Antonio Burlando: uno dei Mille di Marsala

La fierezza, il coraggio e un nome da ricordare: Antonio Burlando, nato a Genova il 2 Dicembre 1823, nella sua città lasciò le cose del mondo il 23 Novembre 1895.
Protagonista delle battaglie risorgimentali il suo nome risplende tra quelli di coloro che fecero l’Italia, la sua figura si staglia eroica all’ombra degli alberi del Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno dove egli riposa effigiato nei tratti dal valente scultore Demetrio Paernio.

Le parole poi, a volte, narrano di noi la nostra essenza e ciò che siamo stati.
Le parole delineano le azioni, la volontà, il segno che abbiamo lasciato nel mondo.

Per Antonio Burlando le scrisse Anton Giulio Barrili che compose il testo della lapide esaltando le gesta di lui e il suo contributo alla causa garibaldina.
E così si legge: Antonio Burlando uno dei Mille di Marsala.
Solo a leggere quella semplice frase ti accorgi che quelle parole racchiudono un intero credo e svelano il senso di appartenenza ad una schiera di intrepidi sodali uniti da una causa comune.
Uno dei Mille di Marsala, uno di loro.
Uno che combatté per la nostra bandiera e per la nostra Italia unita.
Uno che guidò i suoi compagni alla battaglia.
E solo a leggere quella frase ti pare di vederli tutti vicini quei giovani che salpano con il vento in faccia e lasciano lo scoglio di Quarto, tra di loro c’è anche lui: Antonio Burlando, uno dei Mille di Marsala.

Burlando era membro della Società del Tiro a Segno e apparteneva al Corpo dei Carabinieri Genovesi, un gruppo di valorosi così narrati dalla penna di Giulio Cesare Abba nel suo volume Storia dei Mille:

“Ora ecco i Carabinieri genovesi, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, mazziniani ardenti, armati di carabine loro proprie, esercitati nel tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s’era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante. “

Egli fu nelle file dei garibaldini tra i Cacciatori delle Alpi nella guerra del 1859, così luccica la sua spada sotto il sole che filtra tra gli rami fitti di Staglieno.

Se poi vi recherete a visitare il Museo del Risorgimento e Istituto Mazziniano tra i molti cimeli appartenuti agli eroi di quel tempo glorioso troverete anche la divisa del Colonnello Antonio Burlando, sulla stoffa rossa sono appuntate otto diverse medaglie.
C’è anche la sua carabina e su di essa è fissato un foglio scritto dallo stesso Burlando dove egli dichiara che l’arma gli era stata donata da Felice Orsini, Burlando la usò nelle campagne del 1859 e 1860.

L’eroico genovese riportò una ferita ad una gamba durante la battaglia di Calatafimi, da ardente patriota seguì ancora Garibaldi nel 1866 e nel 1870, in seguito fu consigliere comunale della città per la lista democratica.
E quelle medaglie fieramente appuntate sulla sua giacca rossa sono fedelmente riprodotte anche nel busto collocato a Villetta Di Negro.

E ancora sono ricordate le gesta del prode colonnello.

Ritto, nella sua sua fiera postura così è ritratto l’eroe di numerose battaglie nel monumento forgiato in sua memoria.

Il suo è un nome da onorare, lui era Antonio Burlando: uno dei Mille di Marsala.

Emilio Lunghi: atleta genovese

Vigoroso e prestante sportivo, egli fu l’orgoglio della sua città e della nazione intera.
Il suo nome era Emilio Lunghi ed era nato a Genova il 16 Marzo 1887, con il suo talento e la sua versatilità per lo sport si distinse e guadagnò molte medaglie, Emilio sapeva correre veloce come il vento e il suo astro brillò glorioso nell’atletica leggera.
Gli autentici cultori di questa pratica sportiva certo conosceranno nel dettaglio la cronologia dei molti successi di Emilio Lunghi, egli seppe infatti distinguersi in diverse competizioni nazionali.
Io da appassionata lettrice di vecchi quotidiani mi sono spesso imbattuta nel suo nome e nel ricordo della sua gloria, ad esempio Il Lavoro del 2 Marzo 1908 riferisce di una gara di Cross Country tenutasi nella cornice del verde rigoglioso di Stupinigi.
A rappresentare la Società Sport Pedestre Genova sono Emilio Lunghi e suo fratello minore Nino.
E come ci si aspettava, a sbaragliare tutti e con gran distacco sugli altri concorrenti, giunge dritto al traguardo l’indomito Emilio Lunghi, freschissimo e sorridente come se tornasse da una passeggiata, così scrive il fiero cronista.

