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Archive for the ‘Spilli’ Category

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Eccetera, eccetera, eccetera…

Ecco.
Con la speranza che il moderno emulo di Giacomo Leopardi abbia un destino più felice del celebre poeta recanatese, non soltanto in amore, naturalmente.

Biglietto

Trovato così, sulle foglie cadute, in Corso Firenze

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L’altro giorno durante uno dei miei giri nei caruggi sono passata davanti a un certo portone.
Oh, il cartello non c’è più!
Ero certa di aver già pubblicato questa immagine e invece era rimasta in una cartella insieme a molte altre fotografie, così rimedio subito.
Comunque volevo dire che noi a Genova siamo socievoli, ve lo posso garantire.
E abbiamo anche le idee chiare, che si sappia.
Dicevo? Ah, il cartello, sì!
Per l’appunto non c’è più.
Evidentemente si sono fatti capire a dovere, ecco.

Cartello

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Eccole di nuovo: le chiavi di ricerca, sicura fonte di ilarità e spesso di perplessità.
E come sempre, a parte le frasi logiche e congruenti, per qualche motivazione misteriosa c’è gente che arriva su queste pagine nelle più svariate maniere.
Ad esempio, un estemporaneo lettore è finito qui cercando prodigiosi rimedi per la sua allergia alla carta vecchia, problema che per fortuna non ho, altrimenti mi sarei accasciata da tempo sui polverosi faldoni dell’archivio di stato.
Non mi spiego affatto come caspita sia pervenuto su questi lidi colui che cercava banane quante ditte esistono e temo che sia rimasto deluso colui che era in caccia di una faretra indiana.
E comunque fate poco gli spiritosi, voi là fuori.
Fauna in Val Brugneto, foto del tasso. Ecco, a parte che io vado a Fontanigorda, che io sappia c’è un benedetto tasso che nottetempo transita spesso in un punto preciso del paese tuttavia, malgrado i miei appostamenti notturni, il figuro non si è mai degnato di palesarsi, mica è colpa mia.
Comunque quest’estate studierò qualche strategia efficace, c’è qualcuno in sala che per caso sa come si fa ad attirare i tassi?
Come al solito poi c’è gente che fa domande strane: Lago delle Lame, perché?
Eh? Scusate, perché no? Mah!

Lago delle Lame (3)

E d’accordo che io ho la mania di fotografare tutto però non esageriamo: il naso dei genovesi fotografia.
Non so, che dite, mi metto a girare per la città e chiedere ai passanti di mettersi in posa? Peculiare!
E’ sicuramente meno inquietante della seguente richiesta: boia di Parigi immagini. Non frequento certa gente, sono una ragazza con la testa sul collo, io!
Non so cosa vi faccia presumere che io sappia dirvi come portare un gatto da Genova a Monaco di Baviera ma sono lieta di presentarvi il gatto gigante.
Nero, sornione e fierissimo, adorabile!

Gatto di Sestri Levante

Una cena per due sull’acqua, chissà chi è il romantico sognatore che ha fatto questa ricerca!
E chi desidera notizie sulla pesca dei ricci di mare con la canna di bambù? Non so esservi d’aiuto e tutto sommato i ricci li lascerei dove stanno, in mare.
Com’era vestito il Conte di Cavour? Ohibò, questo è un ottimo spunto per un post! Signor Camillo Benso spalanchi le ante del suo armadio per cortesia, ho pronta la digitale!
Un animo bucolico e gentile pone un delicato interrogativo: quali sono le farfalle più socievoli? Ecco, bisognerebbe invitarne una a cena fuori per saperlo, in ogni caso questa era piuttosto bendisposta verso il genere umano, una gradevolissima compagnia!

Farfalla (5)

E poi, quali erano i nomi di chi partecipò alla spedizione dei Mille? Un giorno li metterò tutti, uno per uno, lo giuro.
Vedere come vengono le treccine mezza testa e sotto tutti i boccoli: caspita, che pettinatura complicata!
Impermeabile giallo pioggia: spiacente, qui piove di lungo, non posso prestarvelo.
Insetti striscianti e velocissimi in casa: se li trovo ve li impacchetto e ve li metto da parte, promesso.
Le chiavi di ricerca, domande su domande.
Come si chiama a Genova la piazza dove ci sono 2 leoni ed una chiesa centrale?
Gli gnocchi al pesto più buoni a Genova?
Dove comprare le ginevrine ginevrine?

Ginevrine

Ah, è una soddisfazione sapere che qualcuno trova le risposte che sta cercando!
Sono dolente invece di comunicare a tutti coloro che cercano i più svariati titoli di reginetta di bellezza che qui l’unica Miss sono io, non ci sono scettri e fasce in palio.
E non capisco il motivo di certe domande, sinceramente.
I leoni proteggono? Caspita, stavo pensando di mettermene uno sul terrazzo, non si sa mai.
Che dite, potrebbe servirmi?
Mah, non saprei proprio! Là fuori comunque c’è qualcuno che ha profonda stima delle mie capacità, io lo so.
E’ quello che è arrivato qui per ben due volte digitando una frase sorprendente, credetemi.
Signori, squillo di trombe e rullo di tamburi: Miss Fletcher mette in fuga i delinquenti.
A questo punto che me ne faccio di un leone?

