Una bellezza leggendaria

Era vanitosa e ingenuamente vanesia, ormai quelli che le stavano intorno non ci facevano quasi più caso.
Quando iniziava con la faccenda della parentela importante tutti si defilavano e cercavano di far cadere l’argomento.
Buoni a nulla e gente da poco, ecco cosa siete! – diceva lei – Voi non siete affatto in grado di mettervi a discutere con una come me, ve li sognate i miei quarti di nobiltà!
E attaccava con la solita solfa della lontana parente francese, una cugina di suo padre che faceva parte del bel mondo e dell’alta società.
La cugina francese era sofisticata, di gran classe e molto ammirata, era un’autentica celebrità, inimitabile per stile ed eleganza.
E poi, in certi periodi dell’anno, la sua incomparabile allure veniva ancor più esaltata.
Nessuna era come lei: raffinata, affascinante e misteriosa, una protagonista del jet set.
La sua parente, diceva lei, era una bellezza leggendaria.
Ma vedete? – Concludeva sempre così i suoi lunghi discorsi – a me sembra proprio di non aver nulla da invidiarle. Del resto il sangue non è acqua e noi due ci assomigliamo come due gocce d’acqua, non sembra anche a voi?
E tutti attorno a lei annuivano e le davano ragione e dicevano che sì, erano davvero identiche, era l’unica maniera per farla smettere di cianciare!
E allora lei sorrideva soddisfatta, gongolandosi in quella sua puerile vanità di credersi uguale alla Tour Eiffel.

Annunci

Lo chiamavano Rino

In casa tutti lo chiamavano Rino, era il suo affettuoso diminutivo.
E aveva anche due fratelli, a quanto ne so.
Quindi la loro mamma doveva avere il suo gran da fare a star dietro a tutti loro però io credo che Rino fosse un bambino buono, studioso e tranquillo.
Eccolo qui, tutto serio con la sua giacchetta con i bottoni tondi e la cravattina sottile, era un ragazzino dalle tante speranze troppo presto deluse.

Aveva quasi undici anni e tutti lo chiamavano Rino.
Quasi undici anni di corse, ginocchia sbucciate, salti, tuffi nel mare profondo, dentini caduti, bretelle e calzoncini corti, risate e partite a pallone con gli amici.
Ed io ho incontrato lo sguardo di Rino diverse volte, in quella galleria di Staglieno dove egli riposa, questo mi ha fatto nascere la curiosità di conoscere qualcosa in più sul suo breve viaggio nel nostro mondo.
E così ho scoperto che Rino visse in una casa dei caruggi vicina a quella dove aveva abitato in tempi più lontani il mio bisnonno, il destino sa essere sorprendente e certi luoghi celano silenziosamente memorie preziose.

Rino (2)

La casa di Rino è là, vicino alla vivace Via della Maddalena con i suoi molti negozi, è comoda per il capofamiglia, infatti il papà di Rino è trippaio e proprio lì alla Maddalena ha la sua bella bottega.
E così l’altro giorno passando proprio davanti a quella serranda abbassata ho immaginato lui, Rino mentre corre come un fulmine per andare nel negozio del suo papà.
E in questi caruggi tutti lo conoscono, è normale che sia così, no?
I luoghi, a volte, nascondono anche le risposte che non possiamo conoscere.
Lui, Rino, aveva quasi undici anni e amava la scuola, almeno così credo, lo hanno ritratto per sempre scolaro con la sua cartella.

Rino (3)

E forse aveva imparato la bella calligrafia e magari quello era uno dei suoi orgogli.
Credo che amasse leggere ed immergersi in mondi immaginari con la sua vivida fantasia, faceva sogni ad occhi aperti che forse non ha mai confidato a nessuno.
Adesso la sua mano è posata per sempre su un libro molto celebre, certo a scuola Rino avrà letto il romanzo di De Amicis, forse era una storia a lui cara.

Rino (4)

Il suo nome era Rinaldo ma tutti lo chiamavano Rino, lo so perché ho trovato questo diminutivo nell’ultimo saluto che gli fece la sua famiglia.
Rino se ne andò come altri suoi coetanei, nel tempo in cui la vita e la buona salute erano più fragili.

Rino (5)

Lo ricordarono in questa maniera, ritratto nella sua esistenza acerba troppo presto recisa.
Rino è uno dei bambini che torno sempre a salutare ma adesso conosco anche alcuni dei suoi luoghi e allora è un po’ diverso portargli un pensiero o una parola.
Lui è uno di noi, è un bambino di Genova e della Maddalena.
Ciao Rino, così anche io ti ricordo, per sempre fanciullo e per sempre scolaro.

