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Archive for the ‘Libri’ Category

Accadono a volte cose molto belle, avere un blog dedicato alla propria città è una continua occasione di incontro e di crescita, spesso grazie a queste pagine ho avuto modo di partecipare ad eventi interessanti che riguardano la mia Genova.
Proprio di recente sono stata invitata alla festa per il compleanno della Biblioteca Civica Berio che da vent’anni ha la sua sede nell’edificio che un tempo ospitò il Seminario Arcivescovile.
Questa biblioteca nel fiore degli anni che prima si trovava a De Ferrari è stata così celebrata dai suoi tanti estimatori, da coloro che hanno studiato sui libri conservati sui suoi scaffali e dagli amanti della lettura.

In molti hanno dato il loro contributo alla realizzazione di questa splendida iniziativa, durante la festa di venerdì 4 Maggio è stato anche inaugurato il nuovo giardino della Biblioteca curato dagli studenti dell’Istituto Agrario Marsano.

Nel tunnel della biblioteca è stata anche allestita una piccola esposizione con dei pannelli dedicati a diversi aspetti della storia della Berio, tra gli autori dei testi ci sono Stefano Fera, Laura Malfatto e Teresa Sardanelli.
Io mi sono occupata di scrivere un articolo dedicato alla storia del Seminario Arcivescovile, i tre pannelli posizionati sulla sinistra comprendono questo mio pezzo e alcune immagini d’epoca.

Ringrazio i responsabili della Biblioteca per avermi invitata a partecipare a questa esposizione in una maniera a me molto gradita, i pannelli a breve verranno spostati dal tunnel e saranno collocati all’interno della biblioteca e così se andrete alla Berio troverete il testo scritto da me, sono molto contenta di aver dato il mio piccolo contributo.
Oltre a ciò sono lieta di dirvi che molto presto pubblicherò il mio testo su queste pagine e quindi potrete leggere la storia del Seminario Arcivescovile di Genova.
E ancora una volta faccio gli auguri a un luogo che racchiude vite, romanzi, poesie, storie, rime, racconti e memorie.
Buon compleanno alla nostra amata Biblioteca Berio!

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Un viandante che si appoggiasse al parapetto di Via Fieschi, di tutto il quartiere popolare sopra accennato non potrebbe scorgere se non una massa confusa di case, di aspetto irregolare, tagliate nei modi più disparati e bizzarri, ad angoli, a punte, appiccicate una all’altra e tempestate di finestrelle e di buchi.
Di giorno l’insieme ha un colore terreo, che neanche la viva luce del sole può dissipare o schiarire.
Un’ombra secolare si è addensata intorno a quelle abitazioni, penetrando all’interno di esse a imprimervi il segno indelebile della miseria.
Al chiaro di luna, poi, il quartiere assume un aspetto fantastico e medioevale.
È la sua bellezza, questa; poiché ogni cosa ha i suoi momenti felici.

Queste righe presentano lo scenario di Genova misteriosa, questo è il titolo del romanzo di Pierangelo Baratono che venne pubblicato in un primo momento a puntate sul Lavoro nel 1903.
Baratono, giornalista e scrittore, intimo amico del poeta Camillo Sbarbaro con il quale frequentava la Genova notturna, racconta un intreccio di vicende sinistre e di vite avventurose, i protagonisti del suo libro si muovono in quella città oscura, corrotta, permeata di vizi e di gratuite crudeltà.
Vite improbabili e soprannomi particolari, in questa Genova Misteriosa abita il vecchio Storno, ci sono il ciccaiolo Pepita e il Pinzi, uno che fa il vagabondo in Galleria Mazzini.
Ci sono i caruggi e la città di un altro secolo, con le sue debolezze e con le sue vittime predestinate.


Figura di spicco di questo romanzo è una fanciulla e se leggerete il libro vi verrà raccontata ogni cosa di lei.
Lei risponde al nome di Augusta Brendel ma in realtà verrà poi detta Signorina Scarpette.
Lei, la giovane Augusta, si troverà a esercitare un certo mestiere in una certa casa in Via Palestro e la sua parabola non sarà certo luminosa e gloriosa, anzi Augusta cadrà nell’abisso più nero, il suo destino pare in qualche modo segnato.
Tuttavia prima di precipitare in un gorgo di situazioni dolorose e irrimediabili eccola esibirsi come cantante in un locale della città:

Si era fatta tagliare un abito bellissimo, in verde cupo, filettato d’oro e terminante al fondo della sottana, in un doppio giro di pizzi finissimi.
Il corpetto era molto scollato e lasciava vedere i contorni netti e saldi del seno.
Aveva le braccia nude e le gambe coperte da calze di seta bianca…
Non aveva una voce molto sonora, ma compensava il difetto con la grazia dei gesti e la giustezza dell’intonazione.