Emilio è destinato a passare alla storia: nell’estate del 1908 alle Olimpiadi di Londra il nostro Lunghi si aggiudica la medaglia d’argento in atletica leggera con specialità negli 800 metri.
È la sua gloria più grande, il suo nome è divenuto ormai leggenda.
E in un giorno di settembre di quel 1908 Lunghi partecipa a un grande evento che si tiene proprio a Genova, sua città natale.
Si tratta della traversata della città, della quale riferisce sempre Il lavoro del 14 Settembre 1908, sono in molti a partecipare con entusiasmo alla competizione ma vincere in maniera schiacciante è ovviamente Emilio Lunghi.
Altre saranno le sue vittorie, in Italia e all’estero, Emilio Lunghi gareggiò anche in Canada e negli Stati Uniti.
Non fu lunga tuttavia l’esistenza di questo stimato atleta, in un giorno di settembre del 1925 una tremenda setticemia stroncò la vita dello sportivo all’epoca appena trentottenne.
I giornali cittadini commemorarono la sua morte e la sua grandezza, il quotidiano Il Secolo XIX ricordò i riconoscimenti che Lunghi aveva ricevuto dalla Regina, esaltò le sue molte doti di sportivo e di uomo.
Emilio Lunghi riposa al Cimitero Monumentale di Staglieno.

E sulla sua tomba è inciso il ricordo di coloro che furono testimoni dei suoi trionfi.

Lassù, nel Boschetto Irregolare di Staglieno, a volte la luce filtra tra gli alberi e accarezza i contorni del profilo del viso di lui.

E così io ho voluto ricordarlo, riportando qui il mio racconto delle sue imprese sportive e delle sue vittorie.
In memoria di Emilio Lunghi, atleta genovese.

A Francesco Bartolomeo Savi, apostolo della libertà

Poeta e professore di lettere, giornalista appassionato, ardente patriota e mazziniano: Francesco Bartolomeo Savi dedicò la sua vita intera alle cause nelle quali credeva e ai suoi ideali di libertà.
Figlio di uno straccivendolo, Savi aveva spirito caparbio e fiero, egli fu una delle figure più significative del nostro Risorgimento ed è a me molto caro, ho così già avuto modo di raccontare le vicende della sua vita tumultuosa in questo articolo risalente al lontano 2012.
L’eroico patriota lasciò le cose del mondo nel Marzo 1865, di salute malferma e tormentato da disillusioni di carattere politico, a soli 45 anni Savi si tolse la vita con un colpo di pistola.
La sua morte lasciò attoniti i suoi sodali e coloro che condividevano il suo pensiero, a narrare come venne edificato il suo cippo funebre è lo scrittore Ferdinando Resasco nel suo volume dal titolo La Necropoli di Staglieno risalente al 1892.
Resasco racconta di una sottoscrizione fatta dai componenti dei circoli democratici, con quel denaro fu commissionato un cippo e per realizzarlo si scelse lo scultore Augusto Rivalta che lasciò ai posteri una scultura di superba bellezza.
Nel candido marmo egli forgiò una figura alata dai tratti di giovinetto, a prima vista si potrebbe credere che sia semplicemente un angelo ma Resasco spiega ai suoi lettori che in quelle sembianze acerbe Rivalta volle ritrarre il genio alato della libertà.
Chino sul marmo il genio scrive l’anno della morte di Francesco Bartolomeo Savi.

Con questa grazia assoluta, come se tra lui e il patriota intercorresse un dialogo mai interrotto, una reciproca comprensione alimentata da fede e amore autentico.
E Savi amava con vero ardore il senso di giustizia e libertà, quella giovane figura così veglia sul suo eterno sonno.

Sul cippo appare anche il profilo bello e fiero del patriota così circondato da una corona di foglie di alloro.

Le parole scritte in memoria di Savi esaltano poi la sua personalità eroica e le sue azioni: lo si definisce apostolo del pensiero italiano, prode e valoroso soldato della schiera dei Mille, coraggioso combattente a Marsala.

Vibrante commozione si coglie poi in quello sguardo che tutto racchiude e conserva: una storia, una vita, una memoria lontana, le scelte di uomo che volle combattere per la libertà.

Libertà: sulla tomba di Savi è incisa anche questa parola a lui così cara.
Lui che era l’apostolo della libertà, lui che fermamente credeva nell’importanza delleducazione e dell’eguaglianza, coloro che vollero ricordarlo cercarono di fare in modo che il suo monumento funebre raccontasse in qualche maniera il suo pensiero e il suo credo.

L’ultima dimora di Francesco Bartolomeo Savi si trova nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno, tutto attorno ci sono le tombe e i monumenti funebri degli eroi, dei garibaldini e dei patrioti che si distinsero nel tempo del nostro Risorgimento.
Francesco Bartolomeo Savi riposa a breve distanza da Giuseppe Mazzini e come giustamente chiosa Resasco è quello il luogo dove egli deve restare.
Sotto gli occhi amorosi del genio della libertà, così vicini al suo cuore e al suo sentire.

