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Oggi vi mostrerò le novità che questa primavera ha portato sul mio terrazzo, sono i fiori che ho scelto di mettere accanto agli altri che possiedo già da tempo.
Rifiorisce ancora il geranio che lo scorso anno non sembrava passarsela tanto bene, i suoi petali sono come ali di farfalla.

Ed ecco alcuni nuovi arrivi: le pratoline e il non ti scordar di me.

Ho letto su uno dei miei volumi di giardinaggio che il non ti scordar di me può diventare anche invasivo.
E vi dirò, non mi dispiacerebbe affatto se il mio terrazzo si riempisse di fiorellini azzurri!

Piccoli e delicati, dello stesso colore del cielo e del mare.

Ed è sbocciata la mia rosa, benvenuta Sua Maestà.

E anche altre vecchie conoscenze hanno già mostrato la loro bellezza.

Loro invece sono nuovi graditi ospiti.

E sono cugini o parenti di questi fiori viola che da diverso tempo abitano qui.

E poi ecco le regali ed eleganti fucsie.

E le bocche di leone, sempre prodighe di fioriture.

Ne ho prese di diversi colori, le trovo bellissime.

Lì vicino è fiorita questa pianta che se ne sta abbarbicata alla ringhiera, non richiede particolari attenzioni, a dire il vero ci si dimentica quasi di averla.

Sul tavolino del terrazzo hanno trovato posto le viole e mi sembra che si trovino bene!

Il giardinaggio, a volte, è costellato anche di piccoli e strani incidenti, vi anticipo comunque che tutto è andato per il meglio e nessuno si è fatto male.
Dunque, l’altro giorno cercavo di annaffiare le piante e qualcosa sembrava non andare per il verso giusto.
Perché l’acqua non esce dall’annaffiatoio? Chissà!
Ecco, quando scriverò il manuale del giardiniere (molto) dilettante mi ricorderò di citare questo increscioso episodio.
Prima legge del giardinaggio: è perfettamente inutile tentare di usare l’annaffiatoio se lo stesso è ostruito da una lumaca.

E come dicevo comunque non ci sono state letali conseguenze e la lumaca è andata lentamente per la sua strada.
Qui sono arrivate anche le gerbere, amo tantissimo i loro fiori.

E per evitare che le piogge improvvise me le rovinino ho deciso di lasciarle nei vasi, almeno posso metterle al sicuro.

Ne ho prese di quattro colori e hanno tanti piccoli bocci che presto si apriranno.

E forse non saranno neanche le ultime, le ho viste anche bianche e gialle.

E vicine alle gerbere rosa credo che starebbero d’incanto, sul terrazzo c’è posto per tutti!

Non ho fotografato i rosmarini profumati e le trenta piante di lavanda che resistono tenaci, spero che non si offendano.
Sono contenta dei nuovi arrivi, mi piace circondarmi dei colori della primavera, toni e delicatezze della natura generosa.

Andar per mercatini, una delle mie passioni.
Ogni primo sabato e ogni prima domenica del mese a Palazzo Ducale c’è il mercatino dell’antiquariato e potete starne certi, io vado sempre a sbirciare su tutti i banchetti.
Le cose che hanno già avuto una vita parlano di chi le ha possedute: restano per un certo periodo nel limbo, rimangono in questa attesa, poi ritornano ad avere una nuova esistenza.

E chi va per mercatini troverà un baule di qualche nonna ricolmo di oggetti del quotidiano.

E timbri, soprammobili, collane appartenute a qualche vezzosa signorina e bastoni da passeggio di proprietà di garbati gentiluomini.

Macchine da scrivere del tempo che fu.

E oggetti una volta usati con amorevole cura da premurose massaie e madri di famiglia.

In quelle cucine c’era il lavello di marmo e c’era il mortaio per fare il pesto, in quelle cucine forse a volte sulla tavola non regnava l’abbondanza alla quale siamo abituati.
In quelle case si faticava, ogni giorno per alcuni era una conquista.

Di quelle vite, in certe circostanze, serbiamo un ricordo e in certi istanti possiamo provare a immaginarle.
In alto i bicchieri per brindare alla bellezza della vita, per festeggiare un figlio tornato dalla guerra e un nuovo nato, un brindisi per celebrare nuovi inizi e nuove fortune.