E poi le scarpe con i tacchi alti, la sua diafana bellezza, il fascino della sua giovinezza e tutto questo clamore attorno a lei, il pubblico la acclama e decanta le sue molte doti.
E su questa descrizione mi è venuta in mente una ragazza di nome Nanà: lei calca altri palcoscenici, sa incantare il pubblico parigino e non certo per il suo talento.
Nanà è persino stonata ma è una vera seduttrice e sa usare a modo la sua bellezza,  non è certo un modello di virtù ed è persino molto più scaltra di Augusta Brendel, ha anche armi più affilate, è ambiziosa e si muove nel bel mondo dorato.
Nanà è la protagonista dell’omonimo romanzo scritto da Emile Zola che venne pubblicato nel 1880, non saprei dirvi se Baratono amasse come me i romanzi dello scrittore francese, in alcuni tratti della sua Augusta io ho ritrovato la celebre Nanà e anche il modo dello scrittore di osservare la realtà e lo scenario di quella sua Genova mi sembra in un certo senso simile a quello di Zola.
Genova Misteriosa segue i canoni del romanzo di appendice all’epoca molto in voga, nei tratti e nei caratteri dei vari protagonisti sembra di cogliere le fisionomie che si ritrovano nelle pagine dei quotidiani di cronaca dell’epoca.
C’è poi Genova con le sue vie, i caruggi, le piazze, superba la descrizione del quartiere di Via Madre di Dio: pare di vedere le facce dei popolani, di sentire i rumori e gli odori acri e pungenti, di entrare nei locali e nelle bettole tra una folla di gente che cerca di sopravvivere come può.
Tra inganni, scaltrezze, tradimenti, abbandoni, pianti e separazioni, tentativi di riemergere da acque tumultuose e scure, tutto questo è tra le pagine di un romanzo che a volte, fatalmente, diventa sentimentale e molto spesso è crudo, reale e fin troppo colmo di crudeltà.
Nello scenario di una città che tenta di vivere e sopravvivere, nella Genova misteriosa sapientemente raccontata da Baratono.

 

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“La notte era piena di musica e Laura era sicura che parte di essa provenisse dalle grandi stelle splendenti che si dondolavano sopra la prateria.”

Queste sono le memorie di una ragazzina di nome Laura e molti di voi l’avranno già riconosciuta.
Laura Ingalls Wilder visse tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, fu autrice di una serie di libri autobiografici che ispirarono una celebre serie televisiva: La casa nella prateria appassionò generazioni di bambine.
Laura venne magistralmente interpretata dall’attrice Melissa Gilbert e per noi che siamo state bambine negli anni ‘70 la Ingalls è quella tipetta lì con le treccine e le lentiggini sul nasino.
Con mia grande gioia ho scoperto che Gallucci Editore ha pubblicato i vari volumi della Wilder tradotti da Claudia Porta e così eccomi a leggere le avventure di Charles e Caroline Ingalls che con le loro figlie Laura, Mary e Carrie lasciano i grandi boschi del Wisconsin per iniziare una nuova vita come molti altri coloni.
La scrittura della Wilder è semplice e asciutta, essenziale e priva di fronzoli, questo è un lettura per l’infanzia e scorre via velocemente.