Mi unisco anch’io alla schiera degli amici del patriota, anche a me lui è molto caro e quando a Genova mi ritrovo nei suoi luoghi il mio pensiero va sempre a lui.
A Staglieno poi ritorno sempre a salutarlo nel luogo dove egli per sempre riposa, custodito da una figura gentile a volte accarezzata da sole radioso e potente come certi moti dell’animo.
A un fiero figlio di Genova: a Francesco Bartolomeo Savi, apostolo della libertà.

18 Novembre 1911: Pietro Mascagni alla Stazione Marittima

Cadeva una leggera pioggia autunnale in quel pomeriggio di novembre del 1911 alla Stazione Marittima di Genova.
La luce iniziava ad essere più fioca e la folla trepidante si accalcava in quella calata dove giungevano le navi provenienti dalle Americhe.
Proprio là stava per attraccare il magnifico piroscafo Tomaso di Savoia sul quale viaggiava il maestro Pietro Mascagni con la sua compagnia composta da rinomati artisti di grande talento.
E immaginate la concitazione di quel giorno: come di consueto qui si assiepano intere famiglie, ci sono padri e madri di figli lontani che ritornano in patria, ognuno porta un’emozione nel cuore ed è difficile trattenere la commozione di quell’attesa.
Questa folla rumorosa, per l’occasione, comprende anche gli estimatori del celebre compositore: tutti vogliono vedere Mascagni, lo acclamano come una vera rockstar.
Ad accogliere il geniale artista ci sono anche i suoi famigliari, i figli di Mascagni non vedono l’ora di riabbracciare il papà.
E intanto, lentamente, il transatlantico si avvicina alla calata e coloro che sono a terra scorgono i volti noti di talentuosi cantanti e acclamati artisti.

C’è chi saluta con la mano, lacrime di commozione rigano certi volti.
E Mascagni? Dov’è Mascagni?
Il piroscafo attracca e scendono le passerelle, iniziano le complesse operazioni previste per lo sbarco, c’è gente che vuole salire a bordo per riunirsi finalmente al proprio caro, l’attesa non sarà poi lunga ma tutto attorno c’è una certa confusione.
E Mascagni? Dov’è Mascagni?
Occhi curiosi cercano la sua figura e il suo volto quando ad un tratto una voce cristallina sovrasta le altre:
– Ecco Mascagni!
E così tutti si voltano nella direzione suggerita e lo vedono là, felice e sorridente, tra gli altri passeggeri.
E si levano urla di gioia:
– Papà, papà! – ripetono i figli ancora lontani.
E lui ricambia, manda baci e saluta tutti e ad un tratto la sua cagnolina lo vede da lontano e sfugge all’abbraccio di Emy, la figlia di Mascagni: la bestiola corre via e passando tra le gambe di un poliziotto si lancia verso il Maestro.

Pietro Mascagni
Immagine tratta dalla rivista Melodia – Nr 4 del 1923 di mia proprietà

Si ride, è davvero un momento festoso e felice.
Ad attendere il compositore non sono soltanto i fans e i componenti della sua famiglia, c’è anche una nutrita schiera di giornalisti e tra essi si trova colui che scrisse il suo articolo per Il Lavoro del 19 Novembre 1911, gli sono grata per aver tramandato la vicenda che posso così raccontarvi.
Ed eccolo Mascagni, fuma un sigaro ed è circondato dai suoi cari, al fratello raccomanda di prendere il pappagallo che ha portato dall’America per un amico e scherzando dice che sebbene il pennuto sia venuto or ora dal Brasile già canta in perfetto dialetto calabrese!
E infine si concede ai giornalisti.
Quanto tempo è stato lontano dall’Italia: la sua tournée è durata sette mesi e lo ha portato nelle più grandi città come ad esempio La Plata, San Paolo e Montevideo.
Sono terre di emigranti che hanno lasciato da lungo tempo l’Italia senza la certezza di poterla mai rivedere e Mascagni è un vero orgoglio nazionale, egli racconta commosso della calorosa accoglienza ricevuta.
A Buenos Aires non c’erano meno di 50.000 persone a dargli il benvenuto e per l’occasione la banda cittadina eseguì il suo Inno del Sole suscitando viva commozione.
E dovevate vedere il tripudio di gioia nella città di Rosario: Mascagni fu accolto con le strade imbandierate e piene di fiori.
Al giornalista che gli chiede se non abbia sentito nostalgia dell’Italia il nostro risponde che il suo espediente per scacciare la malinconia è tenere un schema preciso di ogni suo impegno, in questo modo si inganna il tempo con facilità.
Il rientro di Pietro Mascagni dall’America è nel segno della soddisfazione, egli porta con sé la memoria dei suoi sfolgoranti successi e dei teatri pieni di pubblico, il ricordo dei suoi trionfi e degli applausi al suo formidabile talento.
Nella Superba rimarrà per qualche giorno e soggiornerà all’Hotel de Gênes: accadde nel tempo di novembre del 1911 e sono certa che furono molti i genovesi che serbarono a lungo il caro ricordo di quel giorno in cui videro il Maestro Mascagni alla Stazione Marittima.

