Eternità

A volte non ci pensi ed accade.
Stai sfogliando il giornale e le notizie, quelle che ti aspetti, ci sono tutte.
Però a volte accade: ti ritrovi a leggere, con stupore, una notizia che, da sola, vale l’acquisto del quotidiano per un intero anno.
Cliccate qui e guardate queste immagini.
E’ un abbraccio tenero ed affettuoso, un abbraccio di seimila anni fa.
Gli archeologi hanno scoperto questi scheletri risalenti all’era neolitica nel 2006, in una necropoli nella zona di Mantova ed è proprio in questa città che per qualche giorno verrà allestita un’esposizione presso il Museo Archeologico Nazionale.
Li hanno trovati così, con le braccia tese uno verso l’altra, le gambe intrecciate, si guardano a vicenda, i visi sono vicini, le labbra a poca distanza.
Erano giovani i due innamorati: diciotto anni lei e venti lui.
Le ipotesi degli scienziati in merito alla loro fine sono molte: nelle loro immediate vicinanze sono state rinvenute delle punte di silice e, in prima battuta, il ritrovamento ha fatto supporre che i due ragazzi, ormai noti come gli amanti di Valdaro, siano stati assassinati.
O forse, si è pensato, si stringevano così per difendersi dal freddo e dal gelo, o magari, tra le altre possibili spiegazioni, si è pensato che la loro sepoltura non sia stata casuale.
Avranno fatto parte di una comunità, che venerava dei a noi sconosciuti e che rispettava alcuni riti religiosi e forse, per il loro viaggio nell’oltretomba, si scelse di unirli in questa maniera, in questa stretta che li ha portati qui, fino ai nostri giorni.
Qualunque sia stato il loro destino, l’amore ha un linguaggio universale che si comprende anche secoli dopo.
Vediamo solo le loro ossa in queste immagini.
E non vediamo quello che fu di loro ed è così semplice immaginare: gli occhi languidi e pieni di desiderio, i capelli lunghi, certo arruffati e disordinati, i muscoli guizzanti di lui, la pelle liscia per la loro giovane età ma in certi punti ispessita per la vita dura che si faceva a quel tempo, il sorriso, le unghie forse lunghe e sporche, le mani che si stringono e i piedi che si toccano.
Non sentiamo il respiro né le loro parole, pronunciate in un idioma a noi ignoto.
Se sono morti così, in questa posizione, avranno cercato di consolarsi a vicenda, ci saranno stati sussurri, baci, carezze.
E lui le avrà detto, stai calma, passa tutto.
Stai qui tra le mie braccia, ti proteggo io.
E lei avrà tremato, avrà sentito un brivido di terrore percorrerle la schiena.
Forse c’era il tuono, il vento forte, forse infuriava il temporale, forse nevicava e loro non avevano nulla per accendere un fuoco.
Era notte fonda, una notte nera, scurissima e sprofondata nel buio.
E là fuori, tutti intorno, nel bosco si potevano chiaramente sentire orde di animali selvaggi in cerca di una preda.
Si udivano i passi, i latrati, gli ululati, lei avrà detto: ho paura.
Ma lui era lì, vicino. Non se n’è andato mai, le è rimasto accanto, anche se aveva solo se stesso per difendere la sua donna.
E per distrarla le avrà parlato e i ricordi, i loro ricordi, quelli che non ci possono raccontare, avranno alleviato questo momento difficile e fatale.
Lui le avrà detto: lo vedi, sono qui. E ci sono sempre stato, dal primo giorno, da quanto ti ho vista, non me ne sarei andato per nulla al mondo.
Ricordi quella mattina?
E quando è arrivato il tramonto, l’abbiamo aspettato insieme, ricordi?
Avrà un senso, per noi, ora essere qui.
Ha tutto il senso del mondo, averti qui così vicina e stretta a me, tutto il senso del mondo.
E lei avrà sorriso, avrà sentito, caldo e potente, quel conforto che lui voleva darle.
E con la mano, lieve e leggera, gli avrà accarezzato le tempie, mentre lui le asciugava le lacrime.
Lui non piangeva, lui no, gli uomini veri non lo fanno mai.
Ora dormi, le avrà detto. Dormi e sogna uno di quei sogni in cui ci siamo solo io e te e null’altro al mondo.
Dormi, sogna e non aver paura.
Ci sono io qui con te.
E le loro palpebre, piano piano, si sono chiuse.
E nel sonno, forse, i loro respiri si saranno fatti più affannosi, il battiti dei loro cuori avranno perduto, d’un tratto, il loro ritmo, in sincrono.
E non c’è stato più un mattino né un’alba dorata a riscaldare il loro risveglio.
Ma essere lì, insieme, aveva tutto il senso del mondo.

