La regina disadorna

La vita è grande. Rovina e fortuna, patimento e gioia, schiavitù e affrancamento, rotolano e si cozzano tra loro su un tavolo talmente vasto, in un gioco così complicato, che solo un pazzo può pensare di poterlo governare per intero e per sempre, per se stesso e per gli altri.

La vita è grande.
E ancor di più lo è l’epica della vita della gente del porto tratteggiata con vera sapienza da Maurizio Maggiani nel suo romanzo La regina disadorna.
La vita è un cerchio e racchiude sogni, delusioni, lotte titaniche per conquistarsi un piccolo spazio nel mondo e per difenderlo con tutta la forza della quale si è capaci.
Il primo scenario della vicenda è Genova in un arco di tempo che va dall’inizio del secolo fino alla II Guerra Mondiale.
E nei chiaroscuri dei caruggi diventa donna una bambina di nome Sascia, una figura talmente potente da essere unica e ammaliante, vorresti che Maggiani non smettesse mai di raccontare la storia di lei.
Sascia è coraggiosa, intelligente, intuitiva, umile, Sascia è una che lavora senza fiatare, Sascia non si lamenta mai, porta in dote la potenza della sopportazione, ha occhi grandi e scuri e ha la leggiadria concreta di donna del popolo.
Sascia è energica e sensuale e sarà la donna di Paride, lui è un carbunè, belli come lui ce ne sono pochi a Genova.
Anzi, lui è il principe dei carbunè, ha una camminata leggera ed elegante, ha una prestanza sfrontata e sincera.
Paride è forza, meraviglia, onestà, ottimismo e semplicità.
E lui a lei dice sempre: ti porto a vedere una bellezza.
E Paride e Sascia si amano in tanti luoghi, anche alle stazioni delle funicolari.
Ovunque tranne che in casa di lei, in Piazza Stella.
Ora, coloro che amano Genova e i suoi caruggi vertiginosi hanno l’impressione di camminare con questi due per le strade della vecchia Zena desiderando che questo viaggio non finisca mai.

Il giorno in cui incontrerà Sascia si è messo in strada di buon mattino e se ne sta andando verso San Lorenzo svicolando la Maddalena tutta sbarlucciante nei suoi piani alti di un bel sole asciutto di vento provenzale.

C’è un mondo, in quella città, ha i volti di Giggi ‘O Traffegun che dà lavoro a Sascia la Singerina, lei cuce e poi avrà anche il compito di confezionare certe bustine di zafferano e troverà un trucchetto ingegnoso perché lei è anche inventrice.
Conoscerete Tirreno, il sodale di Paride e incontrerete Giaguaro, un cadraio che ha una di quelle barche che in porto servivano pietanze sostanziose ai lavoratori, c’è anche la Combattuta che esercita il mestiere più vecchio del mondo, ci sono le facce della gente dei vicoli.
Un’ampia parte di questo romanzo è ambientata a Genova, poi d’improvviso la storia si sposta su un’isola esotica dove approderà il giovane prete Giacomo, lui è il figlio di Sascia e di Paride e la vita gli ha già riservato diverse amarezze.
Là, in quei luoghi incontrerà la Regina Lucy e da Genova riceverà certe lettere che terrà chiuse da parte come un tesoro prezioso e inviolato.
Questa parte del libro che porta in terre lontane ha per me minore fascinazione, la segna una forma poetica diversa da quella che meglio conosco e si legge, tuttavia, chiara e netta, l’intenzione dell’autore di narrare la fragilità dell’innocenza che rende tutti gli uomini uguali.

Io ho amato con intensa passione quella Genova che emerge così vivida dalle pagine di questo romanzo: è un coacervo di contraddizioni, miserie e splendori, forza di volontà e astuzie, vita che prepotente si afferma e resta nel luogo al quale il destino vuole che essa appartenga.
E questo è il mondo di Paride e Sascia, mille volte vorresti incontrarli, in una piazza di vicoli inondata di luce o nell’impervia fatica di Salita degli Angeli che tutto domina da lassù, in una barca che dondola sul mare, tra gli odori acri del porto.
Mille volte vorresti rivederli, sentirli respirare e parlare, ritrovare i loro sguardi che si incrociano ancora come accadde la prima volta in Vico dei Cavoli, là dietro San Cosimo.
Nei luoghi ai quali taluni appartengono, nella sorte assegnata ad ognuno nell’epica delle vicende umane, un racconto così grande che soltanto pochi sanno narrarlo in questa maniera.