Una trasposizione televisiva è raramente fedele e identica al testo al quale si ispira e in questo caso alcune differenze spiccano abbastanza evidenti.
Sono diversi certi caratteri, sono diversi certi tratti fisici delle persone.
Caroline Ingalls, ad esempio, è una donna pratica e concreta e risulta molto meno dolce e tenera di quanto appaia nel telefilm, suo marito Charles mi è parso a tratti più ruvido del personaggio proposto da Michael Landon.
E ricordate quel bonaccione del signor Edwards? Ecco, nel telefilm è un omone grande e corpulento, nel libro viene descritto come alto, magro e bruno.
Mary è davvero buona e generosa come la ricordiamo mentre Laura, a volte, sembra invece essere fin troppo capricciosa e persino indisponente.
Viene descritta con attenzione la dura quotidianità di questi coloni, sono narrati in modo chiaro certi momenti di lavoro e di fatica come ad esempio la costruzione della casa.
Quelle erano le terre degli Indiani, terre che furono loro sottratte per essere date ai coloni e gli indiani, con le loro usanze e le loro particolarità, sono presenti in diversi passaggi del libro: Laura li teme e allo stesso tempo prova curiosità verso di loro.
Le parole complessivamente usate nei confronti di questo popolo sono spesso amaramente dure, in quei passaggi emerge netta la paura del diverso e l’incapacità di confrontarsi con una cultura differente dalla propria, a me non sembra di ricordare questa narrazione negli episodi del telefilm.
C’è poi la vita e il tempo che scorre, mentre il fuoco scoppietta nel camino e le bambine gioiscono per i dolcetti colorati e per lo zucchero bianco.
Prenderò tutti i volumi della serie, ho appena iniziato il secondo libro e devo dirvi che non ho resistito alla tentazione di guardare innanzitutto il capitolo dedicato a Nellie Oleson: se volete saperlo lei e suo fratello Willie erano veramente due pesti e Nellie aveva un carattere infernale.
Certe storie ci accompagnano e restano un bel ricordo, questo libro è un’emozione e un bel viaggio nel tempo dell’infanzia.
Laura Ingalls Wilder nacque il 7 Febbraio 1867, oggi è il giorno del suo compleanno e da questo tempo distante dal suo voglio dirle che le bambine della mia generazione sono state felici di crescere insieme a lei e alle sue sorelle.
Grazie Laura, ci siamo divertite insieme, nella casa nella prateria.

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Oggi vi porterò a far spese nel nostro passato e sfoglieremo insieme il catalogo per la vendita per corrispondenza della Società Anonima Fabbrica Telerie Frette & C del glorioso anno 1908.
Come ricorderete vi ho già illustrato gli articoli per i più piccini ma oggi ci dedicheremo a tutto ciò che occorreva a signore e signorine senza tralasciare la moda e lo stile.
Iniziamo con diversi modelli di copribusto, ognuno è rifinito con delicato pizzo Valenciennes e i prezzi variano a seconda della raffinatezza della decorazione.

In inverno, poi, servono capi più pesanti in caldissima lana e voilà, eccoli qui!

E certo, nel guardaroba di ogni gentildonna non può mancare un pettinatoio, è un accessorio utilissimo quando bisogna sistemare le lunghe chiome.

E per le più ambiziose c’è anche un modello più ricercato e raffinato.

C’è da sbizzarrirsi nella scelta delle sottane e delle sottogonne perché il catalogo offre diversi tipi di modelli in vari colori e disponibili in tessuti di ogni genere come Moiré, Alpagas, seta e impalpabile taffetas.
Le sottane sono molto leziose e molto femminili, ne è un esempio questo capo ricco di nastri e ricami.

Nel paragonare il nostro guardaroba a quello delle donne che ci hanno preceduto appare quanto mai evidente che i nostro armadi e i nostri cassetti sono colmi di capi comodi, semplici e a volte essenziali e credo sinceramente che questa sia davvero una gran fortuna.
Al di là di tutte le romantiche suggestioni vestirsi in quel modo doveva essere una faccenda piuttosto complicata, non parliamo poi della manutenzione di un guardaroba simile!

Ed ecco le semplici e deliziose camicie da giorno.

E ancora, questi sono alcuni articoli segnalati come romantici Matinés per Signora.
Flanella, batista, cachemire, nastri di seta e pizzi vaporosi.

Siccome poi ogni momento della vita doveva avere le sue raffinatezze nell’illustrazione che segue trovate due delicati corpetti da notte.

Un lenzuolo profumato, una morbida coltre e dolci sogni.
Sono le cose belle di altro tempo, andavano di moda nel lontano 1908.

