Blanche e Claude

“Aveva gli occhi castani, grandi e luminosi, e Claude non era mai stato capace di resistere alla combinazione di capelli chiari ed occhi scuri. … Ma a fermargli il cuore non furono i colori della sconosciuta: fu il suo sorriso, così abbagliante, così spontaneo.”

Così avviene l’incontro fatale tra due creature destinate a condividere un percorso comune non certo privo di ostacoli: lui è il francese Claude Auzello e lei è l’americana Blanche Ross, protagonisti del romanzo Blanche e Claude di Melanie Benjamin edito da Neri Pozza.
È un giorno del 1923 e Claude, da vicedirettore dell’Hotel Claridge, accoglie l’ospite venuta da un lontano con le sue bizzarre idee: Claude si offre immediatamente di mostrarle la sua Parigi, quella città sarà poi lo scenario delle loro esistenze.
Claude Auzello e Blanche Ross sono due persone realmente esistite ma, come dichiara la stessa Benjamin, la loro vicenda viene proposta attenendosi alla realtà di fatti realmente accaduti e anche ricorrendo a divagazioni di fantasia.
Blanche e Claude, un amore tormentato e ricco di contraddizioni, due vite e un luogo prediletto: l’Hotel Ritz di Place Vendôme del quale Claude diviene direttore e che curerà con amorevole dedizione insieme alla sua Blanche divenuta sua moglie.
Ah, Blanche aveva sogni di gloria!
Lei era giunta a Parigi con il sogno di diventare una stella del cinema, ma poi le cose sono andate diversamente.
E così ecco Madame Auzello in quell’albergo esclusivo frequentato da Picasso, Cole Porter ed Hemingway, ormai quella sarà casa sua, sarà il posto del suo cuore, per tanti diversi motivi: il Ritz con i suoi lussi è culla che custodisce ed è un luogo prodigo di molte bellezze e gioie.

Blanche è diventata la regina del bar del Ritz e da allora non ha mai perso la corona.

Gli anni passano e si giunge a quel tetro 1940: è il tempo dell’occupazione tedesca e anche a Parigi le luci scintillanti si affievoliscono sotto le ombre cupe della storia.

Blanche è una donna volitiva, di carattere, è indipendente e caparbia, a volte i suoi comportamenti sono ragione di forte preoccupazione per Claude, tra loro non mancano i contrasti.
Claude, all’apparenza più cauto e riflessivo, si trova a gestire le relazioni con i tedeschi che occupano il Ritz così come altri alberghi parigini, sono tempi difficili e ardui.
Questa è anche una storia di amore e fratellanza, di sofferenze e speranze: ed è una storia di Resistenza, di fughe precipitose, di letali pericoli affrontati a testa alta e con coraggio, di esperienze segnanti e cariche di angoscia.
Melanie Benjamin ha una scrittura fluida e scorrevole, a mio parere si districa con abilità in tematiche non certo semplici da trattare, fa ampio uso dei dialoghi e questo rende il suo romanzo una piacevole lettura.
Si seguono, insieme a lei, momenti di storia vera: dagli echi dello sbarco in Normandia alla liberazione di Parigi, giorno dopo giorno, con gli occhi di Blanche e Claude.
L’autrice delinea con un certo talento caratteri e personaggi, pure quelli secondari restano impressi per le loro peculiarità, indugia inoltre volentieri nel presentarci personalità realmente esistite: da Coco Chanel alla Garbo, da Ernest Hemingway alla fatale Marlene Dietrich.
Blanche e Claude è un romanzo ma anche vita vissuta, i due piani di lettura paiono intersecarsi alla perfezione e i protagonisti si riscopriranno diversi da come credevano.
È una storia di giustizia e di amore per la libertà, tuttavia non sempre è una storia di felicità raggiunte, nello scenario drammatico degli anni della guerra si compiono tragicamente i destini di molte persone.
E chi resta ha il dovere di ricordare e di ricostruire, di procedere a passi incerti sulle macerie del passato volgendo lo sguardo al futuro, in qualche modo.

