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Archive for the ‘Personaggi’ Category

Torno ancora a raccontarvi vicende del passato tratte da un mio prezioso libro, Genova Nuova, questo volume risale al 1902 e narra con dovizia di particolari la crescita e lo sviluppo della Superba sul finire dell’Ottocento.
Alcune pagine sono dedicate a Cesare Gamba, protagonista indiscusso delle innovazioni urbanistiche e del riassetto della città: egli fu un professionista eclettico ed intuitivo, un uomo dai molteplici interessi e dal variegato ingegno.
Architetto ed ingegnere, abile uomo d’affari, apparteneva ad una famiglia molto abbiente, era alpinista e amante della musica, in particolare aveva un debole per Wagner, fu anche un automobilista e il suo nome figura tra i fondatori dell’ACI.
Trascrivo qui una citazione tratta da Genova Nuova, queste parole sottolineano la tempra di Gamba e la sua vivace intelligenza:

L’ingegnere Cesare Gamba è uno dei fortunati che riescono simpatici a tutti, perché favoriti da madre natura delle più invidiabili doti: quelle della mente e del cuore.

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Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

La sua figura si lega in particolare alla realizzazione di Via XX Settembre, operazione che comportò importanti demolizioni e che cambiò del tutto l’aspetto della città, fu lui a progettare il Ponte Monumentale e il Palazzo della Navigazione Generale Italiana a De Ferrari attualmente sede della Regione Liguria.

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Ed è evidente che queste poche righe a lui dedicate non rendono giustizia alla complessità del personaggio e alla sua spiccata personalità, fu certo un uomo affascinante e protagonista del suo tempo, la sua idea di città sembra ancora adattarsi alla perfezione alle esigenze della nostra epoca.

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Sul finire dell’Ottocento Cesare Gamba acquistò una villa che era appartenuta ai Marchesi Ricci, l’edificio si trovava sulla ridente collina di Montesano, alle spalle della Stazione Brignole.
Gamba avviò una serie di lavori che comprendevano demolizioni e ristrutturazioni, progettò la dimora secondo il suo gusto: quella sarebbe divenuta la sua casa.

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Immagine tratta da Genova Nuova – volume di mia proprietà

E sempre sulle pagine di Genova Nuova si legge che il piano terreno fu destinato alla vita quotidiana e di ricevimento, con tutti gli agi e le comodità.
L’appartamento vero e proprio si trovava invece al primo piano dove era situata anche la ricca biblioteca dell’ingegnere, nei fondi e nel sottotetto c’erano tutti i servizi.
La villa aveva una spaziosa hall e grandi vetrate, uno scalone di marmo rosa, una balaustra in ferro battuto e bronzo, fastose colonne di marmo giallo.
Un’abitazione grandiosa per un uomo che mutò l’aspetto della sua città, ecco la villa nel dettaglio di una cartolina di proprietà del mio amico Pier Giorgio Gagna che qui ringrazio per il cortese prestito.

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Ovviamente la bella villa dell’ingegner Gamba aveva attorno un vasto giardino, era una dimora incantevole in una zona all’epoca non ancora soffocata dal cemento.
Eccola sullo sfondo, nella cartolina del mio amico Eugenio Terzo, è l’unica abitazione che svetta sui dolci rilievi alle spalle di Brignole.

Piazza Verdi

Sembra che la dimora non abbia subito danni durante la Seconda Guerra Mondiale, tuttavia in seguito venne demolita per lasciar spazio a moderne costruzioni.
Da Via Fiume volgete lo sguardo verso Via Montesano, dove un tempo era la villa di Gamba, questo è il panorama che si presenta ai vostri occhi.

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Come tutti i grandi genovesi anche l’illustre architetto ed ingegnere dorme il suo sonno eterno a Staglieno, lo trovate nel porticato inferiore a ponente, nella stessa tomba riposano i suoi genitori.
Il monumento è opera di Giovanni Battista Cevasco.

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Alto intelletto e nobile spirito, le parole che lo ricordano rendono onore ai suoi molti talenti.

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Visse 76 anni, in un periodo di profondi cambiamenti per la sua Genova.
Nella casa abbarbicata sulla collina di Montesano sapeva osservare la sua città con sguardo lungimirante, era capace di vederla oltre il proprio tempo.
Io per qualche istante l’ho immaginato ritto davanti a una di quelle alte finestre, pensieroso e assorto.
Davanti ai suoi occhi una città mutata e rinnovata, una Genova diversa, una Genova Nuova.
A noi è rimasto il frutto del lavoro di Cesare Gamba, si è perduta quella casa che fu scenario di parte della vita di un uomo dal grande carisma.

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Oggi vi porto a tavola con Garibaldi, un amante della buona cucina e dei semplici piatti  casalinghi.
Non era arduo accontentarlo, delle sue preferenze in fatto di manicaretti si legge in diversi libri, l’argomento è stato anche approfondito tempo fa nel corso di una mostra curata dalla Dottoressa Ponte e dalla Dottoressa Bertuzzi del Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano, in quella circostanza ho avuto occasione di fare scoperte interessanti sui gusti dell’Eroe dei Due Mondi.