Rino (6)

Ottobre 1880: l’ultima visita di Garibaldi a Genova

Questo è il ricordo di un frammento di storia: accadde a Genova in un giorno d’autunno del 1880.
Nella Superba ritorna per l’ultima volta un grande condottiero, nel corso della sua vita con le sue azioni e con la forza della sua grandezza egli ha mutato le sorti di una nazione.
È Giuseppe Garibaldi, il generale è avanti negli anni, è ammalato e molto affaticato.

Opera esposta presso l’istituto Mazziniano Museo del Risorgimento

Garibaldi giunge nella città dei patrioti per far visita alla figlia Teresita e per mostrare conforto e vicininanza a lei e al suo consorte Stefano Canzio all’epoca rinchiuso in prigione con l’accusa di attività sovversive.
Il generale è ormai anziano ma negli occhi ha ancora quella passione e la tempra che hanno guidato ogni sua azione, ha ancora grande ascendente sul popolo, tutti lo amano e lo idolatrano.
Il mito dell’eroe risorgimentale a volte sconfina nell’agiografia e la figura dell’uomo sembra così assumere tratti leggendari come in questo episodio che vi narrerò.
Lo riferisce Angelo Balbi che fu testimone di ciò che accadde in quel giorno di Ottobre 1880, Balbi ne scriverà sulle colonne del quotidiano il Lavoro nel giugno del 1926.
E racconta della casa che ospitò il Generale, in città si diffonde veloce la notizia dell’arrivo del nizzardo.

Ed è sera, sotto a quelle finestre accorre una folla festante e rumorosa, sono uomini e donne che vogliono testimoniare il loro affetto al Generale.
A Genova c’è Garibaldi, tutti vogliono rendergli omaggio.
Ardono le fiaccole che fiammeggiano gioiose, le persone corrono su per la salita e si accalcano davanti al portone e lungo la strada, Via Assarotti è gremita di gente.
Si levano le voci, tutti chiamano il Generale, vogliono vederlo e lodarlo ancora per le sue gesta.
E ad un tratto, la finestra si apre.
Appare un uomo che in una mano regge un lume: alle sue spalle in carrozzella c’è Giuseppe Garibaldi circondato dai suoi cari amici.
E dalla folla si levano voci ancor più fragorose, tutti acclamano l’Eroe dei due mondi con autentico affetto e stima ed egli risponde con il suo sorriso franco ed aperto.
L’edificio che ospitò il Generale Giuseppe Garibaldi è il civico numero 31 di Via Assarotti.

Angelo Balbi che tramandò i suoi ricordi di quell’evento usò parole commosse e coinvolgenti, scrisse che il Generale aveva dipinta sul volto autentica bontà.
Su quella casa dove visse Teresita e che ospitò il suo celebre padre è affissa una targa in memoria di un giorno che fece battere i cuori dei genovesi che acclamavano lui: il Generale Giuseppe Garibaldi.

Tra fratelli

Tra fratelli, in un giorno lontano fissato su fragile carta.
Bambini composti, tranquilli ed obbedienti.
Un abitino bianco con il bordo tutto pizzi, l’espressione vispa e intelligente, un ricciolo ribelle sul petto.
Manine conserte, bocca a cuore, maniche gonfie.

Nastri chiari e capelli biondi.
E tutta una particolare raffinatezza nell’abito di questa bimba assennata e giudiziosa, da grande sarà di certo divenuta una donna affascinante e molto ammirata.

Il maschio di casa, quello che ha più responsabilità di tutti anche se a dire il vero non ne sembra troppo consapevole: ha l’aria timida e impacciata, sembra un ragazzino scontroso e suscita in me un senso di tenerezza.

Tra fratelli accade così, ognuno ha la propria personalità e lei è la più grande, a me sembra anche la più volitiva.
Fiocchetto in testa, sguardo sicuro e un collanina al collo che sembra di rossi coralli, chissà cosa ne è stato di quella preziosità e se qualcuno l’ha conservata come caro ricordo di lei che la indossò da bambina.

E in questo quadro di raffinate e garbate compostezze spicca la bella spontaneità infantile, uguale e naturale in ogni epoca.
Pizzi, boccoli, piedini scalzi e un dolce sorriso ingenuo.

In un giorno distante, in un tempo diverso, memoria tenera di quei giorni di infanzia.

Finestre a colori

Sono finestre vicine al mare, a breve distanza scrosciano le onde.
Sono finestre baciate dal sole, sfiorate dal vento, sono finestre che racchiudono vite e pensieri, sguardi e sorrisi.
Sono finestre di Genova, nella bella Quinto.
Sono finestre eleganti e discrete, in quelle stanze io credo che risuoni musica armoniosa.
Sono finestre che celano giorni e minuti, sono finestre dalle geometrie perfette.
Persiane verdi, tinte biscotto, tonalità calde e tende spesse.
Sono finestre vicine al mare, sono finestre a colori.

