certi di saper trovare la maniera per spiegare quale entusiasmante avventura sia per noi la lettura.
Semplicemente non ci bastano le parole e non vorremmo scordare qualche emozione, qualche sobbalzo interiore difficile da narrare.
No, non sappiamo spiegare  l’amore per i libri e qualunque cosa sia sta tutta lì, nella frase di Bill Bryson che per caso è rimasta in uno dei miei scatti: è anche meglio.

Libro

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Villa Negrotto e i sospiri di Mary Shelley

C’è una casa, a Genova, che fu scenario di giornate tristi.
E’ situata in un quartiere elegante a poca distanza da Corso Italia, qui giunse nel settembre del 1822 la scrittrice Mary Wollstonecraft Godwin, da poco vedova del celebre poeta Percy Bisshe Shelley.
Mary ha il cuore gravato dal peso di un dolore indicibile, l’abisso le ha portato via il suo compagno e con la spuma del mare si è dissolta anche la sua gioia di vivere.
Accadde in questo giorno, era l’8 Luglio del 1822 quando il mare ghermì il giovane poeta e il suo genio, alla tragica e prematura fine di Shelley ho già dedicato questo post che narra il tempo di lui e Mary a Casa Magni, a San Terenzo.

San Terenzo (2)

Il destino sa essere amaro e imprevedibile: Mary ha 25 anni ed è sola, Mary ha un figlio, un bambino di nome Percy Florence, Mary sa bene che ha il dovere di vivere per lui.
L’estate calda è per lei cupa e angosciante, è agosto quando in una sua lettera scrive queste parole:

All that might have been bright in my life is now despoiled.
Tutto ciò che poteva essere luminoso nella mia vita è ora distrutto.

Condivide questo momento difficile con Jane Williams, anch’essa ha perduto il marito Edward nel naufragio che ha spezzato il respiro di Shelley.
E’ tempo di lasciare i luoghi del dolore, Jane partirà alla volta di Londra e Mary invece si fermerà a Genova, in primo luogo soggiornerà all’Hotel Croce di Malta, a Caricamento, di questo albergo vi ho già parlato diverse volte in quanto ospitò molti celebri viaggiatori.

Hotel Croce di Malta

Mary cerca una casa, resterà in questa dimora per diversi mesi e con lei abiteranno gli amici Hunt con la loro numerosa prole, non sarà una convivenza facile.
Avrà il conforto di un caro amico, Lord Byron, sarà proprio Mary a trovare per lui la casa nella quale Byron abiterà, si tratta di Villa Saluzzo Mongiardino, un magnifico edificio in Via Albaro.

Villa Saluzzo (2)

Byron le commissiona la trascrizione di alcuni suoi testi, le presta libri e penne, la corrispondenza di Mary parte dalla casa di lui.
Su Villa Saluzzo c’è una targa che ricorda il soggiorno del poeta inglese, naturalmente questo tema merita il dovuto approfondimento e mi riprometto di scriverne presto.

Villa Saluzzo

A breve distanza, in Via Zara 24 b, si trova Villa Negrotto, la dimora che ospitò Mary Shelley.

Villa Negrotto (3)

E’ una zona tranquilla e affascinante, ricca di ville e giardini, nell’Ottocento doveva essere ancor più bucolica e quieta.
E malgrado tutta questa dolcezza i giorni genovesi di Mary Shelley furono amari, non c’era bellezza che potesse consolarla.

Fiori

Del resto, per quale ragione era giunta lì?
Percy era morto travolto dalle onde e Genova per Mary era una condanna.
Lo si evince dalle lettere che lei scrive da questa casa in Albaro, detestabile questa città che per lei è sinonimo di tristezza e solitudine, nelle sue missive ricorre spesso il termine malinconia.
Qui, scrive Mary, nulla mi parla di lui, soltanto il mare infido, il mare che lo ha ucciso.

Mare

E’ una donna ferita e carica di dolore e non trova conforto neppure nella comunità di inglesi residenti a Genova che le sono apertamente ostili.
Genova è solitarie passeggiate, rimpianto e isolamento.
Sola, le poche persone che frequenta non sembrano comprendere il vuoto che la pervade.
Sola, sola con gli scritti di Percy, tra quelle righe c’è tutto l’afflato della vita.

Villa Negrotto (4)

Sola, in un inverno amaro sferzato dal vento.
La sua giornata inizia alle nove del mattino, Mary scrive e studia, copia gli scritti di Shelley e si dedica al greco, ma la sua disperazione pare non abbandonarla mai.
Eppure, malgrado ciò, quando ormai sarà lontana da Genova in una sua lettera ne scriverà con nostalgia, ricorderà gli alberi fuori dalla sua finestra e il cielo splendente, il grande mare e le alture sinuose.

Villa Negrotto

E ci sarà Genova in uno dei suoi racconti dal titolo Transformation.
Sulla casa che la ospitò è stato apposto un marmo, in memoria di quel tempo che lei trascorse in questa città.