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Di tutti i volumi recentemente comprati questo è veramente particolare e mi ha stupito persino trovarlo.
Vi presento con gioia il catalogo per la vendita per corrispondenza della celebre fabbrica di telerie Frette dell’anno 1908.
La famosa azienda di Monza era già allora all’avanguardia in fatto di marketing, questo volume ne è un perfetto esempio, ci sono pagine e pagine di articoli descritti nel dettaglio.
Abiti da lavoro, corredi, abiti per signora e servizi da tè, tovaglie e fazzoletti, accessori da cucina, biancherie e ricami.
Gli articoli erano destinati alla clientela che doveva riceverli per posta e così ci sono tutte le informazioni utili: misure, tipi di tessuto e di rifiniture.
In quel glorioso 1908 per mostrare i capi si usavano dei disegni e sotto di essi sono spesso specificati anche i colori delle stoffe.
E così un catalogo commerciale ci mostra ciò che non possiamo conoscere osservando le foto d’epoca in bianco e nero: le tinte degli abiti.
Sfogliamo insieme questo volume, oggi vi mostrerò i capi per per i più piccini.

Quando una piccola creatura viene al mondo ogni mamma desidera possedere tante cose belle e in questo catalogo c’era l’imbarazzo della scelta.
Ecco i portenfants, uno di madapolam guarnito con pizzi e nastri, l’altro di piquet bianco ricamato a macchina e a mano abbellito anche da una dolce scritta: mon tresor.

Questo invece è l’assortimento di bavaglini, sono tutti deliziosi!

Per i neonati ecco le camicine di tela lino Fiandra con il pizzo Valenciennes.

E questo è invece un esempio di come venivano presentati i vari articoli.

Sul volume c’è un’importante precisazione: la clientela di Milano, Roma, Torino, Genova e Firenze può rivolgersi alle filiali colà residenti che tengono l’eguale assortimento e ai prezzi e condizioni del presente catalogo.
E quindi per acquistare il corpettino di Jaconas bianco con pizzi e nastri disponibile in tre misure si poteva andare in negozio.
Sì, sono proprio gli abiti che si vedono nelle foto del passato, certo che giocare così agghindati doveva essere una faccenda complicata!

Nell’armadio di una piccola creatura non potevano mancare le vestine.
Quella sulla sinistra era di molleton bianco pesante, orlata in lana con nastro di seta.
L’altra invece era di un tessuto crème rigato.

Ed ecco le sottocuffiette e le cuffiette per proteggere le preziose testoline.

E una fornitura da passeggio per andare al parco con mamma e papà.

Con i rigori dell’inverno poi serviva una mantellina per coprirsi e stare al caldo.
A sinistra la mantellina in lana Pirenei, fondo bianco a righe rosa o celeste, il profilo e il cordone erano di seta, anche cappuccio era foderato con preziosa seta.
Sulla destra una mantellina della stessa lana in questo caso felpata ed ovattata, lo fodera era trapuntata di seta rosa o azzurra e anche il cappuccio era così foderato.

Un libro delle meraviglie per me, ho voluto condividere con voi alcune immagini e forse in futuro tornerò a raccontarvi altre bellezze tratte da queste pagine.
Correva l’anno 1908 e da qualche parte c’era una giovane futura mamma in trepidante attesa.
Speranze, tenerezze, desiderio infinito di stringere il suo frugolino tra le braccia.
Fantasie e sorrisi, gioie tanto sperate.
Tra le mani ha quel volume, lei sogna e sfoglia il ricco catalogo della Società Anonima Fabbrica Telerie Frette & C.

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Agostina era una donna del popolo.
Aveva un carattere spigoloso e attaccabrighe, colui che racconta di lei la descrive come un tipo fumantino, sembra che la vistosa Agostina non ci pensasse due volte quando c’era da menar le mani.
E anzi, era sempre a ratellare con le comari e non era raro che finisse in malo modo.
Insomma, Agostina era un personaggio a dir poco particolare ed era una creatura di Portoria.

