Due sulla torre

“I dolci occhi scuri che sollevò verso di lui quando entrò – grandi e malinconici più per la circostanza che per loro caratteristica personale – suggerivano un temperamento caldo e affettuoso, forse leggermente sensuale, che languiva per la mancanza di qualcosa da fare, da amare o per cui soffrire.”

Così si presenta Viviette Constantine, tormentata eroina scaturita dal mirabile talento di Thomas Hardy e protagonista del romanzo Due sulla torre risalente al 1882 e pubblicato in Italia da Fazi Editore.
L’inquieta Viviette, elegante signora quasi trentenne, vive a Welland House, la sua bella dimora nella campagna del placido Wessex.
È insoddisfatta Viviette, il suo destino finisce così per incrociarsi con quello di Swithin St. Cleeve, un giovane di ben diversa estrazione sociale e inoltre più giovane di lei di ben nove anni.
All’epoca della sua pubblicazione il romanzo si attirò l’accusa di essere contrario alla morale ed è lo stesso Hardy a scrivere nella prefazione che il suo libro venne considerato “sconveniente”, questo naturalmente secondo i canoni della società vittoriana ben distanti dai nostri.
La storia si dipana con garbo e delicatezza alzando il velo sull’esistenza di questa donna, moglie del dispotico Sir Blount Constantine che se ne è partito per l’Africa seguendo “la mania della caccia al leone” e strappando alla giovane sposa la promessa di vivere in solitudine fino al suo ritorno e di evitare balli ed eventi mondani.
E lei così si adegua alla sua situazione rinunciando anche a certe piccole gioie fino al giorno in cui scopre, inaspettatamente, di essere rimasta vedova.
Viviette conosce ormai già da diverso tempo il giovane Swithin del quale si è innamorata con facilità: lui è un giovane ricco di talenti e di speranze, studia appassionatamente astronomia e desidererebbe diventare astronomo reale.
E compie quei suoi studi nella torre di proprietà dei Constantine, proprio quel luogo diverrà scenario dei molti incontri tra Swithin e Viviette.

Lei lo aiuta, lo sostiene, lo segue in quella meraviglia che è la scoperta del cielo.
E ascolta e impara, si emoziona, ogni giorno il suo cuore batte più forte per lui e per i suoi ideali e il giovane la ricambia con gratitudine, devozione e trasporto.
La trama bellissima, delicata e avvincente, è ricca di tensioni e di diversi equilibri, a mio parere sarebbe perfetta per una trasposizione cinematografica, leggendo le pagine così sapientemente scritte da Thomas Hardy nella mente appare la figura di Viviette e con lei si scoprono tutti i protagonisti che ruotano attorno alla sua vicenda.
Ad esempio, guardate che curioso incidente capita a una fanciulla di nome Tabitha Lark nel silenzio della chiesa locale durante una funzione religiosa:

“Era in corso il sermone e il giovane addetto al mantice si era addormentato sui manici dello strumento. Tabitha tirò fuori il fazzoletto, con l’intenzione di svegliarlo sventolandoglielo davanti. Insieme al fazzoletto ruzzolò fuori un’intera serie di oggetti sorprendenti: un ditale d’argento, una fotografia, un piccolo portamonete, una bottiglietta di profumo, alcune monetine sciolte, nove chicchi di uva spina, una chiave.”

È una descrizione semplice e assolutamente straordinaria, del resto un grande scrittore sa fare proprio questo: ti lascia davanti agli occhi l’indimenticabile immagine di una fanciulla imbarazzata e ti fa sentire il rumore lieve di tutti quegli oggettini che cadono a terra.
Non vi svelerò i dettagli della personale ricerca della felicità di Viviette, questa è una storia ricca di colpi di scena, di sotterfugi, di notizie impreviste, di dubbi e piccoli indizi, di oggetti perduti, di viaggi, di tradimenti e di tentativi di pianificare l’esistenza proprio come vorrebbero le regole della società.
Al di là di tutto questo, davanti allo sguardo e nel fondo dell’animo, si staglia lucente e assoluto il desiderio di raggiungere l’autentica felicità e di toccarla, preservarla e viverla con tutta l’intensità della quale si sa essere capaci, con la disperata bellezza del sentimento di Viviette che palpita nutrito dalla speranza e dall’infinita meraviglia che suscita in lei il suo amato e geniale Swithin.