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Simonetta Cattaneo, la sans pareille

Fu considerata la donna più bella del suo tempo, decantata dai poeti e ritratta dai pittori, ed è grazie a loro se la sua grazia e la sua venustà sono giunte intatte ed immutate fino a noi.
E’ lei la fanciulla bionda ritratta nel quadro la Madonna della Misericordia del Ghirlandaio che si trova nella cappella della chiesa di Ognissanti a Firenze.
E’ ancora lei la creatura celeste immortalata da Sandro Botticelli nel quadro La nascita di Venere: ha forme eteree e sinuose, è coperta solo dai lunghi capelli, il suo viso è un ovale perfetto, gli occhi sono grandi, chiari e luminosi.
Lui, Sandro Filipepi detto Botticelli, fu uno dei suoi più grandi estimatori e ne fece la sua musa, regalando così alla sua immagine l’eternità.
Simonetta Cattaneo nacque a Genova, o forse a Fezzano Ligure, nel 1453, da Catocchia Spinola e da Gaspare Cattaneo e appena quindicenne andò in sposa al coetaneo Marco Vespucci, discendente di una ricca famiglia fiorentina. Fu, secondo l’uso del tempo, un matrimonio combinato volto a consolidare la stabilità economica di famiglie blasonate e potenti.
Ed accadde così che la bella Simonetta, con il suo corredo da fresca sposa, lasciò la casa paterna e con il suo giovane marito si stabilì a Firenze, a quel tempo governata da Lorenzo il Magnifico.
Ed è alla corte dei Medici che sbocciò il fiore di Simonetta: con la sua bellezza, la sua soavità divenne in breve tempo la fanciulla più ammirata di Firenze.
E Giuliano, fratello minore del Magnifico, si innamorò perdutamente di lei.
La sua passione per questa creatura di eccezionale bellezza è giunta fino a noi grazie ai versi di Angelo Poliziano nel componimento dal titolo “Le stanze per la giostra del magnifico Giuliano”.
In questo poemetto il giovane, tutto dedito alla sua passione per la caccia, non si cura dell’amore, finché un giorno Cupido scocca dal suo arco una freccia che lo colpisce dritto al cuore, facendolo innamorare della ninfa Simonetta.
Così la poesia, così la realtà.
La giostra era un torneo cavalleresco, per il quale il premio in palio era un ritratto di Simonetta dipinto da Botticelli, sul quale è scritto: La Sans Pareille.  Simonetta, la senza paragoni, è la luce di Giuliano, d’amor e d’un disio di gloria ardendo, scrive Poliziano.
E l’innamorato, forte della passione che gli brucia nel petto per la sua adorata, si batte per lei e vince trionfante contro il suo avversario.
Giuliano e Simonetta: sarà proprio Botticelli a ritrarli insieme nel suo capolavoro, La Primavera.
In questo quadro il giovane De Medici indossa le vesti di uno scultoreo Mercurio e la Cattaneo, ondeggiante nei suoi veli, è una delle Tre Grazie, quella che si trova al centro e viene ritratta di profilo.
E ancora, nel  Venere e Marte, il volto della dea dell’amore è sempre quello angelico e soave di Simonetta.
Tanto eterna ed immortale è l’immagine di Simonetta Cattaneo, quanto breve e fugace fu la sua esistenza terrena.
A soli ventritré anni Simonetta morì, colpita dalla tubercolosi e due anni dopo lo stesso Giuliano perse la vita assassinato nella congiura dei Pazzi.
Ed è ancora un testimone del tempo ad aver lasciato a noi il ricordo della prematura fine di questa ragazza: è il fratello di Giuliano, Lorenzo il Magnifico, che per lei scrisse dei sonetti. E nel suo “Comento de’ miei sonetti” narra la fine di Simonetta e racconta di come i fiorentini tutti, uomini e donne, fossero pieni di ammirazione per lei, ricorda che la Cattaneo nella morte trovò una bellezza ancora superiore di quella che aveva in vita, già considerata ineguagliabile. Queste sono le sue parole, che ci riportano indietro fino a quegli anni.

Morì, come sopra dicemmo, nella città nostra una donna, la quale se mosse a compassione ugualmente tutto il popolo fiorentino, non è gran maraviglia perchè di bellezze e gentilezze umane era veramente ornata, quanto alcuna che innanzi a lei fusse suta. E in fra l’altre sue eccelenti doti avea e attrattiva maniera, che tutti quelli che con lei avevono qualche domestica notizia credevono da essa sommamente essere amati. … E se bene la vita sua, per le sue degnissime condizioni, a tutti la facessi carissima, pure la compassione della morte, e per l’età molto verde e la bellezza, che così morta, forse più che mai alcuna viva mostrava, lasciò di lei un ardentissimo desiderio. E perchè da casa al luogo della sepoltura fu portata scoperta, a tutti che concorsono per vederla mosse grande copia di lacrime: de’ quali, in quelli che prima n’avevono alcuna notizia, oltre alla compassione nacque ammirazione che lei nella morte avesse superato quella bellezza che, viva, pareva, insuperabile.”