Un giorno i rappresentanti delle autorità andarono a cercarla perché la nostra Agostina aveva un conto in sospeso con la giustizia e doveva scontare tre mesi di prigione.
Il Brigadiere si palesò alla sua porta ma se ne tornò indietro da solo e riferì al Commissario di Polizia che Agostina era in attesa di un bambino e siccome era quasi giunta al termine della gravidanza sarebbe stato opportuno attendere.
Dunque si decise di aspettare e dopo due settimane il Commissario rinnovò l’ordine ma il Brigadiere ancora una volta tornò senza Agostina e riferì che l’aveva trovata a letto in attesa del parto.
Trascorsero ancora due mesi e per la terza volta si ripeté la medesima situazione.
Di nuovo si ripresentarono a casa di Agostina i Reali Carabinieri e ancora la trovarono a letto in attesa di dare alla luce il suo bambino.
Agostina strepitava, disse che sarebbe stata loro responsabilità se per caso le fosse toccato in sorte di partorire per strada, ribadì che se le fosse accaduto qualcosa di brutto sarebbe morta di dolore e si rifiutò di alzarsi dal letto.
I Carabinieri, però, furono irremovibili, le intimarono di vestirsi e la condussero nelle Carceri di Sant’Andrea.
Si seppe poi che Agostina non era affatto incinta, sotto il suo abito celava invece un discreto mucchio di stracci.
La vicenda di lei è raccontata in un libro dal titolo Il delitto di Vico Squarciafico ovvero La lotta contro la criminalità – Memorie di Sileo Girardo, Commissario di P.S. a riposo pubblicato dalla Società Tipo-Litografica Ligure nel 1920.
Questo solerte ed efficiente rappresentante delle Autorità raccolse in un corposo volume i molti casi dei quali si era occupato nella seconda parte dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, alcuni di essi sono intricatissime vicende di cronaca, altri sono brevi aneddoti.
Nella moltitudine di persone descritte in questo libro emerge anche questa figura di donna, il suo nome era Agostina.
Non so cosa ne sia stato di lei, ho letto la sua vicenda e ho sperato che in seguito abbia avuto un destino tranquillo e felice.
E sì, ho anche sperato che poi sia diventata davvero mamma e che abbia saputo apprezzare il grande dono ricevuto.
Anche lei visse sotto il cielo di Genova, tanti anni fa.

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Il pregiato negozio del Signor Alberto Ferro era in una zona strategica della città, l’elegante confetteria si trovava ad un passo dalla Cattedrale, nel cuore vivo della Superba.

A dirvi il vero io in realtà non ci sono mai stata ma so per certo che nel lontano 1874 si poteva varcare la soglia di quel negozio prestigioso.
E sono sicura che fosse un luogo lussuoso ed accogliente, impreziosito da arredi raffinati, dal Signor Ferro di certo si serviva il fior fiore dell’alta società e alla sua esclusiva clientela il nostro abile confettiere riservava soltanto il meglio.
D’altra parte aveva imparato tutti i segreti del mestiere da un vero maestro, aveva appreso le meraviglie di quest’arte sopraffina dal celebre Pietro Romanengo.

E così, Alberto Ferro aveva fatto tesoro di quegli insegnamenti e aveva aperto la sua bella confetteria prodiga di molte dolcezze.
Vendeva favolosi bomboni e spettacolari frutti canditi, apprezzata specialità molto in voga a Genova nei tempi passati.
E certo esponeva in vetrina le sue bontà con quella cura che ancora troviamo proprio da Romanengo.

Il nostro abile commerciante era anche ben fornito di bomboniere e astucci per feste da ballo e soirées, mi pare ovvio!
E poi nel suo negozio si potevano comprare cioccolatto e cioccolatini, petit-fours e confortini di ogni genere.
E sì, un po’ di francese non guasta mai, sono sicura che le dame genovesi avessero una predilezione per le bontà offerte dal signor Ferro.

Non mancavano lo Champagne, i Vini del Reno e altre assortite ricercatezze per accompagnare i dolci intermezzi della pregiata confetteria della Superba.
Ho trovato notizia di questo negozio favoloso sulla Guida Commerciale Descrittiva di Genova compilata da Edoardo Michele Chiozza e risalente al 1874-1875.
In una delle pagine di questo volume di mia proprietà spicca la bella pubblicità di questo negozio e sono specificate le specialità della casa.
Su lunari successivi poi il nome del Signor Ferro si affianca a quello del Signor Cassanello, con il tempo i negozi divennero più numerosi.
Nel 1882, infatti, risultano due confetterie, una in Piazza San Lorenzo e l’altra a De Ferrari, nel 1894 se ne aggiunse una terza alla Nunziata.
Ho trovato queste informazioni sui miei libri e poi mi sono ricordata che questo glorioso negozio è in qualche modo già apparso su queste pagine.
Tempo fa dedicai un articolo alle vie di Portoria e pubblicai la pubblicità della Fabbrica di Frutti Canditi e Pane Dolce di Attilio Giannini, successore dei Fratelli Cassanello.
Tra i commentatori c’è il mio solito amico Eugenio, profondo conoscitore della nostra città, in quell’occasione fu lui a fare riferimento al glorioso negozio del Signor Ferro.
Oggi vi ho portato là, nel lontano 1874, davanti al bancone ricolmo di delizie di una confetteria del passato.
E mando un saluto a lei, caro Signor Ferro, questo è un piccolo omaggio alle sublimi dolcezze che lei ha saputo regalare ai genovesi del suo tempo.