Al Ritz tornerà tutto come prima. Perché è questa la sua magia: far dimenticare l’ultima scena alla quale abbiamo assistito prima di entrare nella sua opulenza, anche se quella scena ci ha mostrato i lati peggiori dell’umanità.”

Un passato imperfetto

“Londra è ormai per me una città di fantasmi e io sono uno di loro. Ovunque vada, ogni strada, ogni piazza, ogni viale, mi parlano all’orecchio di un’altra età della mia vita. Mi basta fare due passi a Chelsea o Kensington per ritrovarmi davanti a qualche casa che un tempo mi ospitò e dove oggi sarei un perfetto sconosciuto.”

Così si apre il sipario sulla vicenda squisitamente british del romanzo Un passato imperfetto pubblicato da Beat Edizioni e scritto da Julian Fellowes, Premio Oscar per la sceneggiatura con Gosford Park e autore di Dowtown Abbey.
La storia si dipana tra un presente da decifrare e un passato non troppo distante che ancora racchiude segreti da svelare.
Il narratore della vicenda è uno scrittore che un giorno riceve una lettera inaspettata da Damian Baxter, un amico di gioventù con il quale negli anni ‘60 ha condiviso i giorni di Cambridge e di una giovinezza particolarmente mondana.
Damian non può vantare origini aristocratiche ma ha sempre avuto un particolare ascendente sulle ragazze dell’alta società e il suo amico ben si ricorda le sue molte avventure.
Damian è ora un uomo di successo e possiede un’immensa fortuna, tuttavia è gravemente malato e gli resta poco da vivere: per questa ragione, a distanza di molti anni, rintraccia il suo antico compagno di gioventù e gli chiede di aiutarlo a scavare in quel suo passato imperfetto.
Grazie a una missiva anonima, infatti, Damian Baxter sospetta che, in qualche parte del mondo, una delle ragazze che un tempo frequentava potrebbe aver dato alla luce un erede al quale Damian vorrebbe lasciare il suo patrimonio: ecco il compito dello scrittore, sarà lui a dover ritrovare quel figlio sconosciuto.
Seguiamo così il protagonista mentre riannoda i fili di lontane passioni amorose in cerca di una verità che non è affatto scontata.

Un passato imperfetto è un romanzo ricco e affollato di vicende e personaggi, Fellowes indugia con piacere in quelle arguzie tipicamente britanniche, in quello stile raffinato e sottile che lo rende un maestro nel delineare pregi e difetti di una certa upper class ferocemente ritratta con le sue manie e le sue idiosincrasie.
In questo romanzo così deliziosamente inglese ho apprezzato in maniera particolare il garbo, l’atmosfera e questa talentuosa leggerezza nel delineare le caratteristiche della buona società.
Sempre, con lievità, si coglie una nota di rimpianto e di nostalgia: non solo per la giovinezza lontana e per le occasioni perdute ma anche per un tempo più gentile e promettente, meno confusionario e caotico.
Qua e là, tra un episodio e l’altro, l’autore ci regala inoltre certe sue brevi divagazioni sullo stile, sulla moda e sulle buone maniere e non manca mai un particolare senso dell’ironia.
Un passato imperfetto è una lettura scorrevole che vi consiglio, se volete poi conoscere un’altra opinione in merito qui trovate la recensione della mia amica Stravagaria che sul suo blog ha inoltre già proposto altri celebri romanzi di Julian Fellowes.
A voi scoprire come culminerà la vicenda di Damian Baxter, in un romanzo che ha come sottofondo la musica degli anni ‘60 e la gioia di quegli anni, come scenario le strade di Londra e della campagna inglese, mentre certi cuori battono invariabilmente seguendo il ritmo della nostalgia.

