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Archive for the ‘Storie e fiabe, giocando con la fantasia’ Category

Era l’ultimo dell’anno.
Erano trascorsi i giorni, erano scivolati via uno dopo l’altro.
Se si guardava indietro gli veniva da pensare che il tempo fosse come svanito, era da non credere, un intero anno era trascorso.
Eppure ricordava bene ogni istante, era stato immobile a guardare i mesi che passavano.
Gennaio di tempesta, febbraio fresco come le mimose in fiore e marzo frizzante annunciato dal canto delle allodole.
Ad aprile poi era giunta una pioggerellina leggera e lui era rimasto alla finestra ad osservare la danza delle gocce.
Maggio aveva avuto il profumo delle rose, giugno era stata un’esplosione di colori ed aromi.
Luglio caldo come il fieno baciato dal sole, agosto dolce come i frutti rossi dei boschi, settembre languido come le foglie cadute.
Ottobre era stato incerto, esitante e capriccioso.
Novembre aveva portato turbini di vento e poi, poi era giunto dicembre.
Di ghiaccio, di neve, d’inverno.
Uno dopo l’altro, erano trascorsi i giorni e infine era giunto il suo momento.
Si guardò indietro.
Sapeva bene che dopo di lui sarebbe venuta una tenera bimbetta e volle lasciare un saluto per lei e per tutti gli altri.
Scrisse qualche parola e poi posò il biglietto sul tavolo.
Tutti si sarebbero ricordati di lui: era l’ultimo giorno dell’anno.

Buon anno

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Tanti auguri a tutti voi da Miss Fletcher! Buon 2016!

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Lo era sempre stata, era lei la più bella.
E ancora adesso che era un po’ avanti negli anni tra tutte si distingueva.
Era lei ad elargire saggi consigli a certe giovani che non sapevano nulla delle cose del mondo e loro stavano a sentirla assorte con devota ammirazione.
Il fascino, diceva lei, è una dote connaturata, una malia capace di stregare i cuori e gli animi.
Cosa potevano saperne le margherite!
Così semplici e inesperte, quando lei parlava bisbigliavano tra loro:
– Ma la vedi? – diceva la prima – Che stile! Io per quanto mi impegni non ce la farò mai ad essere come lei!
– E neppure io! – le faceva eco la sua vicina con tono sconsolato.
– Ssst, fate silenzio! Voglio sentire cosa dice! – le redarguiva una loro simile.
Le margheritine allora ammutolivano e zitte zitte cercavano di carpire i segreti della più bella del giardino.

Margherite

Io, per quanto mi riguarda – diceva il botton d’oro – ho già un abito piuttosto elegante e quindi sono a metà dell’opera!
E poi sono ancora così giovane!

Botton d'oro

Lei sorrideva, bonaria e gentile.
Fatale e suadente esclamava una delle sue frasi preferite:
No woman should ever be quite accurate about her age. It looks so calculating.
– Eeh? – facevano in coro tutti i fiori del giardino.
– Bambine care – continuava lei – si impara a vivere anche da certi libri, imprimetevela bene nella mente questa frase di Oscar Wilde: nessuna donna dovrebbe essere troppo precisa riguardo alla sua età. Le dà un’aria così calcolatrice.
E dai vasi tutte si sporgevano per ascoltarla, ogni sua parola era per loro sacra.

Fiori

Una vita intera da narrare.
Avventure e amori, batticuori e sensazioni mai dimenticate, lei, così ammirata e ambita, parlava con tono pacato e sereno.
Era ancora lei, il tempo era trascorso inesorabile ma grazia e leggiadria non l’avevano abbandonata, lei sapeva ancora indossarle con fiera consapevolezza.
Era ancora lei a spiccare su tutte le altre, certa bellezza resta e non svanisce, certa bellezza non appassisce mai.

Rosa

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C’era una volta una piccola tortora.
Era ciarliera, socievole e amava la vita mondana, era sempre piena di impegni e la si vedeva sovente volare da un albero all’altro.
Era elegante, leziosa e anche un po’ snob, non si lasciava mai sfuggire l’occasione di intrattenersi in raffinate conversazioni in francese, il suo accento era perfetto!
Certo, non era il tipo da dar confidenza a chiunque e sceglieva le sue frequentazioni con molta cura ma si sa, il mondo è piccolo, figuriamoci poi se abiti in un giardino!
E lei era una signorina perbene così salutava tutti con affettata educazione.

Tortora (4)

La vita non era tutta rose e fiori per la nostra tortorella, accanto a lei abitavano certi rumorosi personaggi proprio privi di stile!
E che insistenza!
Non facevano che chiederle di andare da loro per la merenda o per far due chiacchiere.
Uh, con quelle voci gracchianti, ogni volta la piccola tortora si trovava costretta a imbastire un castello di scuse per giustificare la sua assenza.
E quelli, per parte loro, non facevano una piega e il giorno successivo tornavano all’attacco, teste dure!

Pappagalli (2)

Lei, la nostra signorina, declinava ogni invito con suprema eleganza e volava via, leggera come una piuma.
Un bel giorno accadde un fatto strano: nel giardino giunse un nuovo ospite, un maestoso gallo.
– Un gallo? Una rarità, non ne ho mai incontrato uno! – pensò la tortora – andiamo un po’ a vedere che tipo è!
Si avvicinò con circospezione e cercò di farsi notare ma lui non la degnò neanche di uno sguardo.
E come era possibile una cosa del genere?
Lei sempre così ambita questa volta veniva ignorata!
La tortora non sapeva darsi pace, per giorni tentò di attirare l’attenzione di quell’altero pennuto ma non ci fu nulla da fare.
Era veramente sconsolata, lo guardava da lontano domandandosi in cosa avesse sbagliato.

Tortora (2)

I suoi vicini nel vederla così abbattuta cercarono di rincuorarla.
Certo, i modi erano un po’ maldestri, tuttavia c’è da dire che quei pappagalli erano animati dalle migliori intenzioni!

Pappagalli

Lei però non ne voleva sapere, girava le spalle e faceva finta di non sentire.