Davanti alla casa di Santa Virginia Centurione Bracelli

Passo spesso in Via Lomellini, è un’antica strada molto amata che fu culla di molte appassionanti storie genovesi e ho già avuto modo di narrarvi alcune di esse in questo post scritto agli albori del blog.
Strada di patrioti e di fastosi palazzi nobiliari, Via Lomellini è Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco ed è davvero ricca di tante bellezze che mai ci si stanca di ammirare.
L’altra mattina, passando da quelle parti, ho alzato gli occhi verso un certo edificio annoverato tra i Rolli di Genova.
Il palazzo un tempo appartenne a Giorgio Centurione, doge della Repubblica di Genova dal 1621 al 1623 e padre di Virginia, fanciulla generosa e dedita alla cura del prossimo, per le sue buone opere Virginia Centurione Bracelli è stata proclamata Santa.
E questa è una delle case dove lei visse, quando passo in Via Lomellini mi capita spesso di alzare lo sguardo verso questo edificio.

Di recente, con mio gradito stupore, ho notato una gradevole novità.
Sopra il portone è collocata una statua della Madonna con il Bambino, il tempo aveva posto un velo scuro su questo marmo ma, dopo un accurato restauro, la scultura è tornata al suo originario splendore.
Sotto l’immagine di Maria è scolpita una frase in latino: sub tuum praesidium (sotto il tuo presidio).

Quando passerete nei caruggi fermatevi anche voi ad ammirare questo edificio che ospita ancora oggi le Suore di Nostra Signora del Rifugio di Monte Calvario, l’ordine fondato da Santa Virginia.
In questo palazzo Virginia iniziò a prendersi cura dei più sfortunati, in questo palazzo sposò Gaspare Bracelli.
Qui trovate il mio racconto della commovente storia di Virginia e potrete vedere anche una fotografia del portale e della statua prima dei restauri.

Via Lomellini (3)

Ora il marmo è tornato al suo antico candore e si coglie ancor di più la dolce grazia di questa giovane mamma di nome Maria: lei custodisce la strada e la dimora dei Centurione, due grandi fiocchi decorano le due semicolonne che fanno da cornice alla figura di lei.
Amorosa regge il suo bambino, a guardarlo bene lui sembra proprio un piccoletto vivace e allegro.

I capelli mossi incorniciano il viso dolce della Madonna, i suoi tratti sono delicatamente regolari, ha occhi grandi e labbra a cuore, il suo piccolo Gesù è un bimbetto gioioso e tenero.
Amorevole vi osserva da lassù, dove sempre è stata, davanti alla casa di Santa Virginia Centurione Bracelli.

Il Caffè della Concordia

Vi porto ancora nella via del fasto e delle dimore lussuose, questo sarà un viaggio nel passato di Via Garibaldi che per me resta tuttora Strada Nuova, amo usare ancora quel suo antico toponimo evocativo di certe eleganze inconsuete di tempi distanti.
Camminiamo insieme nei giorni di un secolo di grandi cambiamenti: nella Genova ottocentesca il Caffè della Concordia è un ritrovo esclusivo e molto raffinato.
Era collocato all’interno di Palazzo Bianco e vi si accedeva tramite una scala di marmo dai locali ora occupati da Arduino 1870, negozio di antiquariato e vintage annoverato tra le botteghe storiche.
Che atmosfera incantevole al Caffè della Concordia, da lassù si potevano ammirare le bellezze di Strada Nuova.

Si attraversava una sontuosa galleria e ai tavoli si consumavano autentiche bontà.
Delizioso era il caffè corposo e profumato, celebri erano gli spumoni, i gelati al cioccolato e alla crema, gli arlecchini di fragola e limone e ricercati certi glacés à la napolitaine.
Oltre ad essere un ritrovo molto alla moda il Caffè della Concordia fu anche scenario di certe vicende storiche, era infatti uno dei luoghi prediletti dai protagonisti del nostro Risorgimento.
Si narra che Giuseppe Mazzini si sia nascosto qui per una notte intera nel periodo in cui si organizzava a Genova la spedizione guidata da Carlo Pisacane che finì poi in un massacro nel giugno del 1857.
Lo stesso Pisacane frequentò il locale: vi si recava con la speranza di raccogliere fondi proprio per quella sua eroica impresa nella quale poi perse la vita.
Lo Stabilimento Concordia, così lo si chiamava a quel tempo, era meta di letterati e patrioti, tra gli altri ci si poteva trovare Anton Giulio Barrili, Stefano Canzio e Giorgio Asproni, anche Giuseppe Verdi amava frequentarlo.
Ecco l’insegna del Caffè e la sovrastante galleria, l’immagine è tratta da una cartolina d’epoca di mia proprietà.

