La spada di Andrea Doria e il destino di un ladro

C’era, in un tempo lontano, un uomo nobile e prode la cui gloria risuonò nei secoli a seguire, il nome dell’Ammiraglio Andrea Doria brilla ancora per la sua grandezza e per il valore della sua figura.
Tale caratura fu a lui riconosciuta anche nella sua epoca e l’evento che vado a raccontarvi si collega ad un onore tributato ad Andrea Doria da Papa Paolo III.
Correva l’anno 1538 quando Sua Santità volle donare una magnifica e preziosa spada di onore e da parata proprio ad Andrea in quanto “propugnatore fortissimo della fede di Cristo”.
L’arma di così rara bellezza aveva il pomo e la cintura d’oro e l’elsa tempestata di pietre preziose, sulla sua lama si potevano distinguere le incisioni in oro dei Santi Pietro e Paolo e la scritta Paulus III Pont. M. Anno I.
La spada rimase in possesso di Andrea Doria per tutta la sua vita e lui dispose che alla sua morte essa fosse posta accanto al suo sepolcro.
Là, nella Chiesa di San Matteo che si affaccia sulla piazza omonima, dove si trovano anche le dimore dei Doria e che fu chiesa gentilizia di questa celebre famiglia genovese.

Qui dormono il loro sonno eterno i valorosi rappresentanti della famiglia Doria, troverete i loro nomi incisi sul marmo.

In fondo alla navata sinistra una piccola porticina cela le scale che conducono alla sottostante cripta.

Là riposa Andrea Doria e come già scrissi secondo la volontà dell’ammiraglio alla sua morte sopravvenuta nel 1560 la spada donatagli dal papa venne posta accanto alla sua tomba.

Trascorsero ben 16 anni e un giorno la spada scomparve, sottratta dalle leste mani di un abile ladro.
Un simile affronto era intollerabile e così Giovanni Andrea Doria, nipote dell’ammiraglio, offri 200 scudi d’oro a chi avrebbe riportato la spada.
Ahimè, l’arma preziosa non venne restituita, tuttavia tra le mani della giustizia cadde colui che l’aveva rubata: il ladro di chiamava Mario Calabrese ed era un sottocomito di una delle galee della Repubblica.
Colui che aveva avuto l’ardire di mettere le mani sulla spada dell’Ammiraglio pagò con la vita il suo delitto e venne crudelmente giustiziato in maniera singolare: come narrano le cronache sapientemente riferite dallo storico Michelangelo Dolcino, Mario Calabrese fu impiccato con una corda d’oro nella Piazza di San Matteo e forse di questo evento a lungo si parlò nei caruggi della Superba.

La lama della spada di Andrea fu rinvenuta diverso tempo dopo in una fogna nella zona di Ponte Calvi, non furono mai ritrovate l’elsa con le gemme, il pomo d’oro e tutte le parti preziose.
Così venne lasciata e ancora si conserva, nella Chiesa di San Matteo, in una teca illuminata, muta testimone di un passato lontano e del valore dell’Ammiraglio Andrea Doria.

Genova, 1418: la tragica storia di Luca Pinelli

Questa è la vicenda tragica di un nobiluomo vissuto diversi secoli fa.
Luca Pinelli appartiene alla blasonata famiglia che ancora oggi dona il nome a una bella piazza dei caruggi sulla quale si affacciano magnifici palazzi.

Luca Pinelli vive in un’epoca difficile e turbolenta: è il 1418 e Doge della Superba è Tomaso di Campofregoso.
Nemici del Doge sono certi nobili fuoriusciti che tramano contro di lui e trovano un forte e potente alleato in Filippo Maria Visconti duca di Milano.
Per poter conservare il suo potere Tomaso di Campofregoso si vede così nella necessità di trovare a sua volta un appoggio e dei fondi per la difesa: si rivolge così alla città di Firenze alla quale propone la vendita di Livorno in cambio 100.000 fiorini d’oro.
Il Doge chiede anche certi privilegi come l’immunità per i genovesi a Pisa, Livorno e Porto Pisano, domanda anche che i fiorentini che portino le loro mercanzie verso le Fiandre usino le navi dei genovesi, vuole infine che nessun ribelle possa restare nella città di Pisa e nei suoi dintorni per più di tre giorni.
Le notizie, si sa, volano veloci di bocca in bocca, a quanto ne riferisce il Marchese Girolamo Serra nel suo volume La Storia della Antica Liguria e di Genova, il fatto giunge persino alle orecchie del Visconti il quale rilancia immediatamente: lui sarebbe disposto persino a donare Livorno ai fiorentini ma costoro, cogliendo una buona opportunità nella proposta del Doge genovese, accettano la sua offerta.
E ritorniamo così nella Superba, nel giorno in cui Tomaso di Campofregoso presenta in Consiglio la sua proposta.