Tortora (5)

Voleva soltanto capire perché quell’altezzoso gallo la scansava.
E oltretutto, a guardarlo bene, non è che fosse questo granché, cosa mai aveva contro di lei?
Era veramente un mistero inesplicabile!
Lei però era una tortorella caparbia e non si arrendeva tanto facilmente, così durante il giorno se ne andava a zonzo a svolazzare e poi, verso sera, si accoccolava vicino al gallo e gli raccontava le sue avventure.
Parlava sempre lei, lui restava immobile senza interloquire, non aveva alcuna reazione né di stizza né di apprezzamento, certo sembrava ascoltarla ma neanche di questo la tortora era poi così sicura.
E lei , affranta, finì persino per perdere l’appetito!

Tortora (3)

Il destino a volte ti regala nuove possibilità e così accadde anche alla nostra piccola eroina.
Era un giorno di maggio, c’era un bel sole chiaro e l’aria era fresca e pulita.
Si incontrarono là, sotto ai rami generosi di fronde.
E da quel giorno non smisero mai di volare insieme, in quel giardino tutti erano d’accordo, quei due sembravano fatti l’uno per l’altra.

Tortora

E provate a indovinare chi rallegrò la loro festa di nozze?
Quei pappagalli caciaroni la resero allegra e indimenticabile, nel giardino se ne parlò per giorni!
Quell’unione fu duratura e gioiosa, i due innamorati vissero insieme per lungo tempo felici e contenti.
E il gallo?
La tortora  non ci pensò più anche se a volte l’immagine di lui tornava ad affacciarsi alla sua mente.
E lei si rivedeva là vicino al gallo e solo per un istante tornava a porsi certe antiche domande.
Non comprese mai perché lui non l’avesse degnata neanche una sola volta di uno guardo.

Tortora (6)

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Ho una valigia di cuoio, sottocoperta.
Contiene un giaccone di lana scura, il mio taccuino, la bussola, una scatola di matite, un coltello e l’orologio da tasca.
Nel mio bagaglio c’è spazio per tutto ciò che potrei trovare durante il mio viaggio.
Eppure lo so bene, ciò che è raro, bello e indescrivibile non può stare nella mia valigia.
Gli aromi delle spezie di oriente, le sfumature d’ambra e d’alabastro, il fruscio di una seta leggera.
E la nostalgia, quando osservo la terra che si allontana.
E la musica, le note languide di un pianoforte o la malinconia di un violino.
I sorrisi, i giorni, il tepore della primavera, il suono di una voce.
E osservare i delfini che guizzano fuori dalle onde, seguire con gli occhi un legno alla deriva tentando di indovinare il suo destino e cercare il profilo dei coralli sul fondo del mare.
E la libertà.
Comunque ho spazio, nella mia valigia, sottocoperta.
Resto qui sul ponte, al posto di comando.
E conosco bene la mia direzione.
– Capitano, la nostra rotta?
– Noi seguiamo il sole, sempre.

Camogli

Camogli – Dicembre 2014

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C’erano una volta due cuori che se andarono a vagabondare per il mondo.
Non potevano essere più diversi, quei due.
Cuore Piccino era timido e timoroso, ogni emozione per lui era un sobbalzo, Cuore Grande era appassionato, fervente e sempre ricolmo di opposte passioni.
Due cuori.
No, non potevano essere più diversi, quei due.
E così Cuore Piccino imboccò un sentiero pianeggiante e dolce, se ne andò a camminare tra l’erba e quando giunse ad un bivio si fermò incerto sul da farsi.
E adesso?
Qual era la direzione giusta?
Restò immobile, preda delle sue insicurezze, nel punto in cui la strada si biforcava.
Cuore Grande invece si avventurò lungo una scogliera, ve l’ho detto, lui non conosceva paure, c’era un camminamento a strapiombo sul mare e sebbene fosse battuto dalle onde il nostro intrepido eroe lo percorse con incoscienza fiduciosa.
Saltava da una roccia all’altra, si ritrovò persino a posare i piedi su certe alghe scivolose ma seppe mantenere l’equilibrio.
E rideva, ogni passo era una sfida!

Mare

E Cuore Piccolo? Ah, lui continuava a rimuginare esitante!
Da che parte andare?
E qualcuno a cui chiedere?
In quel momento una parola di conforto sarebbe stata preziosa.
Scrutò con attenzione l’orizzonte, a destra la strada saliva leggermente e terminava in uno spiazzo davanti a quella piccola villetta.
C’era un gatto accoccolato sullo zerbino, un cane da caccia faceva la guardia e un’altalena vuota oscillava avanti e indietro.
Dall’altro lato invece il sentiero si inoltrava tra i prati verdi, era uno scenario di pace e tranquillità, gioiose farfalline volteggiavano leggere nell’aria.
E così Cuore Piccino decise di imboccare quella direzione e con la consueta cautela proseguì il suo cammino.

Farfalla
E Cuore Grande? Ah, lui se la spassava!
Nulla riusciva a trattenerlo, se l’era persino goduta a fare i tuffi dagli scogli, era stata una felicità inebriante quella!
Dovevate vederlo mentre si lanciava a capofitto tra i flutti agitati senza alcuna remora né incertezza.
E poi risalendo ancora una volta a riva aveva notato alcune rocce che si inerpicavano in alto, Cuore Grande era un tipo curioso così si arrampicò lassù in cerca di altre emozionanti meraviglie!
Fu una salita sfiancante e faticosa ma nulla poteva scoraggiarlo, alla fine Cuore Grande sbucò al margine di un fitto bosco, tra le cime degli alberi squassate dal vento poteva appena intravedere certe nuvole minacciose che rapide stavano ricoprendo l’azzurro.
Inatteso e improvviso un tuono lacerò il silenzio e il fragore del temporale si scatenò sul bosco e su Cuore Grande che andò a rifugiarsi in una grotta.  Monti - Barbagelata

Nel frattempo Cuore Piccino aveva raggiunto una piccola radura, a dir la verità aveva anche una certa fretta perché poco prima per sventura si era imbattuto in uno sciame di api che parevano impazzite, non vi dico che paura aveva di essere punto!
D’un tratto anch’egli venne sorpreso da un tonante clangore, alzò gli occhi e vide i lampi squarciare il cielo.
Spaventato si gettò in una corsa concitata, doveva trovare un riparo ma era incapace di orientarsi,   tremante e singhiozzante Cuore Piccino varcò la soglia del bosco.
Fradicio e grondante d’acqua, sperso e perduto si guardò intorno sconsolato in cerca di una via di fuga.