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By train

Una bella giornata di sole e Miss Fletcher si arma di sano entusiasmo e parte per una nuova meta a bordo di un treno regionale.
Poche fermate a dire il vero, è stato un viaggio breve.
Un minuto di raccoglimento, per cortesia.
E una prece, grazie.
Esimie e illustrissime Ferrovie dello Stato, avrei un modesto e umile interrogativo da porre.
Ditemi che è uno scherzo, i treni regionali provengono direttamente da qualche museo dedicato alla preistoria del trasporto su rotaia, vero?
E’ tutto combinato, confessate!
Dite la verità, lo scopo è far rivivere al viaggiatore l’ebbrezza del viaggio ai tempi che furono!
E ci riuscite benissimo, che esperienza!
Il mio treno regionale aveva stazzonati sedili color blu elettrico, una tinta che non va di moda dai lontani anni Ottanta, quando li ho visti mi sono quasi commossa.
E per di più i sedili erano talmente vicini uno all’altro da presupporre che se qualcuno si fosse seduto di fronte a me certamente ci saremmo ritrovati con le nostre ginocchia che gioiosamente cozzavano le une contro le altre.
Ah.
Che sia un omaggio al sovrano Vittorio Emanuele III?
Si dice che fosse alto poco più di 1.50.
Oh, ma non è che il treno è di quei tempi là?
Sta a vedere che è proprio così, che sorpresa!
E poi la nostalgica e vetusta atmosfera del treno, d’un tratto si è catapultati in altri tempi.
Ma come mai non passa nessuno a vendere le merendine?
Ecco, le cose migliori sono sempre quelle che mancano, accidenti!
In compenso il treno sferraglia da una stazione all’altra, davvero pare di essere nell’Italia del boom economico, un pubblico eterogeneo partecipa a questa rappresentazione così ben riuscita.
C’è un bambino che piange e un attempato signore intento a fare le parole crociate, una ragazza che dorme e un’altra assorta nella lettura di un libro.
E tra i passeggeri si trova una compagnia di ragazzini in viaggio verso la riviera, una coppia di innamorati che bisbigliano tra di loro e un gruppo di amiche ciarliero e rumoroso.
Uno scompartimento è un piccolo mondo, del resto.
E ci sono anch’io, rigorosamente in pantaloni, per un viaggio in treno una gonna non me la metterei neppure se mi pagassero.
E vi dirò di più, tengo persino i capelli dentro la giacca, sì, sì!
E sapete, mentre attendevo fiduciosa al binario, mi sono felicitata del fatto che il mio treno fosse puntuale, preciso come un orologio svizzero.
Altri convogli, ahimé, annoveravano ritardi di venti minuti e oltre, che pazienza!
E la memoria è subito andata alla terra di Germania, a quando mi ritrovai alla stazione di Monaco di Baviera, in attesa del mio treno.
Sul display si accesero due stelline luminose, ingenuamente chiesi di cosa si trattasse e un viaggiatore mi rispose lapidario:
– Sono i minuti di ritardo.
Cioè, due. Ah. Son tedeschi, hanno tanti difetti ma a volte ci stracciano, non c’è che dire.
Per non parlare poi dello splendente treno che presi in terra di Albione e che felicemente mi condusse al paesino di Saint Albans.
Rosso e bianco, nuovo di pacca, lucido e fiammante, credo che su quel pavimento si potesse serenamente banchettare in tutta tranquillità.
E comunque io treni non ne prendo molti, per fortuna.
Però ascolto dritte, lamentazioni e resoconti di amici che sono buoni clienti delle nostre gloriose ferrovie.
E c’è tanta gente che ha in sorte di frequentare quotidianamente i nostri treni, se volete conoscere storie e racconti, volti e persone visti dallo scompartimento o dal finestrino del treno andate a leggervi i blog di Vita da Pendolare e di Pendolante , entrambe narrano il mondo dal loro osservatorio privilegiato.
Per quanto mi riguarda tollero viaggi brevi e poco impegnativi.
E soprattutto non amo viaggiare accanto a gente che si porta dietro civette o altri pennuti.
Eh? Capita? Per fortuna no, succedeva nel 1926, come vi ho raccontato qui.
Adesso le cose sono molto cambiate, va decisamente meglio, vero?
Buon viaggio a tutti voi!

