Sette anni con voi, buon compleanno Dear Miss Fletcher!

Oggi è una giornata importante per me, oggi questo blog compie sette anni.
Sono tantissimi giorni, se ci pensate.
E sono tante fotografie, ricordi, caruggi, scoperte, nuovi libri e nuovi viaggi nei tempi passati che non ho veduto.
E incontri, nuove ispirazioni, amicizie che si rinsaldano, sono molte le emozioni che mi regalano queste mie paginette.
Così innanzi tutto ringrazio voi per la vostra presenza, grazie per le parole belle che sempre mi donate, sono onorata di avere tra i miei lettori persone garbate ed entusiaste come voi.
E allora brindo insieme a tutti voi, cin cin e buon compleanno Dear Miss Fletcher!

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Un pomeriggio con la nonna Teresa

Come se non fossero mai passati tutti questi anni, io mi ricordo ancora quei pomeriggi con la nonna Teresa.
La nonna abitava nel mio palazzo e così quando ero piccola mi bastava salire qualche piano di scale per andarla a trovare.
Come ho già avuto modo di ricordare, la nonna era una ragazza del ‘99, gente di altra tempra rispetto a noi.
La nonna non stava mai con le mani in mano, era sempre impegnata con le sue attività: raccoglieva le fotografie per l’album di famiglia, scriveva aneddoti e memorie, soprattutto passava un sacco di tempo a cucire.
La nonna aveva una vecchia Singer con il pedale e spesso la trovavi all’opera con aghi, fili e stoffe, va detto che a volte cuciva delle cose del tutto inutili ma allora mi sembrava sempre che facesse lavori assolutamente indispensabili.

Foto scattata a Fontanigorda

La nonna aveva anche un apparecchietto di plastica colorata a forma di macchina da cucire, era un piccolo aggeggio che serviva a infilare l’ago e all’epoca mi sembrava una cosa fantastica, di recente mi è capitato di vederlo in vendita sui banchi del mercato e ho avuto un vero e proprio moto di nostalgia.
Alla nonna piaceva anche cucinare e le riusciva molto bene peccato che fosse spesso in altre faccende affaccendata e quindi sovente si scordava le pentole sul fuoco, io mi ricordo benissimo certe pietanze e certe minestre carbonizzate a dovere.
A casa della nonna poi trovavo sempre riviste interessanti e così molto spesso me ne tornavo nella mia cameretta con un discreto bottino di imperdibili letture.
La mia preferita in assoluto era una rivista di leggerezze, diciamo così: aveva un formato insolito, la carta sottile e molte foto in bianco e nero.
Ed erano pagine e pagine di pettegolezzi sulle stelle del cinema e sui componenti delle case reali europee, la leggevo con una certa curiosità per i matrimoni da favola, i nuovi amori e le storie sensazionali.
C’erano poi i settimanali che comprava mia zia con le istruzioni per la maglia o l’uncinetto, i servizi di moda, le notiziole utili per la casa.
E su quelle pagine andavo sempre a cercare la rubrica con i trucchetti della nonna, a dire il vero in seguito non credo di essermi mai ricordata di seguire uno di quei consigli ma all’epoca mi sembrava fondamentale informarmi sul modo migliore per pulire l’argenteria, tanto per fare un esempio.
Sulla scrivania della nonna poi non mancava mai il barattolino argentato della Coccoina, quell’odore per me è un ricordo d’infanzia.
Lei usava la colla per attaccare sui suoi quaderni le ricette ritagliate dalle riviste e la utilizzava anche per l’album dei ricordi di famiglia.
La nonna Teresa era maestra elementare e ogni tanto tirava fuori le fotografie di lei con i suoi studenti, adesso conservo io quelle foto di classe.
E poi la nonna raccontava dei suoi giorni da insegnante e di quando da piccola andava al mare a Sampierdarena, in campagna agli Erzelli oppure a Pontedecimo.
E la ringrazio per aver scritto i suoi ricordi, se non lo avesse fatto sarebbero andati perduti mentre invece sono impressi sulla carta con la sua calligrafia ordinata e precisa.
Rileggere adesso quelle storie è come tornare indietro nel tempo e trascorrere ancora, di nuovo, un pomeriggio con la nonna Teresa.