E questo, dolce e struggente, è il sonetto composto in morte di Simonetta:

O chiara stella, che co’ raggi tuoi
togli alle tue vicine stelle il lume,
perché splendi assai più del tuo costume?
Perché con Febo ancor contender vuoi?

Forse i belli occhi, quali ha tolti a noi
Morte crudel, ch’omai troppo presume,
accolti hai in te: adorna del lor lume,
il suo bel carro a Febo chieder puoi.

O questa o nuova stella che tu sia,
che di splendor novello adorni il cielo,
chiamata esaudi, o nume, e voti nostri:

leva dello splendor tuo tanto via,
che agli occhi, che han d’eterno pianto zelo,
sanza altra offension lieta ti mostri.

Fece di più, il Magnifico: commissionò al pittore Piero di Cosimo questo ritratto, in qualche libro ricordo di aver letto che la serpe posata sul collo della fanciulla forse rappresenta l’insidia della malattia che pose fine alla sua vita.
Sandro Botticelli, il pittore che più la amò e la dipinse nelle sue splendide fattezze, chiese come ultimo desiderio di essere sepolto ai suoi piedi, e lì riposa, a Firenze, nella chiesa di Ognissanti.
Simonetta, con la sua gioventù troppo presto perduta, rimane ancora oggi come lui la definì: la sans pareille.

Cicely, l’amica dei bimbi e delle fate

Chi non conosce le Fate dei Fiori?
Se ne stanno in punta di piedi sul bordo di una foglia, che non pare per nulla appesantita dal loro lieve peso, si reggono leggere ad un esile stelo, si siedono tra i boccioli o si accoccolano sul polline, se ne vanno a spasso con un rametto di bacche tra le braccia e, se sentono troppo caldo, cercano ristoro all’ombra di un papavero o di una foglia di nasturzio.
Fate e folletti dei fiori, degli alberi, dei giardini, dei sentieri.
Fate dell’alfabeto, delle quattro stagioni, con i loro abitini dai colori sgargianti, drappeggiati come la corolla del fiore che rappresentano, con le ali aggraziate, quasi trasparenti, rosee.
Chi le inventò lasciò a grandi e piccini una grande eredità, un piccolo universo di magia e di armonia: il suo nome, melodioso come quello di una delle sue creature, è Cicely.
Cicely Mary Barker nacque nel Surrey, a Croydon, nel 1895.
Di salute malferma, da bambina soffrì di epilessia e pertanto, costretta per lunghi periodi a letto, trascorse molto tempo in solitudine a disegnare e a leggere.
Più grande studierà arte per corrispondenza, sviluppando così il suo talento e Cecily ne aveva tanto, così come era dotata di una spiccata fantasia e di grande dimestichezza con i pennelli: la sua tecnica comprende l’uso degli acquarelli, delle pitture ad olio e dei pastelli.
Aveva anche una profonda conoscenza della botanica e, se voleva dipingere piante e fiori che non riusciva reperire, se li procurava nelle serre londinesi di Kew Gardens.
Appena quindicenne pubblicherà alcuni dei suoi lavori, sotto forma di cartolina e, nel 1923, darà alle stampe il suo primo libro, Flowery Fairies of the Spring.
Le immagini di questo e degli altri libri che seguiranno sono accompagnate da versi in rima, brevi poesie che Cicely componeva raccontando le storie e le avventure delle sue fate.
Sono l’emblema della purezza e dell’innocenza le fate di Cicely, in loro c’è grazia, candore e armonia.
Nata alla fine dell’epoca vittoriana, la Barker subì l’influenza dei pittori maggiormente in voga a quel tempo, in particolare i preraffaelliti, tra i quali prediligeva John Everett Millais e Edward Burne-Jones.
Guardate i loro quadri e poi guardate i disegni di Cecily.
Osservate l’incanto trasfigurato nel bacio a fior di labbra tra la Fata Ginestrone (Goose Fairy) e il suo innamorato: lei si china verso di il suo folletto e lui si protende verso di lei, con una lievità incomparabile.
E la Fata del Salice (Willow Fairy), che timida immerge la punta del piedino nell’acqua di uno stagno mentre intanto si sorregge ad un rametto, è davvero eterea con un angelo, mentre la Fata non ti scordar di me (Forget-me-not Fairy) inginocchiata alla base del suo fiore, lo ammira con uno sguardo così trasognato e sperduto da far pensare proprio ad  alcuni quadri della corrente pittorica preferita dalla Barker.
I bambini ritratti da Cicely sono tutti reali: erano gli allievi della scuola d’infanzia della sorella, erano figli e parenti di amici, per l’occasione trasformati in folletti e creature del bosco.
La Fata Primula (Primrose Fairy), ad esempio, altri non è che la piccola Gladys Tidy, la giovane domestica di casa Barker.
Per i suoi piccoli modelli, Cicely creava dei costumi, costruiva le alette e, nel dipingerli, curava ogni minimo particolare per renderli più reali possibili in ogni dettaglio.
E allora, se penso a lei, è così che la immagino: seduta sotto un albero, di fronte al suo cottage, in una fresca giornata estiva.
Davanti a sè ha il cavalletto con i suoi fogli, i colori, tanti e variopinti, sono sparsi ai suoi piedi e attorno a lei, con quei gonnellini di stoffa, ecco la margheritina , la fucsia e la lavanda, e poi la mora, che ha i riccioli neri, il nasino all’insù e la bocca carnosa e più discosto, vicino ad un cespuglio,  un ragazzino con un’espressione furbetta che indossa un buffo cappellino di foglie, poi un bimbo abbigliato con le tinte del nocciolo e una piccina con una vestina candida e una coroncina di fiori in testa ad  incorniciarle i capelli.
Non si sposò mai Cecily né ebbe mai dei figli.
Ebbe gli elfi, le fate dei fiori, degli alberi e dei sentieri.