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“Era il 1976…
Charlie’s Angels, Laverne & Shirley e Family Feud andavano in onda per la prima volta.
Steve Wozniak e Steve Jobs fondavano in un garage la società informatica Apple.”

Era il 1976, io avevo 10 anni e l’autrice di queste righe ne aveva 19.
Lei è Carrie Fisher, così inizia “I diari della Principessa – Io, Leia e la nostra vita insieme” pubblicato in Italia da Fabbri Editori.
E pensando a lei è inevitabile pensare a noi stessi e a quello che lei è stata per noi.
Carrie Fisher nacque già attorniata dalle luci scintillanti di Hollywood: sua madre era l’attrice Debbie Reynolds, suo padre era il cantante Eddie Fisher.
Suo padre lasciò la moglie per Elizabeth Taylor che all’epoca era la migliore amica di Debbie.
E Carrie, giovane promessa, interpretò un ruolo cinematografico che ha fatto sognare schiere di adolescenti: la Principessa Leia di Star Wars, un film epico e leggendario.
Dunque, era il 1976, io avevo 10 anni e Carrie ne aveva 19.
Quando la vedemmo sullo schermo del cinema tutte noi, o per lo meno molte di noi, pensammo che avremmo voluto essere lei: lei, la principessa Leia.
Tra le pagine di questo volume troverete una donna adulta e sincera che si guarda indietro e racconta se stessa: racconta Carrie e racconta Leia, racconta anche l’emozione straniante di essere confusa con un personaggio immaginario al quale si è sempre sentita intimamente legata.
La vita, il cinema e la fragilità.
Tutte noi avremmo voluto essere lei: la principessa intergalattica con quella strana pettinatura.

Quella ragazza ebbe una travagliata storia d’amore svelata per la prima volta su queste pagine.
Dunque, lei aveva 19 anni, lui ne aveva 35, era sposato, era un uomo affascinante e carismatico, lui era Harrison Ford.
Si incontrarono sul set di Star Wars, Ford interpretava la parte del coraggioso Han Solo.
Leia e Han, Carrie ed Harrison: la vita e la finzione si mescolano.
La vita però è molto meno romantica di un film, vi lascio la curiosità di scoprire questa vicenda senza svelare troppi dettagli.
All’epoca del film Carrie teneva un diario, le pagine di quel diario sono in questo libro.
E svelano una ragazza fragile, incompresa, insicura e al tempo stesso vivace e frizzante, una ragazza che va in confusione e davanti a lui si pone la fatidica domanda: che cosa avrebbe fatto Leia?
Lui è magnifico, il tipo d’uomo che le fa girar la testa.
Lei no, lei non si sente abbastanza. Lei non è all’altezza. E lo scrive, senza riserve:

“Perciò, come si poteva chiedere a un tale sfolgorante modello d’uomo di accontentarsi di una come me? No! Non ditemelo!
Il fatto è che gli bastai. Anche se durò poco. Fu molto più che abbastanza.”

La ragazza che non si perdona nulla scrive nelle pagine del suo diario parole come queste:

“Vorrei che mi amassi di più, così io potrei amarti di meno.”