“Le labbra dischiuse erano labbra che parlavano, non d’amore ma di milioni di miglia; ed erano occhi, quelli, che non guardavano nelle profondità degli occhi altrui ma in altri mondi.”

Quanti cieli

“La nostra è un’epoca essenzialmente tragica, così ci rifiutiamo di viverla tragicamente. C’è stato un cataclisma, siamo tra le rovine, incominciamo a costruire nuovi piccoli habitat, ad avere nuove piccole speranze. È un lavoro piuttosto duro; adesso non c’è una strada scorrevole che porti al futuro: bisogna scavalcare gli ostacoli o aggirarli.
Dobbiamo vivere, non importa quanti cieli ci siano crollati addosso.”

David Herbert Lawrence – L’amante di Lady Chatterley (1928)

Perduti, amati e ritrovati

Perduti, amati e ritrovati: i libri, i nostri libri.
Alcuni magari li hai lasciati indietro, in un tempo nel quale ti riconoscevi in certe parole che parevano scritte apposta per te e così all’epoca li avevi sottolineati in più parti, ti aveva persino punto vaghezza di trascrivere alcune righe su un quadernetto da conservare per i momenti bui.
Perché magari non lo sai ma, prima o poi, un libro finisce per ritrovarti.
La memoria di quella lettura resta in un luogo nascosto della mente e ancora ritorna, seppur vaga e confusa, si ripresenta nel momento in cui la tua anima ha sete di bellezza, conforto o immaginazione.
Così vai a cercare tra i tuoi libri perduti, amati e ritrovati e tra le pagine ritrovi anche quell’emozione già vissuta o forse finisci per scoprirne una nuova e del tutta diversa.
Perduti e ritrovati, mai dimenticati: come i grandi amori, in fondo.
E unici, sempre, perché ogni lettore è un libro diverso e questa è una delle parti più intriganti della magia della lettura.

Pensate alle miriadi di nomi di coloro che popolano le pagine dei vostri libri.
Da Giulietta Capuleti a Dorian Gray, da Madame Bovary a Oliver Twist, giusto per citarne alcuni: ognuno di noi immaginerà i volti di queste persone in maniera differente e per ciascuno sarà un diverso gioco di fantasia.
Siamo condotti a quel viso grazie alle parole dello scrittore eppure siamo soltanto noi a rendere reali queste figure e a saperle vedere alla nostra particolare maniera e nessuno al mondo mai le immaginerà come abbiamo fatto noi.
Se ci pensate, questo è straordinario.
Perduti, amati e ritrovati: quei libri che ti accompagnano da sempre e neppure sai quando li hai incontrati la prima volta.
Perduti, amati e mai abbandonati perché sarebbe molto difficile restituire il senso alle cose e farlo nostro se non potessimo ritrovarci nei versi di una poesia, nel frammento di uno scritto di un tempo lontano, nelle emozioni di un personaggio letterario.
Perduti, amati e ritrovati, i nostri libri che ci sono sempre stati, in ogni respiro delle nostre giornate.

E se amo anche i libri è perché in fin dei conti i libri sono parte del mondo come le donne, gli alberi, le bestie, i fiori, i poeti, le fabbriche, le stelle e questa mia meravigliosa lettera.”
Cesare Pavese, 1927
Lettere 1924-1944 Einaudi 1966

Guardando Genova con gli occhi di Francesco Petrarca

“…Allora ero fanciullo e appena come in sogno rammento le cose viste, quando quell’insenatura del vostro litorale, che vede il sole sorgere e tramontare, mi sembra non una terrena, ma una celeste dimora, quale i poeti collocano nei Campi Elisi come le cime delle colline con ameni sentieri, le vallate lussureggianti e nelle vallate persone felici.”