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C’era una volta una casetta nel bosco, era circondata da alberi e aveva un verde prato di fronte.
C’era anche una grande cucina e fu laggiù che si consumò una piccola tragedia domestica.
Un bel giorno tutto mutò: era arrivato, per la gioia della cuoca, un elettrodomestico tuttofare.
Grosso, imponente, ingombrante e multitasking.
Era tedesco, ovviamente, un paradigma di efficienza, si chiamava Franz, parlava una lingua che nessuno conosceva e sapeva fare ogni cosa: tritava, sminuzzava, impastava, divenne in breve tempo il re della cucina.
Ma certo non si può dire che tutti fossero contenti del suo arrivo!
– Oh, se mi girano! Non sapete quanto! Anni e anni di onorato servizio per finire qua dentro al buio!
Così borbottava il frullino dalla dispensa nella quale era stato riposto insieme a tutti gli altri attrezzi da cucina.
Uno via l’altro erano stati mandati in pensione, si può dire così?
E sapete come accade, ognuno ha la propria maniera di reagire ai drammi della vita, quando ci si sente pervasi dal senso di inutilità il nostro carattere si svela.
Lo spremiagrumi l’aveva presa malissimo, passava le notti a singhiozzare per il dispiacere.
E sapete, quando si è in difficoltà l’unione fa la forza!
Lo spremiaglio era sempre stato emarginato, a causa delle sue frequentazioni tutti lo schivavano, si diceva in giro che emanasse cattivo odore.
E adesso? Oh, adesso era tutto cambiato!
Il pelapatate lo andava sempre a cercare per sobillarlo:
– Dobbiamo agire! Facciamo qualcosa, non possiamo arrenderci così!
La rotella per fare i ravioli era piuttosto anziana e molto saggia, cercava pertanto di sedare gli animi:
– State bravi, vediamo di far girare bene le rotelline, una soluzione si troverà!
I mestoli di legno, seppur non coinvolti, si riunirono a congresso, il mattarello si propose per mettere a posto la situazione:
– Ci penso io! Lo sistemo io quel tipo arrogante e presuntuoso!
– Calma, calma! – intervenne il colino – Questa è una situazione che fa acqua da tutte le parti!
Alcuni di loro erano davvero affranti, da protagonisti incontrastati erano divenuti semplici comparse, certi erano stati addirittura degradati a soprammobili.
Era il caso di un personaggio dal carattere un po’ schivo che ormai da giorni e giorni, da buon ligure, non faceva altro che mugugnare.
– Io qui non c’entro un cavolo! E’ una questione di stile, oltretutto, frequento da anni il pregiato basilico di Pra’ e guardate come mi hanno ridotto!

Cavolo

E insomma, lo scontento regnava sovrano.
Tutti quanti si rabbuiarono ancor di più quando videro arrivare lo schiaccianoci che aveva una ferale notizia da comunicare:
– Ho sentito la cuoca parlare di mercatino dell’usato! Vuole darci via tutti! Dice che da quando c’è Franz non ha più bisogno di noi!
Il macinacaffé e il passaverdura si facevano coraggio a vicenda, persino il trinciapollo, da tutti considerato un tipo tagliente, scoppiò in un pianto dirotto.
E oltre tutto si vociferava di un sontuoso pranzo previsto per la domenica a venire: la cuoca aspettava la visita del suo fidanzato.
Oh, Franz si dava un sacco d’arie, sì!
Era giunto il momento del suo debutto in società!
Avrebbero visto di cos’era capace!
E’ proprio il caso di dire che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, mai detto fu più appropriato, credetemi!
E infatti state a sentire cosa capitò.
Venne l’ora di cucinare e la giovane cuoca indossò un bel grembiule, mise Franz al centro della tavola e tutto attorno gli ingredienti per la sua cena.
Un rumore sordo. Tac!
Che era successo? Franz non ne voleva sapere di mettersi a funzionare, era inutilizzabile!
Qualcosa nel suo delicato meccanismo pareva non girare a dovere e ci credereste? Andò a finire nella dispensa!
Entrarono in campo i vecchi cari attrezzi di sempre, la stampo dei ravioli non stava più nella pasta dalla felicità!
E il pestello batteva nel mortaio a ritmo di musica, che melodia!
Le fruste montarono i rossi d’uovo per la torta, erano emozionate come se fosse la prima volta!
E intanto ciotole, mestoli e spatole facevano il tifo per loro!
Il tostapane lavorava a pieno regime e il parmigiano scendeva come pioggia gentile dalla grattugia, un trionfo!
La cuoca ricevette sperticati complimenti, gli attrezzi stremati e felici si godevano gli elogi.
– Oh, ma che buono questo pesto!
– E questa sfoglia, si sente che è stata tirata a mano!
E a udir queste parole il mattarello fece una piroetta sul tavolo.
Fu una cena romantica, la teiera che era notoriamente sentimentale continuava a ripetere:
– Quei due sono fatti uno per l’altra!
E le tazzine in coro risposero:
– Sì, che tenerezza!
– E che dolcezza! – fece eco la zuccheriera.
Filò tutto liscio!
Passarono i giorni, Franz venne spedito in Germania per le dovute riparazioni, ma alla cuoca venne detto che stranamente all’interno del prezioso macchinario mancava un pezzo piuttosto costoso e così la cuoca disse che preferiva attendere per la riparazione.
Franz tornò nella casetta nel bosco e fu nuovamente risposto in dispensa, in attesa di tempi migliori.
La giovane donna però si scordò totalmente di lui e ogni cosa riprese a funzionare come una volta.
Passarono i mesi, cari lettori, un bel giorno la cuoca aprì un cassetto della cucina e in mezzo ai tappi trovò un piccolo oggetto misterioso:
– E questo cos’è?
Lo rigirò tra le mani e non accorgendosi che si trattava del pezzo mancante al povero Franz lo gettò via.
Le forchette e i coltelli tirarono un sospiro di sollievo, i cucchiai si misero a battere uno contro l’altro per la contentezza.
E sapete come accade, quando si condividono gioie e dolori ci si aiuta, questo è il senso dell’amicizia.
Nessuno disse mai nulla, bisogna pur saper mantenere un segreto!
Sì, tutti tacquero, eppure tutti sapevano che il sabotaggio di Franz era opera del cavatappi.
Lui non fece mai parola dell’accaduto ma dal profondo del cuore ringraziò la sua buona stella per avergli offerto l’occasione di dimostrare il suo valore.
Finalmente era apprezzato per ciò che realmente era, al di là delle apparenze.
Nessuno disse mai più che il cavatappi era un tipo contorto e tutti vissero felici e contenti.

