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Archive for the ‘Varia’ Category

Si sono radunati a Rovegno, sono passati nei paesi circostanti: sono i veicoli d’epoca, con la loro indiscutibile cifra di fascino.
Accade, all’improvviso, di piombare in un tempo che hai già vissuto.
Ed è di nuovo qui, si ripete.
Il tempo dei salti con la corda, delle bolle fatte con il chewing gum, delle estati in cui mandavamo le cartoline.
E quel tempo arriva così, lieve come la ragazza che guida una Vespa azzurra.
E subito sono gli anni ’70.

Veicoli d'epoca (2)

E dietro di lei altri veicoli.

Veicoli d'epoca (3)

Le piccole e amatissime utilitarie in fila come insetti operosi.

Veicoli d'epoca (4)

Capelli al vento, una valigetta d’antan.

Veicoli d'epoca (5)

E un mezzo che da solo suscita desiderio d’avventura.
Partiamo, io e te.
E dormiamo sotto le stelle, facciamo il bagno a mezzanotte, aspettiamo che sorga il sole.

Veicoli d'epoca (6)

Curva dopo curva, il tempo scorre così.

Veicoli d'epoca (7)

E com’erano diverse queste macchine dalle forme arrotondate, la loro epoca era forse più luminosa della nostra.

Veicoli d'epoca (8)

Suonano i clacson, su per la salita.

Veicoli d'epoca (9)

E mi vengono in mente i picnic e le tovagliette a quadretti stese sul prato, cose che abbiamo vissuto tutti noi che siamo stati bambini negli anni ’70.
Noi piccoli seduti dietro e il tettuccio alzato, la meraviglia e la gioia!

Veicoli d'epoca (10)

E poi?
E poi è arrivato lui, colpo di scena!

Veicoli d'epoca (11)

E poi?
E poi qualche giorno fa a Fontanigorda è passata un’ambulanza d’epoca e non l’ho vista alla sfilata ma secondo me è giusto che stia qui, insieme a questi veicoli del passato.

Veicoli d'epoca (12)

Il tempo.
Il tempo, quello là che abbiamo vissuto, davvero non c’è più?
Non si direbbe, basta talmente poco per tornare ad essere la ragazzina con il ghiacciolo in mano.

Veicoli d'epoca (13)

Il tempo più lontano, poi, ha sempre uno charme inconfondibile.

Veicoli d'epoca (14)

Briosa ed allegra si avvicina una celebre Volkswagen.

Veicoli d'epoca (15)

Due ruote o quattro, un gioioso e nostalgico viaggio a ritroso in Val Trebbia.

Veicoli d'epoca (16)

E sono ancora quelle estati là.
Guardie e ladri, caccia al tesoro e prati su cui sdraiarsi per contare le stelle cadenti nella notte di San Lorenzo.

Veicoli d'epoca (17)

E infine, a chiudere la sfilata, rombante e grintoso è arrivato l’autobus.

Veicoli d'epoca (18)

Il tempo gioca.
Il tempo che hai vissuto, quando tu non lo te aspetti, esce dal tuo campo visivo e si allontana.
Un momento prima era lì e d’un tratto non c’è più.
E anche tu eri in quel tempo e ti ritrovi in un altro.
Il tempo gioca.Veicoli d'epoca (19)

Il tempo affronta la salita, gira oltre la curva e scompare.
E ti lascia su questa strada, con i tuoi dolci ricordi di un altro tempo.

Veicoli d'epoca (20)

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In questa nostra meravigliosa Italia bellezze e tracce del passato si trovano nei luoghi più impensati e oggi vi condurrò con me in un luogo particolare che ho scoperto per caso.
Io guardo sempre fuori dal finestrino e un bel giorno, percorrendo la statale nei pressi di Ottone, ho notato un cartello stradale che ha suscitato la mia curiosità, la freccia indicava il Castello di Cariseto.
Castello? Mettiamoci subito in viaggio, alla scoperta di questa meraviglia!
Per arrivare al Castello di Cariseto raggiungete la piazza di Ottone e poco dopo la farmacia salite in direzione Cerignale.
E una strada tutta curve che vi offrirà panorami splendidi su tutta la vallata.
E poi d’improvviso i girasoli, caldi di luce dell’estate.

Verso Cariseto

E si sale, ci si inoltra in una fitta e suggestiva pineta dal profumo fresco e inebriante, qui ho incontrato i daini alle prime ore del pomeriggio, motivo in più per fare una gita da queste parti.

Verso Cariseto (2)

L’odore della pineta e la bellezza di questi alberi.

Verso Cariseto (3)

Si giunge quindi ad un incrocio, come potrete vedere una strada conduce a Rezzoaglio, in Val D’Aveto, l’altra vi porterà al Castello di Cariseto.

Verso Cariseto (4)

 D’un tratto vi appare ciò che resta di questo antico castello arroccato sulla pietra che si affaccia sui monti della Val D’Aveto.

 Cariseto

In paese e in cima alla rocca troverete cartelli sui quali potrete leggere la storia e le rocambolesche avventure avvenute qui, al Castello di Cariseto, il testo è a cura di Carmen Artocchini e traggo da questa accurata presentazione del luogo alcune notizie che leggerete in questo articolo.
Vi è anche un disegno che mostra l’ipotetica ricostruzione del Castello.

Cariseto (22)

E’ antica l’origine di questo edificio, le prime notizie certe del castello risalgono all’anno 1052.
Tempo dopo soggiornò qui un illustre personaggio storico, correva l’anno 1167 e da Lucca giunse niente meno che Federico Barbarossa, si narra che sia fermato a Cariseto per proseguire poi alla volta di Parma.
Cariseto (2)

La natura è bella e rigogliosa su queste montagne, ho visto persino alcuni cardi, ormai così rari.

Cariseto (3)

La strada scende e ci si ritrova nel piccolo paesino, il castello lo domina da lassù.