Garibaldi

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

A scrivere del suo illustre genitore è la figlia Clelia, è lei a rammentare che a Caprera Garibaldi teneva capre, pecore e mucche che fornivano delizioso latte fresco.
Ed è lei a riferire che il nostro caro Peppe amava i piatti genuini, prediligeva il minestrone alla genovese con il pesto e gustava volentieri un buon piatto di stoccafisso.

Mangiabuono (9)

Nel lontano Sud America aveva imparato ad apprezzare le grigliate di carne, da vero nizzardo amava la tradizionale bouillabaisse, sceglieva spesso pesce oppure selvaggina, era goloso di ricci di mare e gamberetti.
Gradiva le fave, il pecorino e le olive in salamoia, Garibaldi era un buongustaio, a mio parere.

Bottega dello Stoccafisso (11)

L’Eroe dei Due Mondi, il Generale, colui che guidò gli ardimentosi in camicia rossa.
A volte l’immaginario restituisce una figura che in parte non corrisponde alla realtà e pensando a Garibaldi parrebbe quasi ovvio figurarselo mentre assapora un buon bicchiere di vino rosso insieme ai suoi fidati compagni.
Le cronache riferiscono tutt’altro: Peppe non beveva vino, si dissetava con l’acqua o con il mate, un infuso tipico del Sud America.
E a quanto si legge gli piaceva anche l’orzata, chi l’avrebbe mai detto!

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Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Tra le memorie portate all’attenzione del pubblico al Museo del Risorgimento anche il ricordo di un celebre garibaldino, Giuseppe Cesare Abba.
Egli narra di una tavola imbandita con semplicità, nel piatto di ogni ospite un fragrante pane casalingo.
E poi queste le portate:

“Venne subito servita una gran minestra alla genovese, poi un piatto di baccalà, poi una fetta di melone; e via così, come se del bisognaccio umano di mangiare, ognuno, primo il Generale, cercasse di sbrigarsi alla più lesta possibile.”

(Giuseppe Cesare Abba – Cose Garibaldine – Torino Società Tipografico Editrice Nazionale 1907)

Giuseppe Cesare Abba

Giuseppe Cesare Abba

Nella sana alimentazione di Garibaldi non mancava mai la frutta che egli stesso raccoglieva: arance sugose, fichi maturi e croccante uva.

uva

Riguardo ai dolci aveva un debole per quelli che diverranno famosi con il suo nome: i Biscotti Garibaldi.
Con rammarico devo dire che non li ho mai assaggiati, pare che siano tuttora venduti in Inghilterra e che siano fatti di una base di galletta del marinaio arricchita con uva passa.
Sarà il caso di provarli, al Generale piacevano moltissimo!
Anche lui come Mazzini amava i biscotti del Lagaccio, a spedirglieli da Genova era il suo fidato amico Luigi Coltelletti.

Biscotti del Lagaccio

Ed era la moglie di Coltelletti a preparare per Garibaldi una bontà tutta genovese, la Signora Carlotta faceva un delizioso pandolce e per le feste ne mandava sempre uno al Generale.
Sapori che conosciamo, cibi quotidiani per molti di noi, alla tavola del nostro Peppe forse non era difficile sentirsi a proprio agio.
Una tazza di mate e una fetta di pandolce, una merenda semplice per un grande eroe.

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È un tratto distintivo dei genovesi, molti si distinguono per un certo naturale riserbo e una spontanea tendenza a non mettersi in mostra.
Alcuni ne fanno proprio uno stile di vita e forse è il caso del nostro protagonista di oggi.
Non visse in tempi facili, ogni epoca passata presentava difficoltà che nei nostri anni non sappiamo nemmeno immaginare: era più fragile la vita, era più difficile difenderla.
Nel mio girovagare per caruggi diverso tempo fa trovai la memoria anonima di quest’uomo del passato, non si conosce il suo nome e sebbene abbia tentato di scoprirlo non ho trovato traccia del suo operato.
Se volete vedere il suo volto dovrete salire in Vico Casana.

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Fermatevi al numero 9, dove la luce regala questo gioco di riflessi su queste finestre.

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Sulla scala c’è il ricordo di lui, è un busto che ritrae un compito gentiluomo.
E come recita la lapide fu lui stesso a voler rimanere sconosciuto ai posteri.

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Tra il resto le parole a lui dedicate non lasciano neppure trasparire in quale maniera egli abbia onorato la Liguria.
Era un nobile?
O forse era un ricco borghese proprietario di immense fortune?
Era uno studioso, un uomo di scienza, era un medico che prestava gratuitamente la sua opera ai meno fortunati?
E cosa fu a colpirlo, cosa gli fece aprire il suo cuore o forse i cordoni della sua borsa?
Avrà veduto certi volti, avrà incontrato certi dolori: una giovinetta senza futuro, una giovane madre disperata, un bambino affamato e piangente, un miserabile senza più speranze.
E si sarà reso, in qualche maniera, portatore di conforto e di sollievo.
Ci sono persone così, al mondo.
Donano gioia senza volere nulla in cambio, regalano sorrisi e aiuti concreti.
Lui è uno di questi, lui volle rimanere anonimo.
Resta a noi la sua effigie, nella fierezza dello sguardo di un uomo generoso.

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Lui suonava dove voleva lui.
E dove voleva lui era in mezzo al mare, quando la terra è solo più luci lontane, o un ricordo, o una speranza.
Era fatto così.