E qui termina questa fiaba.
E’ dedicata alla mia amica E. e al suo nuovo blog, Il cestino di Cappuccetto Rosso, ricette e delizie da imparare e da imitare, un blog che vi invito a scoprire.
So che E. certamente tiene da conto il suo pestello e il suo mortaio per fare il pesto.
E so anche che desidererebbe aver un macchinario molto simile al nostro Franz, le auguro di riceverlo presto.
Attenta al cavatappi, però, non si sa mai!

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Dedicato al mio amico Chagall che ama le fiabe e  il mondo della fantasia

C’era una volta il cassetto di un tipografo.
Era pesante, di legno scuro e massiccio, nei suoi scomparti quadrati stavano spaparanzate certe vocali panciute, mentre gli spazi lunghi e stretti ospitavano consonanti magre e segaligne.
La Q stava per conto suo, era un tipo timido e taciturno, nel cassetto si favoleggiava che avesse stretto una profonda amicizia con la U, quelle due erano sempre insieme!
La Zeta, essendo l’ultima dell’alfabeto, si sentiva quasi emarginata e non parliamo della Enne che, avendo una gambetta in meno rispetto alla Emme, soffriva di devastanti complessi d’inferiorità.
Quel cassetto ospitava un mondo assai variegato: c’era la K che era una vera scansafatiche e la J che si dava grandi arie da stella di fama internazionale, mentre la Esse stava sempre a sibilare, sussurrare e sussultare, era rumorosissima!
E malgrado ciò, quando c’era da far silenzio, era lei stessa che dal suo scomparto zittiva tutti:
– Ssssh!
La A era la prima della classe,  era aperta e di buon carattere.
La C e la H erano pettegole e ciarliere, passavano ore e ore a chiacchierare di chicchessia, a chiedere di chiunque e a chiosare.
La Erre era vanitosa e romantica, quando parlava francese nessuno sapeva resisterle, era molto invidiata dalla D, una consonante dal cuore tenero che ci pativa moltissimo di essere una dentale.
La V e la W erano cugine, in realtà non è che si incontrassero spesso ma quando capitava si salutavano con entusiasmo, avreste dovuto sentire!
Una diceva evviva, evviva e l’altra rispondeva wow!
La O era golosa e godereccia, era solita cenare fuori con la B.
Queste due, a causa delle loro scorpacciate pantagrueliche, erano piuttosto rotondette.
Talvolta capitava che si imbattessero in colei che era rinomata per la sua frugale morigeratezza, la I, la quale non mancava mai di rimbrottarle:
– Ma voi due quando la finite di rimpinzarvi?
E quelle, oziose e mai satolle, rispondevano all’unisono:
– Boh!
Un mondo in un cassetto.
Certe lettere amavano girare in coppia, ad esempio le Effe, signorine affascinanti, affabili e affettuose.
A volte un po’ affettate, è vero, ma sempre effervescenti, non si affliggevano certo per affari di poco conto.
Le T erano attente, ottimiste e attraenti.
Attaccate una all’altra come poche, due destini uniti da uno stesso trattino.
Le Elle erano di carnagione pallida, ma questo certo non diminuiva la loro bellezza e allegria, erano lodevoli pulzelle e quando si separavano restavano comunque liete e gentili.
C’erano poi certe lettere misteriose che tutti osservavano con una certa riverenza: la X e la Y erano un vero enigma.
La P era spesso vittima dei lazzi altrui, certe parole la ferivano a morte:
– Ma che pancia hai! Così in alto, poi!
Anche la G soffriva perchè tutti la prendevano in giro, si sentiva sempre ripetere:
– Hai un suono così gutturale!
Ma poi arrivava  la E e tutto si sistemava.
La E era un’eccezione, si può dire così?
Era colei che sapeva unire tutte le altre lettere, nessuno ha mai capito come facesse, le bastava esserci e come d’incanto andavano tutte d’accordo.
Al centro del cassetto c’era una serie di scomparti rettangolari, lì abitavano i segni d’interpunzione e i segni grafici.
Di tutti loro il solo che avesse certezze era il punto.
Preciso, puntuale e definitivo.
Punto e a capo, appunto.
Fianco a fianco dormivano il punto di domanda e il punto esclamativo, una convivenza difficile.
Il primo amletico, dubbioso e curioso, il secondo sempre entusiasta e sorpreso.
Le parentesi e le virgolette se ne stavano tra di loro senza dar troppa confidenza agli altri.
Il punto e virgola aveva vissuto nei secoli passati periodi gloriosi; da qualche tempo si sentiva trascurato e messo da parte, nessuno lo cercava più.
Mai che fosse il suo turno, possibile?
I due punti erano assertivi e decisi, mai un’esitazione.
Lo stesso si può dire per il trattino che era uno con le idee chiare.
Dalle parti della virgola e dell’apostrofo, però, erano guai e continue discussioni.
A notte fonda li si sentiva cianciare tra di loro, l’apostrofo era estremamente indispettito, si trovava spesso fuori posto e non certo per colpa sua.
Per di più si azzuffava di continuo con l’accento che si intrometteva a sproposito.
E la virgola a sua volta ribatteva che lei aveva una funzione precisa che taluni parevano ignorare.
I puntini di sospensione, per parte loro, andavano ripetendo tutto il giorno:
– Noi ci muoviamo a gruppi di tre! Noi ci muoviamo a gruppi di tre!
Che vita faticosa!
Un mondo in un cassetto.
Un cassetto che nei tempi antichi aveva vissuto un passato glorioso: la casa delle vocali e delle consonanti, il condominio dell’alfabeto.
Passò molto tempo, il tipografo chiuse la sua bottega.
Le lettere se ne andarono in giro per il mondo in cerca di nuove parole.
E il cassetto?
Fu coperto da una mano di pittura verde brillante ed ebbe una nuova vita.
Ancora oggi, quando ricorda il bel tempo andato, sospira.
E gli pare di sentire la Esse che sibila:
– Ssssh!