Vyvyan, il figlio di Oscar

“Son of Oscar Wilde” è il libro di memorie che Vyvyan Holland, secondo figlio dello scrittore, pubblicò per la prima volta nel 1954, quando gli echi dello scandalo che aveva travolto suo padre erano ormai lontani ed ampiamente sorpassati dalla fama imperitura di Wilde.
Vyvyan, secondogenito di Oscar e di Constance Llloyd, vide la luce nel 1886 a Londra.
Dopo la nascita del primogenito Cyril, i coniugi Wilde desideravano avere una bambina ma, forse delusi per l’arrivo di un altro maschietto, lo battezzarono con questo nome di fantasia, dal suono vagamente femminile.
In questa sorta di diario intimo, l’autore ricorda la sua prima infanzia, i pochi anni felici trascorsi accanto al padre, e i lunghi giorni del distacco e della lontananza.
Racconta che nella casa di Tite Street, a Chelsea, a lui e al fratello era proibito entrare nello studio di Oscar, una stanza sui toni del giallo e del rosso, nella quale erano stipati scaffali pieni di libri.
Era un posto, dice Vyvyan, “in prossimità del quale non bisognava fare alcun rumore e se ci si passava davanti bisognava farlo in punta di piedi”.
Quando lui e Cyryl riuscivano ad intrufolarvisi, il loro obiettivo principale era il cestino della carta straccia, dove si potevano trovare cose meravigliose per un bambino, come francobolli, scatolette e cataloghi di ogni specie.
Quel cestino era spesso pieno di quei manoscritti che i collezionisti, nel futuro, avrebbero fatto a gara per avere e con grande rammarico Vyvyan racconta come quella stanza venne depredata, mentre suo padre era in prigione e lui, con la madre e il fratello, in esilio.
Vyvyan ricorda, in un misto di orgoglio e di tenerezza, di quando lui e Cyril, in occasione di una festa mascherata, ottennero di vestirsi da marinaretti, suscitando l’invidia di tutti i compagni.
I figli del dandy più celebre d’Inghilterra, infatti, non indossarono un costume, bensì una vera e propria divisa, con tanto di sciarpa di seta ed accessori, appositamente cucita per loro da un sarto specializzato in abbigliamento militare.
Casa Wilde, allora, era frequentata da gente di gran qualità: l’attrice Sarah Bernhardt, il pittore John Sargent, John Ruskin, Mark Twain e l’intero circolo dei preraffaelliti, la carriera di Wilde era al suo apice e la vita mondana ferveva.
Molti padri, a quel tempo, ricorda Vyvyan, erano “solenni e pomposi con i loro bambini…il mio era molto diverso; aveva un profondo lato infantile nella sua stessa natura e si divertiva a giocare con noi”.
Fu breve l’infanzia felice dei piccoli Wilde.
Quando la condanna al carcere si abbatté come una scure sullo scrittore e sulla sua vita, un’ondata di fango lambì la sua stessa famiglia.
Constance, per tutelare il buon nome e il futuro dei suoi figli, decise di lasciare l’Inghilterra.
Era il 1895 e Vyvyan non rivedrà mai più suo padre.
Ai due bambini verrà cambiato il cognome: d’ora in poi si chiameranno Holland e a Vyvyan verrà tolto il secondo nome, Oscar.
Saranno anni di peregrinazioni, abiteranno in Svizzera, poi in Liguria, in Germania, e di nuovo in Liguria.
Vyvyan vivrà quegli anni in una protetta inconsapevolezza, senza sapere per lungo tempo cosa fosse capitato alla sua famiglia, ignorando quali fossero le cause che avevano condotto alla sua disgregazione, mentre Cyril, più grande d’età, era a conoscenza del motivo per cui suo padre era caduto in disgrazia ma, rispettando la consegna del silenzio, non ne fece parola con il fratello.
Constance, malgrado tutte le traversie che sarà costretta ad affrontare, avrà sempre per Oscar un affetto grande e profondo, tenendo spesso in maggior conto i bisogni di lui piuttosto che i propri.
Quando la madre di Oscar morirà, Constance partirà dall’Italia, per essere lei stessa a dare la notizia al marito, in quei giorni ancora in carcere, e quando Wilde sarà liberato, ricorda Vyvyan, lei vedrà deluse ancora le sue speranze di vederlo tornare, e proverà l’amarezza di saperlo nuovamente distante, con Bosie Douglas, l’uomo che per Wilde era “l’amore che non osa pronunciare il proprio nome”.