La gente del porto è molto legata alla casa e tende a mantenere la stessa per tutta la vita e per più generazioni.
Se la sceglie di preferenza lungo il fronte del mare, e se questo non è possibile, se ne cerca una che abbia almeno qualche finestra da dove si possa vedere il porto. … Passano la vita intera tra le calate e i ponti lavorando o aspettando di lavorare, o anche solo godendosi la risacca o intrallazzando nelle osterie, ma adorano sapere che, a un certo punto, di giorno o di notte che sia, possono tornare da dove sono venuti.

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Un incantevole aprile

Londra, anni ’20.
Una giovane donna poco appariscente e stanca del suo quotidiano legge su The Times un annuncio che cambierà il suo destino: in Liguria c’è un castello in affitto per il mese di aprile, è un luogo perfetto per gli amanti del glicine e del sole.
Mrs Wilkins sa bene che quella sarebbe la vacanza ideale per lei: lontana dai grigiori di casa, immersa nella dolcezza dei colori mediterranei.
Inizia così la delicata avventura di Un incantevole Aprile, un delizioso romanzo di Elizabeth Von Arnim edito da Bollati Boringhieri.
Mrs Wilkins, dicevo, vorrebbe tanto affittare quel castello, tuttavia non può permetterselo e per un caso del destino si ritrova a condividere quel mese di primavera con altre tre donne a lei sconosciute.
Quattro donne, ognuna a proprio modo alla ricerca di se stessa.
Mrs Wilkins e Mrs Arbuthnot sono sposate e in realtà sono entrambe insoddisfatte, per motivi diversi.
Ad esempio, Mrs Arbuthnot è molto religiosa e si trova nel fatale imbarazzo di avere per marito uno scrittore di biografie scandalose, grazie al cielo lui usa uno pseudonimo!
Ci sono poi la leggiadra e nobile Lady Caroline e l’anziana e indimenticabile Mrs Fisher, una donna alla quale non mancano una certa verve e un certo carattere.

Mrs Fisher trovava sempre da ridire sui raffreddori degli altri; erano sempre causati da imprudenze, e poi passavano a lei, che non aveva fatto nulla per meritarli.

Una donna assai peculiare, davvero!
Questo non è un romanzo dalla trama fitta ed intricata, è un libro di sensazioni, profumi e colori, è un libro di piccoli tumulti del cuore, ripensamenti, banali incidenti e grandi emozioni.
Ed è un libro che parla di luoghi, l’autrice trascorse un soggiorno a Castello Brown a Portofino e quella parte di Liguria è lo scenario del romanzo, con i suoi profumi e con le sue fresche fragranze.

E sono glicini, nasturzi, gerani scarlatti:

Oltre questo spettacolo fiammeggiante il terreno degradava a terrazze verso il mare, e ogni terrazza era un piccolo frutteto dove tra gli ulivi crescevano le viti sui graticci, alberi di fico, peschi e ciliegi.

In questa atmosfera armoniosa si muovono le quattro protagoniste con i loro capricci e le loro incertezze, le loro piccole vicende quotidiane e i loro amori, uno ad uno entreranno in scena anche i personaggi maschili.
Il romanzo scorre lieve e piacevole, si apprezzano anche scene di autentico humour tipicamente inglese, una su tutte la catastrofe del bagno che mi ha strappato più di un sorriso.
La Von Arnim era di origine australiana ma visse a lungo in Inghilterra e trovo la sua scrittura piacevolmente garbata e davvero molto british.
Da questo libro sono stati tratti due film, io vidi quello girato nel 1992 e lo trovai splendido.
Lessi questo libro molti anni fa e l’ho riletto ora con molto piacere, il desiderio di conoscere meglio questa autrice lo devo alla mia amica Viv che sul suo blog spesso presenta i romanzi della Von Arnim, vi propongo così la sua recensione di Uno chalet tutto per me.
La giovinezza e la bellezza, l’arguzia, l’ironia e la gioia dei nuovi inizi, questo troverete tra le pagine di Un incantevole aprile.
E troverete la magia di un luogo che suscita stupore e senso di meraviglia, doni che possono cambiare davvero il nostro sguardo sulla vita.