Bosco

D’un tratto si sentì trascinare, si voltò e vide che era tra le braccia forti di Cuore Grande che lo aveva tratto in salvo, lontano da un ramo che, colpito da un fulmine, si stava abbattendo al suolo.
E’ così la vita, a volte mette sulla tua strada le persone giuste.
E non potevano essere più diversi, quei due.
– Passerà? – Disse Cuore Piccino con voce flebile.
– Certo! E dopo brillerà il sole, vedrai! – Lo rassicurò Cuore Grande.
– E anche dopo, tu resterai? – Chiese l’altro.
Non ci fu più bisogno di ulteriori domande, bastò un sorriso: quando incontri un amico vero, per di più durante un furioso temporale, puoi starne certo, resterà anche quando tornerà il sereno.
Rimasero nella grotta, in attesa che la pioggia passasse, risero insieme della strana circostanza che li aveva fatti incontrare ed entrambi raccontarono ciò che era accaduto loro prima che si conoscessero, c’era tutto il tempo del mondo per narrare il proprio passato.
Fradici di pioggia e di una nuova felicità.
Erano due cuori.
E no, non potevano essere più diversi, quei due.

Foglie

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C’era una volta un paio di  forbici da cucito che non stavano mai zitte.
Apri e chiudi, apri e chiudi, quelle lì cianciavano di continuo e nella stanza da lavoro c’era sempre un certo trambusto.
Accadeva ad ogni ora del giorno, le forbici baldanzose tenevano banco e roteavano nell’aria sorrette dalla sapiente mano di una celebre sarta.
Quelle forbici instancabili tagliavano stoffe e cotonine, sete e imbottiture e non la finivano mai di parlare.
La sarta era piena di inventiva e oltretutto aveva il sonno leggero, così a volte nel cuore della notte si metteva a cucire.
– Ma insomma, qui c’è gente che vuole dormire! – protestavano i bottoni risvegliati dal loro sonno beato.

Bottoni
– Noi non ne abbiamo colpa! – ribattevano le forbici – qui ci sono borsine e pochette da preparare! E si avvicina il Natale, non c’è tempo da perdere!
In questi casi il metro si arrotolava su se stesso e si voltava dall’altra parte, era un tipo che non amava le discussioni.
Tutti gli altri invece, ah! Avreste dovuto vederli!
Dovete sapere che la sarta era anche un’abile ricamatrice e quando si metteva al lavoro le matassine di mouliné facevano a gara per essere le prescelte, ognuna di loro si distingueva con un numero e si era democraticamente stabilito che tutte si mettessero in fila in ordine crescente.
Così, quando sentivano il chiacchiericcio delle forbici, tutte si rizzavano in piedi e si allineavano come obbedienti soldatini.

Fili
– Io non faccio testo – diceva sicuro il nero – io sono unico, vi voglio vedere a prendere il mio posto!
– E lo stesso vale per noi – ribadivano le due tonalità di bianco con tono altezzoso – nessuno ci può rimpiazzare.
Le altre matassine invece erano in evidente concorrenza tra di loro, i rossi bisticciavano in continuazione, i rosa erano più pacati, è vero, ma il fucsia era un vero attaccabrighe e tutti cercavano sempre di non discutere con lui.
I blu e gli azzurri erano giunti ad un compromesso diplomatico: avevano deciso di presentarsi sempre in coppia, pensavano così di avere maggiori possibilità di essere scelti.
I gialli erano prepotenti e litigiosi, dalle loro parti si sentiva sempre questionare.
Il marrone era paziente e rassegnato, ogni tanto scuoteva la testa e sospirando diceva:
– Speriamo di non finire di nuovo a fare il tronco d’albero, mi tocca sempre quella parte lì!
Il viola, per parte sua, considerava un privilegio il fatto di esser scelto di rado, diceva che questo lo rendeva più ricercato.
Era un cuor d’oro il viola, ogni volta accorreva a consolare il beige che soffriva di complessi di inferiorità.
Quando era il momento della selezione il beige scoppiava sempre a piangere e tra i singhiozzi farfugliava:
– Non ce la farò mai a competere con gli altri, a me vengono assegnati solo ruoli di secondo piano!

Fili (2)
E nel frattempo sotto l’armadio si consumava un dramma.
Da molti giorni giaceva sul pavimento un sottilissimo ago che si sgolava per chiedere soccorsi.
– Aiuto! Qualcuno venga a raccogliermi, sono qua sotto!
Ahimé, nessuno sentiva la sua vocina flebile!
L’ago era terrorizzato, più di una volta aveva rischiato di finire risucchiato dall’aspirapolvere, aveva anche avuto incontri ravvicinati con le gatte di casa ma del suo destino nessuno pareva interessarsi.
I ditali erano tipi attenti e sempre pronti a mettersi al lavoro, avevano deciso all’unanimità di fare i turni e avevano anche tentato di convincere le matassine a fare lo stesso ma nessuna aveva dato loro retta, il fucsia in quella circostanza era montato su tutte le furie così i ditali si erano ritirati in buon ordine senza mai più intervenire.
Il puntaspilli invece aveva un bel carattere, era docile e remissivo, faceva il suo dovere senza mai lagnarsi.
Stoico e paziente non si lamentava mai, anche se, a dire il vero, ne avrebbe avuto tutte le ragioni.
Quella stanza era un piccolo mondo, la vita non è semplice per nessuno, credetemi, neanche in un cestino da lavoro.
E poi arrivava lei, la ricamatrice, con cura selezionava i colori, le stoffe e i fili.

Stoffe

E quelli che non venivano prescelti si facevano da parte, tutti sapevano bene che la padrona di casa era solerte e fantasiosa, prima o poi a tutti sarebbe toccato l’onore di finire tra le sue mani.
Lei impugnava le forbici e iniziava a tagliare e loro come sempre si mettevano a parlare, quando poi erano proprio di buon umore addirittura cantavano!
– E basta! In questa stanza non si chiude occhio! – brontolavano i rocchetti di filo.
Accadeva a ogni ora del giorno e della notte, nella stanza della ricamatrice.

Questa storiella allegra è dedicata a Stravagaria, amica creativa che si distingue per il suo buon gusto, lo stile  e l’unicità delle sue creazioni, dalle sue mani nascono solo cose belle e se non la conoscete vi invito a visitare le pagine del suo blog, lo trovate qui, scoprirete un universo di curate raffinatezze.
Suo è questo splendido carillon che ha fatto per me.
E le sue forbici, ve lo garantisco, cianciano di continuo.