“Esiste da qualche parte una religione secondo la quale si muore due volte: la seconda è quando anche l’ultima persona che ti conosceva se ne va e non rimane più nessuno sulla terra che si ricordi di te.”

Due sulla torre

“I dolci occhi scuri che sollevò verso di lui quando entrò – grandi e malinconici più per la circostanza che per loro caratteristica personale – suggerivano un temperamento caldo e affettuoso, forse leggermente sensuale, che languiva per la mancanza di qualcosa da fare, da amare o per cui soffrire.”

Così si presenta Viviette Constantine, tormentata eroina scaturita dal mirabile talento di Thomas Hardy e protagonista del romanzo Due sulla torre risalente al 1882 e pubblicato in Italia da Fazi Editore.
L’inquieta Viviette, elegante signora quasi trentenne, vive a Welland House, la sua bella dimora nella campagna del placido Wessex.
È insoddisfatta Viviette, il suo destino finisce così per incrociarsi con quello di Swithin St. Cleeve, un giovane di ben diversa estrazione sociale e inoltre più giovane di lei di ben nove anni.
All’epoca della sua pubblicazione il romanzo si attirò l’accusa di essere contrario alla morale ed è lo stesso Hardy a scrivere nella prefazione che il suo libro venne considerato “sconveniente”, questo naturalmente secondo i canoni della società vittoriana ben distanti dai nostri.
La storia si dipana con garbo e delicatezza alzando il velo sull’esistenza di questa donna, moglie del dispotico Sir Blount Constantine che se ne è partito per l’Africa seguendo “la mania della caccia al leone” e strappando alla giovane sposa la promessa di vivere in solitudine fino al suo ritorno e di evitare balli ed eventi mondani.
E lei così si adegua alla sua situazione rinunciando anche a certe piccole gioie fino al giorno in cui scopre, inaspettatamente, di essere rimasta vedova.
Viviette conosce ormai già da diverso tempo il giovane Swithin del quale si è innamorata con facilità: lui è un giovane ricco di talenti e di speranze, studia appassionatamente astronomia e desidererebbe diventare astronomo reale.
E compie quei suoi studi nella torre di proprietà dei Constantine, proprio quel luogo diverrà scenario dei molti incontri tra Swithin e Viviette.

Lei lo aiuta, lo sostiene, lo segue in quella meraviglia che è la scoperta del cielo.
E ascolta e impara, si emoziona, ogni giorno il suo cuore batte più forte per lui e per i suoi ideali e il giovane la ricambia con gratitudine, devozione e trasporto.
La trama bellissima, delicata e avvincente, è ricca di tensioni e di diversi equilibri, a mio parere sarebbe perfetta per una trasposizione cinematografica, leggendo le pagine così sapientemente scritte da Thomas Hardy nella mente appare la figura di Viviette e con lei si scoprono tutti i protagonisti che ruotano attorno alla sua vicenda.
Ad esempio, guardate che curioso incidente capita a una fanciulla di nome Tabitha Lark nel silenzio della chiesa locale durante una funzione religiosa:

“Era in corso il sermone e il giovane addetto al mantice si era addormentato sui manici dello strumento. Tabitha tirò fuori il fazzoletto, con l’intenzione di svegliarlo sventolandoglielo davanti. Insieme al fazzoletto ruzzolò fuori un’intera serie di oggetti sorprendenti: un ditale d’argento, una fotografia, un piccolo portamonete, una bottiglietta di profumo, alcune monetine sciolte, nove chicchi di uva spina, una chiave.”