Alessandro Baricco – Novecento

Ognuno, nel mondo, ha una propria musica da suonare.
Note e accordi, la sinfonia di una vita.
Questa storia ha in sottofondo il suono melodioso dello sciabordio del mare e ha inizio a Lerici, nel 1886: qui nasce Francesco Biso.

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Il tempo dei giochi è breve per lui, ha appena 13 anni quando sale come mozzo a bordo del piroscafo Rapido che copre la rotta tra la sua Lerici e Genova.
Dal Mediterraneo all’Atlantico, in breve tempo un nuovo imbarco lo condurrà in Centro America.
Sai, il sogno.
E tu sei un ragazzo e hai proprio quel sogno là: New York.
Hai la tua musica da suonare, ricordi?
Un viaggio di fortuna e infine le mille luci della Grande Mela e un futuro da immaginare.
Trova lavoro in un piccolo ristorante, da lì a poco finirà in cucine ben più prestigiose: ha 17 anni, inizia dal basso con umili mansioni ma è destinato al successo, il suo talento ai fornelli è innegabile.
Avrà tempo per scoprirlo, adesso deve tornare in Italia dove la sua famiglia reclama la sua presenza, da cuoco di bordo porterà anche la divisa della Marina al tempo della Prima Guerra Mondiale.
E viene poi il tempo del matrimonio e anche il tempo luminoso di altre navigazioni, a bordo di lussuosi transatlantici.

Piroscafo

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

Fino al 1927, per sette anni,  è chef sul Principessa Mafalda, sulla rotta Genova Buenos Aires.
In seguito sarà imbarcato sui altri celebri transatlantici: sarà a bordo del Duilio sulla rotta tra Genova e New York, poi sul Conte Grande e sull’Augustus.
E nell’epoca in cui lui fu un celebre chef i viaggi per mare avevano ben altro fascino, un ritmo lento e cadenzato, quella dolcezza di vivere era una melodia accompagnata dai deliziosi manicaretti di Francesco Biso.
Sinfonia e note.
E lui, lo chef, ha una passione per la musica e l’opera, questa sua professione lo porta a incontrare le figure più celebri del panorama artistico dell’epoca: da Ottorino Respighi a Richard Strauss, da Tito Schipa alla soprano Sara Menkes, fino a Beniamino Gigli che gli regalò i suoi dischi autografandoli.
Ed è davvero infinito l’elenco dei suoi celebri estimatori, tutti loro apprezzano le raffinatezze dello chef Francesco Biso.

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Hai la tua musica da suonare, ricordi?
E la tua musica ha gli aromi e i profumi di piatti prelibati, Francesco Biso è il re dei cuochi ed è amico degli artisti.
E il suo talento è riconosciuto da questi sodali incontrati durante i viaggi: autografi, dediche e fotografie testimoniano la stima delle celebrità che conobbe.
In uno dei suoi viaggi gli capita di incontrare un passeggero particolare, lui consuma i suoi pasti in cabina.
Ha una predilezione per un certo tipo di spaghetti conditi con fegatini di pollo, mele, pomodoro, burro e parmigiano: spaghetti alla Caruso, il viaggiatore è proprio lui, l’indimenticabile Enrico Caruso.
Egli ha una vera e propria predilezione per il nostro cuoco lericino, tanto da dirgli queste parole:
– Vedi il destino, tu sei un artista senza voce!
E lui, Caruso, non manca di invitare il suo amico cuoco ai suoi spettacoli a New York, in una particolare circostanza si diletta persino a fare una buffa caricatura del Biso.
Sono diversi gli aneddoti a testimonianza di un’esistenza ricca di riconoscimenti e soddisfazioni.
E andiamo al 1934, il transatlantico Conte Grande solca il mare.

Mare

A bordo c’è un alto prelato, è il Cardinale Segretario di Stato Eugenio Pacelli, il futuro papa Pio XII, la sua destinazione è l’Argentina dove egli si reca come Legato Pontificio del Congresso Eucaristico di Buenos Aires.
Anche il futuro pontefice apprezza i piatti di Francesco Biso, come ringraziamento gli farà avere una speciale decorazione vaticana e persino una benedizione papale per lui e la sua famiglia.
Ecco una foto di gruppo scattata durante la navigazione.

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E tra decine di marinai c’è Biso con il suo cappello da chef e poco distante il Cardinale Pacelli.

Francesco Biso (4)

Francesco Biso tornò a vivere nella sua Lerici, dalla moglie e dalla sua famiglia, infine lasciò il mare e la terra nel 1942.
E se vi state chiedendo come sia possibile che io conosca questa storia con tutta questa ricchezza di particolari soddisfo subito la vostra curiosità.
Come spesso accade, a questo blog contribuiscono i miei lettori, uno di essi mi ha scritto per dirmi che aveva certe fotografie di Genova da inviarmi: le vedrete presto, sono scatti affascinanti di un mondo lontano.
La persona che mi ha scritto si chiama Marco Biso, Francesco era il suo bisnonno.
Ringrazio Marco per avermi inviato le immagini di famiglia che corredano questo post e gli articoli dai quali sono tratte le notizie sullo Chef di Lerici (Un Re dei Cuochi amico degli artisti di Silvio Barberis su Il Mattino del 17-3-1938 e Marittimi Lericini: Francesco Biso di Luigi Romani su Il Golfo dei Poeti Maggio 1966).
Ringrazio anche Stefano Finauri per le cartoline delle navi nel Porto di Genova.