CARILLON

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C’era una volta un verde prato.
La vita scorreva lenta seguendo il ritmo della natura, le api ronzavano, gli uccelli planavano in volo giù dagli alberi, le farfalle svolazzavano di corolla in corolla.
– Mi annoio! – Così languì una giovane margheritina appena sbocciata.
– Eh, non me lo dire! – Le rispose tra i sospiri una delle sue sorelle – Qui non succede mai niente, mai un’emozione, mai una novità. Io vorrei vedere le cose del mondo, vorrei conoscere altri fiori!
E fu così che tutto ebbe inizio.
Passarono ore ed ore a fantasticare, si immaginavano che là fuori, nel mondo, avrebbero potuto fare chissà quali entusiasmanti esperienze.
E così senza dir nulla a nessuno, un bel giorno lasciarono il prato e si misero in cammino verso l’ignoto.

Fontanigorda

Al margine del bosco passarono sotto ad un’ anziana quercia nota a tutti per la sua secolare saggezza e costei, nel vedere quelle due piccoline tutte sole, subito si premurò di metterle in guardia:
– Dove ve ne andate così di buon mattino?
– A vedere le cose del mondo! – Risposero all’unisono le margheritine.
– Fate attenzione! – Ammonì la quercia – Il falco è arrivato oltre la radura, oltre il fiume e al di là del ponte. C’è una città, rumorosa e vasta, non è posto per voi quello!
I due arditi fiorellini però non vollero sentir ragioni e proseguirono il loro viaggio.
E cammina, cammina, cammina, giunsero infine in una grande metropoli.
E cosa potevano fare due margheritine in città?

Margherita

Certo non era un’impresa facile ma, armate di grande entusiasmo si misero in cerca di nuovi amici.
– Dove staranno i fiori secondo te? – Domandò una delle due.
– Non saprei! – Rispose l’altra con tono sconsolato – E’ tutto grigio qui! Oh, guarda! Vedo dell’erba!
E affrettandosi nell’attraversare la strada rischiarono di finire spiaccicate sotto le ruote di una macchina, era davvero arduo per loro destreggiarsi tra i pericoli della città.
E finalmente furono lì, davanti a un’aiuola.
E non era esattamente un luogo incantevole, c’erano delle primule mezze appassite, cartacce e foglie cadute.
Le due margheritine erano piuttosto avvilite, non avevano certo lasciato il loro bel prato per finire in quella maniera!
– No, no! Andiamo via di qui! Presto! – Disse una all’altra.
Ah, la città!
Era tutto un altro mondo ma le due margheritine non si persero d’animo e così cercarono di attaccar bottone con una violetta che se ne stava dentro a un vaso.
La tempestarono di domande ma quella pareva imperturbabile, non dava cenno di vita.
E insomma, le due sorelle venivano dalla campagna e non avevano mai visto dei fiori finti, quella era la prima volta e così se la presero con l’incolpevole violetta:
– Voi di città siete proprio strani! Volevamo solo qualche informazione, ci rivolgeremo altrove.
E via, ripartirono in cerca di più loquaci interlocutori.
E fu allora che lo videro,  finalmente un angolo do paradiso, era il piccolo chiosco di un fioraio e uno accanto all’altro c’erano i più bei fiori che si possano immaginare!
E quanti!
C’erano delle signorine petulanti che parlavano solo in francese, erano orchidee e si davano un sacco di arie, lì vicino dei rassegnati girasoli dai petali gialli sopportavano pazientemente.

Girasole

Le rose, per parte loro, erano numerosissime e di diverse qualità, quelle rosse erano particolarmente vanitose, quelle bianche erano ingenue e timidissime, le rose gialle invece erano un po’ diffidenti e se ne stavano per conto loro.
E le piante di edera? Uh, quelle chiacchieravano con tutti!
E le due margheritine potevano sentirle ciarlare con  due cactus, dei tipi dai quali era meglio star ben lontano, s’intende.

Cactus

Quella era davvero l’alta società, c’erano dei tulipani che vantavano origini olandesi e non facevano altro che narrare le bellezze della terra dei mulini.
Le tuberose erano eleganti e leziose, i gladioli avevano un fare a dir poco cerimonioso, per non dire degli iris che parevano davvero regali!
E mentre le due sorelle stavano rimirando i loro nobili parenti si sentirono afferrare da una mano che le sollevò.
– E voi due come siete finite qui?  – Disse la fioraia e rapida mise le margherite in un vaso.
E le due poverine non ebbero nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo, scese la sera, la fioraia ritirò tutti i vasi dentro al gabbiotto e abbassò la serranda.
E giunse la notte, l’oscurità calò sulle titubanze di quelle due anime ingenue e speranzose.
– Dove sono le stelle? Dov’è la luna? E’ tutto buio qui! – Esclamò una delle due margherite impaurita e tremante.
– E perché non si sente la civetta? – Le fece eco l’altra.
– Ragazze, un po’ di silenzio! – brontolò l’ortensia – Qui c’è gente che vuole dormire!

Ortensia

Sì, fu una lunga notte e quando giunse il mattino le due sorelle videro di nuovo la luce del giorno.
Era davvero un altro mondo e non era il loro, attorno non c’era l’erba madida di rugiada, non si udiva il gallo far chicchiricchì e nemmeno il canto gioioso degli uccellini.
E sapete, la vita a volte prende una piega imprevista, può succedere anche a due piccole margherite.
E quel che accadde quel giorno finì sulle prime pagine di tutti giornali, una cosa del genere non si era mai vista, ne parlarono tutti.
E negli anni a venire tutti ricordarono di quell’evento memorabile: un falco, fiero e possente, era sceso in picchiata sulla città, aveva preso nel becco due margherite e si era librato alto nell’azzurro fino a scomparire all’orizzonte.
A volte alcuni sono più sapienti, come una certa quercia, piuttosto anziana e nota a tutti per la sua secolare saggezza.
A volte il luogo al quale apparteniamo racchiude in sé tutte le meraviglie che ricerchiamo altrove.
Il falco volò al di là del ponte, oltre il fiume, oltre la radura.
Planò sul prato e delicatamente depose le due margheritine tra l’erba, avevano molto da raccontare e tutti si mostrarono interessati alle loro avventure, loro avevano visto le cose del mondo.
E lì, su quel prato, vissero felici e contente.

