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Un tempo si stagliava sulla porta dell’Acquasola, la figura di questa giovane martire si ergeva sopra di essa.

La porta cinquecentesca era collocata nell’attuale Piazza Corvetto, lo storico Luigi Augusto Cervetto scrive che si trovava nel punto dove ora vediamo la statua di Vittorio Emanuele II, la porta venne poi demolita all’inizio dell’Ottocento per lasciar posto a una nuova idea di città.
La Santa che da lassù volgeva il suo sguardo sui genovesi trovò invece una nuova collocazione presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti in Largo Pertini, a fianco del Teatro Carlo Felice.

Ancora adesso potete ammirarla, è ospitata nella nicchia in cima alla prima rampa di scale.

Ai piedi della statua un’iscrizione narra che questa pregevole scultura è opera di Guglielmo Della Porta, artista vissuto nel ‘500, la sua Santa Caterina d’Alessandria venne trasferita qui nel 1830.

Caterina, giovane vissuta intorno al 300, Caterina che morì in nome della sua fede in Cristo.
Le cronache narrano che venne condannata all’atroce pena della ruota ma il terribile strumento nel suo caso si ruppe, tuttavia questo non bastò a salvare la sua vita.
Nell’arte la figura di Caterina viene sempre rappresentata con la ruota spezzata e in questo modo la vediamo anche in questa raffigurazione.

Una giovane bella e aggraziata, porta sul capo una corona e stringe tra le dita una palma, questo è il simbolo del suo martirio.

Appartiene ad un passato che non abbiamo veduto e che non riusciamo neanche immaginare: non c’era la piazza che sempre percorriamo e c’era una porta maestosa, nel centro di Genova.
E là, nell’azzurro cielo, si ergeva nella sua bellezza armoniosa il profilo di una martire cristiana: era un altro tempo e la Porta dell’Acquasola era custodita da Santa Caterina d’Alessandria.

Di lei non conosco il nome, lei in qualche modo è unica.
Aggraziata ed elegante, indossa un abito rifinito con raffinate bordature, porta i guanti come si conviene ad una giovane della buona società.

E non è perfetta, ha una piccola fessura tra due denti.
La sua pelle è diafana, i suoi occhi sono chiari e vivaci, i riccioli morbidi incorniciano il suo bel viso.
È briosa, esuberante e certamente socievole.
E ha un cappello favoloso, che grazia soave!
In questo frammento della sua vita si svela con un atteggiamento quasi rivoluzionario a mio parere, è proprio questo a distinguerla dalle altre giovani del suo tempo ritratte in pose simili alla sua.
Forse non ha saputo trattenersi, forse la felicità di questo momento è davvero incontenibile, così lei segue soltanto il suo istinto e a differenza di tutte le altre lei sorride.
Sì, sorride.
Ed è un sorriso luminoso il suo, racconta la pienezza di un momento gioioso, la raggiunta felicità e la fierezza di essere madre.

Non occorrono tante parole per narrare di lei.
Le sue dita trattengono le manine della sua creatura, il suo sguardo è pieno di vita, di sogni e di futuro.
La posa è composta ma lei sorride spontanea, radiosa, sincera e vera.
Parla con i suoi gesti, con la sua garbata postura.
Parla a chi la osserva ed è come se dicesse: guarda come sono felice, guarda che dono immenso ho ricevuto.
Guarda anche tu.
Questa è la felicità di una madre.

Sorelle

Sorelle.
Una più grande e una più piccina.
Sorelle, pochi anni le separano.
Poi arriva la fine della scuola, inizia il tempo dolce delle vacanze e certe piccolette avventurose possono provare ad andare in bici senza rotelle.
E senza perdere l’equilibrio, dai!
Trattieni il fiato: uno, due, tre.
Pronti, via!
Sul lungomare, nelle strade senza traffico.
Vai piano, non correre e guarda dove vai.
Ridendo e crescendo.
Calzoncini corti, magliettina leggera, due treccine, i sandalini bianchi.
Estate.
E poi i i braccialetti di tutti i colori al polso.
E poi, mamma, ci compri il gelato?
Due sorelle.
Una più grande e una più piccina.
E tutto il tempo del gioco, delle emozioni e dei sorrisi sinceri.

