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Archive for the ‘Un diario genovese del passato’ Category

Oggi su questa mia pagina troverete un breve aneddoto tratto dal diario di Francesco Dufour, vi avevo promesso che avreste letto una chicca ed eccoci qua, è arrivata.
Come dire, si tratta di una sorta di gossip ottocentesco, una sgradevole impasse che vide protagonista un rappresentante dell’aristocrazia cittadina.
Il suo nome? Beh, l’ho omesso di proposito però sappiate che si tratta proprio del jet set genovese, d’altra parte è facile intuirlo solo considerando la strada dove si svolse il fattaccio.
Il nostro amico Francesco Dufour presenta questo episodio con questo titolo: Un mancato duello a Genova, così come mi fu raccontato da mia madre.

Verso la fine dell’Ottocento una marchesa, passando per Via Garibaldi, fu molestata dalle galanterie di un bellimbusto.
La nobildonna si rifugiò nel palazzo di suo cugino il Marchese, questi scese in strada e disse il fatto suo al Don Giovanni.
Questi gli inviò il cartello di sfida.

Via Garibaldi

Il Marchese era di famiglia, allora come oggi, religiosissima e fece rispondere che le sue convinzioni gli proibivano il duello.
Dopo di ciò tutte le nobili genovesi inviarono alla moglie di lui il loro biglietto da visita.
Il significato era il seguente: allora il duello era sì proibito dalla Chiesa ma era talmente nell’uso che tutto lo praticavano, era considerato una necessità sociale.
Le marchese amiche e parenti della nobildonna avevano inviato la loro carta ad indicare la loro partecipazione e il loro compatimento per avere lei un marito vigliacco perché, ripeto, allora nessuno, anche religiosissimo, si faceva scrupolo di battersi in duello.

Via Garibaldi

Ecco lì!
Un uomo devoto si premura di rispettare i dettami della Chiesa e finisce sbeffeggiato e additato come un codardo, che disdetta!
E costui avrà camminato per Strada Nuova a testa bassa per il resto dei suoi giorni?
E la sua consorte? Che perfide amiche!
E il bellimbusto?
Non sarebbe interessante scoprire qualche notizia in più su tutti loro? Magari ci proverò, se dovessi trovare altre scottanti notizie sarete i primi a saperlo.
Accadde in Via Garibaldi, sul finire dell’Ottocento.

Via Garibaldi (17)

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Ancora un’usanza di un altro tempo nelle righe di questo diario che ho il privilegio di condividere con voi.
Frammenti di vita e ricordi raccontati con la consueta maestria.

Nella mia vita non ho mai sentito notizia di un duello svoltosi a Genova.
Si sussurrava che due bellimbusti avevano avuto una questione d’onore, non fra di loro, ma non si seppe mai niente di preciso.
Un mio amico, noto seduttore di Milano, mi raccontò che aveva avuto tre duelli.
Il primo aveva preso origine dal fatto che egli fu redarguito da un signore perché in un salone da ballo aveva o non aveva i guanti secondo quanto prescritto dall’etichetta.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Durante un altro duello che si svolgeva a torso nudo egli era stato unto sul torace dal medico con etere, questo odore gli dava impulso di rimettere ed egli aveva dovuto sostenere gli assalti con il tremendo timore di una manifestazione che sarebbe stata interpretava come una dimostrazione di paura.
Il mio amico era uno specialista e aveva fatto da padrino in parecchi duelli.
Uno di questi doveva svolgersi con la sciabola, meno pericolosa della spada: il suo primo tirava tutto di spada, cioè di punta.
Il mio amico mi disse drammaticamente: era la morte!
Poi il duello finì bene.
A proposito di scherma trova posto qui un altro aneddoto.
Una sera d’estate mi trovavo in un Grand Hotel della Riviera e guardavo quelli che ballavano con l’orchestrina dell’Albergo.

Sestri Levante

C’era un tale elegantissimo che ballava come un professionista.
Io non ebbi dubbio che fosse il ballerino dell’albergo che, come usava allora, serviva per animare il locale e per far ballare le signore sole.
Finito il ballo costui mi si accosta e mi sussurra:
– In un’ora la metto in guardia!
Io rimasi interdetto per questa frase sibillina e mi ci volle qualche secondo per capire il significato.
Era un maestro di scherma che si offriva di darmi delle lezioni la prima delle quali è quella di: in guardia.
Infatti era il maestro di scherma della Cesarani, una scuola di scherma e danza molto ben frequentata.

