Celeste di Albisola

Semplicemente così, celeste.
È il colore che ci regala questa primavera ligure, è la tinta intensa che ho trovato ieri pomeriggio ad Albisola Superiore, bella località sulla Riviera di Ponente.
Questa zona della Liguria è assai celebre per certe tonalità e per tante diverse sfumature: sono quelle delle pregiate ceramiche dei talentuosi artisti del luogo, presto ve ne parlerò.
Ieri poi, arrivando sulla riviera, sono andata subito a salutare il mare.
E c’erano i sassi, c’era un’onda quieta che sfiorava la riva, c’era la luce brillante di questa stagione.
E c’era uno sportivo e il suo remo toccava l’acqua con un movimento cadenzato e armonioso.
E c’era un gozzo sulla spiaggia e semplicemente tutto questo celeste di Albisola.

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Il volo delle anatre

Sono passate rapide e leggere, in quell’istante non mi aspettavo proprio di vederle.
Sopra il mare, sopra le spiagge, sopra le case colorate di riviera, nel sole e nell’azzurro di Arenzano.
E già vi ho detto che nella bella località del ponente ligure abitano molti diversi pennuti che rendono ancor più gradevoli le passeggiate nei viali del parco e per le strade del paese: non sai mai chi potrai incontrare!
Ho già avuto l’onore di mostrarvi i sontuosi pavoni e i leggiadri cigni neri ed ecco ancora il volo magnifico delle anatre.
E il mio stupore!
Stavo semplicemente passeggiando sul lungomare, ho fatto in tempo a scattare soltanto una foto.
E c’era un soffio di vento e le magnifiche creature avevano appena iniziato il loro viaggio, le ho viste muovere le ali con vigore e poi perdersi insieme, all’orizzonte.
E ho anche pensato a certe loro simili, alcuni di voi già le conoscono: eccole qui, sono le amatissime anatre di Miss Fletcher.
E così quella mattina sono rimasta ad ammirare le meravigliose creature e il loro incantevole volo nel cielo di Arenzano.

Cigni neri

Abitano là, a breve distanza dal mare blu della nostra Liguria: sono i cigni neri che trovate nel magnifico Parco Comunale di Arenzano, un luogo dalle molte diverse bellezze.
E a muoversi lievi e leggiadri anche due regali cigni dalle piume scure come l’ebano.

Aggraziati, complici, incantevoli.
Nuotavano vicini, forse tra loro parlavano un linguaggio che non sappiamo comprendere.

Insieme, sempre.
Tra sole e ombra, sull’acqua quieta.

Becco in acqua, occhi curiosi, una certa ritrosa riservatezza.

Vicini, sempre.
In una danza leggera che segue le note dolci di una musica perfetta in completa armonia con il ritmo dell’universo.

Tra alberi maestosi e prati verdi, nella tranquillità di un angolo incantato di Liguria.

Cigni neri.
Insieme, vicini.
Sempre.

I pavoni di Arenzano

Cielo azzurro e sole brillante, un anticipo di calda primavera: così l’altro giorno mi sono concessa una passeggiata ad Arenzano, piacevole località a ponente di Genova che si raggiunge davvero in poco tempo.
Tra l’altro ad Arenzano abitano dei tipetti particolari: direi che ci sono pennuti per tutti i gusti e c’è pure un fiero drappello di pavoni.
Va detto che sono creature con un certo senso civico, ecco.

Abitano nel parco ma gironzolano indisturbati per il paese.
E dove vanno? Boh, non saprei, però vanno!

C’è da dire che taluni potrebbero semplicemente fare la ruota e il traffico si fermerebbe all’istante.

Tutti insieme appassionatamente, ecco qui la coda del corteo.

Li ho incontrati nei pressi della stazione e poi, mentre me ne andavo in giro per il parco, ho trovato un regale capofamiglia che se ne stava beato su un prato.
Come alcuni di voi sapranno, io sono anche collezionista di piume di uccello: raccolgo quelle che trovo in estate, a Fontanigorda, sui sentieri e ai margini del bosco.
Ecco, però in Val Trebbia di pavoni neanche l’ombra, quindi ho pensato di chiedere un piccolo contributo al personaggio in questione.

