Il cassetto del tipografo

Dedicato al mio amico Chagall che ama le fiabe e  il mondo della fantasia

C’era una volta il cassetto di un tipografo.
Era pesante, di legno scuro e massiccio, nei suoi scomparti quadrati stavano spaparanzate certe vocali panciute, mentre gli spazi lunghi e stretti ospitavano consonanti magre e segaligne.
La Q stava per conto suo, era un tipo timido e taciturno, nel cassetto si favoleggiava che avesse stretto una profonda amicizia con la U, quelle due erano sempre insieme!
La Zeta, essendo l’ultima dell’alfabeto, si sentiva quasi emarginata e non parliamo della Enne che, avendo una gambetta in meno rispetto alla Emme, soffriva di devastanti complessi d’inferiorità.
Quel cassetto ospitava un mondo assai variegato: c’era la K che era una vera scansafatiche e la J che si dava grandi arie da stella di fama internazionale, mentre la Esse stava sempre a sibilare, sussurrare e sussultare, era rumorosissima!
E malgrado ciò, quando c’era da far silenzio, era lei stessa che dal suo scomparto zittiva tutti:
– Ssssh!
La A era la prima della classe,  era aperta e di buon carattere.
La C e la H erano pettegole e ciarliere, passavano ore e ore a chiacchierare di chicchessia, a chiedere di chiunque e a chiosare.
La Erre era vanitosa e romantica, quando parlava francese nessuno sapeva resisterle, era molto invidiata dalla D, una consonante dal cuore tenero che ci pativa moltissimo di essere una dentale.
La V e la W erano cugine, in realtà non è che si incontrassero spesso ma quando capitava si salutavano con entusiasmo, avreste dovuto sentire!
Una diceva evviva, evviva e l’altra rispondeva wow!
La O era golosa e godereccia, era solita cenare fuori con la B.
Queste due, a causa delle loro scorpacciate pantagrueliche, erano piuttosto rotondette.
Talvolta capitava che si imbattessero in colei che era rinomata per la sua frugale morigeratezza, la I, la quale non mancava mai di rimbrottarle:
– Ma voi due quando la finite di rimpinzarvi?
E quelle, oziose e mai satolle, rispondevano all’unisono:
– Boh!
Un mondo in un cassetto.
Certe lettere amavano girare in coppia, ad esempio le Effe, signorine affascinanti, affabili e affettuose.
A volte un po’ affettate, è vero, ma sempre effervescenti, non si affliggevano certo per affari di poco conto.
Le T erano attente, ottimiste e attraenti.
Attaccate una all’altra come poche, due destini uniti da uno stesso trattino.
Le Elle erano di carnagione pallida, ma questo certo non diminuiva la loro bellezza e allegria, erano lodevoli pulzelle e quando si separavano restavano comunque liete e gentili.
C’erano poi certe lettere misteriose che tutti osservavano con una certa riverenza: la X e la Y erano un vero enigma.
La P era spesso vittima dei lazzi altrui, certe parole la ferivano a morte:
– Ma che pancia hai! Così in alto, poi!
Anche la G soffriva perchè tutti la prendevano in giro, si sentiva sempre ripetere:
– Hai un suono così gutturale!
Ma poi arrivava  la E e tutto si sistemava.
La E era un’eccezione, si può dire così?
Era colei che sapeva unire tutte le altre lettere, nessuno ha mai capito come facesse, le bastava esserci e come d’incanto andavano tutte d’accordo.
Al centro del cassetto c’era una serie di scomparti rettangolari, lì abitavano i segni d’interpunzione e i segni grafici.
Di tutti loro il solo che avesse certezze era il punto.
Preciso, puntuale e definitivo.
Punto e a capo, appunto.
Fianco a fianco dormivano il punto di domanda e il punto esclamativo, una convivenza difficile.
Il primo amletico, dubbioso e curioso, il secondo sempre entusiasta e sorpreso.
Le parentesi e le virgolette se ne stavano tra di loro senza dar troppa confidenza agli altri.
Il punto e virgola aveva vissuto nei secoli passati periodi gloriosi; da qualche tempo si sentiva trascurato e messo da parte, nessuno lo cercava più.
Mai che fosse il suo turno, possibile?
I due punti erano assertivi e decisi, mai un’esitazione.
Lo stesso si può dire per il trattino che era uno con le idee chiare.
Dalle parti della virgola e dell’apostrofo, però, erano guai e continue discussioni.
A notte fonda li si sentiva cianciare tra di loro, l’apostrofo era estremamente indispettito, si trovava spesso fuori posto e non certo per colpa sua.
Per di più si azzuffava di continuo con l’accento che si intrometteva a sproposito.
E la virgola a sua volta ribatteva che lei aveva una funzione precisa che taluni parevano ignorare.
I puntini di sospensione, per parte loro, andavano ripetendo tutto il giorno:
– Noi ci muoviamo a gruppi di tre! Noi ci muoviamo a gruppi di tre!
Che vita faticosa!
Un mondo in un cassetto.
Un cassetto che nei tempi antichi aveva vissuto un passato glorioso: la casa delle vocali e delle consonanti, il condominio dell’alfabeto.
Passò molto tempo, il tipografo chiuse la sua bottega.
Le lettere se ne andarono in giro per il mondo in cerca di nuove parole.
E il cassetto?
Fu coperto da una mano di pittura verde brillante ed ebbe una nuova vita.
Ancora oggi, quando ricorda il bel tempo andato, sospira.
E gli pare di sentire la Esse che sibila:
– Ssssh!