È una descrizione semplice e assolutamente straordinaria, del resto un grande scrittore sa fare proprio questo: ti lascia davanti agli occhi l’indimenticabile immagine di una fanciulla imbarazzata e ti fa sentire il rumore lieve di tutti quegli oggettini che cadono a terra.
Non vi svelerò i dettagli della personale ricerca della felicità di Viviette, questa è una storia ricca di colpi di scena, di sotterfugi, di notizie impreviste, di dubbi e piccoli indizi, di oggetti perduti, di viaggi, di tradimenti e di tentativi di pianificare l’esistenza proprio come vorrebbero le regole della società.
Al di là di tutto questo, davanti allo sguardo e nel fondo dell’animo, si staglia lucente e assoluto il desiderio di raggiungere l’autentica felicità e di toccarla, preservarla e viverla con tutta l’intensità della quale si sa essere capaci, con la disperata bellezza del sentimento di Viviette che palpita nutrito dalla speranza e dall’infinita meraviglia che suscita in lei il suo amato e geniale Swithin.

“Le labbra dischiuse erano labbra che parlavano, non d’amore ma di milioni di miglia; ed erano occhi, quelli, che non guardavano nelle profondità degli occhi altrui ma in altri mondi.”

Quanti cieli

“La nostra è un’epoca essenzialmente tragica, così ci rifiutiamo di viverla tragicamente. C’è stato un cataclisma, siamo tra le rovine, incominciamo a costruire nuovi piccoli habitat, ad avere nuove piccole speranze. È un lavoro piuttosto duro; adesso non c’è una strada scorrevole che porti al futuro: bisogna scavalcare gli ostacoli o aggirarli.
Dobbiamo vivere, non importa quanti cieli ci siano crollati addosso.”

David Herbert Lawrence – L’amante di Lady Chatterley (1928)

Perduti, amati e ritrovati

Perduti, amati e ritrovati: i libri, i nostri libri.
Alcuni magari li hai lasciati indietro, in un tempo nel quale ti riconoscevi in certe parole che parevano scritte apposta per te e così all’epoca li avevi sottolineati in più parti, ti aveva persino punto vaghezza di trascrivere alcune righe su un quadernetto da conservare per i momenti bui.
Perché magari non lo sai ma, prima o poi, un libro finisce per ritrovarti.
La memoria di quella lettura resta in un luogo nascosto della mente e ancora ritorna, seppur vaga e confusa, si ripresenta nel momento in cui la tua anima ha sete di bellezza, conforto o immaginazione.
Così vai a cercare tra i tuoi libri perduti, amati e ritrovati e tra le pagine ritrovi anche quell’emozione già vissuta o forse finisci per scoprirne una nuova e del tutta diversa.
Perduti e ritrovati, mai dimenticati: come i grandi amori, in fondo.
E unici, sempre, perché ogni lettore è un libro diverso e questa è una delle parti più intriganti della magia della lettura.

Pensate alle miriadi di nomi di coloro che popolano le pagine dei vostri libri.
Da Giulietta Capuleti a Dorian Gray, da Madame Bovary a Oliver Twist, giusto per citarne alcuni: ognuno di noi immaginerà i volti di queste persone in maniera differente e per ciascuno sarà un diverso gioco di fantasia.
Siamo condotti a quel viso grazie alle parole dello scrittore eppure siamo soltanto noi a rendere reali queste figure e a saperle vedere alla nostra particolare maniera e nessuno al mondo mai le immaginerà come abbiamo fatto noi.
Se ci pensate, questo è straordinario.
Perduti, amati e ritrovati: quei libri che ti accompagnano da sempre e neppure sai quando li hai incontrati la prima volta.
Perduti, amati e mai abbandonati perché sarebbe molto difficile restituire il senso alle cose e farlo nostro se non potessimo ritrovarci nei versi di una poesia, nel frammento di uno scritto di un tempo lontano, nelle emozioni di un personaggio letterario.
Perduti, amati e ritrovati, i nostri libri che ci sono sempre stati, in ogni respiro delle nostre giornate.