Quando prendevamo il vecchio autobus arancione

Quando prendevamo il vecchio autobus arancione le attese alle fermate erano un po’ impazienti, non certo perché i mezzi pubblici tardavano: eravamo noi, piuttosto, ad avere fretta.
Fretta di vivere, di andare, di incontrare quelli della nostra compagnia di amici e di perdere tempo a modo nostro, a quell’età in effetti il valore del tempo è tutto diverso.
E a quanto sembra su quegli autobus là si entrava solo dalla porta posteriore e le altre due porte erano riservate alle uscite: io questo particolare lo avevo scordato, me ne sono accorta quando ho visto a De Ferrari uno di quei mezzi d’antan di smagliante color arancio.
E a dire tutta la verità neanche mi ricordo come fossero precisamente gli autobus che prendevamo le prime volte che uscivamo da soli, ecco.
Però una cosa la so molto bene: la buona educazione esige che i più giovani cedano il posto a sedere e questa cosa a noi l’avevano insegnata e ripetuta infinite volte e così noi rispettavamo le regole, eccome!
Quando prendevamo quegli autobus là alle volte ci si incontrava lungo il percorso.
In questo quartiere usavamo il 30 o il 33, come alcuni ricorderanno una di queste due linee terminava la sua corsa davanti a Brignole e chissà perché io resto convinta che anche l’attuale 36 che ha rimpiazzato le due precedenti faccia capolinea lì.
Non c’è verso, ogni volta che sono sul 36 finisco sempre per constatare con un certo stupore che il l’autobus prosegue allegramente la sua corsa fino in Piazza Merani, caspita!
Quando prendevamo l’autobus arancione mica era così, proprio per niente.

Quando prendevamo l’autobus arancione di norma avevamo sulle spalle uno zainetto.
E il walkman in tasca, la musicassetta girava e noi ascoltavamo all’infinito l’ultimo album dei Duran Duran.
E inoltre portavamo anche quegli orrendi scaldamuscoli di lana, a pensarci adesso erano veramente terrificanti, per non parlare poi delle giacche con le spalline.
Quando prendevamo quegli autobus là scendevamo a delle fermate che oggi non esistono più: ad esempio a Corvetto, davanti al fioraio, per capirci.
Ed era perfetto per noi: così facevamo prima ad andare da Futura, uno di quei negozi dove ho passato ore, ore ed ore.
Tutti i genovesi della mia generazione hanno memoria di quello scrigno di tesori dove compravamo penne, matite e gomme profumate, adesivi e temperini di plastica, portamonete, stilografiche, borse di stoffa, diari e quaderni, gadgets dai colori pastello, io ho ancora impressa nella mente quell’atmosfera.
E poi, quando prendevamo l’autobus arancione, nessuno poteva trovarci: mica avevamo un telefono in tasca, non so mica dirvi se fossimo più sfortunati!
E tra di noi c’era anche qualcuno che aveva un fantastico Ciao, che invidia per quelli che disponevano di due ruote per muoversi!
E insomma, era proprio tutta un’altra musica.
A volte, in qualche circostanza particolare, di recente mi è capitato di vedere quel vecchio autobus arancione di un tempo diverso.
E così, non per caso, mi sono ritrovata a canticchiare qualche vecchia canzone dei Duran Duran.

A far compere in Via Carlo Felice

Oggi vi porto con me a fare spese in una strada elegante nel cuore di Genova, è Via Carlo Felice che ai nostri giorni conosciamo come Via XXV Aprile.
Prendiamo soprabito e guanti e affrettiamoci a raggiungere questa via esclusiva e perfetta per il passeggio: credetemi, andare a far compere in Via Carlo Felice è sempre piacevole.
Siamo nel glorioso 1890 e qui trovate la bottega del cappellaio De Mata e il negozio di calzolaio del Signor Danero, fa buoni affari anche il signor Romero che vende tele e biancherie.
E in Via Carlo Felice c’è anche un premiato stabilimento noto per i suoi capi di ottima qualità, sono certa che ne abbiate sentito parlare.

Va detto che da Monevi si produce davvero di tutto: ghette e flanelle, impermeabili, tovaglie, coperte, cinture e molto altro ancora.

Visto il clima rigido e freddo, se non vi spiace mi fermerei dal signor Rossi a guardare qualche cappello.

Non solo vendono capi su misura ma qui c’è un’ampia scelta di cappelli provenienti dalle più note fabbriche inglesi e tedesche, tra l’altro la pubblicità promette prezzi miti e quindi direi di dare un’occhiata alle vetrine!
I signori gentiluomini troveranno qui il Gibus che è un particolare cappello a cilindro.

