La torta al cioccolato della Signora Mariuccia

La Signora Mariuccia era una mia vicina di casa.
Paziente, affabile, gentile e garbata, era una persona dalle molte doti: la Signora Mariuccia cuciva, lavorava a maglia e aveva, per così dire, le mani d’oro.
La sua era una famiglia numerosa, una di quelle che da sempre facevano parte di questo condominio in quegli anni ‘70 nei quali tutti si conoscevano, in quell’epoca luminosa in cui noi bambini ci trovavamo a casa di uno o dell’altro per giocare insieme dopo la scuola.
Erano anni diversi e chi li ha vissuti lo sa, io sono molto contenta di essere stata piccola ai tempi di Carosello, di Raffaella Carrà e della torta al cioccolato della Signora Mariuccia, abbiamo avuto una bella infanzia noi bambini degli anni ‘70.
La Signora Mariuccia, dicevo, era davvero una persona speciale e faceva questa torta di cioccolato che è sempre stata la protagonista assoluta delle festicciole di compleanno che si tenevano in questo palazzo, infatti poi anche mia mamma imparò a fare questa torta di compleanno.
E non mancavano mai le candeline rosa, ovviamente!
Dunque, questa torta deliziosa ha la caratteristica di avere la parte centrale morbidissima e cremosa, in pratica quanto tagliate la fetta dovete vedere la parte finale della fetta quasi disfarsi nel piatto.
Io ho provato a fare questa torta un paio di volte e non mi è mai venuta: facevo sempre l’errore di cuocerla troppo!
Ci ho riprovato una volta in più, dopo che mia sorella mi ha svelato il segreto per ottenere la torta perfetta: appena il bordo sembra cotto bisogna toglierla subito dal forno, quindi fate anche voi così, mi raccomando!
Ecco quindi la ricetta della torta al cioccolato della Signora Mariuccia io ho dimezzato le dosi ma questa è appunto la dose originale per una torta di compleanno degli anni ‘70 con tanti bambini felici seduti attorno al tavolo, che nostalgia!

4 Etti di farina
4 Etti di zucchero
4 uova
2 Etti di margarina
1 Etto di cacao
¼ di Latte
1 Bustina di Lievito

Lavorare i rossi d’uovo con lo zucchero.
Aggiungere la margarina sciolta sul fuoco (non cotta) e amalgamare bene.
Aggiungere il cacao, la farina e il latte tiepido.
Infine aggiungere i bianchi montati a neve e il lievito.
Mettere il composto in una tortiera imburrata e infornare a caldo (180°/200°) per circa 20 minuti.

Ed ecco fatto, è una ricetta anche piuttosto veloce e semplice se riuscite ad azzeccare il tempo di cottura.
Per me è anche un dolce ricordo d’infanzia e credo che la signora Mariuccia sarebbe davvero contenta di sapere che grandi e piccini possono festeggiare il compleanno o qualche altro importante evento con la sua torta al cioccolato.
Io quest’anno ci sono riuscita, grazie di cuore, cara Signora Mariuccia!

Una ricetta del 1924: risotto con il pomodoro

Collezionare cose del passato regala spesso piacevoli sorprese e oggi voglio condividere con voi uno di questi stupori.
La ricetta che leggerete è tratta da un libricino consunto che acquistai per pochi spicci tempo fa su una bancarella, si tratta del Calendario e Manuale Pratico per le Famiglie omaggio della Società Anonima delle Terme di San Pellegrino.
È un volumetto curioso dove chiaramente ci sono anche diverse pubblicità, ci sono i consigli per l’orto e altre interessanti notizie, c’è poi una sezione con le ricette.
Mi piace pensare che il mio libretto sia appartenuto da qualche abile massaia e cuoca dalla quale avrei molto da imparare e ora, per un caso del destino, questa piccola preziosità appartiene a me.
Mi ero ripromessa di farne buon uso e di provare le molte ricette a disposizione, sono tutte preparazioni molto casalinghe e genuine, davvero alla portata di tutti.
Questo risotto in particolare ha colpito la mia attenzione proprio per la sua semplicità e anche per il procedimento da seguire nel cucinarlo, le ricette per il risotto a me note sono completamente diverse da questa, prevedono un soffritto e il burro si mette sempre alla fine.
Ero curiosa di provare questo risotto con il pomodoro e quindi eccomi qua, è un piatto facile e veloce per il quale servono davvero pochi ingredienti, io ho fatto una piccola variazione: al posto dell’acqua ho usato un leggerissimo brodo vegetale.
Per 500 grammi di riso vi serviranno 100 grammi di burro, parmigiano, sale.
E così si legge sul libretto:

“Versate il riso nel burro sciolto e quando asciugherà mettetevi un poco di acqua calda, poco per volta, aggiungete poi la salsa di pomodoro e per ultimo un bel pugno di parmigiano.”

