Una clessidra degli anni ’70

La mia clessidra ha una storia abbastanza lunga, arrivò in questa casa come gradito dono messo sotto l’albero dal solito Babbo Natale.
Erano quegli anni là in cui si andava docilmente a letto molto presto perché la notte del 24 Dicembre doveva passare in fretta e noi non vedevamo l’ora di alzarci presto al mattino per andare a scartare i nostri pacchetti.
I nostri regali erano fasciati nella carta luccicante con quei fiocchi dorati e allora non facevo tanto caso a non rompere tutto, ero una bambina impaziente.
La mia clessidra aveva tutti quei colori bellissimi: la struttura dorata con delle perle ovali rosse al centro, dei toni di rosa e la sabbia celeste come il cielo.
Mi è sempre piaciuta un sacco la mia clessidra, segnava quel tempo che aveva un ritmo diverso ed era scandito dalle canzoncine che giravano nel giradischi e dalle nostre amatissime Fiabe Sonore, una su tutte I fiori della Piccola Ida che come ho già avuto modo di scrivere è sempre stata la mia preferita.
La mia clessidra era piuttosto grande e in realtà non sapevo bene come utilizzarla: tanto per dire, per la Barbie era troppo alta e mettendola vicino all’armadio di legno e al letto a castello risultava fuori misura, una cosa piuttosto seccante e me rendevo ben conto pure io!
Però, come vi ho detto, amavo tantissimo la mia clessidra e tuttavia non avevo mica del tempo da misurare, scadenze, appuntamenti o chissà che altro!
Oh no, erano gli anni ‘70 e allora avevo appunto tutto il tempo del mondo!
Così mi mettevo seduta per terra con la mia clessidra e facevo scendere giù la sabbia e quando poi aveva finito giravo la clessidra e andavo avanti così chissà per quanto, era una di quelle storie che a volte pareva non finire mai e però mi stupiva sempre quella sabbia che inesorabile cadeva giù.
In quegli anni ebbi in regalo anche il mio primo orologino che aveva il quadrante tondo e bianco, anche quello chiaramente ce l’ho ancora.
La clessidra però era ben altra meraviglia, mi è sempre stata molto cara.
In tutti questi anni l’ho conservata in un cassetto e l’altro giorno mi è capitata tra le mani e ho pensato che fosse un peccato tenere tutto quel tempo prezioso in un cassetto.
Così le ho trovato un posticino su uno dei ripiani della libreria, tra le fotografie e le scatoline di metallo e sono contenta di questa sistemazione.
Del resto la mia è una clessidra speciale: è una clessidra degli anni ‘70.

Una panchina tutta per me

Camminando senza meta a volte ho trovato proprio quello che non stavo nemmeno cercando.
Era un istante che conteneva l’infinità, era un’emozione profumata di dolcezza.
Era appena una piccola gioia e senza che io lo sapessi racchiudeva felicità immensa.
A volte accade.
Mentre vivo, semplicemente.
Mentre cammino con il vento in faccia.
Mentre sogno, immagino, ricordo e ancora ritrovo il tempo di ieri, un sorriso che non ho dimenticato, il suono di una voce, una memoria che emerge.
Allora cerco una panchina tutta per me e lo sguardo si perde tra i toni di azzurro e celeste e nella melodia dei miei pensieri.