Evocativa, poetica, densa di innumerevoli sensazioni è la descrizione di Genova lasciataci da Francesco Petrarca, il brano è tratto dalla raccolta epistolare Le Familiari e risale al 1352, il testo è originariamente in latino e se ne trova la curata traduzione nel libro Genova medievale vista dai contemporanei della Dottoressa Giovanna Petti Balbi  pubblicato da Compagnia dei Librai nel 2008, sempre da questo pregiato volume ho tratto anche l’altro brano del Petrarca che in seguito troverete citato.
Al poeta sovviene alla mente la memoria di ciò che vide quando era appena un ragazzo e quella città posata sul mare lo ammaliava con le sue torri e i suoi palazzi fastosi, lo incantava per le sue colline coperte di cedri profumati, viti e ulivi a perdita d’occhio.
Un luogo di delizie e di armonie, nel quale il poeta riconosce anche una certa tempra ai suoi cittadini.
Cita infatti le gloriose vittorie di Genova contro Pisa e Venezia e rammenta come la fama della Superba corresse di bocca in bocca: i genovesi erano temuti e rispettati e nessuno si osava andare per mare senza il loro permesso.

Ugualmente intensa è la descrizione risalente al 1358 e inclusa nel volume Itinerarium Syriacum nella quale il Petrarca ancora magnifica la potente flotta della Superba, così temuta e temibile.
E ancora, invita ad ammirare il porto di Genova, opera della fatica dell’uomo.
Le parole di Petrarca non sono soltanto di apprezzamento per le bellezze della città ma anche per il carattere dei suoi cittadini, per il loro modo di agire e per la forza dei loro animo.
Bella e ricca è la terra di Liguria, egli decanta i ruscelli e le valli, le bellezze delle alture, le case adagiate sulla costa e usa toni di autentica ammirazione.
E tra le rare bellezze da apprezzare nella Superba Petrarca ricorda il lucente catino che ai tempi si credeva di puro smeraldo e che si riteneva essere stato usato da Gesù nell’ultima cena.
Il reperto fu condotto a Genova dalla Terra Santa da Guglielmo Embriaco l’eroe delle Crociate ed è ora conservato al Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo.

La città che vide Petrarca è lontana nel tempo e così diversa da quella che oggi percorriamo eppure fu proprio lui, in questo suo testo, a formulare una definizione che ancora ci commuove riempiendo i nostri cuori di orgoglio e di amore per la nostra città:

“Veniamo a Genova, che dici di non aver mai visto. Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare.”

Era il tempo

Le parole a volte sono senza tempo, alcune restano impresse nelle mente con la loro forza inesplicabile.
Questo è uno degli incipit più potenti della letteratura, sono parole di Charles Dickens.
Volevo che fossero qui, tra le pagine di questo blog e allora le ho scritte là, nel cielo azzurro di Piazza San Luca.
Perché le parole, certe volte, sono senza tempo.

Stella Nera – Le luci dell’Occidente

Perché le cose non vanno mai per il verso giusto, e saltano sempre su come i grilli quando corri nei campi d’estate? Pensi che sia tutto a posto e invece in cinque minuti ti capita di tutto.”