Un uomo, uno soltanto, osa contrastare il Serenissimo Doge: è lui, Luca Pinelli.
Con nobiltà e autorevolezza egli si alza in piedi e pronuncia un accorato discorso nel quale esplica tutte le sue contrarietà in merito alla vendita di Livorno.
Perdere quei privilegi per puro interesse non sarebbe cosa nobile, sostiene Pinelli.
È fiero e orgoglioso Luca Pinelli, l’aristocratico pronuncia quelle parole con ardente amore per Genova e per la grandezza del suo nome.
La patria ha bisogno di denari per la sua difesa? Luca Pinelli è generoso e assicura che lui e i suoi amici sono disposti a offrire un consistente aiuto finanziario donando tutto ciò che hanno nel Banco di San Giorgio, aggiunge che di certo quella cifra non sarà pari al denaro dei fiorentini ma sarà più che sufficiente per la la pubblica difesa.
Dice anche che, vendendo Livorno, magari di lì a poco sarebbe stato necessario vendere Genova stessa e che questo sarebbe stato un gran disonore.
È un discorso accorato e potente di fronte al quale il Doge resta nel suo criptico silenzio, in quella circostanza la vendita di Livorno non viene approvata.
Scese poi la notte, il buio ammantò le strade di Genova e avvolse anche la bella dimora di Luca Pinelli in Via San Luca.
Quel buio sinistro segnò il destino di colui che aveva osato contrastare il Doge: il mattino seguente un raggio di luce rischiarò la città e illuminò anche la nostra Piazza Banchi, allora tetro e cupo scenario della fine tragica di Luca Pinelli.
Egli era là, senza più vita, crocifisso sulla pubblica piazza e ai suoi piedi era stato posta la seguente lugubre iscrizione:

Quia locutus est verba quae non licet homini loqui.
Perché ha pronunciato parole tali che non è lecito ad uomo.

Il giorno stesso fu approvata la vendita di Livorno, nessuno osò più contraddire il Doge.
Quando passate a Banchi ricordate che qui avvennero fatti tragici che oggi non sappiamo immaginare eppure appartennero al nostro passato.
Qui, nel 1418, trovò la sua fine il nobile Luca Pinelli.

Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione

Questa è la storia di un uomo narrata spesso tramite le sue stesse parole.
Non è la biografia di un rivoluzionario, è piuttosto la ricerca del suo pensiero e delle sue azioni tramite la traccia che egli lasciò.
Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione è il saggio di Stenio Solinas pubblicato da Neri Pozza e dedicato alla figura di uno dei più protagonisti del sanguinario regime del Terrore durante la Rivoluzione Francese.
Louis Antoine de Saint-Just frequenta la scrittura, è il mese di maggio del 1789 quando pubblica l’Organt, un poema in venti canti che è il riflesso del suo pensiero: di lì a poco avverrà la presa della Bastiglia e Saint-Just in quel tempo sarà ancora lontano da Parigi ma già imbevuto e partecipe degli ideali rivoluzionari.
Arriverà nella capitale francese e diverrà il più grande amico di Robespierre al quale lo unirà un profondo legame.
Lo storico Michelet definirà Saint-Just l’Arcangelo della Morte, la sua figura è anche ammantata dall’epica della bellezza, Solinas racconta anche dei suoi ritratti esposti al Museo Carnavalet che restituiscono l’immagine di un avvenente giovane che al lobo porta un orecchino.
E con sapienza Solinas offre al lettore anche uno sguardo su un altro aspetto che distingue l’epoca rivoluzionaria: la rivoluzione è anche l’epica della giovinezza.

Avversari e rivoluzionari di rado riescono a superare i 40 anni, l’autore presenta uno spaccato di quella società e induce così il lettore a riflettere su questo particolare aspetto.
Saint-Just stesso arriva a Parigi che è appena un ragazzo, il folle clima del terrore di quel tempo brucia vite ed ideali.
Come dicevo, il saggio non è una biografia, narra le intemperanze del protagonista e il ruolo che egli ebbe nella politica del tempo ma lo osserva in maniera mediata con uno sguardo particolare sulle sue azioni e sul suo credo.
Secondo la mia personale opinione questo testo prevede già una certa approfondita conoscenza degli eventi dell’epoca, l’autore per parte sua si muove con notevole dimestichezza tra le diverse tematiche inerenti la Rivoluzione Francese, non tralasciando rimandi a studi di epoche recenti e dotte citazioni.
Alcune pagine, poi, restituiscono appieno il furore della Rivoluzione come ad esempio quelle nelle quali si narra la seduta della Convenzione durante la quale si decide il destino di Luigi XVI e nel luogo nel quale tutto avviene la tragedia diventa spettacolo messo in scena dal pubblico presente in sala:

“…si mangiano gelati, arance, si bevono liquori, ci si scambia complimenti e saluti fra belle donne nel loro più charmant négligé e amici, ammiratori, spasimanti più o meno maturi.”