E pentolini, bilance, cose di bottegai e di famiglie.

Il servizio buono legato con i nastrini azzurri.

E i bicchieri belli, quelli che si tenevano nella credenza, si tiravano fuori solo per le grandi occasioni.

E le tipiche porcellane danesi, rosa e azzurro sotto il sole di Genova.

Valigette vissute, consunte e per questo così speciali.
E lettere d’amore, cartoline dal fronte, ritratti di famiglia, fotografie, santini.

E le bambole dei sogni di certe bambine che portavano nomi che non si usano più.

Gironzolando per il mercatino mi capita anche di fare riflessioni come queste e finisce che mi fermo a guardare anche quello che non desidero comprare.
Eh, poi mi perdo tra le pagine degli album di fotografie, è inutile che ve lo dica.

Tutto può avere una seconda possibilità, brillano le gocce dei lampadari di un tempo non tanto lontano.

Libri, scatole, portadocumenti.
E un telefono che avrà conosciuto lunghe attese: aspettando un ritorno, una notizia che non arriva, una voce tanto amata.

Passamanerie, tovaglie, cifre ricamate.
Corredi di fanciulle e sogni sconosciuti, conservati nei cassetti di legno scuro e riposti con attenzione, senza sgualcirli.
Le cose che hanno già avuto una vita parlano di chi le ha possedute.

Gli oggetti hanno destini imprevedibili, troveranno una nuova casa e mani che scostano la polvere e lucidano le cornici.
E domande, domande, domande.
Chi sei, giovane donna che sorridi in quel ritratto in bianco e nero?
Le cose che hanno già avuto una vita parlano di chi le ha possedute, raccontano la felicità di giorni che non hai vissuto.

Tra le cose degli altri, tra le cose un tempo appartenute a qualcuno che non hai conosciuto.
Lasciate a chi sa amarle ancora, a chi desidera donare loro una nuova vita.

La pioggia di primavera arriva come una musica che non ti aspetti.
Scende fragorosa, bagna caruggi e piazze, abbaini e tetti.
E sono diverse sfumature di bianco e danze di ombrelli, in Via Lomellini.

Grigio?
Non sempre.
Insegne luminose, persiane, tende tirate in fuori, striscioni appesi tra un palazzo e l’altro.
Acqua, gocce che scivolano giù.

E camminare, piano, sotto la pioggia di primavera.

In uno di questi giorni di maggio ho anche avuto la fortuna di trovare aperto il cancello di Vico Chiuso della Rana.
Non c’ero mai stata prima fin laggiù.
E pioveva.
E c’erano dei panni stesi, sotto la pioggia.
E l’acqua scendeva.
Là, in fondo al vicolo, un portone e un’edicola vuota, un tempo ospitava una statua di Nostra Signora della Misericordia.
Nella mia città ideale i caruggi non hanno cancelli e tutte le Madonnette sono al loro posto.

Quando piove, in primavera le pozzanghere diventano specchi magici.

E poi arriva il sole, le nuvole si inquietano, si scostano e lasciano intravedere il cielo.

E poi ancora di più, speranza bella di giornate serene.

La pioggia di maggio, in Strada Nuova, può avere i toni del nobile velluto e dei petali delle semplici primule.

La pioggia, a volte, è musica.
Di scrosci di acqua della fontana, di note leggere, di melodie che risuonano dentro al Teatro Carlo Felice.

E poi si rasserena e torna l’azzurro, all’improvviso.
E volano i gabbiani, nel cielo pulito di primavera.