Ci sono cose che non so spiegare, non trovo le parole per le sensazioni che a volte provo nel ritrovare il filo di certe storie.
È sottile, quasi invisibile, può spezzarsi per un nonnulla.
Ecco come è accaduto, di recente.
Tra le mani mi capita una fotografia ottocentesca, sono due sposi e a tergo dell’immagine sono scritti i loro nomi.
Per altri magari sarebbe un dettaglio insignificante, per me è diverso: per me è un inizio, è la vita che ritorna, è il passato che bussa alla porta.
Un album ad un mercatino.
Compro la foto dei coniugi e altre due, ci sono due bambine bellissime vestite alla stessa maniera: persone sconosciute che sono rimaste tali non tanto a lungo, a dire il vero.
A quella fotografia ne ho aggiunte molte altre, sono tornata a cercare e ho ritrovato quei volti e anche i visi dei loro parenti.
E poi mi sono venute in mente le bambine, accostando le immagini si nota una somiglianza impressionante e sono quasi certa che si tratti delle figlie dei due sposi.
In queste ricerche mi aiuta una persona molto più competente di me, come per miracolo grazie a lui sono comparsi ritagli di giornali.
E da qui, una catena ininterrotta di notizie: alcune frammentarie, altre più chiare.
Sfoglio libri, guide e volumi vari, leggo le Gazzette Ufficiali di tanto tempo fa e trovo quei cognomi.
Famiglie che hanno lasciato il segno, non solo in questa città ma anche in luoghi vicini.

Ho fatto un breve viaggio in treno, ho visto una casa, ho cercato una tomba di famiglia.
Ho parlato con una signora e lei mi ha snocciolato alcune memorie del passato, sono emersi altri particolari, altri nomi, ancora indizi.
E poi le emozioni e le domande.
Un cassetto pieno di ricordi, le vere nuziali, i fazzoletti con le cifre, il cammeo appeso alla catenina.
Uno scialle di pizzo, un quaderno dalla carta spessa, un orologio d’oro.
I guanti lisci, le cose belle da tenere da conto, i doni per la nascita delle bambine, gli oggetti preziosi tenuti da parte.
Una spilla, una collana di perle, un frammento di cuore e di anima.
E queste fotografie.
Vedo lui, il marito ha queste fotografie tra le mani, le porterà a casa.
Arriva davanti alla villa, apre il cancello, attraversa il giardino, sale le scale e mostra le immagini alla moglie.
E lei?
Lei è contenta di come è rimasta?
E le bambine? Corrono incontro al padre, in quel giorno della fotografia avevano gli stivaletti lucidi e la gonna a quadretti.
Ridono composte, sono garbate bambine di buona famiglia e i genitori sono fieri di loro.
Guardano insieme queste fotografie, quelle che ora io ho qui.
Poi tutto finisce.
O forse non finisce mai.
Perché il passato bussa ad una porta e tutti loro ritornano ad essere veri e presenti, almeno per me.
Ho portato quelle loro foto con me nei miei vari spostamenti, non ho potuto farne a meno.
Nei loro luoghi, davanti alla casa dove lui ritornava e dove lei lo attendeva.
Poi forse vi racconterò la loro storia, credo che lo farò.
Adesso ho messo giù queste righe, magari sono importanti soltanto per me, cerco di capire il senso di queste sensazioni che suscita in me ritrovare il filo di una storia, la traccia di vite lontane.
Sono emozioni intense ed io non le so spiegare.

Rumorosi risvegli

Capita anche a voi, a volte, di svegliarvi all’improvviso perché qualcuno fa rumore?
A me sì e comunque ho chiaramente individuato i responsabili.
Primi tra tutti i gabbiani: amoreggiano, bisticciano, chiacchierano, se la raccontano e questionano.
A notte fonda.
E mi domando: quando dormono costoro? Ancora non l’ho capito!