Cariseto (4)

Tetti rossi, prati, montagne e silenzio, anche queste sono terre di San Colombano, in provincia di Piacenza.

Cariseto (5)

L’acqua fresca sgorga dalla fontana, noi seguiamo le indicazioni che portano al castello.

Cariseto (6)

Ci si lascia alle spalle la strada tortuosa che corre tra gli alberi.

Cariseto (7)

E si sale ammirando maestose montagne.

Cariseto (8)
Se verrete qui vi consiglio di mettervi gli scarponcini, è una breve salita ma la presenza di rocce e di erba alta suggerisce una certa cautela, io avevo delle comuni scarpe da ginnastica e non nascondo che ho avuto il timore di incontrare qualche vipera.
Non è accaduto ma, come si dice, la prudenza non è mai troppa.

Cariseto (9)

Roccia, piccoli garofani rosa e cielo azzurro.

Cariseto (10)

E poi il pruno, generoso dei suoi frutti.

Cariseto (11)

Si arriva in cima e ci si può accomodare su rustiche panche di legno.

Cariseto (12)

E davanti a voi c’è il Castello.
Tra le tante avventurose vicende avvenute qui mi ha colpita la storia del Marchese Morello di Malaspina di Pregala, costui nel 1535 fu lo sciagurato protagonista di eventi che non gli fanno certo onore.
Dovete sapere che Morello fu cacciato dai feudi del padre e pensò bene di riparare a Cariseto, chiese così ospitalità ad Antonio Malaspina, suo parente e all’epoca proprietario del maniero.
Antonio generosamente aprì le porte della sua dimora e Morello sapete cosa combinò?
Con l’aiuto di certi manigoldi si impossessò del castello, ridusse Antonio in prigionia e si prese tutti i suoi beni, imprigionò persino i vassalli di Antonio e non risparmiò loro crudeli torture.
Quando si dice la riconoscenza, eh?
L’infido Morello venne infine spodestato ma allora, ahimé, il povero Antonio era già passato a miglior vita e il castello toccò così in sorte ad altri eredi.

Cariseto (13)

Si sale, percorrendo una scala di legno, come sempre ho dovuto affrontare le mie vertigini!

Cariseto (14)

E poi si raggiunge la cima e lo sguardo si perde ad ammirare le montagne.

Cariseto (15)

Un panorama infinito si apre davanti a voi.

Cariseto (16)

E vi circonda la natura selvatica e prepotente.

Cariseto (17)

Si vedono le strade del paese con le casette caratteristiche.

Cariseto (18)

E le immancabili nuvole corrono in cielo sopra le superbe vette.

Cariseto (19)

Tra profumi, colori e bellezze di questi luoghi.

Cariseto (20)

Aggrappato alla roccia, il Castello di Cariseto svetta su questo cielo da molti secoli, testimone silenzioso del tempo passato.

Cariseto (21)

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C’era una volta un uomo che sarebbe diventato un eroe, costui si chiamava Guglielmo Tell ed era assai abile a usare la balestra.
E un bel giorno il nostro si ritrovò in un brutto guaio, per aver salva la vita dovette affrontare una durissima prova: con la sua freccia avrebbe dovuto centrare una mela posta sulla testa del suo bambino.
E il prode Guglielmo riuscì nella sua gloriosa impresa, naturalmente.
Mira, precisione e sangue freddo.
Poi certo, ognuno fa quel può, da queste parti c’è chi si esercita in questa maniera.

Mela

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Questo lembo di Liguria confina con L’Emilia Romagna e da Fontanigorda si raggiungono facilmente borghi suggestivi e particolari, così oggi vi porterò in provincia di Piacenza, a Bobbio, un luogo nel quale le pietre raccontano il passato e le sue vicende.
La passeggiata inizia qui, in questo scorcio della bella cittadina.

Bobbio

A Bobbio ci sono numerosi luoghi di culto da visitare, ve ne mostrerò alcuni tra i più importanti.
Sulla piazza si erge maestosa la Cattedrale, quest’anno a Bobbio si celebra il millenario della diocesi e della città, correva l’anno 1014 e oggi si ricorda quell’evento.

Bobbio (2)

Nella piazza a terra si notano alcune frecce, una indica il nord, le altre due sono puntate verso altre direzioni, non so a quali località si riferiscano queste coordinate ma immagino che abbiano comunque un significato religioso.

Bobbio (3)

Guardo verso il cielo.

Bobbio (3a)

E poi entro in questa chiesta maestosa e scenografica.

Bobbio (5)

Nella nostra bella Italia in ogni luogo si nasconde un tesoro, nella Cattedrale di Bobbio tra le altre cose  potrete ammirare un affresco del ‘400 raffigurante una splendida Annunciazione.

Bobbio (6)

Un arco dopo l’altro, oltre la porta.

Bobbio (7)

E sopra di voi un firmamento trapunto di stelle.

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E luce ed ombra e il misticismo di certe chiese.

Bobbio (10)

La storia di Bobbio è legata a doppio filo a quella di un celebre Santo che venne in questi luoghi da terre lontane.
C’era una volta un monaco di nome Colombano, costui venne dalla nativa Irlanda nell’anno 614 e ricevette in dono da Agilulfo, re dei Longobardi, alcune terre sulle quali il devoto monaco edificò la sua abbazia.
Colombano è una figura carismatica, presto il suo convento annovera numerose adesioni, l’instancabile monaco irlandese ha grande ascendente sui suoi fratelli.
E a lui è legata una leggenda che riguarda il Ponte Vecchio sopra il fiume Trebbia, questo ponte è di età romana e viene anche detto Gobbo a causa della sua conformazione.