E non dimenticate il sale, aggiungo io, sul libretto non se ne parla ma mi pare ovvio che ci vada!
Il risultato è un risotto molto morbido e cremoso, una coccola per le giornate più fredde, uno di quei piatti che potrebbe avervi cucinato la vostra nonna, magari raccontandovi le storie del tempo passato.
E infatti la ricetta proviene da quel libretto del 1924, è un semplice e delizioso risotto con il pomodoro.

Melanzane piccole ripiene

Sono una delle delizie dell’estate, le melanzane piccole si distinguono per la loro particolare bontà e certo non difettano in fatto di bellezza.
Piccoline, tonde e lucide, splendono alla perfezione come se le avesse lisciate qualche fatina degli orti, probabilmente è proprio così ma resti tra noi perché certe creature fantastiche sono anche timide e non amano svelarsi.
Le fatine si siedono là, vicino alle grandi zucche, sotto gli alberi carichi di prugne e con pazienza certosina fanno luccicare le piccole melanzane, così!

E c’è una maniera certa per valorizzare cotanta bellezza, ecco a voi quindi una ricetta per preparare le melanzane piccole ripiene.
Dunque, private le melanzane delle foglie, lavatele e tuffatele nell’acqua bollente, lasciandole bollire fino a quando l’interno non si ammorbidisce, circa per 10 o 15 minuti.
Quindi si tolgono dal fuoco, si tagliano a metà e con un coltello o un cucchiaino si scava la polpa che verrà poi tritata con la mezzaluna.
Alla polpa si aggiunge parmigiano reggiano grattato, un abbondante trito di maggiorana, uova, un po’ di ricotta, mollica di pane ammollata nel latte, una presa di sale, un trito di prosciutto cotto oppure di mortadella, a vostra scelta.
A me piacciono in entrambi i modi: il prosciutto conferisce un sapore più delicato mentre la mortadella ha un gusto più deciso.
Mescolate bene il ripieno e con un cucchiaino riempite le melanzane svuotate, spolveratele con il pan grattato, passate un filo d’olio e riponetele su una teglia unta e a sua volta cosparsa di pan grattato.
Infornate a 200° C e lasciate cuocere fino a quando le melanzane saranno ben dorate, controllate la consistenza con una forchetta e quando saranno pronte sfornatele.
Si servono a temperatura ambiente con una bella insalata e mi raccomando: se a tavola si presenta una fatina degli orti preparate un piatto anche per lei, di certo se lo merita!
E buon appetito a tutti!

La Liguria a tavola: lo stoccafisso alle olive

Questa è una ricetta trovata nel grande quaderno dove mio papà raccoglieva meticolosamente i procedimenti per i suoi preziosi manicaretti, questo è anche il mio modo prediletto per gustare una specialità che ha i profumi genuini del mare.
La ricetta dello stoccafisso alle olive verdi è riportata in un vecchio ritaglio che presumo sia stato tratto da qualche giornale o forse da un calendario degli anni ‘70, vi è anche riportata la fonte ed è un nome autorevole: la ricetta è tratta da “La vera cucina di Genova e della Liguria” di Aidano Schmuckher, celebre e autentico paladino della genovesità.
E così oggi la ripropongo a voi e userò parole mie.
Dunque, questi sono gli ingredienti che vi serviranno per 4 persone: 8 hg di stoccafisso, ½ Kg di patate, 1 hg di olive verdi in salamoia (io prediligo le olive giganti), ½ hg di capperi sotto sale (io uso i capperi sotto aceto), prezzemolo, sedano, cipolla, una carota, vino bianco, olio extravergine di oliva, sale.