Villa Negrotto (2)

Lasciò Genova per tornare a Londra, nella capitale inglese l’attendeva il successo della rappresentazione teatrale del suo Frankenstein.

Villa Negrotto (5)
L’Italia con le sue dolcezze non seppe lenire il dolore della sua perdita, un amore trascinato via dalle onde, nel mare di Liguria, l’8 Luglio 1822.

San Terenzo (7)

Casa Magni – San Terenzo

Attese in bianco e nero

Ti ho attesa, in quella piazza in bianco e nero, seduto su uno dei gradini che portano alla chiesa.
Ho sperato di vederti arrivare di corsa, spettinata e sorridente, in ritardo, come al solito.
Ti ho attesa, al di là di ogni ragionevole speranza.
C’era un gatto accoccolato su uno scalino, c’era un mio pensiero che vagava in cerca di te, c’era una foglia caduta, un refolo di vento l’ha fatta scivolare giù, giù per i gradini.
C’era tutta la mia ostinazione, in quell’attesa.
C’erano le ore  passate, le notti di stelle, le nostre fughe sotto il temporale, c’era il giorno della tua laurea, c’era il cigolio della tua bicicletta.
Ed io, seduto su uno dei gradini che portano alla chiesa.
In attesa di te, con un libro tra le mani.
E quella poesia, me l’hai fatta conoscere tu.
Tu.

And now as broken glasses show
A hundred lesser faces, so
My ragges of heart can like, wish and adore,
But after one such love, can love no more.

E ora come specchi frantumati mostrano
cento volti più piccoli, così
i miei frammenti di cuore possono voler bene, desiderare e adorare,
ma dopo un tale amore, non possono più amare.

The Broken Heart, John Donne

Piazza San Matteo

Il diario di Adamo ed Eva, la creazione secondo Mark Twain

Vizi e virtù, pregi e difetti del genere umano, protagonisti della storia il primo uomo e la prima donna.
Una sfida per chiunque, è facile cadere nella banalità con un tema simile,  se però lo scrittore è Mark Twain potete starne certi, il libro sarà esilarante, divertente ed originale.
The Diary of Adam and Eve, Il diario di Adamo ed Eva, venne pubblicato per la prima volta nel 1906 in una raccolta dal titolo The $ 30,000 Bequest and other stories, il racconto viene qui presentato insieme ad altri testi, alcuni di essi sono anche inclusi in Letters from the Earth, io quest’ultimo libro l’ho comprato a Londra su una bancarella dell’usato e ne sono molto gelosa.
E’ un racconto graffiante ed ironico alla maniera del miglior Twain.
E quei due, Adamo ed Eva, non potrebbero essere più moderni.
E l’ambiente in cui nascono, il giardino dell’Eden, non potrebbe essere più americano.
Se il lettore si aspetta una rivisitazione sui generis resterà certamente soddisfatto, i nostri antenati sono tipi umani con idiosincrasie, debolezze ed incomprensioni.
Un uomo e una donna.
Ed è proprio Adamo ad aprire il racconto e, come spesso accade con i grandi libri, nell’incipit c’è già l’essenza di tutto il racconto.
Infatti il nostro Adamo ha un bel problema:

This new creature with the long hair is a good deal in the way. It is always hanging around and following me about.

Questa nuova creatura con i capelli lunghi mi sta sempre tra i piedi. Mi sta sempre intorno e mi segue ovunque.

Ecco.
E davvero Eva è molto diversa da lui, Adamo vorrebbe starsene per i fatti suoi e gettarsi dalle cascate per puro divertimento, Eva dice che la cosa la terrorizza, tra il resto sostiene che quelle siano le Cascate del Niagara, hanno proprio quell’aspetto, quindi lei le ha chiamate così, punto e basta!
E’ un suo vizio, trova un nome per ogni cosa e mette cartelli dappertutto.
Eh già, la nostra Eva ha le idee chiare, sostiene che l’Eden sarebbe un posto perfetto per i turisti, se solo ci fossero, questi benedetti turisti!
E quanto parla Eva!
Ad ogni buona occasione infrange il sacro silenzio nel quale si immerge quel solitario di Adamo.
Ed è vanitosa e fatalmente curiosa, gira sempre intorno all’albero delle mele, quanto la tenta quel frutto proibito!

