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Archive for the ‘Su di me’ Category

I posti che amo di più sono anche quelli dove torno più spesso.
Sono sul mio cammino e nel mio quartiere, sono luoghi sempre cari e frequentati in diversi momenti della vita.
Era primo pomeriggio, dopo una mattinata di pioggia, davanti all’ascensore di Castelletto.
E qui trovi sempre qualcuno che se ne sta in pace e in beata solitudine, godendosi preziosi istanti su una panchina.
Un libro tra le mani, una musica in testa e tutto il tempo del mondo.
Poi è arrivato il ragazzo con lo zainetto, forse tornava da scuola e magari tra una ventina d’anni pure lui passando di qui dirà che questo è uno dei posti che ama di più.
La linea del cielo che si fonde con l’azzurro del mare, il profilo armonioso della ringhiera, una superba pozzanghera e quell’albero maestoso che si specchia nell’acqua.
E allora non credo di dovervi spiegare per quale ragione questo sia uno dei posti che amo di più.

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Oggi, in questa domenica d’autunno, festeggio il mio compleanno.
Come ogni anno la mia festicciola personale si svolge anche qui, sulle paginette di questo blog che mi hanno sempre regalato cose molto belle.
Tanti auguri a me, tanti ringraziamenti a tutti voi che mi seguite nelle mie passeggiate e leggete con crescente entusiasmo i miei racconti.
E come sempre in questa giornata speciale porto qui il cielo chiaro della mia Val Trebbia e il bocciolo profumato di questa rosa a me tanto cara.
Buon compleanno, Miss Fletcher!

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Le cartoline dello Zio Mimi arrivavano da molto lontano e quando il postino le depositava nella buca delle lettere lasciava per noi una sorta di piccolo sogno.
Lo zio si chiamava Domenico ma per tutti è sempre stato Mimi, lui era il fratello del mio nonno materno, quindi iniziò a spedire le cartoline a mia mamma e in seguito a me e a mia sorella.
D’un tratto, poi, ha smesso di mandarle.
Lo zio Mimi era commissario di bordo sulle navi da crociera e le sue cartoline avevano sempre quel timbro : VIA AIR MAIL.
Le cartoline dello zio Mimi provenivano da luoghi mai veduti dai nomi affascinanti: Puerto Rico, Grenada, Nassau, Barbados, Aruba.
E poi New York, Messico, Newport e varie località della Florida.
Sulle sue cartoline c’erano sempre delle immagini speciali di posti esotici e paradisiaci.
Spiagge bianche, insenature, isole verdeggianti, delfini, palme, barche a vela, case colorate, chiese moderne, fioriture generose, turisti sfaccendati, ville con il portico, giardini rigogliosi e mercati della frutta.
In una si vede un tale con una tela montata su un cavalletto, ha pennelli e pitture e di fronte un magnifico panorama marino.

Tra le cartoline inviate dallo zio Mimi le mie preferite erano quelle delle Bermuda.
Intanto i francobolli erano bellissimi e poi quel nome rimandava alla mia fantasia di bambina l’immagine di un’isola dove tutti erano straordinariamente felici, tutti giravano in calzoncini al ginocchio e camicia a fiori e il sole splendeva sempre.
Tra l’altro, mi si diceva che lo zio Mimi andasse fin laggiù per questioni di lavoro e a dirvi il vero io non ne sono mai stata troppo convinta.
Secondo me le cose funzionavano più o meno così.
Lui si metteva in viaggio per queste terre lontane e quando la nave si avvicinava alle isole lo Zio Mimi se ne andava sul ponte a guardare il profilo della costa.
Poi scendeva a terra e tutti lo salutavano, per me era ovvio che laggiù tutti lo conoscessero.
Quindi lo Zio Mimi se ne andava a gironzolare beato per quelle cittadine dove c’erano pontili, fari, spiagge infinite, ombrelloni e ville con il portico.
Tra il resto lo Zio Mimi era sempre abbronzato, non sembrava proprio che trascorresse il suo tempo a lavorare, io ero più che sicura che lui fosse perennemente in vacanza.
E ho anche sempre pensato che a lui piacesse la sua vita avventurosa, per me era tutto incredibile: lo zio Mimi aveva visto il mondo.
Ora le sue cartoline stanno tutte in una scatola, sono davvero tante e sono tutte diverse.
Su alcune di esse ci sono dei disegni che rappresentano particolari zone geografiche e ci sono frutti, pesci, barche, uccelli, persone che ballano, un pirata con un forziere, fiori e mare azzurro.
C’era tutto un mondo fantastico che non avevo mai veduto in quelle cartoline.
C’era la bellezza infantile di immaginare il mondo meraviglioso dello zio Mimi.