Bobbio (11)

Le antiche pietre e un’antica leggenda che narra una storia particolare.
E infatti si dice che a edificare il ponte sia stato il diavolo in persona nell’arco di una notte, dopo aver fatto un patto con San Colombano.
Il diavolo si incaricava di costruire quest’opera maestosa e San Colombano in cambio si impegnava a dargli l’anima di colui che avrebbe attraversato il ponte per primo.
San Colombano però aveva pensato a tutto e una volta che il diavolo ebbe terminato il suo lavoro si ritrovò beffato perché San Colombano fece passare per primo un cane e così nessuna anima cadde tra le grinfie del maligno.

Bobbio (13)

Il ponte sovrasta le acque azzurre del Trebbia, c’erano persone che prendevano il sole e altre che nuotavano nel fiume.

Bobbio (12)

Da questa prospettiva si godono caratteristiche vedute della città medievale.

Bobbio (14)

Eccola Bobbio, il cielo era come al solito nuvoloso, questa estate è proprio capricciosa.

Bobbio (15)

E il clima mutevole mi ha regalato anche squarci di cielo azzurro mentre salivo verso la parte alta della città.

Bobbio (16)

E arrivati in cima ci si trova davanti al Castello Malaspina Dal Verme, con mio grande dispiacere era chiuso, lo avrei visitato davvero volentieri.

Bobbio (17)

L’edificio risale al XIV secolo, la storia ancora vive per le strade di Bobbio.

Bobbio (18)

E un cartello indica che a breve distanza passa la via francigena, la strada che dal Centro Europa conduce a Roma, la strada percorsa nel passato da devoti pellegrini.

Bobbio (19)

Scendi, tra le case di pietra.

Bobbio (20)

E in terra di Emilia non si può dimenticarsi delle specialità locali, le vetrine traboccano di invitanti salumi.

Bobbio (21)

E sono tanti e numerosi i bei negozi a Bobbio.

Bobbio (22)

Eccola l’Abbazia di San Colombano, vi è annesso un Museo dove sono esposti pezzi preziosi, tra gli altri vi sono antichi reperti romani, pietre longobarde e carolingie, statue e oggetti liturgici.
Non è il solo museo di Bobbio, esiste anche il Museo della città in larga parte dedicato appunto all’opera di San Colombano e alla storia della città.
Il Medioevo di Bobbio, questo è stato per lungo tempo uno dei principali centri monastici, famoso per i suoi preziosi codici.

Bobbio (22a)

Bobbio (23)

Qui, nel Chiostro, in questi giorni d’estate si svolge il Bobbio Film Festival, la direzione artistica è del regista Marco Bellocchio che è originario di questa città.

Bobbio (24)

Antiche pietre, a volte mi sembra che non siamo più capaci di certi fasti.

Bobbio (26)

E questa è la basilica di San Colombano, venne edificata tra la seconda metà del ‘400 e i primi anni del ‘500, sorge sui resti della chiesa conventuale costruita qui prima dell’anno 1000.

Bobbio (27)

Lassù, effigiato in un gesto benedicente, colui al quale è dedicata la chiesa, San Colombano.

Bobbio (28)

Sole e nuvole e un suggestivo effetto ottico.

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E ombra e luce sotto il porticato.

Bobbio (29a)

E il silenzio della basilica.

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E anche qui tracce della mia città.
E’ bianca e candida la statua dell’Immacolata opera del Maragliano, un tempo era situata nella chiesa di Santa Zita a Genova, il parroco di Bobbio la comprò per 160 Lire nel lontano 1888.

Bobbio (32)

E poi tombe con stemmi e simboli.

Bobbio (33)

Una scala conduce a una cripta, al di là della cancellata si possono ammirare splendidi mosaici.

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Uno splendido effetto cromatico per questo lavoro prezioso che risale al XI secolo.

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E ancora qualche gradino ed altri splendori.

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La luce filtra dai vetri colorati, luce mistica.

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Al centro della stanza un sarcofago, su di esso si possono leggere certi eventi e certe avventure.

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Questo è il sarcofago di San Colombano, il monaco che venne dall’Irlanda.

Bobbio (39)

Qui, a Bobbio, dove tutto parla di lui.

Bobbio (40)

Nella basilica che porta il suo nome, in terra di Emilia che è anche la terra di San Colombano.

Bobbio (41)

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E poi laggiù, il mare.
E lo sguardo di lei scruta, fissa nella mente il dolce declinare delle colline, la linea della costa accarezzata dalle onde.
Osserva, ricorda, non potrà mai dimenticare quel luogo, la baia di La Spezia.

The town of Lerici is situated on a the eastern point and in the depth of the smaller bay, which bears the name of this town, is the village of San Terenzo.

La città di Lerici è situata nel punto più ad oriente e nella profondità di una baia più piccola, che porta in nome di questa città, è il villaggio di San Terenzo.

San Terenzo

Queste parole e quelle che seguiranno sono tratte da Note on Poems of 1822, le scrisse Mary Wollstonecraft Godwin, celebre scrittrice e autrice di Frankenstein, moglie e compagna del poeta inglese Percy Bisshe Shelley.
A San Terenzo gli Shelley giungono nella primavera di quel 1822, lui ha 29 anni, Mary ne ha 24.
Era l’epoca del grand tour, i due erano stati in diversi luoghi d’Italia e da Pisa Shelley aveva raggiunto la Liguria in cerca di una dimora per un soggiorno.
Desiderava il mare, una barca, una casa.
La barca porta il nome di un personaggio di The Tempest di Shakespeare, Ariel, lo spirito dell’aria.
Il luogo prescelto è San Terenzo e la casa ha un fascino tutto particolare.

Our house, Casa Magni, was close to this village; the sea came up to the door, a steep hill sheltered it behind.
La nostra casa, Casa Magni, era vicina a questo villaggio; il mare giungeva davanti alla porta, una ripida collina la riparava da dietro.