In questo clima cresce e si alimenta la passione politica di Saint-Just, interessante è il capitolo dedicato alla sua riorganizzazione e riforma dell’esercito.
Questo libro complesso e certamente particolare restituisce così il ritratto di una figura insolita osservato da un particolare punto di vista.
Eccolo il giovane Saint-Just: un giorno prima di essere condotto al patibolo si presenta alla Convenzione vestito con somma eleganza, come se dovesse partecipare ad una festa.
Resta su quella tribuna e non riesce a prendere la parola, i suoi nemici non gliela concedono ma, a differenza del suo amico Robespierre che strepita per difendersi, Saint-Just tace e affronta il destino con impassibile sangue freddo.
Sono 21 coloro che insieme a Saint-Just sono destinati al patibolo, la loro vista è lo spettacolo di un’umanità umiliata e dolente, coperta da vesti lacere e macchiate di sangue.
È la Place del La Concorde il luogo dell’esecuzione e Saint-Just andrà incontro alla morte ritto su un carro, con l’abito di camoscio e il gilet con un solo bottone allacciato a lasciar scoperto il petto.
È il 28 Luglio 1794, la lama implacabile della ghigliottina precipita giù e recide la testa di Louis Antoine de Saint-Just, all’epoca appena ventisettenne.
Così termina l’intensa vicenda terrena di un giovane che visse nella vertigine della Rivoluzione.

Esposizione Italo-Americana del 1892: regate a vela e a remi

Accadde nel 1892, in quell’anno glorioso si celebravano i 400 anni della scoperta dell’America e la città di Genova, per celebrare il più celebre dei suoi figli, organizzò in onore di Cristoforo Colombo la grandiosa Esposizione Italo-Americana che ebbe inizio ai primi di luglio per terminare poi ai primi di dicembre.
Numerosissimi furono gli eventi e le iniziative, ovviamente è impossibile narrarli tutti in breve e allora oggi vi porterò in riva al mare blu come quello che condusse con le sue onde il prode Colombo verso fama imperitura.
Qui, su quell’azzurro spumeggiante, si tennero le regate a vela e a remi, traggo le notizie che vi narro dal volume Cronache della Commemorazione del IV Centenario Colombiano edite a cura del Municipio proprio in quel 1892.
Dunque, a promuovere le splendide regate a vela fu il Regio Yacht Club Italiano e moltissime furono le imbarcazioni che presero il mare.
Il campo di regata comprendeva un triangolo che aveva i suoi vertici nei tre seguenti punti: all’estremità del Molo Lucedio, davanti a Sampierdarena e a Quinto al Mare.
Gli yachts e le candide vele si sfidarono ai primi di agosto, il vento di scirocco favorì la navigazione.

Cari amici, non sto a elencarvi i nomi dei partecipanti, erano davvero tanti e certo si trattava del fior fiore della buona società, tra di essi figura anche il Capitano Enrico d’Albertis, il volume riporta con precisione i risultati delle diverse gare.
Ovviamente non mancarono le occasioni mondane e la sera dell’otto agosto nello scenario della sfavillante Villetta Serra riccamente illuminata si tenne un esclusivo garden party, la sala al piano terreno era adornata con le bandiere di tutte le nazioni.
Ecco l’augusta nobiltà cittadina, fanno sfoggio di raffinatezze le elegantissime signore dell’olimpo genovese e forestiere, così recita l’articolo di Il Secolo XIX riportato sul libro.
Non mancava il sindaco Barone Andrea Podestà e con lui molti notabili della città.
Venne poi la metà del mese e dal 14 al 16 si tennero nel Porto di Genova le regate internazionali a remi.
Il pubblico sulle tribune che circondavano il palco reale ammirò compiaciuto lo spettacolo straordinario delle regate.

Tratto da Cronache della Commemorazione del IV Centenario Colombiano
Volume di mia proprietà

L’Italia annoverava atleti provenienti da città diverse e schierò nelle diverse gare equipaggi con sportivi provenienti da Genova, Milano, Torino, Piacenza, Pavia, Livorno e Firenze.

E così si legge:

“Lungo il campo delle regate due lunghe file di navi da guerra, yachts e grossi vapori della Navigazione Generale Italiana e di altri armatori completavano il quadro grazioso a cui era sfondo splendido il Superbo Porto di Genova.”

Le giornate si conclusero con le cerimonie di premiazione dei vincitori e con il brindisi alla gloria dei partecipanti.
Furono giornate memorabili per Genova, furono tempi di festa e di celebrazione.
In onore di Cristoforo Colombo, fiero navigatore e illustre figlio della Superba.