E se amo anche i libri è perché in fin dei conti i libri sono parte del mondo come le donne, gli alberi, le bestie, i fiori, i poeti, le fabbriche, le stelle e questa mia meravigliosa lettera.”
Cesare Pavese, 1927
Lettere 1924-1944 Einaudi 1966

Guardando Genova con gli occhi di Francesco Petrarca

“…Allora ero fanciullo e appena come in sogno rammento le cose viste, quando quell’insenatura del vostro litorale, che vede il sole sorgere e tramontare, mi sembra non una terrena, ma una celeste dimora, quale i poeti collocano nei Campi Elisi come le cime delle colline con ameni sentieri, le vallate lussureggianti e nelle vallate persone felici.”

Evocativa, poetica, densa di innumerevoli sensazioni è la descrizione di Genova lasciataci da Francesco Petrarca, il brano è tratto dalla raccolta epistolare Le Familiari e risale al 1352, il testo è originariamente in latino e se ne trova la curata traduzione nel libro Genova medievale vista dai contemporanei della Dottoressa Giovanna Petti Balbi  pubblicato da Compagnia dei Librai nel 2008, sempre da questo pregiato volume ho tratto anche l’altro brano del Petrarca che in seguito troverete citato.
Al poeta sovviene alla mente la memoria di ciò che vide quando era appena un ragazzo e quella città posata sul mare lo ammaliava con le sue torri e i suoi palazzi fastosi, lo incantava per le sue colline coperte di cedri profumati, viti e ulivi a perdita d’occhio.
Un luogo di delizie e di armonie, nel quale il poeta riconosce anche una certa tempra ai suoi cittadini.
Cita infatti le gloriose vittorie di Genova contro Pisa e Venezia e rammenta come la fama della Superba corresse di bocca in bocca: i genovesi erano temuti e rispettati e nessuno si osava andare per mare senza il loro permesso.

Ugualmente intensa è la descrizione risalente al 1358 e inclusa nel volume Itinerarium Syriacum nella quale il Petrarca ancora magnifica la potente flotta della Superba, così temuta e temibile.
E ancora, invita ad ammirare il porto di Genova, opera della fatica dell’uomo.
Le parole di Petrarca non sono soltanto di apprezzamento per le bellezze della città ma anche per il carattere dei suoi cittadini, per il loro modo di agire e per la forza dei loro animo.
Bella e ricca è la terra di Liguria, egli decanta i ruscelli e le valli, le bellezze delle alture, le case adagiate sulla costa e usa toni di autentica ammirazione.
E tra le rare bellezze da apprezzare nella Superba Petrarca ricorda il lucente catino che ai tempi si credeva di puro smeraldo e che si riteneva essere stato usato da Gesù nell’ultima cena.
Il reperto fu condotto a Genova dalla Terra Santa da Guglielmo Embriaco l’eroe delle Crociate ed è ora conservato al Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo.

La città che vide Petrarca è lontana nel tempo e così diversa da quella che oggi percorriamo eppure fu proprio lui, in questo suo testo, a formulare una definizione che ancora ci commuove riempiendo i nostri cuori di orgoglio e di amore per la nostra città:

“Veniamo a Genova, che dici di non aver mai visto. Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare.”

Era il tempo

Le parole a volte sono senza tempo, alcune restano impresse nelle mente con la loro forza inesplicabile.
Questo è uno degli incipit più potenti della letteratura, sono parole di Charles Dickens.
Volevo che fossero qui, tra le pagine di questo blog e allora le ho scritte là, nel cielo azzurro di Piazza San Luca.
Perché le parole, certe volte, sono senza tempo.

Stella Nera – Le luci dell’Occidente

Perché le cose non vanno mai per il verso giusto, e saltano sempre su come i grilli quando corri nei campi d’estate? Pensi che sia tutto a posto e invece in cinque minuti ti capita di tutto.”