San Terenzo (2)

Mary e Percy non sono soli, con loro vi sono alcuni amici, lo scrittore Edward John Trelawny, il tenente dei Dragoni Edward Williams e sua moglie Jane, c’è anche la sorellastra di Mary, Claire Clairmont, colei che ha avuto una bimba da George Byron.
Il luogo è incantevole, così lo descrive Mary:

The scene was indeed of unimaginable beauty.
… the varied forms of the precituous rocks that bound into the beach, over which there was only a winding rugged foothpath toward Lerici, and none on the other side ; the tideless sea leaving no sands nor shingle, formed a picture such as one sees in Salvator Rosa’s paintings.

Lo scenario era davvero di una bellezza inimmaginabile.
…le varie forme delle rocce scoscese che delimitano in spiaggia, sulla quale c’era solo un tortuoso sentiero accidentato verso Lerici e niente dall’altra parte; il mare senza maree che non lasciava né sabbia né ciottoli,  formavano uno scenario come se ne vedono nei dipinti di Salvator Rosa.

Lerici da San Terenzo

Lerici da San Terenzo

E poi l’onda e gli ulivi che si muovono al vento, eppure Mary non è felice in questo luogo da sogno, la attanaglia un fragile stato di salute che la costringe spesso a letto e Mary perderà anche il bambino che porta in grembo.
Gli abitanti di San Terenzo suscitano una strana curiosità in lei, Mary li trova selvatici e non riesce a entrare in sintonia con loro: le donne, scrive l’autrice, di sera giocano sulla spiaggia danzando fra le onde, gli uomini se ne stanno appoggiati alle rocce e cantano a voce alta.
Malgrado la bellezza del luogo San Terenzo non è il posto per Mary, quel paese quasi selvaggio suscita in lei una sorta di inquietudine, si sente felice solo quando può uscire in barca con il marito.
Allora posa la testa sulle ginocchia del suo Percy e si lascia cullare dal mare e dal suono  del vento.

San Terenzo (7)

Il poeta bello e irrequieto invece ama il mare e le sue suggestioni, a San Terenzo vive in una sorta di stato di grazia, fa diverse escursioni in barca e  quando è a bordo ha con sé i suoi fogli e compone alcune sue poesie mentre si fa cullare dalle onde.
E lui che ama così tanto il mare ha avuto sinistre premonizioni sul suo destino, quel mare diverrà il suo nemico infido.

San  Terenzo
Durante quella permanenza nel piccolo paesino della Liguria il poeta ribelle trova una sorta di dimensione ideale, la natura diviene il suo elemento.
E l’amore ha un volto e le fattezze dolci di Jane Williams, a lei Percy dona una chitarra, a lei dedica alcuni suoi versi, With a guitar, to Jane, con lei fa lunghe passeggiate nello splendore del verde di San Terenzo.

San Terenzo (4)

Lapide apposta su Villa Magni

A lovely house closed by the sea-side surrounded by the soft and sublime scenery of the bay of Lerici.
Una bella casa vicina al mare, circondata dal dolce e sublime scenario della baia di Lerici.

E lì, in questo tratto di Liguria, Shelley regala al mondo i suoi  Lines Written in the bay of Lerici, dal quale sono tratti questi versi:

And the scent of winged flowers,
And the coolness of the hours
Of dew, and sweet warmth left by day,
Were scatter’d o’er the twinkling bay.

E il profumo dei fiori alati
e la freschezza delle ore
della rugiada e il dolce calore lasciato dal giorno
erano sparsi sulla fulgida baia.

San Terenzo (10)

C’è un destino che lo attende, Percy Bisshe Shelley gli andrà incontro solcando quel mare.
Il primo luglio il poeta a bordo dell’Ariel con i suoi amici prende il largo in direzione di Livorno, ripartirà da questa città il giorno 8 di Luglio.
E Mary è là a Villa Magni e aspetta il suo ritorno.

San Terenzo (3)
Il mare impetuoso rovescia l’imbarcazione, i flutti sommergono le membra giovani di Percy Bisshe Shelley e con esse il suo genio inquieto.
Mary scrive di questa attesa angosciosa che ebbe fine dieci giorni dopo quando il mare restituì il corpo di Shelley e il poeta venne rinvenuto sulla spiaggia di Viareggio.

San Terenzo (8)
E ancora Mary scrive che le leggi dell’epoca, per timore di epidemie, non le consentirono di entrare  in possesso del corpo di lui, Shelley venne sepolto per alcuni giorni nella sabbia e in seguito il suo corpo fu arso su una pira.
A dare l’estremo addio a Shelley c’erano gli amici Hunt, Trelawny e Byron.
Le fiamme si alzarono alte verso il cielo, bruciarono l’incenso, il vino e l’olio versati sulla pira e resero all’aria i resti di uno spirito libero, il cuore di Shelley fu raccolto dalle mani amorevoli di Trelawny, riposto in un cofanetto e consegnato a Mary, così come le ceneri del poeta, si narra che Mary abbia tenuto sempre con sé il cuore di Percy.
Termina così, tragicamente, il soggiorno ligure degli Shelley, Mary lascerà Villa Magni e partirà con Byron alla volta di Genova.

San Terenzo (9)

Scrivono i biografi che molti anni dopo, alla morte di Mary, il cuore di Shelley venne ritrovato nella  scrivania di lei quasi ridotto in polvere tra le pagine di una copia del poema di Percy, Adonais.
Shelley fu sepolto nel cimitero Acattolico di Roma, vicino al suo amico John Keats.
La barca che lo condusse fra i flutti portava il nome di Ariel, creatura shakespeariana di The Tempest e sono di Ariel le parole incise sulla tomba di Percy Bisshe Shelley, il genio ribelle sommerso dalle onde l’8 luglio 1822.

Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea change
Into something rich and strange.

Niente di lui si dissolve
ma subisce una metamorfosi marina
per divenire qualcosa di ricco e strano.

