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Archive for the ‘Persone’ Category

Questa è la storia di un’avventura, un’avventura della quale in passato ho già scritto.
Lo scorso anno ebbi occasione di intervistare per ben due volte un amico, il suo nome è Marco Kanobelj, è un grande sportivo e l’estate scorsa ha partecipato a Tor des Geants, una gara di trail che si svolge lungo le due Alte vie della Val d’Aosta.
Courmayeur è il punto di partenza e di arrivo, si tratta di una gara molto dura e impegnativa, 330 km da percorrere in 150 ore.
Marco mi raccontò la sua preparazione e a gara avvenuta tornò a parlarmi delle sue impressioni, gli articoli ai quali mi riferisco li trovate qui e qui.
Marco non era solo ad affrontare questa impresa, a competere per il Tor des Géants insieme a lui c’era un amico, Cesare Lombardo, anch’egli genovese e appassionato di sport, di escursionismo e bicicletta da montagna.
E il ricordo di quei giorni è divenuto un libro, un taccuino di viaggio di un’avventura appassionante e difficile, un confronto tra l’uomo e la natura.
Sulle alte vie del Tor des Geants, viaggio al confine tra sogno e realtà, così si intitola il libro di Cesare Lombardo che vi condurrà giorno dopo giorno sul percorso del Tor del Géants, tra ostacoli e grandi fatiche.
Il libro è corredato di suggestive fotografie scattate da Marco Kanobelj, sue anche le immagini che arricchiscono questo articolo.
L’alba, il sole che sorge tra le montagne.

alba spettacolare

Un libro che si legge d’un fiato, la sfida alla natura comporta coraggio, consapevolezza e autocontrollo.
Cala il buio e cade la pioggia, sei quasi a 3000 metri, che accade se ti scordi la luce frontale nello zaino? Devi farti forza e porre rimedio al tuo errore, altrimenti potresti correre grandi rischi.
Oltre all’indubbia capacità di proporre un racconto coinvolgente, dal libro di Cesare Lombardo spicca un aspetto prezioso del suo carattere, una maniera di sentire fondamentale per poter affrontare una simile impresa, emerge sempre una costante forma di rispettosa umiltà verso la montagna e verso la potente maestosità della natura.

la lunga strada verso il col loson

La lunga strada verso il Col Loson

E’ questa la consapevolezza, la capacità di saper vedere se stessi all’interno della grandezza dell’universo.
E allora una gara è sudore, fatica e sforzo ma è anche comunione con la montagna e il cielo e con il silenzio che ti circonda.
E lui Cesare, racconta che uno dei momenti più belli di questa esperienza è stato ritrovarsi attorno a un tavolo in un momento di sosta e ristoro insieme a tanti, diversi compagni d’avventura.
Voci del mondo, accomunate e affratellate dall’amore per la montagna.
E lui, Cesare, è andato al Tor Des Géants con la sua croce francescana al collo, non è un caso che dalle sue parole scaturisca amore vero per il creato e le sue meraviglie.

giochi di nuvole verso il col della vecchia

Giochi di nuvole verso il Col della Vecchia

In questo libro trovate entusiasmo e passione sportiva, ci sono il dolore fisico e la spossatezza, le poche ore di sonno, le incertezze e le sfide impossibili, ci sono istanti di paura e gesti di coraggio raccontati da chi li ha vissuti in prima persona, c’è la stanchezza che diviene forza nel momento in cui si supera un nuovo ostacolo.
E c’è anche un altro solido pilastro tra le righe di questo libro, una delle pietre miliari della vita di ognuno di noi, alcuni sanno coltivarlo e difenderlo ed è il miglior regalo che si possa fare a se stessi.
Giorno e notte, passo dopo passo, Cesare e Marco, insieme al Tor des Géants.
Spicca reale e sincero il senso dell’amicizia, l’attenzione nei confronti dell’altro, la capacità di condividere e di aiutarsi reciprocamente.
E allora l’avventura, compiuta insieme all’amico di sempre, ha un altro sapore, si regge anche della forza che si è in grado di donarsi reciprocamente.

val d'ayas

Val d’Ayas

 Un libro per gli amanti della montagna, un libro scritto da una persona che tiene ai valori veri, basta leggere le sue parole per comprenderlo, qui trovate il libro di Cesare Lombardo, Sulle alte vie del Tor des Geants, viaggio al confine tra sogno e realtà.
Marco Kanobelj l’anno scorso non ha completato la sua gara, ha avuto la sapienza di fermarsi di fronte a un problema fisico che gli causava certe difficoltà.
E quest’anno Marco sarà di nuovo al Tor des Géants, a lui va il mio migliore augurio per questa nuova avventura.
Cesare Lombardo è arrivato sul traguardo, lì ad aspettarlo c’era lui, il suo amico Marco.
Emozioni forti, abbracci, momenti che non si dimenticano.
E lascio a Cesare le ultime parole, ripensando al termine di questa memorabile competizione, queste sue parole descrivono pienamente chi lui sia.

Mi si chiede oggi quale sia il mio ricordo più bello del Tor des Géants. Potrei parlare di una vetta, di un passaggio notturno, di un’alba o di un tramonto. Invece, tutti i miei pensieri vanno all’immagine dei miei bambini e di mia moglie. E’ stata una sorpresa, non era affatto previsto che fossero lì.
E così, quasi per assurdo, pur al cospetto di montagne dalla bellezza commovente, il ricordo dei mio Tor è legato a una striscia d’asfalto dentro Courmayeur; ma su quella striscia d’asfalto c’era tutta la mia vita.

la conca di Valtournanche

La conca della Valtournanche

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Oggi questo blog ospita un racconto speciale.
Vi ricordete di lui, Marco Kanobelj è un mio amico e alla fine dell’estate mi ha raccontato in questo post come si stava preparando per il Tor des Geants, una gara di endurance trail che si svolge lungo le due Alte vie della Val d’Aosta, i concorrenti partono da Courmayeur, località che è anche il punto di arrivo della gara.
Una competizione impegnativa, certo non è per tutti, si tratta di una gara di corsa lungo i sentieri di montagna, 330 km da percorrere in 150 ore.
E Marco è tornato a rispondere alle mie domande e voglio ringraziarlo per aver voluto condividere questa sua esperienza.
Sue le parole e le immagini, sono fotografie scattate durante il Tor, ecco il racconto dell’avventura di Marco Kanobelj.

Tor des Geants 2013 - Foto di Marco Kanobelj

Ti sei preparato con grande impegno per questo appuntamento, mi avevi raccontato come ti eri allenato per questa sfida.
Quando poi è iniziata la competizione, ti sei sentito pronto per affrontarla?