Cassetto del tipografo

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Chi cerca trova, sempre.
Ma come si arriva a un blog? Per quali tortuose vie il lettore giunge ad un post?
Eccoci qua, alle chiavi di ricerca.
Nel mio caso, come è facilmente intuibile, spesso si arriva tra queste pagine cercando i nomi dei caruggi, ma quest’estate è andato forte Don Paolo.
Oh sì,  faceva caldo e tutti volevano una granita e chiedevano orari e giorni d’apertura, caspita!
Trovo logico che tra i risultati ci sia camminare per caruggi a Genova.
E anche frecce indicazioni centro storico.
E poi c’è anche percorso stradale Torino acquario di Genova. Addirittura? Da Torino per vedere l’Acquario, eh? Non mi dilungo, già sapete come la penso.
C’è chi pone interrogativi di semplice risposta: che alberi sono quelli al Porto Antico di Genova?
Eccoli qua, palme!

E poi c’è chi chiede: Bogliasco è bella? Caspita, sì! Devo dirvelo io?
Qualcuno poi fa strane affermazioni: Portofino non è così bella.
Cosa devo rispondervi? Le immagini parlano da sole.


Ecco, tutto ciò ha un senso, sono altre le cose che mi allarmano.
Ad esempio, un sibillino che ti ricongiunga presto sul quale preferirei soprassedere e non indagare oltre.
Men che meno desidero sapere cosa andasse cercando colui che è arrivato qui alla ricerca dell’ultima stanza. Ansia ed inquietudine.
Ci sono poi quelli che sono in crisi domestica e richiedono a me le più svariate delucidazioni.
Ad esempio: come mai mi salta la corrente quando uso la lavatrice e il phon?
Chissà se costui abita nello stesso condominio di quello che sconsolato afferma: come accendo la lavastoviglie salta la corrente.
Scusate, ma è il caso fare molteplici tentativi? No, così per dire, eh!
E c’è chi se la passa davvero male, come ad esempio il tapino che lancia un disperato urlo in cerca d’aiuto: come far uscire una serpe da casa.
E quell’altro che invece è afflitto da dubbi amletici: mi e’ entrato un geco dentro casa ma non lo trovo piu’ potrebbe essere riuscito fuori?
Potrebbe, chi più saperlo! Provate a guardare nel cassettone della tapparella, io una volta ce ne ho trovato uno. Stecchito, secco, sembrava mummificato.
Orrore e brivido.
Andiamo avanti e passiamo a coloro che vivono su una romantica nuvoletta rosa, ah, l’amore!
Ad esempio, la mano gentile di qualche romantica fanciulla e piena di sogni ha lasciato questa traccia: parole belle per un uomo dolce, interessante, creativo, un vero signore.
Perbacco! Chi sarebbe costui? E lo cercate qui? No, no, no, siete proprio fuori strada, guardate, io non conosco tipi del genere, manco per sbaglio.
Leggasi identica risposta per chi mi chiede: dov’è il mio principe azzurro? Fatevene una ragione, da queste parti non si è visto.
Certe fanciulle sono in cerca di drastiche soluzioni: lettera di addio di una donna che lascia il suo uomo per andare a Parigi.
Alcuni, invece, hanno ben altri programmi: adesso ci vorrebbe un camino, un bel letto e io e te.
Un inguaribile ottimista va cercando: rondini volteggiare nel cielo immagine.
Senz’altro, quando le rondini si metteranno in posa per me vi farò sapere, ad oggi si limitano a sfrecciarmi davanti a velocità supersonica.
Ma non è finita: non capisco tutti questi uccellini che hanno da cinguettare alle 2 di notte! Beati loro, aggiungo io!