Buttate lo stoccafisso nell’acqua bollente e lasciatecelo per alcuni minuti, dopo averlo tolto dall’acqua privatelo della pelle e di tutte le lische, quindi fatelo a pezzetti e tagliate le patate a fette alte circa un dito.
Tritate con la mezzaluna la cipolla, la carota, il prezzemolo, il sedano e i capperi, fate soffriggere questo battuto per qualche minuto nell’olio extravergine di oliva, io in genere amo utilizzare per questa ricetta la pentola di terracotta.
Quindi dopo aver fatto andare il soffritto buttate nella pentola contemporaneamente lo stoccafisso in pezzi, le patate e le olive e lasciate rosolare per qualche istante, di tanto in tanto bagnate con del vino bianco o con dell’acqua, aggiungete il sale e lasciate cuocere.
Il piatto sarà pronto quando saranno cotte le patate, non vi resterà altro che servirlo con un buon bicchiere di vino bianco.
E buon appetito a tutti con un piatto semplice e gustoso della nostra tradizione ligure!

La ratatuia: colori e profumi di Liguria

Oggi troverete qui i colori e i profumi dell’orto e una semplice ricetta che esalta pienamente i versatili doni della terra.
La ratatuia deriva il suo nome dalla ratatouille francese ed è una deliziosa sinfonia di sapori, io vi propongo la ricetta riportata da mio papà sul suo quaderno, così l’abbiamo sempre preparata in casa mia.
Avrete bisogno di una capiente pentola di terracotta, olio extravergine di oliva, sale, pomodori, zucchine, melanzane, patate, un peperone giallo, uno rosso e uno verde.

Fate a fettine la cipolla e lasciatela rosolare nell’olio, nel frattempo tagliate le zucchine a rondelle.

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Poi riducete a pezzetti anche i peperoni dai colori vivaci e sgargianti.

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Preparate ugualmente anche il resto dei vostri ortaggi.

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Infine mettete tutto nella pentola di terracotta, aggiungete il sale e fate cuocere a fuoco lento per almeno 30 minuti, se durante la cottura vi sembra che la ratatuia si asciughi troppo potrete aggiungere un po’ d’acqua.

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Un trionfo di colori e profumi che si mescolano tra loro, una gioia per gli occhi e per il palato.

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La ratatuia è semplice e genuina, perfetta come piatto unico oppure come contorno.

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Una deliziosa bontà, una profumata armonia di sapori.

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A pranzo alla Trattoria al Valico

A breve distanza da Fontanigorda c’è un posto dove potrete gustare ottimi manicaretti preparati con sapienza e cura.
Ed è verde intenso di boschi fitti in quella zona nella quale la Val Trebbia incontra la Val d’Aveto, lì al Passo del Fregarolo termina il territorio del Comune di Fontanigorda che comprende anche la Trattoria al Valico.

Là dove sbocciano i fiori magnifici della Signora Norma che con la sua bella famiglia vi accoglierà nel suo ristorante.

Trattoria al Valico (2)

Tra prati, boschi rigogliosi e natura superba.

Trattoria al Valico (3)

Mentre le nuvole e il cielo si specchiano sui vetri, in questo tratto di Liguria che è per me un angolo di paradiso.

Trattoria al Valico (4)

Una zona perfetta per le gite e le escursioni, la sosta poi si fa qui, alla Trattoria al Valico: ci si accomoda in questa bellezza, in questa sala ci sono anche i paioli appesi al soffitto.
Qui si mangiano piatti tipici preparati ad arte che vengono servite in abbondanza, il menu prevede una vasta scelta e se siete delle buone forchette vi concederete anche gli antipasti di salumi piacentini, l’insalata russa e altre bontà!

Trattoria al Valico (5)

Noi siamo passati direttamente al primo e anche in questo caso ci sono state proposte diverse opzioni, c’erano i classici pansoti al sugo di noci, i taglierini al sugo di lepre e i ravioli di asina al burro e questo è proprio il piatto scelto dal mio amico.

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Io invece ho optato per il risotto ai funghi e alle erbette, una delizia cremosa dai molti profumi.

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Seduti in trattoria, in luogo che offre ottimo cibo e una calda atmosfera famigliare.
E magari vi capiterà di fare due chiacchiere con la signora Norma, lei ama molto leggere, è innamorata dei suoi boschi e dei suoi luoghi ed è una persona piacevolmente speciale, se la conoscerete non potrete che essere d’accordo con me.
Al di là del vetro c’è questo panorama incantevole e questa magnifica quiete.

Trattoria al Valico (8)

In una trattoria come questa chiaramente non mancano i piatti a base di carni diverse, dalla capra alle lumache e in base alla stagione non manca la selvaggina come il cinghiale e il capriolo che qui vedete servito in una pentola di coccio.