Enciclopedie e ricordi sparsi degli anni ’70

Eccomi qua: anche io stata una bambina che faceva le ricerche.
Per noi che siamo stati piccoli negli anni ‘70 era una consolidata consuetudine, prima o poi ti toccava metterti lì con pazienza, ritagliare le figure da quei libretti che compravamo in cartoleria e poi scrivere, scrivere, scrivere sul tema assegnato.
A me aiutava sempre la mamma, mi ricordo che ci mettevamo con i quaderni, i pennarelli e tutto l’occorrente sul tavolo della cucina.
Noi bambini degli anni ‘70 avevamo tanta fantasia ma non eravamo per niente tecnologici: ad esempio, per noi fu un cambiamento epocale l’introduzione del telecomando per la TV.
Dopo il passaggio dal bianco e nero al colore, che bello non doversi più alzare per cambiare canale!
E inoltre, ad esser proprio precisi, a parte il giradischi, il nostro più importante approccio con qualcosa che dovevamo saper far funzionare era l’iconica macchina fotografica che ricevevamo in regalo per la prima comunione.
Anche voi l’avete avuta, vero?
Era un grande classico, senza alcun dubbio: avevi otto anni, stavi diventando grande e avevi persino una macchina fotografica tutta tua, che meraviglia!
Sto divagando, scusate, tornando alle nostre ricerche come è ben ovvio noi non avevamo il web ma disponevamo di corpose e interessanti enciclopedie.
Serviva sapere qualcosa su un evento storico, su un personaggio particolare o su qualunque altro argomento?
Bastava aprire uno dei volumoni della UTET, la UTET sapeva tutto e rispondeva a tutto, sulle sue pagine si trovava il materiale per ogni tipo di ricerca.
Se poi l’argomento era invece la geografia allora io consultavo Il Milione, la leggendaria enciclopedia dalle copertina blu, era un sogno magnifico immergersi n quelle pagine.

Scuola a parte, Il Milione è sempre stato uno dei miei libri preferiti.
Mi facevo dei viaggi magnifici in Oriente e in Russia, quelle erano le mie mete preferite e poi mi soffermavo a leggere tutti gli usi e costumi di popolazioni lontane, era straordinario sapere che altrove la gente viveva in modo del tutto diverso da noi.
Poi, tra i miei diletti c’era anche quello di aprire la cartina e di leggere i nomi delle regioni e delle località, ci sono dei posti che mi hanno sempre affascinato, anche solo per il suono della parola.
Per un certo periodo ebbi quindi una particolare predilezione per la Scozia: al mare avevo conosciuto un ragazzino di Glasgow che divenne mio amico di penna e una volta tornata a Genova andai subito a cercare su Il Milione dove caspita abitasse il mio amico.
Trovare Glasgow fu un gioco da ragazzi, modestamente, inoltre c’erano pure tutti quei bei nomi come Cumbernauld, Stirling, Edimburgo, questa Scozia era veramente affascinante!
La musicalità delle parole mi ha sempre stregata e a tal proposito mi viene in a mente un episodio della mia infanzia che accadde in estate a Fontanigorda.
C’era questa signora bionda che abitava sotto di noi, ricordo perfettamente che un giorno lei mi domandò dove abitassimo a Genova.
Io avrò avuto otto o nove anni e con assoluta convinzione risposi sorridendo:
– In Via Nazario Sauro!
Per inciso non ho mai vissuto in quella strada e all’epoca non l’avevo nemmeno mai vista, solo che dovevo aver sentito da qualche parte il nome di quella via e mi era parso così musicale e piacevole, perfetto per un indirizzo!
Quindi perché no?
Cara signora bionda del piano di sotto, perdoni l’innocente bugia, è che proprio suonava benissimo quella via.
D’altra parte si sa: a noi bambini degli anni ‘70 tra un viaggio immaginario in Scozia e uno in Giappone la fantasia davvero non mancava.