Villa Spinola Dufour (17)

Villa Spinola Dufour

Gli aneddoti non sono finiti, uno accadde a Genova, tanto tempo fa.
Lo leggerete presto su queste pagine, a raccontarvelo sarà il nostro amico Francesco Dufour, con il suo stile sempre impareggiabile.

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Ancora memorie, una nuova pagina tratta dal diario di Francesco Dufour.
E ancora si parla di una delle imprese di famiglie: i grandi velieri e le tempeste del primo conflitto mondiale.

Il periodo della Grande Guerra fu per la nostra famiglia ricco di eventi tremendi.
I rifornimenti militari facevano lavorare intensamente le concerie, il valore dell’estratto aumentava e con esso i benefici.
Noleggiammo molti velieri oltre i nostri, molti di essi furono silurati dai tedeschi.
Dopo le prime perdite i velieri furono rimorchiati sotto costa fino a Gibilterra, fra i primi ad essere silurato fu il Roberto da noi noleggiato: portava un carico che ci avrebbe dato il beneficio di un milione.
Un altro bellissimo, il Regina Pacis di 3800 tonnellate, fu silurato quasi subito.
Dopo quattro giorni il capitano ritornò da Nizza e ci raccontò piangendo che davanti alle Isole Hyères un sottomarino si era affiancato alla nave e aveva intimato all’equipaggio di imbarcarsi sulle scialuppe.

Amerigo Vespucci (9)

Amerigo Vespucci

Ricordo di aver sentito che un altro capitano era venuto in scagno a salutare i principali prima della partenza, poche ore dopo lo vedevano di ritorno: raccontò di essere stato silurato di fronte a Voltri, l’equipaggio era stato salvato dai pescatori ed il capitano aveva preso il tram nr 1 per tornare a Genova.

Voltri (2)

Voltri

Questi sono i velieri silurati in soli 3 mesi nel 1916: Saturnino, San Francesco, N. S. della Guardia.
Parecchi velieri furono requisiti dallo Stato, le assicurazioni raggiungevano un quarto del valore, finita la guerra incominciò la lotta con il Fisco.
Complessivamente perdemmo 18 navi.
Verso il principio degli anni ’20 l’Argentina proibì l’esportortazione del legno di quebracho ed impose l’estrazione nel territorio dello stato.
Si cercarono dei succedanei, altri legni esotici (tisero, campeccio da Marocco) poi ci si rivolse al legno di castagno.
L’attività dei navigli dei Dufour continuò ancora per qualche anno, navigando anche per conto terzi poi nel 1929 l’ultima nave fu venduta per la demolizione.

Finì così un’epoca, la memoria di quelle vicende è scritta sulle pagine preziose di questo diario, testimone di tempi gioiosi e di tempi difficili.

Nave Italia (12)

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Torna oggi il racconto di un caro amico, questa è una nuova pagina tratta dalle memorie di Francesco Dufour.
E narra le vicende di un’impresa di famiglia, con quell’atmosfera di un altro tempo che solo un diario così prezioso è in grado di evocare.

Verso il principio del secolo i Dufour erano fabbricanti di estratto di concia che si ricava dal legno di quebracho, un legno di colore rossiccio, durissimo, che cresce in Sud America.
Il legno veniva portato a Genova da diversi armatori, le condizioni erano favorevoli alla formazione di una flotta privata di grandi velieri. Questi, al contrario dei vapori, oltre a non costare niente per la forza motrice, non causavano perdite quando erano in disarmo ed inoltre restavano carichi al Passo Nuovo servendo da deposito.
L’armamento cominciò nel 1914.
Questi velieri erano tra i più grandi mai costruiti, alcuni avevano precedenti storici: comprammo la ex nave scuola della Marina Inglese.
Quasi sempre il nome originale veniva cambiato con quello della Madonna o di un Santo.
Erano “tre alberi” ed avevano migliaia di metri di superficie velica.
L’attrezzatura era a “nave” o a “bastimento a palo”, le vele o i cavi di manovra erano innumerevoli, ciascuno aveva il suo nome.
Il capitano ed i marinai erano l’elite della marineria.

Nave Italia (12)

Nave Italia

Avevamo comprato nel Chaco Argentino nel 1902 200 km quadrati di foresta di quebracho, la foresta era stata dotata di una ferrovia per portare i tronchi al Rio Paranà.
Si faceva conto che il viaggio di andata e ritorno durasse circa 8 mesi, a volte durava più di un anno.
Un viaggio con il vento in poppa durò 29 giorni.
C’era sempre qualche nave in arrivo, venivano attraccate al Passo Nuovo, presso la Lanterna e non lungi dallo stabilimento di Sampierdarena.