Niente da fare, ha rifiutato sdegnosamente!

E ha continuato a godersi l’ombra facendo sfoggio della sua sgargiante bellezza.

Io per parte mia ho proseguito con i miei giretti in quel di Arenzano ma quando sono tornata a riprendere in treno ecco ancora la bella compagnia!
Ho così fatto un tentativo di riaprire le trattative diplomatiche per la piuma ma ho nuovamente ottenuto un garbato diniego.

Niente, tra un pavone e l’altro non ce n’è stato uno che abbia avuto la compiacenza di darmi retta!

E poi, ad un certo punto, con mio immenso stupore mi è capitato di notare un foresto nel gruppetto dei pavoni e tra me e me ho pensato: ahi ahi, ora marca male!

E invece tutti se ne sono rimasti calmi, tranquilli, ognuno nel suo angolino.
E il sornione gatto nero sembrava a suo agio con tutti, si è pure accoccolato accanto a un felino di pietra.

In realtà, alla fin fine, è proprio questo il segreto: per essere amici non occorre certo essere uguali, in fondo basta soltanto accettarsi e rispettarsi a vicenda.
E a quanto pare è proprio quello che accade ai bellissimi pavoni di Arenzano.

Il Carnevale di Carluccia

Era il Carnevale del 1927, a Moneglia.
E lei è una dolce bambina, in casa qualcuno deve averle dato questo vezzoso diminutivo: tutti la chiamano Carluccia.
Eccolo il suo Carnevale, capelli a caschetto, frangia e petali grandi, sguardo sognante, sorriso pulito e ingenuità.

E forse la sua mamma si sarà amorosamente adoperata per confezionare il costume perfetto: stoffa colorata, fantasia, ago e filo, il pedale della macchina da cucire che va su e giù, dedizione e pazienza.
E poi il Carnevale avrà portato a Carluccia tanti dolcetti, qualche caramella, giochi con le amiche, girotondi e sfilate per vincere il premio per la maschera più azzeccata.
E forse per lei era già un trionfo sfoggiare il vestito prescelto, immagino che sia stata felicissima di mascherarsi così, con questo abito che avrà avuto un nome magico ed evocativo: girasole d’estate, fata dei prati, regina del giardino oppure principessa degli orti.
Con una calzamaglia verde acceso come certi steli, con la borsina floreale in una mano e ancora altri fiori sui polsi.
Era il Carnevale del 1927, era il Carnevale di Carluccia.

Tornerà l’estate

Tornerà l’estate, tornerà anche per te.
E sarai un po’ più grande, sempre curiosa e così vivace.
Tornerà l’estate e avrai imparato a scrivere veloce, a contare fino a cento e pure oltre, ti farai le trecce da sola e ti rimirerai allo specchio.
Avrai piccoli orecchini d’oro, una collana di perle, un cappellino per i giorni di festa.
Tornerà l’estate e tu vedrai quella fotografia di te bambina: ha un difetto di stampa, è sgualcita e persino macchiata, è passato tanto tempo da quel giorno!
Tornerà l’estate e tu ritornerai ancora là, sulla spiaggia di Albissola.
Allora eri piccolina e te ne stavi ritta su quel gozzo, eri tu nei giorni della semplice felicità.
Frangetta, capelli a caschetto, sandalini bianchi, un completino a righe e il vento di Liguria che smuove quel tessuto leggero.
Una manina sul fianco, l’altra sulla barca.
E osservi.
La tua fotografia.
Tornerà l’estate e sarai ragazza, coraggiosa tuffatrice, sirena sinuosa tra le onde agitate.
Tornerà l’estate e ancora tornerai, sposa felice e madre amorosa.
Cadranno le foglie d’autunno, la neve coprirà le gemme e spunteranno timidi, ancora, tanti piccoli boccioli.
E verrà il solleone, con i suoi profumi intensi e tu li sentirai.
Tornerà l’estate e tornerà per te e tu sarai ancora là, con i tuoi ricordi, davanti al mare di Albissola.