Porto

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Per introdurre questa splendida vicenda ho citato alcune parole tratte da un celebre testo di Alessandro Baricco.
È una storia che amo: anche quella è mare, musica e una nave che solca le onde.
E l’America sognata e immaginata, laggiù in lontananza.
Ricordi?
Ognuno, nel mondo, ha una propria musica da suonare.

Lui suonava dove voleva lui.
E dove voleva lui era in mezzo al mare.

Francesco Biso

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Pare che siano note a tutti, a Genova, le gesta del Serronetto.
E voi le conoscete? Le narra con dovizia di particolari il rimpianto Michelangelo Dolcino che ci ha lasciato indimenticabili ritratti di certi genovesi del passato.
E dunque, veniamo al nostro protagonista della scena genovese di inizio ‘700, il Serronetto è un malfattore della peggior specie e non manca di una certa astuzia.
E sapete dove se ne sta tutto il giorno?
Eccolo lì, appoggiato alla porta della Cattedrale, in questo luogo sacro anche un tipaccio come lui può garantirsi l’immunità.

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Il suo bersaglio preferito sono le guardie e i rappresentanti dell’ autorità, è lesto e arrogante questo figlio di Genova, appena vede qualcuno che possa fare al caso suo si getta di gran carriera giù dai gradini della cattedrale e mette in scena un repertorio di beffe davvero notevole!
E dopo aver compiuto una delle sue solite imprese naturalmente se ne torna al sicuro, all’ombra della stupefacente bellezza di San Lorenzo.

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Si dice che dai gradini della Cattedrale non si faccia scrupoli, lo hanno visto prendere a sassate delle povere guardie ed è stato sempre lui ad aver aiutato nella fuga un camallo che era stato imprigionato per una faccenda di tabacco.
Corre di bocca in bocca la fama delle gesta del Serronetto, di lui si interessa persino il Serenissimo Doge.
Nulla da fare, il nostro continua con le sue tracotanze ma giunge poi anche per lui un giorno sfortunato: le guardie lo acciuffano, il destino del Serronetto pare segnato.

San Lorenzo
Arriva la condanna ed è durissima: ben dieci lunghi anni.
E tuttavia il nostro non si arrende, pare che sia riuscito a svignarsela dalla galea capitana sulla quale era imbarcato.
Ha inizio una lunga caccia, alla fine lo trovano ancora una volta in un luogo sacro, nella chiesa degli Incrociati.
Il nostro incauto malfattore pensa di essere al sicuro, non sa che un forzato non può godere dell’immunità e  così viene nuovamente arrestato.
Terminano in questa maniera le vicende note del temibile Serronetto, chissà se poi è tornato a far parlar di sé.
Lo conoscono tutti a Genova, è colui che se ne stava sempre là, sui gradini della Cattedrale.

San Lorenzo (4)

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Torniamo ad anni cupi, al tempo in cui a Genova si usava rinchiudere i debitori nella sinistra prigione della Malapaga.
Nel passato, narrano gli storici, certi incarceramenti erano ben studiati: erano note le risorse dei generosi amici del condannato e si confidava così nel prodigo soccorso di costoro, certo avrebbero provveduto a coprire il debito del malcapitato per restituirgli così la libertà.
Gettato in un’umida e triste cella finì anche il Magnifico Cristoforo Spinola, rappresentante di una blasonata famiglia e importante uomo affari.
Eccolo il nostro Cristoforo, anch’egli varca la soglia della Malapaga, forse i suoi occhi si posano proprio su quella lapide dove sono elencate le mercedi dovute al custode o forse ai suoi tempi ne trova una diversa da questa.

Malapaga

Beh, il nostro Spinola non tirerà fuori un soldo per uscir di galera e non saranno neppure i suoi amici ad aiutarlo.
Dovete sapere che è finito là dentro per aver mal risposto la sua fiducia nella persona sbagliata, nihil sub sole novi, verrebbe da dire.
E infatti tra il 1742 e il 1743 a Venezia operava un tale che curava gli affari del nobiluomo genovese e non lo faceva certo in maniera cristallina: pare che abbia raggirato e truffato decine di persone!
Ovviamente la legge non ammette ignoranza e le reazioni dei creditori non si sono fatte attendere, uno per uno tutti sono andati a batter cassa da Cristoforo.
Lo Spinola, non sapendo che pesci pigliare, pensò di affidarsi a qualcuno che potesse districare lo spiacevole impiccio e chiese l’intervento di una personalità di riguardo: Carlo Goldoni, all’epoca console di Genova a Venezia, vi ho già narrato i dettagli su questo suo incarico in questo articolo.

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Vico Sant’Antonio – lapide per Carlo Goldoni

Malgrado cotanto interessamento lo Spinola non ebbe fortuna e una volta tornato a Genova per l’appunto finì in gattabuia.
Tuttavia i suoi creditori stavano in guardia, non c’era da fidarsi della sicurezza della Malapaga.
E così, tutti d’accordo, scrissero una bella lettera ai Serenissimi Senatori chiedendo che lo Spinola venisse trasferito nella prigione del Palazzetto Criminale dal quale Cristoforo non sarebbe certo riuscito ad evadere.