Il monumento a Giuseppe Garibaldi

La sua figura si staglia nelle piazze di molti luoghi della nazione che egli contribuì a costruire, elencare il numero dei monumenti a Giuseppe Garibaldi sarebbe impresa ardua.
Nel capoluogo ligure ve ne sono diversi, furono eretti in quelle zone di Genova che un tempo erano comuni autonomi, a Pegli e a Sampierdarena svettano le statue nelle quali si ritrovano i tratti dell’Eroe dei Due Mondi.
La statua più celebre, tuttavia, è il centralissimo monumento equestre sito in Largo Pertini nello spazio tra il Teatro Carlo Felice e l’Accademia delle Belle Arti realizzata nel 1893 prima che questa parte di Genova mutasse aspetto con la costruzione della centrale Via XX Settembre e i successivi ampliamenti di Piazza de Ferrari.

Così svetta l’eroe del Risorgimento, l’augusto condottiero delle Camicie Rosse, l’uomo lungimirante e idolatrato dalle folle, colui che con le sue gesta mutò il corso della nostra storia.
Giuseppe Garibaldi morì il 2 Giugno 1882 ma la sua figura restò nel cuore e negli sguardi di molti.
In questa Genova dalla cui rive egli partì a con i suoi giovani e ardimentosi combattenti alla volta di Marsala, si volle tributargli l’onore di un monumento equestre che fu realizzato dal valente scultore Augusto Rivalta.


L’artista fu autore inoltre di diversi monumenti funebri collocati a Staglieno come la tomba della famiglia Raggio e la tomba del patriota Francesco Bartolomeo Savi, a lui si devono anche il monumento a Raffaele Rubattino sito a Caricamento e le statue di Garibaldi e di Niccolò Barabino collocate a Sampierdarena.
Augusto Rivalta, oltre ad essere un talentuoso e prolifico scultore, era anche un ardente patriota e fu fieramente nella schiera dei Mille che seguirono il Generale Garibaldi.
Egli così conosceva bene quel piglio, quella fermezza, quel carattere che effigiò nel bronzeo monumento equestre al Generale.

L’opera fu inaugurata il 15 Ottobre 1893 alla presenza di una patriottica folla festante e di molte illustri autorità.
Così si osserva la fiera figura di Garibaldi nella prospettiva del colonnato del Teatro Carlo Felice.

Così egli si svela a noi nella sua magnifica imponenza di temerario condottiero.

Garibaldi siede in sella al suo destriero e colpisce la sapiente maestria di Rivalta nel forgiare il superbo cavallo nei suoi particolari: la criniera pare come smossa da lieve brezza e le redini sembrano quasi dondolare piano.

Luccica la spada sotto il sole della Superba.

E forse anche Agusto Rivalta avrà guardato il suo monumento nel bagliore di una luce che declina, mentre nell’azzurro scorrono perdendosi leggere certe effimere nuvole vaghe.
Il nome dell’eroe è scolpito nella pietra, immortalato nei libri di storia, ricordato in migliaia di strade, vie e piazze d’Italia.

A Giuseppe Garibaldi, all’Eroe dei due Mondi, ancora in sella al suo destriero sotto il cielo lucente di Genova.

Le cinque donne

Cinque donne, cinque fragili vite tragicamente stroncate da un assassino la cui figura ancora evoca profonde inquietudini: Le Cinque donne – La storia vera delle vittime di Jack lo squartatore è il superbo saggio di Hallie Rubenhold edito da Neri Pozza e vincitore del Premio Baillie Gifford per la non fiction.
Un libro coinvolgente come un romanzo, incalzante, scritto con garbo e competenza, puntuale ed efficace come deve essere un’autentica indagine storica, il volume è frutto di un accurato e minuzioso lavoro di documentazione compiuto su una gigantesca mole di carte d’archivio, giornali e pubblicazioni.
Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane sono le protagoniste.
A ciascuna di loro Hallie Rubenhold dedica un capitolo, approfondendo le vicende della vita di ognuna senza indulgere sui particolari della loro fine e tralasciando la ricerca di informazioni sulla misteriosa figura del loro assassino: nessuna supposizione sulla vera identità di lui, volutamente scarni i dettagli sugli omicidi.
L’autrice intende così riportare così al centro della scena le sventurate vittime e mostrarci il loro vero volto, delineando al contempo un affresco straordinario di una certa Londra vittoriana, ne può scrivere in tale maniera soltanto chi conosca davvero a fondo la storia della capitale inglese e chi frequenti con passione le pagine dei suoi più celebri narratori come Charles Dickens.
Una città vibrante, fosca, complicata e tumultuosa e resa reale da questa scrittura magnifica, ad esempio così viene presentata Fleet Street, la zona del distretto tipografico:

“I cilindri ruotavano, le cinghie giravano, gli ingranaggi ticchettavano e ronzavano mentre i caratteri e l’inchiostro si imprimevano sulla carta. I pavimenti vibravano, le luci ardevano senza posa. …. Fleet Street e i dintorni erano un alveare pieno di celle in cui si stampava. I camici lerci e i grembiuli macchiati erano l’unico vestiario possibile per gli operai: più il lavoratore faticava più era nero e fuligginoso.”