Villa Rosazza (16)

I battelli venivano subito invasi dai fabbricanti di bocce che avevano il privilegio di poter scegliere i pezzi di legno migliori per il loro lavoro.
Tutti i venerdì era pronto su uno di essi lo stocche accomodato, da bambino ci sono andato spesso con papà e i fratelli.

Mangiabuono (9)

Mi ricordo che una volta un veliero doveva recarsi a Marsiglia per imbarcare un carico per l’andata.
L’allestimento della velatura era così macchinoso che per un viaggio breve si preferiva andare a rimorchio.

I velieri e il mare, il tempo che era un altro tempo, un racconto che ancora non è terminato.
Verranno nuove tempeste, verranno altre memorie.

Boccadasse (5)

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La scoperta di un’antica dimora genovese inizia così, dopo aver attraversato il giardino varchiamo la soglia di Villa Spinola Dufour.
Ai nostri tempi, come già vi ho detto, la villa è divenuta prestigiosa location per ricevimenti e cerimonie, i suoi saloni si aprono a chi desideri vivere momenti speciali proprio in questo luogo.

Villa Spinola Dufour (2)

E quando si entra in un edificio dalla lunga storia innanzi tutto bisogna salutare uno dei padroni di casa.
Questo anziano signore è Maurizio Dufour, architetto ed artista, le sue opere e il suo lavoro meritano molto più di una breve menzione e mi riprometto di tornare a parlarvi di lui.

Villa Spinola Dufour (3)

E poi, come la racconti una dimora come questa?
Camminando per queste stanze e cercando di immaginare la vita che l’ha percorsa e le persone che hanno abitato qui.

Villa Spinola Dufour (4)

Qui dove trovi un pregiato caminetto di marmo finemente decorato.

Villa Spinola Dufour (5)

Qui dove brillano specchiere dorate.

Villa Spinola Dufour (6)

Qui dove trovi un quadro con un paesaggio di un altro continente, questa è la Colonia Dufour nella lontana Argentina, sul dipinto sono anche impresse due date, 1902 e 1908.

Villa Spinola Dufour (7)

Nella grande dimora l’antica cucina ha un meraviglioso soffitto a volta.

Villa Spinola Dufour (8)

E tra i tanti saloni usati per i ricevimenti c’è l’antica sala da pranzo, ai muri troverete appesi dei mezzeri genovesi.

Villa Spinola Dufour (9)

Villa Spinola Dufour (10)

Una scala conduce al piano nobile.

Villa Spinola Dufour (11)

E a reggere l’angioletto dorato è una colonna che un tempo aveva certo un’altra destinazione, vi si legge il nome di Maurizio Dufour.

Villa Spinola Dufour (12)

Gli ambienti sono accoglienti e molto curati, con una particolare attenzione per i dettagli.

Villa Spinola Dufour (13)

Villa Spinola Dufour (14)

Ed è chiaro e luminoso l’ampio salone delle feste.

Villa Spinola Dufour (15)

Villa Spinola Dufour (16)

Se avrete occasione di visitare questa villa non mancate di alzare lo sguardo verso i rosoni che decorano i soffitti.

Villa Spinola Dufour (17)

Saloni ampi e spaziosi, naturalmente a camminare in queste stanze mi sono venute alla mente le memorie dello zio Francesco e le sue righe che narrano di zanzariere e caminetti, se non le avete lette le trovate qui.

Villa Spinola Dufour (18)

Una luce che rischiara.

Villa Spinola Dufour (19)

E una finestra che si affaccia su un campanile.

Villa Spinola Dufour (20)

E poi ancora, un salotto delizioso dai colori tenui e polverosi.

Villa Spinola Dufour (21)

E una bomboniera dai toni delicati.

Villa Spinola Dufour (22)

Un gioco di fiori, corolle, nastri e decori.

Villa Spinola Dufour (23)

Un bagliore che scintilla.

Villa Spinola Dufour (24)

E due putti aggraziati.