Margherita (2)

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C’era una volta una casetta nel bosco, era circondata da alberi e aveva un verde prato di fronte.
C’era anche una grande cucina e fu laggiù che si consumò una piccola tragedia domestica.
Un bel giorno tutto mutò: era arrivato, per la gioia della cuoca, un elettrodomestico tuttofare.
Grosso, imponente, ingombrante e multitasking.
Era tedesco, ovviamente, un paradigma di efficienza, si chiamava Franz, parlava una lingua che nessuno conosceva e sapeva fare ogni cosa: tritava, sminuzzava, impastava, divenne in breve tempo il re della cucina.
Ma certo non si può dire che tutti fossero contenti del suo arrivo!
– Oh, se mi girano! Non sapete quanto! Anni e anni di onorato servizio per finire qua dentro al buio!
Così borbottava il frullino dalla dispensa nella quale era stato riposto insieme a tutti gli altri attrezzi da cucina.
Uno via l’altro erano stati mandati in pensione, si può dire così?
E sapete come accade, ognuno ha la propria maniera di reagire ai drammi della vita, quando ci si sente pervasi dal senso di inutilità il nostro carattere si svela.
Lo spremiagrumi l’aveva presa malissimo, passava le notti a singhiozzare per il dispiacere.
E sapete, quando si è in difficoltà l’unione fa la forza!
Lo spremiaglio era sempre stato emarginato, a causa delle sue frequentazioni tutti lo schivavano, si diceva in giro che emanasse cattivo odore.
E adesso? Oh, adesso era tutto cambiato!
Il pelapatate lo andava sempre a cercare per sobillarlo:
– Dobbiamo agire! Facciamo qualcosa, non possiamo arrenderci così!
La rotella per fare i ravioli era piuttosto anziana e molto saggia, cercava pertanto di sedare gli animi:
– State bravi, vediamo di far girare bene le rotelline, una soluzione si troverà!
I mestoli di legno, seppur non coinvolti, si riunirono a congresso, il mattarello si propose per mettere a posto la situazione:
– Ci penso io! Lo sistemo io quel tipo arrogante e presuntuoso!
– Calma, calma! – intervenne il colino – Questa è una situazione che fa acqua da tutte le parti!
Alcuni di loro erano davvero affranti, da protagonisti incontrastati erano divenuti semplici comparse, certi erano stati addirittura degradati a soprammobili.
Era il caso di un personaggio dal carattere un po’ schivo che ormai da giorni e giorni, da buon ligure, non faceva altro che mugugnare.
– Io qui non c’entro un cavolo! E’ una questione di stile, oltretutto, frequento da anni il pregiato basilico di Pra’ e guardate come mi hanno ridotto!

Cavolo

E insomma, lo scontento regnava sovrano.
Tutti quanti si rabbuiarono ancor di più quando videro arrivare lo schiaccianoci che aveva una ferale notizia da comunicare:
– Ho sentito la cuoca parlare di mercatino dell’usato! Vuole darci via tutti! Dice che da quando c’è Franz non ha più bisogno di noi!
Il macinacaffé e il passaverdura si facevano coraggio a vicenda, persino il trinciapollo, da tutti considerato un tipo tagliente, scoppiò in un pianto dirotto.
E oltre tutto si vociferava di un sontuoso pranzo previsto per la domenica a venire: la cuoca aspettava la visita del suo fidanzato.
Oh, Franz si dava un sacco d’arie, sì!
Era giunto il momento del suo debutto in società!
Avrebbero visto di cos’era capace!
E’ proprio il caso di dire che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, mai detto fu più appropriato, credetemi!
E infatti state a sentire cosa capitò.
Venne l’ora di cucinare e la giovane cuoca indossò un bel grembiule, mise Franz al centro della tavola e tutto attorno gli ingredienti per la sua cena.
Un rumore sordo. Tac!
Che era successo? Franz non ne voleva sapere di mettersi a funzionare, era inutilizzabile!
Qualcosa nel suo delicato meccanismo pareva non girare a dovere e ci credereste? Andò a finire nella dispensa!
Entrarono in campo i vecchi cari attrezzi di sempre, la stampo dei ravioli non stava più nella pasta dalla felicità!
E il pestello batteva nel mortaio a ritmo di musica, che melodia!
Le fruste montarono i rossi d’uovo per la torta, erano emozionate come se fosse la prima volta!
E intanto ciotole, mestoli e spatole facevano il tifo per loro!
Il tostapane lavorava a pieno regime e il parmigiano scendeva come pioggia gentile dalla grattugia, un trionfo!
La cuoca ricevette sperticati complimenti, gli attrezzi stremati e felici si godevano gli elogi.
– Oh, ma che buono questo pesto!
– E questa sfoglia, si sente che è stata tirata a mano!
E a udir queste parole il mattarello fece una piroetta sul tavolo.
Fu una cena romantica, la teiera che era notoriamente sentimentale continuava a ripetere:
– Quei due sono fatti uno per l’altra!
E le tazzine in coro risposero:
– Sì, che tenerezza!
– E che dolcezza! – fece eco la zuccheriera.
Filò tutto liscio!
Passarono i giorni, Franz venne spedito in Germania per le dovute riparazioni, ma alla cuoca venne detto che stranamente all’interno del prezioso macchinario mancava un pezzo piuttosto costoso e così la cuoca disse che preferiva attendere per la riparazione.
Franz tornò nella casetta nel bosco e fu nuovamente risposto in dispensa, in attesa di tempi migliori.
La giovane donna però si scordò totalmente di lui e ogni cosa riprese a funzionare come una volta.
Passarono i mesi, cari lettori, un bel giorno la cuoca aprì un cassetto della cucina e in mezzo ai tappi trovò un piccolo oggetto misterioso:
– E questo cos’è?
Lo rigirò tra le mani e non accorgendosi che si trattava del pezzo mancante al povero Franz lo gettò via.
Le forchette e i coltelli tirarono un sospiro di sollievo, i cucchiai si misero a battere uno contro l’altro per la contentezza.
E sapete come accade, quando si condividono gioie e dolori ci si aiuta, questo è il senso dell’amicizia.
Nessuno disse mai nulla, bisogna pur saper mantenere un segreto!
Sì, tutti tacquero, eppure tutti sapevano che il sabotaggio di Franz era opera del cavatappi.
Lui non fece mai parola dell’accaduto ma dal profondo del cuore ringraziò la sua buona stella per avergli offerto l’occasione di dimostrare il suo valore.
Finalmente era apprezzato per ciò che realmente era, al di là delle apparenze.
Nessuno disse mai più che il cavatappi era un tipo contorto e tutti vissero felici e contenti.