Sono parole tratte da Stella Nera – Le Luci dell’Occidente, l’avvincente romanzo del savonese Marco Freccero, scrittore indipendente e anche autore di un interessante blog che leggo da molti anni.
Una trama che conquista, i sottili fili di una storia che si seguono con curiosità, una vicenda che si dipana nel 1987 a Savona.
E là, nella città della Torretta, la morte improvvisa di una signora tedesca suscita un certo scompiglio.
Chi è la Signora Jutta? Quali tenebrosi misteri si celano nel suo passato?
Ci sono poi tre giovani: Filippo, Massimo e Davide sono obiettori di coscienza e condividono questa scelta di vita occupandosi anche dei bambini di un doposcuola.
Sono personaggi realistici e azzeccati, delineati dal loro autore in maniera onesta e sincera, forse leggendo le loro vicende potrebbe capitarvi, come è successo a me, di riconoscere in loro ragazzi che tutti noi abbiamo incontrato proprio in quegli anni ‘80.
Sono giovani che nutrono alti ideali e sogni anche piccoli, a volte poi si perdono anche in amare disillusioni, questa del resto è anche una storia di ricerca di bellezza e verità, di amicizia e vicinanza e davvero non è difficile affezionarsi ai tre ragazzi.
Più complicata e complessa è la figura dell’attempato Leonardo Perrone, lui vive solo lì accanto alla signora Jutta e finisce che va a cacciarsi in un pasticcio bello grosso, perché le cose non vanno mai per il verso giusto, ricordate?
Qui ci sono di mezzo certi libri misteriosi, un prezioso e sconosciuto quadro del Bernini, un sacco pieno di fotografie e un passato che emerge sinistro e ancora ritorna a far paura e a terrorizzare.


E poi ancora, ecco un’altra protagonista, è la città di Savona:

“… settembre aveva fatto il suo ingresso con giornate ancora calde. Verso sera, nell’ora che precedeva il tramonto, la luce inondava le vie della città, colpiva i piani alti dei palazzi del centro ottocentesco sino a far apparire i vetri delle finestre in fiamme.”

Così si mostra Savona svelata nelle sue strade antiche, nei suoi vicoli, nei suoi chiaroscuri e nella sua quotidianità: è lo scenario perfetto di questo romanzo, è una città luminosa e accogliente, a tratti sorpresa anche in quella lenta stanchezza che talvolta caratterizza i piccoli centri.
Questo poi è anche il romanzo di un’epoca e vi riporta in molte diverse e riuscite maniere in quegli anni ‘80 e nelle sue attese, nelle sue speranze e in quelle visioni di futuro che io ricordo.
Marco Freccero è un autentico amante della scrittura e della lettura, si diletta con i buoni libri e sul suo canale Youtube presenta i suoi autori preferiti spaziando da Dickens a Graham Greene, dalla letteratura americana a quella scandinava fino al suo amato Dostoevskij.
È evidente che il suo scrivere è frutto di una personale ricerca intellettuale e si rinforza anche grazie a queste belle frequentazioni, oltre alla trama e all’intreccio del romanzo io ho apprezzato la scrittura asciutta saggiamente priva di inutili artifici barocchi e ridondanze, è originale, credibile e rispecchia appieno una realtà.
Il romanzo si legge in un soffio, ha un finale che stupisce e, come di rado mi capita, mi dispiace averlo finito, se ci fossero state altre 200 pagine me le sarei godute volentieri.
Per fortuna la storia è destinata a continuare, il romanzo è il primo di una serie, pertanto io attendo il seguito con impaziente curiosità.
Se anche voi desiderate scoprire il mondo di Stella Nera in questo post di Marco Freccero troverete le diverse possibilità per acquistarlo.
Finirete dritti in quegli anni ‘80 e vi accorgerete che quell’epoca aveva un ritmo più lento, suoni che adesso paiono nostalgie.
E troverete una certezza, in poche semplici parole: il senso di vera giustizia è luce, salvezza e speranza.
Lo sa pure Leonardo Perrone che, in fondo, forse non è poi così sprovveduto.

“Certe cose sono più forti di tutte le prigioni del mondo.”

Il risveglio

“Gli occhi della signora Pontellier erano vivaci e luminosi, di un castano ambrato, più o meno lo stesso colore dei suoi capelli. Aveva un modo tutto suo di rivolgerli rapidissimi a un oggetto e tenerli fissi lì, come smarrita in chissà quale labirinto interiore di meditazione e di pensiero.”