Villa Spinola Dufour (25)

Nella grande dimora, oltre ai luoghi accessibili al pubblico, ci sono infinite scale e diversi rebighi, porte e porticine, ho veduto anche la cucina della servitù ed è stato davvero una sorta di balzo nel tempo.
E in questo cammino, come sapete, non ero sola.
C’erano i proprietari della villa, giovani intraprendenti che hanno restituito alla casa di famiglia una nuova identità.
E c’era Raffaella, la mia amica generosa che mi ha prestato il diario di Francesco Dufour.
E c’era suo zio Lorenzo Dufour, con i suoi ricordi di 92 anni di vita.
E naturalmente lui si rammenta tutto di questa casa: ogni angolo, ogni scaletta, ogni stanza.
Sali, svolta, gira a sinistra e poi altri gradini, un ballatoio, una porta e poi un’altra porta, per qualche istante ho creduto di perdere il senso dell’orientamento, questa villa è veramente immensa.
E ad un certo piano c’è uno sportello che si apre su una porzione di muro, là con mio grande stupore, ho veduto un foro attraverso il quale si ha una visuale perfetta di uno dei saloni.
Sarà stato usato dalla servitù durante pranzi e feste, probabilmente per sapere quando c’era bisogno di affrettarsi per servire le pietanze o qualcosa del genere!
Proprio cose di altri tempi, eh?

Villa Spinola Dufour (25a)

E poi ancora una scala che conduce sulla sommità dell’edificio.

Villa Spinola Dufour (26)

E alture, campanili e scorci della città.

Villa Spinola Dufour (27)

E la svettante torretta.

Villa Spinola Dufour (28)

E tetti spioventi e gabbiani in volo.

Villa Spinola Dufour (29)

Questa e altre ville storiche di Cornigliano si apriranno nuovamente al pubblico, qui trovate il sito di Villa Spinola Dufour, vi invito a scoprire queste bellezze forse non tanto note di un luogo che un tempo era una località di villeggiatura molto amata dai genovesi.
Era campagna, aree verde e mare che si frange sulla spiaggia.
Era una dolce e armoniosa sequenza di ville, le trovate ritratte in quadro che si trova all’ingresso di Villa Spinola Dufour.

Villa Spinola Dufour (30)

Ringrazio i proprietari per questa visita speciale in un luogo dall’incantevole atmosfera.
C’è un altro quadro che dovrete guardare.
E troverete tanti nomi e rami ritorti che si protendono verso il cielo.
Si tratta dell’albero genealogico dei Dufour, è il cammino nel tempo di una grande famiglia genovese.
Si torna sempre nei luoghi che hanno fatto parte della nostra vita.
E non tutti gli sguardi sono uguali, certi occhi hanno guardato questo dipinto e oltre ai nomi hanno veduto volti e sorrisi.

Villa Spinola Dufour (31)

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C’era un tempo, nel ponente cittadino, un luogo prediletto dai genovesi per la villeggiatura.
Le strade e le città mutano, il progresso in molti casi ha stravolto la fisionomia di certi quartieri e ha dato loro un diverso assetto: non andiamo più a fare i bagni a Cornigliano, tuttavia nelle sue strade ci sono ancora ville che testimoniano il fasto e le usanze di anni passati.
Una di queste dimore è Villa Spinola Dufour che fu costruita nel ‘400, apparteneva in origine agli Spinola e divenne in seguito della famiglia Dufour, qui per diverso tempo vissero alcuni di loro.
Oggi la villa è ancora della famiglia e fa parte di Ascovil, l’ Associazione delle Ville Storiche di Cornigliano, come potete leggere sul sito è location per eventi, ricevimenti e matrimoni.

Villa Spinola Dufour (2)

Da parecchio desideravo visitarla e ho pensato di farlo in compagnia di persone speciali: con me è venuta Raffaella, la proprietaria dell’appassionante diario di Francesco Dufour, autore delle pagine che spesso avete letto su questo blog.
E inoltre ho avuto il privilegio di visitare questo luogo con lo zio di lei, l’Ingegner Lorenzo Dufour, lui con i suoi splendidi 92 anni ha seguito il filo dei ricordi nella casa di famiglia e dei suoi anni d’infanzia.
Nella villa che non vedeva da diverso tempo, in questo giardino dove fiorisce la primavera.

Villa Spinola Dufour (3)

Curato con dedizione ed amorevole affetto.

Villa Spinola Dufour (4)

Un’oasi di verde, tra i rami cinguettava un cardellino.

Villa Spinola Dufour (5)

E nelle aiuole si aprono i tulipani.

Villa Spinola Dufour (6)

Il limone è carico dei suoi frutti.

Villa Spinola Dufour (7)

E i rododendri si spalancano al sole.

Villa Spinola Dufour (8)

Tra gli alberi la torretta, in altre epoche la minaccia arrivava dal mare e bisognava difendersi dagli assalti dei temibili saraceni.

Villa Spinola Dufour (9)

Il vialetto gira intorno all’edificio, si cammina accanto alle bordure di fiori.