San Terenzo (6)

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Oggi vi porto su, in alto.
Come si percorre la città in salita?
In certi casi con la funicolare e oggi la prenderemo insieme, se verrete a Genova questa è un’esperienza da non perdere.
La funicolare Zecca Righi collega il centro città con le alture di Genova, vi si accede con un normale biglietto dell’autobus ed è anche il mio mezzo di trasporto preferito, per noi affezionati utenti è semplicemente la funi.
Con la funi si va a scuola, al lavoro, in dieci minuti sei nei caruggi.
Le corse che ho fatto con lo zainetto sulle spalle per non perderla!
Sulla funi ci conosciamo tutti, questo è chiaro.
E allora andiamo? Si parte da qui dalla Zecca!

Funicolare

Eccola, rossa e fiammante, saliamo a bordo!

Funicolare (2)

Dall’altro capolinea del Righi parte l’altra vettura, noi invece imbocchiamo la prima delle due gallerie, la funicolare farà due soste all’interno di esse, corrispondono alle fermate dell’altra vettura che sta scendendo.

Funicolare (3)

A Carbonara c’è una piccola edicola dedicata alla Madonna, in anni difficili queste gallerie servirono da rifugio e riparo per molti.

Funicolare (4)

E si sale, si giunge alla stazione di San Nicola, qui le due vetture si incontrano.

Funicolare (5)

E questi sono i binari visti dall’altra prospettiva.

Funicolare (6)

La gloriosa funicolare che porta al Castellaccio ha una storia antica, il primo tratto tra il Righi e San Nicola venne inaugurato nel lontano 1895, due anni dopo fu la volta del secondo tratto, dalla Zecca a San Nicola.
Le vetture sono cambiate nel corso degli anni, il fascino di un viaggio in funicolare è rimasto immutato.

Funicolare (7)

Si sale, da qui in su tenete gli occhi bene aperti.
E ricordate i versi del poeta Giorgio Caproni nelle sue Stanze della funicolare:

E all’improvviso una brezza che apre, allo sbocco del tunnel.

Funicolare (8)

La fermata della Madonnetta e la chiesa laggiù.

Funicolare (9)

E il mare e la Lanterna, si inizia a vedere la città dall’alto.

Funicolare (10)

E via, ancora più su, l’intero percorso dura solo 12 minuti.

Funicolare (11)

E se vuoi conoscere la vertigine di Genova guarda i binari della funicolare mentre sali verso il Righi, questa è la fermata di Via Mario Preve.

Funicolare (12)

San Simone, ancora un breve tratto e saremo arrivati.

Funicolare (13)

E finalmente siamo a destinazione.

Funicolare (14)

Oggi come ieri, questa è la stazione del Righi in una suggestiva immagine del passato.

Funicolare (15)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Lassù si gode di una vista spettacolare sulla città, c’è il Parco del Peralto, ci sono gli antichi forti della Superba e queste sono certo altre attrattive da tenere in considerazione.
E poi ringhiere dalle quali affacciarsi, sulla vastità del mare di Genova.

Funicolare (16)

E dopo  aver gironzolato all’ombra degli alberi verrà il tempo di ritornare.
Giù, nel centro di Genova, con la funicolare.
Sta arrivando!

Funicolare (17)

E si scende e davanti a voi c’è tutta la bellezza della mia città.

Funicolare (18)

E si scende in un’ebbrezza di aria, di luce e cielo azzurro.

Funicolare (19)

Eccola la funicolare, alla stazione di San Simone.
Noi che abitiamo su queste alture siamo affezionati alla nostra funi, sulla funi si chiacchiera e il viaggio non è mai noioso, c’è sempre qualcuno che conosci con il quale scambiare due parole.
La funi è casa, è casa mia.
Funicolare (21)

Oggi come ieri, quando certi bimbi aspettavano di vederla arrivare.
E anch’io sono stata una di loro, alla fermata ad aspettare.

Funicolare (22)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

 In alto, lassù, guardando Genova dalla funicolare.

Funicolare (23)p

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C’era una volta un verde prato.
La vita scorreva lenta seguendo il ritmo della natura, le api ronzavano, gli uccelli planavano in volo giù dagli alberi, le farfalle svolazzavano di corolla in corolla.
– Mi annoio! – Così languì una giovane margheritina appena sbocciata.
– Eh, non me lo dire! – Le rispose tra i sospiri una delle sue sorelle – Qui non succede mai niente, mai un’emozione, mai una novità. Io vorrei vedere le cose del mondo, vorrei conoscere altri fiori!
E fu così che tutto ebbe inizio.
Passarono ore ed ore a fantasticare, si immaginavano che là fuori, nel mondo, avrebbero potuto fare chissà quali entusiasmanti esperienze.
E così senza dir nulla a nessuno, un bel giorno lasciarono il prato e si misero in cammino verso l’ignoto.

Fontanigorda

Al margine del bosco passarono sotto ad un’ anziana quercia nota a tutti per la sua secolare saggezza e costei, nel vedere quelle due piccoline tutte sole, subito si premurò di metterle in guardia:
– Dove ve ne andate così di buon mattino?
– A vedere le cose del mondo! – Risposero all’unisono le margheritine.
– Fate attenzione! – Ammonì la quercia – Il falco è arrivato oltre la radura, oltre il fiume e al di là del ponte. C’è una città, rumorosa e vasta, non è posto per voi quello!
I due arditi fiorellini però non vollero sentir ragioni e proseguirono il loro viaggio.
E cammina, cammina, cammina, giunsero infine in una grande metropoli.
E cosa potevano fare due margheritine in città?