Resto allibita nel leggere come scrivere una dedica ad uno che non conosci. Mi spiegate? Per quale motivo intendete scrivere dediche a dei perfetti sconosciuti?
Sì, chi cerca trova e le domande sono le più svariate.
Come si chiama lo stalliere di Lady Diana?
I gradini sono ricoperti?
Il pedone che si butta ha ragione?
Perchè il Monte Schenone si chiama così?
Rilancio: dove caspita è il Monte Schenone? Mai sentito nominare!
La bacchetta magica quante zucche apre?
A che ora rientra il cinghiale nel bosco? Questa la so! Ah sì, la so, la so!
La scorsa estate, mentre speranzosa attendevo il passaggio dei daini, ho udito provenire dal bosco uno sgradevole grugnito imputabile a ben sei cinghiali sei di svariate taglie che transitavano verso mete a me sconosciute.
Dopo i convenevoli di rito con il capobranco, mi sono garbatamente accomiatata da questa simpatica compagnia e sono lieta di annunciarvi che erano circa le sette di sera.
Qualcuno in cerca di lezioni di etichetta è arrivato qui tramite la frase: auguri per una miss.
Vanno bene in ogni maniera, grazie!
Ho qualche difficoltà a rispondere a certe domande, come questa, ad esempio: come si fa a sapere se come antenato si aveva una strega?
E sinceramente vi pregherei di non provocarmi inutili crisi di identità, mi rivolgo a colui che è giunto qui cercando Miss Marple blog Genova. Io sono Miss Fletcher, non facciamo confusione, per cortesia.
Ma sapete, a volte dalle chiavi di ricerca si hanno anche grandi soddisfazioni e l’assoluta certezza che chi ha digitato quelle parole stesse cercando proprio te: Dr Martens e minigonna nera.
Oh yes, that’s me!

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L’arte di fare le valigie.
Sospiro carico di profonda rassegnazione.
L’altro giorno, mentre mi apprestavo a preparare i bagagli, pensavo ad alcune care amiche di blog.
Mentre svuotavo l’armadio mi è venuto in mente questo post di Giovy, instancabile viaggiatrice che decisamente è più abile di me in questa complessa arte.
E poi, mentre cercavo di domare tutto l’ambaradan, il pensiero è andato a Denise, e a questo articolo nel quale illustra le sue sapienti teorie sul minimalismo come stile di vita, condivido e la ammiro molto, sappiatelo.
Andate a leggere ed imparate da loro, io su questo argomento ho veramente poco da insegnare.
E cito testualmente Denise, saggia ragazza.

Perché possedere tanta robbba significa anche doverla, spesso, spostare, sollevare, trascinare, ecc

Ecco, appunto, Denise, non dirlo a me!
Ora, tutto giustissimo, ma a me riesce veramente arduo metterlo in pratica.
Per caso si fanno dei corsi rieducativi, che voi sappiate?
L’epopea dei bagagli è una questione annosa, ovunque io vada mi porto l’inenarrabile, manco stessi partendo per una traversata transoceanica senza ritorno, ho idea che l’esercito di Napoleone durante la campagna di Russia fosse molto meno equipaggiato di me.
Del resto, a quanto pare, il suddetto esercito perse quella campagna anche a causa dei bottoni di stagno delle divise, che si frantumarono per il freddo.
Vedete? Se avessero avuto un cambio, la storia avrebbe avuto un altro corso, fate un po’ voi!
E così io, cautamente, onde evitare assideramenti o altre letali conseguenze, parto armata di tutto punto.
Sandali, scarpe da pioggia, felpe, maglioncini di cotone e di lana, canotte e magliette con le quali potrei serenamente allestire un fiera di paese, borse e zainetti che non uso mai ma sapete com’è, non si può mai dire!
A questa lieta e festosa migrazione dei miei abiti da un armadio in città ad uno di campagna, si aggiunge la selezione dei prodotti per la cura del viso e della persona.
Tasto dolente.
Ho l’insana abitudine di usare sette prodotti contemporaneamente.
Tradotto, significa altrettanti barattoli iniziati e pieni a metà.
Tanto per fare un banale esempio, al momento attuale ho in uso quattro tipi di shampoo, tre balsami e cinque diversi oli per i capelli.
E quindi? Ovviamente per partire compro tutto nuovo, mi pare ovvio, e così ho fatto.
E le varie cremine, maschere e lozioni assolutamente indispensabili?
E il profumo? Non vorrete mica portarne uno solo? Volete scherzare, io ne porto almeno due!
Viaggio sempre con qualche ricamo al seguito, ma aghi, fili e tele, per fortuna sono leggeri e occupano poco spazio.
Da ultimo, passiamo alla sezione pesi di varia entità: i libri.
Dunque, ieri ne ho comprati due, i testi lievi dell’estate, li leggerò per primi e ci impiegherò poco, già lo so.
Ci sono due illustri signori, Balzac e Zola, che hanno già preso posto sulla diligenza, ma sono due tipi poco ingombranti, tutto sommato.
A fianco si sono aggiunte in buon ordine alcune eroine della rivoluzione francese.
Sono personcine suscettibili, non me la sento di contraddirle, quindi in carrozza!
I posti in fondo sono riservati ai crociati e ai patrioti, senza di loro non si va da nessuna parte.
Sono ancora in dubbio se portare con me il Generale Massena con le sue truppe, ma lui ne è all’oscuro e quindi mi riservo di comunicarglielo all’ultimo minuto.
Da ultimo ho buttato in valigia un tomo sulla storia di Genova che pesa come un laterizio di cemento armato, diciamo che potrebbe serenamente servirmi come arma di difesa.
Ecco, malgrado ciò, ho ancora qualche incertezza.
Ogni tanto lancio un volumetto in valigia poi, diligentemente, lo rimetto al suo posto.
Beh, dal mio luogo di vacanza vi aggiornerò sulle mie letture, statene certi!
E in tutta questa baraonda vacanziera, sto cominciando a pensare a cosa dimenticherò di portare.
Sì, ogni anno scordo qualcosa di fondamentale ed assolutamente irreperibile lassù.
Una volta fu il temperino per la matita per gli occhi.
Sconforto.
Sembrerà una frivola banalità, ma un kajal mozzo è tutt’altro che piacevole!
Da allora ne porto sempre due, non sia mai che uno si perda! Intanto prendono poco posto, no?
Eh, l’arte di far le valigie!
L’anno prossimo assumo come consulenti Giovy e Denise e lascio fare a loro, così finalmente riuscirò a viaggiare leggera!
Beh, se poi mi dovesse servire qualcosa, posso sempre tornare a Genova a prenderlo, no? Acqua in bocca però, mi raccomando, a loro due non dite niente!