Els, Irene e Miss Fletcher

E oggi vi racconterò di loro, Els e Irene sono le amiche olandesi di Miss Fletcher.
A dirvi il vero è stata proprio una sorpresa sapere di avere queste affezionate lettrici nella terra dei tulipani, un bel giorno però Els e Irene si sono rivelate lasciando un commento ad uno dei miei post e sono contenta che lo abbiano fatto.
Els e Irene sono due fantastiche ragazze ottantenni e ho anche avuto la piacevole occasione di conoscerle in quanto pochi giorni fa sono venute a Genova.
Infatti dovete sapere che loro due leggono le mie paginette proprio perché amano la mia città e l’hanno visitata più di una volta, un giorno mi hanno scritto di essere andate a cercare Piazza della Giuggiola proprio perché l’avevano vista su questo blog.
Els e Irene sono due persone brillanti, colte, entusiaste e allegre.
Sono mamme e nonne, sono amiche da molti anni e da tanto tempo amano viaggiare insieme.
Parlano l’italiano e mi hanno detto che hanno voluto studiarlo per poter leggere la Divina Commedia in lingua originale.
E così abbiamo trascorso un bel pomeriggio insieme: Els, Irene e Miss Fletcher a zonzo per i caruggi, proprio come piace a noi!

Abbiamo visitato la chiesa della Nunziata e abbiamo fatto merenda alla Marescotti, poi abbiamo piacevolmente gironzolato in Via della Maddalena e in Via Luccoli.
Su e giù, quel giorno c’era anche un bel sole e quindi abbiamo anche gustato un cono di pesce fritto da asporto comodamente sedute su una panchina al Porto Antico, davanti al mare di Genova.
È sempre una gioia incontrare persone speciali come loro e oggi le ringrazio per il bel pomeriggio passato insieme e anche per i deliziosi cioccolatini che mi hanno portato in dono dall’Olanda, nella carta che li racchiude c’è il disegno di un mulino a vento.
Il blog regala sempre splendide esperienze e incontri imprevedibili, questa volta mi ha portato per le strade della mia città insieme a due persone fantastiche.
Care Els e Irene, vi ringrazio di cuore di tutto e spero davvero di rivedervi presto!

Il compleanno della Biblioteca Berio

Accadono a volte cose molto belle, avere un blog dedicato alla propria città è una continua occasione di incontro e di crescita, spesso grazie a queste pagine ho avuto modo di partecipare ad eventi interessanti che riguardano la mia Genova.
Proprio di recente sono stata invitata alla festa per il compleanno della Biblioteca Civica Berio che da vent’anni ha la sua sede nell’edificio che un tempo ospitò il Seminario Arcivescovile.
Questa biblioteca nel fiore degli anni che prima si trovava a De Ferrari è stata così celebrata dai suoi tanti estimatori, da coloro che hanno studiato sui libri conservati sui suoi scaffali e dagli amanti della lettura.

In molti hanno dato il loro contributo alla realizzazione di questa splendida iniziativa, durante la festa di venerdì 4 Maggio è stato anche inaugurato il nuovo giardino della Biblioteca curato dagli studenti dell’Istituto Agrario Marsano.

Nel tunnel della biblioteca è stata anche allestita una piccola esposizione con dei pannelli dedicati a diversi aspetti della storia della Berio, tra gli autori dei testi ci sono Stefano Fera, Laura Malfatto e Teresa Sardanelli.
Io mi sono occupata di scrivere un articolo dedicato alla storia del Seminario Arcivescovile, i tre pannelli posizionati sulla sinistra comprendono questo mio pezzo e alcune immagini d’epoca.