E qui termina questa fiaba.
E’ dedicata alla mia amica E. e al suo nuovo blog, Il cestino di Cappuccetto Rosso, ricette e delizie da imparare e da imitare, un blog che vi invito a scoprire.
So che E. certamente tiene da conto il suo pestello e il suo mortaio per fare il pesto.
E so anche che desidererebbe aver un macchinario molto simile al nostro Franz, le auguro di riceverlo presto.
Attenta al cavatappi, però, non si sa mai!

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Dedicato al mio amico Chagall che ama le fiabe e  il mondo della fantasia

C’era una volta il cassetto di un tipografo.
Era pesante, di legno scuro e massiccio, nei suoi scomparti quadrati stavano spaparanzate certe vocali panciute, mentre gli spazi lunghi e stretti ospitavano consonanti magre e segaligne.
La Q stava per conto suo, era un tipo timido e taciturno, nel cassetto si favoleggiava che avesse stretto una profonda amicizia con la U, quelle due erano sempre insieme!
La Zeta, essendo l’ultima dell’alfabeto, si sentiva quasi emarginata e non parliamo della Enne che, avendo una gambetta in meno rispetto alla Emme, soffriva di devastanti complessi d’inferiorità.
Quel cassetto ospitava un mondo assai variegato: c’era la K che era una vera scansafatiche e la J che si dava grandi arie da stella di fama internazionale, mentre la Esse stava sempre a sibilare, sussurrare e sussultare, era rumorosissima!
E malgrado ciò, quando c’era da far silenzio, era lei stessa che dal suo scomparto zittiva tutti:
– Ssssh!
La A era la prima della classe,  era aperta e di buon carattere.
La C e la H erano pettegole e ciarliere, passavano ore e ore a chiacchierare di chicchessia, a chiedere di chiunque e a chiosare.
La Erre era vanitosa e romantica, quando parlava francese nessuno sapeva resisterle, era molto invidiata dalla D, una consonante dal cuore tenero che ci pativa moltissimo di essere una dentale.
La V e la W erano cugine, in realtà non è che si incontrassero spesso ma quando capitava si salutavano con entusiasmo, avreste dovuto sentire!
Una diceva evviva, evviva e l’altra rispondeva wow!
La O era golosa e godereccia, era solita cenare fuori con la B.
Queste due, a causa delle loro scorpacciate pantagrueliche, erano piuttosto rotondette.
Talvolta capitava che si imbattessero in colei che era rinomata per la sua frugale morigeratezza, la I, la quale non mancava mai di rimbrottarle:
– Ma voi due quando la finite di rimpinzarvi?
E quelle, oziose e mai satolle, rispondevano all’unisono:
– Boh!
Un mondo in un cassetto.
Certe lettere amavano girare in coppia, ad esempio le Effe, signorine affascinanti, affabili e affettuose.
A volte un po’ affettate, è vero, ma sempre effervescenti, non si affliggevano certo per affari di poco conto.
Le T erano attente, ottimiste e attraenti.
Attaccate una all’altra come poche, due destini uniti da uno stesso trattino.
Le Elle erano di carnagione pallida, ma questo certo non diminuiva la loro bellezza e allegria, erano lodevoli pulzelle e quando si separavano restavano comunque liete e gentili.
C’erano poi certe lettere misteriose che tutti osservavano con una certa riverenza: la X e la Y erano un vero enigma.
La P era spesso vittima dei lazzi altrui, certe parole la ferivano a morte:
– Ma che pancia hai! Così in alto, poi!
Anche la G soffriva perchè tutti la prendevano in giro, si sentiva sempre ripetere:
– Hai un suono così gutturale!
Ma poi arrivava  la E e tutto si sistemava.
La E era un’eccezione, si può dire così?
Era colei che sapeva unire tutte le altre lettere, nessuno ha mai capito come facesse, le bastava esserci e come d’incanto andavano tutte d’accordo.
Al centro del cassetto c’era una serie di scomparti rettangolari, lì abitavano i segni d’interpunzione e i segni grafici.
Di tutti loro il solo che avesse certezze era il punto.
Preciso, puntuale e definitivo.
Punto e a capo, appunto.
Fianco a fianco dormivano il punto di domanda e il punto esclamativo, una convivenza difficile.
Il primo amletico, dubbioso e curioso, il secondo sempre entusiasta e sorpreso.
Le parentesi e le virgolette se ne stavano tra di loro senza dar troppa confidenza agli altri.
Il punto e virgola aveva vissuto nei secoli passati periodi gloriosi; da qualche tempo si sentiva trascurato e messo da parte, nessuno lo cercava più.
Mai che fosse il suo turno, possibile?
I due punti erano assertivi e decisi, mai un’esitazione.
Lo stesso si può dire per il trattino che era uno con le idee chiare.
Dalle parti della virgola e dell’apostrofo, però, erano guai e continue discussioni.
A notte fonda li si sentiva cianciare tra di loro, l’apostrofo era estremamente indispettito, si trovava spesso fuori posto e non certo per colpa sua.
Per di più si azzuffava di continuo con l’accento che si intrometteva a sproposito.
E la virgola a sua volta ribatteva che lei aveva una funzione precisa che taluni parevano ignorare.
I puntini di sospensione, per parte loro, andavano ripetendo tutto il giorno:
– Noi ci muoviamo a gruppi di tre! Noi ci muoviamo a gruppi di tre!
Che vita faticosa!
Un mondo in un cassetto.
Un cassetto che nei tempi antichi aveva vissuto un passato glorioso: la casa delle vocali e delle consonanti, il condominio dell’alfabeto.
Passò molto tempo, il tipografo chiuse la sua bottega.
Le lettere se ne andarono in giro per il mondo in cerca di nuove parole.
E il cassetto?
Fu coperto da una mano di pittura verde brillante ed ebbe una nuova vita.
Ancora oggi, quando ricorda il bel tempo andato, sospira.
E gli pare di sentire la Esse che sibila:
– Ssssh!