Nel bel locale di Strada Nuova i clienti trovavano una bella varietà di svaghi.
Ad esempio ci si poteva accomodare nella sala medievale, così denominata per lo stile dell’arredamento, qui si esibiva una orchestrina composta da valenti musicisti che per il diletto dei presenti eseguivano pezzi d’opera e walzer di Strauss.
C’era anche una sala degli scacchi dove si potevano incontrare eminenti cittadini intenti a dilettarsi con il celebre gioco, non mancavano una sala da pranzo e una sala più piccola e riservata ai ricevimenti per i pranzi di nozze o i battesimi.

Il Caffè della Concordia era dunque molto rinomato, tra i molti mirabili eventi qui si tenne anche il pranzo offerto da Felice Cavallotti in occasione della sua elezione a senatore.
Il tempo poi passò, il nuovo secolo diede luogo ad un nuovo corso e la stella del Caffè della Concordia smise di luccicare: così accade alle cose del mondo.
Ai nostri giorni non si conserva particolare memoria di questo locale che un tempo fu così prestigioso, le notizie che avete letto sono tratte da un articolo di F. Ernesto Morando pubblicato su Il Lavoro del 13 Maggio 1926.
Quando passate in Strada Nuova alzate lo sguardo.
E immaginate una galleria, i bicchieri che tintinnano, le parole scambiate, i minuti che sfuggono.
Il tempo che non abbiamo vissuto, al Caffè della Concordia.

I segreti della Farmacia Mojon

Se girate per i caruggi certo conoscerete la Farmacia Mojon: si trova in Via di Fossatello ed è una farmacia moderna e molto fornita.
Oggi non vi parlerò dei suoi medicamenti o magari di rimedi segreti che possono giovare alla vostra salute, torno a scrivere di questa farmacia per quei segreti del suo passato, per le vicende lontane che racchiude tra le sue mura e per la valenza storica della famiglia Mojon.

I Mojon provenivano dalla Spagna, là era nato nel 1729 Benedetto che si laureò in farmacia all’Università di Madrid, fu lui il capostite di una famiglia di scienziati.
Illustre e stimato studioso, Benedetto venne a vivere a Genova e fondò quella farmacia che ancora porta il suo nome, all’epoca era una delle più importanti della città.
Benedetto ebbe diversi figli, tra di essi alcuni si distinsero come lui in scienze diverse come la chimica, la farmacia e l’anatomia: in particolare mi riferisco a Giuseppe, Antonio e Benedetto, tutti furono apprezzati e stimati per i loro studi.
Il loro cammino nel mondo si intreccia inesorabile con la storia di Genova e dell’Italia, ritengo così giusto ricordare, seppure in modo molto succinto, ognuno di loro.
Giuseppe fu professore di chimica all’Università di Genova, tra gli altri sono notevoli i suoi studi di mineralogia e quelli sulle malattie epidemiche verificatisi a Genova nel 1802, fu stimato membro di diverse società scientifiche.
Un giorno per caso, i miei occhi hanno trovato il suo nome.
Sbiadito, quasi illegibile, sulla stele del suo monumento funebre a Staglieno.

Narra appena di lui, del suo tempo in questa città e tra la nostra gente, è una tomba forse dimenticata.

A Giuseppe Mojon
nato in Genova l’anno 1772
professore di chimica
nella patria Università
dal 1802 al 1837
rapito all’Italia
nell’anno 64.mo di sua vita

Di Giuseppe e di suo fratello Benedetto si legge nel volume Storia della Università di Genova del P. Lorenzo Isnardi edito a Genova nel 1867 dalla Tipografia dei Sordomuti.
Benedetto fu medico e studioso di anatomia e patologia, fondò con altri la Società Medica di Emulazione e pubblicò uno studio sulla musicoterapia, importante anche un suo approfondimento sul dolore, fu autore di diverse pubblicazioni sulla fisiologia e di studi scientifici tra i quali uno dedicato al colera.
Benedetto ebbe per compagna di vita la milanese Bianca Milesi, donna volitiva ed eclettica.
Artista e scrittrice, fu amica di celebri pittori e si distinse per i suoi scritti dedicati alla pedagogia e all’educazione dei bambini, tema che le era molto caro.
Da coraggiosa patriota Bianca Milesi era un’appassionata appartenente alla Carboneria e nella sua tumultuosa esistenza diede più volte il suo contributo alla causa.
Giunta a Genova da Milano, in precipitosa fuga dalla polizia austriaca, conobbe nel 1825 Giuseppe Mazzini, qui incontrò anche Benedetto Mojon che amò sempre con sentimento autentico e vero.
Con lui andò a Parigi, per riparare al sicuro in tempi difficili, là Benedetto e Bianca morirono a distanza di poche ore uno dall’altra, colpiti entrambi da letale colera nel 1849.
Nel tempo della loro vita genovese vissero insieme in un prestigioso palazzo in Via Balbi.