Ringrazio i responsabili della Biblioteca per avermi invitata a partecipare a questa esposizione in una maniera a me molto gradita, i pannelli a breve verranno spostati dal tunnel e saranno collocati all’interno della biblioteca e così se andrete alla Berio troverete il testo scritto da me, sono molto contenta di aver dato il mio piccolo contributo.
Oltre a ciò sono lieta di dirvi che molto presto pubblicherò il mio testo su queste pagine e quindi potrete leggere la storia del Seminario Arcivescovile di Genova.
E ancora una volta faccio gli auguri a un luogo che racchiude vite, romanzi, poesie, storie, rime, racconti e memorie.
Buon compleanno alla nostra amata Biblioteca Berio!

Miss Fletcher torna a scuola

Scrivere le pagine di un blog regala sorprese e cose molto belle, ancora una volta con mia grande gioia vi dico che davvero non smetto mai di stupirmi.
Ed ecco il racconto di una splendida esperienza della quale ringrazio di cuore la maestra Emanuela, lo devo a lei se sono tornata in un’aula delle elementari.
La maestra Emanuela mi ha cercata e mi ha invitata a parlare ai bambini della Maria Mazzini, la scuola che ho frequentato negli anni’70.
E così pochi giorni fa ho incontrato i piccoli studenti di tre sezioni di quarta elementare e a loro ho raccontato la storia della nostra scuola.

Dunque, come vi posso spiegare un’emozione come questa?
Io nella mia scuola sono tornata diverse volte nel corso degli anni e soltanto per gli appuntamenti elettorali in quanto la Mazzini è sede di seggio.
Poi, un giorno, quasi per caso mi sono ritrovata in uno dei saloni con davanti file e file di sedie occupate da giovani scolari curiosi.
E c’erano mani alzate, domande, silenzi e brusii, sorrisi e stupori, la scuola era molto diversa negli anni ‘70.
Le cose cambiano e come sapete adesso l’insegnamento si avvale anche delle nuove tecnologie, questi bambini durante le lezioni usano con disinvoltura dispositivi elettronici di ultima generazione.
Sono intelligenti, vivaci, curiosi, entusiasti ed eravamo così anche noi che siamo stati bambini negli anni ‘70.
Hanno ascoltato con grande interesse la storia della loro scuola, ne scrissi su questo blog in questo articolo, raccontarla a loro è tutta un’altra storia, è ben più divertente!

Si sono stupiti del fatto che noi avessimo una sola maestra e mi hanno persino chiesto come sia possibile che io mi ricordi il suo nome.
E poi abbiamo parlato del quartiere e di alcuni cambiamenti della zona, dei pasticcini di Morbelli, dei quaderni e delle penne che compravamo da Gotelli e di come siano mutate certe parti del quartiere.
E loro hanno fatto tante domande, mi hanno chiesto come andavamo a scuola e a che ora entravamo, ad un interrogativo non ho ho saputo rispondere.
E già, infatti un bambino mi ha chiesto il nome del primo dirigente scolastico della Mazzini e a dire il vero proprio non lo so, è una notizia che mi manca!
Le scale che conducono alle classi sono sempre quelle e guardarle in questa maniera è una sensazione davvero bella.

E poi, poi ho raccontato delle nostre lezioni di musica e canto, noi eravamo accompagnati da un’insegnante che suonava per noi il pianoforte.
Ecco, esattamente in questa stanza dove mi è capitato di parlare in un angolo c’è un vecchio pianoforte nero e mi hanno detto che non lo usa più nessuno.
Chissà, sarà proprio quel pianoforte? Eh, secondo me è molto probabile!

Ringrazio tutti per la bella partecipazione e l’entusiasmo, grazie alla maestra Emanuela e alle sue colleghe, grazie a tutti i bambini per l’ascolto, i sorrisi e le domande.
Le scale, le aule, la campanella.
I quaderni a quadretti, il gesso e la lavagna e quel tempo che non si può dimenticare, lo ricorderanno con tenerezza anche coloro che sono bambini adesso.
Quel tempo lo abbiamo vissuto qui, nelle aule della Scuola Elementare Maria Mazzini.

Il Carmine: un regalo a colori per me

Nel corso delle diverse stagioni credo di avervi portato molte volte al Carmine, è uno di quei posti dove si lascia il cuore ed è uno dei luoghi dove amo passeggiare.
E andare su e giù tra il Vico della Fragola e quello dello Zucchero, in quella dolcezza antica che appartiene a questa parte di Genova.
Il Carmine è un quartiere talmente caratteristico da farti innamorare anche se non ci sei mai stato e allora l’immaginazione può portarti proprio là, nei luoghi a me cari.