Mele

E Adamo è spiazzato, non sa davvero come gestire la situazione, per non dire del fatto che lei usa la parola “noi”.
Noi? Come sarebbe?
E naturalmente si seguiranno le avventure di Adamo ed Eva anche fuori dal Paradiso Terrestre,  c’è la scoperta del mondo e della morte, la consapevolezza del senso della paura e dei ritmi della vita.
E ci sono le domande e il tentativo di darsi delle risposte.
Sollevi una piuma e questa si libra leggera nell’aria, sollevi una zolla di terra e non accade lo stesso.
Perché? Quanti interrogativi si pone la nostra Eva!
E quando poi nasce Caino Adamo ci mette parecchio tempo a capire di cosa si tratti, non vi svelo i dettagli per non rovinarvi il gusto della lettura.
Un diario che  strappa parecchi sorrisi al lettore, brillante, ironico e incalzante, un libro che sa divertire e al contempo offre diversi spunti per riflettere, un regalo del nostro amico Mark Twain.
Adamo ed Eva non si capiscono, bisticciano, discutono, hanno opinioni diverse e maniere opposte di porsi.
Eppure qualcosa li lega, con il tempo troveranno un punto d’incontro e una loro sintonia.
E nella sua umana dimensione Eva dirà che la sua speranza è quella di lasciare le cose del mondo insieme ad Adamo, nel medesimo istante.
E nel suo discorso si trova l’espressione dell’umana fragilità e il timore dell’abbandono.
Un uomo e una donna, un paradiso perduto e un mondo trovato.
E una strada da percorrere insieme.
E le parole, quelle parole che Adamo fa incidere sulla tomba di lei, simbolo di un legame che non si può spezzare.

Wherever she was, there was Eden.
Ovunque lei fosse, lì era l’Eden.

Mele (2)

Daniel Defoe e i malfattori di Londra

C’è gente pericolosa, a Londra.
Sono tipi astuti e lesti, sempre pronti a fregarti, sono incalliti professionisti del crimine.
Prendete John Sheppard, ad esempio.
L’elenco dei suoi delitti non finisce più, lui è un ladro matricolato, un rapinatore della peggior specie e tra il resto è pure un mago delle evasioni.
La prima volta se la filò dalla prigione nascondendosi sotto un mantello, fuori ad attenderlo c’era una carrozza.
E c’era la sua donna, una che faceva vita di strada, naturalmente.
Se ne andarono a bere con il loro compare e poi, con calma, Sheppard si liberò delle catene che ancora portava addosso.
Lo riacciuffarono e lui provò di nuovo a battersela.
Nella sua cella trovarono una lima dentro a una Bibbia, poi lo sorpresero con altri attrezzi, aveva persino un martello e un scalpello.
Un tipo tosto Sheppard, uno che non si dava per vinto.
E quando riuscì a mettere in atto la sua seconda rocambolesca evasione lasciò le guardie con un palmo di naso: mattoni smossi, una coperta assicurata alle sbarre e la fuga verso la libertà.
C’è gente pericolosa, a Londra.

Londra (2)

La trama di un libro di avventure?
No, signori, una vita vera raccontata dalla sapiente penna di Daniel Defoe, per l’occasione ineffabile cronista per l’Applebee’s Journal.
La vicenda di John Sheppard insieme ad altre è narrata nel libro intitolato I peggiori criminali del nostro tempo, dato di recente alle stampe da Edizioni Clichy.
Il genio di Defoe ci ha lasciato memorabili figure della letteratura, da Moll Flanders a Robinson Crusoe, con pari talento egli tratteggia queste figure di uomini, sullo sfondo c’è la misteriosa Londra settecentesca, una città pericolosa, ovunque si aggirano personaggi sinistri.
E i protagonisti non sono eroi, sono veri criminali.
E’ gente destinata al carcere, alla deportazione e al patibolo, faranno tutti una brutta fine.
E Defoe come li racconta?
La sua è una scrittura intensa e realistica, Defoe stesso aveva conosciuto il carcere e la gogna e sa descrivere con mirabile perfezione i lati oscuri di quel mondo, tra queste pagine troverete scenari da romanzo e delinquenti dai tratti quasi leggendari.
E così farete la conoscenza di Jonathan Wild.
I furti sono all’ordine del giorno e la gente a chi si rivolge per avere indietro la propria roba?
A lui, a Wild.
E scoprirete di cosa è capace costui, certo non è un benefattore!
E’ pure uno che piace alle donne, ha avuto parecchie mogli, Defoe ve le presenterà una per una.
Sono esistenze complicate le loro, queste giovani sono abituate a confrontarsi con uomini che vivono di espedienti e di disonestà, sono persone reali e vere ed è il talento dello scrittore a renderle tali.
Vedrete le vie eleganti di Londra e i suoi bassifondi, ladri e malfattori sono ad ogni angolo di strada, non c’è difesa.

Londra (3)

Ed ecco le carrozze assaltate con il favore delle tenebre, ecco tremanti nobildonne derubate dei loro beni.
E un gentiluomo al quale con astuta maestria viene sottratta una pregiata tabacchiera d’oro, il ladro è talmente abile che il derubato in pratica gliela lascia cadere tra le mani.
E che dire di colui che si impossessò di un bastone da passeggio dal pomo dorato?
Con mirabile astuzia e con incredibile rapidità lo sostituì con un bastone dal pomo d’ottone, dileguandosi con un prezioso bottino.
Un libro che si legge d’un fiato, scritto con una maestria non comune, propria soltanto dei grandi della letteratura.
Se amate i classici amerete questo libro.
Se amate Londra e le sue storie vi perderete tra queste pagine.
E magari tornerete indietro a rileggerne alcune, io l’ho fatto, mi capita solo con i libri che lasciano il segno.
Un mondo inquieto, sul quale aleggiano scure nuvole che passano rapide e sempre ritornano ad adombrare il cielo.
E lascio questo cielo sul finale, con una citazione che amo, sono parole tratte da uno dei più celebri romanzi di Defoe, anche in questo libro sullo sfondo c’è una prigione, la stessa nella quale vennero rinchiusi John Sheppard e i suoi compari.