Le tortore rumoreggiano di giorno, grazie al cielo.
Sul fatto che se ne vadano serenamente a passeggio sul mio stendibiancheria avrei anche qualcosa da dire, ecco.

I piccoletti, per parte loro, danno veramente pochi pensieri.
Anzi se venissero più spesso ne sarei contenta, ogni volta che ne incontro qualcuno al Porto Antico lascio sempre il mio indirizzo.

E poi, come si sa, qua attorno ci sono le gazze.
Tanta sussiegosa eleganza, cara amici, si accompagna a un chiacchiericcio per nulla discreto, va detto.

E d’altra parte a certe bellezze si perdona quasi tutto, no?

Io abito sulle alture e non vicino al mare, in quel della Foce avrei i miei problemi con questo tipetto qua.

E non ho dubbi, immagino che starnazzi a tutto andare!

In cotanta bella compagnia comunque il più fracassone è uno solo e direi che non ha scusanti.
Fischietta, se la canta, gorgheggia, parlotta, protesta.
Caro Signor Merlo, potrebbe garbatamente evitare di svegliarmi? Gliene sarei profondamente grata!

Eccolo lì, a becco spalancato.
Secondo voi si può discutere con un tipo simile?

Nei caruggi di Genova bisogna sempre alzare lo sguardo.
Camminare piano, osservare e meravigliarsi.
Certamente a tutti i genovesi capiterà di passare in Via David Chiossone, un vicolo nel quale potrete ammirare la magnificenza che sovrasta il civico 1.


Alzate gli occhi verso questo splendido portale lasciatoci dal talento di un valente scultore, l’opera è attribuita a Pace Gaggini, artista vissuto tra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500.

Un portale che celebra la gloria e la grandezza di una famiglia: questo è il Trionfo dei Doria.

Foglie delicate, angioletti che suonano melodie soavi.

E volti misteriosi.

La perfetta armonia di un fiero profilo.

E ancora musica, putti, fiori e uccelli, un gioco continuo di linee e di curve.

E piccole creature celesti che sorreggono il simbolo di Cristo.

Alzando poi ancora lo sguardo verso questo magnifico portale si scorge un mondo in movimento.
E sguardi, gesti, armonia di intenti.
Due uomini armati di lance, ognuno di essi ha un elmo sul capo e ad osservare bene si notano i minuziosi dettagli di questa scultura.

E ancora altri angioletti.
Ali leggere, boccoli e pieghe delle vesti.
Suonano una musica che accompagna il carro trionfale e pare di vederli mentre gonfiano le guance paffute.

A trainare quel carro sono due centauri, sui loro volti si legge saggezza e cautela.

E sono ancora i soldati a custodire lo stemma araldico della famiglia Doria sul quale spicca una fiera aquila.

Mentre i piccoli putti tengono salde le redini.

Un capolavoro di scultura, un’opera che potrete ammirare sotto il cielo di Genova, nella zona che ospitò i membri di questa importante famiglia genovese che ha lasciato un segno nella storia di questa città.
La loro grandezza è scolpita nel candido marmo, nella meravigliosa bellezza del Trionfo dei Doria.

Ci sono vedute per me consuete, ci sono scorci più facili da riconoscere in certe fotografie del passato.
Oggi vi mostro parti diverse di un’unica immagine di anni lontani, vi sono ritratti luoghi del mio quotidiano e strade che percorro ogni giorno.
Guardando Genova, i suoi tetti e le case, le curve, il mare e la costa da Via Domenico Chiodo.

Osservo meglio.
Cerco un palazzo dalla forma triangolare, accanto c’è una strada che sale, è Via Paride Salvago, su tutto domina l’inconfondibile Castello Bruzzo.

Ed era così anche molti anni fa.
Certo, l’edificio si nota nella sua interezza, allora non c’erano così tante costruzioni intorno.