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Io da vera golosa ho scelto un fantastico fritto misto all’italiana che comprendeva diverse verdure: le melanzane e i fiori di zucchini in pastella, i pomodori e il formaggio filante, delizioso il tipico latte fritto che mi piace moltissimo!

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Va detto che con queste porzioni così abbondanti ci siamo poi limitati a una tazzina di caffè ma volendo chiaramente c’era anche il dolce.
E sempre, attorno a voi, la bellezza gloriosa dell’estate.

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E la luce brillante che sfiora i girasoli.

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Alla Trattoria al Valico della famiglia Ferretti, nella meraviglia delle nostre valli di Liguria.

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Dal Lunario Genovese del 1934: ricetta per fare il pesto

Nel mio divertente girovagare per banchetti mi è capitato di acquistare un volumetto ricco di curiosità: è un Lunario Genovese risalente al 1934.
Quindi è piuttosto recente, a dire il vero, tuttavia il mondo che viene descritto in queste pagine è molto diverso dal nostro: strade scomparse, negozi mai veduti, luoghi che possiamo solo immaginare.
Tra le tante bellezze di Zena c’è anche una ricetta per fare il pesto e allora la condivido su queste pagine per tutti gli amanti della genovesità.

Troverete alcune sorprese, ad esempio sono nominati ingredienti che oggi non si utilizzano e si capisce che si tratta della famosa “arte di arrangiarsi”: si usava quello che si poteva, a seconda delle proprie disponibilità.
Poi c’è il profumo del basilico, il piatto fumante sulla tavola, i sapori della buona cucina genovese.
Ho tradotto questa breve poesia, naturalmente riscriverla nella nostra lingua significa perdere la musicalità delle rime e il suono del dialetto.
E così la troverete prima in genovese e poi tradotta in italiano, questa ricetta è una vera chicca.
Ad arricchirla sono alcune fotografie scattate nel corso di una passata edizione di Pestochampionship e poi cose buone al pesto che piacciono a me.
Signore e signori, dal Lunario Genovese del 1934 ecco a voi la ricetta pe fâ o pésto.

Pe fâ un pésto comm’il fò
ghe vêu tanto baxaicò
de porsemmo ȗnn-a brancâ *
poca pérsa, ȗn pȏ de sâ
ȗn o duȋ spighetti d’aggio
e ȗn bon pesso de formaggio
sardo, e drento in to mortâ
no stancave da-o pestâ.
(pe i palati delicae
ghe poeì mette se ve pä
di pignoeu ben ben lavae)

Quande o l’è comme ȗnn-a pasta
o l’è pronto: ma no basta,
remesciando cö cuggiâ
in te l’êuio a fae negä
l’assazzae, e se ve pä bon
o cacciae in to menestron

Comme pure poèi capî
o se dêuvia pe condî
ûn bon piatto de trenette
tiae sciù sciûte, o lasagnette,
quattro troffie soffocae
da-o formaggio, in quantitae,
e, sciccome a tïa sciù o chêu
gh’è chi o mette in sce i raviêu!

* se péu fane a meno, comme da persa quando gh’è abbondanza de baxaicò.

Per fare un pesto come si deve
ci vuole tanto basilico
una manciata di prezzemolo*
poca maggiorana, un po’ di sale
uno o due spicchietti d’aglio
e un buon pezzo di formaggio
sardo, e dentro al mortaio
non stancatevi di pestare.
(per i palati delicati
ci potete mettere se vi pare
dei pinoli ben ben lavati)

Quando è come una pasta
è pronto: ma non basta
girandolo con il cucchiaio
fatelo annegare nell’olio
lo assaggiate, e se vi sembra buono
lo buttate nel minestrone

Come pure potete capire
si adopera per condire
un buon piatto di trenette
tirate su asciutte, o lasagnette,
quattro trofie soffocate
dal formaggio, in quantità,
e, siccome tira su il cuore
c’è chi lo mette sui ravioli!

* si può farne a meno come della maggiorana se c’è abbondanza di basilico

La farinata di zucca di Sestri Ponente e altre delizie

Nel mio girovagare a zonzo per la città mi capita spesso di scoprire luoghi e particolarità a me non noti e devo dirvi che è proprio questo il bello.
Di recente ho avuto il piacere di fare una gradevole passeggiata per le antiche strade di Sestri Ponente in compagnia di un vero sestrino che mi ha portata anche in Via Vigna.