Taluni, in questo mondo implacabile, restano facilmente sopraffatti.
Per i bassifondi e per le strade di Whitechapel una varia umanità si arrabatta per sopravvivere e per rimanere a galla, qui si compiono i destini di Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane.
Hallie Rubenhold narra delle loro famiglie di provenienza e della loro infanzia, poi le mostra giovani donne con i loro progetti e le loro speranze.
Ecco Polly e il suo matrimonio finito male e la sua vita vagabonda.
E poi Annie con le sue ambizioni di agiatezza, il marito di lei è cocchiere per un aristocratico, potrebbe sembrare che il destino arrida alla coppia eppure anche davanti ad Annie si spalancherà l’abisso della sofferenza.
Elizabeth invece rincorrerà il suo destino dalla lontana Svezia, sua terra natale, Kate sarà segnata dalla perdita prematura della madre e nella sua vita avrà molte rocambolesche disavventure.
Ammantata da maggior mistero è la figura di Mary Jane, di lei non si conoscono molti dettagli e non è nemmeno del tutto certa la sua vera provenienza.
Queste esistenze sbandate sono segnate da miserie e lutti improvvisi, da tremende malattie e solitudini, in ognuna di queste donne qualcosa irrimediabilmente si frantuma e mai più si ricomporrà, tutte loro sono poi accomunate da una fatale tendenza all’alcolismo.
Hallie Rubenhold pone l’accento sulla consuetudine di guardare a queste vite attraverso il caleidoscopio deformante del pensiero vittoriano con la sua morale che poneva comunque ai margini una certa classe di donne e le privava del loro giusto riconoscimento sociale.
A loro è dedicato questo libro, affrescato dalla sua sua autrice con stile vivido e sapiente, in un racconto che restituisce a cinque donne i tratti delle loro fragili identità.

“Sin dalla loro venuta al mondo, le circostanze furono avverse a Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane. Cominciarono a vivere in condizioni svantaggiate. Non solo quasi tutte erano di bassa estrazione, ma appartenevano anche al sesso sbagliato. Prima ancora di imparare a parlare erano considerate meno importanti dei fratelli e un peso più gravoso per la società rispetto alle bambine benestanti. Il loro valore era già compromesso, prima ancora che riuscissero a dimostrarlo.”

Antonio Burlando: uno dei Mille di Marsala

La fierezza, il coraggio e un nome da ricordare: Antonio Burlando, nato a Genova il 2 Dicembre 1823, nella sua città lasciò le cose del mondo il 23 Novembre 1895.
Protagonista delle battaglie risorgimentali il suo nome risplende tra quelli di coloro che fecero l’Italia, la sua figura si staglia eroica all’ombra degli alberi del Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno dove egli riposa effigiato nei tratti dal valente scultore Demetrio Paernio.

Le parole poi, a volte, narrano di noi la nostra essenza e ciò che siamo stati.
Le parole delineano le azioni, la volontà, il segno che abbiamo lasciato nel mondo.

Per Antonio Burlando le scrisse Anton Giulio Barrili che compose il testo della lapide esaltando le gesta di lui e il suo contributo alla causa garibaldina.
E così si legge: Antonio Burlando uno dei Mille di Marsala.
Solo a leggere quella semplice frase ti accorgi che quelle parole racchiudono un intero credo e svelano il senso di appartenenza ad una schiera di intrepidi sodali uniti da una causa comune.
Uno dei Mille di Marsala, uno di loro.
Uno che combatté per la nostra bandiera e per la nostra Italia unita.
Uno che guidò i suoi compagni alla battaglia.
E solo a leggere quella frase ti pare di vederli tutti vicini quei giovani che salpano con il vento in faccia e lasciano lo scoglio di Quarto, tra di loro c’è anche lui: Antonio Burlando, uno dei Mille di Marsala.

Burlando era membro della Società del Tiro a Segno e apparteneva al Corpo dei Carabinieri Genovesi, un gruppo di valorosi così narrati dalla penna di Giulio Cesare Abba nel suo volume Storia dei Mille:

“Ora ecco i Carabinieri genovesi, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, mazziniani ardenti, armati di carabine loro proprie, esercitati nel tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s’era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante. “

Egli fu nelle file dei garibaldini tra i Cacciatori delle Alpi nella guerra del 1859, così luccica la sua spada sotto il sole che filtra tra gli rami fitti di Staglieno.