Margherita

Certo non era un’impresa facile ma, armate di grande entusiasmo si misero in cerca di nuovi amici.
– Dove staranno i fiori secondo te? – Domandò una delle due.
– Non saprei! – Rispose l’altra con tono sconsolato – E’ tutto grigio qui! Oh, guarda! Vedo dell’erba!
E affrettandosi nell’attraversare la strada rischiarono di finire spiaccicate sotto le ruote di una macchina, era davvero arduo per loro destreggiarsi tra i pericoli della città.
E finalmente furono lì, davanti a un’aiuola.
E non era esattamente un luogo incantevole, c’erano delle primule mezze appassite, cartacce e foglie cadute.
Le due margheritine erano piuttosto avvilite, non avevano certo lasciato il loro bel prato per finire in quella maniera!
– No, no! Andiamo via di qui! Presto! – Disse una all’altra.
Ah, la città!
Era tutto un altro mondo ma le due margheritine non si persero d’animo e così cercarono di attaccar bottone con una violetta che se ne stava dentro a un vaso.
La tempestarono di domande ma quella pareva imperturbabile, non dava cenno di vita.
E insomma, le due sorelle venivano dalla campagna e non avevano mai visto dei fiori finti, quella era la prima volta e così se la presero con l’incolpevole violetta:
– Voi di città siete proprio strani! Volevamo solo qualche informazione, ci rivolgeremo altrove.
E via, ripartirono in cerca di più loquaci interlocutori.
E fu allora che lo videro,  finalmente un angolo do paradiso, era il piccolo chiosco di un fioraio e uno accanto all’altro c’erano i più bei fiori che si possano immaginare!
E quanti!
C’erano delle signorine petulanti che parlavano solo in francese, erano orchidee e si davano un sacco di arie, lì vicino dei rassegnati girasoli dai petali gialli sopportavano pazientemente.

Girasole

Le rose, per parte loro, erano numerosissime e di diverse qualità, quelle rosse erano particolarmente vanitose, quelle bianche erano ingenue e timidissime, le rose gialle invece erano un po’ diffidenti e se ne stavano per conto loro.
E le piante di edera? Uh, quelle chiacchieravano con tutti!
E le due margheritine potevano sentirle ciarlare con  due cactus, dei tipi dai quali era meglio star ben lontano, s’intende.

Cactus

Quella era davvero l’alta società, c’erano dei tulipani che vantavano origini olandesi e non facevano altro che narrare le bellezze della terra dei mulini.
Le tuberose erano eleganti e leziose, i gladioli avevano un fare a dir poco cerimonioso, per non dire degli iris che parevano davvero regali!
E mentre le due sorelle stavano rimirando i loro nobili parenti si sentirono afferrare da una mano che le sollevò.
– E voi due come siete finite qui?  – Disse la fioraia e rapida mise le margherite in un vaso.
E le due poverine non ebbero nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo, scese la sera, la fioraia ritirò tutti i vasi dentro al gabbiotto e abbassò la serranda.
E giunse la notte, l’oscurità calò sulle titubanze di quelle due anime ingenue e speranzose.
– Dove sono le stelle? Dov’è la luna? E’ tutto buio qui! – Esclamò una delle due margherite impaurita e tremante.
– E perché non si sente la civetta? – Le fece eco l’altra.
– Ragazze, un po’ di silenzio! – brontolò l’ortensia – Qui c’è gente che vuole dormire!

Ortensia

Sì, fu una lunga notte e quando giunse il mattino le due sorelle videro di nuovo la luce del giorno.
Era davvero un altro mondo e non era il loro, attorno non c’era l’erba madida di rugiada, non si udiva il gallo far chicchiricchì e nemmeno il canto gioioso degli uccellini.
E sapete, la vita a volte prende una piega imprevista, può succedere anche a due piccole margherite.
E quel che accadde quel giorno finì sulle prime pagine di tutti giornali, una cosa del genere non si era mai vista, ne parlarono tutti.
E negli anni a venire tutti ricordarono di quell’evento memorabile: un falco, fiero e possente, era sceso in picchiata sulla città, aveva preso nel becco due margherite e si era librato alto nell’azzurro fino a scomparire all’orizzonte.
A volte alcuni sono più sapienti, come una certa quercia, piuttosto anziana e nota a tutti per la sua secolare saggezza.
A volte il luogo al quale apparteniamo racchiude in sé tutte le meraviglie che ricerchiamo altrove.
Il falco volò al di là del ponte, oltre il fiume, oltre la radura.
Planò sul prato e delicatamente depose le due margheritine tra l’erba, avevano molto da raccontare e tutti si mostrarono interessati alle loro avventure, loro avevano visto le cose del mondo.
E lì, su quel prato, vissero felici e contente.

Margherita (2)

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Giochiamo? Indovina!

E poi ci sono le foto che non vengono.
Capita, eh sì.
Mosse, sfuocate, con l’orizzonte storto, buie o in controluce.
E poi ci sono quelle foto che non vengono e comunque resti lì e ti domandi: mah!
Ecco, oggi giochiamo!
Pronti?
Vi mostrerò due fotografie scattate in momenti e posti diversi, voi provate a indovinare di che posti si tratta, probabilmente è anche abbastanza facile, chissà!
Per qualcuno penso che sia quasi banale, Maurizio mi sa che tu capirai subito! Sssst, non dire niente, mi raccomando!
E comunque sono due immagini che in qualche maniera mi piacciono, anche se non hanno davvero nessun senso.
Se avessi voluto scattarle non ci sarei mai riuscita, questo è sicuro.
E questa è la prima fotografia, forse è facile indovinare.
Con precisione, secondo voi di che cosa si tratta?

1

E questo invece è in secondo scatto.
Non chiedetemi come sia possibile che sia uscita questa cosa qui, non ne ho veramente la più pallida idea!
Che posto è?
Dai, anche questa in fondo non è così complicata come potrebbe sembrare!
Beh, magari il primo che commenta azzecca subito, può essere.
A parte questo, non sono semplicemente fantastiche?
Ah, secondo me sì!
Sono quelle foto che non vengono e comunque resti lì e ti domandi: mah!

2

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Una curva gentile e d’improvviso appare Monterosso, la prima località delle Cinque Terre che incontrerete venendo da Genova.
Lo sguardo di ognuno, nel medesimo luogo, si posa su dettagli diversi.
Io vi racconterò cosa hanno veduto i miei occhi, una domenica d’ottobre, a Monterosso.