Nei giorni precedenti alla partenza della gara non provavo paura, mi sentivo pronto e preparato per vivere il Tor des Geants, anche se non avevo mai affrontato un percorso così lungo e difficile
Siamo partiti sotto la pioggia l’8 Settembre alle 10 di mattina, nonostante il brutto tempo ero molto tranquillo, anche perchè con me avevo l’amico e compagno di avventura e tanti allenamenti, Cesare Lombardo (Spartacus).
Già dalla prima sera però ci siamo resi conto che non ci si poteva sentire troppo tranquilli, bensì bisognava sempre stare in guardia, perchè i pericoli e le difficoltà erano dietro ogni angolo.
La prima notte di gara è stata a dir poco drammatica, ci siamo trovati alle 8 di sera a 3000 m di altezza, sotto una grandinata che ha trasformato in un inferno il Col della Crosatie, il freddo, il vento, la pioggia ghiacciata che cadeva su di noi.
Un incubo finito in tragedia come ben saprai, per un concorrente cinese, volato in un dirupo per trecento metri probabilmente a causa di un’ipotermia e del sentiero viscido, questo è stato il benvenuto che il Tor ci ha voluto dare, ricordo che io e Cesare quando ci siamo resi conto di aver scampato il pericolo, ormai vicini alla base vita di Valgrisange, ci siamo abbracciati.

Tor des Geants 2013 - Foto di Marco Kanobelj (2)

Mi avevi detto che volevi divertirti il più possibile vedendo posti meravigliosi e unici, obiettivo raggiunto?

Non posso dire di essermi divertito durante il Tor, ho passato momenti straordinari, unici, estremi e per certi versi drammatici, che non dimenticherò mai, ho corso parecchi rischi per la mia incolumità, non posso dire né di essermi rilassato né di essermi divertito, è stata comunque un’avventura straordinaria e davvero ogni giorno al limite, che mi ha permesso di vivere la montagna valdostana al 100% e di vedere luoghi unici e meravigliosi.

E quale è stato il momento più emozionante del Tor, l’istante che resterà per sempre nella tua memoria?

È stato un susseguirsi di momenti emozionanti dal primo all’ultimo istante di gara, un film meraviglioso ma forse anche troppo avventuroso, tutto il Tor resterà sempre con me, dal primo all’ultimo istante, scolpito dentro di me.

Tor des Geants 2013 - Foto di Marco Kanobelj (3)

E certo ci sarà stata anche qualche difficoltà, me ne parli ?

Le difficoltà affrontate nei giorni di gara sono state innumerevoli, quella che personalmente ho patito di piú è stata la mancanza di sonno.
In cinque giorni avrò dormito in tutto un ora e mezza, questa per me è stata la difficoltà maggiore insieme alle difficoltà tecniche dei sentieri, in alcuni tratti molto esposti, al freddo della notte, al vento delle cime e al problema fisico che mi ha impedito di portare a termine la gara, una forte infiammazione al tendine tibiale destro con versamento di edema, in pratica avevo una caviglia gonfia come un pallone.

Tor des Geants - Foto di Marco Kanobelj

Sei un grande appassionato di montagna e credo di capire che lo sport sia parte della tua filosofia di vita.
Pensi di aver affrontato questa avventura con lo stesso spirito con il quale hai vissuto altre esperienze o qualcosa di diverso?

Lo sport è parte fondamentale della mia vita, è quello che mi ha dato le maggiori soddisfazioni e la montagna è la piú bella palestra che ci sia per praticarlo.
Ho affrontato l’avventura del Tor con umiltà e rispetto, sapendo che sarebbe stata un’impresa molto molto difficile e piena di insidie, mai avrei immaginato una gara cosi estrema, comunque davvero affascinante e unica, in un teatro naturale stupendo come l’intera Val D’Aosta.
Il forzato ritiro dal Tor a praticamente 45 km dall’arrivo ha lasciato dentro di me una profonda delusione, ricordo di aver pianto per circa un giorno intero senza quasi riuscire a fermarmi.
Veder arrivare l’amico Cesare da solo è stato da un lato bello ma non sai cosa avrei dato per fare quegli ultimi chilometri insieme a lui per tagliare il traguardo.

Tor des Geants 2013 - Foto di Marco Kanobelj (5)

Lo rifaresti? Hai in progetto qualche altra competizione di questo genere?

Subito non pensavo piú a preparare di nuovo il Tor, ora tutte le notti penso e sogno che vorrei rifarlo, per portarlo a termine.
Nessun altra competizione che ho affrontato in vita mia è stata più magica e misteriosa del Tor des Geants.

Concludo questa chiacchierata ringraziandoti per aver raccontato qualcosa di te a me e ai lettori di questo blog.
Lascio a te le ultime parole, tre aggettivi per raccontare le sensazioni che ti regala la montagna.

 La montagna per me è brivido, bellezza e sogno, è un luogo meraviglioso dove si possono toccare e vedere gli Angeli.

Tor des Geants 2013 - Foto di Marco Kanobelj (4)

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Questa è la storia del celeberrimo Conte Taccoli.
Come dite? Non lo avete mai sentito nominare?
Eppure corrono di bocca in bocca le notizie riguardo a quest’uomo, voci di popolo sussurrano sdegnate e riferiscono ciò che è accaduto.
Il Conte Taccoli, così si fa chiamare, un bel giorno arrivò a Genova in chissà che rocambolesca maniera!

Genova (4)
E aveva con sé quella sua povera figlia, un fiore di appena sedici anni, una fanciulla di così belle speranze che rischiò di avere un destino gramo per colpa di quel padre!
Pare che il Conte Taccoli abbia grandi doti oratorie, a quanto si dice non gli riusciva difficile incantare il prossimo, bazzicava gli ambienti teatrali spacciandosi per uomo di molti talenti mentre in realtà di professione faceva il suggeritore.
Un uomo dalle risorse imprevedibili, un millantatore, spesso si lamentava e piangeva miseria e magari il giorno dopo lo si vedeva in giro per la città su una carrozza trainata da ben tre cavalli!
Che sfarzo e che sfoggio di ricchezza!
E poi, come si dice? Cherchez la femme!
Il Conte è caduto vittima del fascino femminile, pare che si sia invaghito a tal punto della sua domestica da scialacquare tutti i suoi soldi per lei.
E siccome in realtà il nostro non era tanto benestante come voleva far credere, la miseria si profilava all’orizzonte.
E così il bellimbusto cosa ha fatto?
Si è approfittato di quella povera figlia, l’ha costretta a sgobbare al posto suo.
E immaginatela nella sua stanzetta, al lume fioco di una candela a copiare musica per raggranellare qualche denaro.
Per grazia del cielo qualcuno ha pensato a lei, in qualche maniera la notizia è arrivata al Senato e le autorità hanno preso provvedimenti, la fanciulla è stata alloggiata in un Conservatorio.
E ovviamente era previsto che la retta fosse a carico del padre, ci mancherebbe!
Il Taccoli però, da vero filibustiere, non voleva saperne di sobbarcarsi una simile spesa e sapete cosa ha combinato?
Con il favore delle tenebre ha svuotato la sua dimora e in fretta e furia si è precipitato da un rigattiere per rivendere ogni cosa!