La torta al cioccolato della Signora Mariuccia

La Signora Mariuccia era una mia vicina di casa.
Paziente, affabile, gentile e garbata, era una persona dalle molte doti: la Signora Mariuccia cuciva, lavorava a maglia e aveva, per così dire, le mani d’oro.
La sua era una famiglia numerosa, una di quelle che da sempre facevano parte di questo condominio in quegli anni ‘70 nei quali tutti si conoscevano, in quell’epoca luminosa in cui noi bambini ci trovavamo a casa di uno o dell’altro per giocare insieme dopo la scuola.
Erano anni diversi e chi li ha vissuti lo sa, io sono molto contenta di essere stata piccola ai tempi di Carosello, di Raffaella Carrà e della torta al cioccolato della Signora Mariuccia, abbiamo avuto una bella infanzia noi bambini degli anni ‘70.
La Signora Mariuccia, dicevo, era davvero una persona speciale e faceva questa torta di cioccolato che è sempre stata la protagonista assoluta delle festicciole di compleanno che si tenevano in questo palazzo, infatti poi anche mia mamma imparò a fare questa torta di compleanno.
E non mancavano mai le candeline rosa, ovviamente!
Dunque, questa torta deliziosa ha la caratteristica di avere la parte centrale morbidissima e cremosa, in pratica quanto tagliate la fetta dovete vedere la parte finale della fetta quasi disfarsi nel piatto.
Io ho provato a fare questa torta un paio di volte e non mi è mai venuta: facevo sempre l’errore di cuocerla troppo!
Ci ho riprovato una volta in più, dopo che mia sorella mi ha svelato il segreto per ottenere la torta perfetta: appena il bordo sembra cotto bisogna toglierla subito dal forno, quindi fate anche voi così, mi raccomando!
Ecco quindi la ricetta della torta al cioccolato della Signora Mariuccia io ho dimezzato le dosi ma questa è appunto la dose originale per una torta di compleanno degli anni ‘70 con tanti bambini felici seduti attorno al tavolo, che nostalgia!

4 Etti di farina
4 Etti di zucchero
4 uova
2 Etti di margarina
1 Etto di cacao
¼ di Latte
1 Bustina di Lievito

Lavorare i rossi d’uovo con lo zucchero.
Aggiungere la margarina sciolta sul fuoco (non cotta) e amalgamare bene.
Aggiungere il cacao, la farina e il latte tiepido.
Infine aggiungere i bianchi montati a neve e il lievito.
Mettere il composto in una tortiera imburrata e infornare a caldo (180°/200°) per circa 20 minuti.

Ed ecco fatto, è una ricetta anche piuttosto veloce e semplice se riuscite ad azzeccare il tempo di cottura.
Per me è anche un dolce ricordo d’infanzia e credo che la signora Mariuccia sarebbe davvero contenta di sapere che grandi e piccini possono festeggiare il compleanno o qualche altro importante evento con la sua torta al cioccolato.
Io quest’anno ci sono riuscita, grazie di cuore, cara Signora Mariuccia!

Buon compleanno a me!

Oggi è il mio compleanno e come sempre desidero condividere con voi questa giornata.
E torno ancora a ringraziarvi, cari amici ormai diventati reali e cari lettori che dedicate tempo alle mie storie e alle mie divagazioni, voi che mi accompagnate nei miei giri a zonzo per la Superba e nei miei salti nel passato.
Non si potrebbero avere compagni di viaggio migliori, dico davvero!
E nel giorno della mia festa brindo così insieme ad ognuno di voi e porto qui il cielo limpido della mia amata Val Trebbia e una rosa candida dal profumo delizioso.
Cin cin e tanti auguri a me, buon compleanno Miss Fletcher!

Come un fiore selvatico proteso sul mare

L’altro pomeriggio sono andata al Porto Antico.
Non era una giornata particolarmente luminosa e tuttavia mi è sembrata la cosa giusta da fare: ogni tanto, quando posso, vado a salutare fratello mare.
E intanto cerco le barche dai nomi curiosi, i gabbiani maestosi, gli uccellini ciarlieri che si posano sulle corde da pesca.
Così sono arrivata fino all’Isola delle Chiatte e davanti a me camminava una signora di una certa età: borsetta sotto il braccio, giacca blu, passo cadenzato e andatura elegante, osservava l’orizzonte immersa nei suoi pensieri.
Altri genovesi poi se ne stavano seduti sulle panchine ad ascoltare il lento sciabordio delle onde e guardare quel panorama che per noi è casa: la Lanterna, i Magazzini del Cotone, le navi.
In un istante di quiete sospesa.
Ho camminato ancora, in un pomeriggio d’autunno sovrastato da nuvole grigie e inquiete.
Ho raggiunto la zona dove è situato il Galeone, come sempre ho indugiato ad ammirare le barche e quello scorcio di porto con i moli, le vele e i riflessi d’argento di questa stagione.
E poi, mentre ero appoggiata alla ringhiera, ho abbassato lo sguardo verso l’acqua e là ho veduto quei petali vibranti di giallo e lo stelo sottile.
E allora mi sono fermata ad osservare e ricordo di aver pensato che la vita in fondo è proprio così, come un fiore selvatico proteso sul mare.