Salita all'Arcivescovato (4)

La storia è narrata con ricchezza di particolari dal meraviglioso Amedeo Pescio nel suo Croce e Grifo, io possiedo questo prezioso volumetto che è stato stampato in 25 copie, ho scovato una di esse nello scaffale di una libreria dell’usato.
La prigionia di Cristoforo Spinola ebbe un esito imprevisto, state un po’ a sentire cosa accadde.
Mentre lui era ancora dietro le sbarre, a Genova imperversava la rivolta contro l’invasore austriaco, il 5 dicembre 1746 un ragazzo noto come Balilla lanciò un sasso e diede inizio alla ribellione della gente di Genova.

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Nei giorni che seguirono il  popolo si riversò nelle strade, un’orda furiosa travolse persino la Malapaga e vennero liberati tutti prigionieri, si voleva che questi si unissero ai genovesi per scacciare i nemici austriaci.
E così le porte della cella si spalancarono anche per il nostro nobiluomo, l’ineffabile Amedeo Pescio dice che i popolani si rivolsero a lui con queste parole:
– Scia vegne sciö Cristoffa!
– Venite con noi signor Cristoforo!
Ebbe così fine la disgraziata prigionia del Magnifico Cristoforo Spinola, finito in carcere per i suoi debiti.

Portoria Balilla

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È un giorno d’autunno del 1853 e un gruppetto di persone percorre Salita di Oregina, l’ultimo della fila è un garzone e porta una pesante cesta sulle spalle.

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Davanti a lui ci sono un ragazzino e una bambina bionda, lei ha una lunghissima treccia che le arriva sino alla vita, entrambi seguono con passo spedito il loro papà.
Lui ha capelli fulvi e una folta barba, indossa uno scenografico poncho e altri non è che l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi.

Garibaldi

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

La strada è ripida e impervia, si inoltra in luoghi di verde campagna, con case basse immerse nell’aria pura.

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Salite, curve, viali e finalmente la bella compagnia giunge a destinazione, un cancello si apre e ad accogliere calorosamente Garibaldi è il suo sodale Luigi Coltelletti.

Salita di Oregina

Il giovane garzone posa la cesta con i doni del mare destinati all’amico di Garibaldi e l’eroe, dopo aver ascoltato la triste storia di questo ragazzo e le miserie della sua famiglia, lo ricompensa con diverse monete sonanti.
È una giornata dal clima dolce sulle alture di Oregina, così i due amici pensano bene di dilettarsi con un piacevole passatempo: una partita a bocce.

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Il campo che fa al caso loro è proprio lì sotto, davanti alla villetta di un certo Boero il quale non se lo fa ripetere due volte: appoggia una scala al muro e in men che non si dica Garibaldi e il suo amico scendono, da lì a poco avrà una leggendaria partita.
Fin da principio le cose non sembrano andare per il verso giusto per Garibaldi, il nostro soffre di dolori ad una mano e non riesce a giocare correttamente, i suoi avversari passano subito in vantaggio.
Non si arrende, uno come lui non può certo ritirarsi!
Un catino d’acqua fresca e una pezza bagnata gli procurano un certo sollievo, è pronto così per una nuova sfida.
E si comincia di nuovo, si gioca per pochi soldi e soprattutto per l’onore, è la rivincita ma ancora una volta il Generale perde la partita.
Lui non si dà per vinto e sfida ancora i suoi avversari, questa volta sembra avere la meglio, gioca con foga e passione, non sbaglia un colpo.
E poi, d’improvviso la mano lo tradisce ancora : la boccia cade a terra e il nostro eroe, a malincuore, è costretto ad abbandonare la partita.
E malgrado tutti sostengano che non ci sia necessario, Garibaldi ci tiene a pagare il suo debito così come si era stabilito.

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Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Tira fuori il portafoglio e si accorge che è vuoto, si ricorda così che tutti i suoi soldi sono finiti nelle mani del garzonetto!
Il signor Boero, padrone di casa e proprietario delle bocce, non la prende male, si rivolge a Garibaldi con molto riguardo e pronuncia parole di profonda stima.
Si dice onorato di averlo avuto come ospite nella sua casa, lui sa che ben altre partite attendono il Generale, promette che nessuno userà mai più quelle bocce, resteranno da parte, in attesa di una nuova visita del grande eroe.
Questo magnifico aneddoto è tratto da testo di Ferdinando Resasco “Libro di Cronaca del 1891” e proviene da uno dei cassetti delle meraviglie del mio amico Eugenio, come sempre lo ringrazio per averlo condiviso con me.
Garibaldì tornò ancora nella casa di Boero.
Un giorno, mentre si trovava lì, lo avvisarono che in una villetta poco distante c’era un genovese che voleva incontrarlo, desiderava discutere con lui di certi argomenti: quest’uomo era Giuseppe Mazzini.

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Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Tomaso Boero, proprietario di quella casa e delle bocce, era cugino di Mazzini, assomigliava talmente tanto al suo illustre parente da aver posato per il monumento che ritrae il patriota genovese.

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Tomaso Boero fu di parola, quando Garibaldi lasciò la sua casa prese le sue preziose bocce le legò con dei nastrini patriottici, quindi le sistemò in una bella scatola di legno che lui stesso aveva costruito.

Bocce

Passarono poi ai suoi discendenti e vennero sempre ricordate come Le bocce di Garibaldi.