Se poi vi recherete a visitare il Museo del Risorgimento e Istituto Mazziniano tra i molti cimeli appartenuti agli eroi di quel tempo glorioso troverete anche la divisa del Colonnello Antonio Burlando, sulla stoffa rossa sono appuntate otto diverse medaglie.
C’è anche la sua carabina e su di essa è fissato un foglio scritto dallo stesso Burlando dove egli dichiara che l’arma gli era stata donata da Felice Orsini, Burlando la usò nelle campagne del 1859 e 1860.

L’eroico genovese riportò una ferita ad una gamba durante la battaglia di Calatafimi, da ardente patriota seguì ancora Garibaldi nel 1866 e nel 1870, in seguito fu consigliere comunale della città per la lista democratica.
E quelle medaglie fieramente appuntate sulla sua giacca rossa sono fedelmente riprodotte anche nel busto collocato a Villetta Di Negro.

E ancora sono ricordate le gesta del prode colonnello.

Ritto, nella sua sua fiera postura così è ritratto l’eroe di numerose battaglie nel monumento forgiato in sua memoria.

Il suo è un nome da onorare, lui era Antonio Burlando: uno dei Mille di Marsala.

25 Marzo 1637: la Madonna Regina di Genova

Ritorno ancora a scrivere di lei, il 25 Marzo è il suo giorno.
Vedrete la sua grazia in diversi luoghi di Genova, una statua di lei è collocata nel cortile di Palazzo San Giorgio: è la Madonna Regina di Genova opera di Bernardo Carlone e risalente alla prima metà del XVII secolo.
E torno a ricordarvi in quale maniera Maria fu consacrata Sovrana di questa città: nel lontano 1630 Papa Urbano VII emanò una bolla con la quale si stabiliva un ordine di precedenza nelle processioni per tutti i rappresentanti degli stati dove vigeva la monarchia.
La Serenissima Repubblica di Genova escogitò quindi un ingegnoso stratagemma per sancire definitivamente la sovranità della Repubblica e l’autorità del Doge: si decise di nominare Maria Regina della città.
Accadde in questo giorno: era il 25 Marzo 1637 e in San Lorenzo il cardinale della Superba celebrò l’incoronazione della Madonna e la nominò Regina di Genova.
A lei vennero offerti la corona, lo scettro e le chiavi della città, l’immagine di Maria da quel momento venne effigiata anche sulle monete della Repubblica.
Ed è ancora una statua della Madonna a sovrastare la Piazza dei Cappuccini davanti alla Chiesa dove prestò le sue buone opere Fra Francesco da Camporosso conosciuto Padre Santo.
La statua, così rifulgente di grazia e di autentica bellezza, è opera dello scultore Tomaso Orsolino e risale anch’essa al XVII secolo.

Non è la prima volta che compare su queste mie pagine, di questa statua della Madonna scrissi diversi anni fa: era il tempo d’autunno del 2014, in quel periodo c’erano appena state tragiche piogge alluvionali sulla mia città.
Ritorno a scrivere di lei adesso, io sono tornata a trovarla diverse volte e in molte diverse occasioni ho trovato questa luce che si posava così, lieve, sul suo manto.

Non è questo il luogo in cui essa è sempre stata, un tempo la statua si trovava sulla Porta di Ponte Reale nell’omonima via, quando la porta venne demolita si decise di collocare la statua di Maria nella Piazza dei Cappuccini.
Ritta su una falce di luna così si staglia contro il cielo chiaro di Genova.
Maria tiene tra le dita tiene lo scettro, Lei e il suo bambino portano sul capo la corona, Gesù regge in una mano il mondo.

Leggiadra e così aggraziata, rivolge lo sguardo a coloro che si trovano al suo cospetto.

Questo 25 Marzo è il suo giorno e così desidero ricordarla.
Ritorno spesso a trovarla, l’ho fatto anche in una mattina di gennaio e questo fulgido chiarore sfiorava quel viso materno e i suoi tratti perfetti e si posava sulla tenera dolcezza infantile di Gesù Bambino.

In quel giorno così ho veduto la Regina della città tanto cara a tutti i genovesi: un sole radioso la illuminava, in un contrasto magnifico e quasi raro da cogliere, in questa luce splendida donata dal cielo.