Sono parole tratte da Stella Nera – Le Luci dell’Occidente, l’avvincente romanzo del savonese Marco Freccero, scrittore indipendente e anche autore di un interessante blog che leggo da molti anni.
Una trama che conquista, i sottili fili di una storia che si seguono con curiosità, una vicenda che si dipana nel 1987 a Savona.
E là, nella città della Torretta, la morte improvvisa di una signora tedesca suscita un certo scompiglio.
Chi è la Signora Jutta? Quali tenebrosi misteri si celano nel suo passato?
Ci sono poi tre giovani: Filippo, Massimo e Davide sono obiettori di coscienza e condividono questa scelta di vita occupandosi anche dei bambini di un doposcuola.
Sono personaggi realistici e azzeccati, delineati dal loro autore in maniera onesta e sincera, forse leggendo le loro vicende potrebbe capitarvi, come è successo a me, di riconoscere in loro ragazzi che tutti noi abbiamo incontrato proprio in quegli anni ‘80.
Sono giovani che nutrono alti ideali e sogni anche piccoli, a volte poi si perdono anche in amare disillusioni, questa del resto è anche una storia di ricerca di bellezza e verità, di amicizia e vicinanza e davvero non è difficile affezionarsi ai tre ragazzi.
Più complicata e complessa è la figura dell’attempato Leonardo Perrone, lui vive solo lì accanto alla signora Jutta e finisce che va a cacciarsi in un pasticcio bello grosso, perché le cose non vanno mai per il verso giusto, ricordate?
Qui ci sono di mezzo certi libri misteriosi, un prezioso e sconosciuto quadro del Bernini, un sacco pieno di fotografie e un passato che emerge sinistro e ancora ritorna a far paura e a terrorizzare.


E poi ancora, ecco un’altra protagonista, è la città di Savona:

“… settembre aveva fatto il suo ingresso con giornate ancora calde. Verso sera, nell’ora che precedeva il tramonto, la luce inondava le vie della città, colpiva i piani alti dei palazzi del centro ottocentesco sino a far apparire i vetri delle finestre in fiamme.”

Così si mostra Savona svelata nelle sue strade antiche, nei suoi vicoli, nei suoi chiaroscuri e nella sua quotidianità: è lo scenario perfetto di questo romanzo, è una città luminosa e accogliente, a tratti sorpresa anche in quella lenta stanchezza che talvolta caratterizza i piccoli centri.
Questo poi è anche il romanzo di un’epoca e vi riporta in molte diverse e riuscite maniere in quegli anni ‘80 e nelle sue attese, nelle sue speranze e in quelle visioni di futuro che io ricordo.
Marco Freccero è un autentico amante della scrittura e della lettura, si diletta con i buoni libri e sul suo canale Youtube presenta i suoi autori preferiti spaziando da Dickens a Graham Greene, dalla letteratura americana a quella scandinava fino al suo amato Dostoevskij.
È evidente che il suo scrivere è frutto di una personale ricerca intellettuale e si rinforza anche grazie a queste belle frequentazioni, oltre alla trama e all’intreccio del romanzo io ho apprezzato la scrittura asciutta saggiamente priva di inutili artifici barocchi e ridondanze, è originale, credibile e rispecchia appieno una realtà.
Il romanzo si legge in un soffio, ha un finale che stupisce e, come di rado mi capita, mi dispiace averlo finito, se ci fossero state altre 200 pagine me le sarei godute volentieri.
Per fortuna la storia è destinata a continuare, il romanzo è il primo di una serie, pertanto io attendo il seguito con impaziente curiosità.
Se anche voi desiderate scoprire il mondo di Stella Nera in questo post di Marco Freccero troverete le diverse possibilità per acquistarlo.
Finirete dritti in quegli anni ‘80 e vi accorgerete che quell’epoca aveva un ritmo più lento, suoni che adesso paiono nostalgie.
E troverete una certezza, in poche semplici parole: il senso di vera giustizia è luce, salvezza e speranza.
Lo sa pure Leonardo Perrone che, in fondo, forse non è poi così sprovveduto.