Aprile arrivava dolce, come una benedizione, e quando il tempo era favorevole, era così bello che diventava impossibile non sentirsi diversi, non sentirsi emozionati e commossi.

I formidabili Frank

“Un fratello e una sorella hanno sposato una sorella e un fratello.
La coppia più anziana non ha figli e quindi quella più giovane glieli presta.”

Così ha inizio la tiritera imparata a memoria dai piccoli fratelli Frank per presentare la loro bizzarra famiglia, questi sono I formidabili Frank.
Un libro del quale è autore Michael Frank, scrittore, saggista e giornalista, lui è anche autenticamente innamorato di Genova e della Liguria e tempo fa sul New York Times apparve un suo articolo dedicato alla Superba certamente apprezzato da molti miei concittadini.
Veniamo alla stramba famiglia di Michael, le loro vicende sono a tratti davvero straordinarie, i Frank abitano nei dintorni di Los Angeles, la storia si dipana con il ritmo di un romanzo ma in realtà questo è un libro di memorie, a volte amare e a volte dolcissime.
Figura centrale della vita e della storia di tutti loro è la fantastica zia Hank, lei e lo zio Irving sono sceneggiatori di Hollywood e quindi frequentano un mondo vivace e ricco di stimoli.
Zia Hank è chiaramente un personaggio di primo piano e spicca con la sua forte personalità: eccentrica, particolare, teneramente dispotica, a volte testarda e caparbia fino all’eccesso, decisamente unica.
Ama gironzolare per mercatini di antiquariato e detesta le cose moderne, sa precisamente cosa sia giusto e cosa invece sia sbagliato, zia Hank ha le idee chiare su tutto e ha anche un nipote preferito: proprio lui, il piccolo Michael.

Ed è chiaro, no?
Zia Hank vuole decidere della vita degli altri, in particolare per quanto riguarda quel suo nipote adorato.
E Michael ricambia il suo amore, da bambino aspetta la visita della zia con impazienza:

“Non c’era persona al mondo che desiderassi così tanto vedere.”

Ed eccola la zia, arriva a bordo della sua scintillante Buick, secondo un copione tipicamente hollywoodiano.
Ed è tutto un gioco di delicati equilibri nei quali intervengono i genitori di Michael, secondo mamma e papà è chiaramente ingiusto che soltanto uno dei piccoli Frank abbia tutte le attenzioni della zia.
E la vita scorre, fluisce pagina dopo pagina, dall’infanzia all’età adulta Michael racconta i giorni della sua crescita, quelli della sua ribellione e dell’affermazione della propria personalità in contrasto con quella della zia.
Alcune pagine mi hanno colpita più di altre, ad esempio quelle in cui si narrano alcuni episodi dell’infanzia di Michael, certe sue fragilità e certe prepotenze subite da suoi coetanei.
Va inoltre sottolineato che in questo libro in un certo modo anche i luoghi sono protagonisti: le case, le stanze, gli indirizzi sono parte integrante della vita e rappresentano il legame con il posto al quale si appartiene, non a caso i diversi luoghi danno il titolo ai capitoli.
Leggendo questo libro ad un tratto mi sono accorta che in realtà mi sembrava di conoscere I formidabili Frank da tutta la vita, accadono queste cose qui quando si tratta di grandi scrittori capaci di lasciare il segno.
Il volume è edito in Italia da Einaudi, si presenta con una bella edizione arricchita da una copertina anch’essa formidabile, diciamolo.
Come vi ho detto l’autore ama Genova e quindi magari non si dispiacerebbe di sapere che ho iniziato a leggere il suo libro davanti al mare della Superba dove appunto l’ho fotografato.
La scrittura di Michael Frank è garbata, pulita, priva di inutili orpelli e di qualunque forma di disarmonia, essenziale e diretta, ricca di amore vero per la forza intensa delle parole.
E tu sei lì, a metà del libro e ti dispiace quasi finirlo, ogni tanto accade persino questo, a volte.
Ed è successo quando ho incontrato I Formidabili Frank.