Per caso qualcuno di voi ha necessità di farsi fare un ritratto?
È bene che sappiate che in questo scintillante 1890 ha il suo studio in Via Carlo Felice lo stimato fotografo Ciappei, chiaramente la questione della fotografia richiede tempo e pazienza, non basta un clic, è una faccenda piuttosto complicata!
Invece i musicisti e gli amanti delle sette note potranno scegliere il pianoforte a loro più adatto nel magnifico negozio di Ferrari: hanno strumenti in vendita e in affitto per la campagna e per la città, mi sembra giusto precisarlo.

E ancora vi ricordo altre delicatezze che già ebbi modo di mostrarvi in questo post: sono i profumi deliziosi di Vitale, le signore e le signorine alla moda desiderano sempre avere le essenze più in voga e qui c’è davvero un’ampia scelta!

Infine potremo concludere la nostra passeggiata con una sosta in uno dei tanti caffè della via, ne trovate per ogni necessità: potremmo andare al Caffè della Posta o al Caffè Costa già Francia, in Via Carlo Felice c’è anche il celebre Klainguti.
E che ne dite di fermarci invece dal signor Ehrart?
Lui ha una pasticceria viennese dove si serve anche pane di lusso due volte al giorno, direi che potremmo accomodarci a un tavolino e farci servire un buon cioccolatto caldo preparato a regola d’arte.

Questo è un nostalgico viaggio a ritroso negli anni: tutte le immagini pubblicitarie che avete veduto sono tratte dal mio Lunario del Signor Regina del 1890, uno scrigno di inestimabili tesori.
E in quell’altro tempo si andava a passeggio in Via Carlo Felice ad ammirare le vetrine dei suoi negozi eleganti ed esclusivi.

Le nostre care balie

Le nostre care balie, generose ragazze prodighe di gocce di vita.
Fanciulle semplici, vigorose e sane.
Cuori grandi e puliti, le nostre care balie che allevarono gracili creature e fragili bimbetti amati come figli.
Le nostre care balie dalle braccia affettuose e forti, dai petti colmi di amore e di calore materno, floride ragazze venute dalla campagna e a loro volta madri.
E figlie, sorelle, donne.
Giovani, generose, altruiste, con questa purezza negli occhi.
Una trama di pizzo, un nastro vezzoso sul capo, gli orecchini a cerchio.

Le nostre care balie, orgogliose e fiere, modeste, silenziose e gentili.
Affabili, pazienti e amorevoli.
Indelebili come le loro carezze, le ninna nanne e gli abbracci.
Le nostre care balie, ritratte con quei bambini per i quali esse rappresentarono vita e salute, prosperità e gioia.
Le nostre care balie dai nomi semplici e mai dimenticati.

Le nostre care balie che videro quei neonati diventare adulti e forti.
Fanciulle che seppero compiere meravigliosi miracoli forse senza neppure saperlo, cullando quei bimbi tra le braccia e tenendoli vicini al cuore.
Loro che restarono sempre nella memoria di molti, ricordate per sempre come le nostre care balie.

L’ora perfetta

Esiste per davvero l’ora perfetta per cogliere il momento in cui la luce del sole si dissolve arrendendosi al buio.
E si accendono in sequenza le luci della città.
È la magia della sera e sfavilla il porto con i suoi gioielli.
Una ad una prendono a luccicare le finestre, i lampioni rischiarano il cammino.
Brillano le insegne, mentre rapidi sfuggono i minuti.
E gli occhi seguono le vertiginose prospettive dei caruggi: là, tra le case alte e i marmi chiari, una striscia di cielo.
Mani in tasca e sciarpa al collo per ripararsi dall’aria ormai più fredda, rumori di passi, parole e suoni, sguardi che si incrociano.
E luci splendenti, per qualche istante appena, quando arriva l’ora perfetta.

Cavalli al tramonto

Vento, tempo d’ autunno e il cielo di novembre tirato a lucido mentre il sole inizia ad incendiare l’orizzonte.
E immaginate tutti gli aggettivi che richiamano il senso di armonia, amicizia e lealtà, io non saprei trovarne abbastanza per descrivere le meravigliose creature incontrate ai magazzini del Cotone: sono i cavallini di Monterufoli del Corpo dei Carabinieri, erano al Porto Antico in occasione della manifestazione Orientamenti.

Dolci, mansueti, teneri e affidabili, sono un po’ più piccoli dei normali cavalli e sono creature davvero splendide.

E poi c’era la brezza marina che smuoveva le loro criniere.

E c’era la luce tenue della sera.

E poi una nave e una barca vela, una panchina, il mare inquieto, la Lanterna e i cavalli.

Eleganti, miti e così regali, sono rimasta ad ammirare la loro maestosa bellezza per molto tempo.

E alcune persone hanno sperimentato il battesimo della sella, ho visto dei sorrisi felici su visetti giovani ed entusiasti, l’incontro con questi cavalli meravigliosi ha donato molte emozioni.

Davanti al mare di Genova, tra le luci della sera, al tramonto.