“Certe cose sono più forti di tutte le prigioni del mondo.”

Il risveglio

“Gli occhi della signora Pontellier erano vivaci e luminosi, di un castano ambrato, più o meno lo stesso colore dei suoi capelli. Aveva un modo tutto suo di rivolgerli rapidissimi a un oggetto e tenerli fissi lì, come smarrita in chissà quale labirinto interiore di meditazione e di pensiero.”

Così facciamo la conoscenza di Edna Pontellier, tormentata eroina del romanzo Il Risveglio scritto dalla statunitense Kate Chopin sul finire dell’Ottocento.
Edna è una giovane sposa e madre di due bambini, con il suo abbiente marito abita in un’elegante dimora a New Orleans e nel corso di una vacanza a Grand Isle si ritrova a riscoprire una nuova se stessa.
È un certo Robert Lebrun a suscitare in lei sensazioni sopite, Edna è prigioniera delle convenzioni e di un matrimonio senza amore, di consuetudini alle quali si è docilmente abbandonata compiendo il fatale errore di dimenticare la vera se stessa.
Tuttavia questo non è un romanzo di amore e tradimenti, tra le righe di una scrittura efficace e pulita, pagina dopo pagina si scopre la rinascita di una donna che desidera affermarsi, il suo risveglio è la sua ricerca costante di libertà e indipendenza.
Il romanzo si dipana così con una trama semplice e indaga nell’animo combattuto e fiero della giovane Edna:

“Il passato non era più nulla per lei; non offriva lezioni che fosse disposta ad ascoltare. Il futuro era un mistero che non aveva mai tentato di penetrare. Solo il presente aveva importanza; era suo per torturarla come stava facendo in quel momento con la penosa certezza di aver perso ciò che un tempo le era appartenuto.”

Collana Storie Senza Tempo

Così si compie il destino di Edna, lei sa essere coraggiosa e sa compiere delle scelte inconsuete, con passione si dedica alla pittura e tiene gelosamente per sé il ritrovato piacere della solitudine.
Lascia, a poco a poco, il suo posto accanto al marito e lui non la comprende, le diviene sempre più estranea con quella sua nuova mania balzana di occuparsi dei diritti delle donne!
La società nella quale lei vive e cresce è pensata per gli uomini, Edna questo lo sa bene e ne sentirà il peso in ogni istante della vita.
E non c’è solo Robert sul suo percorso, per un breve tratto la sua esistenza si intreccia a quella del fatuo Alcée Arobin, un seduttore nato che coinvolge la giovane Edna.
E tuttavia è sempre lei al centro della storia, non sono i sentimenti o le passioni ad essere così importanti, a far la differenza sono i moti dell’animo di Edna, le sue consapevolezze e i suoi trasporti emotivi che la conducono verso il suo destino.
Questo è un libro di introspezioni e di sapienti metafore, quella libertà tanto agognata si ritrova nelle onde del mare impetuoso dove Edna impara finalmente a nuotare.
E il mare parla, si rivolge a lei:

La voce del mare è seducente: senza sosta sussurra, strepita, mormora, invita l’anima a vagare per qualche tempo in abissi di solitudine.”

Il romanzo scorre veloce e ha un finale inaspettato ed improvviso, nulla vi svelerò per non guastarvi il piacere della lettura.
Con una scrittura evocativa e lineare Kate Chopin offre così al lettore uno sguardo sul mondo di Edna e lo fa con un talento particolare nel descrivere certi dettagli e nell’inquadrare i personaggi sulla scena come in una sapiente sceneggiatura, questa è una delle particolarità che più mi ha colpito in questo romanzo.