Cassetto del tipografo

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C’era una volta una città sull’acqua e il suo simbolo era il re della foresta.
Una città incantata, posata come un gioiello sulla laguna, una città di gondole e di balli in maschera, una città unica al mondo, Venezia.
E sapete, laggiù un giorno accadde un fatto strano, i suoi leoni di pietra si risvegliarono creando grande scompiglio, correvano per le calli ruggendo minacciosi, il terrore serpeggiava nei campielli e lungo i canali.
Come si affrontano i leoni? Come si placano? Ma è semplice, raccontando loro fiabe della buonanotte per farli addormentare.
Fiabe che hanno come sfondo quella città fatata, Venezia.
Ma sapete cosa accadde?
Era inverno, spirava un vento gelido.
Forse voi lo ignorate, ma il vento porta i suoni, le musiche e le voci.
E un ruggito si levò e fluttuò nell’aria, attraversò le pianure e i monti, i laghi e i fiumi e senza perdere vigore rimbombò su un’altra città sull’acqua.
E sapete, anche laggiù c’erano dei leoni che si destarono dal loro sonno.
E alzarono la coda, si insinuarono giù per i caruggi e le persone presero a scappare terrorizzate, un fuggi fuggi tra vicoli e piazzette!
Bisognava ricorrere ancora alla magia delle fiabe e così ci pensò una bimba a raccontarle.
Così iniziano le fiabe: c’era una volta.
Leoni, state bravi, incrociate le zampe ed ascoltate, vi racconto una storia.

Leone

C’era una volta una città, tra le colline e il mare, una citta che tutti chiamavano La Superba.
E la nobiltà laggiù, faceva gran sfoggio d’eleganza.
Abiti sontuosi, broccati e morbidi velluti, sete scivolose  e pizzi,  coloro che possedevano molte sostanze sperperavano i loro denari in abiti ricchi e sfarzosi.
La fama di questa predilezione varcò i confini della città e arrivò in un lontano paesino immerso nelle umide brume delle Fiandre.
E due uomini partirono da lassù, in una fredda mattina nevosa, per giungere a Genova, la Superba, armati di astuzia e di parlantina sciolta.
I loro nomi?
Agostino e Filostrato, per servirvi, così si presentavano.
Costoro erano due scaltri malfattori, due truffaldini della peggior specie che si facevano passare per abili tessitori.
Aprirono persino una bottega, certo, accanto a molte altre di lunga tradizione.
In Piazza dei Tessitori, manco a dirlo, a poca distanza da Piazza delle Erbe.

Piazza delle Erbe

Piazza delle Erbe

Agostino e Filostrato, per servirvi.
Ago e Filo, signori genovesi, tessitori delle Fiandre e maestri d’un arte raffinata.
Oh, andavano dicendo che la loro stoffa era davvero speciale!
Non solo era una splendida manifattura dai colori brillanti, era preziosa quanto rara, i vestiti fatti con quella stoffa erano invisibili agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica.
E andavano decantando la loro opera presso le più blasonate famiglie di Genova.
– Ago e Filo, per servirvi.
E giù con un ossequioso inchino.
Non avevano fatto i conti con il carattere dei genovesi, però.
– Foresti?
Oh, non se ne parla! A Genova non si da credito a nessuno, la fiducia bisogna conquistarsela, altrochè!
E sebbene andassero di gran moda i sofisticati tessuti delle Fiandre, i genovesi si rivolgevano solo a certi rinomati e fidati sarti, che cucivano da sempre  i guardaroba delle dame e dei loro nobili consorti.
Le speranze di Ago e Filo di tornarsene a casa con una borsa piena di denari sonanti erano ridotte al lumicino, che disdetta, ci voleva un colpo di fortuna!
Ci credereste? In capo a pochi giorni si presentò un’occasione speciale.
La città intera era trepidante per l’arrivo di un imperatore di un regno lontano con il quale i Genovesi avevano certi fruttuosi commerci.
E sapete, all’epoca a Genova si usava accogliere le autorità in alcuni magnifici edifici, detti Palazzi dei Rolli.
E tutti facevano a gara per avere l’Imperatore quale gradito ospite, Strada Nuova era in fermento.
Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Via Garibaldi

Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Palazzo Gio Battista Spinola

Lasciarono a lui la scelta, ma l’Iimperatore davvero non sapeva quale dimora privilegiare.
Si allontanò da Strada Nuova e in ogni  dove trovò palazzi tirati a lucido e  che cortili  lussuosi!

Palazzo Reale 5

E che luoghi regali!

Palazzo Reale

E che splendidi atri!

Via Garibaldi (2)

Fu davvero difficile per lui, ma alla fine dovette decidersi e scelse un magnifico palazzo con ampi saloni ricchi di marmi e stucchi, una vera reggia!
L’Imperatore era famoso per la sua vanità, amava viaggiare su un carrozza tempestata di rubini e su un altro cocchio, tutto d’argento, faceva trasportare i suoi bauli, pieni zeppi di mantelli e pellicce, di camicie fini e impalpabili, coi polsini impreziositi da bottoni pregiati, per non parlare poi della sua collezione di scarpe dalle fibbie luccicanti.
Genova è una piccola città, le voci corrono rapidamente e quando all’imperatore giunse notizia della stoffa magica di Ago e Filo, subito si affrettò a chiedere chiarimenti al nobiluomo che lo ospitava.
Costui, scuotendo il capo, rispose:
– Foresti! Non mi fiderei…
Ma l’Imperatore non diede retta, voleva quella stoffa, ad ogni costo!
Voleva un vestito invisibile agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica!
E così venne mandato un valletto e Ago e Filo si presentarono al cospetto dell’Imperatore.
– Ago e Filo, per servirvi. La più magnificente stoffa delle Fiandre per voi!
E per tesserla serviranno oro e argento, seta finissima e lucida, la migliore del mondo.
Erano lì, in piedi al centro del salone, in uno splendido palazzo dei Rolli.
E davanti ad Ago e Filo c’era il nobiluomo genovese che perplesso aggrottava la fronte, mentre l’Imperatore si faceva prendere da crescente entusiasmo.
Attorno a loro i dignitari dell’Imperatore, alcuni parevano preoccupati, altri molto incuriositi.
Ah, finalmente gli stupidi e gli incompetenti sarebbero stati smascherati!
Ad Ago e Filo vennero inviati tutti i materiali preziosi che avevano richiesto e i due si misero all’opera con i telai.
Telai vuoti si intende, che truffatori!
Passarono i giorni e l’imperatore divenne impaziente.
Oh, voleva sapere a che punto era il lavoro!
E così mandò in Piazza dei Tessitori il suo ministro più anziano, un Duca dai cappelli rossicci e con la faccia lentigginosa, che di gran carriera imboccò proprio Vico del Duca.