Monterosso (2)

L’insenatura sinuosa, le case, la striscia di sabbia e le rocce.

Monterosso (3)
E’ affollata Monterosso, ci sono turisti di ogni nazionalità, due gioviali signore inglesi paiono proprio di casa, credo abbiano scelto di vivere qui.
E come non comprenderle?
E’ calda e caratteristica Monterosso, ha l’anima dei borghi liguri appoggiati sulla costa come pietre preziose incastonate nella roccia.

Monterosso (4)

Una corda da stendere e una finestra chiusa, l’estate è finita.

Monterosso (5)

Caruggi, panni stesi e tricolori.
Qui si è liguri e cittadini del mondo perché qui arriva il mondo intero a scoprire le bellezze delle Cinque Terre.

Monterosso (6)

Porte chiuse, piante grasse e archetti.

Monterosso (7)

E ombrelloni, tralci di vite, botti e fiaschi.
Qui, nella terra dell’uva, dei pampini e dei vini ricercati.

Monterosso (8)
L’estate è finita eppure a Monterosso c’è una gioiosa confusione, i ristoranti sono aperti, sulle lavagnette sono esposti i menu, si gustano le delizie della cucina ligure vicino al mare.
Una luce chiara illumina il cielo delle Cinque Terre, si sentono risate e chiacchiere.
E’ una domenica perfetta.

Monterosso (9)

La vita qui sa essere lieve e dolce come una pedalata giù da una discesa con il vento in faccia.

Monterosso (10)

E in certi angoli sa essere anche silenziosa e semplice come una comune rete da pesca.

Monterosso (10A)
Vasi, piante e gradini.
Le scale infinite di Liguria rischiarate dal sole.

Monterosso (11)
E piazzette e case tipiche di un borgo di pescatori che oggi è una meta turistica di grande rilievo.

Monterosso (13)

Gironzolo per i caruggi.
E trovo creuze di mattoni e case dalla facciate dipinte di rosso.

Monterosso (15)
E ancora scale e cassette ricolme di piccole piante.

Monterosso (16)
Tintinnano le piccole conchiglie donate dalle onde del mare.

Monterosso (17)
La bellezza è tutta lì, nelle piccole cose semplici che non hanno prezzo.

Monterosso (18)
Portici, ombra e colore.

Monterosso (19)

E ancora biciclette, quante ne ho viste per le stradine di Monterosso!

Monterosso (20)

Geometrie di Liguria, linee verticali che sono una sinfonia di tinte calde.

Monterosso (21)

E poi cammino, mi infilo su per le stradine dove le case hanno tutte le tonalità del giallo.
E crederesti che sia stato un artista a creare questa magia di toni.

Monterosso (22)

Un profumo delizioso si spande per il caruggio, vedo una porta aperta al piano terra.
E no, io davvero non posso essere diversa come sono.
Mi conoscete ormai, io sono quella che entra in tutti i palazzi!
E così varco quella soglia e trovo un gentile signore intento a produrre il più delizioso dei vini, lo schiachetrà, il passito delle Cinque Terre.

Monterosso (23)
Mi racconta che fa il vino soltanto per sé, seguendo certi antichi metodi.
Una chitarra, una bicicletta e i grappoli d’uva.

Monterosso (24)
E damigiane, imbuti e tappi.

Monterosso (25)

Segreti di antiche tradizioni ed effluvi dolci e delicati.

Monterosso (26)
Per le strade di Monterosso, c’è sempre un filo da stendere verso il quale alzare gli occhi.

Monterosso (27)
E c’è una tenda trasparente e leggera.

Monterosso (28)
Ma Monterosso è anche la fotografia che non vorresti mai scattare.
Eppure si deve, in questa parte di Liguria che tanto è stata ferita dagli eventi alluvionali che hanno portato fiumi di fango in queste strade.
Si deve ricordare perché queste terre devono essere difese, protette e tutelate.
Osservate questa immagine, osservate le due targhe poste sul muro.

Monterosso (29)

Segnano il livello dell’acqua durante le passate alluvioni.

Monterosso (30)
E adesso guardate questa bella chiesa.

Monterosso (31)
E’ tornata al suo antico splendore grazie alla caparbietà degli abitanti di Monterosso, perché i liguri sono gente tosta che sa rimboccarsi le maniche e rialzarsi.
E’ rinata Vernazza ed è rinata Monterosso, la memoria di ciò che è accaduto deve insegnarci a fare in modo che non accada mai più.

Monterosso (32)
Rifulge della sua colorata unicità la bella Monterosso.

Monterosso (33)
Tra scorci, curve e terrazzini.

Monterosso (34)

Palazzi che disegnano i contorni dell’infinito.

Monterosso (35)
In riva al mare, non saprei pensare a nulla di più adatto come sovraporta!

Monterosso (36)

E osservo tra le case, verso quel turchese abbagliante.

Monterosso (37)

E credo davvero che potrei rimanere qui, a osservare le nuvole che scorrono sui caruggi.

Monterosso (38)

E’ allegra e solare questa domenica mattina, la gente passeggia tra i vicoli e si sofferma a scegliere le ceramiche.

Monterosso (39)

Botteghe e negozietti di prodotti tipici, ad ogni angolo ne trovate uno.

Monterosso (40)
Caruggi, lampioni e salite.

Monterosso (40a)

E poi? Ancora una porta aperta!
Ah, i pesci pronti da essere buttati in padella!

Monterosso (41)
E oggetti di terracotta e borse di paglia, l’estate sarà pure lontana ma non si direbbe.

Monterosso  (42)

Mi perdo, tra luce e ombra.

Monterosso  (43)

Archetti, muri di pietra, rampicanti e biciclette.

Monterosso  (44)
Persiane aperte e il sole che filtra, caruggi e piante grasse.