Vico di Scurreria Vecchia

 Tuttavia nulla sfugge all’occhio attento delle autorità, il piano del Conte Taccoli è stato svelato e tutti i suoi beni sono stati sequestrati!
C’erano diversi oggetti, tra i quali un quadro, una bella viola e due melodiosi violini, c’era persino una discreta sommetta di denaro che fu destinata al mantenimento di quella sventurata fanciulla!
E tutto è bene quel che finisce bene, con la speranza che la provvidenza abbia riservato a questa ragazza un destino radioso.
E ora vi starete chiedendo che fine ha fatto il Conte Taccoli, lo so!
Eh, lui ha tagliato la corda, cosa vi aspettavate?
Temendo di finire in una cella buia per i suoi misfatti si è dato alla macchia e non si è fatto più vedere.
Come dicevo, tutto è bene quel che finisce bene.
Questa è l’incresciosa vicenda del Conte Taccoli, realmente accaduta a Genova nell’anno 1787.

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Sulle vette, sulle alte montagne.
E non sono panorami per me consueti, sono le montagne della Val d’Aosta.
E sarà Marco Kanobelj a condurvi lassù;  lui abita a Genova e lo conosco da parecchio tempo, da prima che nascesse questo blog.
Per caso mi sono imbattuta nel suo profilo twitter dove ogni giorno Marco condivide splendide fotografie, immagini di montagne innevate e ghiacciai, vedute straordinarie e spettacoli che levano il fiato.

Foto di Marco Kanobelj 1

Sapevo che Marco è un grande sportivo, sapevo che si dedica con genuina passione a diverse discipline.
E ha un amore incondizionato per la montagna.
Una mattina ho letto un suo tweet nel quale Marco scriveva che si stava preparando per il Tor des Geants.
Che mai sarà?
Chi mi conosce sa bene che io non vado in montagna, pertanto non avevo mai sentito nominare questa gara.
Ma sapete? Mi affascinano le passioni degli altri.
E così ho cercato notizie ed ho scoperto che cosa sia il Tor des Geants, provo a spiegarlo anche a voi, se non lo sapete.
Si tratta di una gara di endurance trail che si svolge lungo le due Alte vie della Val d’Aosta, si parte da Courmayeur e lì si ritorna.

Foto di Marco Kanobelj 4

Una gara di corsa, lungo i sentieri di montagna, 330 km da percorrere in 150 ore.
Se volete conoscere tutte le tappe cliccate qui , arriverete al sito del Tor des Geants con tutti i dettagli.
Un’impresa e una grande sfida per 740 partecipanti che vengono da tutti i paesi del mondo.
E tra loro c’è anche Marco, così gli ho posto alcune domande, forse ingenue in quanto pensate da una persona che non pratica questo sport.
Ecco le risposte di Marco a pochi giorni dal Tor de Geants che avrà inizio il giorno 8 settembre.

Vorrei presentarti ai miei lettori, mi racconti chi sei e la tua passione per gli sport che pratichi?

Sono nato a Trieste nel 1970.
Sin da bambino appassionato di sport in generale, diplomato Isef e maestro nazionale tennis, ho iniziato a praticare seriamente il tennis all’età di 6 anni, continuandolo agonisticamente fino ai 18 e ancora oltre.
Appassionato di corsa su strada, nuoto e soprattutto bici (sia strada che mountain bike), dopo i 25 anni ho iniziato anche la pratica del triathlon, arrivando a disputare svariate gare, alcune internazionali sulla distanza dell’Iron man, 3,8 km nuoto, 180 km bici, 42 km corsa, con buoni risultati e grande divertimento.
E dopo anni di gare di triathlon e duathlon (corsa bici corsa) è iniziata la passione per la corsa in montagna, corsa sui sentieri (trail running).

Foto di Marco Kanobelj 2

In questi ultimi tempi seguendo il tuo profilo twitter ho visto le fotografie che scattavi durante le tue ascese in montagna.
Come ti sei preparato per questa impresa?
Hai mai fatto esperienze simili in precedenza?

Da sempre sono appassionato della montagna, soprattutto d’estate.
Anche qui sono arrivato all’obiettivo molto ambizioso e difficile del Tor des Geants attraverso parecchie gare importanti, tutte portate a termine, tra cui la CCC (Courmayeur Champex Chamonix) il Grandtrailvaldigne 100 km e il famoso Utmb (Ultratraildumontblanc) 167 km e 9000 metri dislivello da finire in 46 ore.
La mia preparazione avviene soprattutto nelle giornate lavorative, sono Maestro Nazionale al Park Tennis Genova e gioco a tennis 8/9 ore al giorno con i ragazzi delle agonistiche del Park, tengo così allenati il corpo e la mente.
E poi con l’amico Cesare Lombardo, anche lui iscritto al Tor come inviato di Il Secolo XIX, durante i weekend o qualche volta di notte, affrontiamo allenamenti lunghi di corsa e bici soprattutto sulle montagne liguri (alte vie e dintorni) e sul promontorio di Portofino.
Ad Agosto, come ogni estate, sono stato in vacanza in Val d’Aosta e mi sono allenato bene, anche provando alcuni sentieri in quota che faremo anche al Tor.

Foto di Marco Kanobelj

E la montagna per te cosa rappresenta? A volte nelle tue parole ho letto una sorta di ricerca che mi sembra vada molto al di là della competizione e del desiderio di sfida.

La montagna è silenzio, mi regala sensazioni ed emozioni uniche, non sono e non sarò mai né un grande sciatore né un alpinista ma adoro vivere la montagna.

Salire su una montagna di notte, non riesco neppure a immaginare quali sensazioni si provino, vuoi provare a spiegarmelo?

Andare per monti di notte a volte anche d’inverno regala sensazioni davvero particolari, si incontrano animali di ogni genere e si cammina al chiar di luna, davvero affascinante.
Quest’anno proprio per il Tor ci siamo allenati tanto anche di notte e sempre in due o tre.

Foto di Marco Kanobelj (4)

Quali obiettivi e aspettative hai per il Tor de Geants?

Il mio obiettivo e’ finire il Tor in buone condizioni fisiche e voglio divertirmi il più possibile vedendo posti meravigliosi e unici, cercherò di fare anche tante foto, cosa che mi piace tantissimo.
Comunque vivere un avventura unica e raccontarla a chi mi vuole bene, finire la gara nel tempo massimo e arrivare integro è il principale obiettivo, anche perché due giorni dopo la fine della gara dovrò tornare in campo al Park a lavorare.

Foto di Marco Kanobelj (3)

Qual è il peggior nemico di chi affronta un’impresa come questa?