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Diverso tempo fa, ages direbbero gli inglesi, ero solita fare certe uscite serali con un caro amico, che è persona assai peculiare.
Mi spiego meglio: il mio amico è un tipo pieno di stile, uno che cura la forma e la buona educazione.
Ha anche un’innata passione per tutto ciò che è militare, appartiene lui stesso ad un corpo dell’esercito, se non sbaglio ha qualcosa a che fare con la Cavalleria.
Come sapete, le divise offrono grande soddisfazione alla vanità maschile, ah sì!
Entro certi limiti, però, e c’è modo e modo per far sfoggio di certa eleganza.
Quella sera ci eravamo accordati per due chiacchiere davanti a un bicchiere, a Portofino.
Niente male come scelta, no?


Bene, per una serie di circostanze, il mio amico si presentò con un abbigliamento abbastanza fuori dal comune.
Ecco, adesso vi prego di usare un po’ di fantasia ed immaginare questa strana coppia che parte alla volta della riviera.
Giovani, carini, beneducati ed universitari.
Lei indossa una minigonna nera, calze coprenti e scarpe con la zeppa.
Lui, il mantello.
Un mantello turchese, con tanto di ammennicoli dorati, decorazioni varie ed abbinato cappello d’ordinanza.
Metri e metri di stoffa color del cielo!
E capirete bene che in queste condizioni sia un po’ difficile passare inosservati!
E se qualcuno si volta a guardare, non è per ammirare la fanciulla di turno, come normalmente dovrebbe accadere, bensì è per lo stupore di vedere un tizio abbigliato in siffatta maniera.
Chi sarà costui che incede altero e regale con cotanto mantello sulle spalle?
Oltre tutto il mio amico sfoggia queste mise con totale nonchalance.
E io mi ricordo di noi due che camminiamo per la piazzetta di Portofino, soprattutto ho incisa nella memoria l’immagine di lui che avanza fierissimo,  come se nulla fosse.
E intorno sguardi attoniti si posavano su di noi, una scena veramente imbarazzante.
Andammo in un localino molto mondano e molto a la page, d’altra parte eravamo a Portofino, mica in un posto a caso!
E così ci accomodammo a un tavolino, due chiacchiere, una bibita e poi di nuovo fuori, sul molo a passeggiare.
Accanto a uno che sembrava il principe azzurro e che si pavoneggiava baldanzoso nel suo elegante mantello.
Per fortuna c’era poca gente, ma quei pochi mi son bastati!
Quando giunse il momento di rincasare, ci avvicinammo verso la macchina.
Breve postilla: parcheggiare a Portofino, in qualunque stagione, è impresa non da poco.
O meglio, ci sono i posteggi a pagamento, attualmente il costo del parcheggio coperto ammonta ad Euro 5.50 l’ora, così, tanto per dire.
Secondo voi il mio caro amico di tante scorribande cosa aveva pensato bene di fare?
Ma ovviamente aveva lasciato la macchina in un posto dove mai e poi mai bisognerebbe posteggiare, men che meno a Portofino, dove ti aspettano al varco per darti la multa.
Così quando arrivammo all’auto, mentre lui ondeggiava vanitoso nel suo principesco mantello, vedemmo i  Carabinieri palesemente infastiditi venirci incontro e ci fu, per così dire, una sorta di pacata discussione tra le competenti autorità e il principe azzurro che, ricorrendo a tutte le sue ben note capacità oratorie, riuscì a sfangare qualunque tipo conseguenza.
Io però mi ricordo benissimo la faccia del giovane carabiniere che dialogava con il mio amico, che tutto sussiegoso si profondeva in improbabili giustificazioni.
Quell’altro, il carabiniere, lo guardava con un’espressione nella quale colsi una sorta di attonito stupore frammista ad un palpabile senso di commiserazione.
Francamente per un attimo ho temuto che ci arrestassero o che chiamassero un’ambulanza con le pareti imbottite per rinchiuderci entrambi in un posto sicuro, dal quale non saremmo usciti mai più!
Lasciammo Portofino con tante scuse, senza alcuna conseguenza, grazie al cielo!
Ogni volta che ripenso a quell’episodio, mi viene da ridere, mi ero divertita da pazzi, mi bastava poco, forse!
Beh, quasi quasi chiamo il mio amico, sì.
E’ giunta l’ora di rimettersi il mantello e di tornare laggiù, a Portofino.
E vedere l’effetto che fa.