Un bambino di nome Giuseppe Mazzini

I protagonisti della storia hanno lasciato ai posteri tracce leggibili della loro esistenza, di loro conosciamo scritti, azioni e vicende.
Più arduo è poter scoprire i risvolti della vita privata, le attitudini e le inclinazioni, il ricordo di questi aspetti è affidato ai biografi e a coloro che hanno saputo tramandarci una grande quantità di informazioni interessanti.
Io oggi voglio raccontarvi di un bambino nato in questa nostra Genova: il suo nome è Giuseppe Mazzini e dei suoi giorni d’infanzia scrive dettagliatamente la sua cara amica Jessie White Mario nel volume Della vita di Giuseppe Mazzini.
Giuseppe è un bimbetto di corporatura fragile e così per i primi tre anni della sua vita la mamma lo tiene amorevolmente sempre vicino a sé.
È un tipo curioso, ha un’intelligenza pronta e vivace e mentre certi maestri privati impartiscono lezioni alle sue sorelle Giuseppe se ne sta nella stanza vicina e riesce ad imparare autonomamente a leggere solo sentendo da lontano quegli insegnamenti.
In casa tutti lo chiamano Pippo, è un piccino vivace, ha una risata allegra e gioiosa, fa sempre scherzi alle sorelle e si diletta ad imitare le persone che passano per casa.
Ama intensamente che qualcuno gli legga le favole e ne vuole ascoltare sempre di nuove, se per caso gli viene ripetuta una storia che già conosce lui corregge prontamente le eventuali imprecisioni.
Pippo ha una fibra delicata ma anche un carattere fiero e tenace, vuole solo essere come tutti gli altri bambini e ha la particolare stravaganza di non voler indossare abiti colorati.
Si distingue però per alcune sue caratteristiche, come ben spiega Jessie White Mario:

“Ma la precocità del suo ingegno era piuttosto unica che rara. Il padre aveva chiamato per precettore un buon prete, amico della famiglia; e Don Alberto dichiarò francamente che Pippo in fatto di storia e di letteratura ne sapeva più di lui, e si limitò a insegnargli specialmente il latino.”

Giuseppe Mazzini
Opera di Santo Saccomanno – Palazzo Tursi

Non ama l’esercizio fisico ma con diligenza accompagna suo papà nelle sue passeggiate, il piccolo Mazzini è uno scolaro giudizioso, legge con passione i libri di storia e parla benissimo in francese.
Nel suo volume Jessie White Mario riporta anche una notizia a proposito della prontezza d’ingegno del futuro patriota.
La madre Maria Drago, per aver consigli su quale migliore didattica adottare con quel suo figlio così intelligente, decise di scrivere a un suo cugino all’epoca Colonnello di Artiglieria e questi inviò la sua risposta in una lettera molto esaustiva e articolata.
Alcune frasi di questa lettera son stampate in grassetto, il Colonnello così parla del piccolo Pippo:

“È una stella di prima grandezza che sorge brillante di una luce per essere ammirata un giorno dalla colta Europa.”

E molte sono le doti del bambino, egli infatti dimostra di avere:

…doni straordinari che gli ha compartito la natura prodiga.
Sorprendente, tenacissima memoria, talento straordinario e genio senza limiti d’apprendere.
Avendo, infine, una volontà indistruggibile per lo studio…”

La lettera è lunga ed è datata 12 Agosto 1812.
A quell’epoca Giuseppe Mazzini aveva appena sette anni e mezzo, lo si constata con autentico stupore.
Jessie White Mario narrò nei dettagli la travagliata esistenza del patriota genovese a lei molto caro: egli morì il 10 Marzo 1872 e in occasione di questa ricorrenza ho voluto così ricordare quei giorni in cui egli era solo il piccolo Pippo.

Le feste genovesi del 1842 per le nozze reali: balli a Corte, solennità religiose e feste in mare

Continua il mio racconto dei festeggiamenti tenuti a Genova nel 1842 per le nozze del principe ereditario Vittorio Emanuele con Maria Adelaide d’Austria, come scrissi nella prima parte le notizie sono tratte da un mio libro dal titolo Le feste genovesi del Giugno MDCCCXLII edito nel 1842 dalla Stamperia Casamara di Genova.
Ed entriamo anche noi, in punta di piedi, a Palazzo Reale.

“La sera del 21 gli Appartamenti Reali risuonavano di dolcissima armonia ed un numero elettissimo di Dame e Cavalieri vi si radunavano per speciale invito.”

La festa da ballo ebbe inizio alle otto e mezza di sera e si protrasse fino alle tre di notte, tra danze e balli i blasonati genovesi poterono allietarsi in presenza della famiglia reale, fu per tutti un evento da ricordare.

Galleria degli Specchi
Palazzo Reale di Genova

Come già era accaduto la sera del 20 giugno anche il 23 la città fu di nuovo sfarzosamente illuminata e in questa circostanza vi fu un cittadino che diede il suo contributo a rendere ancora più radiosa la Superba: si trattava del Signor Giuseppe Rocca, un negoziante che aveva un palazzo di villeggiatura sulla collina di San Rocco sopra Principe, tutta la sua proprietà luccicò di fiammelle e di chiare luminarie in uno spettacolo di bellezza incomparabile.
E venne infine il 24 Giugno, giorno della solennità di San Giovanni Battista e la cattedrale di Genova fu riccamente decorata, alle pareti e alle colonne furono sistemati damaschi rossi, frange d’oro e festoni di seta, le fiammelle dei ceri ardevano nei lampadari di cristallo.
I reali entrarono in Duomo alle ore 11 seguiti da un lungo corteo e si accomodarono nel padiglione ornato di velluti e ori.