I rischi piú grossi per un impresa come questa sono portati dalle condizioni metereologiche a volte molto difficili a quote intorno ai 3000 metri, durante il Tor tante volte ci si trova in quota, e il meteo è la variabile piú difficile da controllare, poi stanchezza e sonno non aiutano.
Bisogna fare 330 km e 24.000 metri di dislivello in 150 ore, è considerata la gara di trail più dura del mondo.
Finire il Tor per me sarebbe fantastico, finirlo stando anche bene sarebbe il massimo.

La montagna è silenzio.
Qual è per te il suono della montagna?

Il suono della montagna per me è il rumore dell’acqua dei torrenti che in Val d’Aosta si trovano su ogni sentiero.

Foto di Marco Kanobelj (2)

E queste sono le parole di Marco che ringrazio per il tempo dedicatomi.
Sue le parole, sue tutte le immagini che corredano questo articolo.
Se siete su twitter seguite la sua impresa, lo trovate qui.
A te Marco l’augurio di divertirti e di vivere questa avventura nella maniera migliore, con le tue montagne negli occhi e nel cuore.

Foto di Marco Kanobelj 3

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Si era nella seconda metà del ‘500 e dalle parti di Campetto aveva dimora una famiglia molto rinomata, la famiglia Imperiale.
E sapete, tra Campetto e Piazza San Lorenzo correva una strada stretta ed angusta, in questa che era la contrata scutariae.
Una zona di artigiani e di laboratori.
Gli Indoratori, gli Scudai, coloro che forgiavano gli scudi, in Scurreria.
Federico Alizeri, illustre storico delle vicende della Superba, narra di quanto meraviglioso fosse il palazzo degli Imperiale, un giorno porterò qui le sue parole.
E in particolare racconta di Gio Giacomo Imperiale, al quale proprio non andava giù di avere sotto casa quel budello.
Sapete, l’ Alizeri definisce quel vicolo oscuro e ignobile, quindi forse Gio Giacomo non aveva tutti i torti!
No, non si poteva andare avanti così, bisognava aprire una nuova strada, una strada ampia e bella.
L’attuale Via di Scurreria.

E numerose sono le bellezze di questa via, oggi però questo spazio è dedicato a Gio Giacomo Imperiale e al suo sogno, una strada magnificente.

E così, nel 1587 Gio Giacomo Imperiale comprò alcune abitazioni site in quel vicolo buio e le fece abbattere, ugualmente fece demolire alcune sue proprietà che si trovavano in quella zona e donò alla città questa strada, ancora oggi una delle più frequentate del centro cittadino.

Una strada che offre splendide prospettive, a chi sa vederle.

E lui, Gio Giacomo? I genovesi hanno memoria di questo loro concittadino?
Oh no! E anzi, in realtà, questa strada avrebbe dovuto chiamarsi Via Imperiale, sapete?
Sì, in onore di Gio Giacomo, che nel 1617 divenne doge.
Ma che volete, il volgo non bada alle epigrafi! E queste non sono parole mie, sono dell’Alizeri.
E infatti Scurreria conservò il suo antico nome, altro che Via Imperiale!
E di Gio Giacomo nessuno si ricorda più! Che ingiustizia!

Beh, comunque siamo sempre in tempo per rimediare, sapete!
Cari genovesi, quando passate in Campetto, distraetevi dalle vetrine e alzate lo sguardo.
E fermatevi a leggere cosa fece per noi questo nobiluomo.
Il volgo non bada alle epigrafi, alcuni di noi invece sono mossi da curiosità, dal desiderio di sapere e di ricordare.
A memoria perenne di Gio Giacomo Imperiale alcune parole che celebrano il dono che fece a Genova, una strada luminosa e larga, come poche ce ne sono nei nostri caruggi.

Il ricordo di lui, inciso sulla pietra in quella che avrebbe dovuto portare il suo nome e invece, ahimé, ancora è nota come Via di Scurreria.

Gio Giacomo Imperiale figlio di Vincenzo per la pubblica e privata utilità
e provvedendo al decoro della città
prese e distrusse molteplici abitazioni,
con il suo denaro si curò di erigere, ornare e aprire questa via,
alla quale è stato imposto il nome dalla famiglia di colui che la eresse 1587

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Un nugolo di case, assiepate una sull’altra in Piazza dell’Amor Perfetto.
Dietro una di queste finestre una giovane donna, bella e di nobile stirpe,  si strugge d’amore.
Il suo nome è Tommasina, appartiene al casato degli Spinola, e il suo sentimento è puro, casto ed eterno.
Bisogna andare indietro, a tempi lontani, fino al 1502.

Piazza dell'Amor Perfetto (4)

In quei giorni il sovrano di Francia, Luigi XII,  giunse in visita nella nostra città.
Genova accolse il re con tutti gli onori.
Dinnanzi alla porta della città si eresse un tempio che venne adornato di aranci e melagrane e da lì entrò il corteo reale, che sfilò per le strade di Genova, decorate con piante e con rami di palma.
In prima fila i gentiluomini genovesi, seguiti da duecento nobili della corte del Re, tutti a cavallo, ognuno di essi portava un’asta.
A seguire un centinaio di francesi, a tre a tre, ognuno di loro regge un’alabarda e sul capo porta un elmo piumato, quindi avanzano dodici trombettieri recanti le insegne degli Orleans.
E poi lui, il re di Francia: indossa un drappo nero, sul capo ha un berretto di velluto del medesimo colore.
Cavalca una mula, anch’essa nera, bardata di rosso e di oro.
In quei giorni il re visitò la città e i nobili genovesi si onorarono di allestire in suo onore feste e ricevimenti.
Fu proprio durante uno di questi, presso la Villa Cattaneo in Albaro, che il re incontrò Tommasina, sposa di Luca Battista Spinola.
E’ un ballo con il re ad essere fatale alla giovane fanciulla: Luigi stringe Tommasina tra la le braccia, lei sente il proprio cuore rimbalzarle nel petto, è un battito forte, potente e appassionato.
Sente il respiro di lui sulla pelle, sente la stretta attorno alla vita, l’amore è sbocciato e Tommasina freme, freme di amore per il suo re.
La bella nobildonna elegge il sovrano di Francia a suo intendio, che nel linguaggio dell’amor cortese significa amor platonico, puro, perfetto, casto e virtuoso.
Il giorno successivo Luigi lascia la città, e Tommasina rimane nel suo palazzo, in questa piazza, a cullarsi con il suo sentimento, vero quanto sincero.