5 Maggio, è il giorno di un eroe, lui appartiene ad un’importante famiglia e il suo nome è Luciano Doria.
Siamo nel 1379, all’epoca di duri conflitti tra Genova e Venezia, Luciano è destinato a scrivere una pagina di storia che gli renderà onore.
È lui l’Ammiraglio a capo della flotta che solca l’Adriatico in quella lontana primavera, lui è già stato trionfatore a Zara contro Vettor Pisani e sfiderà ancora le navi nemiche.
Su Luciano Doria e sulla sua tempra sono stati tramandati aneddoti che hanno il sentore della leggenda, Amedeo Pescio nel suo testo Croce e Grifo narra un episodio emblematico e riferisce di un povero rematore che in preda alla fame chiede aiuto a Luciano e questi, senza esitare, si toglie la fibbia d’oro della cintura e la dona al bisognoso.
E sempre Pescio racconta quell’impresa eroica per la quale Luciano passò alla storia.
In quell’epoca instabile forte è il timore che le navi di Venezia vengano ad infestare il mare di Genova e Luciano, alle testa delle sue galee, parte per difendere la patria.
È un viaggio non privo di scontri e di ostacoli ma all’alba del 5 Maggio Luciano Doria giunge davanti a Pola, di fronte al nemico sventola gagliardo il vessillo con la Croce di San Giorgio.

Davanti a lui è schierata la flotta veneta, Vettor Pisani e la sue navi restano asserragliati nel porto di Pola.
E qui uso le parole di Pescio, io non saprei trovarne di migliori:

Rugge San Marco. Il Grifo stride e chiama tutte le navi indietro.

Sembra così che i genovesi si ritirino, come se temessero lo scontro.
Avanza con la sua flotta Vettor Pisani che crede di sbaragliare in un sol colpo i suoi nemici ma non ha fatto i conti con l’astuzia di Luciano.
Dieci galee di Genova, celate dietro al promontorio, si gettano contro le navi nemiche e sferrano l’attacco alle navi di Venezia.
È una lotta sanguinosa, entrambe le parti subiscono gravi perdite ma Genova sembra prevalere, l’epica della battaglia è coronata da quel grido rivolto al Santo protettore della Superba: San Zorzo! San Zorzo!
Tra le navi della Serenissima una sola sembra resistere ed è capitanata da Donato Zeno, il contrasto si fa sempre più aspro.
Nell’impeto del combattimento Luciano Doria scosta la visiera dal volto e ripete ancora il grido e il nome del Santo che protegge Genova.
E accade in quel momento: la spada di Donato Zeno spezza la vita di Luciano Doria e l’eroe cade nel sangue.
Non bisogna esitare, non si può permettere che i genovesi si scoraggino: Ambrogio Doria, fratello di Luciano, prende l’elmo, la corazza e l’arma dell’eroe caduto e continua a combattere nelle vesti di lui.
I genovesi tornano così vittoriosi in patria portandosi dietro 15 galee cariche di prigionieri e un bottino di guerra davvero notevole, è il trionfo di Luciano.
L’eroe della battaglia di Pola morto per la gloria di Genova viene onorato dal popolo e dalla Repubblica.
Per la sua grandezza e in memoria della battaglia di Pola, si ordina che nella chiesa di San Giorgio sia dedicato un altare a Giovanni Battista e ogni anno per celebrare questa ricorrenza il Magistrato dovrà portare in quella chiesa un pallio d’oro.

Per le sue gesta Luciano Doria aveva già conosciuto la gratitudine della sua città, Genova gli aveva donato una casa sita nell’attuale Vico Casana, un tempo detta Carroggio dei Promontorio.
Il libro di Amedeo Pescio da me consultato risale al 1914, in quell’anno l’autore parla di quella casa e scrive che ha subito dei restauri, aggiunge che il popolo usa fermarsi sotto la dimora dell’Ammiraglio immaginando le sue imprese.

Sono passati molti anni, c’è stata una guerra che ha causato molta distruzione nel centro storico di Genova, non so dirvi quali danni abbia subito questa specifica abitazione e quali eventuali cambiamenti siano stati fatti.
Io ho seguito le indicazioni di Pescio: nel 1914 egli scrive che sulla facciata della dimora di Luciano Doria presto verrà affissa un’antica lapide.
E lì si trova, a fianco al portone.

Questo marmo attesta che la casa non rimase a lungo agli eredi di Luciano in quando ne divennero proprietari i Clavesana.
Si legge chiaramente il nome di lui, è scolpito nella terza riga: Luciano De Auria.