Constance, fragile di salute per un grave problema alla schiena, morirà a soli 39 a Genova, dove è sepolta, in questa tomba, nel cimitero di Staglieno.
Vyvyan studierà a Cambridge, dove inizierà a scoprire gli scritti del suo famoso genitore.
Manterrà sempre l’anonimato ma, prima di lasciare la scuola, a due dei suoi compagni prediletti svelerà l’identità di suo padre.
E uno di loro risponderà: ho sempre saputo che c’era qualcosa di misterioso in te. E ora so perchè. Ma in fondo cosa importa? Tuo padre era un grande scrittore.
E Holland, pieno d’orgoglio, ribatterà: E questo mi riempì di gioia come niente altro al mondo.
Una volta adulto Vyvyan incontrerà Robert Ross, uno dei migliori amici di Wilde, e sarà lui a raccontagli come suo padre, negli anni, avesse sempre cercato di trovare i suoi figli, di come li avesse amati, malgrado la sua assenza.
Conoscerà Reginald Turner, altro storico sodale di Wilde, e poi Max Beerboohm, Henry James, Thomas Hardy e H. G. Wells.
Il solo che non chiederà mai di conoscere è lui, Alfred Douglas.
Lo incontrerà, una sola volta, in un’occasione mondana e poi mai più.
Il libro di Vyvyan Holland è toccante, tenero e sofferto.
Narra la vita di un grande osservata da una prospettiva unica: quella di un figlio con i suoi rimpianti, i suoi ricordi, la sua adorazione per il padre, le sue ferite.
E per una volta, l’unica forse, Oscar Wilde con le sue parole non ha fatto centro.
Non aveva fatto i conti con Vyvyan, quando scrisse: I figli da piccoli amano i genitori. Una volta cresciuti li giudicano. Raramente, per non dire mai, li perdonano. (Una donna senza importanza).

Sandro Botticelli e il dolce sapore della vendetta

Nel suo magistrale testo “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti” il Vasari, oltre a narrare nel dettaglio la formazione e le opere dei maggiori artisti, racconta brevi aneddoti di vita quotidiana davvero gustosi.
Sandro Botticelli, riferisce il Vasari, era un tipo facile allo scherzo
Un giorno, venne a vivere accanto a casa sua un tessitore.
Il tessitore aveva allestito ben otto telai e, quando questi lavoravano a pieno regime, producevano un gran fracasso, facendo persino tremare i muri della casa di Botticelli.
Il pittore, infastidito, si recò dal vicino, facendogli presente che, con tutto quel rumore, lui non riusciva più né a lavorare né a starsene in santa pace a casa sua.
Il tessitore, malgrado le vibrate e ripetute proteste di Sandro, imperterrito continuò a far andare i suoi telai al solito ritmo, incurante di provocare disagio e malessere nel suo prossimo.
Anzi, in occasione di un alterco con il Botticelli, lo liquidò, secondo il Vasari, sostenendo che in casa sua voleva e poteva far ciò che più gli piaceva.
Botticelli, furibondo, se ne andò.
Lungi però dal volerla dar vinta ad un campione di arroganza e prepotenza, mise in atto quello che, senz’ombra di dubbio, si può definire un colpo di genio.
Il muro della casa di Botticelli, infatti, era molto più alto di quello della casa del tessitore e l’astuto Sandro pose proprio lì sopra, in bilico, un pesantissimo e gigante masso, che, ad ogni vibrazione del muro, prendeva ad oscillare dando l’impressione di dover precipitare da un momento all’altro, abbattendosi sul tetto e sui telai del vicino.
Il tessitore, spaventatissimo, corse subito da Botticelli, pregandolo di porre rimedio a quella pericolosa situazione e spiegando che no, lui non poteva vivere così, con la minaccia incombente di un macigno che traballava sulla sua testa e col rischio di finire morto schiacciato.
E Botticelli, beffardo, replicò: in casa mia voglio e posso far ciò che più mi piace.
Vasari non ne parla, ma io sono certa che con quel suo gesto Sandro Botticelli , oltre alla quiete ritrovata, si sia garantito a vita una fornitura di mantelli.
E dei tessuti più pregiati, s’intende.