Piazza dell'Amor Perfetto (3)
Il tempo scorre, è il 23 Aprile del 1503.
In città, giunge un cavaliere dei Doria e porta una notizia cupa a triste: Luigi XII è caduto durante la battaglia di Cerignola.
E’ falso, ma Tommasina non lo sa, si dispera, piange, è straziata dal dolore, si dilania per il suo perduto amore, si perde anche lei nella sua sofferenza e muore nel suo palazzo, in questa piazza.
Intanto, dalla Francia, Luigi invia a Genova Jean D’Auton, scrittore di Corte e Cavaliere di Spada.
E questi, appresa la notizia della prematura e tragica fine di Tommasina, la riporta al re e la tramanda ai posteri.
L’originale di questo scritto, si dice, venne riposto per volontà del re nella tomba di Tommasina.
Anni dopo, leggenda narra, re Luigi XII tornò a Genova e volle vedere la casa nella quale Tommasina aveva esalato l’ultimo respiro.
Venne qui, guardò la piazzetta, piccola e raccolta, guardò verso la finestra del palazzo degli Spinola e disse: avrebbe potuto essere un amor perfetto.

Piazza dell'amor Perfetto
Il viso, dolce e regolare, di Tommasina si può ammirare nella Pala di Ognissanti in Santa Maria di Castello, opera del pittore  Ludovico Brea.  In questo particolare si può vedere Tommasina con sua madre, commitente del quadro, e con suo fratello.

Famiglia Spinola

Teodorina Spinola con il capo velato di bianco, dietro di lei il figlio e la figlia Tommasina 

Tra queste mura, in questi caruggi,  secoli dopo, nel nome di un vicolo e di una piazzetta ancora vive l’amore puro e perfetto di Tommasina Spinola, che un tempo amò Luigi XII, re di Francia.

Piazza dell'Amor Perfetto (2)

 

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Viaggiare in autobus.
Sospiro profondo e ineluttabile rassegnazione.
Oh, magari altrove è impresa semplice, da queste parti, purtroppo, non sempre.
Tralascio considerazioni sul prezzo scandaloso del biglietto, 1.50 € per 100 minuti; è assai probabile, anzi assodato, che i rincari siano dovuti alla massa di allegri portoghesi che viaggiano ad ufo beatamente indisturbati.
Va da sé che gli altri, quelli che il biglietto lo pagano, subiscono aumenti e rincari.
Le multe sono salatissime, eh!
E io mi auguro che ne diano tante, tantissime.
Io li incontro spesso i controllori.
L’ultima volta, all’uscita dell’ascensore di Castelletto, erano in sei.
Notate bene, sei.
Un plotone di esecuzione, praticamente, lo stato maggiore di AMT all’uscita di un mezzo pubblico non certo tra i più trafficati.
Valle a capire certe iniziative.
Detto ciò, io ho sempre in tasca il mio biglietto debitamente vidimato e con quello gradirei poterci salire, sugli autobus.
Beh, diciamo che non sono un tipo troppo socievole, forse è colpa mia, d’accordo.
Non salgo su mezzi di trasporto stipati all’inverosimile, non ce la faccio.
Ma anche ammesso che uno intenda salirci, fortunato chi ci riesce!
Tanto per iniziare, bisogna sondare l’umore dell’autista, mettendo in atto tecniche lombrosiane che consentano di intuire con chi abbiamo a che fare.
Sarà di quelli che ligi attendono di arrivare alla fermata oppure appartiene all’altra fazione, cioè quelli che aprono le porte al limite estremo del marciapiede costringendoti a corse estenuanti per raggiungere un autobus spesso atteso tanto a lungo quanto la pioggia nel deserto?
Vai a saperlo, a volte aspetti fiducioso alla fermata e l’autobus ti passa davanti, eh, aveva già aperto le porte laggiù, mica abbiamo tempo da perdere!
Altre volte ti scapicolli, eccolo, sta arrivando,  l’utente della strada si lancia in una corsa con tanto di scatto da centometrista e atletico si precipita verso l’agognato mezzo.
Svelti, sbrigarsi, altrimenti quello fa salire tutti e poi vi molla qui.
E cosa accade?
Arrivi davanti alle porte, chiuse, e l’autista ti getta uno sguardo di commiserazione facendoti un cenno, si apre alla fermata, signori, partiamo di corsa tutti nell’altra direzione!
Che fatica!
Decidetevi, stabilite una norma comune di comportamento alla quale i cittadini possano adeguarsi!
Oltretutto, quando finalmente sull’autobus ci sei, non è detto che vada tutto liscio.
Intanto bisogna timbrare il biglietto.
E se la timbratrice non funziona? Lo si compila a penna, signori!
E insomma, quando sei a bordo, lietamente stipato in mezzo agli altri passeggeri, non è esattamente agevole aprire la borsa, estrarre la penna, contemporaneamente sorreggersi e fare attenzione che non vi sfilino il portafoglio, quindi cercare il misterioso numero di vettura, riportarlo sul biglietto e terminare così l’operazione richiesta.
Fatica doppia e tripla.
Il tutto, magari, mentre l’autista guida come se fosse sul circuito di Monza.
A volte succede, ne ignoro il motivo, a dire il vero.
Per non dire poi di quelli che guidano i mezzi collinari.
Breve postilla per i foresti. Genova, come sapete, è una città in salita.
In certi quartieri si utilizzano autobus di dimensioni ridotte, per i quali dovrebbe essere più agevole inerpicarsi in alto, in strade piene di curve, per poi ridiscendere con uguale facilità.
Dovrebbe, appunto.
A volte capita, invece, che l’autista freni, inchiodi, riparta, causando l’instabilità dei passeggeri ed anche qualche sgradevole malessere a livello gastrico.
A me è successo, spesso.
E siccome ho questo carattere, zitta non ci sto.
Così una volta, giunta a destinazione, mi sono fermata di fronte all’autista e lui mi ha guardato, con espressione perplessa e interrogativa, chiedendomi perché lo stessi fissando in quella maniera.
Ho risposto secca e decisa:
– Cerco di imprimermi nella testa la sua faccia, per poter evitare in futuro di salire di nuovo su un autobus guidato da lei!
In un’altra circostanza chiesi flemmatica:
– Mi scusi, il mio povero stomaco che lei ha così garbatamente rivoltato verso mete sconosciute, dove posso andare a ritirarlo?
Non risolvo niente, lo so, ma almeno facciamoci sentire!
Gli autobus, poi, parliamone.
Alcuni sono progettati in maniera assurda, diciamocelo.
La mia caustica genitrice, ogni volta che qualcosa non funziona, sentenzia lapidaria:
– Dev’essere opera di  qualcuno che ha fatto un master!
Ecco, se avete un master, non sentitevi chiamati in causa, assolutamente.
Il vostro sarà sicuramente utilissimo e indispensabile per il bene della società, non ne dubito.
Però, ad esempio, sui nostri autobus ci sono file di sedili ingombranti ed invadenti, rimane davvero poco spazio per i passeggeri costretti a rimanere in piedi.
E allora datemi retta, meglio salire quando c’è poca gente, soprattutto quando il mezzo è sgombro da certe temibili vecchiette.
Ce ne sono alcune che devono aver fatto dei corsi, di certo sono campionesse olimpiche di salto in lungo, nonché cattedratiche della fastidiosa arte di piantare i gomiti tra le costole altrui.
Da evitare con estrema cura, quando all’orizzonte si profilano attempate signore con il cappotto bordato di pelliccia e i capelli azzurrini, fuggite immediatamente verso altri lidi.
E ugualmente dannosi sono i bambini piccoli, incautamente allevati da certe incuranti genitrici, che consentono loro di passeggiare lietamente sui sedili e di pulirsi le scarpe sui vostri vestiti.
Mi capitò, una volta, di avere accanto un infante di circa cinque anni che pervicacemente continuava a scalciarmi come un mulo, sfregando le suole dei suoi scarponcini sui miei pantaloni.
Colta da un improvviso attacco della nota sindrome di Erode che a fasi alterne mi colpisce, tentai di contenere la mia ira, limitandomi ad alzarmi e gettando un’occhiataccia carica di significati all’indirizzo della madre.
Costei, piccatissima, prese fra le braccia il suo dolce gioiello e sentenziò:
– Vieni qui, Filippo, che alla signora non piacciono i bambini!
E quando mi provocano, come potete immaginare, trovano pane per i loro denti, così prontamente conclusi:
– Più che altro la signora vorrebbe tornare a casa con i pantaloni bianchi, esattamente com’erano quando mi sono accomodata accanto a suo figlio!
Che vita difficile!
Beh, sapete come ho risolto?
Con la bella stagione vado in moto, quando fa freddo prevalentemente a piedi.
Mi godo l’aria fresca, le strade della mia città, scatto fotografie, ascolto la musica.
Perché in fondo, malgrado gli autobus, la vita è bella.