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Giorni fa, cercando alcuni oggetti in cantina, ho fatto un fortunato ritrovamento.
Vi ho già detto che io tengo tutto, vero?
Ecco, certi reperti non ricordo nemmeno di averli conservati fino a quando, come per magia, spuntano fuori all’improvviso.
E dunque, parliamo di una quisquilia che tutte coloro che sono state bambine negli anni ‘70 hanno posseduto.
Signore e signori, ecco a voi il mio portamonete con i pallini!
L’ho sempre chiamato così e non vedo perché dovrei cambiare adesso, vi sembra?
Meraviglia!

Nel prenderlo in mano ho notato che era un po’ ciccione, quindi doveva esserci dentro qualcosa.
Per la verità ho vissuto anche qualche istante di tensione perché, con mio estremo disappunto, la cerniera non si apriva.
Che scocciatura, non si capisce perché un portamonete che non viene usato da almeno quarant’anni abbia qualche problema di ruggine alla cerniera, caspita!
E dunque, alla fin fine con delicatezza sono riuscita nell’impresa e cosa ho trovato là dentro?
Stupore, i gettoni di qualche gioco da tavolo del quale non mi ricordo.
E sì, appartenevano a noi che eravamo bambini al tempo della Lira.
Cristoforo Colombo sulle 5.000 Lire, Giuseppe Verdi sulla banconota da 1.000, Leonardo da Vinci sulle 50.000 Lire e Michelangelo Buonarroti sulle 10.000.
Da quanto tempo non li vedevo, che sorpresa!

E avevo anche pensato di rimettere in uso il piccolo portamonete ma in realtà credo che non lo farò: lui non sa mica nulla di questa faccenda degli Euro, è stato in cantina fino a ieri, lasciamolo nella sua beata ignoranza.
E poi se dovessi perderlo sarebbe una vera disdetta, diciamolo.
Lo terrò in un cassetto con questi soldi finti che c’erano dentro, non mancano le monetine, su uno dei due lati c’è disegnato uno scoiattolo.
Per caso li avete avuti anche voi? Qualcuno si ricorda a quale gioco appartenevano?
Sospiro.
Cose che usavamo noi che siamo stati bambini al tempo della Lira.

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Credo di non avervi mai raccontato questa vicenda, vi ho mai detto che io da piccola andavo spesso a New York?
Oh sì, almeno una volta alla settimana, per la precisione.
A differenza di quel che si potrebbe pensare, in realtà non era un viaggio molto lungo.
E mi direte, per andare a New York ci vogliono delle ore, come è possibile?
In effetti il mio era un viaggio speciale e sempre molto emozionante, per diverse ragioni.
Allora, provo a spiegarvi: io a New York ci andavo con la 126 e a guidare era mia mamma.
C’è qualcosa che non vi torna? Vi assicuro che tutto questo ha una logica magari un po’ strampalata ma ce l’ha!
E dunque, si partiva nel primo pomeriggio sulla macchinina rossa della mamma e si andava a far la spesa in un noto supermercato che all’epoca di trovava nelle vicinanze della Lanterna.
Per arrivare fin laggiù si percorre questa strada che da piccola mi sembrava immensa.
Ampia, larga, trafficata, la strada di una metropoli.