Un favoloso negozio in Via Roma

C’era un tempo, a Genova un favoloso negozio dove si potevano acquistare tutte le migliori raffinatezze per le confezioni di abiti per signora e tutte le dame del bel mondo di certo lo conoscevano.
Era un posto all’ultima moda e nelle sue scintillanti vetrine venivano esposte le ultime novità in fatto di stile, doveva essere una gioia per le signore e signorine genovesi fermarsi in Via Roma da Besio per gli acquisti.

Il negozio rimase a lungo in questa via, si trasferì in seguito in un altro punto della strada ma almeno fino al 1934 si trovava ancora in Via Roma, così ho letto sulla mia Guida Pompei di quell’anno.
Noi però viaggiamo ancora più indietro nel tempo e andiamo in quel secolo di romantiche eleganze e precisamente nel 1887.
Immaginiamo quel negozio e i suoi scaffali ricolmi di ogni ben di Dio: pizzi e ricami, nastri, bottoni lucenti e ricche passamanerie.
Mi vien da dire che in Via Roma facevano concorrenza al negozio del mio avo Vincenzo che vendeva le sue raffinate creazioni in quel di Campetto, alcuni dei suoi articoli sono ancora qui con me.

A volte accade, a volte le storie si intrecciano in maniera imprevista e piacevole da ritrovare.
In quel periodo venne pubblicato un romanzo che diverrà poi un classico della letteratura: l’autore è Emile Zola e il libro si intitola Al Paradiso delle Signore.
È un autentico capolavoro e si incentra sulla vicenda di una ragazza, tra quelle pagine il lungimirante Zola narra anche il successo strepitoso dei primi magasins de nouvetés a Parigi, questi templi del lusso e della moda finiranno per mettere in seria difficoltà i piccoli negozi.
Se non avete letto il libro di Zola vi suggerisco di farlo, si tratta di uno dei romanzi che ho più amato e qui trovate la mia recensione.
Non sono certo l’unica ad aver apprezzato la lettura del romanzo dello scrittore francese, ho idea che sia piaciuto anche ai proprietari del famoso negozio, guardate con attenzione la pubblicità pubblicata sul Lunario del Signor Regina del 1887.
E immaginate di essere anche voi nella frenesia degli acquisti, le clienti esigenti trovano qui velluti e pizzi preziosi, nastri di raso, bottoni raffinati e molto altro ancora.
Insomma, un negozio delle meraviglie, per davvero!
Al Paradiso delle Signore, nel centro di Genova nel lontano 1887.

Il compleanno della Biblioteca Berio

Accadono a volte cose molto belle, avere un blog dedicato alla propria città è una continua occasione di incontro e di crescita, spesso grazie a queste pagine ho avuto modo di partecipare ad eventi interessanti che riguardano la mia Genova.
Proprio di recente sono stata invitata alla festa per il compleanno della Biblioteca Civica Berio che da vent’anni ha la sua sede nell’edificio che un tempo ospitò il Seminario Arcivescovile.
Questa biblioteca nel fiore degli anni che prima si trovava a De Ferrari è stata così celebrata dai suoi tanti estimatori, da coloro che hanno studiato sui libri conservati sui suoi scaffali e dagli amanti della lettura.

In molti hanno dato il loro contributo alla realizzazione di questa splendida iniziativa, durante la festa di venerdì 4 Maggio è stato anche inaugurato il nuovo giardino della Biblioteca curato dagli studenti dell’Istituto Agrario Marsano.

Nel tunnel della biblioteca è stata anche allestita una piccola esposizione con dei pannelli dedicati a diversi aspetti della storia della Berio, tra gli autori dei testi ci sono Stefano Fera, Laura Malfatto e Teresa Sardanelli.
Io mi sono occupata di scrivere un articolo dedicato alla storia del Seminario Arcivescovile, i tre pannelli posizionati sulla sinistra comprendono questo mio pezzo e alcune immagini d’epoca.

Ringrazio i responsabili della Biblioteca per avermi invitata a partecipare a questa esposizione in una maniera a me molto gradita, i pannelli a breve verranno spostati dal tunnel e saranno collocati all’interno della biblioteca e così se andrete alla Berio troverete il testo scritto da me, sono molto contenta di aver dato il mio piccolo contributo.
Oltre a ciò sono lieta di dirvi che molto presto pubblicherò il mio testo su queste pagine e quindi potrete leggere la storia del Seminario Arcivescovile di Genova.
E ancora una volta faccio gli auguri a un luogo che racchiude vite, romanzi, poesie, storie, rime, racconti e memorie.
Buon compleanno alla nostra amata Biblioteca Berio!

