Dieci anni con voi, buon compleanno Dear Miss Fletcher!

Era il 19 giugno.
Era il 19 giugno e da allora sono trascorsi giorni e mesi, talmente tanti che ne sono stupita pure io: oggi questo blog compie ben 10 anni, è un giorno davvero importante!
E così sono qui a festeggiarlo con voi che mi seguite nei miei giretti per caruggi, nei miei viaggi indietro nel tempo, nelle mie passeggiate nella mia amata Fontanigorda e nei luoghi che piacciono a me.
Grazie a tutti voi per la vostra presenza e per i vostri entusiasmi, è bello condividere questa esperienza con lettori speciali come voi.
Tra le margherite ondeggianti in questo tempo di giugno, buon compleanno Dear Miss Fletcher!

Ritornare a Fontanigorda

Ritornare a Fontanigorda significa spalancare le finestre sull’azzurro e sui prati lucidi e chiari, sui boschi fitti e magnifici.
Ritornare a Fontanigorda è sempre gioia, consuetudine, emozione e consapevolezza che ritroverò volti amici e persone care e luoghi percorsi tante, tante volte.
Ritornare a Fontanigorda racchiude, ancora, per me quel senso fantastico di stupore per i fiori che sbocciano, per le farfalle, per le creature che abitano nel bosco.
Ritornare a Fontanigorda è come non essersene mai andati perché una parte di cuore, sempre, rimane davvero qui.
Ben ritrovata, mia amata Fontanigorda.

Copricostumi, cuffie e ricordi d’estate

Aprendo la scatola dei ricordi so sempre che tra voi qualcuno conserva dolci memorie simili alle mie.
Di quel tempo là, quando eravamo piccoli, in quegli anni ‘70.
Quando si andava al mare per noi bambini come copricostume bastavano una maglietta e un paio di calzoncini e via, eravamo pronti per la spiaggia!
Le mamme e le zie, invece, a pensarci oggi, caspita erano sempre eleganti!
Eh sì, pure per andare al mare, ricordo certi abiti con fantasie sgargianti e certe cinture dorate: mia mamma aveva un copricostume giallo e arancio, una delle mie zie invece prediligeva il viola e il turchese.
E non mancavano mai gli accessori coordinati, come certe collane coloratissime e gli orecchini ingombranti.
Non parliamo poi degli occhiali da sole: in quelle estati là andavano di moda gli occhiali grandi, molto fatali, che ricordo!
All’epoca, tra le cose che sinceramente mi stupivano delle nostre vacanze al mare, c’era il rito di andare dal parrucchiere.
Io ricordo perfettamente il negozio, a poca distanza da casa, le poltrone tutte allineate e le signore pazienti e diligenti con i bigodini in testa sedute sotto il casco.
Mi pareva una cosa insolita, devo ammetterlo, io da bambina pensavo che in estate si potesse anche andare in giro con i capelli al vento, ecco!

Le mamme degli anni ‘70, invece, erano proprio di diverso avviso, intanto loro avevano la soluzione per proteggere i loro capelli.
Ve lo ricorderete tutti: all’epoca si faceva il bagno con la cuffia.
Eh, quelle cuffie erano spesse, coloratissime, impegnative, con certi fiori grandi sul lato o con altre applicazioni.
Per me fare il bagno con la cuffia era una faccenda anche un po’ fastidiosa, diciamolo, vuoi mettere la bellezza di sentire i capelli che scivolano sulla schiena seguendo l’onda e poi uscire con tutto il salino addosso e starsene un po’ sotto la doccia?
La zia, invece, la pensava proprio in un altro modo.
Lei faceva il bagno rigorosamente con la cuffia, nuotava con una certa grazia, andando al largo, poi a un certo punto scompariva e da lontano si vedeva solo il colore della sua cuffia.
Anche io da piccola qualche volta ho portato la cuffia, ho pure qualche fotografia che lo testimonia.
Erano bei tempi e in ogni caso, anche nelle cose che mi parevano strane, c’era sempre qualcosa di bello.
Ad esempio, quando si andava dal parrucchiere, fuori dal negozio c’erano tutte quelle ceste piene di pinze, fiocchi, mollettine e pettinini e specchietti e bustine e spazzoline.
E insomma, a volte se ci penso, mi sembra di essere ancora là, davanti alla cesta, a due passi dalla pizzeria.
C’è anche una musica che suona il lontananza, forse è una canzone di Marcella Bella o magari di Donna Summer.
Ho cento lire per il gelato, sarà difficile sceglierlo ma alla fine, lo so, sarà quello giusto per me.