I saw the cloud, though I did not foresee the storm.
Ho visto la nuvola, anche se non avevo previsto la tempesta.

(Daniel Defoe – The fortunes and misfortunes of Moll Flanders)

Londra

Le foto di Londra sono di mia nipote, grazie Maddy!

Una sposa per un Lord

C’era una volta un nobiluomo che possedeva terre e fastose dimore.
E forse di tutte le sue ricchezze non sapeva che farsene, nella sua vita c’era un incolmabile vuoto.
E lui, il nostro Lord inglese, una notte si ritrovò a rigirarsi nel letto: non c’era verso che riuscisse a prender sonno.
Così, in quelle sue ore di veglia, prese una ferale decisione: doveva prender moglie.
Sì, con una donna al fianco sarebbe cambiato tutto.
Stabilì pertanto che avrebbe condotto all’altare la prima che gli sarebbe capitata a tiro al momento del risveglio.
Giunse così l’ora tanto agognata, il sole tinse di rosa il cielo, era mattino.

Alba

Il nostro risoluto Lord chiamò il suo cameriere e con tono deciso e perentorio pronunciò all’incirca queste parole:
-Mandate da me la prima ragazza della casa che incontrate!
Il maggiordomo si girò sui tacchi, scese le scale e compì il suo dovere.
Lei si chiamava Jenny era la figlia del portinaio ed era un fiore di bellezza appena sedicenne.
E quando si trovò davanti al padrone ascoltò ciò che lui aveva da dirle:
– Andate a vestirvi, voglio condurvi in chiesa e sposarvi.
La ragazza lo guardò allibita e senza alcun timore disse che lei non ci pensava proprio a diventare sua moglie!
Aveva ben altri progetti la giovane Jenny, c’era già un innamorato ad attenderla e lei non ci pensava proprio a sposare il Lord!
E poi era davvero una proposta seria? A pensarci sembrava uno scherzo!
Così corse da sua madre le raccontò tutta la faccenda, entrambe risero di gran gusto di quel singolare episodio, a quanto pare non riuscivano a crederci!
Rimasero in giardino a chiacchierare, tra i fiori del Lord.

Fiori

E intanto lui nella sua camera aspettava, aspettava, aspettava.
– Possibile che non si veda questa benedetta ragazza? – Pensò tra sé e sé.
Così chiamò nuovamente il cameriere e chiese se Jenny si era vestita come le era stato detto e il pover’uomo, in evidente imbarazzo, disse che la ragazza non era affatto intenzionata a convolare a nozze.
Il Lord non fece un plissè, si limitò a ordinare che fosse condotta da lui un’altra fanciulla.
Il cameriere ridiscese, sperando che questa volta la questione si risolvesse felicemente!
E fu così che si imbatté in una ragazza dal carattere più timido, era una sguattera di cucina.
E costei annuì e acconsentì alla proposta del Lord e così lui la portò in chiesa e quella che si era alzata la mattina servetta, andò la sera a letto padrona e lady.
E vissero felici e contenti.
Come dite? So perfettamente cosa state pensando!
Miss Fletcher, ma cosa ti vai a inventare? Questa storia ricorda per certi versi la vicenda di una certa Cenerentola!
Eh no, cari amici, siete in errore, nulla è frutto della mia fantasia, questo aneddoto è riportato dal signor Chantreau, vi avevo anticipato che vi avrei narrato alcune storie tratte dalle sue memorie di viaggio in Inghilterra.
E non è finita, la fiaba ha un seguito curioso.
A quanto pare il matrimonio fu gioioso e felice, il nostro Lord aveva trovato una moglie perfetta.
Lei gli donò un figlio e di lui così scrive Chantreau:

Taccio il suo nome perché vive ancora e ha alla corte uno dei primi posti.

Colpo di scena, sipario, the end.
Chantreau visitò la terra di Albione nel 1788 e nel 1789.
Chi sarà mai questo illustre uomo di corte?
Riusciremo a scoprire il suo nome?
Chissà!
E tuttavia, come sempre, la vita a volte sa essere magica e avventurosa proprio come una fiaba.

Libro (2)

Madama Cinciallegra e gli schiamazzi di Piazza Ponticello

Conoscete Madama Cinciallegra?
E’ una genovese dalla parlantina sciolta e ci accompagnerà in un luogo di Genova perduta.
Mi sono imbattuta in lei per puro caso, ritrovandomi a leggere un componimento di Steva De Franchi, nobiluomo e poeta genovese vissuto nel ‘700, autore di rime scritte nel dialetto della Superba.
Ho condiviso questa mia scoperta con un caro amico che mi onora di leggere queste pagine, il suo nome è Pino e parla alla perfezione il genovese, ne è un vero maestro.
E da persona gentile e generosa si è offerto di tradurre per me questa poesia, Pino mi ha fatto uno splendido regalo del quale lo ringrazio di cuore.
E allora vi racconterò alla mia maniera questa poesia che offre un suggestivo spaccato di quotidianità genovese di un altro tempo, vi porterò là, nella piazza di Genova che non esiste più e che si trovava nella zona dell’attuale Piazza Dante.
Piazza di mercato e di popolo, piazza di gente semplice.