Genova misteriosa

Un viandante che si appoggiasse al parapetto di Via Fieschi, di tutto il quartiere popolare sopra accennato non potrebbe scorgere se non una massa confusa di case, di aspetto irregolare, tagliate nei modi più disparati e bizzarri, ad angoli, a punte, appiccicate una all’altra e tempestate di finestrelle e di buchi.
Di giorno l’insieme ha un colore terreo, che neanche la viva luce del sole può dissipare o schiarire.
Un’ombra secolare si è addensata intorno a quelle abitazioni, penetrando all’interno di esse a imprimervi il segno indelebile della miseria.
Al chiaro di luna, poi, il quartiere assume un aspetto fantastico e medioevale.
È la sua bellezza, questa; poiché ogni cosa ha i suoi momenti felici.

Queste righe presentano lo scenario di Genova misteriosa, questo è il titolo del romanzo di Pierangelo Baratono che venne pubblicato in un primo momento a puntate sul Lavoro nel 1903.
Baratono, giornalista e scrittore, intimo amico del poeta Camillo Sbarbaro con il quale frequentava la Genova notturna, racconta un intreccio di vicende sinistre e di vite avventurose, i protagonisti del suo libro si muovono in quella città oscura, corrotta, permeata di vizi e di gratuite crudeltà.
Vite improbabili e soprannomi particolari, in questa Genova Misteriosa abita il vecchio Storno, ci sono il ciccaiolo Pepita e il Pinzi, uno che fa il vagabondo in Galleria Mazzini.
Ci sono i caruggi e la città di un altro secolo, con le sue debolezze e con le sue vittime predestinate.


Figura di spicco di questo romanzo è una fanciulla e se leggerete il libro vi verrà raccontata ogni cosa di lei.
Lei risponde al nome di Augusta Brendel ma in realtà verrà poi detta Signorina Scarpette.
Lei, la giovane Augusta, si troverà a esercitare un certo mestiere in una certa casa in Via Palestro e la sua parabola non sarà certo luminosa e gloriosa, anzi Augusta cadrà nell’abisso più nero, il suo destino pare in qualche modo segnato.
Tuttavia prima di precipitare in un gorgo di situazioni dolorose e irrimediabili eccola esibirsi come cantante in un locale della città:

Si era fatta tagliare un abito bellissimo, in verde cupo, filettato d’oro e terminante al fondo della sottana, in un doppio giro di pizzi finissimi.
Il corpetto era molto scollato e lasciava vedere i contorni netti e saldi del seno.
Aveva le braccia nude e le gambe coperte da calze di seta bianca…
Non aveva una voce molto sonora, ma compensava il difetto con la grazia dei gesti e la giustezza dell’intonazione.

E poi le scarpe con i tacchi alti, la sua diafana bellezza, il fascino della sua giovinezza e tutto questo clamore attorno a lei, il pubblico la acclama e decanta le sue molte doti.
E su questa descrizione mi è venuta in mente una ragazza di nome Nanà: lei calca altri palcoscenici, sa incantare il pubblico parigino e non certo per il suo talento.
Nanà è persino stonata ma è una vera seduttrice e sa usare a modo la sua bellezza,  non è certo un modello di virtù ed è persino molto più scaltra di Augusta Brendel, ha anche armi più affilate, è ambiziosa e si muove nel bel mondo dorato.
Nanà è la protagonista dell’omonimo romanzo scritto da Emile Zola che venne pubblicato nel 1880, non saprei dirvi se Baratono amasse come me i romanzi dello scrittore francese, in alcuni tratti della sua Augusta io ho ritrovato la celebre Nanà e anche il modo dello scrittore di osservare la realtà e lo scenario di quella sua Genova mi sembra in un certo senso simile a quello di Zola.
Genova Misteriosa segue i canoni del romanzo di appendice all’epoca molto in voga, nei tratti e nei caratteri dei vari protagonisti sembra di cogliere le fisionomie che si ritrovano nelle pagine dei quotidiani di cronaca dell’epoca.
C’è poi Genova con le sue vie, i caruggi, le piazze, superba la descrizione del quartiere di Via Madre di Dio: pare di vedere le facce dei popolani, di sentire i rumori e gli odori acri e pungenti, di entrare nei locali e nelle bettole tra una folla di gente che cerca di sopravvivere come può.
Tra inganni, scaltrezze, tradimenti, abbandoni, pianti e separazioni, tentativi di riemergere da acque tumultuose e scure, tutto questo è tra le pagine di un romanzo che a volte, fatalmente, diventa sentimentale e molto spesso è crudo, reale e fin troppo colmo di crudeltà.
Nello scenario di una città che tenta di vivere e sopravvivere, nella Genova misteriosa sapientemente raccontata da Baratono.