Anche il supermercato mi pareva grandissimo: il piano terra era dedicato agli alimentari, al piano superiore invece c’erano capi di abbigliamento e articoli per casa e questo mi piaceva moltissimo!
Devo dire che di quel supermercato mi ricordo praticamente tutto, ad esempio una volta hanno spostato la collocazione delle cipolle e per trovarle ci abbiamo messo un po’, sarà successo più di quarant’anni fa ma io non l’ho dimenticato.
Quando ero piccola andare a fare la spesa fin laggiù era una specie di evento, ci si metteva anche un sacco di tempo e si riempiva la 126 con sacchetti e sacchettini.
Il viaggio di ritorno, poi, era speciale.
Ve l’ho detto, io andavo a New York, niente di meno!
Nel percorrere la stessa strada al contrario infatti lo sguardo incontrava una costruzione: una chiesa alta e maestosa, ai miei occhi di bambina sembrava così.
E dovete anche sapere che da piccola ero appassionata spettatrice di film hollywoodiani degli anni ‘50 e ‘60, come ben sapete capitava spesso che fossero ambientati nella Grande Mela.
E cosa c’è laggiù? Naturalmente la Cattedrale di San Patrizio, ma che domande!
Ecco, io da piccola andavo a New York. In 126. Con la mamma.
E avevo la mia personale Cattedrale di San Patrizio perché quella chiesa lì che vedevo dalla macchina per me non era mica la Chiesa di San Teodoro, figuriamoci!
No, no, era proprio la Cattedrale di San Patrizio, non c’erano dubbi.
Non stiamo a sottilizzare sul fatto che i due edifici in realtà non si assomiglino per niente, ora lo so pure io ma direi che è un dettaglio superfluo.
Gli occhi dei bambini vedono cose che i grandi non sanno neanche immaginare, io sono stata una bambina molto fortunata perché ho avuto una splendida infanzia.
E aggiungeteci pure che una volta alla settimana andavo a New York, che meraviglia!

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L’ultima domenica di agosto è anche il mio ultimo giorno di vacanza in Val Trebbia, domani tornerò a Genova, saluto così il paesino dai tetti rossi che regala a tutti noi tanta bellezza e infinite dolcezze.

Questo è il luogo delle cose semplici, dei cieli chiari e della meritata lentezza.

E di molte piccole quotidiane fortune che ci vengono semplicemente donate.

Ed è boschi ombrosi e staccionate, giardini, biciclette, ringhiere e muretti e orti generosi.

E monti e rose candide.

Tinte accese, tendine, passeggiate su e giù, il giro del paese tutte le sere e altre consuetudini estive.

Ed è incontri piacevoli lungo il percorso.

Ed è un luogo di perfezione assoluta.
Semplice e vera, dico sul serio.

Fontanigorda mantiene tutte le sue promesse, regala sempre nuove armonie a coloro che la amano.

E sole, aria fresca e tinte pastello.

E profumati boccioli di rosa delicati come seta.

Sbocciano ogni anno, davanti a questi monti, sotto il cielo blu della Val Trebbia.

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Ed eccomi arrivata nel mio bel paesino, trascorro agosto nella mia Fontanigorda.
Il cielo azzurro, le cascine, i tetti di tegole rosse, un panorama a me noto, anche questa è casa, è il posto nel quale trascorro le vacanze da tutta la vita.

Ieri, nel tardo pomeriggio, ho fatto un giretto in paese.
Estate, caldo, finestre aperte, cestini, ortensie.
E ciao, sei arrivata? E quanto ti fermi?

E poi, poi si è alzata una brezza leggera e fresca, verde acqua di lenzuola e celeste di cielo.

E tutto è come dovrebbe essere.
Sempre.
Tutto ritorna.
E sbocciano i fiori in un certo giardino.
Come ogni anno, in estate, a Fontanigorda.