“Gli innamorati, che avevano stabilito i loro piani la notte precedente, erano già in cammino verso la banchina. La signora in nero, con il suo libro di devozioni domenicali, foderato di velluto e borchiato in oro e in rosario d’argento della domenica, li seguiva a poca distanza. Il vecchio Monsieur Farival era in piedi, più che intenzionato a seguire l’ispirazione del momento. Indossò il suo largo cappello di paglia e, afferrando l’ombrello dall’appendiabiti nell’ingresso, si incamminò dietro la signora in nero senza mai oltrepassarla.”

I personaggi sono già tutti lì, è un film, è un viaggio in una località della Louisiana, è il racconto sapiente scaturito dalla penna di Kate Chopin.

Storie di Natale

“No, non sono uno spirito del Natale e vivo con i miei compagni in un bel posto, dove ci prepariamo per la nostra festa, quando ci è concesso di girare il mondo per aiutare a renderla un momento felice per tutti coloro che ci lasciano entrare. Vuoi venire a vedere come lavoriamo?”

Così la piccola Effie sorrise e seguì volentieri colui che le aveva rivolto queste parole e con lei andremo anche noi lettori, è una vera piacevolezza perdersi nell’universo di fantasia di Louisa May Alcott nel volume Storie di Natale Racconti inediti pubblicato da Edizioni Clichy.
La Alcott è l’indimenticata autrice del celebre romanzo Piccole Donne e non le saremo mai abbastanza grati per averci svelato il magnifico mondo delle sorelle March.
La scrittrice destinò la maggior parte di questi suoi racconti alla sua nipotina, queste sono le storie della buonanotte che questa zia così speciale raccontava alla sua Lulù.
E così è particolarmente gradevole mettersi seduti con questo libro tra le mani e lasciarsi trasportare in certe atmosfere fiabesche dove si incontrano bimbe curiose che si chiamano Lily, Rosy o May e ragazzini che si annoiano e vanno in cerca di avventure.
Il mondo della Alcott è una delizia di straordinarie fantasie che vi faranno ritornare bambini, questo libro si legge in soffio e d’altra parte si vorrebbe anche che non finisse mai: ha il garbo della scrittura ottocentesca, vi si ritrovano le atmosfere che ci si attende e tuttavia è una costante splendida sorpresa.

Non mancano i rimandi ad autori noti, il lettore riconoscerà sicure suggestioni dickensiane e per una certa parte coglierà anche la gradita influenza di Hans Christian Andersen.
Nelle storie di Louisa May Alcott ci sono anche certi animaletti parlanti, ad esempio incontrerete Hop, Croack e Splash: loro sono tre ranocchi, due fratelli e una sorella, non vi svelo niente su di loro e vi lascio il piacere di scoprirlo.
E poi queste storie hanno anche una morale: sono piccoli insegnamenti, strade da seguire, ammonimenti e lezioni di vita.
La gioia della lettura si ritrova poi nella totale immersione in trame imprevedibili e inaspettate e in bellissimi giochi dell’immaginazione.
Sono tutte storie piacevoli ma io ho adorato in particolare le avventure della piccola Lily nel Paese delle Caramelle: questa bimbetta vi ricorderà una certa Alice nel Paese delle Meraviglie, il suo viaggio tra le varie dolcezze la porterà anche nel paese dei dolci dove tutti sono imparentati per via dei nonni, Zucchero e Melassa.
E poi in altre storie incontrerete Kitty e le sue scarpe ballerine, May con la sua scatola magica, Rosy e i suoi fantastici compagni di viaggio, il piccolo Johnny al quale si svelerà il senso della vera amicizia e voi sarete accanto a lui per scoprirlo.
Quando un libro riesce a portarti in un meraviglioso mondo allora quelle pagine sono preziose per l’anima, per il cuore e per la mente: questo è uno di quei libri ed è un magico dono della nostra cara amica Louisa May Alcott.

“Appena furono cantate le ultime parole, proprio davanti ai suoi occhi vide una creatura minuscola che si dondolava sulla rosa che era lì in un vaso: una fatina incantevole con le ali come una farfalla, un vestito trasparente e una stella sulla fronte.”