 

La casa nella prateria

“La notte era piena di musica e Laura era sicura che parte di essa provenisse dalle grandi stelle splendenti che si dondolavano sopra la prateria.”

Queste sono le memorie di una ragazzina di nome Laura e molti di voi l’avranno già riconosciuta.
Laura Ingalls Wilder visse tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, fu autrice di una serie di libri autobiografici che ispirarono una celebre serie televisiva: La casa nella prateria appassionò generazioni di bambine.
Laura venne magistralmente interpretata dall’attrice Melissa Gilbert e per noi che siamo state bambine negli anni ‘70 la Ingalls è quella tipetta lì con le treccine e le lentiggini sul nasino.
Con mia grande gioia ho scoperto che Gallucci Editore ha pubblicato i vari volumi della Wilder tradotti da Claudia Porta e così eccomi a leggere le avventure di Charles e Caroline Ingalls che con le loro figlie Laura, Mary e Carrie lasciano i grandi boschi del Wisconsin per iniziare una nuova vita come molti altri coloni.
La scrittura della Wilder è semplice e asciutta, essenziale e priva di fronzoli, questo è un lettura per l’infanzia e scorre via velocemente.

Una trasposizione televisiva è raramente fedele e identica al testo al quale si ispira e in questo caso alcune differenze spiccano abbastanza evidenti.
Sono diversi certi caratteri, sono diversi certi tratti fisici delle persone.
Caroline Ingalls, ad esempio, è una donna pratica e concreta e risulta molto meno dolce e tenera di quanto appaia nel telefilm, suo marito Charles mi è parso a tratti più ruvido del personaggio proposto da Michael Landon.
E ricordate quel bonaccione del signor Edwards? Ecco, nel telefilm è un omone grande e corpulento, nel libro viene descritto come alto, magro e bruno.
Mary è davvero buona e generosa come la ricordiamo mentre Laura, a volte, sembra invece essere fin troppo capricciosa e persino indisponente.
Viene descritta con attenzione la dura quotidianità di questi coloni, sono narrati in modo chiaro certi momenti di lavoro e di fatica come ad esempio la costruzione della casa.
Quelle erano le terre degli Indiani, terre che furono loro sottratte per essere date ai coloni e gli indiani, con le loro usanze e le loro particolarità, sono presenti in diversi passaggi del libro: Laura li teme e allo stesso tempo prova curiosità verso di loro.
Le parole complessivamente usate nei confronti di questo popolo sono spesso amaramente dure, in quei passaggi emerge netta la paura del diverso e l’incapacità di confrontarsi con una cultura differente dalla propria, a me non sembra di ricordare questa narrazione negli episodi del telefilm.
C’è poi la vita e il tempo che scorre, mentre il fuoco scoppietta nel camino e le bambine gioiscono per i dolcetti colorati e per lo zucchero bianco.
Prenderò tutti i volumi della serie, ho appena iniziato il secondo libro e devo dirvi che non ho resistito alla tentazione di guardare innanzitutto il capitolo dedicato a Nellie Oleson: se volete saperlo lei e suo fratello Willie erano veramente due pesti e Nellie aveva un carattere infernale.
Certe storie ci accompagnano e restano un bel ricordo, questo libro è un’emozione e un bel viaggio nel tempo dell’infanzia.
Laura Ingalls Wilder nacque il 7 Febbraio 1867, oggi è il giorno del suo compleanno e da questo tempo distante dal suo voglio dirle che le bambine della mia generazione sono state felici di crescere insieme a lei e alle sue sorelle.
Grazie Laura, ci siamo divertite insieme, nella casa nella prateria.