Ricordate?
Lei è la principessa Leia, la sua vita reale si si sovrappone al personaggio del film: a volte è dura essere anche all’altezza di se stessi e delle proprie aspettative.
Hollywood, i set cinematografici, le celebrità, il pubblico adorante che vuole gli autografi, una madre tanto amata, un percorso di vita complicato.
Se conoscete un po’ la storia della Fisher sapete già che la sua esistenza non fu poi così semplice, nel corso degli anni non fu immune da eccessi e dalle conseguenti difficoltà.
Credo che quando si osservano le vite degli altri bisognerebbe astenersi dal giudizio e dalle conclusioni scontate, a volte certe vite ci sembrano semplici perché crediamo che gli agi di un’esistenza dorata bastino già a fare la felicità, non è sempre esattamente così.
Carrie Fisher era una donna arguta, capace di sorridere anche di se stessa, il suo stile è ironico, tagliente, a volte nostalgico.
Avevo già letto un suo libro nei lontani anni ‘80: Cartoline dall’Inferno.
Le sono affezionata, in qualche modo è stata una figura che ha accompagnato la mia adolescenza.
Era la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere, ricordate?
È mancata lo scorso anno, il giorno dopo sua madre l’ha seguita.
I fan le hanno dedicato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, c’è incisa una celebre citazione di Star Wars: May the Force be with you. Che la Forza sia con te.
E poi un’altra parola: always. Sempre.
E ancora una: Hope. Speranza.
Perdonaci Carrie, non abbiamo capito, ti vedevamo con il tuo vestito candido e ci sembravi così perfetta.
Sai, eravamo giovani anche noi e non sapevamo che a volte non è affatto semplice essere una principessa intergalattica.

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Per noi che viviamo nell’epoca delle immagini forse non è semplice capire coloro che ci hanno preceduto, loro vivevano nell’epoca dell’immaginazione: poi venne la fotografia.
Io non sono certo un’esperta del settore ma mi avvalgo di un volume del passato del quale ho già avuto modo di parlarvi, è un manuale edito da Hoepli nel 1910: Fotografia pei dilettanti, pagine e pagine scritte con garbata sapienza dal Dr Muffone.

L’autore scrive anche del formato usato per le cartoline postali che venne adottato anche per le fotografie.
E provate ad immedesimarvi in un lettore degli inizi del ‘900, il vostro approccio sarà particolare: voi sperimentate i continui miglioramenti in questa arte fantastica che è la fotografia e siete curiosi di saperne di più.
Dunque, cosa è mai la cartolina illustrata?
Secondo il Dr Muffone è l’ancella postale, è l’annunziazione del bello, del vero che circola e produce lo scambio di sensazioni fra tutti gli abitanti del mondo.
E voi che vivete in questo mondo non potete che esserne entusiasti!
Su quelle carta sono impressi i ricordi di viaggi e di momenti felici e il nostro stimato studioso dà un consiglio a tutti i fotografi: che si affrettino, usino i loro negativi per fare delle belle cartoline postali da mandare poi agli amici o per conservare care memorie.

Tralascio le righe dedicate alle misure e ai materiali, condivido invece con voi i consigli per i dilettanti che vogliano cimentarsi con questo passatempo.
Regola numero uno: non fotografate mai cose banali già fotografate in cento modi da altri.
Non si va a Milano a immortalare Piazza del Duomo, dice il Dottor Muffone.
E sapete perché? Beh, l’industria delle cartoline commerciali è fiorentissima e le immagini che vengono vendute saranno sempre più belle delle vostre, su questo non c’è dubbio.
Cercate punti di vista insoliti così non incorrerete in imbarazzanti paragoni e quando siete in viaggio fate così: comprate delle belle cartoline con le immagini dei luoghi più celebri e poi, armati della vostra macchina fotografica, giocate con la fantasia.
Del resto così scrive il nostro autore:
Vi è ancora tanta parte di mondo non fotografato che vi è ampio margine per la nostra personalità artistica.

E poi il tempo passerà e le cose cambieranno.
La cartolina, scrive ancora il nostro autore, compie il suo destino nel giungere a destinazione, unendo persone lontane e donando la gioia di un istante.
Dopo un lungo viaggio, con qualche sgualcitura, con qualche bollo proprio là dove non ci voleva.
Oltre cent’anni dopo mi sono chiesta se il Dottor Muffone, nella sua saggia lungimiranza, avesse immaginato qualcosa a proposito di noi che viviamo immersi nelle immagini.
E cosa direbbe dei dilettanti fotografi di questa nostra epoca?
Lui non lo ha mai saputo che quelle immagini delle quali scrive sono diventate oggetto di grande interesse.
E questo vale per le cartoline che venivano messe in vendita e ancor di più per quegli scatti di fantasiosi dilettanti, magari imperfetti ma certo preziosissimi.
Immagini di istanti perduti e di un tempo in cui c’era ancora tanta parte di mondo non fotografato.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Siamo nell’anno 1909 e a Genova giungono numerosi turisti.
Alcuni soggiornano in certi eleganti hotel, la loro vacanza è lussuosa ed elegante: luoghi esclusivi, passeggiate incantevoli, ristoranti alla moda, questi turisti cercano il meglio che Genova possa offrire.
Alcuni di questi visitatori hanno un pregevole volumetto: la Guida Treves che svela tutti i segreti della Superba e della Liguria.
E con mia grande gioia posso dirvi che anch’io possiedo quel libro, quindi oggi seguiremo qualche prezioso consiglio fornito da questa Guida, saremo visitatori del 1909.