Il terzo dei fratelli Mojon a distinguersi in ambienti scientifici si chiamava Antonio: fu lui a occuparsi ancora della farmacia e a portare avanti l’impresa di famiglia.
E un giorno, sempre in uno dei miei giri a Staglieno, mi è capitato di leggere il suo nome, anche questa volta è inciso su una lapide che ha subito le ingiurie del tempo.

Il nome dei Mojon ricorre poi spesso in in libro poderoso suddiviso in sette volumi: è il Diario Politico di Giorgio Asproni, deputato repubblicano che consegnò ai posteri il suo ricordo della storia d’Italia in forma di arguto e brillante memoriale.
Su queste pagine si trovano aneddoti, momenti importanti per la nostra nazione e a volte anche notizie curiose, il Diario Politico copre un periodo che va dal 1855 al 1876.
Asproni qui a Genova aveva un carissimo amico: si tratta di Giuseppe Mojon detto Pippo, il figlio di Antonio dal quale aveva ereditato la farmacia.
Tempo fa dedicai un articolo a questa loro amicizia, lo trovate qui.
Erano tempi di grande fermento, era l’epoca della spedizione di Pisacane e delle sedizioni mazziniane, nel libro di Asproni emerge anche il legame tra Pippo Mojon e Giuseppe Mazzini, a diversi livelli Mojon prese parte alla vita politica del suo tempo.

In quella farmacia, come in altre, ci si riuniva per discutere, per leggere i giornali, erano luoghi d’incontro sicuri.
Sono trascorsi molti anni da allora, oggi la farmacia appartiene a una diversa famiglia.
Per un caso del destino il mio precedente articolo è capitato sotto gli occhi della Dottoressa Zucca che appunto è proprietaria della Farmacia Mojon.
Da lei ho ricevuto un invito del quale ancora la ringrazio, la dottoressa mi ha detto che aveva da mostrarmi una particolarità della sua farmacia che non tutti conoscono.
E così eccomi in Fossatello, con tutta la curiosità del caso.
E guardo a terra: nel pavimento della farmacia c’è una botola.

Cari amici, io sono certissima che questo segreto fosse ben noto al deputato Asproni, come vi ho detto lui andava spesso a trovare il suo amico Pippo Mojon.
E ad esempio il 9 Luglio 1859 così scrive:

Stamani ho avuto un abboccamento a solo con Pippo Mojon, nella stanzina piccola dove ha la cassaforte della sua farmacia.

Ecco, ora io non saprei dirvi precisamente dove fosse la stanzina piccola, accidenti, magari lo sapessi!
So però che se aprite la botola della Farmacia Mojon trovate una scala che conduce a un ambiente sotterraneo e a quanto pare qui ci si riuniva in gran segreto, in quei tempi lontani quando Genova era la culla del Risorgimento e quando qui si cospirava per fare l’Italia con i cuori ardenti di amor patrio.
Lascio a voi immaginare le parole e gli sguardi d’intesa, i saluti solidali tra persone che condividevano certi ideali.
Accadeva molti anni fa in Via di Fossatello, questi sono i segreti della Farmacia Mojon.

Gaspare Pieri: storia di un talento

Signori spettatori, accorrete!
Prendete posto in teatro e assisterete allo spettacolo straordinario di un artista eccezionale: Gaspare Pieri manda in visibilio il pubblico, tutti lo sanno!
Calca le scene con entusiasmante successo, il magnifico attore è venuto alla luce del mondo nell’anno 1827.
E il talento è davvero di casa nella sua famiglia, il padre Francesco fu stimato caratterista e membro di diverse compagnie comiche ma la sua fine ha le note del dramma: durante il Carnevale del 1834 muore ancora giovane dietro le quinte del teatro, ad ucciderlo è un letale colpo apoplettico.
Anche la madre di Gaspare è attrice, Anna è figlia di saltimbanchi capaci di mirabolanti acrobazie sulle corde, le loro stupefacenti esibizioni sono accompagnate da suonatori di gran cassa, chitarra e tromba, con le loro baracche mobili se ne andarono persino in Portogallo!
E chissà quali avventure avrà vissuto laggiù la nostra Anna, dopo il matrimonio con Francesco diventerà anche lei applaudita attrice.
Questi sono i genitori del grande Gaspare, anche le sorelle di lui recitano con ottimi riscontri ma solo Gaspare Pieri è una stella di prima grandezza, il suo nome è leggenda.