E ancora guardo i tetti e conto le finestre degli ultimi piani dei palazzi di Via Ameglia.

E guardo i tetti e conto le finestre, ritrovo le prospettive.

E poi torno ad ammirare Genova dall’alto, sempre da Via Domenico Chiodo.
Il porto sullo sfondo, il mare e le navi.
E Castello Bruzzo ora inquadrato sulla sinistra, la via che si inerpica sinuosa sulle alture con le sue incantevoli ville è Via Piaggio.

E così era, tanto tempo fa.
Sul lato delle ville su notano degli alberelli appena piantati.
E poi il tempo è trascorso, è proprio scivolato via.

La città è cambiata, sono state costruite nuove case e questo ha logicamente mutato anche il nostro panorama.
Si sono aggiunte altre finestre e altra vita, altri tetti coprono un tratto del tracciato di Via Piaggio.

In altri anni, invece, la via si vedeva completamente.
Di strade tortuose, salite e alture di Genova.

E là, sulla curva, sorge una bella villetta, ai giorni nostri non si riesce a vederla dall’alto, rimane coperta dai palazzi costruiti in seguito.

E c’era anche allora, a guardar bene mi pare che non avesse il cancello.
E chissà quali fiori sbocciavano davanti al quel giardino nel tempo che non abbiamo veduto.

E ancora si sale, tra alberi svettanti, verde rigoglioso e splendide case.

Diverse prospettive di Via Piaggio, diverse stagioni di una strada che conosco bene.

E poi gli istanti sono volati, sono trascorsi gli anni e queste alture hanno ospitato nuove abitazioni e nuovi edifici.
E terrazzini e balconi, strade asfaltate, ringhiere, muretti e finestre e vita, giardini, alberi e piante, un piccolo autobus arancione percorre Via Piaggio, questa zona di Genova è sempre bella e molto panoramica.
Metti indietro le lancette dell’orologio e vai là, in quel tempo che non hai vissuto e guarda Genova in bianco e nero, guarda Genova da lassù.

2 Giugno

Avrei potuto scegliere una normale bandiera.
A dire il vero ogni volta che trovo un tricolore lo fotografo, lo si vede davanti agli edifici pubblici e davanti alle scuole.
E sventola spesso insieme alla nostra amata Croce di San Giorgio e alla bandiera azzurra dell’Europa.
E poi lo si trova appeso davanti a certe finestre, nel mezzo di vicoli angusti.
Bianco, rosso e verde, colori a me cari.
Sì, avrei potuto scegliere una di queste immagini, per questo giorno.
E invece questo è il mio tricolore per il 2 Giugno, buona Festa della Repubblica a tutti voi.

Quando arriva la fine della scuola giunge anche il tempo della foto di classe.
Ognuno di noi ha un bel ricordo di quel momento: si raggiungeva il cortile, ci si metteva in fila e si attendeva il momento cruciale.
E se per noi era un istante speciale proviamo ad immaginare l’emozione dei bambini di un’altra epoca.
I più piccoli seduti davanti, naturalmente.

E poi, se è possibile, nella foto di classe cerchi di metterti vicino all’amico del cuore.
Gli anni passeranno e comunque si rimarrà sempre uniti, come fratelli.

Occhi sgranati, capelli biondi e le manine davanti alla bocca.
Eh, la timidezza rimane impressa anche nella foto di classe.

Io di foto come questa ne ho parecchie: non solo le mie, ne ho diverse di mia nonna che era una ragazza del ‘99 ed era maestra, la giovane donna che si vede in questa immagine da me acquistata era una sua collega, mi sono domandata se si siano conosciute.
Sì, in ogni foto di classe c’è anche la Signora Maestra, lei non è solo un’insegnante ma quasi una seconda mamma, a mio parere.
La Signora Maestra è severa ma dolce, paziente e amorevole, la Signora Maestra fa scrivere ai suoi alunni pagine e pagine di aste e ci tiene molto alla bella calligrafia.