Villa Spinola Dufour (10)

Villa Spinola Dufour (11)

Tra la terra e il cielo chiaro di questa stagione.

Villa Spinola Dufour (12)

E questa è la villa, in tutto il suo splendore.

Villa Spinola Dufour (13)

E la primavera fiorisce anche sulle grate immaginarie e sulla finestra dipinta sulla facciata.

Villa Spinola Dufour (14)

Villa Spinola Dufour (15)

Qui c’è un cancello, questo è l’accesso da Via Tonale.

Villa Spinola Dufour (16)

Sapete, a volte accadono cose belle in maniera inaspettata.
Non ho potuto conoscere Francesco Dufour, autore del diario che avete letto su queste pagine, ma talvolta ho quasi l’impressione di aver incontrato tutti coloro che sono ritratti in quelle sue belle memorie, tutti loro sono diventati reali.
Ad esempio ho un moto di spontanea simpatia per la zia Amalia, forse rammenterete il memorabile aneddoto sull’arrosto, se non lo avete letto lo trovate qui, so che vi strapperà un sorriso.
La villa che visiteremo insieme era parte di un più ampio complesso comprendente due edifici: nella foto sottostante è il palazzo sulla destra, mentre l’edificio rosso sulla sinistra era invece la casa della Zia Amalia.
Lei la lasciò in eredità alla chiesa e adesso lì c’è un oratorio.

Villa Spinola Dufour (17)

E su queste dimore ritengo giusto leggere le righe scritte da Francesco Dufour nel suo diario:

“Al tempo della mia infanzia i Dufour possedevano una larga parte di Cornigliano dal lato di ponente.
Sotto i due palazzi nostri si estendevano i due giardini, il parco dello zio Gustavo e il magnifico giardino barocco della nonna.
Sotto i giardini c’era la “villa” nel senso genovese del termine, cioè gli orti.
Due tunnel passavano sotto alla strada e, al di là, si arrivava quasi al mare.”

Cornigliano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le righe che seguono si riferiscono alla casa della Zia Amalia, così come le quattro foto successive:

“Quando ero bambino andavamo in estate a Cornigliano, a casa della nonna.
Era un palazzo con uno sterminato salone da ballo, la cui volta arrivava al tetto, così la sala da pranzo.
Il giardino era all’italiana, pieno di statue, peschiere, grotte, ninfei e gazebo.”

Villa Spinola Dufour (19a)

Purtroppo quelle bellezze sono andate perdute e vivono solo nella memoria.

Villa Spinola Dufour

C’è ancora, forte e alto, l’albero di canfora, il Dottor Lorenzo Dufour se lo ricorda bene, mentre camminavano in quel luogo affollato dai bambini del quartiere lui è ritornato al tempo dei suoi giorni d’infanzia.

Villa Spinola Dufour (18)

E sapete, il Dottor Dufour aveva con sé un prezioso album di antiche foto, sono immagini del 1900.
Si vedono bambini di un altro tempo, sorridenti e felici, le femminucce hanno abiti con grandi fiocchi e scarpette vezzose.
E dietro di loro ci sono le balie, giovani donne che erano parte integrante della grande famiglia.
Quei bambini sono i piccoli Dufour di un altro secolo, seduti per terra, proprio su questi ciottoli che ancora calpestiamo.

Villa Spinola Dufour (19)

Così è la vita, ti riporta sempre nei luoghi che ti appartengono e che fanno parte del tuo cammino e visitare questi posti con una persona che li ha vissuti così intensamente è una bella emozione.
Anche voi potrete scoprire Villa Spinola Dufour, in occasione delle prossime Giornate dei Rolli le ville di Cornigliano si apriranno al pubblico.

Villa Spinola Dufour (20)

E così camminerete in questo giardino dalla lunga storia.

Villa Spinola Dufour (21)

Io vi lascio qui, davanti a Villa Spinola Dufour.
Apriremo insieme quel portone ed entreremo in quelle stanze, vi mostrerò i saloni e altre meraviglie di una superba dimora genovese.

Villa Spinola Dufour (22)

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Ritornano su queste pagine le parole di Francesco Dufour tratte dal suo prezioso diario.
Nella casa della celebre famiglia genovese si dava molta importanza allo sport, a proposito delle varie attività praticate il nostro amico ci ha lasciato i suoi particolari ricordi e naturalmente non mancano gli incidenti di percorso, la lettura di queste memorie è sempre a suo modo sorprendente.
Mica era tutto semplice, eh?
Anche  dedicarsi allo sci poteva presentare imprevisti e inconvenienti, leggete un po’ qua!