Ritratto di Gaspare Pieri

E oltre ad essere attore si distingue anche come patriota, figura infatti tra coloro che prendono parte ai moti del 1848.
I suoi esordi sono nella Compagnia de’ Fiorentini, nel tempo poi dimostra vero talento nei ruoli comici, nel 1855 fa parte della Compagnia di Astolfi quando questi viene colpito da tremendo colera e muore: Gaspare Pieri diviene così capocomico di quella compagnia.
Brillante, eclettico, sagace, uomo di fervido ingegno e noto per le battute fulminanti, è idolatrato dal suo pubblico, il suo nome è sinonimo di fama e successo.
Basta una battuta, basta una parola, è sufficiente un tono della sua voce e il pubblico va in delirio.
Gaspare Pieri è un istrione, non usa nemmeno il suggeritore e vorrebbe che quelli della sua compagnia facessero lo stesso!
Recita con la parte di caratterista in Il Marchese Colombi di Paolo Ferrari, quando calca i palcoscenici per Goldoni e le sue sedici commedie viene letteralmente giù il teatro, Pieri è acclamato come geniale artista.
Ed è egli stesso a scrivere dei suoi memorabili successi, in una sua lettera si legge dei suoi trionfi nella città di Venezia e dei buoni guadagni che ne derivarono.
Sempre nell’ambito teatrale trova l’amore della sua vita: è l’attrice Giuseppina Casali che diverrà sua moglie e madre dei suoi tre figli, il primo dei quali morirà prematuramente lasciando nello sconforto i genitori.
Vive a lungo a Torino e a Genova, qui nella Superba l’Accademia Filodrammatica Italiana del Teatro del Falcone lo elegge membro onorario.
E fatalmente proprio nella mia città ombre scure finiranno per offuscare la luminosa stella dell’attore, Gaspare Pieri contrae una brutta malattia che avrà esiti letali.
Nella città della Lanterna Gaspare Pieri ha un carissimo amico: è il medico David Chiossone che lo assiste nei suoi ultimi giorni con amorevole dedizione.

Tomba di David Chiossone – Boschetto Irregolare di Staglieno

In un giorno di Marzo del 1866 a soli 39 anni Gaspare Pieri esala il suo ultimo respiro e muore tra le braccia dell’adorata moglie.
A scrivere il suo elogio funebre sarà proprio l’amico Chiossone, le sue parole sono pubblicate sulla rivista La Scena – Giornale di Musica, Drammatica e Coreografia del giorno 8 Marzo 1866.
Le molte notizie che avete letto sono tratte da I Comici Italiani di Luigi Rasi edito nel 1905 da Francesco Lumachi di Firenze, il volume da me consultato e dal quale è tratto il disegno con il ritratto di Gaspare Pieri è di proprietà del Museo Biblioteca dell’Attore e ringrazio il Dottor Gian Domenico Ricaldone per avermi autorizzata alla pubblicazione dell’immagine e per il suo prezioso aiuto in questa miei ricerca.
Gaspare Pieri, uno dei più valenti comici dei suoi tempi, è ormai quasi dimenticato, nel mio peregrinare mi sono imbattuta nella sua tomba che si trova nella Galleria Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno, là egli riposa, nello stesso Camposanto del suo sodale David Chiossone, ho voluto così rendere omaggio al suo talento e raccontare a voi la sua storia.
Lascio le ultime parole a chi gli volle bene, a David Chiossone che con il cuore tra le mani scrisse l’ultimo saluto a lui, tramandando ai posteri il suo affetto per Gaspare Pieri.

Addio Pieri! Buon amico, buon cittadino, valoroso artista, addio!
Io ho fede – Ci rivedremo
Genova, 3 Marzo 1866 – David Chiossone

La casa di Domenico Colombo in Vico Morcento

C’era un tempo a Genova una casa e si riteneva che quella dimora fosse legata alla figura di un uomo divenuto poi celebre in tutto il mondo: è il nostro Cristoforo Colombo, fiero e abile navigatore.
L’edificio si trovava in un quartiere centrale e molto popoloso, non abbiamo potuto vederlo in quanto quella via venne demolita a metà degli anni ‘30.
In quel periodo infatti la zona attorno a Ponticello fu abbattuta per lasciare spazio a strade più moderne come ad esempio Via Fieschi, non distante dall’attuale Via Dante c’erano fino ad allora certi angusti caruggi come Vico Nuovo, Vico Dritto di Ponticello e Vico Berettieri.
E là, dove ora si trova la moderna Via Ceccardi, c’era un tempo il Vico Morcento con l’edificio che si diceva essere stato dimora di Domenico Colombo, padre del nostro Cristoforo che a quell’epoca era ancora un bambino.