Così facciamo la conoscenza di Edna Pontellier, tormentata eroina del romanzo Il Risveglio scritto dalla statunitense Kate Chopin sul finire dell’Ottocento.
Edna è una giovane sposa e madre di due bambini, con il suo abbiente marito abita in un’elegante dimora a New Orleans e nel corso di una vacanza a Grand Isle si ritrova a riscoprire una nuova se stessa.
È un certo Robert Lebrun a suscitare in lei sensazioni sopite, Edna è prigioniera delle convenzioni e di un matrimonio senza amore, di consuetudini alle quali si è docilmente abbandonata compiendo il fatale errore di dimenticare la vera se stessa.
Tuttavia questo non è un romanzo di amore e tradimenti, tra le righe di una scrittura efficace e pulita, pagina dopo pagina si scopre la rinascita di una donna che desidera affermarsi, il suo risveglio è la sua ricerca costante di libertà e indipendenza.
Il romanzo si dipana così con una trama semplice e indaga nell’animo combattuto e fiero della giovane Edna:

“Il passato non era più nulla per lei; non offriva lezioni che fosse disposta ad ascoltare. Il futuro era un mistero che non aveva mai tentato di penetrare. Solo il presente aveva importanza; era suo per torturarla come stava facendo in quel momento con la penosa certezza di aver perso ciò che un tempo le era appartenuto.”

Collana Storie Senza Tempo

Così si compie il destino di Edna, lei sa essere coraggiosa e sa compiere delle scelte inconsuete, con passione si dedica alla pittura e tiene gelosamente per sé il ritrovato piacere della solitudine.
Lascia, a poco a poco, il suo posto accanto al marito e lui non la comprende, le diviene sempre più estranea con quella sua nuova mania balzana di occuparsi dei diritti delle donne!
La società nella quale lei vive e cresce è pensata per gli uomini, Edna questo lo sa bene e ne sentirà il peso in ogni istante della vita.
E non c’è solo Robert sul suo percorso, per un breve tratto la sua esistenza si intreccia a quella del fatuo Alcée Arobin, un seduttore nato che coinvolge la giovane Edna.
E tuttavia è sempre lei al centro della storia, non sono i sentimenti o le passioni ad essere così importanti, a far la differenza sono i moti dell’animo di Edna, le sue consapevolezze e i suoi trasporti emotivi che la conducono verso il suo destino.
Questo è un libro di introspezioni e di sapienti metafore, quella libertà tanto agognata si ritrova nelle onde del mare impetuoso dove Edna impara finalmente a nuotare.
E il mare parla, si rivolge a lei:

La voce del mare è seducente: senza sosta sussurra, strepita, mormora, invita l’anima a vagare per qualche tempo in abissi di solitudine.”

Il romanzo scorre veloce e ha un finale inaspettato ed improvviso, nulla vi svelerò per non guastarvi il piacere della lettura.
Con una scrittura evocativa e lineare Kate Chopin offre così al lettore uno sguardo sul mondo di Edna e lo fa con un talento particolare nel descrivere certi dettagli e nell’inquadrare i personaggi sulla scena come in una sapiente sceneggiatura, questa è una delle particolarità che più mi ha colpito in questo romanzo.

“Gli innamorati, che avevano stabilito i loro piani la notte precedente, erano già in cammino verso la banchina. La signora in nero, con il suo libro di devozioni domenicali, foderato di velluto e borchiato in oro e in rosario d’argento della domenica, li seguiva a poca distanza. Il vecchio Monsieur Farival era in piedi, più che intenzionato a seguire l’ispirazione del momento. Indossò il suo largo cappello di paglia e, afferrando l’ombrello dall’appendiabiti nell’ingresso, si incamminò dietro la signora in nero senza mai oltrepassarla.”

I personaggi sono già tutti lì, è un film, è un viaggio in una località della Louisiana, è il racconto sapiente scaturito dalla penna di Kate Chopin.