I ricami della zia

I ricami della zia sono sempre stati i più belli di tutti, almeno così è per me.
La zia era una persona vivace e creativa e di lei e delle sue molte doti qualche volta vi ho già raccontato: lei era un’appassionata lettrice, un’apprezzata insegnante di inglese, una viaggiatrice curiosa, una cuoca sopraffina, un’amante della natura, delle piante e del mare.
La zia poi era abilissima con i lavoretti manuali: faceva il decoupage e l’uncinetto, a volte si dilettava volentieri con il biedermaier ed ho ancora la memoria olfattiva di quel profumo di aranci e chiodi di garofano di certe sue creazioni.
La zia era anche una provetta ricamatrice e prediligeva lo stile vittoriano così nel corso del tempo confezionò certi grandi e splendidi cuscini con soggetti floreali.
I ricami della zia erano vari e bellissimi: greche, alfabeti, animaletti, farfalle, rose profumate e stelle marine, personaggi dei cartoni animati e molto altro ancora.
La zia non stava mai con le mani in mano, è sempre stata un esempio di allegria ed entusiasmo.
La zia abitava a Sampierdarena, lei amava moltissimo il suo quartiere per i suoi molti negozi, la zia infatti diceva che sotto casa trovava tutto quello che le serviva senza dover venire in centro.
In quegli anni ‘90 che adesso sembrano lontanissimi andare dalla zia era per me un piacevole rito che mi riservava sempre qualche delizioso manicaretto per pranzo e poi un bel giro sotto i portici di Via Cantore e per le vie di Sampierdarena.
E mi ricordo perfettamente i posti nei quali lei mi portava: erano le sue mercerie, là lei si serviva per le sue creazioni.
Due di questi negozi erano in Via Sampierdarena, là c’era anche una bottega di articoli per i decoupage, il terzo negozietto era in una delle stradine che collegano Via Sampierdarena e Via Cantore.
Tutti conoscevano la zia, tutti la salutavano con allegria perché lei portava allegria in ogni luogo in cui andasse.
E quindi ricordo anche tutti gli acquisti fatti con lei e ricordo che una volta in uno di quei negozi vidi uno schema inglese completo di fili che mi piaceva tantissimo e lei me lo regalò.
E poi mi ricordo che quei pomeriggi erano veramente sereni e piacevoli, ogni ora trascorsa con la zia era semplicemente preziosa.
In una borsina ho certi suoi ricami dal retro perfetto e anche il quadro al quale stava lavorando prima di andarsene: si tratta di una ghirlanda dedicata alle quattro stagioni.
Avevo anche pensato di terminarlo ma poi in effetti la tela ha una trama così fitta ed io non credo di essere brava come la zia con ago e filo.
Conservo quel ricamo con cura insieme ad altre sue delicate creazioni e insieme a quel suo cuscinetto puntaspilli di gusto vittoriano sul quale ho lasciato appuntate le spillette da balia proprio come le aveva messe la zia e a pensarci mi sorprende persino constatare che siano lì da così tanti anni.