Questo mio blog ha diversi affezionati lettori e tra i frequentatori abituali delle mie paginette c’è anche lui: il suo nome è Sergio, non è genovese ma è genuinamente innamorato della Superba, forse vi sarà anche capitato di leggere i suoi arguti commenti, Sergio ha un particolare senso dell’ironia.
E il mio amato Carmine ha incantato anche lui, era inevitabile!
Lo aveva veduto nelle mie passeggiate e così durante la sua recente visita a Genova abbiamo avuto occasione di conoscerci e di andare proprio al Carmine insieme.
Sergio ha talento per la pittura, il suo nome d’arte è Balallo e mi ha portato un regalo veramente speciale del quale lo ringrazio di cuore, dovrei ormai sapere che il blog è fonte di continui stupori e invece non smetto mai di meravigliarmi.
Ed ecco qui la Piazza del Carmine, il quadro ha già trovato la sua perfetta collocazione in casa mia.
E davvero non manca nulla: cielo azzurro, panni stesi, luce e ombra.
E Genova che sa farti innamorare.

Gli agrumi della mia infanzia

Nel tempo dei profumi fragranti degli agrumi mi sono venuti in mente certi frutti della mia infanzia e forse non riuscirò nemmeno ad enumerarli tutti, in questo nostalgico viaggio a ritroso credo che i ricordi scaturiranno in ordine sparso.
Arance amare nelle aiuole del corso che attraversa il paese sulla riviera di ponente dove era la casa della mia famiglia.
Un marciapiede di piastrelle rosse e alberi a non finire, io mi sono sempre chiesta per quale ragione non fosse permesso andare con il cestino a raccogliere tutte quei frutti invitanti.
Limone e arancia, ancora in estate, erano i gusti delle granite e dei ghiaccioli gustati sulla spiaggia, sotto l’ombrellone.
E poi ancora agrumi, quelli delle deliziose caramelle frizzanti che hanno accompagnato la nostra infanzia, le ricordate?
Io le mangio ancora adesso, da piccola avevo una predilezione per quelle all’arancia, quindi prima mangiavo tutte quelle lì e poi passavo a quelle rifasciate nella carta gialla, il mio era un procedimento scientifico, per così dire, seguito con metodo e disciplina.
Tra le altre cose, ora che ci penso, da bambina mi piaceva anche un sacco fare merenda con fettine di limone spolverate di zucchero, oltre a piacermi il sapore devo dire che mi sembrava anche una cosa da grandi e per me era ancor più fantastico succhiare la fettina senza metterci nulla sopra!

E a proposito di agrumi non posso certo trascurare i ricordi legati alla zia.
Come ho già avuto modo di raccontarvi in passato, la zia era un’appassionata insegnante di inglese e ogni anno accompagnava i suoi alunni in Inghilterra per le vacanze studio, da quei viaggi tornava sempre con qualche regalo.
A volte tra i suoi doni c’erano vasetti con certe delizie e devo dire che da piccola mi pareva molto insolito che si facessero le marmellate di agrumi e non parliamo poi di quella stranezza che era il lemon curd.
La zia era la sorella di mio papà, entrambi erano dei gran cuochi ed entrambi si dilettavano a fare per l’appunto le marmellate.
Quelle erano cerimonie lunghe e laboriose, era tutto un via vai di pentoloni, coperchi, conche piene di chili di frutta, mestoli di legno, vasetti da sterilizzare ed etichette da scrivere con la dovuta cura.
E poi, un giorno ecco l’assoluta novità prodotta dalle mani d’oro della zia: la marmellata di kumquat.
Sapete, all’epoca il piccolo frutto succoso era per me una bontà sconosciuta, non lo avevo mai sentito nominare.
Ed è anche questo il bello dell’essere bambini, hai sempre qualcosa di nuovo da scoprire come i kumquat o magari il pompelmo rosa che solo per il fatto di essere di quel colore mi piaceva molto di più dell’altro!
E poi, altri ancora sono gli agrumi della mia infanzia.
Ad esempio, quelli che erano in una villa al mare, a Moneglia, si trattava della casa delle vacanze di amici dei miei genitori.
Ecco, io di quel posto non mi ricordo proprio nulla ma ho stampata nella mente l’immagine della scalinata di mattoni rossi e un grande albero di limoni, chissà perché non l’ho mai dimenticato.
È rimasto in un angolo della mia memoria, tra quegli agrumi della mia infanzia.