Gente di Pontedecimo

È gente di Pontedecimo in una fotografia del 1931.
O forse potrebbe anche essere un gruppo di gitanti, però a me piace invece pensare che si trattasse proprio di gente di Pontedecimo.
Sapete, quando mi capita qualche fotografia relativa a questa zona di Genova mi viene come un piccolo batticuore: la famiglia della mia nonna paterna aveva una casa, nel verde di Pontedecimo, durante la guerra tutti loro sfollarono là, in quella palazzina immersa nel verde accanto ad alcune altre abitate dai contadini del luogo.
Diversi anni fa andai lassù con mia mamma, la casa c’è ancora e là incontrammo una signora che si ricordava bene di mia nonna, di mio papà e delle sue sorelle, fu emozionante ascoltare le sue parole.
E così, quando il mio sguardo si posa su certe immagini di Pontedecimo l’interrogativo sorge proprio spontaneo: chissà se queste persone conoscevano mia nonna, lei era una donna volitiva e di certo rimaneva impressa.
Eh, quante domande senza risposta, cari amici.
E comunque, come dicevo, era il 1931 e queste persone si misero in posa per la fotografia.
Là in mezzo ai grandi ecco la gioia di casa, guance paffutelle, un cappellino e un bel sorrisino.
E poi loro, gli adulti, tutti compunti, vestiti di scuro, le signore con le loro pettinature composte restano serie, solo il giovane uomo pare accennare un sorriso.
Là, da qualche parte, fuori dai margini della fotografia c’era un mondo intero e in qualche luogo nascosto che resta soltanto nell’immaginazione c’era la nonna con tutta la sua numerosa famiglia.
Era gente di Pontedecimo.
E tutto è, una volta in più, un’emozione bella e straordinaria.

Un panino alla spiaggia

Di tutti i ricordi del tempo d’estate questo è uno dei più belli.
Avrete anche voi memoria di certi sapori che erano i vostri prediletti in tempi diversi: ognuno ha la propria madeleine proustiana e a volte anche più di una.
Ecco, quando andavo al mare sulla riviera di ponente, in quella casa tanto rimpianta appartenente ai miei antenati, ogni tanto mi capitava di mangiare alla spiaggia.
La casa era sull’Aurelia, davvero a pochi metri dal mare, tornare a pranzare attorno a un tavolo era semplicemente un agio e un gradito momento di ristoro dalla calura estiva, il pranzo in spiaggia era invece una piacevole eccezione iniziata con i miei genitori e conservata da ragazzina con le mie amiche.
Ah, poi a dire il vero ricordo bene anche che alcuni andavano a mangiare nel ristorantino di uno stabilimento balneare dove servivano piatti di fumanti spaghetti con le vongole e all’epoca a me sembrava una scelta stravagante e particolare, chissà poi perché!
Io no, io mi portavo il mio amato panino con il pomodoro rigorosamente fasciato nella carta d’argento.

Dunque, il mio panino con il pomodoro è semplicissimo da preparare, la mamma lo ha sempre fatto con una bella rosetta.
Il panino va tagliato a metà ed entrambe le parti vanno generosamente condite con sale, olio, aceto e origano, quindi va imbottito con delle belle fette di pomodoro succoso e maturo della Riviera di Ponente, una delle delizie della nostra regione.
Ecco, il panino è pronto, una vera bontà!
E poi quel gesto: le mani che stringono il pane reso più morbido dalla carezza gentile dell’olio, il sapore dell’origano, l’aria del mare, la bibita con la cannuccia presa al baretto, le chiacchiere, le risate e una piacevole e bellissima consuetudine che ricordo davvero con nostalgia.
Seguiva poi, immancabile, il gelato di rito.
Seguiva poi l’estenuante attesa delle canoniche interminabili ore prima del bagno e devo dire che noi bambini degli anni ‘70 sbuffavamo un po’ ma eravamo piuttosto disciplinati, alla fin fine.
Ora non ricordo quando per l’ultima volta ho mangiato quel panino ma è successo davvero un sacco di anni fa.
Ricordo benissimo il rito della preparazione: la cucina con il tavolo turchese, la finestra spalancata e il canto delle cicale, la borsa di paglia e le ciabattine di gomma.
E una sola semplice delizia: il mio fantastico panino con il pomodoro.