Cassetto del tipografo

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C’era una volta un imperatore…

C’era una volta una città sull’acqua e il suo simbolo era il re della foresta.
Una città incantata, posata come un gioiello sulla laguna, una città di gondole e di balli in maschera, una città unica al mondo, Venezia.
E sapete, laggiù un giorno accadde un fatto strano, i suoi leoni di pietra si risvegliarono creando grande scompiglio, correvano per le calli ruggendo minacciosi, il terrore serpeggiava nei campielli e lungo i canali.
Come si affrontano i leoni? Come si placano? Ma è semplice, raccontando loro fiabe della buonanotte per farli addormentare.
Fiabe che hanno come sfondo quella città fatata, Venezia.
Ma sapete cosa accadde?
Era inverno, spirava un vento gelido.
Forse voi lo ignorate, ma il vento porta i suoni, le musiche e le voci.
E un ruggito si levò e fluttuò nell’aria, attraversò le pianure e i monti, i laghi e i fiumi e senza perdere vigore rimbombò su un’altra città sull’acqua.
E sapete, anche laggiù c’erano dei leoni che si destarono dal loro sonno.
E alzarono la coda, si insinuarono giù per i caruggi e le persone presero a scappare terrorizzate, un fuggi fuggi tra vicoli e piazzette!
Bisognava ricorrere ancora alla magia delle fiabe e così ci pensò una bimba a raccontarle.
Così iniziano le fiabe: c’era una volta.
Leoni, state bravi, incrociate le zampe ed ascoltate, vi racconto una storia.

Leone

C’era una volta una città, tra le colline e il mare, una citta che tutti chiamavano La Superba.
E la nobiltà laggiù, faceva gran sfoggio d’eleganza.
Abiti sontuosi, broccati e morbidi velluti, sete scivolose  e pizzi,  coloro che possedevano molte sostanze sperperavano i loro denari in abiti ricchi e sfarzosi.
La fama di questa predilezione varcò i confini della città e arrivò in un lontano paesino immerso nelle umide brume delle Fiandre.
E due uomini partirono da lassù, in una fredda mattina nevosa, per giungere a Genova, la Superba, armati di astuzia e di parlantina sciolta.
I loro nomi?
Agostino e Filostrato, per servirvi, così si presentavano.
Costoro erano due scaltri malfattori, due truffaldini della peggior specie che si facevano passare per abili tessitori.
Aprirono persino una bottega, certo, accanto a molte altre di lunga tradizione.
In Piazza dei Tessitori, manco a dirlo, a poca distanza da Piazza delle Erbe.

Piazza delle Erbe

Piazza delle Erbe

Agostino e Filostrato, per servirvi.
Ago e Filo, signori genovesi, tessitori delle Fiandre e maestri d’un arte raffinata.
Oh, andavano dicendo che la loro stoffa era davvero speciale!
Non solo era una splendida manifattura dai colori brillanti, era preziosa quanto rara, i vestiti fatti con quella stoffa erano invisibili agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica.
E andavano decantando la loro opera presso le più blasonate famiglie di Genova.
– Ago e Filo, per servirvi.
E giù con un ossequioso inchino.
Non avevano fatto i conti con il carattere dei genovesi, però.
– Foresti?
Oh, non se ne parla! A Genova non si da credito a nessuno, la fiducia bisogna conquistarsela, altrochè!
E sebbene andassero di gran moda i sofisticati tessuti delle Fiandre, i genovesi si rivolgevano solo a certi rinomati e fidati sarti, che cucivano da sempre  i guardaroba delle dame e dei loro nobili consorti.
Le speranze di Ago e Filo di tornarsene a casa con una borsa piena di denari sonanti erano ridotte al lumicino, che disdetta, ci voleva un colpo di fortuna!
Ci credereste? In capo a pochi giorni si presentò un’occasione speciale.
La città intera era trepidante per l’arrivo di un imperatore di un regno lontano con il quale i Genovesi avevano certi fruttuosi commerci.
E sapete, all’epoca a Genova si usava accogliere le autorità in alcuni magnifici edifici, detti Palazzi dei Rolli.
E tutti facevano a gara per avere l’Imperatore quale gradito ospite, Strada Nuova era in fermento.
Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Via Garibaldi

Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Palazzo Gio Battista Spinola

Lasciarono a lui la scelta, ma l’Iimperatore davvero non sapeva quale dimora privilegiare.
Si allontanò da Strada Nuova e in ogni  dove trovò palazzi tirati a lucido e  che cortili  lussuosi!

Palazzo Reale 5

E che luoghi regali!

Palazzo Reale

E che splendidi atri!

Via Garibaldi (2)

Fu davvero difficile per lui, ma alla fine dovette decidersi e scelse un magnifico palazzo con ampi saloni ricchi di marmi e stucchi, una vera reggia!
L’Imperatore era famoso per la sua vanità, amava viaggiare su un carrozza tempestata di rubini e su un altro cocchio, tutto d’argento, faceva trasportare i suoi bauli, pieni zeppi di mantelli e pellicce, di camicie fini e impalpabili, coi polsini impreziositi da bottoni pregiati, per non parlare poi della sua collezione di scarpe dalle fibbie luccicanti.
Genova è una piccola città, le voci corrono rapidamente e quando all’imperatore giunse notizia della stoffa magica di Ago e Filo, subito si affrettò a chiedere chiarimenti al nobiluomo che lo ospitava.
Costui, scuotendo il capo, rispose:
– Foresti! Non mi fiderei…
Ma l’Imperatore non diede retta, voleva quella stoffa, ad ogni costo!
Voleva un vestito invisibile agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica!
E così venne mandato un valletto e Ago e Filo si presentarono al cospetto dell’Imperatore.
– Ago e Filo, per servirvi. La più magnificente stoffa delle Fiandre per voi!
E per tesserla serviranno oro e argento, seta finissima e lucida, la migliore del mondo.
Erano lì, in piedi al centro del salone, in uno splendido palazzo dei Rolli.
E davanti ad Ago e Filo c’era il nobiluomo genovese che perplesso aggrottava la fronte, mentre l’Imperatore si faceva prendere da crescente entusiasmo.
Attorno a loro i dignitari dell’Imperatore, alcuni parevano preoccupati, altri molto incuriositi.
Ah, finalmente gli stupidi e gli incompetenti sarebbero stati smascherati!
Ad Ago e Filo vennero inviati tutti i materiali preziosi che avevano richiesto e i due si misero all’opera con i telai.
Telai vuoti si intende, che truffatori!
Passarono i giorni e l’imperatore divenne impaziente.
Oh, voleva sapere a che punto era il lavoro!
E così mandò in Piazza dei Tessitori il suo ministro più anziano, un Duca dai cappelli rossicci e con la faccia lentigginosa, che di gran carriera imboccò proprio Vico del Duca.

Vico del Duca 1

Dapprima cercò di arrangiarsi, ma senza successo così cominciò a chiedere informazioni.
– Scusate, per Piazza dei Tessitori?
Malgrado le spiegazioni non ci si raccapezzava, caspita quella città era un labirinto!
A malincuore ritornò sui suoi passi e si precipitò a palazzo, supplicando di essere accompagnato da una persona del posto.
– Ecco il primo sciocco – pensò tra sé e sé l’imperatore – Figuriamoci se vedrà il mio vestito nuovo!
E dovevate vedere la faccia del ministro, quando si ritrovò davanti al telaio vuoto di Ago e Filo!
I due decantavano la bellezza della stoffa, la lucentezza dei ricami e il pover’uomo, che non vedeva nulla, impallidì.
Ma Ago e Filo continuavano a ripetere:
– Guardi che precisione! E che meraviglia di disegno!
Il Ministro annuì con convinzione e disse che davvero era magnificente, una stoffa unica e stupefacente!
E così disse all’Imperatore, la stoffa era davvero regale!
I due chiesero altri soldi, oro e seta per terminare l’opera e in breve tempo li ricevettero.
Venne inviato un altro dignitario.
E insomma, anche lui non vedeva un accidente, ma se ne guardò bene dal dirlo e confermò che quella stoffa era magnifica come nessun’altra.
E anche lui, come il Ministro, disse all’imperatore che era un lavoro perfetto.
L’imperatore volle così  vedere con i propri occhi la famosa stoffa e si recò con il suo seguito presso i due tessitori.
Sconcerto e sorpresa, sui telai c’era il vuoto!
Si avvicinò per guardare meglio, ma niente da fare! Che agitazione! Pareva che tutti quanti vedessero la stoffa tranne lui, i dignitari erano tutti stupiti ed entusiasti, un coro di elogi risuonava nella bottega.
– Oooh, che bella!
– Ma che meraviglia!
– Splendida!
E l’imperatore, sebbene un po’ interdetto, finì per dire che quella era davvero la stoffa più mirabile delll’universo, ricompensò i tessitori con molti denari e diede ordine che l’abito venisse confezionato.
– Che si prendano le misure per l’abito! – Esclamò Ago brandendo il metro.
– E che si tagli la stoffa! – Gli fece eco Filo.
Lavorarono tutta la notte e tutti i genovesi della zona videro quanto i due tessitori si adoperassero  per la buona riuscita del vestito nuovo dell’Imperatore.
Era previsto che lo indossasse per il grande corteo imperiale che doveva svolgersi per le vie della Superba.