Piazza Ponticello (2)

Piazza Ponticello
Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E c’è anche Madama Cinciallegra che si confida con un’amica e narra cosa le tocchi sopportare ogni giorno, questi sono gli schiamazzi che sente Madama Cinciallegra sulla Piazza di Ponticello, ovvero Ri sciaratti che sente Madonna Parissoeua Sciu’ra Ciaçça de Pontexello, questo è il titolo della poesia.
Dunque, dovete sapere che la nostra Madama abita solo da qualche mese in Ponticello, prima stava alla Marina poi ha bisticciato con una vicina di casa e ha pensato bene di traslocare.
Non lo avesse mai fatto, si è andata a cacciare in un bel guaio!
E infatti si lamenta:

Figgia caa! nè dì, nè noeutte
chi no se peu ciù quietâ!

Figlia cara! né di giorno né di notte
qui non si può più quietare!

Di mattino presto ci si mette  quello del latte, a gran voce offre la sua bevanda che vende pura, rappresa, cotta o cruda.

Venditore di Latte

Venditore di latte
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E poi si levano i profumi, gli odori e i rumori dei forni, le voci tonanti dei bottegai della piazza che chiamano i clienti.
Castagnacci, cioccolata e sfogliatelle, ce n’è per tutti i gusti!

Castagnaccio

Panificio Sebastiano

E guardate un po’, lo vedete quell’ometto curvo? E’ un zembetto, un gobbetto, fa il merciaio, anche lui ha roba interessante da offrire.
E uno sbraita che ha crusca da vendere, l’altro urla che sa riparare le sedie, se qualcuno ha bisogno si faccia avanti!
E intanto c’è quello che chiama lo spazzino, Piazza Ponticello è un vero bailamme!

Piazza Ponticello

Piazza Ponticello
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Serve dell’aglio? Naturalmente qui ne troverete in abbondanza:

Pe oeutto sodi çento teste
Chi voeu l’aggio, vendo reste
Chi voeu l’aggio da pestâ?

Per otto soldi cento teste
Chi vuole l’aglio, vendo reste
Chi vuole l’aglio da pestare?

Aresu (16)

Polleria Aresu

E la besagni-na, la verduraia, con quel suo tono da litania pare quasi cantare mentre enumera i doni della terra che colmano le sue ceste: lattughetta, radicchio fresco e cetrioli.
Ponticello è un caravanserraglio di gente, uno strepito di voci, urla e grida.
E c’è tutto, stringhe e fibbie, aghi, pettini e calamai, uno espone il gioco dell’oca e il lunario con il calendario dell’anno che verrà.
C’è legna da ardere nel fuoco scoppiettante, ci sono ricotte bianche e morbide, vengono da ogni parte a vendere in Ponticello, laggiù c’è un villico di Albaro, lo vedete?

Piazza Ponticello (3)

Piazza Ponticello
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E tutto questo per la disperazione di Madama Cinciallegra, povera donna!
Non riesce più a sopportare quello con il violino, più che suonare sembra che torturi le corde, non ha il minimo talento!
Un ambaradan che non finisce mai, c’è un tipo nero nero, è lo spazzacamino e se non è lui a far confusione ci si mettono il falegname, lo scalpellino e il calderaio.
Per non dir dello speziale, batte con il pestello e fa tremare le finestre mentre un altro grida: formaggi, aringhe e baccalà!

Pesce

Mercato Orientale

E piano piano il giorno sta per terminare, forse adesso Madama Cinciallegra potrà starsene in santa pace?
Macché, sentite cosa dice:

Ve stimæ ch’a se finìa?
Pensate che sia finita?

Magari!
Passano i garzoni con asini carichi e muli, intanto il tavernaio urla a gran voce: la torta calda è pronta!
E certe donne invece vendono il sedano per l’insalata, e quando la povera Madama pensa di poter finalmente riposare le orecchie salta su quella che grida che ha le panisse belle pronte e fumanti!

I fritti

Friscieu,  panissa e latte brusco – Ristorante il Genovese

E il peggio deve ancora venire, con il buio dal fondaco viene un can can che non vi dico!
Gente che gioca alla morra per ingannare il tempo!
E poi:

 Spie, camalli e pellendoin
Che se dan pugni e pattoin

Spie, camalli e pelandroni
Che si danno pugni e schiaffoni.