Ci sarebbe una varietà di argomenti da approfondire ed io oggi vorrei parlarvi dei mezzi di trasporto disponibili in città.
Tra l’altro, il libro si apre proprio con un paragrafo dedicato alle stazioni, la più importante è Principe, là davanti si trovano le vetture pubbliche, i tram e gli omnibus degli alberghi.
Gli omnibus, per chi non lo sapesse, sono carrozze con diversi posti e a trainarle sono cavalli.
Eccoci quindi in Piazza Acquaverde, io naturalmente indosso il mio abito migliore.

E come dice la Guida Treves, qua c’è un’abbondanza di mezzi messi a disposizione dagli alberghi per facilitare i loro graditi clienti.
Qualcuno di voi deve andare all’Excelsior oppure all’Hotel Londra?
Eccovi serviti, cari visitatori, verrete condotti a destinazione con tutti gli agi!
Io per parte mia ringrazio lo spazzino che si vede sulla destra dell’immagine, il suo lavoro è importantissimo!

A Genova, naturalmente, esistono anche le vetture pubbliche a uno o a due cavalli.
Il prezzo della corsa è maggiorato se la stessa si svolge durante il servizio notturno che ha inizio con l’accensione dei pubblici fanali e termina quando questi vengono spenti.
Sono specificati i prezzi del trasporto bagagli e volendo si possono fare anche escursioni fuori città.
Come è logico che sia la vettura a due cavalli costa di più della vettura ad un cavallo, ma volete mettere il vantaggio della velocità?

Non è il solo mezzo che potete scegliere, la Guida Treves precisa che Principe è collegata a De Ferrari dagli omnibus che percorrono Via Balbi e Via Garibaldi, il biglietto costa 10 centesimi.
Lo stesso prezzo si paga per l’intera corsa della Funicolare di Sant’Anna, se invece dalla Zecca volete arrivare fino al Righi il viaggio vi costerà 50 centesimi.
E ne vale la pena, da lassù vedrete tutta la città!

Genova è posata sul mare e dunque dispone anche di un servizio di barche, si paga all’ora ed è offerto in tale maniera: per un massimo di quattro persone si spendono 2 Lire per la prima ora e poi 1 Lira per ogni ora successiva.

La città ha anche un efficientissimo servizio di tram e sulla Guida Treves sono precisati tutti i percorsi, sono indicate anche le linee che vi porteranno nei dintorni.
Poniamo il caso, ad esempio, che dobbiate recarvi a Nervi, il vostro tram partirà da De Ferrari, il biglietto costerà 45 centesimi e la corsa durerà 50 minuti.
E tutto sommato, considerando che siamo nel 1909, non mi sembra niente male!

In libri magnifici come questo si fanno meravigliose scoperte, certi dettagli non si potrebbero conoscere diversamente, neanche guardando le immagini dell’epoca.
E come mai, direte voi? È semplice, le cartoline sono in bianco e nero e invece la vita di ogni giorno, oggi come ieri, ha molteplici colori.
E così leggendo queste pagine ho appreso che le linee del tram avevano le insegne colorate, una particolarità che non avrei mai potuto immaginare.
Ad esempio il tram per Nervi aveva l’insegna bianca, quello che da De Ferrari raggiungeva Principe passando per Circonvallazione a Monte l’aveva verde, altre insegne erano anche a due colori.
Voi viaggiatori muniti della pregevole Guida Treves non avrete alcun problema a districarvi per la Superba, in queste pagine c’è davvero tutto ciò che vi occorre.
Benvenuti a Genova, nell’anno 1909.

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