E c’è la solita operosa vitalità.
Sempre.
Come ogni anno, ad agosto.

E nuovi inizi, nuove avventure, nuovi micetti che crescono.
Come sempre ed è bello che sia così.
Ad agosto a Fontanigorda.

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Rossa, succosa, fresca e imperdibile, quando arriva l’estate per me è lei la regina indiscussa, non c’è nulla di più dissetante di una bella fetta di pateca.
In italiano si chiama anguria, per noi di Zena è appunto la pateca.
Come si può farne a meno? Non saprei proprio!
Ieri, per puro caso, ho anche visto il carrello della spesa ideale ed eccolo qui, voilà, pateca per tutti!

Nella stagione del solleone la pateca in casa mia non manca mai e come è logico che sia mi vengono sempre in mente altre estati di diverso tempo fa.
Nella casa al mare, sulla riviera di Ponente.
Eravamo in tanti, in cucina c’erano due frigoriferi e questo veniva utile in una particolare circostanza.
Uno dei miei zii, infatti, ha sempre detestato l’anguria e tutti i suoi parenti, per così dire.
Così quando si tornava dalla spesa con la sgradita cucurbitacea la reazione dello zio era immediata e perentoria:
– La pateca mettila in quel frigo là!
E mentre lo diceva indicava enfaticamente il luogo dell’esilio per la nostra adorata anguria, lo stesso destino toccava anche al melone.
Gli faceva eco la zia che con la solita voce trillante ripeteva che a lei invece la pateca piaceva tantissimo!
Io, a dire il vero, mi sono sempre chiesta come si faccia a uscire indenni dall’estate senza cotanta delizia, mi sembra una cosa impossibile.
E sempre in quel paese che ormai non frequento più in quegli anni c’era un posto dove alla sera andavamo a mangiare la pateca.
Un ombrellone, quattro tavolini con le sedie, niente di sofisticato, soltanto quella dolce e semplice freschezza che era il perfetto coronamento delle sere d’estate condivise con gli amici.
E poi, pensate a quando eravate piccoli e la mamma vi metteva davanti la vostra fetta di pateca.
Prima di tutto bisognava togliere tutti i semini, io che sono sempre stata impaziente la trovavo una bella scocciatura, ecco.
Però poi.
Poi avevi davanti la tua grande fetta rossa e succosa.
E quando si arrivava alla parte bianca, quella più vicina alla buccia, voleva dire che l’anguria era proprio finita.
Ecco, ve la ricordate quella sensazione lì?
Ne voglio ancora.
No, troppa ti fa male!
E dai!
E sì che ve lo ricordate, ne sono certa.
Ecco, io sono quella bambina lì, non si può certo dire che sia un tipo tranquillo, anzi!
E la pateca a me piace un sacco, anche se lo zio continua dire che a lui invece no piace per niente!
Non importa, abbiamo due frigoriferi.
Solo che potrei andare avanti per un bel po’ a fare i capricci, se non si spicciano a darmi ancora una fetta d’anguria.
Poi passa il tempo, diventi grande ma le cose che amavi da piccola restano le tue preferite e così è per la pateca, adorata bontà nei caldi giorni d’estate.