E gli innamorati? Ah, violino, canti e chitarre, povera Madama Cincialliegra!
Quando la musica finisce  ecco che si ricomincia con ben altro, ahimè!
E attacca il fornaio e poi è il turno del pastaio, tutta queste persone fanno un rumore del diavolo e la nostra Madama non ne può davvero più!
E sapete cosa ha deciso?
Se ne andrà a stare al Castellaccio, sulle alture di Genova, ben lontana dai frastuoni di Piazza Ponticello.
E così terminano le disavventure di Madama Cinciallegra.
Io ho dei ringraziamenti da fare e sono rivolti a dei veri amici.
Grazie a Pino per la sua preziosa traduzione, senza di lui non credo che avrei compreso ogni parola di questa poesia.
Grazie a Eugenio Terzo e Stefano Finauri, come sempre le loro collezioni di cartoline mi permettono di vedere Genova scomparsa, è un regalo grande questo.
E infine ancora grazie all’illustre  Steva De Franchi, desidero includere anche lui tra i miei amici, lui che con le sue parole ha saputo farmi ascoltare gli schiamazzi di Piazza Ponticello.

Piazza Ponticello (4)

Piazza Ponticello
Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Un ragazzo di nome Oscar Wilde

Era il 16 ottobre 1854 e alla luce del mondo nasceva a Dublino il genio di Oscar Wilde.
Suo padre era il medico di celebrata fama William Wilde, sua madre Jane, alla quale diverso tempo fa dedicai questo articolo, era una donna particolare come certe protagoniste di alcune commedie del suo celebre figlio.
Il futuro scrittore ha un fratello più grande, Willie, da ultima nascerà sua sorella Isola, destinata a una precoce fine.
Ma com’era da bambino Oscar Wilde?
Perdonatemi, come scrive il biografo Richard Ellmann, occorre ricordare che Jane chiamava suo figlio Oscár, un vezzo al quale ci atterremo anche noi.
E sempre Ellmann riferisce aneddoti e memorie sull’infanzia e la giovinezza di Oscar.
Merrion Square 1, la casa di famiglia dei Wilde.

Dublino

E’ l’estate del 1855, i due fratellini sono seduti davanti al caminetto, a breve distanza dal fuoco sono appese ad asciugare due camicie.
E d’improvviso la fiamma divampa e la stoffa s’incendia, il piccolo Willie terrorizzato urla per chiamare la bambinaia, Oscar invece batte le mani per la felicità.
E una volta adulto considererà: “Questo è un esempio della differenza tra Willie e me”.
E’ il suo stile, pungente ed ironico.
La famiglia è ricca e benestante, Oscar cresce negli agi e ha poco più di dieci anni quando viene mandato dai genitori alla Portora Royal School.
Ci mette poco a manifestare il suo genio, la scuola lo forma e lui eccelle negli studi classici.
Ha un pregio, una dote che lo rende particolare: la rapidità nella lettura, lui stesso confiderà agli amici di saper leggere in contemporanea due pagine di un libro.
E per lo stupore dei suoi compagni, Oscar sa tradurre oralmente Platone e Tucidide, il suo genio emerge giorno dopo giorno.
E’ già un maestro nell’uso della parola, diviene colui che è capace a coinvolgere gli altri nei suoi racconti, Wilde ha il talento dell’affabulazione, sua è l’arte di narrare con la finezza dell’ironia.
E suo il gusto dello scherzo giocoso, lo conserverà anche negli anni dell’Università.

Oscar Wilde (2)

Gli amici ricordano, gli amici raccontano.
E Oscar Wilde ragazzo si divertiva a salire in cima a una collina per poi rotolare giù.
Andava a teatro e con il fratello e gli amici e la bella compagnia occupava il palcoscenico esibendosi in spettacoli improvvisati, finivano regolarmente buttati fuori di peso.
E ancora lo studio, le letture, la filosofia, l’estetismo, l’amore per i preraffaeliti e la predilezione per i gigli così cari a questa corrente artistica.
E certe eccentricità così consuete per lui.
Eccolo Oscar, è in giro a fare compere con il suo amico Hunter Blair, comprerà due preziosi vasi di porcellana per i suoi amati gigli.
E a questo proposito pronuncerà una delle sue frasi più celebri :

I find it harder and harder every day to live up to my blue china.

Mi è sempre più difficile vivere ogni giono all’altezza delle mie porcellane.

Se anche voi apprezzate Oscar Wilde leggetevi la biografia di Ellmann, vi consentirà di conoscere i momenti gioiosi e le tormentate vicende dell‘autore irlandese..
Oscar da ragazzo fu uno dei tre studenti ad assicurarsi una borsa di studio per il Trinity College di Dublino, sempre Ellmann racconta che il suo nome fu scritto nell’albo scolastico a lettere d’oro e venne poi cancellato quando lo scandalo ingiustamente travolse e distrusse la vita di Wilde.
In seguito, quando il suo genio venne universalmente riconosciuto il suo nome tornò a sfavillare tra le pagine di quell’albo.
Era il 16 ottobre 1854 e alla luce del mondo nasceva a Dublino Oscar Wilde.
Sono passati 160 anni da quel giorno, lui è sempre presente con i suoi equilibrismi linguistici, con le battute taglienti, con le figure che non si dimenticano, vive e vere come lui.
E con i suoi libri, Wilde è un mio caro, insostituibile amico.
E oggi è il suo giorno, buon compleanno Oscár.