La Signora Wilde

Per Susanna, con un girasole

Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde ebbe una madre peculiare quanto lui.
Jane Francesca Wilde, nata nel 1821, era una donna anticonformista, femminista ante litteram e fervente sostenitrice della causa patriottica irlandese.
Poetessa, scelse lo pseudonimo di Speranza, nome che compariva nel suo motto: Fidanza, Speranza, Costanza.
Come Oscar, aveva una corporatura imponente e un gusto particolare per gli abiti, amava in modo particolare il colore scarlatto e le piaceva esibire una certa eleganza, un certo stile.
Sosteneva di discendere niente meno che da Dante Alighieri.
Come il suo celebre figlio amava dormire fino a tardi e, come lui, aveva il vezzo di togliersi gli anni.
Richard Ellmann, famoso biografo di Oscar Wilde, sostiene che la sua figura sia servita da modello per il personaggio di Lady Bracknell, in “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, alla quale Oscar fa dire la geniale frase: nessuna donna dovrebbe mai essere troppo precisa riguardo alla sua età, le conferisce un’aria così calcolatrice.
E ancora, sempre la vivace Lady Bracknell ribadirà: trentacinque anni è un’età molto attraente, la società londinese è piena di donne del più altro rango che, per loro libera scelta, sono rimaste all’età di trentacinque anni.
E Lord Illinghworth, scapolo impenitente e giovane dandy protagonista di “Una donna senza importanza”, stigmatizzerà il concetto con queste parole: non bisognerebbe mai fidarsi di una donna che dice apertamente la sua età. Se è disposta a questo, è pronta a dire qualsiasi altra cosa.
Wilde e le donne: pochi come lui hanno saputo delinearle nei loro sentimenti, nelle pieghe complesse dell’animo, nei pregi e nei difetti, in quelle sagaci malizie verbali che ridondano nelle sue commedie.
E forse sapeva distinguerle così bene perchè la prima donna della sua vita, sua madre, era una persona che precorreva i suoi tempi, dotata, come lui, di grande intelligenza, del gusto per la battuta e di un senso dell’umorismo tagliente.
Sempre Ellmann racconta che un giorno alla signora venne annunciata la visita di una “rispettabile” signorina. E Lady Wilde, visibilmente seccata, rispose: ” non usi mai quella definizione in casa mia. Solamente i bottegai sono rispettabili. Noi siamo al disopra della rispettabilità.”
Il tono, il sarcasmo è il medesimo che userà Oscar nelle sue opere teatrali, nelle quali abbondano gli intrecci amorosi, i malintesi, i tradimenti, i figli illeggitimi.
E anche la vita matrimoniale di Speranza fu adombrata dalle infedeltà del marito che, fuori dal matrimonio, ebbe ben tre figli. Lei, però, parve non curarsene troppo e gli rimase accanto, e lo difese a spada tratta quando lui, medico, venne accusato di aver anestetizzato una giovane paziente per poi usarle violenza.
Famiglia insolita,  i Wilde,  e non poteva che nascerne un genio come Oscar, un giocoliere della parola, capace di sondare i più profondi recessi dell’animo umano, di toccare, con ugual misura, le corde dell’amarezza e quelle della lievità, da lui tanto ricercate in certi suoi frivoli personaggi femminili.
E così innamorato della propria madre, da far dire ad Algernon ne “L’importanza di chiamarsi Ernesto”: tutte le donne diventano come le loro madri, questa è la loro tragedia. Nessun uomo lo diventa: questa è la sua.
Malgrado tutto, Speranza rimase fedele al vincolo coniugale. L’unica attrattiva del matrimonio è che rende assolutamente necessaria una vita di inganni per entrambe le parti, scriverà Oscar ne “Il ritratto di Dorian Gray” e nel suo aforisma  si coglie, sottile,  un accenno agli eventi della sua gioventù.
Rimasta vedova nel 1876, Speranza fece un’amara scoperta: il marito, scialacquatore, l’aveva lasciata con ben poche sostanze.
Senza perdersi d’animo, al seguito dell’altro figlio Willie, raggiunse Oscar a Londra e lì si stabilì, creando nella capitale inglese un salotto letterario di un certo rilievo.
Donna affascinante quanto volitiva e orgogliosa, convincerà il figlio a non scappare da Londra, in occasione del processo per atti osceni intentatogli da Lord Queensberry, padre di quell’Alfred Douglas che Wilde tanto amò e che fu la sua rovina.
Gli ultimi anni di Speranza furono minati dalle difficoltà economiche, dalla malattia e dall’amarezza per il destino di quel suo adorato figlio, rinchiuso in carcere e condannato ai lavori forzati, privato della sua libertà e dell’esercizio del suo genio.
Chiederà, in punto di morte, di rivedere Oscar per l’ultima volta e tristemente le sarà negato.
A lei, alla sua estrosa originalità, al suo carattere forte e anticonformista si adattano, nuovamente, le parole di Oscar: dire l’incredibile e fare l’improbabile:  è giusto il tipo di vita che vorrei per me. (Il ritratto di Dorian Gray)