Le nostre Barbie

E poi, un bel giorno, va a finire che su un banchetto del mercatino trovi le Barbie, proprio quelle con le quali ti piaceva giocare.
Oh, so bene che sto intavolando un argomento sul quale si potrebbero scrivere pagine e pagine e a dir tutta la verità io ovviamente ho ancora le mie Barbie e la valigetta con tutti i loro abitini variopinti e colorati, un giorno o l’altro ve li mostrerò!
Dunque, le nostre Barbie erano delle tipette ambiziose, bastava appunto dare uno sguardo al loro guardaroba: cappelli, scarpe, stivali di tutti i colori, calzoncini, gonne, completi sportivi, abiti da sera e vestiti per ogni occasione.
Alla Barbie del resto sta bene tutto, lo sappiamo.
E noi che siamo state bambine negli anni ‘70 abbiamo pure avuto il privilegio di possedere la Barbie con le gambe rigide, quella che riusciva a piegare le ginocchia è venuta dopo!
La Barbie è sempre stata bionda bionda bionda e io da piccola amavo moltissimo che avesse quei capelli dritti dritti dritti che in realtà erano pure un po’ spessi: nella vita vera le bionde naturali hanno in genere i capelli sottili, eh!
La Barbie invece no, lei è un’eccezione in tutto e i suoi capelli sono piuttosto spessi.

La Barbie ha poi gli occhioni grandi grandi e blu e mi pare di ricordare che le nostre bambole di quel tempo là avessero anche un accenno di trucco chiaro sugli occhi secondo lo stile degli anni ‘70.
Le mie Barbie hanno avuto la sfortuna di avere una padroncina un po’ disordinata, ammetto che spesso e volentieri mi ritrovavo con le scarpe scompagnate ed era una cosa piuttosto seccante!
So per certo di avere da qualche parte una scarpetta gialla, una sola, manco stessimo parlando di una moderna Cenerentola!
La Barbie poi aveva anche una sorellina più piccola, la mitica Skipper e pure lei era bionda e ricorderete che aveva la frangetta, io avevo ben due Skipper e trovavo che fossero due ragazzine piuttosto simpatiche, la nostra cara Barbie non sarebbe stata la stessa senza quella sorellina lì.
Sì, lo so, poi c’era anche il Ken, ricordo alla perfezione che il mio aveva un maglione a quadrettoni arancio e marrone, Ken era un bel ragazzo ma nel complesso mi pareva un tipo un po’ ingessato.
E poi a quell’epoca il nostro Ken aveva i capelli di plastica e questo mi lasciava perplessa, io non ho mai capito perché non avesse  i capelli come la Barbie, chissà!
In ogni caso la nostra eroina era lei, la bellissima Barbie, con i suoi accessori rosa fucsia, la macchina decapottabile, la moto, la casa in ordine perfetto e l’armadio pieno di vestiti.
La Barbie nuotava, giocava a tennis, a golf, andava a cavallo e insomma, come sappiamo aveva una vita interessante e non si annoiava mai.
Io ho un bel ricordo di lei e credo sia stata una piacevole compagna di giochi per noi bambine degli anni ‘70.
Così eterea, bionda e inimitabile: così Barbie come sempre è stata.