Montagna

Val Ferret – foto di proprietà di Marco Kanobelj 

Mi sono accostato agli sci la prima volta a Claviére.
Allora non c’erano scarpe da sci, avevo delle scarpe da soldato con sotto le bullette, non tenevano né l’acqua né il freddo.
Arrivato a destinazione andai in un negozio dove affittavano gli sci, questi avevano nel centro una lamina di ferro dolce che lo attraversava trasversalmente.
Posero lo sci su un’incudine e a forza di martellate adattarono la lamina alla scarpa.
Una cinghietta teneva l’attacco ma lo sci andava per conto suo.
Appena uscito dal negozio ad uno sci si spezzò la punta nella curva, questo sci era fatto di legno da casse.
Qualche volta con Antioco, Pietro e Pio siamo andato al Sassello e alla Bocchetta.
Una volta un oste in questa località mi inviò questa cartolina: “Come d’accordo, neve abbondante.”

Montagna (2)

Val Ferret – Foto di proprietà di Cesare Lombardo

Papà era un gran cultore dello sport che riteneva utilissimo per la salute.
Tutti abbiamo imparato l’equitazione da ragazzini frequentando i corsi del Collegio Calasanzio a Cornigliano.
Papà fece costruire il tennis a Cornigliano prima dell’altra guerra, venne a tracciare le righe Gigetto Drago, vecchio maestro e vecchia gloria.
Allora questo gioco era cosa per tutti nuova, si credeva che tutto consistesse nel tenere la palla in gioco il più a lungo possibile, erano ignorati i colpi tesi.
Quando si andava a giocare si portava sul campo una cassa con quattro racchette e alcune paia di scarpe, erano di pelle, solo con il tacco più largo e basso.

Fontanigorda

Il Campo da Tennis di Fontanigorda

Anche a Sestri papà fece costruire il tennis.
Venne a tracciarlo di nuovo Gigetto Drago, in questa occasione avvenne un fatto curioso.
Noi avevamo un libro con un disegno che mostrava come geometricamente si potevano fare gli angoli del grande rettangolo.
Si trattava di far coincidere degli archetti partendo dalla linea mediana.
Abbiamo lavorato tutta la mattina senza pervenire ad un risultato, il rettangolo restava sempre storto.
Solo molto tardi ci accorgemmo che una delle due rotelle metriche che avevamo invece di 20 metri misurava 18.
Papà ci facilitò sempre la pratica degli sport, riguardo all’equitazione diceva: “È bene imparare… se si dovesse scappare!”
Non ci permise mai di imparare la scherma perché temeva che la pratica delle armi ci rendesse audaci nell’accettare o nel proporre un duello.
In realtà alla nostra epoca il duello era quasi scomparso.

Casa del Romano

Casa del Romano

Ditelo, non ci avevate mai pensato all’eventualità di dover tracciare le righe per il campo da tennis, vero? Neppure io, devo dirlo!
Cose d’altri tempi, in ogni caso allora il duello era quasi scomparso ma questa è un’altra storia, un altro paragrafo di questo diario entusiasmante.

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Le feste si avvicinano e per tutti noi presto sarà tempo di trascorrere giornate con i nostri parenti.
E non dimentichiamo gli amici: qui, su queste pagine, tornano le memorie di un caro amico, sono le parole tratte dal diario di Francesco Dufour.
E allora facciamo piano, con la dovuta discrezione entriamo in casa di questa famiglia genovese e scopriamo insieme la tavola delle feste.

Natale 2014 (17)

In occasione delle grandi feste, Natale, Pasqua e per i compleanni e onomastici dei “grandi” si faceva un gran pranzo.
Nei primi anni eravamo una ventina di persone comprendenti la nostra famiglia e quella dello zio.
Il tavolo della salle a manger veniva allungato al massimo con le prolunghe, la nonna aveva delle tovaglie lunghe anche 7 metri.

Servizio

Servizio di porcellane francesi di Laurent II Dufour, antenato di Francesco
Esposto a Palazzo Spinola di Pellicceria

Sulla tavola si deponeva la tovaglia e lo chic era che le pieghe restassero ben rilevate, la zia Amalia con il ferro caldo spianava il lino tra una piega e l’altra.

Ferri da stiro

Vecchi ferri da stiro di casa mia 

Sulla tavola venivano messi i candelabri d’argento, poi le bocce dell’acqua e del vino molto vicine, tra un commensale e l’altro, poi molte alzate di dolci e frutta.