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Gli eroi

Gli eroi.
Abbiamo bisogno degli eroi, di persone che siano capaci di mostrarci quella grandezza che invece manca a coloro che eroi non sono.
Eroici, generosi e coraggiosi sono stati gli abitanti dell’Isola del Giglio.
Aperte le case, i negozi, i locali.
Hanno distribuito viveri, bevande, vestiti caldi a chi non aveva più nulla da indossare.
Eroi sono i sommozzatori che non esitano a scendere in acque gelate, in cerca di coloro che da troppo tempo ormai mancano all’appello, in cerca di salme da restituire a famiglie piangenti.
Sulle prime pagine dei giornali si è visto un sommozzatore, immerso nel mare, circondato dalle macerie.
Hanno aperto varchi con gli esplosivi, in una disperata lotta contro il tempo.
Eroi sono i vigili del fuoco.
Come voi, ho assistito a una diretta da mozzare il fiato.
Due vigili del fuoco, reggendosi a una fune, salivano sulla Costa Concordia, sul punto più alto.
In cerca, in cerca di persone da salvare, senza tregua, senza sosta.
Quanto guadagna un vigile del fuoco? E un sommozzatore?
Quali favolosi benefits vengono loro riconosciuti per il loro lavoro?
Sono impreparata in merito, ma premurerò di informarmi, certa comunque che quanto portano a casa non sarà mai abbastanza.
L’eroe ha il volto sofferente e bello di Manrico Giampietroni, commissario di bordo della Costa Concordia, che tornato indietro per soccorrere i passeggeri è precipitato per diversi metri fratturandosi una gamba.
La nave è capovolta, Giampietroni stava camminando su un muro, è caduto attraverso una porta aperta.
Eroe è quel passeggero che ho sentito parlare l’altra mattina.
Non ricordo il suo nome, ma raccontava che una volta arrivato in salvo, si è presentato davanti ai soccorritori e ha detto:
– Sono un vigile del fuoco.
Ed è andato anche lui ad aiutare, rimanendo a bordo di un’imbarcazione, ha aiutato a trarre in salvo coloro che erano nell’acqua.
Eroe è quel padre che di fronte al terrore della propria bambina, la confortava dicendole che era tutto tranquillo, che lì vicino c’era la terra, che no, non c’era da avere paura.
Eroi sono i membri dell’equipaggio che si sono ammutinati per portare soccorso ai passeggeri.
Eroe è il Capitano di fregata Gregorio De Falco, capo dei servizi operativi della Capitaneria di Porto di Livorno.
Voce stentorea, salda, forte.
Parole ferme, lucide, sapienti.
Ho ascoltato e riascoltato quella telefonata intercorsa tra lui e Francesco Schettino, il comandante accusato di aver abbandonato la nave.
Hanno trovato altre persone, la conta delle vittime si fa ogni giorno più numerosa.
Giampietroni, De Falco, gli abitanti del Giglio, un padre, i sommozzatori, i vigili del fuoco in servizio e uno di loro casualmente in vacanza su quella nave.
Sono i nostri eroi, eroi di una società che ha bisogno di loro, degli eroi.
E quella voce, la voce potente e sicura di Gregorio De Falco, le sue parole così nette e decise, sono già diventate il simbolo di quell’Italia migliore, l’Italia orgogliosa che non vuole affondare.