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La storia è fatta anche di questi piccoli attimi quotidiani che rendono umani e reali i protagonisti delle vicende della nostra nazione.
E quelle bocce, ancora adesso chiuse con certi nastri, si trovano nel luogo dove si celebra la storia d’Italia, il Museo del Risorgimento.
Accadde in un giorno d’autunno del 1853:  in un campetto davanti a una casa di Oregina si svolse una leggendaria partita a bocce.

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Se scenderete da Via Martin Piaggio lasciando dietro di voi il monumento a Giuseppe Mazzini è così che vedrete queste due imponenti statue.

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Ritte ed austere, sono dedicate a due illustri concittadini, sulle spalle di ognuno è posato un lungo mantello il cui drappeggio arriva fino a terra.

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Là, sulla balaustra che sovrasta la Galleria dedicata al patriota Nino Bixio vigilano silenziosi due grandi genovesi, il loro sguardo viene da lontano, dai tempi della grandezza della Superba.

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A effigiare i loro tratti fu lo stimato scultore Eugenio Baroni, colui che realizzò il monumento di Quarto e che impresse il suo stile in diverse opere che potete ammirare al Cimitero Monumentale di Staglieno.

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Le statue che sovrastano Piazza Corvetto, come si può leggere sui basamenti, risalgono al 1929.

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Un particolare già svela il carattere guerresco di un uomo indomito e senza timori.

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Il suo sguardo è fiero e lungimirante, non lo fermò mai nulla durante le sue imprese.

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Ha la spada sul fianco e l’armatura, questo è l’orgoglio di Guglielmo Embriaco detto Testa di Maglio, qui trovate la sua storia.
Così lo rappresentò Eugenio Baroni.

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Gli è accanto una figura altrettanto illustre per questa città, ha occhi magnetici e severi, lo contraddistingue il piglio deciso di un valoroso condottiero.

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È l’Ammiraglio Andrea Doria e la sua imponente figura svetta contro il cielo azzurro di Genova.

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Le statue, come ho già scritto, sono del 1929 e quando vennero collocate sulla Galleria la stessa era intitolata alla Regina Elena.
E insomma, c’è da dire che all’epoca non incontrarono proprio il gusto estetico del tempo, sulle pagine di Il Secolo XIX si trovano lettere di protesta, il gusto e lo stile di Baroni non andavano a genio a diverse persone.
Un lettore suggerisce di collocare al posto delle statue dei bei vasi come quelli che si trovano sulla balaustra di Via Garibaldi.

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A quanto si evince dal giornale anche i membri dell’Associazione A Compagna ebbero da ridire sulle statue, proprio non erano gradite e fecero storcere il naso a tanti genovesi.
Ebbene, con buona pace dei cittadini del passato che espressero così apertamente la loro disapprovazione, l’Embriaco tuttora domina orgoglioso su quella balaustra.

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E vicino a lui c’è il più celebre dei Doria.

Statue Baroni (14)

Posano il loro sguardo austero sui genovesi di questo tempo, su coloro che sono nati e vivono nella città che li vide risplendere per il loro valore.

Statue Baroni (15)

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Questa è una storia di munifica generosità di cui fu protagonista un illustre personaggio: Raffaele Luigi De Ferrari, Duca di Galliera e Principe di Lucedio.
Patrizio e banchiere, abile uomo di affari dotato di intuito e grande intelligenza nei suoi investimenti, possedeva immense fortune e il suo astro attraversò l’Ottocento lasciando un segno indelebile sulla sua città: a lui e alla sua consorte, Maria Brignole Sale, i genovesi devono sincera gratitudine.
E andiamo al fatto che desidero raccontarvi: correva l’anno 1873 e il Duca si trovava nella sua bella villa di Voltri, insieme a certi suoi amici.

Villa Brignole Sale

Tra le tante conversazioni si finì per parlare dei lavori di ampliamento del Porto di Genova: come saprete il nostro concittadino dimorava a Parigi, tuttavia nel suo cuore c’era sempre la sua città.
La questione del porto era davvero spinosa: il governo pareva non decidersi a provvedere in merito e ognuno diceva la sua, alla fin fine erano anni che non si concludeva nulla.
Tra il resto, disse uno dei presenti, per iniziare quei lavori occorrevano tanti soldi, per lo meno una ventina di milioni.
Il Duca di Galliera, a quel punto, disse che lui era disponibile a prestarli a un interesse davvero basso e siccome doveva tornarsene a Parigi lasciò a persone di sua fiducia l’incarico di riferire al sindaco la sua proposta.

Genova

Un anno trascorse e il Duca ritornò nella Superba.
Chiese quindi notizie riguardo alla sua offerta e gli venne risposto che il Municipio era assai grato di cotanta generosità, tuttavia non si voleva gravare la comunità di un tale peso economico: l’interesse, per quanto basso, era pur sempre da restituire e non si sapeva come fare.
Allora il De Ferrari rilanciò: avrebbe prestato l’ingente somma senza interesse alcuno, la sola cosa che contava era che si iniziassero questi benedetti lavori del porto prima che lui lasciasse le cose del mondo.