Servizio (2)

Servizio di porcellane francesi di Laurent II Dufour, antenato di Francesco
Esposto a Palazzo Spinola di Pellicceria

Fra un oggetto e l’altro un filo di mediola.
La mediola era una pianta che i giardinieri facevano crescere verticalmente avvolta ad uno spago, si presentava come un filo di edera con le foglie piccolissime.

Via Garibaldi 12

Via Garibaldi 12

C’era un favoloso servizio di baccarat a canne d’organo e venivano sempre messi i 5 bicchieri.
L’etichetta voleva: una minestra che spesso era consommé con pasta reale, poi un piatto di pesce e uno di arrosto intervallato da piatti di mezzo.
Poi dessert e frutta di ogni genere.

Romanengo (3)

Romanengo 

La nonna mandava l’Oreste a comprare il vino che era sempre di gran marca, spesso Bordeaux o Borgogna.
La nonna in queste occasioni quasi non mangiava perché stava attenta a regolare il servizio, aveva in grembo un campanello elettrico con il quale dava il segnale del cambio delle portate.
Riporto qui il menu del pranzo offerto in occasione della mia Prima Comunione.
I commensali erano 34, di questi 21 erano al tavolo d’onore e gli altri erano ad un tavolo in salotto.

Natale 2014 (14)

Così finisce il racconto dedicato alle tavole delle feste di Casa Dufour e per terminare questo articolo pubblico proprio quel menu citato nelle ultime righe.
È battuto a macchina, come tutto il resto del diario, scritto con cura e pazienza da una persona che riteneva preziosi i ricordi di famiglia e così ha fatto in modo che questi giungessero a coloro che sono venuti dopo di lui.
In alto i calici, nel tempo delle feste.
Ovunque lei sia, Buon Natale di cuore, caro zio Francesco.

Menu

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Avanza l’autunno, le giornate si accorciano e le nostre case vengono riscaldate da un piacevole tepore.
Il nostro quotidiano è reso semplice da agi e comodità alle quali siamo talmente abituati da ritenerli scontati, sarà anche una considerazione banale ma provate a pensare a come vi sentite se per disgrazia in casa vostra manca l’acqua calda o salta la corrente.
Che disagio! Non vedete l’ora che tutto torni alla normalità, è vero?
Nel passato anche coloro che appartenevano a classi sociali privilegiate avevano vite decisamente più complicate delle nostre e come sempre ce lo racconta Francesco Dufour con queste righe tratte dal suo diario.

Quando ero bambino andavamo in estate a Cornigliano, a casa della nonna.
Era un palazzo del ‘700 con uno sterminato salone da ballo, la cui volta arrivava al tetto, così la sala da pranzo.
Il giardino era all’italiana, pieno di statue, peschiere, grotte, ninfei e gazebo.

Ninfee (10)

C’erano molte zanzare per via delle peschiere e tutti i letti avevano la zanzariera, si aveva sempre molta paura degli incendi.
Nei primi tempi in questo palazzo non c’era ancora la luce elettrica, nelle stanze principali c’era un lume a petrolio.
Quando veniva l’ora di andare a letto il servitore portava alla nonna un lume d’argento e per tutti una bugia con la candela.

Lume a petrolio

Un lume a petrolio di casa mia

Nella casa di Genova, quando io ero bambino, non c’erano i caloriferi che papà fece mettere poco dopo; il riscaldamento avveniva unicamente per mezzo dei caminetti che erano in quasi tutte le stanze principiali.
Si stava vicino al fuoco il più possibile e spesso le stanze erano invase dal fumo, c’erano anche degli artistici parafuochi.
Tutti facevano largo uso di scialletti e c’erano i cosiddetti scarponi che erano come dei sacchi di pelliccia nei quali si mettevano i piedi con le scarpe; i bambini avevano spesso i geloni.

Cornigliano

A Cornigliano c’è Via Dufour
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Anche quando ci fu il calorifero la situazione non migliorò molto, un po’ per le altissime finestre piene di spifferi, un po’ perché, io credo, l’impianto era stato preventivato per una temperatura di poco superiore a quella esterna.
Mi ricordo che la mamma mi raccontava che quando andava a trovare lo zio questo stava seduto su un seggiolone nel suo salone e quando veniva l’inverno i domestici gli mettevano sotto il seggiolone un tappeto di iuta e questo era tutto il suo riscaldamento.