Via Lomellini 4

Ago e Filo giunsero a Palazzo di buon mattino, entrambi con le braccia protese, come se reggessero il prezioso abito.
E dovevate vederli, mentre aiutavano l’imperatore a vestirsi!
E dovevate sentire i commenti degli astanti, che stupore e che sfarzo!
E lui, l’imperatore, si rimirava davanti allo specchio pavoneggiandosi senza ritegno!
Nessuno vedeva niente, ma ognuno se ne guardò bene dal dichiararlo, era un tripudio di elogi, i genovesi tutti e i dignitari dell’imperatore si profondevano in sperticate lodi sulla lievità dello strascico e sulle pieghe della maniche leggere come nuvole, sui dettagli preziosi di ogni singolo centimetro di quell’abito.
L’imperatore, altero e cerimonioso, si mise alla testa del corteo imperiale  e si mosse fendendo due ali di folla.
Incedeva a lenti passi, regale ed orgoglioso.
E al suo passaggio un brusio sommesso saliva con crescente entusiasmo, quale meraviglia il vestito nuovo dell’imperatore!
E poi d’improvviso, da un caruggio sbucò un ragazzino si fece largo tra la gente e al passaggio dell’Imperatore lo indicò con il dito e gridò:
– Ma non ha nulla addosso!
E allora tutti i presenti, come scossi, lo seguirono e si udì un coro che divenne una voce sola.
– Non ha nulla addosso! L’imperatore non ha nulla addosso!
E lui diventò rosso per la vergogna, lo sapeva bene di essere senza vestiti, ma per niente al mondo avrebbe smesso di ostentare la sua maestosa regalità.
Terminò così la sua sfilata, con la fierezza che si conviene a un imperatore, tronfio del suo splendido vestito nuovo.

E qui termina questo gioco, spero che vi siate divertiti.
Volete sapere se i leoni si sono riaddormentati? Ma certo, le fiabe della buonanotte funzionano sempre!
E ora credo di dover fare una dedica ed alcuni ringraziamenti.
Dedico le disavventure dell’imperatore a Ettore, il più piccino dei miei lettori, e ai suoi tre fratellini, i figli di Maddalena e Edoardo, i blogger di Farmacia Serra.
Il progetto dei Leoni Veneziani, antologia di fiabe ambientate a Venezia e scritte da diversi autori,  è un’idea originale di Andrea Storti,  con un fine nobile, complimenti a lui per la splendida iniziativa.
Grazie di cuore, con immenso affetto, al mio caro amico Chagall, che  mi ha regalato il libro e mi ha coinvolto con il suo travolgente entusiasmo per i leoni e per il fantastico mondo delle fiabe.
E grazie a un amico di tutti noi, Hans Christian Andersen, che scrisse la fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore” da me liberamente interpretata ed ambientata nelle strade della mia città.
Lui ci ha lasciato parole per i nostri sogni, questo sono le sue fiabe.
E spero che lo scrittore danese non se ne abbia a male per questo mio volo di fantasia, lui che alla mia città dedicò queste parole:

Genova, poi, sorge sulle colline, in mezzo a oliveti verdi-azzurri. Nei giardini crescevano aranci e melograni, e i lucenti limoni verde pallido facevano pensare alla primavera, proprio allora che noi scandinavi ci approssimiamo all’inverno. I temi degni d’un quadro si succedevano l’un l’altro; per me tutto era nuovo e indimenticabile…

Hans Christian Andersen, Impressioni

Limoni

I limoni di Palazzo Reale