L’ultima pioggia

L’ultima pioggia ti sorprende mentre aspetti la primavera.
Arriva senza fragore eppure è intensa e constante e tu invece ami sentirla cadere leggera, ti piace camminare senza ombrello, incurante delle pozzanghere, correre sotto i portici al riparo e poi mettere la mano fuori per vedere se piove ancora.
E guardare in su mentre rasserena e mentre l’aria profuma di acqua.
E poi a volte riprende a piovere e allora ti fermi di nuovo in un portone, magari entri in un baretto a bere una tazza di tè, te ne vai in libreria a sfogliare le decine di libri che vorresti comprarti e alla fine esci sempre con qualche acquisto.
Tu che ami anche la pioggia.
E i romanzi francesi.
E il temporale, ma solo in estate quando puoi sentire le gocce che cadono sul tetto.
E il vento che porta via le nuvole e fa tornare il sereno.
E il mare sempre, anche quando piove.

La casa nella prateria

“La notte era piena di musica e Laura era sicura che parte di essa provenisse dalle grandi stelle splendenti che si dondolavano sopra la prateria.”

Queste sono le memorie di una ragazzina di nome Laura e molti di voi l’avranno già riconosciuta.
Laura Ingalls Wilder visse tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, fu autrice di una serie di libri autobiografici che ispirarono una celebre serie televisiva: La casa nella prateria appassionò generazioni di bambine.
Laura venne magistralmente interpretata dall’attrice Melissa Gilbert e per noi che siamo state bambine negli anni ‘70 la Ingalls è quella tipetta lì con le treccine e le lentiggini sul nasino.
Con mia grande gioia ho scoperto che Gallucci Editore ha pubblicato i vari volumi della Wilder tradotti da Claudia Porta e così eccomi a leggere le avventure di Charles e Caroline Ingalls che con le loro figlie Laura, Mary e Carrie lasciano i grandi boschi del Wisconsin per iniziare una nuova vita come molti altri coloni.
La scrittura della Wilder è semplice e asciutta, essenziale e priva di fronzoli, questo è un lettura per l’infanzia e scorre via velocemente.

Una trasposizione televisiva è raramente fedele e identica al testo al quale si ispira e in questo caso alcune differenze spiccano abbastanza evidenti.
Sono diversi certi caratteri, sono diversi certi tratti fisici delle persone.
Caroline Ingalls, ad esempio, è una donna pratica e concreta e risulta molto meno dolce e tenera di quanto appaia nel telefilm, suo marito Charles mi è parso a tratti più ruvido del personaggio proposto da Michael Landon.
E ricordate quel bonaccione del signor Edwards? Ecco, nel telefilm è un omone grande e corpulento, nel libro viene descritto come alto, magro e bruno.
Mary è davvero buona e generosa come la ricordiamo mentre Laura, a volte, sembra invece essere fin troppo capricciosa e persino indisponente.
Viene descritta con attenzione la dura quotidianità di questi coloni, sono narrati in modo chiaro certi momenti di lavoro e di fatica come ad esempio la costruzione della casa.
Quelle erano le terre degli Indiani, terre che furono loro sottratte per essere date ai coloni e gli indiani, con le loro usanze e le loro particolarità, sono presenti in diversi passaggi del libro: Laura li teme e allo stesso tempo prova curiosità verso di loro.
Le parole complessivamente usate nei confronti di questo popolo sono spesso amaramente dure, in quei passaggi emerge netta la paura del diverso e l’incapacità di confrontarsi con una cultura differente dalla propria, a me non sembra di ricordare questa narrazione negli episodi del telefilm.
C’è poi la vita e il tempo che scorre, mentre il fuoco scoppietta nel camino e le bambine gioiscono per i dolcetti colorati e per lo zucchero bianco.
Prenderò tutti i volumi della serie, ho appena iniziato il secondo libro e devo dirvi che non ho resistito alla tentazione di guardare innanzitutto il capitolo dedicato a Nellie Oleson: se volete saperlo lei e suo fratello Willie erano veramente due pesti e Nellie aveva un carattere infernale.
Certe storie ci accompagnano e restano un bel ricordo, questo libro è un’emozione e un bel viaggio nel tempo dell’infanzia.
Laura Ingalls Wilder nacque il 7 Febbraio 1867, oggi è il giorno del suo compleanno e da questo tempo distante dal suo voglio dirle che le bambine della mia generazione sono state felici di crescere insieme a lei e alle sue sorelle.
Grazie Laura, ci siamo divertite insieme, nella casa nella prateria.