Monumento a Cristoforo Colombo – Genova

Il giornalista Edoardo Michele Chiozza ebbe modo di segnalare ai suoi lettori questa casa e lo fece nel lontano 1874 sulle pagine della sua Guida Commerciale Descrittiva di Genova, io qui lo ringrazio perché il suo libro prezioso mi permette di immaginare i luoghi mai veduti e non più esistenti della Superba.
Egli scrive che già all’epoca si discuteva sulle origini di Colombo: certi sostenevano che fosse genovese, altri dicevano che era nato a Cogoleto.
Chiozza, per parte sua, sottolinea che tutti noi dovremmo soltanto essere fieri del fatto che Cristoforo Colombo era ligure ed italiano, già questo dovrebbe essere ritenuto un grande onore.
Suo padre Domenico, scrive il nostro, non avrebbe mai potuto immaginare che il figlio avrebbe mutato la storia del mondo.
Occorre inoltre specificare che questa non era la sola casa attribuita al padre di Cristoforo e anzi in seguito alcuni storici scrissero che la notizia era infondata, tra questi Francesco Podestà nel suo libro dedicato al Colle di Sant’Andrea e risalente al 1901.
Ora tuttavia non possiamo più fare congetture perché quell’edificio non esiste più.
Altrimenti, voi lo sapete, io andrei là e seguirei le indicazioni di Edoardo Michele Chiozza.
E alzerei gli occhi all’inizio del vicolo e cercherei quel palazzo vetusto a lungo creduto la casa del padre di Cristoforo.
E vedrei l’iscrizione riportata sulla targa, la leggo tra le pagine del mio libro e la riporto qui per voi, lasciandovi immaginare un caruggio, un frammento di passato, uno squarcio di cielo nella prospettiva di un vicolo di Genova perduta.

Domenico Colombo
padre a Cristoforo
ebbe qui casa e bottega da scardassiere

Ottobre 1880: l’ultima visita di Garibaldi a Genova

Questo è il ricordo di un frammento di storia: accadde a Genova in un giorno d’autunno del 1880.
Nella Superba ritorna per l’ultima volta un grande condottiero, nel corso della sua vita con le sue azioni e con la forza della sua grandezza egli ha mutato le sorti di una nazione.
È Giuseppe Garibaldi, il generale è avanti negli anni, è ammalato e molto affaticato.

Opera esposta presso l’istituto Mazziniano Museo del Risorgimento

Garibaldi giunge nella città dei patrioti per far visita alla figlia Teresita e per mostrare conforto e vicininanza a lei e al suo consorte Stefano Canzio all’epoca rinchiuso in prigione con l’accusa di attività sovversive.
Il generale è ormai anziano ma negli occhi ha ancora quella passione e la tempra che hanno guidato ogni sua azione, ha ancora grande ascendente sul popolo, tutti lo amano e lo idolatrano.
Il mito dell’eroe risorgimentale a volte sconfina nell’agiografia e la figura dell’uomo sembra così assumere tratti leggendari come in questo episodio che vi narrerò.
Lo riferisce Angelo Balbi che fu testimone di ciò che accadde in quel giorno di Ottobre 1880, Balbi ne scriverà sulle colonne del quotidiano il Lavoro nel giugno del 1926.
E racconta della casa che ospitò il Generale, in città si diffonde veloce la notizia dell’arrivo del nizzardo.

Ed è sera, sotto a quelle finestre accorre una folla festante e rumorosa, sono uomini e donne che vogliono testimoniare il loro affetto al Generale.
A Genova c’è Garibaldi, tutti vogliono rendergli omaggio.
Ardono le fiaccole che fiammeggiano gioiose, le persone corrono su per la salita e si accalcano davanti al portone e lungo la strada, Via Assarotti è gremita di gente.
Si levano le voci, tutti chiamano il Generale, vogliono vederlo e lodarlo ancora per le sue gesta.
E ad un tratto, la finestra si apre.
Appare un uomo che in una mano regge un lume: alle sue spalle in carrozzella c’è Giuseppe Garibaldi circondato dai suoi cari amici.
E dalla folla si levano voci ancor più fragorose, tutti acclamano l’Eroe dei due mondi con autentico affetto e stima ed egli risponde con il suo sorriso franco ed aperto.
L’edificio che ospitò il Generale Giuseppe Garibaldi è il civico numero 31 di Via Assarotti.

Angelo Balbi che tramandò i suoi ricordi di quell’evento usò parole commosse e coinvolgenti, scrisse che il Generale aveva dipinta sul volto autentica bontà.
Su quella casa dove visse Teresita e che ospitò il suo celebre padre è affissa una targa in memoria di un giorno che fece battere i cuori dei genovesi che acclamavano lui: il Generale Giuseppe Garibaldi.