La Signora Maestra ha anche il suo gran da fare con certe piccole pesti, non c’è dubbio.
Il secondo bambino da sinistra ha un’espressione che è tutto un programma, direi che è un vero capopopolo.
E chissà la vita cosa avrà riservato la vita a lui e ai suoi compagni, certe domande restano senza risposta.

E cosa potremmo dire di questi quattro ragazzetti?
I due al centro, in particolare, guardateli bene: sono furbissimi, vivaci e irrequieti.
Mia nonna direbbe: o me l’hanno fatta o me la devono fare!
Gli altri due piccini sembrano tipi più tranquilli ma secondo me si fanno coinvolgere dai loro amici e qualche volta tutti e quattro si cacciano nei guai.

In questa foto di classe c’è una bimba che è una vera principessa, pure lei deve avere un bel caratterino ma spicca tra tutte per il suo visetto luminoso e per quel suo sorriso, sono certa che sia divenuta una donna affascinante.
Eccola, al centro dell’immagine, sta seduta per terra e ha un fiocco chiaro tra i capelli scuri.

Tempo lontano, tempo di scuola e di quaderni a quadretti.
Una memoria di un anno distante e di bambini che saranno divenuti uomini in un periodo difficile.
Erano gli anni ‘20, non molto tempo dopo ci sarebbe stata la II Guerra Mondiale.
E mi chiedo cosa potrebbero raccontarci loro tre di quegli anni tremendi, mi chiedo se siano riusciti a superarli indenni.

Occhi spalancati sul mondo, sul futuro ignoto e sul tempo che verrà.
E non sai nulla di quello che ti accadrà.

Bambine pensierose, assorte, così belle e aggraziate nella loro semplicità.
E nulla sanno di quello che la vita ha in serbo per loro.

Una fotografia, un ricordo dell’anno scolastico 1923-24.

Sopra i tetti

Sopra i tetti, ancora.
Lassù c’è sempre una città che tu non conosci, una città diversa da quella che sei abituata vedere.
Basta andare su per certe scale e se possibile aprire una finestra.
Sopra i tetti vedrai gli abbaini.

E poi, se guardi giù, mattoni e finestre spinte in fuori.
Che posto sarà mai questo? Lo riconoscete?

Tetti d’ardesia che si incrociano.

E laggiù un passaggio tra un palazzo e l’altro, cose che si vedono nei caruggi.

Ed è diversa la prospettiva da lassù, questo è Vico alla Casa di Mazzini, lo vediamo così da Via Cairoli.
Ed è come dicevo, è tutta diversa la città dei tetti.

E quindi, gironzolando per la città vecchia, non mi lascio mai scappare l’occasione di entrare in qualche portone.

E poi guardo fuori, sempre.

Si tratta solo di imboccare certe scale, a volte impervie e faticose, certe scale ti spezzano il fiato.

Si tratta solo di salire qualche piano e affacciarsi, in questo caso su uno scorcio di Piazza delle Vigne.

E poi un po’ più su.
Troverai ardesie spioventi, cielo e terrazzini.

Le ringhiere, una sdraio, le piante fiorite.

Si tratta solo di trovare certe finestre che già sono pura poesia.

E a volte serve un pizzico di fortuna, può capitare infatti di avere un’amica che abita in una casetta incantevole, lassù, sopra i tetti.
O forse no, non è fortuna, del resto le amiche non si scelgono a caso, giusto?
Si hanno passioni in comune, interessi simili, amore per gli stessi luoghi.
Apri la finestra e guarda fuori.

E sì, l’edificio sulla destra è proprio Palazzo Rosso, sede di un prestigioso museo genovese.

E affacciati dall’altra parte, sulla prospettiva di caruggi che si perde in queste ristrettezze, perché Genova è proprio così e qualcuno vede questi tetti dal salotto di casa.

E lassù, in cielo, c’erano certe nuvole grigie.

Magie di Genova, quando vai lassù, in alto.
Si tratta solo di trovare certe finestre che già sono pura poesia.