Monterosso  (45)

E ringhiere, scale, ancora biciclette, vedete quante ce ne sono?

Monterosso  (46)

Il mare brilla e luccica, la spiaggia è deserta e il mare è calmo e piatto.

Monterosso  (47)

Le barche sono tirate a riva.

Monterosso  (48)

E forse presto prenderanno il largo.

Monterosso  (49)
Questo è il mio sasso.
In ogni spiaggia c’è un sasso per me.
Trascinato sulla sabbia dalla marea e caldo di sole, questo è il mio sasso.

Monterosso  (50)
Salgo, guardo il mare tra gli alberi.

Monterosso  (51)

Seguo il profilo della costa che si perde all’orizzonte.

Monterosso  (52)
E l’azzurro prepotente si staglia tra i rami.

Monterosso  (53)
Si intravedono le belle case di Monterosso.

Monterosso (54)

E poi la vista si apre sulla costa, la spiaggia e il paese così dolcemente posato tra il verde.

Monterosso  (55)
E lassù, davanti al mare aperto, si erge una statua di San Francesco.
Ed è silenzio.
Ed è pace.

Monterosso (56)

Il giorno riluce, nella quieta tranquillità del golfo.

Monterosso (58)
Un gabbiano si libra sulle acque turchesi del mare di Monterosso.
Il suo volo è una danza, un inno alla vita e alla bellezza delle Cinque Terre.

Monterosso (57)

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Accadono cose strane e belle, a volte.
Taluni sono lettori silenziosi, frequentano queste pagine senza manifestarsi.
E tra loro c’era anche lei, Daniela.
E poi un bel giorno Miss Fletcher ha svelato il suo nome e così Daniela ha scoperto che questo blog lo scrive una persona che lei conosce bene, da tanto tempo.
Compagne di liceo e di università.
Ve l’ho detto, accadono cose strane e belle, a volte.
E lei legge, legge che amo andar per terrazzini, lassù dove si vedono i tetti e le ardesie.
E mi porta lassù, su quel terrazzino che circonda la sua casa, in una parte di caruggi che amo particolarmente, a ridosso di Via Ravecca.
Due amiche, i ricordi di scuola, una giornata di sole e una tazza di caffé.
Qui, su un terrazzino di caruggi.

1

E tutto attorno la città che amo, che è così vicina eppure silenziosa.
Lassù, nel regno dei gabbiani che volteggiano in cielo e compiono parabole infinite, seguirle è un gioco della mente.

2

Tetti spioventi, finestre e piante grasse.
E la linea perfetta, il mare.

3

Cammino tra i fiori, sopra la città.
Osservo, scopro cose mai vedute, mutando punto di osservazione la città si svela e mostra i suoi segreti.

4

E volano quassù gli uccellini, c’è un angolino tutto per loro.
A volte la vita sa essere dolce, è vero?
Qui, su un terrazzino in Vico dei Coccagna.

5

Un terrazzino? No, due!
Una scaletta che porta in alto, sopra le ardesie, davanti ai comignoli.
Un tavolino, una sdraio, i gerani.
E un orizzonte infinito, tutto intorno.

6

E lassù, su un terrazzino di caruggi, puoi persino avere un piccolo orto!

7

Le case, abbarbicate sulle alture della città in salita.

8

Storie di caruggi e campanili, voi genovesi li riconoscete?
Da sinistra verso destra si notano San Silvestro, Sant’Agostino e Santa Maria in Passione.

9

Storie di una città ogni giorno da scoprire, il suo bianco teatro e le cupole del Palazzo della Borsa.

10

La misteriosa Torre dei Maruffo, quando cammini per le strade di Genova non la vedi, è chiusa tra le case di Canneto, nascosta ed invisibile da certe prospettive.
Eppure è così alta, ogni volta vederla è un’emozione!

11

E’ una mia debolezza cercare le superbe torri della Superba, se guardate gli antichi quadri Genova ne era disseminata.
E sono ancora la testimonianza della sua grandezza, dell’orgoglio di Genova e dei suoi abitanti.
Chissà se un giorno riuscirò a salire sulla Torre degli Embriaci!
Continuo a scriverlo nella speranza che il desiderio si avveri.

12

Sì, io cerco le antiche torri.

13

Lassù, sul terrazzino sul tetto, si guarda giù, verso altri tetti e verso l’altro terrazzino che ci attende al termine della scaletta.

14

La città è di vetro, a volte.
Di vetro e specchi, specchi che per me hanno solo un pregio, riflettono le antiche case della città vecchia.

15

Di vetro e acciaio davanti a Santa Maria in Passione.

16

Io in posti come questo mi perdo.
Mi perdo nella profondità del vicolo, a seguire le curve gentili della mia città.

17

Ad ammirare chiese e campanili, non puoi vederli in questa maniera da nessun’altra parte, solo su un terrazzino di carruggi.

18

Sì, la vita è dolce quando hai un’amaca per dondolarti al sole.

19

E quando hai un tavolo di ferro e quattro sedie, i vasi con le piante e il silenzio che ti regala l’altezza.

22

E per me è ancor più dolce quando riesco ad andare lassù, sopra le ardesie calde di sole.

21

La vita è dolce quando si conserva il desiderio di sorprenderci di ciò che conosciamo bene, quando sappiamo trovare gioia nel nostro quotidiano, quando sappiamo scoprire la bellezza attorno a noi.

20

Quando dalla finestra della tua cucina vedi i tetti e la città.

23

E quando ti affacci e davanti ai tuoi occhi trovi il mare calmo e azzurro.

24

Ringrazio la mia meravigliosa amica per avermi aperto la sua splendida casa, tornerò qui a guardare un tramonto o un cielo denso di nubi cupe e minacciose cariche di pioggia, ho immaginato i lampi squarciare le nuvole e il tuono rimbombare in lontananza.
Ho immaginato questo, mentre ero lassù,  in una giornata limpida e tersa.

25

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