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Là troverete un negozietto, è proprio il tipico farinotto dove potrete acquistare cose buone tipiche della cucina ligure come la torta di carciofi, la torta di bietole e il polpettone, non manca la tradizionale farinata.

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E tra i doni della terra spicca una protagonista assoluta: la magnifica e scenografica zucca.

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Una bottega piccola e raccolta, un luogo dove sentirete profumi fragranti ed invitanti.

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Colori e sapori di casa, quanto sono preziosi posti come questo?

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E poi la mia sorpresa nel trovare un piatto tipico che non conoscevo, si tratta proprio di una delizia originaria di Sestri Ponente: la farinata di zucca è un specialità di questa zona di Genova e qui viene preparata ad arte seguendo un’antica ricetta.

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Viene detta farinata ma, come potete notare, è una preparazione del tutto differente e per realizzarla si utilizzano pochi ingredienti semplici e genuini.

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Via una teglia e sotto l’altra, secondo una solida tradizione di famiglia.

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Questo negozio ha una storia antica, venne aperto nel 1925 da Lorenzo Galleano e Maria Scarsi, i segreti della loro cucina sono poi passati di generazione in generazione e quelle loro bontà ancora deliziano i palati dei numerosi ed affezionati clienti.
Al muro vedrete un quadro dove sono orgogliosamente esposte le foto di famiglia che mostrano momenti diversi di questa gloriosa attività.
Un ininterrotto ed instancabile andirivieni di teglie e tegami, l’incomparabile valore di una sapienza culinaria che si è tramandata.

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E poi, come ben sapete, a volte non occorrono neppure parole, non sembra anche voi?

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Ed ecco gli ottimi ripieni di verdura.

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Non manca il gustoso castagnaccio, una bontà genovese molto apprezzata da tutti noi.

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In un piccolo negozio di Sestri Ponente nato all’inizio di un altro secolo.

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Semplice e vero, nel segno di una tradizione che resiste.

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Stendhal a Genova: il profumo della deliziosa acqua rossa

Tra i tanti viaggiatori che visitarono Genova c’è anche un celebre scrittore francese: Henri Beyle, noto agli onori del mondo con lo pseudonimo di Stendhal.
E il suo raccontarsi è preciso e puntale, Stendhal non risparmia le critiche, elargisce consigli, è davvero una guida di eccezione.
Alcune sue memorie hanno già trovato spazio su queste pagine nel mio primo post dedicato ai famosi visitatori che nell’Ottocento passarono nella Superba.

Genova

Desiderate conoscere le dritte dello scrittore francese? Le trovate qui, sulla Pensione Svizzera il nostro fornisce dettagliate indicazioni.
Da molto tempo desideravo approfondire una curiosità che riguarda il soggiorno genovese di Stendhal, la frutta di stagione mi ha fatto tornare alla mente questo episodio.
Dunque, torniamo a quegli anni e quei giorni che Stendhal trascorse a Genova, questa memoria si trova tra le pagine del suo Mémoires d’un touriste e già l’ho citata nel mio precedente articolo.
Il nostro Henri narra di essere tornato ripetutamente in un caffè dei caruggi dove era solito gustare una bevanda sublime, l’acqua rossa che lo ritemprava dalle fatiche del suo girovagare.
E riporto le sue parole:

“… cinque o sei ciliegie in fondo al bicchiere e il profumo delizioso dei noccioli.
Questa bibita eccellente e mai lodata abbastanza costa tre soldi…”

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Tre soldi per un bicchiere di acqua rossa.
E cosa sarà mai questa accattivante bontà?
Si tratta di una bevanda della tradizione genovese, è lo sciroppo di amarene.
Le immagini che corredano questo articolo ritraggono succose ciliegie, parenti strette della frutta che si utilizza per questa bibita.
Insomma, mi pare opportuno pubblicarne la ricetta: non si può mai dire, potrebbe capitarvi di ospitare qualche esigente scrittore straniero, vorrete forse farvi cogliere impreparati?
Ecco qua la maniera per preparare l’acqua rossa che piaceva a Stendhal, dosi e procedimento sono tratti da un autorevole testo che probabilmente è in molte case della Superba: La Cuciniera Genovese di G. B. e Giovanni Ratto, un volume risalente alla seconda metà dell’Ottocento.