Moda per signore da un catalogo del 1908

Oggi vi porterò a far spese nel nostro passato e sfoglieremo insieme il catalogo per la vendita per corrispondenza della Società Anonima Fabbrica Telerie Frette & C del glorioso anno 1908.
Come ricorderete vi ho già illustrato gli articoli per i più piccini ma oggi ci dedicheremo a tutto ciò che occorreva a signore e signorine senza tralasciare la moda e lo stile.
Iniziamo con diversi modelli di copribusto, ognuno è rifinito con delicato pizzo Valenciennes e i prezzi variano a seconda della raffinatezza della decorazione.

In inverno, poi, servono capi più pesanti in caldissima lana e voilà, eccoli qui!

E certo, nel guardaroba di ogni gentildonna non può mancare un pettinatoio, è un accessorio utilissimo quando bisogna sistemare le lunghe chiome.

E per le più ambiziose c’è anche un modello più ricercato e raffinato.

C’è da sbizzarrirsi nella scelta delle sottane e delle sottogonne perché il catalogo offre diversi tipi di modelli in vari colori e disponibili in tessuti di ogni genere come Moiré, Alpagas, seta e impalpabile taffetas.
Le sottane sono molto leziose e molto femminili, ne è un esempio questo capo ricco di nastri e ricami.

Nel paragonare il nostro guardaroba a quello delle donne che ci hanno preceduto appare quanto mai evidente che i nostro armadi e i nostri cassetti sono colmi di capi comodi, semplici e a volte essenziali e credo sinceramente che questa sia davvero una gran fortuna.
Al di là di tutte le romantiche suggestioni vestirsi in quel modo doveva essere una faccenda piuttosto complicata, non parliamo poi della manutenzione di un guardaroba simile!

Ed ecco le semplici e deliziose camicie da giorno.

E ancora, questi sono alcuni articoli segnalati come romantici Matinés per Signora.
Flanella, batista, cachemire, nastri di seta e pizzi vaporosi.

Siccome poi ogni momento della vita doveva avere le sue raffinatezze nell’illustrazione che segue trovate due delicati corpetti da notte.

Un lenzuolo profumato, una morbida coltre e dolci sogni.
Sono le cose belle di altro tempo, andavano di moda nel lontano 1908.

Un prezioso catalogo del 1908

Di tutti i volumi recentemente comprati questo è veramente particolare e mi ha stupito persino trovarlo.
Vi presento con gioia il catalogo per la vendita per corrispondenza della celebre fabbrica di telerie Frette dell’anno 1908.
La famosa azienda di Monza era già allora all’avanguardia in fatto di marketing, questo volume ne è un perfetto esempio, ci sono pagine e pagine di articoli descritti nel dettaglio.
Abiti da lavoro, corredi, abiti per signora e servizi da tè, tovaglie e fazzoletti, accessori da cucina, biancherie e ricami.
Gli articoli erano destinati alla clientela che doveva riceverli per posta e così ci sono tutte le informazioni utili: misure, tipi di tessuto e di rifiniture.
In quel glorioso 1908 per mostrare i capi si usavano dei disegni e sotto di essi sono spesso specificati anche i colori delle stoffe.
E così un catalogo commerciale ci mostra ciò che non possiamo conoscere osservando le foto d’epoca in bianco e nero: le tinte degli abiti.
Sfogliamo insieme questo volume, oggi vi mostrerò i capi per per i più piccini.

Quando una piccola creatura viene al mondo ogni mamma desidera possedere tante cose belle e in questo catalogo c’era l’imbarazzo della scelta.
Ecco i portenfants, uno di madapolam guarnito con pizzi e nastri, l’altro di piquet bianco ricamato a macchina e a mano abbellito anche da una dolce scritta: mon tresor.

Questo invece è l’assortimento di bavaglini, sono tutti deliziosi!

Per i neonati ecco le camicine di tela lino Fiandra con il pizzo Valenciennes.

E questo è invece un esempio di come venivano presentati i vari articoli.

Sul volume c’è un’importante precisazione: la clientela di Milano, Roma, Torino, Genova e Firenze può rivolgersi alle filiali colà residenti che tengono l’eguale assortimento e ai prezzi e condizioni del presente catalogo.
E quindi per acquistare il corpettino di Jaconas bianco con pizzi e nastri disponibile in tre misure si poteva andare in negozio.
Sì, sono proprio gli abiti che si vedono nelle foto del passato, certo che giocare così agghindati doveva essere una faccenda complicata!