Gente di Via del Campo

In piazza Fossatello forse tanti non la notano, anche perché, da lì, il punto di osservazione è un po’ disagiato.
E ci vuole una certa attenzione per vederla, in effetti.
Così può capitare di imboccare Via del Campo e di perdersi tra le vetrine di cineserie, tra i negozietti che espongono argenti indiani, sete odorose d’incenso e chincaglierie.
E magari può accadere che ci passiate proprio sotto, senza accorgervi della sua presenza.
Poi si arriva al negozio di Gianni Tassio e si è presi dalla nostalgia per Faber, per le sue affabulazioni, per quelle note inconfondibili che ci ha lasciato e si pensa che sì, quello è proprio il suo luogo, la sua strada, la sua casa.
E si prosegue, lungo Via del Campo, verso porta dei Vacca.
E magari, in un giorno in cui non si è proprio distratti, ci si volta indietro e si alza lo sguardo.
E bisogna proprio tirare la testa indietro, per vederla, e puntare lo sguardo verso l’alto.
Allora, in quel preciso istante, come sempre capita a me quando vado ad ammirarla, vi accorgerete che non siete i soli a star con il naso per aria:  intorno a voi, per un reazione dovuta alla nostra umana curiosità, genovesi e no, con gli occhi spalancati verso il cielo, resteranno stupiti a guardarla, sorprendendosi per non averla mai notata.

È la torre dei Piccamiglio, famiglia di origine tedesca, che aveva in questa zona i suoi palazzi.
Fu costruita nel 1437 e nella sua gloriosa maestosità, svetta sugli altri splendidi edifici che la circondano e, per un gioco di prospettive, non è così facilmente visibile.

Dalla retrostante Piazza di San Marcellino la torre vi si presenterà così.

Non sono stati soli, i Piccamiglio, a lasciare un segno in Via del Campo.
Poco distante, oltre Piazza del Campo, in corrispondenza di uno slargo, una colonna testimonia l’infamia che, nel 1628,  il notabile Giulio Cesare Vachero intendeva perpetrare ai danni della Repubblica di Genova in favore dei Savoia, che, con un colpo di mano, volevano prendere il potere nella nostra città.

Il Vachero e gli altri congiurati vennero scoperti e il loro destino fu amaro.
Processati, furono condannati a morte per impiccagione, tranne il Vachero medesimo, che pretese di essere decapitato.
L’abitazione del traditore venne abbattuta e al suo posto fu eretta la colonna, ad eterna memoria del suo gesto scellerato e su di essa vennero incise queste parole:

Infame memoria di Giulio Cesare Vachero,
il quale avendo cospirato contro la Repubblica,
mozzatogli il capo, confiscatigli i beni, banditi i figli, e distruttagli la casa,
espiò le pene dovute.
Nell’anno del Signore 1628

Va da sé, che le colpe dei padri ricadono sui figli, e ai discendenti di Vachero toccò l’esilio.
Tornati a Genova, in occasione della costruzione della fontana dei Raggio, insistettero tanto affinché la fontana fosse edificata in modo da nascondere il più possibile quella colonna che gettava un’ombra sul loro nome.

Quando passate in Via del Campo, non siate frettolosi.
Prendetevi il tempo per sbirciare dentro ai portoni e alzate lo sguardo, verso la torre.
E regalate un pensiero ai Raggio, ai Piccamiglio, ai Vachero e a tutti quelli che, con i loro passi, hanno calpestato la vostra stessa terra.