Porto di Genova

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Un altro anno scivolò via e nel 1875 il Duca di Galliera ritornò e ancora si curò di domandare come fosse stata accolta la sua seconda offerta.
Gli fu detto che il Municipio era comunque in difficoltà in quanto, pur eliminando l’interesse, restituire quei venti milioni era una faccenda complicata!
A questo punto il Duca di Galliera non fece un piega e sapete come se ne uscì?
Con piglio deciso affermò che quei sonanti 20 milioni li avrebbe regalati, ora la palla passava a quelli del Governo, che si sbrigassero a iniziare gli agognati lavori nel porto di Genova.
Subito venne portata la lieta notizia al Presidente del Consiglio dei Ministri, Marco Minghetti.
Costui, venuto a conoscenza della generosa donazione, si affrettò a sincerarsene di persona e in seguito giunse al cospetto del Duca di Galliera, nella sua villa di Voltri.

Villa Brignole Sale (2)

In quella circostanza il Duca fece presente che Genova era ancora debitrice al Governo di una somma piuttosto ingente per la cessione della Darsena.
Tiriamo una riga sopra a quel debito – disse il Duca – e io provvederò alla donazione di 20 milioni.
E così fu.
Naturalmente, da abile e attento qual era, si premurò che si vigilasse sui lavori del porto perché venissero fatti ad arte senza spreco di tempo e di denari.

Genova (2)

L’eco della sua fama corse di bocca in bocca, tutta la città era grata al Duca di Galliera per il suo dono.
Un giornale del tempo, l’Illustrazione Italiana, celebrò il bel gesto e la grandezza di Raffaele De Ferrari: è il lion del giorno, si scrive a proposito di lui, il Re gli ha assegnato l’Ordine Supremo dell’Annunziata, Garibaldi gli ha scritto parole di stima.
L’affare dei 20 milioni si concluse con successo, al suo ritorno da Roma il Duca di Galliera trovò ad accoglierlo l’intera città.

Illustrazione Italiana

Tratto da L’Illustrazione Italiana di Proprietà di Eugenio Terzo

Racconta il cronista che la Superba era tutta illuminata a festa, i genovesi accorsero alla stazione per accompagnare il Duca di Galliera alla sua casa sita in quella che un tempo fu Piazza San Domenico e che già allora era stata ribattezzata con il nome del munifico benefattore, naturalmente è la nostra Piazza De Ferrari.

Piazza De Ferrari

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il cuore dei genovesi traboccava di tale affettuosa gratitudine che vennero staccati i cavalli dalla carrozza per condurre la stessa a braccia fino alla casa del Duca.
Il nobiluomo di nascosto, scese dal mezzo e si rifugiò nella bottega di un pizzicagnolo mentre la folla continuò a condurre la carrozza dove erano seduti solo i servitori.
Il Duca, commosso, giunse a destinazione un quarto d’ora dopo.

De Ferrari (3)

Questo magnifico genovese e la sua consorte mostrarono la loro generosità in molte altre circostanze, a lei si devono la donazione dei loro Palazzi di Strada Nuova e la fondazione di diverse strutture ospedaliere come il Galliera.
Vi ho narrato la meravigliosa vicenda della donazione per il porto grazie a un caro amico, il solito Eugenio ha trovato una perla tra i suoi preziosi volumi e mi ha scritto una mail, il testo è esattamente questo: sto leggendo un libro che parla di alcuni personaggi e vi si leggono alcuni aneddoti, interessante è quello sulla questione dei 20 milioni in oro dati dal Duca di Galliera per il Porto, non so quanti conoscano tutta la trafila per giungere a questa donazione.

Via Garibaldi
Ecco, io sono tra coloro che non ne sapevano nulla di tutti questi dettagli ma ho la fortuna di avere amici e lettori come Eugenio che amano condividere il proprio sapere con gli altri.
Grazie a persone come lui questo blog a volte diventa un racconto a più voci: alcuni rendono partecipi gli altri di un ricordo, altri di un libro dimenticato, altri ancora di immagini introvabili oppure di una memoria di famiglia.
Ringrazio Eugenio per avermi inviato le pagine tratte da “Libro Cronaca del 1891” di Ferdinando Resasco dove viene narrata la storia della favolosa donazione e gli articoli dell’Illustrazione Italiana del 1875 e 1876 che raccontano i festeggiamenti per il duca di Galliera.
Raffaele Luigi De Ferrari morì nel 1876, tornerò a scrivere ancora di lui e di ciò che fece per la nostra città.
Genova volle celebrarlo con un monumento che venne commissionato allo scultore Giulio Monteverde, la statua in bronzo fu collocata a Principe nel 1896, rimossa poco più di cent’anni dopo per alcuni lavori e riposta in un magazzino.

Monumento al Duca di Galliera

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il monumento rappresenta figure allegoriche, si riconoscono il genio alato della Munificenza e Mercurio, il Dio dei commerci.
La statua di grande pregio è stata anche oggetto di vandalismi e ora è sottoposta ad accurati restauri, dovrebbe essere ricollocata in fondo a Via Corsica, davanti al Porto per il quale il Duca di Galliera spese i suoi denari.
Io spero che questo accada molto presto e che tutti i genovesi possano ammirare il monumento che celebra la grandiosa munificenza di Raffaele Luigi De Ferrari per il quale non posso che usare le parole scritte da Ferdinando Resasco: ora abbiamo un porto e, vogliate o no, il Duca di Galliera ci ha il suo merito.

Monumento al Duca di Galliera (2)Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Questa è la storia di un ragazzo di nome Simone, nel suo luogo d’origine si conserva viva la memoria di lui e del suo coraggio.