Storie di Natale

“No, non sono uno spirito del Natale e vivo con i miei compagni in un bel posto, dove ci prepariamo per la nostra festa, quando ci è concesso di girare il mondo per aiutare a renderla un momento felice per tutti coloro che ci lasciano entrare. Vuoi venire a vedere come lavoriamo?”

Così la piccola Effie sorrise e seguì volentieri colui che le aveva rivolto queste parole e con lei andremo anche noi lettori, è una vera piacevolezza perdersi nell’universo di fantasia di Louisa May Alcott nel volume Storie di Natale Racconti inediti pubblicato da Edizioni Clichy.
La Alcott è l’indimenticata autrice del celebre romanzo Piccole Donne e non le saremo mai abbastanza grati per averci svelato il magnifico mondo delle sorelle March.
La scrittrice destinò la maggior parte di questi suoi racconti alla sua nipotina, queste sono le storie della buonanotte che questa zia così speciale raccontava alla sua Lulù.
E così è particolarmente gradevole mettersi seduti con questo libro tra le mani e lasciarsi trasportare in certe atmosfere fiabesche dove si incontrano bimbe curiose che si chiamano Lily, Rosy o May e ragazzini che si annoiano e vanno in cerca di avventure.
Il mondo della Alcott è una delizia di straordinarie fantasie che vi faranno ritornare bambini, questo libro si legge in soffio e d’altra parte si vorrebbe anche che non finisse mai: ha il garbo della scrittura ottocentesca, vi si ritrovano le atmosfere che ci si attende e tuttavia è una costante splendida sorpresa.

Non mancano i rimandi ad autori noti, il lettore riconoscerà sicure suggestioni dickensiane e per una certa parte coglierà anche la gradita influenza di Hans Christian Andersen.
Nelle storie di Louisa May Alcott ci sono anche certi animaletti parlanti, ad esempio incontrerete Hop, Croack e Splash: loro sono tre ranocchi, due fratelli e una sorella, non vi svelo niente su di loro e vi lascio il piacere di scoprirlo.
E poi queste storie hanno anche una morale: sono piccoli insegnamenti, strade da seguire, ammonimenti e lezioni di vita.
La gioia della lettura si ritrova poi nella totale immersione in trame imprevedibili e inaspettate e in bellissimi giochi dell’immaginazione.
Sono tutte storie piacevoli ma io ho adorato in particolare le avventure della piccola Lily nel Paese delle Caramelle: questa bimbetta vi ricorderà una certa Alice nel Paese delle Meraviglie, il suo viaggio tra le varie dolcezze la porterà anche nel paese dei dolci dove tutti sono imparentati per via dei nonni, Zucchero e Melassa.
E poi in altre storie incontrerete Kitty e le sue scarpe ballerine, May con la sua scatola magica, Rosy e i suoi fantastici compagni di viaggio, il piccolo Johnny al quale si svelerà il senso della vera amicizia e voi sarete accanto a lui per scoprirlo.
Quando un libro riesce a portarti in un meraviglioso mondo allora quelle pagine sono preziose per l’anima, per il cuore e per la mente: questo è uno di quei libri ed è un magico dono della nostra cara amica Louisa May Alcott.

“Appena furono cantate le ultime parole, proprio davanti ai suoi occhi vide una creatura minuscola che si dondolava sulla rosa che era lì in un vaso: una fatina incantevole con le ali come una farfalla, un vestito trasparente e una stella sulla fronte.”

Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione

Questa è la storia di un uomo narrata spesso tramite le sue stesse parole.
Non è la biografia di un rivoluzionario, è piuttosto la ricerca del suo pensiero e delle sue azioni tramite la traccia che egli lasciò.
Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione è il saggio di Stenio Solinas pubblicato da Neri Pozza e dedicato alla figura di uno dei più protagonisti del sanguinario regime del Terrore durante la Rivoluzione Francese.
Louis Antoine de Saint-Just frequenta la scrittura, è il mese di maggio del 1789 quando pubblica l’Organt, un poema in venti canti che è il riflesso del suo pensiero: di lì a poco avverrà la presa della Bastiglia e Saint-Just in quel tempo sarà ancora lontano da Parigi ma già imbevuto e partecipe degli ideali rivoluzionari.
Arriverà nella capitale francese e diverrà il più grande amico di Robespierre al quale lo unirà un profondo legame.
Lo storico Michelet definirà Saint-Just l’Arcangelo della Morte, la sua figura è anche ammantata dall’epica della bellezza, Solinas racconta anche dei suoi ritratti esposti al Museo Carnavalet che restituiscono l’immagine di un avvenente giovane che al lobo porta un orecchino.
E con sapienza Solinas offre al lettore anche uno sguardo su un altro aspetto che distingue l’epoca rivoluzionaria: la rivoluzione è anche l’epica della giovinezza.

Avversari e rivoluzionari di rado riescono a superare i 40 anni, l’autore presenta uno spaccato di quella società e induce così il lettore a riflettere su questo particolare aspetto.
Saint-Just stesso arriva a Parigi che è appena un ragazzo, il folle clima del terrore di quel tempo brucia vite ed ideali.
Come dicevo, il saggio non è una biografia, narra le intemperanze del protagonista e il ruolo che egli ebbe nella politica del tempo ma lo osserva in maniera mediata con uno sguardo particolare sulle sue azioni e sul suo credo.
Secondo la mia personale opinione questo testo prevede già una certa approfondita conoscenza degli eventi dell’epoca, l’autore per parte sua si muove con notevole dimestichezza tra le diverse tematiche inerenti la Rivoluzione Francese, non tralasciando rimandi a studi di epoche recenti e dotte citazioni.
Alcune pagine, poi, restituiscono appieno il furore della Rivoluzione come ad esempio quelle nelle quali si narra la seduta della Convenzione durante la quale si decide il destino di Luigi XVI e nel luogo nel quale tutto avviene la tragedia diventa spettacolo messo in scena dal pubblico presente in sala:

“…si mangiano gelati, arance, si bevono liquori, ci si scambia complimenti e saluti fra belle donne nel loro più charmant négligé e amici, ammiratori, spasimanti più o meno maturi.”

In questo clima cresce e si alimenta la passione politica di Saint-Just, interessante è il capitolo dedicato alla sua riorganizzazione e riforma dell’esercito.
Questo libro complesso e certamente particolare restituisce così il ritratto di una figura insolita osservato da un particolare punto di vista.
Eccolo il giovane Saint-Just: un giorno prima di essere condotto al patibolo si presenta alla Convenzione vestito con somma eleganza, come se dovesse partecipare ad una festa.
Resta su quella tribuna e non riesce a prendere la parola, i suoi nemici non gliela concedono ma, a differenza del suo amico Robespierre che strepita per difendersi, Saint-Just tace e affronta il destino con impassibile sangue freddo.
Sono 21 coloro che insieme a Saint-Just sono destinati al patibolo, la loro vista è lo spettacolo di un’umanità umiliata e dolente, coperta da vesti lacere e macchiate di sangue.
È la Place del La Concorde il luogo dell’esecuzione e Saint-Just andrà incontro alla morte ritto su un carro, con l’abito di camoscio e il gilet con un solo bottone allacciato a lasciar scoperto il petto.
È il 28 Luglio 1794, la lama implacabile della ghigliottina precipita giù e recide la testa di Louis Antoine de Saint-Just, all’epoca appena ventisettenne.
Così termina l’intensa vicenda terrena di un giovane che visse nella vertigine della Rivoluzione.