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La peste, nei secoli, fu una sciagura che falcidiò vite e rese deserte le città.
Viene subito alla mente la narrazione del Manzoni, che si riferisce ad un’epidemia avvenuta nel 1630.
A Genova la peste arrivò più tardi, nel 1656 e fu tragedia, disgrazia, desolazione.
C’è un testimone di quel tempo, un uomo coraggioso e forte che ha lasciato una memoria di quegli eventi in un libro poderoso ed importante.
Si chiamava Padre Antero Maria da San Bonaventura, Agostiniano Scalzo e il testo si intitola Li lazzaretti della città e riviere di Genova del MDCLVII.
E’ un libro di quasi seicento pagine, che io possiedo e, malgrado sia scritto in un italiano a volte ostico ed arcaico, l’ho letto con grande interesse e con partecipazione, seguendo il Padre Antero nelle sue peregrinazioni per le strade anguste della mia città.
Padre Antero è un eroe che meriterebbe più elogi e maggior memoria.
Tanti e numerosi erano i lazzaretti a Genova e il primo del quale si narra in questo libro è quello della Consolazione.
C’erano alla Consolazione dieci medici, due infermieri ed un gran numero di servitori: c’era da combattere quel che il Padre Antero chiama il “Flagello di Dio” e servivano persone dotate di grande forza fisica, capaci di contrastare la furia che prendeva i malati affetti dalla peste.
Racconta Padre Antero di un uomo che in sei non riuscirono a tenere, tanto che egli si vide costetto a farlo incatenare nel bosco.
Scrive Padre Antero: sovente nel più profondo della notte, si tumultuava in modo come se tutta Consolazione fosse in armi, tanto bestialmente si inferocivano i frenetici.
Gente che si buttava dalle finestre, nei pozzi, al di là dei muri di cinta, con le persone sotto che, con una coperta tesa, tentano un disperato salvataggio.
Visioni da inferno dantesco e su questo sfondo si muove il Padre Antero, che non conosce timore ne cautela. Accanto a lui, un esercito di volontari, alcuni già profondamente intrisi di ideali religiosi, altri convertiti: tutti, senza riserve, si spendono e si sacrificano per il bene comune.
E Padre Antero, baluardo della cristianità, cerca di tener lontana la credulità popolare, narrando di chi gli ha riferito di apparizioni della Madonna, foriere di futuri miracoli e improvvise guarigioni, scrive: vogliamo che li Santi faccino miracoli per forza.
E in seguito, sottolinea: lasciamo li miracoli e appigliamoci alle virtù.
Rimbocchiamoci le maniche, con le nostre buone opere, è questo il messaggio, e cerchiamo di alleviare, come possiamo, le sofferenze di chi è rinchiuso nel lazzaretto.
E narra quale fosse la quotidianità in Consolazione: più di settecento uomini seppelliti in un giorno e un numero ancor superiore di donne.
Nessuna distinzione, né di censo, né di merito, non vi è palmo di terra che non sia occupato.
Nel bosco, nell’oratorio, nella vigna, in chiesa, in Chiesa, nella Cappella, lui dice,  horribil mischia di vivi e morti.
E i malati, in questo orrore, non chiedono neanche più trapunte, lenzuoli, unguenti o medicine, urlano, si lamentano e si disperano.
E’ qualcosa che noi non sappiamo neppure immaginare, per nostra fortuna, e che tento di descrivervi, come l’ho colto dalle parole di Padre Antero che hanno una forza, una potenza grande, da saperti toccare il cuore e l’anima.
Racconta ancora il buon frate, come un giorno, mentre pioveva a dirotto, in Consolazione bussò una donna: era mezza nuda e una serva le diede qualcosa per coprirsi.
Lui, capendo che oltre che vagabonda era donna di malaffare, le diede ricovero nel lazzaretto.
Sarebbe stato troppo pericoloso infatti, farla uscire con le “robbe” ovvero gli abiti, ricevuti in Consolazione, avrebbe potuto propagare un eventuale contagio ed infatti, come si scoprirà, la donna è malata.
E’ cauto il padre Antero e si affida al buon cuore di chi lo aiuta, narra di tre bambini: uno ha tre anni, uno sette mesi, l’ultimo tre.
Sopravvivranno alla peste, grazie alla diligenza di due buone donne.
E tanti sono gli atti d’eroismo e di sacrificio di cui dà conto il Padre Antero.
Al Lazzaretto di San Colombano, dove operavano le figliole di Santa Maria del Rifugio, si narra del figlio di un cancelliere e di un certo Carlo Zebellini, venuti a prestare la loro opera gratis et amore.
Vissero pochi giorni, ma fecero molto.
Ed è al Padre Antero che si deve la memoria di due straordinarie fanciulle appartenenti alla nobiltà genovese che scelsero di votarsi al prossimo.
Si chiamavano Violante Pinelli e Sofia Lomellini: erano giovanissime, belle e di buona famiglia.
Entrambe avevano aderito alla Confraternita della Morte, quella che aveva sede in San Donato.
Racconta Padre Antero che Violante, dotata di rara bellezza, prima di entrare in San Colombano si rasò il capo, staccandosi da ogni vanità terrena.
Ugualmente fece Sofia ed entrambe servirono pochi giorni in quanto furono presto colpite dal male e morirono.
Padre Cassiano da Langasco di loro scriverà: il loro nome è sufficiente a nobilitare tutta una classe.
A ognuna di esse, a Genova, è dedicata una strada, nei pressi di Via Vernazza, ma io mi chiedo quanti di noi, sappiano davvero chi fossero Violante e Sofia.
In memoria degli appartenenti alla Confraternita di San Donato, dietro la chiesa c’è una grande lapide, sulla quale  sono scritti i nomi di coloro che si spesero e persero la vita aiutando gli altri.


Non nascondo di aver cercato, in un impeto di spontanea gratitudine, le  tombe di Sofia e Violante, nelle chiese di famiglia dei Lomellini e dei Pinelli, forse era ovvio che non le avrei trovate, ma andando in queste chiese, chiedendo notizie di loro, in un certo senso credo di aver reso a queste due ragazze un piccolo quanto dovuto omaggio.
Avrei ancora molto da narrarvi: potrei dirvi di Maddalena Durazzo, che spese molti denari per fornire il lazzaretto di unguenti o di Caterina Ghersi e Maddalena Pigna, che inviarono lenzuoli, camicie e biancheria d’ogni sorta o di Gio Andrea Castro che mandò venti sacchi di farina o di Gerolamo Ghersi, che comprò riso in quantità.
Non c’erano cure, ci si affidava a rimedi che potessero apportare un po’ di sollievo, come i rinfreschi, acqua e zucchero, oppure acqua con cedro e succo di limone, che placavano la sete provocata dalle febbri alte portate dalla peste.
I bubboni venivano incisi e si mettevano sopra degli unguenti, come l’olio di lombrico; va da sé che, se non si moriva per la peste, si lasciava questo mondo a causa delle infezioni.
In questi anni difficili, con questa tragedia immane che ha sterminato intere città, a Genova, solido, fermo, sicuro, impavido, saldo come una roccia, c’era Padre Antero Maria da San Bonaventura.
E’ per le strade, nelle piazze, in ogni luogo nel quale ci sia bisogno di lui, non si dà pace, va in cerca di cibo, di vesti per i suoi ammalati.
La sua storia merita di essere letta, se trovate il suo libro, provate a immergervi nelle sue narrazioni.
In anni più recenti un frate capuccino, Romano da Calice, ha pubblicato un libro per De Ferrari Nova Scripta, dal titolo La grande Peste Genova 1656 – 1657, e questo testo è altrettanto interessante e di sicuro più facilmente reperibile.
Troverete in questo libro altre notizie sul Padre Antero, che visse molti anni ed ebbe una vita avventurosa come un romanzo.
Una città, il Flagello di Dio, la vita, la morte, la speranza.
E un uomo, con un umile saio forte come una corazza.