Camogli (2)
Simone Schiaffino, figlio di un capitano marittimo, nasce a Camogli nel 1835, sulla passeggiata del caratteristico borgo ligure c’è ancora la sua casa.

Simone Schiaffino (6)

Quel mare tempestoso è il suo destino, ha appena 11 anni quando si imbarca come mozzo, a 19 è un giovane uomo di grande esperienza e come suo padre è divenuto capitano.
Sulla lapide che sovrasta la sua dimora natale si legge che lui fu l’Alfiere dei Mille, Simone lo divenne con grande onore.

Simone Schiaffino (5)

Di animo appassionato e di spirito vivace, animato da amor patrio, Simone Schiaffino si unisce alla causa patriottica e in diverse circostanze si distingue per il suo valore, nel 1859 è tra i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, nella Seconda Guerra di Indipendenza.
E poi è ancora Garibaldi che lui seguirà nell’ Impresa dei Mille con la quale venne fatta l’Italia.
È un ragazzo, un ragazzo dall’animo semplice e fiero.

Simone Schiaffino (4)

Camogli

Chi parla di lui? Chi ha tramandato i tratti della sua persona e il suo carattere?
Lo hanno fatto i suoi compagni d’avventura, giovani altrettanto temerari, primo tra tutti Giuseppe Bandi.
È la fine d’aprile del 1860, a Villa Spinola i volontari fremono, aspettano il momento tanto atteso ma certe notizie ritardano la partenza che muterà il corso della storia.
E così scrive Giuseppe Bandi:

Nell’anticamera non eravamo se non io e un bel giovine di Camogli, con due grandi occhi azzurri spiranti un ineffabile senso di simpatia.

Giuseppe Bandi – I Mille da Genova a Capua

Quel ragazzo è Simone Schiaffino, è deluso e lascerà la stanza con gli occhi bagnati di lacrime salutando il Generale Garibaldi con voce tremula.
Tenace e indomito ragazzo di Camogli, è vicino il giorno del tuo coraggio.

Simone Schiaffino (2)

Monumento a Simone Schiaffino – Camogli

È il 5 Maggio 1860, i Mille lasciano Quarto, i piroscafi della Società Rubattino sfidano le onde del mare.
Garibaldi è a bordo del Piemonte, il nostro giovane Simone è invece imbarcato sul Lombardo, è timoniere di Nino Bixio insieme ad Adolfo Azzi da Trecenta di 23 anni.
Ragazzi coraggiosi che hanno lasciato il segno, di Simone Schiaffino parla anche Giuseppe Cesare Abba, questo è il ritratto da lui delineato:

Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare che pareva andasse studiando Garibaldi per divenire simile a lui nell’anima come gli somigliava già un po’ nel volto; biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d’eroe.

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei Mille

Un viaggio per mare, un viaggio che conduce incontro al destino.
Lungo le coste d’Italia, fino in Sicilia.
Giunge il 15 Maggio, è il giorno dell’eroica battaglia di Calatafimi.

Simone Schiaffino (3)Monumento a Simone Schiaffino – Camogli

E c’è un testimone, è ancora Giuseppe Bandi a raccontare cosa accade: la battaglia infuria, è fumo, coltelli, sassi e sangue che scorre.
Vicino a Bandi c’è un piccolo gruppo di garibaldini: un certo Elia, il figlio di Garibaldi Menotti e Simone Schiaffino.
Lui, Simone, porta il tricolore, alcuni sostengono che si trattasse della bandiera riccamente decorata cucita dagli italiani emigrati a Valparaiso e da loro donata a Garibaldi nel 1855.
Lo scontro con i borbonici non tarda ad arrivare, Bandi definisce i suoi compagni I tre Moschettieri, scrive che combatterono strenuamente con le carabine e poi ricorsero alle baionette.
Me ne rammento come in un sogno, sottolinea Bandi.
Sventola fiero il vessillo che Simone ha tra le mani, i cacciatori borbonici danno l’assalto per strapparglielo e Bandi getta un urlo disperato: Salviamo la bandiera!

Museo del Risorgimento (37)

Tricolore esposto all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento 

Sono momenti di tragica concitazione, sono gli ultimi istanti di vita di Simone Schiaffino che muore trafitto in pieno petto da un colpo di fucile.
E ancora Bandi scrive:

Schiaffino cadde indietro, sollevando in alto, nel cadere, la bionda e lunga barba, e lasciò la bandiera, che in mezzo a grida di giubilo, sparì dai miei occhi.

Giuseppe Bandi – I Mille da Genova a Capua

I tratti di Simone Schiaffino sono effigiati nella statua a lui intitolata nella sua Camogli, sul basamento sono incise le memorie delle sue imprese e le parole del Generale Garibaldi al quale il giovane era molto caro.

Simone Schiaffino (9)

Simone Schiaffino (7)

Superbo nocchiero del Lombardo, come lo definì Abba, morì a soli 25 anni in nome di un ideale nel quale credeva con ferma passione.
Un patriota indomito, Simone Schiaffino è ritto nella piazza a lui intitolata, alle sue spalle c’è il mare che lo vide nascere.
Nella mano stringe la nostra bandiera, eroico Alfiere dei Mille che cadde per difenderla.

Simone Schiaffino

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