Le cinque donne

Cinque donne, cinque fragili vite tragicamente stroncate da un assassino la cui figura ancora evoca profonde inquietudini: Le Cinque donne – La storia vera delle vittime di Jack lo squartatore è il superbo saggio di Hallie Rubenhold edito da Neri Pozza e vincitore del Premio Baillie Gifford per la non fiction.
Un libro coinvolgente come un romanzo, incalzante, scritto con garbo e competenza, puntuale ed efficace come deve essere un’autentica indagine storica, il volume è frutto di un accurato e minuzioso lavoro di documentazione compiuto su una gigantesca mole di carte d’archivio, giornali e pubblicazioni.
Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane sono le protagoniste.
A ciascuna di loro Hallie Rubenhold dedica un capitolo, approfondendo le vicende della vita di ognuna senza indulgere sui particolari della loro fine e tralasciando la ricerca di informazioni sulla misteriosa figura del loro assassino: nessuna supposizione sulla vera identità di lui, volutamente scarni i dettagli sugli omicidi.
L’autrice intende così riportare così al centro della scena le sventurate vittime e mostrarci il loro vero volto, delineando al contempo un affresco straordinario di una certa Londra vittoriana, ne può scrivere in tale maniera soltanto chi conosca davvero a fondo la storia della capitale inglese e chi frequenti con passione le pagine dei suoi più celebri narratori come Charles Dickens.
Una città vibrante, fosca, complicata e tumultuosa e resa reale da questa scrittura magnifica, ad esempio così viene presentata Fleet Street, la zona del distretto tipografico:

“I cilindri ruotavano, le cinghie giravano, gli ingranaggi ticchettavano e ronzavano mentre i caratteri e l’inchiostro si imprimevano sulla carta. I pavimenti vibravano, le luci ardevano senza posa. …. Fleet Street e i dintorni erano un alveare pieno di celle in cui si stampava. I camici lerci e i grembiuli macchiati erano l’unico vestiario possibile per gli operai: più il lavoratore faticava più era nero e fuligginoso.”

Taluni, in questo mondo implacabile, restano facilmente sopraffatti.
Per i bassifondi e per le strade di Whitechapel una varia umanità si arrabatta per sopravvivere e per rimanere a galla, qui si compiono i destini di Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane.
Hallie Rubenhold narra delle loro famiglie di provenienza e della loro infanzia, poi le mostra giovani donne con i loro progetti e le loro speranze.
Ecco Polly e il suo matrimonio finito male e la sua vita vagabonda.
E poi Annie con le sue ambizioni di agiatezza, il marito di lei è cocchiere per un aristocratico, potrebbe sembrare che il destino arrida alla coppia eppure anche davanti ad Annie si spalancherà l’abisso della sofferenza.
Elizabeth invece rincorrerà il suo destino dalla lontana Svezia, sua terra natale, Kate sarà segnata dalla perdita prematura della madre e nella sua vita avrà molte rocambolesche disavventure.
Ammantata da maggior mistero è la figura di Mary Jane, di lei non si conoscono molti dettagli e non è nemmeno del tutto certa la sua vera provenienza.
Queste esistenze sbandate sono segnate da miserie e lutti improvvisi, da tremende malattie e solitudini, in ognuna di queste donne qualcosa irrimediabilmente si frantuma e mai più si ricomporrà, tutte loro sono poi accomunate da una fatale tendenza all’alcolismo.
Hallie Rubenhold pone l’accento sulla consuetudine di guardare a queste vite attraverso il caleidoscopio deformante del pensiero vittoriano con la sua morale che poneva comunque ai margini una certa classe di donne e le privava del loro giusto riconoscimento sociale.
A loro è dedicato questo libro, affrescato dalla sua sua autrice con stile vivido e sapiente, in un racconto che restituisce a cinque donne i tratti delle loro fragili identità.

“Sin dalla loro venuta al mondo, le circostanze furono avverse a Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane. Cominciarono a vivere in condizioni svantaggiate. Non solo quasi tutte erano di bassa estrazione, ma appartenevano anche al sesso sbagliato. Prima ancora di imparare a parlare erano considerate meno importanti dei fratelli e un peso più gravoso per la società rispetto alle bambine benestanti. Il loro valore era già compromesso, prima ancora che riuscissero a dimostrarlo.”