In Spianata Castelletto con l’Ascensore di Ponente

Con gli anni per me quello è diventato l’ascensore che non prendo mai anche se conduce ad un luogo che frequento spesso, in realtà io sono solita usare l’altro ascensore decantato da Giorgio Caproni e reso immortale dai suoi versi.
Ed è così che in genere salgo verso la Spianata anche se ci sono altri modi per farlo.

L’ascensore di Castelletto Ponente si ferma a metà della Galleria posta tra la Zecca e Portello, un tunnel lo collega a Piazza della Meridiana e a dirvi il vero l’ultima volta che l’ho usato i muri di quel tunnel non erano proprio immacolati come piace a me.
Quell’ascensore però mi ricorda me stessa ragazzina perché ai tempi della scuola lo usavo spesso: avevo 16 anni, lo zainetto Invicta rosso e blu sulle spalle e dalla Zecca facevo di corsa mezza galleria per prendere quell’ascensore.
Perché quando hai quell’età lì corri persino veloce come il vento e quello per me era il mezzo più rapido per arrivare a destinazione.
Ed eccoci qui, in Spianata.

Anche questo ascensore ha una lunga storia, venne infatti inaugurato alla fine degli anni ‘20 e conserva ancora il suo fascino antico, io credo davvero che forse andrebbe valorizzato meglio.
Due sono le cabine, entrambe hanno ancora i rivestimenti e le panche in legno.

La passerella è come sospesa tra il blu del cielo e i mattoni rossi della discesa.

Quella creuza è una delle mie preferite e ancora adesso, quando vado di fretta, mi capita di farla di corsa.
Come quando avevo sedici anni e facevo di corsa mezza galleria? Non così veloce, temo.
Quella creuza è ancora un’altra storia che un giorno vi racconterò.

E se la vedrete dall’alto, come la si ammira dalla ringhiera nelle vicinanze dell’ascensore, non scordate di guardare lontano, la prospettiva che sovrasta quella discesa è una veduta a suo modo unica.

Ora, adesso, restiamo qui, davanti a quei giochi di luci ed ombre.

Tra le ringhiere che fanno da cornice alle finestre.

Con questa armonia.

Per accedere a questa ascensore c’è anche questo pavimento così decorato e questo già racconta che l’ascensore è un luogo di altri tempi.

L’Ascensore di Ponente è per me come un prezioso gioiello di famiglia che è stato messo da parte.
Come quando si prende una fragile rarità e la si ripone in una scatoletta, dimenticandosi però di mettere il coperchio: così i gioielli si appannano e si coprono polvere.
E allora poi bisogna lucidarli, farli risplendere di nuova bellezza, così si fa con gli oggetti cari che appartengono alla nostra famiglia.
Questa è l’ascensore dei nostri nonni, è parte della storia di questa grande famiglia che è la nostra città.

Quella città che cambia, cresce, diventa nuova e più moderna, pur conservando le sua anima antica e i luoghi che rappresentano la sua identità.
La guardiamo ancora da quassù e la vediamo così proprio come i nostri nonni quando venivano in Spianata con l’ascensore.