Oscar Wilde

I miei libri, naturalmente!

I pensieri oziosi di un ozioso, libro per un’oziosa vacanza

Ancor più in estate ci coglie il desiderio di trascorrere ore piacevoli in compagnia dei nostri amici e così ci si siede all’ombra di un grande albero, magari ci si porta al seguito una bella cesta da picnic, si stende sull’erba una tovaglia a quadretti e ci si lascia andare in gradevoli conversazioni.
Ed io in questi giorni ho trascorso deliziosi momenti insieme ad un caro amico, un compagno di viaggio insostituibile.
Signori, dalla mirabile penna di Jerome Klapka Jerome ecco a voi un libricino perfetto per i giorni d’estate, I pensieri oziosi di un ozioso, libro per un’oziosa vacanza.
E già il titolo promette bene, non pare anche a voi?
Si tratta di un volumetto di neanche 150 pagine, la mia è un’edizione della vecchia BUR, leggera e maneggevole.
E che fa il caro Jerome in questa sua breve opera?
Discetta amabilmente sui più svariati argomenti, esattamente come si farebbe seduti su un prato, in un pomeriggio di luglio.
La vanità e la pigrizia, l’amore e il tempo, i bambini, i cani e i gatti, la timidezza e la memoria, non c’è tematica sulla quale Jerome non sappia chiosare in maniera perfetta.
E sapete qual è il grande pregio di questo libro?
Davvero ti sembra di chiacchierare con un vecchio amico ed ogni paragrafo è affrontato con una semplicità a dir poco disarmante.
E così verrebbe da dire che forse chiunque sarebbe in grado di scrivere qualcosa del genere, in fondo che ci vuole?
Il talento, cari lettori, è il talento a far tutta la differenza.
E Jerome sa delineare pregi e difetti dell’animo umano con assoluta lievità, lui è un pittore che sa mescolare le tinte della tavolozza della vita e tracciare sfumature inconfondibili.
E i suoi pensieri sono tutt’altro che oziosi, ovviamente.
Con il suo stile sottilmente ironico in questo libricino Jerome offre ai lettori dei quadretti esilaranti che faranno sorridere gli estimatori di Tre uomini in barca (per non parlar del cane), il più celebre libro dell’autore.
Ad esempio, immaginate questo gentiluomo alle prese con un ombrello.
Un ombrello?
E sì, certo!
Se lo è appena comprato, il nostro non aveva tante pretese, voleva semplicemente che l’ombrello riparasse dalla pioggia e non si lasciasse dimenticare in un vagone ferroviario.
E il commesso che fa? Gli vende un fiammante ombrello automatico e per Jerome cominciano i guai:

L’ombrello si apriva e si chiudeva da sé. Io non avevo il minimo controllo sulla faccenda.

E le righe che seguono sono l’esilarante resoconto di piccole disavventure sotto la pioggia.
Ed è puro divertimento, pare di vederlo il povero Jerome che armeggia con quel dannato ombrello!
E nelle pagine successive arrivano le immancabili perle di saggezza:

I pensieri che noi possiamo afferrare completamente sono molto piccini..che due e due fanno quattro…che quando si ha fame è piacevole mangiare…che l’onestà è la miglior politica; tutti i pensieri più grandi sono infiniti e senza limiti, per le nostre povere menti infantili. Noi vediamo solo indistintamente attraverso le nebbie che avvolgono l’isola della nostra vita, circondata dal tempo, e udiamo appena il fiottare distante del grande mare, al di là.

Dall’umorismo alla riflessione, i pensieri oziosi di Jerome sono in realtà molto profondi.
Un piccolo libro delizioso che si apre con una dedica molto speciale, se la leggerete ne rimarrete colpiti anche voi, ne sono più che certa.
Io e Jerome ci capiamo molto bene, per certi versi andiamo molto d’accordo e ogni istante trascorso in compagnia dei suoi libri è tempo ben speso.
Leggere a volte è come ascoltare, a volte nei libri trovi qualcosa di te.
Ed è allora che ti accorgi che lì con te c’è un amico, un amico vero.

…per pensare datemi un solaio, al decimo piano nel quartiere più popoloso della città.
Mi piace sedere a mio agio e guardar giù sul nido di vespe e ascoltare il monotono mormorio della marea umana che fiotta incessante nei vicoli e nelle strade anguste sotto di me.