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Al mare con Marina, diversi anni fa.
Nella casa di riviera che apparteneva alla mia famiglia, in compagnia dei miei zii.
Questa grande casa aveva tante stanze, io e Marina occupavamo una camera che si affaccia sull’Aurelia e in estate faceva molto caldo, quindi di notte tenevamo la finestra spalancata.
A pensarci ora mi domando come facessimo a dormire visto che il traffico era piuttosto rumoroso, allora però non era un problema.
Al mare con Marina, mia cara amica di sempre, non ci si annoiava mai.
La spiaggia si raggiungeva in un momento, bastava percorrere un breve vialetto profumato dagli eucalipti.
Magliettina, ciabattine di gomma, olio di cocco, borsa di paglia, radiolina e riviste.
E scogli, per arrivarci bisognava bagnarsi ed era sempre un brivido, in un certo senso.
Finirò a bagno con il portafoglio, le chiavi di casa e tutto il resto?
Metterò malauguratamente i piedi su un riccio dispettoso?
Al mare con Marina avevamo sempre qualcosa da fare: due passi al mercato, un gelato in passeggiata, un giro di shopping in paese.
E soste infinite in sala giochi, modestamente all’epoca ero veramente una campionessa ad un certo gioco che prevedeva un numero infinito di quadri, non so neanche dire quante monetine ci ho speso.
Al mare con Marina abbiamo fatto diverse amicizie, ricordo ancora con precisione certe risate bellissime che sono rimaste per sempre nella mia memoria.
Al mare, io e Marina, a volte andavamo a guardare il tramonto e ci mettevamo sedute su certe sdraio e passavamo un sacco di tempo a farci confidenze, a raccontarci i nostri sogni e i nostri progetti.

Al mare con Marina, tutto sommato, si facevano quelle cose semplici adatte alla nostra età, avevamo poco più di vent’anni e c’è un momento per tutto, io sono contenta di aver fatto le cose giuste nel momento giusto.
Mica puoi ripeterle dopo, quando hai molti più anni, non è la stessa cosa, secondo me.
Io e Marina eravamo capaci di stare fuori anche tutta la notte e sì, anche questo lo abbiamo fatto tutti, in un certo momento della vita.
Rientravamo all’alba ma prima passavamo dal forno a comprare la focaccia appena sfornata e la portavamo anche ai miei zii che erano tipi molto mattinieri, alla sette del mattino la zia girava già trillante per la cucina e preparava qualche delizia da mettere in tavola a mezzogiorno.
Quando andavo al mare con Marina avevo l’abitudine di fare il bagno e di mettermi al sole ad asciugarmi, a volte tornavo a casa con i capelli intrisi di salino.
E portavo quelle pinze per capelli coloratissime decorate con grandi fiori, ve le ricordate?
E poi mi mettevo il cerchietto che regolarmente mi faceva venire mal di testa, solo che mi piaceva e quindi continuavo a usarlo.
E amavo la musica dei Frankie goes to Hollywood, sapevo a memoria le canzoni di Cindy Lauper e di Madonna.
Di quelle estati al mare con Marina non abbiamo millemila foto, all’epoca non c’era mica questa abitudine di fotografarsi di continuo, un paio di rullini duravano tutta l’estate.
E c’era un punto preciso dove si andava a prendere le onde, quando c’era mare grosso.
Era il posto perfetto, erano estati perfette.
Adesso Marina frequenta altre spiagge molto più lontane e molto diverse dalla nostra spiaggia sulla riviera di ponente.
E tuttavia, molte cose non sono cambiate, sono rimaste identiche ad allora.
Puoi metterci in mezzo migliaia di chilometri, un oceano e un intero continente ma l’amicizia vera resiste a tutto e continua a esistere e ad esserci sempre, io questo lo so da tempo.
E così è con Marina, amica di tutta la vita.

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Oggi è una giornata speciale, oggi questo blog compie sei anni.
Sei anni di cose bellissime e di scoperte sotto il cielo di Genova, sei anni di nuovi amici e nuovi entusiasmi.
Storie, intrecci, memorie e giochi di fantasia.
E farfalle, caruggi e uccellini cinguettanti, piazzette e fiori che sbocciano ad ogni nuova stagione, giorni da raccontare.
E allora celebro questo compleanno e ringrazio tutti voi, cari lettori, voi rendete questa esperienza veramente speciale.
Grazie delle parole che sempre mi dedicate, grazie della vostra presenza e dei vostri apprezzamenti.
In alto i calici, buon compleanno Dear Miss Fletcher!

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