Genova del passato, Genova del presente

Genova è intrisa della sua storia e del suo passato.
Le sue ardesie, i suoi muri, i suoi caruggi parlano. Degli anni che furono, delle nostre lotte, dei nostri sogni di libertà, delle nostre battaglie, dei nostri giorni difficili, delle nostre umane debolezze.
Basta guardarla, Genova.
Chissà che feste, di fronte all’Osteria della Croce Bianca, in quella che un tempo si chiamava Via Carlo Alberto ed oggi è nota come Via Gramsci, in occasione dell’arrivo di Giovanni Carbone.
Lui, semplice garzone, partecipò all’insurrezione di Genova nel 1746 e, liberata la città dagli austriaci, ne riconsegnò le chiavi ai Senatori di Genova.
Sarà stato acclamato e portato in trionfo insieme ai suoi compagni il Carbone, e chissà i crocchi di popolane, il vociare dei vicoli, la gente che accorreva per complimentarsi con questi ardimentosi concittadini.

Se capitate nei pressi di Sottoripa cercate Vico dei Cartai, un carruggio stretto che e vi porterà dritti alla Chiesa di San Pietro in Banchi.
Giunti in prossimità di un piccolo slargo, alzate lo sguardo ed ecco ciò che vedrete, sul muro del civico nr 17.

Una Madonnetta, come tante ce ne sono nel nostro centro storico e, nel muro, una palla di cannone.
E’ lì da più di centocinquant’ anni, dall’aprile del 1849 quando la città venne bombardata per ordine del Generale la Marmora, allo scopo di sedare i moti di Genova, con i quali il popolo insorto tentò di restaurare la propria indipendenza dal Regno di Sardegna.
In quei giorni Genova fu messa a ferro e fuoco, saccheggiata e razziata, dopo essere stata bombardata per 36 ore.
E quella ferita è rimasta lì, incastrata tra i mattoni.
E forse in quel palazzo avrà abitato una donna, con i suoi tanti bambini. Avrà sentito un frastuono, un rumore sordo, i vetri che tremano, il pavimento che vibra. Si sarà affacciata, con il terrore dipinto sul volto, e vedendo la palla di cannone conficcata nel muro avrà chiuso le imposte, per proteggere sé e i suoi cari. Forse.
E forse qualcun’altro, a Caricamento avrà avuto dei legittimi sospetti.
In effetti in quell’albergo c’era un certo andirivieni. Gente che parlava strani dialetti, foresti. Gente che si muoveva con aria circospetta e aveva una strana luce negli occhi, ma lo si capì solo in seguito, il motivo.
E c’era chi l’aveva detto, che laggiù qualcosa non quadrava ma, col senno di poi, fu tutto più chiaro.

Se passate in Banchi, fate attenzione alle indicazioni stradali: carri e carrozze sono banditi.

Se cercate un albergo, vedete se c’è posto all’Hotel Feder, pare che sia frequentato da gente di un certo livello.

A Luccoli, prestate molta attenzione a quello che fate, da queste parti non si scherza. Non vi venisse in mente, in nessun caso, di trasgredire alle regole.

E se avete intenzione di bivaccare da qualche parte, alla larga da piazza De Franchi.


Laggiù, infatti, ci sono dei zeneisi ben poco tolleranti.

Infine, se desiderate fare un viaggio alla scoperta della Genova del Risorgimento, esiste una guida formidabile che vi farà conoscere gli angoli più reconditi della città:  il libro, curato da Leo Morabito, Genova Risorgimentale, edito da De Ferrari Editore.
Oppure, più semplicemente, provate a guardare la Superba con occhi diversi.

Claude Debussy

Monsieur Debussy,

Qu’aurait donc été ma vie sans vous

Où serais-je sans ce coup de foudre pour votre chant immense

Qui accompagne mes jours

Les plus denses et les plus doux

Que serais -je sans cette démesure

Qui approfondit, comble, élève,

A la fois vertige et prodige

Communion

Et joie

Parigi, Cimitero di Passy, agosto 2000

 messaggio di un anonimo lasciato sulla tomba di Claude Debussy

Finchè al mondo esiste anche una sola persona che ascolta il Chiaro di Luna, e pensa.
E scrive quei suoi pensieri, su un foglio a caso.
E trova il tempo per mettersi al computer e riporta le sue riflessioni, stampandole su un materiale resistente all’acqua, perchè si conservi in caso di pioggia.
Poi prende il foglio, lo incolla su una tavoletta, e la porta laggiù, dove riposa colui che gli ha regalato un sogno, un brivido, una musica che ha riconosciuto come sua, una vertigine.
Finchè esiste anche una sola persona così, siamo salvi.