Dopo la funzione religiosa, la famiglia reale si apprestò quindi a venerare le reliquie di San Giovanni Battista nella cappella a lui dedicata e come da tradizione nel pomeriggio lo stipo con le ceneri del santo venne portato in processione per le vie della città vecchia.

Si giunse poi al Domenica 26 Giugno e in quel giorno con gran concorso di popolo si tenne la grandiosa festa in mare.
La gente si assiepò in ogni luogo possibile, sui ponti della Mercanzia e degli Spinola e sulle mura prospicienti sul porto, alcuni più fortunati furono invitati nelle logge del Giardino dei Doria e da qui si godeva di una vista magnifica.

La folla raggiunse anche le alture, da San Teodoro al Castellaccio, fino a San Benigno ognuno cercò il luogo migliore per assistere a questo spettacolo straordinario.
Quando piano il sole iniziò a tramontare un colpo di cannone diede il via alla regata.
A due miglia dal porto erano fermi sei battelli: erano bianchi con una riga rossa sul fianco, ognuno era condotto da sei marinai abbigliati con candidi pantaloni chiusi in vita da una cintura rossa.
Al segno convenuto i remi presero a fendere l’acqua, il battello più veloce si aggiudicò così in premo una bandiera.
Con solennità si annunciò l’arrivo dei reali che giunsero al Ponte Reale finemente adornato con vasi di aranci e ghirlande di fiori.

Le altezze reali si accomodarono così sul Bucintoro, un naviglio che a poppa aveva forma di conchiglia e a prora aveva invece le sembianze di magnifico cigno, sopra vi era un padiglione con sorvolanti farfalle.
Il naviglio prese il largo e presto raggiunse l’Isola Galleggiante che si trovava in mezzo al porto, su di essa eraa stato allestito un tempio con 14 colonne e capitelli corinzi, con molte decorazioni sfarzose e ai lati due statue della fama ad altezza naturale.
C’erano anche le statue della Speranza, del Commercio, dell’Astronomia e della Liguria, con varie iscrizioni in onore dei reali.
Il tempio era tutto illuminato e circondato da un idilliaco giardino all’inglese impreziosito da agrumi tipici della Liguria, da due fontane zampillava fresca acqua dolce.

I Reali salirono quindi nel tempio e ad un tratto si vide la Lanterna ricoperta di luci e mentre tutti ammiravano il Faro della Superba così radioso la città intera prese a risplendere, luccicavano le mura, le torri e i palazzi, brillavano i moli e tutti i grandiosi edifici della città, dall’Albergo dei Poveri fino alla grande Cupola della Basilica di Carignano.
Il cielo si illuminò con i colori dei fuochi d’artificio, sotto gli occhi ammirati di tutti alti si levarono venti palloni aereostatici.
E ancora luci d’oro, azzurre e rosse percorsero il cielo in uno spettacolo magnifico e straordinario per la gioia del re e del popolo tutto.
Il sovrano a una certa ora si ritirò a Palazzo Reale e per raggiungerlo ancora percorse strade riccamente illuminate, mentre sull’Isola galleggiante ancora si ballava e si suonavano motivi militari, si festeggiò a lungo a bordo dei molti navigli che si trovavano nelle acque del porto.

Nei giorni a seguire si tennero poi altre celebrazioni, in onore delle Auguste Nozze furono composti carmi e componimenti che vennero presentati a Palazzo Tursi, si tenne anche un saggio di scherma nel quale diedero mostra del loro talento quattro giovinetti.
Vi fu anche un benefattore che volle rimanere anonimo e che organizzò il 29 giugno nel giardino dei Principi Doria una festa di beneficenza i cui proventi andarono agli Asili d’Infanzia.
E tra il fiori e le piante odorose giunsero i molti invitati, alla festa intervennero danzatori che si esibirono in danze moresche e un abile giocoliere, la serata fu poi allietata ancora dallo spettacolo dei palloni aereostatici e dai fuochi artificiali, anche questa fu una serata di danze e grandiosi divertimenti.
Così si svolsero quelle giornate di festa e prima di lasciare Genova Carlo Alberto e la Regina ricevettero nella sera del 30 Giugno nelle sale di Palazzo Reale un numero di fortunati prescelti.
Accadde in un altro tempo e tutto ciò che è descritto è persino difficile da immaginare, certo rimase negli occhi e nei ricordi di coloro che parteciparono ai festeggiamenti per le nozze di Vittorio Emanuele e Maria Adelaide d’Austria.

Carlo Alberto di Savoia – dettaglio
Palazzo Reale di Genova