Nell’armadio di una piccola creatura non potevano mancare le vestine.
Quella sulla sinistra era di molleton bianco pesante, orlata in lana con nastro di seta.
L’altra invece era di un tessuto crème rigato.

Ed ecco le sottocuffiette e le cuffiette per proteggere le preziose testoline.

E una fornitura da passeggio per andare al parco con mamma e papà.

Con i rigori dell’inverno poi serviva una mantellina per coprirsi e stare al caldo.
A sinistra la mantellina in lana Pirenei, fondo bianco a righe rosa o celeste, il profilo e il cordone erano di seta, anche cappuccio era foderato con preziosa seta.
Sulla destra una mantellina della stessa lana in questo caso felpata ed ovattata, lo fodera era trapuntata di seta rosa o azzurra e anche il cappuccio era così foderato.

Un libro delle meraviglie per me, ho voluto condividere con voi alcune immagini e forse in futuro tornerò a raccontarvi altre bellezze tratte da queste pagine.
Correva l’anno 1908 e da qualche parte c’era una giovane futura mamma in trepidante attesa.
Speranze, tenerezze, desiderio infinito di stringere il suo frugolino tra le braccia.
Fantasie e sorrisi, gioie tanto sperate.
Tra le mani ha quel volume, lei sogna e sfoglia il ricco catalogo della Società Anonima Fabbrica Telerie Frette & C.

Una popolana di nome Agostina

Agostina era una donna del popolo.
Aveva un carattere spigoloso e attaccabrighe, colui che racconta di lei la descrive come un tipo fumantino, sembra che la vistosa Agostina non ci pensasse due volte quando c’era da menar le mani.
E anzi, era sempre a ratellare con le comari e non era raro che finisse in malo modo.
Insomma, Agostina era un personaggio a dir poco particolare ed era una creatura di Portoria.

Un giorno i rappresentanti delle autorità andarono a cercarla perché la nostra Agostina aveva un conto in sospeso con la giustizia e doveva scontare tre mesi di prigione.
Il Brigadiere si palesò alla sua porta ma se ne tornò indietro da solo e riferì al Commissario di Polizia che Agostina era in attesa di un bambino e siccome era quasi giunta al termine della gravidanza sarebbe stato opportuno attendere.
Dunque si decise di aspettare e dopo due settimane il Commissario rinnovò l’ordine ma il Brigadiere ancora una volta tornò senza Agostina e riferì che l’aveva trovata a letto in attesa del parto.
Trascorsero ancora due mesi e per la terza volta si ripeté la medesima situazione.
Di nuovo si ripresentarono a casa di Agostina i Reali Carabinieri e ancora la trovarono a letto in attesa di dare alla luce il suo bambino.
Agostina strepitava, disse che sarebbe stata loro responsabilità se per caso le fosse toccato in sorte di partorire per strada, ribadì che se le fosse accaduto qualcosa di brutto sarebbe morta di dolore e si rifiutò di alzarsi dal letto.
I Carabinieri, però, furono irremovibili, le intimarono di vestirsi e la condussero nelle Carceri di Sant’Andrea.
Si seppe poi che Agostina non era affatto incinta, sotto il suo abito celava invece un discreto mucchio di stracci.
La vicenda di lei è raccontata in un libro dal titolo Il delitto di Vico Squarciafico ovvero La lotta contro la criminalità – Memorie di Sileo Girardo, Commissario di P.S. a riposo pubblicato dalla Società Tipo-Litografica Ligure nel 1920.
Questo solerte ed efficiente rappresentante delle Autorità raccolse in un corposo volume i molti casi dei quali si era occupato nella seconda parte dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, alcuni di essi sono intricatissime vicende di cronaca, altri sono brevi aneddoti.
Nella moltitudine di persone descritte in questo libro emerge anche questa figura di donna, il suo nome era Agostina.
Non so cosa ne sia stato di lei, ho letto la sua vicenda e ho sperato che in seguito abbia avuto un destino tranquillo e felice.
E sì, ho anche sperato che poi sia diventata davvero mamma e che abbia saputo apprezzare il grande dono ricevuto.
Anche lei visse sotto il cielo di Genova, tanti anni fa.