Vico del Duca 1

Dapprima cercò di arrangiarsi, ma senza successo così cominciò a chiedere informazioni.
– Scusate, per Piazza dei Tessitori?
Malgrado le spiegazioni non ci si raccapezzava, caspita quella città era un labirinto!
A malincuore ritornò sui suoi passi e si precipitò a palazzo, supplicando di essere accompagnato da una persona del posto.
– Ecco il primo sciocco – pensò tra sé e sé l’imperatore – Figuriamoci se vedrà il mio vestito nuovo!
E dovevate vedere la faccia del ministro, quando si ritrovò davanti al telaio vuoto di Ago e Filo!
I due decantavano la bellezza della stoffa, la lucentezza dei ricami e il pover’uomo, che non vedeva nulla, impallidì.
Ma Ago e Filo continuavano a ripetere:
– Guardi che precisione! E che meraviglia di disegno!
Il Ministro annuì con convinzione e disse che davvero era magnificente, una stoffa unica e stupefacente!
E così disse all’Imperatore, la stoffa era davvero regale!
I due chiesero altri soldi, oro e seta per terminare l’opera e in breve tempo li ricevettero.
Venne inviato un altro dignitario.
E insomma, anche lui non vedeva un accidente, ma se ne guardò bene dal dirlo e confermò che quella stoffa era magnifica come nessun’altra.
E anche lui, come il Ministro, disse all’imperatore che era un lavoro perfetto.
L’imperatore volle così  vedere con i propri occhi la famosa stoffa e si recò con il suo seguito presso i due tessitori.
Sconcerto e sorpresa, sui telai c’era il vuoto!
Si avvicinò per guardare meglio, ma niente da fare! Che agitazione! Pareva che tutti quanti vedessero la stoffa tranne lui, i dignitari erano tutti stupiti ed entusiasti, un coro di elogi risuonava nella bottega.
– Oooh, che bella!
– Ma che meraviglia!
– Splendida!
E l’imperatore, sebbene un po’ interdetto, finì per dire che quella era davvero la stoffa più mirabile delll’universo, ricompensò i tessitori con molti denari e diede ordine che l’abito venisse confezionato.
– Che si prendano le misure per l’abito! – Esclamò Ago brandendo il metro.
– E che si tagli la stoffa! – Gli fece eco Filo.
Lavorarono tutta la notte e tutti i genovesi della zona videro quanto i due tessitori si adoperassero  per la buona riuscita del vestito nuovo dell’Imperatore.
Era previsto che lo indossasse per il grande corteo imperiale che doveva svolgersi per le vie della Superba.

Via Lomellini 4

Ago e Filo giunsero a Palazzo di buon mattino, entrambi con le braccia protese, come se reggessero il prezioso abito.
E dovevate vederli, mentre aiutavano l’imperatore a vestirsi!
E dovevate sentire i commenti degli astanti, che stupore e che sfarzo!
E lui, l’imperatore, si rimirava davanti allo specchio pavoneggiandosi senza ritegno!
Nessuno vedeva niente, ma ognuno se ne guardò bene dal dichiararlo, era un tripudio di elogi, i genovesi tutti e i dignitari dell’imperatore si profondevano in sperticate lodi sulla lievità dello strascico e sulle pieghe della maniche leggere come nuvole, sui dettagli preziosi di ogni singolo centimetro di quell’abito.
L’imperatore, altero e cerimonioso, si mise alla testa del corteo imperiale  e si mosse fendendo due ali di folla.
Incedeva a lenti passi, regale ed orgoglioso.
E al suo passaggio un brusio sommesso saliva con crescente entusiasmo, quale meraviglia il vestito nuovo dell’imperatore!
E poi d’improvviso, da un caruggio sbucò un ragazzino si fece largo tra la gente e al passaggio dell’Imperatore lo indicò con il dito e gridò:
– Ma non ha nulla addosso!
E allora tutti i presenti, come scossi, lo seguirono e si udì un coro che divenne una voce sola.
– Non ha nulla addosso! L’imperatore non ha nulla addosso!
E lui diventò rosso per la vergogna, lo sapeva bene di essere senza vestiti, ma per niente al mondo avrebbe smesso di ostentare la sua maestosa regalità.
Terminò così la sua sfilata, con la fierezza che si conviene a un imperatore, tronfio del suo splendido vestito nuovo.

E qui termina questo gioco, spero che vi siate divertiti.
Volete sapere se i leoni si sono riaddormentati? Ma certo, le fiabe della buonanotte funzionano sempre!
E ora credo di dover fare una dedica ed alcuni ringraziamenti.
Dedico le disavventure dell’imperatore a Ettore, il più piccino dei miei lettori, e ai suoi tre fratellini, i figli di Maddalena e Edoardo, i blogger di Farmacia Serra.
Il progetto dei Leoni Veneziani, antologia di fiabe ambientate a Venezia e scritte da diversi autori,  è un’idea originale di Andrea Storti,  con un fine nobile, qui  trovate il sito con tutte le informazioni, complimenti a lui per la splendida iniziativa.
Grazie di cuore, con immenso affetto, al mio caro amico Chagall, che  mi ha regalato il libro e mi ha coinvolto con il suo travolgente entusiasmo per i leoni e per il fantastico mondo delle fiabe.
E grazie a un amico di tutti noi, Hans Christian Andersen, che scrisse la fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore” da me liberamente interpretata ed ambientata nelle strade della mia città.
Lui ci ha lasciato parole per i nostri sogni, questo sono le sue fiabe.
E spero che lo scrittore danese non se ne abbia a male per questo mio volo di fantasia, lui che alla mia città dedicò queste parole:

Genova, poi, sorge sulle colline, in mezzo a oliveti verdi-azzurri. Nei giardini crescevano aranci e melograni, e i lucenti limoni verde pallido facevano pensare alla primavera, proprio allora che noi scandinavi ci approssimiamo all’inverno. I temi degni d’un quadro si succedevano l’un l’altro; per me tutto era nuovo e indimenticabile…

Hans Christian Andersen, Impressioni

Limoni

I limoni di Palazzo Reale

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