La Liguria a tavola: lo stoccafisso alle olive

Questa è una ricetta trovata nel grande quaderno dove mio papà raccoglieva meticolosamente i procedimenti per i suoi preziosi manicaretti, questo è anche il mio modo prediletto per gustare una specialità che ha i profumi genuini del mare.
La ricetta dello stoccafisso alle olive verdi è riportata in un vecchio ritaglio che presumo sia stato tratto da qualche giornale o forse da un calendario degli anni ‘70, vi è anche riportata la fonte ed è un nome autorevole: la ricetta è tratta da “La vera cucina di Genova e della Liguria” di Aidano Schmuckher, celebre e autentico paladino della genovesità.
E così oggi la ripropongo a voi e userò parole mie.
Dunque, questi sono gli ingredienti che vi serviranno per 4 persone: 8 hg di stoccafisso, ½ Kg di patate, 1 hg di olive verdi in salamoia (io prediligo le olive giganti), ½ hg di capperi sotto sale (io uso i capperi sotto aceto), prezzemolo, sedano, cipolla, una carota, vino bianco, olio extravergine di oliva, sale.

Buttate lo stoccafisso nell’acqua bollente e lasciatecelo per alcuni minuti, dopo averlo tolto dall’acqua privatelo della pelle e di tutte le lische, quindi fatelo a pezzetti e tagliate le patate a fette alte circa un dito.
Tritate con la mezzaluna la cipolla, la carota, il prezzemolo, il sedano e i capperi, fate soffriggere questo battuto per qualche minuto nell’olio extravergine di oliva, io in genere amo utilizzare per questa ricetta la pentola di terracotta.
Quindi dopo aver fatto andare il soffritto buttate nella pentola contemporaneamente lo stoccafisso in pezzi, le patate e le olive e lasciate rosolare per qualche istante, di tanto in tanto bagnate con del vino bianco o con dell’acqua, aggiungete il sale e lasciate cuocere.
Il piatto sarà pronto quando saranno cotte le patate, non vi resterà altro che servirlo con un buon bicchiere di vino bianco.
E buon appetito a tutti con un piatto semplice e gustoso della nostra tradizione ligure!

Noi tre

Ricordi?
Eravamo sempre noi tre, sempre noi.
Una bicicletta, prima appartenuta al più grande e poi, a seguire, a noi più piccoli.
Noi tre.
Portavamo i pantaloni di velluto a coste, la gonnellina scozzese, i maglioncini blu con i disegni.
Codini, capelli a spazzola, riccioli ribelli.
Guance rosse, dentini caduti, graffi sulle ginocchia a volte.
Noi tre, sulla giostra, con lo zucchero filato che si appiccica sulla faccia, i bon bon di gelatina oppure il gelato nella bella stagione.
Stai seduto composto.
Niente gomiti sul tavolo.
Ricordati di dire sempre per favore e grazie.
Niente capricci.
Mica sempre però, dai.
Ogni tanto noi tre correvamo liberi e allora non c’era proprio verso di prenderci, quando giocavamo a guardie e ladri poi!
Noi tre sapevamo meglio di qualunque filosofo cosa sia quella cosa chiamata felicità, solo che spiegarlo ai grandi non è per niente semplice, tutto sommato.
Poi ci veniva il fiatone e ci veniva da ridere anche, tutto insieme in una volta sola ed era come un’emozione bellissima.
E ci mettevamo là, ognuno sulla sua seggiolina.
E avevamo questo segreto da custodire e così difficile da spiegare: il segreto della felicità.