Via Garibaldi

La casa di cui si parla nel paragrafo precedente è in Via Garibaldi 

Queste parole sono un racconto affettuoso di un mondo neanche tanto distante eppure molto diverso dal nostro, non ho mai incontrato l’autore di questo diario ma grazie a queste pagine è diventato un amico.
E così nel corso della mia recente visita a Staglieno ho pensato di portagli un saluto, la tomba della famiglia Dufour si trova nel Porticato Superiore a Ponente,  tra tante lapidi sulla parete laterale sinistra troverete anche quella con il nome del nostro amico, il suo anno di nascita è 1908.
Se capitate da quelle parti e come me desiderate salutarlo ora sapete dove si trova.
Grazie di cuore Signor Francesco, i suoi racconti sono un bellissimo viaggio nel tempo.

Tomba Dufour

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Ritornano su queste pagine i ricordi di un altro tempo tratti  dal diario di Francesco Dufour.
Accanto alle zie, alle nonne e ai numerosi parenti ci sono anche loro: i membri della servitù.
Bambinaie e domestici, cuoche e camerieri, in qualche maniera anch’essi membri della famiglia, resi reali dalla scrittura vivace del nostro caro autore.
E i loro nomi trasportano già il lettore in un’altra epoca: Rosa, Consolina, Adelaide.
Quest’ultima era di Pisa e fu la prima balia di Francesco, lui rammenta che ogni volta che lei andava a casa sua tornava poi a Genova con un “buccellato”, un dolce tipico delle sue parti a forma di ciambella.
Oltre a ciò ecco a voi le memorie di casa di casa Dufour, questo post si concluderà con una chicca, l’ennesima perla di genovesità che mi ha strappato un sorriso.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

Alle persone di servizio si dava del voi, loro davano del lei; le toscane ci chiamavano signorini anche da giovanotti.
Papà esigeva il più grande rispetto per i dipendenti e se rivolgevamo loro qualche parola offensiva ci obbligava a chiedere scusa.
Ricordo la Maddalena, era una toscana grossa e tarchiata.
Un tempo tenevamo dei conigli su un terrazzo, lei andava con me, sopra Sant’Ugo, dove allora c’erano i prati e portava delle bracciate d’erba.

Via Sant'Ugo

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

Per lo più c’era una donna grossa per le pulizie e il bucato ed un’altra per cucire e stirare.
Veniva a fare il bucato ordinario una certa Assunta, la lavanderia era in soffitta, ci si gelava e ricordo la compassione che mi faceva vedere questa povera donna con le mani nell’acqua gelida.
Poi la biancheria veniva posta in un concone e ricoperta di cenere, si aveva sempre il terrore che qualche lavandaia poco scrupolosa adoperasse la varechina che tagliava la tela.

Casaleggio (2)

Poi veniva il Giuseppin, detto dalle donne Giuseppin senza paura, era un uomo di fatica, arrotolava i tappeti e raschiava il parquet con un pezzo di vetro.
Quando io ero bambino prendevamo i pasti dalla nonna Luigia, la madre di papà che stava al piano di sopra, si mangiava nella stanza gialla.
C’era a quel tempo l’uso ottocentesco di far colazione alle 11 e di pranzare alle 16, io arrivavo dalle scuole elementari alle 12 e naturalmente tutti gli altri avevano già finito.
All’una si sentiva mamà o la zia dire: “Che fastidiu, ghe a Marinin!” Era la pettinatrice che veniva tutti i giorni a pettinare le signore.

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Un’elegante signora genovese
Immagine appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

La nonna aveva il cuoco Lorenzo che sapeva fare tutti i piatti; alla sera presentava alla nonna un libretto con il menu per l’indomani.
Allora c’erano sempre una minestra e due piatti, ricordo delle incomparabili rissoleé.
La nonna a volte radunava le donne e le metteva a cucire, ricordo che diceva loro: “Figge, fee andaa l’agugia cumme a lingua!”

Stravagaria (6)

E questo è mio, è un regalo da una cara amica!

Seve la traduzione? Eccola qua: ragazze, fate andare l’ago come la lingua!
Poche chiacchiere, insomma, un sollecito affettuosamente garbato, la Signora Luigia mi è parecchio simpatica, mi pare quasi di vederla insieme a quelle ragazze intente a cucire.
E riguardo alla cenere usata per lavare il bucato ricordo che anche mia nonna me ne parlava, questo metodo arcaico, diceva lei, rendeva le lenzuola linde e perfette.
Fatiche che non sappiamo neppure immaginare, cose che potrebbe insegnarci la signora Assunta, lei sì che conosceva tutti i segreti per fare il bucato con la cenere!

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