L’album delle figurine

Tutti coloro che sono stati piccoli negli anni ‘70 hanno avuto la gioia di dilettarsi con l’album delle figurine e a pensarci viene davvero un po’ di nostalgia.
Beh, a dire il vero anche i bambini che sono venuti dopo di noi sicuramente hanno avuto il loro meritato album, le figurine sono sempre state gioie dell’infanzia!
E in tutta sincerità non so neanche dire se fosse poi così importante completare l’album: la cosa bella era avere le figu, mi ricordo che le chiamavamo così.
E quindi, con un rito che si ripeteva puntuale, in certi specifici giorni papà tornava a casa dall’ufficio con i pacchetti di figurine, non vedevamo l’ora di mettere le mani sul malloppo, vi ricordate?
Ah, poi alcune figurine si ripetevano e si ripetevano all’infinito, accidenti!
Aprivi il pacchetto e c’era sempre quella là che avevi già trovato come minimo tre volte e la figurina di troppo se andava così a finire dritta nel mazzo di quelle da scambiare.
Spacchettare le figurine era gioia, attesa e divertimento vero ed era sempre accompagnato da quella tiritera che ancora tutti ricordiamo: celo manca, celo manca… e lo scrivo così perché noi lo dicevamo proprio così!
Insomma, non so quanti album di figurine abbiamo avuto noi fortunati bambini degli anni ‘70, mi viene in mente di scriverne perché l’altro giorno per puro caso ho trovato tra le pagine di un libro della mia infanzia il dorso di una di queste figurine che ora viene così elevato al livello di cimelio di quel tempo là!

Non mi ricordo proprio di quale figurina si trattasse anche perché, come molti di voi, ho raccolto figurine di tutti i tipi: di fiori e di animali, di Heidi e della mitica Barbie, non mi sono invece mai dedicata alle figurine dei calciatori perché il calcio proprio non mi interessava.
E comunque era sempre un bel divertimento mettersi seduta per terra con l’album e i pacchetti di figurine, sperando sempre di trovare quella là così rara che non capitava mai!
E vi ricordate? C’erano dei disegni composti da più figurine e quanto capitava di averne trovate due su tre diventavo particolarmente ansiosa di trovare la figurina mancante e il destino a volte me la faceva proprio sospirare!
E tuttavia era bello avere un album da completare: una volta terminato si metteva da parte e si aspettava di aver un nuovo album da riempire.
E ancora celo manca, celo manca e un nuovo mazzetto di figurine doppie da scambiare con gli amici: insomma, una di quelle cose che noi che eravamo bambini negli anni ‘70 ci ricordiamo proprio bene!

Caro diario

Anni interi, pagine e parole scritte sul diario.
Era una bella abitudine per noi che siamo state bambine negli anni ’70 e poi ragazzine negli anni ‘80, ricordo di aver sempre avuto un diario da scrivere, dalle scuole medie in poi l’ho fatto con una certa regolarità.
Caro diario.
A dire il vero se ci penso non so bene con quale intenzione io scrivessi, era semplicemente una cara consuetudine: era naturale confidarsi con le amiche e confrontarsi con loro ma malgrado ciò il diario era sempre lì e accoglieva sfoghi, speranze, resoconti, racconti di gite, di viaggi, di amori e di piccole gioie quotidiane.
I diari, manco a dirlo, li ho ancora tutti.
E ancora mi ricordo i nomi e i volti di tutti coloro di cui all’epoca scrissi, alcuni sono ancora amici cari che non se ne sono mai andati.
E poi nelle pagine dei diari ci sono interi scorci di vita, risate, giornate al mare, biglietti dell’autobus e del treno, canzoni che amavo cantare, immancabili cuoricini, fotografie e frasi memorabili.

Le pagine dei diari sono scritte con penne colorate che all’epoca erano anche profumate.
Tra le pagine dei diari ci sono appuntamenti mancati, progetti per il futuro, elenchi di cose da fare subito, domani, forse un giorno o magari chissà.
Tra le pagine dei diari ci sono pure le incomprensioni, le cose non dette, quelle che sarebbe stato meglio non dire e quelle che, a conti fatti, hai fatto proprio bene invece a tirare fuori.
Giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, anni interi scritti a penna e mi ritrovo a constatare che adesso scrivere a mano è una cosa persino insolita, almeno per me, non ci sono più abituata.
I diari hanno un ritmo, una colonna sonora, una nostalgia, un loro particolare significato: ora magari non è più così ma lo avevano in quel momento lì in cui li abbiamo scritti.
Quindi se ne stanno in un cassetto e racchiudono un tempo diverso da questo.
Sui miei diari ho scritto, giorno per giorno, le mie esperienze londinesi.
Tra le pagine dei diari ci sono anche gli indirizzi, perché all’epoca si spedivano le cartoline.
Tra le pagine dei diari ci sono poi i numeri di telefono: quelli della mia città rigorosamente senza prefisso, vi ricorderete che all’epoca il prefisso era necessario solo per le interurbane, come dicevo era proprio un altro mondo, per l’appunto.
Come ho detto, non so proprio con quale intenzione allora scrivessi.
Però c’è ancora tutto: l’amica con le treccine e quel tipo là che scriveva canzoni, c’è musica e poesia, ci sono le diverse stagioni, i nuovi incontri, i ricordi, il tempo che poi svanisce e ancora non si sa come accada.
Ho scritto davvero tutto ed è là, tra le pagine dei diari.