Ciliegie

Riassumendo, la ricetta è la seguente.
Occorrono 4 kg di amarene, si schiacciano con le mani e si lasciano fermentare per 24 ore.
Quindi vanno messe in una salvietta bagnata e strizzate per far uscire il sugo che va messo a cuocere in una pentola insieme a una parte dei noccioli precedentemente pestati nel mortaio.
Dopo due o tre bollori, dicono i nostri stimati Ratto, lo sciroppo va versato in un sacchetto di flanella precedentemente bagnato e con pazienza va fatto filtrare.
Ora bisogna addolcire il tutto, per 300 grammi di sciroppo servono 600 grammi di zucchero.
Si rimette sul fuoco e dopo 5 o sei bollori è pronto, lo si lascia raffreddare e quindi lo si ripone nelle bottiglie.

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Lo sciroppo di amarene è una vera delizia, non so proprio dirvi se quello che ho bevuto sia stato preparato in questa maniera.
E non ho mai provato a farlo, non sembra complicatissimo però è certamente laborioso, se doveste fare un tentativo fatemi sapere il risultato.
Un locale nei caruggi, tre soldi per un bicchiere e il profumo delizioso dei noccioli.
Questa è l’acqua rossa che piaceva a Stendhal, la gustò a Genova e non la dimenticò.

Tetti di Genova

Da un diario genovese del passato: la tavola delle feste

Le feste si avvicinano e per tutti noi presto sarà tempo di trascorrere giornate con i nostri parenti.
E non dimentichiamo gli amici: qui, su queste pagine, tornano le memorie di un caro amico, sono le parole tratte dal diario di Francesco Dufour.
E allora facciamo piano, con la dovuta discrezione entriamo in casa di questa famiglia genovese e scopriamo insieme la tavola delle feste.

Natale 2014 (17)

In occasione delle grandi feste, Natale, Pasqua e per i compleanni e onomastici dei “grandi” si faceva un gran pranzo.
Nei primi anni eravamo una ventina di persone comprendenti la nostra famiglia e quella dello zio.
Il tavolo della salle a manger veniva allungato al massimo con le prolunghe, la nonna aveva delle tovaglie lunghe anche 7 metri.

Servizio

Servizio di porcellane francesi di Laurent II Dufour, antenato di Francesco
Esposto a Palazzo Spinola di Pellicceria

Sulla tavola si deponeva la tovaglia e lo chic era che le pieghe restassero ben rilevate, la zia Amalia con il ferro caldo spianava il lino tra una piega e l’altra.

Ferri da stiro

Vecchi ferri da stiro di casa mia 

Sulla tavola venivano messi i candelabri d’argento, poi le bocce dell’acqua e del vino molto vicine, tra un commensale e l’altro, poi molte alzate di dolci e frutta.

Servizio (2)

Servizio di porcellane francesi di Laurent II Dufour, antenato di Francesco
Esposto a Palazzo Spinola di Pellicceria

Fra un oggetto e l’altro un filo di mediola.
La mediola era una pianta che i giardinieri facevano crescere verticalmente avvolta ad uno spago, si presentava come un filo di edera con le foglie piccolissime.

Via Garibaldi 12

Via Garibaldi 12

C’era un favoloso servizio di baccarat a canne d’organo e venivano sempre messi i 5 bicchieri.
L’etichetta voleva: una minestra che spesso era consommé con pasta reale, poi un piatto di pesce e uno di arrosto intervallato da piatti di mezzo.
Poi dessert e frutta di ogni genere.

Romanengo (3)

Romanengo 

La nonna mandava l’Oreste a comprare il vino che era sempre di gran marca, spesso Bordeaux o Borgogna.
La nonna in queste occasioni quasi non mangiava perché stava attenta a regolare il servizio, aveva in grembo un campanello elettrico con il quale dava il segnale del cambio delle portate.
Riporto qui il menu del pranzo offerto in occasione della mia Prima Comunione.
I commensali erano 34, di questi 21 erano al tavolo d’onore e gli altri erano ad un tavolo in salotto.

Natale 2014 (14)

Così finisce il racconto dedicato alle tavole delle feste di Casa Dufour e per terminare questo articolo pubblico proprio quel menu citato nelle ultime righe.
È battuto a macchina, come tutto il resto del diario, scritto con cura e pazienza da una persona che riteneva preziosi i ricordi di famiglia e così ha fatto in modo che questi giungessero a coloro che sono venuti dopo di lui.
In alto i calici, nel tempo delle feste.
Ovunque lei sia, Buon Natale di cuore, caro zio Francesco.

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