Nella casa che ospitò un celebre poeta

A volte accadono cose molte belle in maniera del tutto inaspettata.
Io guardo Genova con il desiderio di conoscere la storia di ogni sua pietra, io entrerei in ogni portone e salirei su ogni terrazzino.
Ed io sono passata spesso sotto ad un certo edificio sul quale è affissa una lapide di marmo in memoria di un celebre poeta che in anni lontani soggiornò qui.
Si può solo alzare lo sguardo e giocare con l’immaginazione, pensare a lui, credere di poterlo vedere affacciato a una di quelle finestre.
E poi un giorno accade una cosa molto bella, inattesa e sorprendente.
Ricevo una mail da una persona che non conosco, ricevo un invito a visitare la casa nella quale lei abita, una dimora privata non accessibile a chiunque.
E un tempo qui visse la famiglia Cabella. Forse non vi dice nulla questo nome?
In un giorno del 1892 in  quell’appartamento giunse il nipote ventunenne di Gaetano e Vittoria Cabella, non era la prima volta che visitava Genova.
Il giovane è di madre italiana e di padre corso, il suo nome è Paul Valéry.

Targa (2)

E così mi trovo in quella casa in Salita San Francesco, nelle stanze dove un tempo rimbombò il suono dei passi del poeta, nelle stanze dove Valéry visse La nuit de Gênes, la notte di Genova, che suscitò in lui una profonda crisi esistenziale, di quell’evento vi ho già parlato in questo articolo.

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Valéry e Genova, tante volte la mia città ricorre nelle sue parole, Genova e la sua vera anima.
Valéry e questa casa, una sorprendente meraviglia per diverse ragioni.
Entriamo piano, con il dovuto rispetto per chi mi apre le porte di casa sua.
Una dimora ottocentesca, sale splendenti, soffitti che resteresti ad ammirare per lungo tempo.

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E ci si perde a guardare la raffinatezza degli stucchi.

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Stanza dopo stanza, guarda su.

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E poi, specchiere.
E riluce e brilla lo splendore di questo salone in questi specchi antichi, si crea uno stupefacente e scenografico effetto prospettico, guardi, osservi e non vedi la fine della stanza, si perde laggiù, in quello specchio.

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E sovrapporta e piccoli putti graziosi.

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Li vedete anch’essi riflessi nello specchio.

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E vi circonda una dolce armonia.

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E si spande nell’aria il profumo delle rose bianche appena dischiuse.

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Le sorprendenti case di Genova, la città che non finisce di stupire mai.

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E poi ancora, guarda su.

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E certo non basta avere una casa così, per poterla valorizzare occorre anche gusto raffinato e vero amore per la bellezza,  ai proprietari certo non mancano.
Una deliziosa, chiara bomboniera.

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E sbocciano delicati mazzi di fiori.

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E le porte chiuse si spalancano su altre meraviglie.

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E al muro c’è uno strappo sulla tappezzeria, come mai?

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La padrona di casa mi racconta che questo edificio  venne colpito durante il bombardamento navale del ’41 e poi apre una cristalliera e posa sul tavolo una scheggia di una bomba che era appunto conficcata in quel muro.

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E ancora specchi luminosi e chiari.

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Nella casa che ospitò Paul Valéry guizzava il fuoco in questo camino.

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E anche la cucina è in parte rimasta come allora, che stupore!

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E poi si sale su per una scala e si va a vedere la stanza nella quale dormì Paul Valéry, è una camera raccolta e silenziosa, quella notte però il fragore del temporale fece sussultare l’animo del poeta.
Qui, davanti a questa finestra.

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Apri e guarda fuori, immagina quel clangore e il suono della pioggia.
Qui, davanti a questa finestra.

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E poi, da altre finestre, Genova è davanti a voi.
Laggiù la Torre degli Embriaci e poi campanili e tetti e ardesie e terrazzi.
Genova, la città amata da Paul Valéry, a lei dedicò queste parole.

Genova città di gatti. Angoli Neri.
Si assiste alla sua ininterrotta costruzione dal tredicesimo al ventesimo secolo.

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Il profilo di luoghi noti.
Casa, casa mia e una luce rarefatta di un giornata dal cielo a tratti coperto di nuvole.

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Casa, casa mia, dove d’improvviso, quando non te lo aspetti, arriva il sereno.
E conta gli abbaini sopra ai tetti spioventi.

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E ancora la prospettiva tra Palazzo Bianco e Palazzo della Meridiana.

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La mia città nelle parole di Paul Valéry.

Io preferisco Genova a tutte le città in cui ho abitato. Mi ci sento sperduto e a casa mia – fanciullo e straniero.

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E si intravede imperiosa tra quei tetti la Torre Grimaldina.

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E ancora guardi, osservi, Genova dall’alto è la meraviglia che non ti aspetti, cambi punto di osservazione e lei muta, ti mostra ciò che di lei non avevi mai veduto in questa maniera.
Finestre sui caruggi, case, tetti e mare.

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Genova è una cava d’ardesia, scriveva Paul Valéry.

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La persona che mi ha aperto la porta della sua casa ha compiuto un gesto generoso animata da un sincero desiderio di condividere tanta bellezza e  a lei va il mio ringraziamento per avermi permesso di vedere tutto ciò, sono regali preziosi questi.
In cielo sfrecciavano i gabbiani, planando nel cielo della sera, la sera di Genova.

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E ancora uno sguardo verso la città in una cornice unica e affascinante, uno sguardo oltre il davanzale, dalla casa che ospitò Paul Valéry.

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