Perduti, amati e ritrovati

Perduti, amati e ritrovati: i libri, i nostri libri.
Alcuni magari li hai lasciati indietro, in un tempo nel quale ti riconoscevi in certe parole che parevano scritte apposta per te e così all’epoca li avevi sottolineati in più parti, ti aveva persino punto vaghezza di trascrivere alcune righe su un quadernetto da conservare per i momenti bui.
Perché magari non lo sai ma, prima o poi, un libro finisce per ritrovarti.
La memoria di quella lettura resta in un luogo nascosto della mente e ancora ritorna, seppur vaga e confusa, si ripresenta nel momento in cui la tua anima ha sete di bellezza, conforto o immaginazione.
Così vai a cercare tra i tuoi libri perduti, amati e ritrovati e tra le pagine ritrovi anche quell’emozione già vissuta o forse finisci per scoprirne una nuova e del tutta diversa.
Perduti e ritrovati, mai dimenticati: come i grandi amori, in fondo.
E unici, sempre, perché ogni lettore è un libro diverso e questa è una delle parti più intriganti della magia della lettura.

Pensate alle miriadi di nomi di coloro che popolano le pagine dei vostri libri.
Da Giulietta Capuleti a Dorian Gray, da Madame Bovary a Oliver Twist, giusto per citarne alcuni: ognuno di noi immaginerà i volti di queste persone in maniera differente e per ciascuno sarà un diverso gioco di fantasia.
Siamo condotti a quel viso grazie alle parole dello scrittore eppure siamo soltanto noi a rendere reali queste figure e a saperle vedere alla nostra particolare maniera e nessuno al mondo mai le immaginerà come abbiamo fatto noi.
Se ci pensate, questo è straordinario.
Perduti, amati e ritrovati: quei libri che ti accompagnano da sempre e neppure sai quando li hai incontrati la prima volta.
Perduti, amati e mai abbandonati perché sarebbe molto difficile restituire il senso alle cose e farlo nostro se non potessimo ritrovarci nei versi di una poesia, nel frammento di uno scritto di un tempo lontano, nelle emozioni di un personaggio letterario.
Perduti, amati e ritrovati, i nostri libri che ci sono sempre stati, in ogni respiro delle nostre giornate.

E se amo anche i libri è perché in fin dei conti i libri sono parte del mondo come le donne, gli alberi, le bestie, i fiori, i poeti, le fabbriche, le stelle e questa mia meravigliosa lettera.”
Cesare Pavese, 1927
Lettere 1924-1944 Einaudi 1966

Cose buone di Miss Fletcher su Il Secolo XIX

Questo venerdì mi regala una bella sorpresa e così sono contenta di condividerla con voi.
Come sapete, talvolta mi diletto a proporvi i miei manicaretti e le ricette di casa mia, a questo proposito qualche giorno fa sono stata contattata dalla giornalista Lucia Compagnino con la quale ho fatto una piacevole chiacchierata.
Su Il Secolo XIX di oggi, nella rubrica Album Liguria a pagina 33, troverete infatti un articolo dedicato ad una particolare delizia della tradizione che può essere preparata in diverse maniere e c’è anche la citazione di una ricetta apparsa su questo blog e nel mio caso si tratta, ovviamente, di cose buone di Genova e di Miss Fletcher.
Oltre a ciò, l’ampia parte iniziale di questo articolo è dedicata in generale a questo blog ed è stata una bella occasione per presentare le mie paginette e per raccontare le cose che amo.
E quindi qui ringrazio ancora Lucia Compagnino e a tutti voi auguro una buona giornata!