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Cicloni e anticicloni

E alla fine giunse Caronte, con le sue temperature bollenti.
Ho un dubbio che mi attanaglia sin dal lontano dicembre, da quando lo stivale venne investito dal Burian, il temibile vento siberiano.
Ricordate? La fontana di De Ferrari era ghiacciata.
Ecco, se qualcuno su dalla regia mi ascolta, saremmo grati di un estemporaneo replay, giusto per riprenderci dal caldo!
Ladies and Gentlemen, per la vostra gioia, ecco a voi, completamente fuori stagione, il gelido Burian, ciak si gira! Magari!
Ecco, comunque cosa stavo dicendo? Ah sì, l’inverno!
E poi si avvicendarono le stagioni, venne la primavera e quindi l’estate.
E giunse Scipione, l’infuocato anticiclone.
E nei giorni a seguire lo soppiantò l’orrido e torrido Caronte, nome mutuato dal tetro traghettatore dell’Inferno al quale Dante attribuì poco confortanti occhi di bragia.
Ecco, vorrei porre un timido e perplesso interrogativo, se mi permettete.
Ma in questa amena nazione sull’orlo del tracollo, chi caspita si prende la briga di tirare fuori nomi del genere?
Capisco che al genio italico non c’è limite, ma sinceramente potrebbero anche risparmiarci.
E oltretutto non abbiamo inventato nulla, gli americani lo fanno da sempre e battezzano i fenomeni atmosferici con nomi propri di tutto rispetto.
Eh, ma noi siamo la culla della cultura e quindi i nostri anticicloni vengono appellati in siffatta maniera, non ci facciamo mancare proprio nulla!
E comunque, l’essenziale è che al pubblico giungano alcune fondamentali informazioni e se ancora non le avete recepite vi prego di prestare la dovuta attenzione.
La prima è questa: nei mesi invernali fa freddo, mentre d’estate fa caldo.
E poi, se per caso aveste dei dubbi, sappiate che il gelo viene dalla Siberia, mentre la calura infernale arriva direttamente dall’Africa.
Sorprendente, vero? E chi l’avrebbe mai detto!
Nei meandri della creatività meteorologica si aggirano poi strani personaggi pirandelliani in cerca d’autore di difficile collocazione.
E’ il caso della temperatura percepita, chi l’aveva mai sentita nominare fino a qualche anno fa?
C’era solo quell’altra, la banale temperatura in gradi centigradi.
Poi è arrivata questa, che secondo me ha dei problemi di identità, oltre che di umidità.
Si è perso nella nebbia, invece, il vento di Föhn.
Ecco, parliamone. Qualcuno sa dirmi che fine abbia fatto?
No, perché fino a qualche tempo fa, a una minima bava di vento leggermente calda, spuntava un serio signore che con tono grave annunciava alla nazione l’inesorabile e minacciosa presenza del vento di Föhn.
Di punto in bianco il povero Föhn è scomparso. Che abbiano esodato pure lui? Così, tanto per sapere, eh!
E quell’altro che risponde al nome di El Niño?
Tranquillizzatevi, lui esiste sempre, ho appena controllato sul web.
Il fatto è che non se ne parla più tanto, ecco.
Come diceva Andy Warhol, i famosi quindici minuti di celebrità spettano a chiunque, passati quelli cadi nel dimenticatoio per sempre.
El Niño, tuttavia, non deve averla presa tanto bene e infatti sta per ripresentarsi in forma smagliante sul palcoscenico mondiale, per i dettagli della sua prossima performance vi rimando a questa notizia Ansa a dir poco allarmante.
Resiste impermeabile ad improvvisi crolli di popolarità l’imperituro Anticiclone delle Azzorre, che si ripresenta con cadenza regolare.
Personalmente ho sempre avuto un’inespressa curiosità, che presto o tardi intendo soddisfare.
Ma quelli delle Azzorre, quando il loro benedetto anticiclone parte per il tour estivo, che caspita di clima hanno? Ecco, qualcuno è in grado di illuminarmi, per cortesia?
Mi risulta che le Azzorre siano splendide isole di origine vulcanica, tra maggio e luglio pare che si ricoprano di ortensie, una meraviglia!
Tuttavia non posso fare a meno di pensare ai poveri abitanti riuniti sulle coste che con la manina salutano nostalgici il loro vagabondo anticiclone.
Eh, potere della fantasia!
Prima o poi partirò per le Azzorre, con un cappello di paglia a tesa larga e una valigia vagamente retrò, mi sembra la tenuta adatta.
Comunque anche da quelle parti c’è da stare attenti.
Infatti, a quanto pare, nel 1811 dalle profondità degli abissi emerse un’isola, che venne chiamata Sabrina, la quale poco tempo dopo si rituffò nell’Oceano per scomparire definitivamente.
Mah! Che sia stata colpa di qualche anticiclone?

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