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La lotteria

E dunque ci siete anche voi, siete venuti in cerca di fortuna, stringendo in mano il vostro biglietto.
Quanta gente l’ha comprato! C’è da comprenderlo: i premi sono quasi 500, non si poteva farsi sfuggire quest’occasione.
E ora vi trovate qui, insieme a molti altri. Accanto a voi siede una giovane mamma, che stringe al petto un neonato, alcuni degli oggetti esposti su quel tavolo l’attirano parecchio, certo ci vuole fortuna, nella vita.
Ne parlava poco fa con la Maria, quella che ha il banco della frutta, giù alle Erbe, le due si sono messe a confabulare tra di loro e Maria, donna semplice ma dotata di buon senso, si è messa a sostenere che in questi casi bisogna affidarsi al fato, alla buona sorte e sperare che vada tutto bene, secondo quelli che sono i nostri desideri.
Voi annuite, certo ha ragione.
E restate lì, in attesa, manca poco, a breve inizierà l’estrazione.
Toccate ferro, come si dice, e insieme agli altri partecipanti vi affidate al destino.
Siamo a Genova,  nel 1856,  e questa, fortunati acquirenti del biglietto, è la lotteria di beneficenza a favore dell’Opera degli Artigianelli.
E quindi anche i più timorati di Dio, che abbondano in questa sala, possono star tranquilli, a posto con la loro coscienza: sebbene di gioco si tratti, essendo a fin di bene, non sarà un peccato capitale aver preso parte a questa lotteria, anzi!
E poi, li avete visti i premi? Che abbondanza e che varietà!
Le signorine che passano lunghe ore chine sui loro ricami non hanno che l’imbarazzo della scelta.
Oh, come sarebbe bello vincere il portaspilli in seta o aggiudicarsi quel panierino da lavoro ricamato o il necessaire per lavori femminili dove riporre tutti i propri preziosi attrezzi! Sì, sarebbe proprio una fortuna!
Laggiù, in fondo alla sala, due fanciulle vanitose discutono animatamente tra di loro se sia meglio farsi fresco con il ventaglio con le asticciuole d’avorio oppure con il ventaglio chinese fatto di penne. Come decidersi?
Una signora avanti con l’età, fissa con occhi pieni di desiderio la  borsa da signora in velluto ricamato con lustrini: già si vede, con quella sotto il braccio, incedere elegante per Strada Nuova.
Però, tutto sommato, non le dispiacerebbe neppure la borsa da signora guarnita di conchiglie, si abbina alla perfezione al suo parasole, quello che usa per proteggersi dal caldo quando se ne va a passeggiare con il marito all’Acquasola.
Un sua amica, fortunata, si è aggiudicata la borsa turca e un’altra, tutta felice, va in giro mostrando i suoi due spilli da testa in similoro.
Eh, nella vita bisogna nascer fortunati, altrochè!
Certo, sul tavolo rimane ancora un collaretto di pizzo e uno spillone cerchiato in oro di smalto, si farebbe gran bella figura con quelli!
Una coppia di giovani sposi, che non dispone di grandi mezzi, punta la sedia di mogano imbottita di velluto rosso, il paracamino con figure ricamato in lana e il letto di ferro ad una piazza, quest’ultimo risolverebbe il problema della camera dell’erede che presto arriverà e che da qualche parte dovrà pur dormire.
Un signore attempato e panciuto se ne esce fuori brandendo tutto tronfio il suo tesoro, una macchinetta d’ottone e cristallo per accendere il lume.
Ah, certo un oggetto utile ma anche bello a vedersi!
La fioraia, quella che sta giù al Molo, attende l’estrazione del suo numero. Ah, a lei interessa il candeliere in zinco oppure il portalume con perle, certo non saprebbe che farsene del  canestro adorno di conchiglie, ha decorazioni troppo elaborate per i suoi gusti.
C’è un tizio, un intellettuale, uno di quelli che legge tanti libri e ha la passione per la scrittura, che vorrebbe quel calamaio in alabastro con penna in madreperla o, in alternativa, l’altro calamaio, quello di lamina dorato con base d’alabastro però, a pensarci bene, anche il calcalettere di ferro di Berlino non sarebbe male come premio.
Una signora, delusa, stringe tra le mani un paio di calzette di filo.
Spera sinceramente che sua figlia sia più fortunata, restano ancora, non assegnati, la sciallina rosa di lana turca, un fazzoletto di mussola ricamato in seta e una bottiglietta di cristallo per acqua d’odore.
Ce la faranno a conquistare un premio che soddisfi la loro vanità femminile?
La loro vicina di casa è stata fortunata, ha vinto un grazioso cuscinetto per profumare i fazzoletti e del marito si può dire altrettanto, lui si tiene ben stretto un portasigari con mappe d’acciaio, non male come premio, anche se lui ha lasciato il cuore sulla macchinetta per accendere il fuoco. Va dicendo che è sempre bene avere questi attrezzi moderni che ti rendono la vita più semplice!
C’è una giovane donna che, sospirando, attende che venga estratto il suo numero. Ah come spera di ricevere quei piccoli coltrini di cotone lavorati a catenella! Però anche il camicino di mussolina ricamato, in fondo, le piace molto e poi c’è quel calzaretto ricamato, che è proprio grazioso.
La madre, donna devota, sta pregando la Vergine Maria che le assegni in sorte la medaglia d’argento con effige di Pio IX.
E tra sé e sé pensa se stia commettendo peccato a desiderare anche il piccolo bastimento lavorato in fil d’argento: starebbe d’incanto sopra il comò in ingresso!
Ma non sono finiti i premi, ci sono libri, bomboniere, cucchiaini da caffé, vasi, spazzole, portamonete e cuscini, ce n’è per tutti i gusti.
E io vi auguro di tornare alle vostre case con ciò che desideravate ricevere.
L’elenco dettagliato dei premi disponibili, per chi volesse divertirsi a consultarlo, si trova all’Archivio di Stato di Genova. Lì, tra documenti che narrano eventi storici, tumulti e rivoluzioni, si possono anche scovare questi fogli, sui quali è vergata a mano, con dovizia di particolari, una lista di oggetti della vita quotidiana di un tempo ormai perduto e lontano.
Quando in casa trovate qualche oggetto malconcio, magari inusuale, consumato dallo scorrere degli anni, arrugginito, magari pieno di macchie e consunto, riflettete prima di gettarlo o di rivenderlo per pochi euro sul banchetto di un mercatino.
Chiedetevi come sia arrivato sino a voi e per quali casi della vita la vostra bisnonna o la vostra prozia, quella che non ha mai preso marito, lo abbiano conservato fino a farlo giungere tra le vostre mani.
E pensate a quale valore poteva avere per queste persone ciò che a voi magari sembra un’inutile cianfrusaglia.
Riflettete, provate a ripercorrere con la fantasia i tanti passaggi che ha compiuto quell’oggetto, da persona a persona, da casa a casa, fino ad arrivare qui, a voi.
Magari i vostri antenati avevano messo da parte i soldi, per potersi comprare qualcosa che tanto desideravano o, chissà, forse si tratta di un regalo di nozze e come se lo sono tenuto da conto quel tesoro!
Magari una volta hanno comprato un biglietto di una lotteria e, baciati dalla buona sorte, si sono aggiudicati ciò che maggiormente speravano.
Eh, nella vita bisogna nascer fortunati, altrochè!
E mai dare un calcio alla fortuna.
Datemi retta, non fatelo neppure voi.

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