Camogli

L’uomo che faceva partire i treni

L’uomo che faceva partire i treni è per me in qualche modo una figura leggendaria, una di quelle persone che sarebbe stato interessante conoscere.
E sedersi lì, da qualche parte davanti al mare.
E starlo ad ascoltare, mentre ti racconta di viaggi, binari, partenze e ritorni, di mete mancate e di marsine abbottonate, di bagagli ingombranti e di bambini vestiti alla marinaretta.
In un tempo di emozionanti novità, sulla Riviera.
A Sestri Levante, nel 1870.
E ho scoperto tra l’altro che la stazione di quella località aprì proprio in quell’anno e forse, chissà, lui fu davvero il primo a svolgere quel lavoro a Sestri Levante.
Vi immaginate? Capostazione nel glorioso anno 1870.
Io credo che sia diverso il sapore di un’esperienza se questa non è scontata, già vissuta da altri e se nessuno te la può raccontare.
E c’è un mondo nuovo al quale guardare, quel mondo è il tuo e viaggia ad una diversa velocità.
E tu sei colui che si occupa della stazione, là arrivano i viaggiatori di quel nuovo tempo, forse alcuni sono stranieri che giungono a Sestri Levante per respirare aria di mare e per godere del clima della riviera.
E ci sono eleganti gentiluomini, signorine che tengono i loro corredi di abiti fruscianti in pesanti bauli, signori armati di lussuosi bastoni da passeggio.
E il treno è fragore, rumore, frastuono, emozione, vento che fischia, velocità, vita.
La strada scorre davanti agli occhi e cambia in fretta il panorama, sai la sensazione?
Riesci a immaginare la bellezza di un viaggio che nessuno ha mai compiuto prima di te?
È difficile per noi immedesimarci in quei viaggiatori di un altro secolo, figurarsi se riusciamo a comprendere e ad immaginare le sensazioni di colui che aveva questo compito di ferale importanza.
E oltre a questo avrà avuto un amore, una famiglia alla quale provvedere e una casa alla quale tornare.
In quel tempo di molti cambiamenti e diverse innovazioni, lui fu parte di quel mondo che piano piano mutava.
Sono passati molti anni da allora, per gli imperscrutabili sentieri del destino mi è capitato di entrare in possesso del ritratto di questa persona.
Dedico a lui questa fragile memoria, ricordo così tutti coloro che hanno vissuto momenti di grandi cambiamenti.
Protagonisti di un’epoca in continua evoluzione, senza saperlo.
Coraggiosi eroi del quotidiano e di un tempo che non sappiamo comprendere del tutto perché non lo abbiamo vissuto.
Con la stessa fierezza di lui che fu capostazione a Sestri Levante nel 1870.

La ratatuia: colori e profumi di Liguria

Oggi troverete qui i colori e i profumi dell’orto e una semplice ricetta che esalta pienamente i versatili doni della terra.
La ratatuia deriva il suo nome dalla ratatouille francese ed è una deliziosa sinfonia di sapori, io vi propongo la ricetta riportata da mio papà sul suo quaderno, così l’abbiamo sempre preparata in casa mia.
Avrete bisogno di una capiente pentola di terracotta, olio extravergine di oliva, sale, pomodori, zucchine, melanzane, patate, un peperone giallo, uno rosso e uno verde.

Fate a fettine la cipolla e lasciatela rosolare nell’olio, nel frattempo tagliate le zucchine a rondelle.

Ratatuia (2)

Poi riducete a pezzetti anche i peperoni dai colori vivaci e sgargianti.

Ratatuia (3)

Preparate ugualmente anche il resto dei vostri ortaggi.

Ratatuia (4)

Infine mettete tutto nella pentola di terracotta, aggiungete il sale e fate cuocere a fuoco lento per almeno 30 minuti, se durante la cottura vi sembra che la ratatuia si asciughi troppo potrete aggiungere un po’ d’acqua.

Ratatuia (5)

Un trionfo di colori e profumi che si mescolano tra loro, una gioia per gli occhi e per il palato.

Ratatuia (6)

La ratatuia è semplice e genuina, perfetta come piatto unico oppure come contorno.

Ratatuia (7)

Una deliziosa bontà, una profumata armonia di sapori.

Ratatuia (8)