Bambini mancini e inchiostro violetto nero

Anche io, come molti altri, appartengo alla schiera di coloro che scrivono con la mano sinistra: sono mancina e mi hanno lasciato libera di esserlo, per fortuna alla mia generazione non è toccato l’obbligo di imparare a scrivere con la mano destra.
Da piccola, ovviamente, ho sempre avuto un debole per le penne stilografiche, conservo ancora la mia penna delle medie e anche altre del periodo del liceo, mi ricordo pure che a volte si piegava il pennino, inconveniente quanto mai seccante.
I bambini mancini e per di più impazienti sono destinati ad avere parte della mano tutta impiastrata di inchiostro, accade regolarmente se ci si ostina appunto a scrivere con la stilografica, in realtà a me succedeva pure con certi pennarelli.
Da grande poi ho tentato la grande impresa: possibile che sia così complicato scrivere con la mano destra?
Lo fanno tutti, proviamoci!
Ricordo perfettamente di aver avuto non pochi problemi ad impugnare la penna e poi di aver riempito faticosamente forse una riga con delle aste tutte storte, di averne ricavato un certo indolenzimento alla mano e di aver gettato la spugna praticamente subito.
Sono mancina, non c’è niente da fare!
Se invece fossi nata all’inizio del secolo scorso non avrei certo mai scritto con la mano sinistra e anzi mi avrebbero insegnato, immagino con molta fatica, ad usare la destra.
E avrei avuto un pennino, un calamaio e una scorta di inchiostro.
Quale inchiostro? Chissà!
Di preciso sulla mia Guida Pagano del lontano 1922 ho trovato notizia del glorioso inchiostro Waser, perbacco.
Caspita, il deposito era in Salita San Gerolamo, una di quelle creuze che percorro spesso.
Poi, da come si legge, questo prezioso liquido aveva proprio tante diverse proprietà: durevole, di qualità e scorrevolissimo!
E scrivendo brillava di un bell’azzurro acceso per poi mutare in poco tempo in nero perfetto ed inalterabile.
Fantastico, direi!
E se fosse possibile, lasciatemelo dire, mi piacerebbe molto avere una bottiglia di quell’inchiostro con tanto di etichetta della pregiata ditta Waser.
La terrei qui, sulla mia scrivania e la conserverei a dovere, intanto per noi bambine mancine scrivere a quella maniera è davvero una faccenda complicata.

Giorni di scuola

Si ritorna, ancora, sui banchi di scuola.
In tempi così complicati come sono i nostri eppure ecco ancora un nuovo inizio e per alcuni è un debutto assoluto.
Il primo giorno di scuola è sempre stato, per tutti noi, emozione pura.
La cartella sulle spalle, l’astuccio con le penne, il grembiulino bianco e il fiocco, la foto di rito davanti alla scuola.
Le scale, la classe, il banco, la lavagna, il gesso e il cancellino.
Le trecce oppure i codini: e qui mi sovviene che alle bambine di adesso i codini non li fanno mai, chissà poi perché!
I quaderni a quadretti, le matite di tutti colori e quando le temperavi finiva sempre che ti sporcavi le mani.
La penna stilografica: per i bambini mancini come me era un bel problema, si finiva per tirarsi dietro tutto l’inchiostro, non c’era verso di riuscire a scrivere senza far danni.
E poi i disegni vivaci con l’albero, la casetta, i fiori sempre sproporzionati, sulla sinistra una nuvola e là in alto a destra un sole giallo e brillante con tutti i raggi.
Si ritorna, ancora sui banchi di scuola, sapendo che sarà un tenero e prezioso ricordo.
E così a tutti quelli che sono bambini e a chi è stato bambino un tempo dedico questa bella immagine di una piccolina seduta alla scrivania nell’epoca delle romantiche cartoline.
Ha accanto un vasetto di fiori profumati, davanti a lei ci sono dei fogli bianchi.
Ha questi capelli così folti e quel bel visetto: pensa, immagina, un po’ sorride.
Brillano i suoi occhi di bimba, nel tempo dolce dei giorni di scuola.