Resta la memoria, in certi luoghi.
La figura di Luciano è anche ritratta insieme ad altri grandi della famiglia Doria nella Loggia degli Eroi a Villa del Principe.
Luciano è il secondo da sinistra, nell’immagine che qui sotto vedete.

Quando il suo corpo venne riportato in patria dapprima Luciano Doria venne sepolto in San Domenico, in seguito la sua salma fu portata in San Matteo, chiesa gentilizia della famiglia Doria.

Sotto il bagliore di questi ori riposano molti celebri rappresentanti della famiglia.

Qui, in San Matteo, la memoria delle gesta di Luciano è scolpita per i posteri.
Sulla facciata, nei marmi bianchi, sono incise le vicende che videro protagonisti alcuni eroici personaggi della famiglia Doria.

Non è semplice leggere questi caratteri gotici e non è possibile riportate qui la foto dell’intera scritta ma posso mostrarvi alcune salienti parole.
Anno 1379, in numeri romani, nella prima riga.
Pola, il luogo della sua fine, nella seconda riga.

Galeis capte, prese le galee.
E questo è il suo eroismo guerresco.

Fu il protagonista di questa giornata di un tempo lontano, era l’epoca delle Repubbliche Marinare e allora non si combatteva in nome del tricolore come accadde in un più recente e celebre 5 Maggio.
Lucianum D’Auria, così si legge sulla chiesa gentilizia della sua famiglia, nel cuore della sua città.
Questo è il suo nome ed è la memoria di lui e di quel 5 Maggio 1379, il giorno del coraggio di Luciano Doria.

Finestre dipinte di Liguria, le trovate a Levante e anche a Ponente, le ho vedute a Varazze e forse ce ne saranno altre ancora in questa bella località della Riviera, io vi mostrerò quelle che il caso mi ha fatto incontrare.
Camminando tra vicoli e piazzette, nel tempo di primavera.


Persiane vere e persiane immaginate.

E un davanzale, le colonnine di marmo, un’armoniosa illusione.

Altrove, sul lungomare, una figura che attira sicuramente l’attenzione.
In realtà non si tratta di una finestra dipinta, credo che sia un pannello o qualcosa del genere, ad occuparlo è una signorina vistosa e molto affascinante.

Su e giù per Varazze, dalla parte opposta del paese ci sono ancora altre finestre dipinte, sono tutte chiuse come quelle degli appartamenti di vacanza in attesa che arrivino i turisti.

Solo una è parzialmente aperta.
E c’è una ringhiera identica a quelle vere e su di essa è posato un tappetino.
Pensoso, sulla soglia, un distinto gentiluomo con tanto di cappello e soprabito, osserva la gente passare.

E poi ancora, attraverso i caruggi, tra muri vivaci di ocra e di rosa e di tonalità di Liguria.

Oltre agli archetti protesi tra le case alte, in queste prospettive che raccontano questa terra.

Un lampione, due finestre: una è reale, l’altra è una magia dipinta.

Garbate tendine di pizzo, una magnifica quiete.

Un gattino avventuroso accoccolato su un immaginario cornicione.

E una giovane donna dal viso aperto e pulito, il suo sorriso è amichevole e rasserenante.
Porta al polso un orologio ma per lei il tempo non scorre mai, lei rimane lì, a Varazze, a guardare le vite degli altri, affacciata ad una splendida finestra.

Accadde qualche tempo fa, al Cimitero Monumentale di Staglieno io osservo anche le tabelle, non soltanto i monumenti, a volte il passato riemerge e si svela.
E questa è la memoria di lui, Cesare Parodi, ingegnere architetto, basti il nome a ricordo delle opere e delle virtù.

In realtà mi sembrava di conoscere il suo nome ma in quel momento non mi è proprio venuto in mente a cosa collegarlo.
E tuttavia sulla lapide in ricordo della sua esistenza terrena c’è un indizio evidente e osservando con attenzione mi è parso proprio di riconoscere quella costruzione.
Opera di Cesare Parodi, architetto ed ingegnere.

Una volta venuta a casa ho cercato tra i miei libri un valido riscontro: la prospettiva che appare sulla tomba è esattamente quella dell’Ospedale di Sant’Andrea e cioè il Galliera.
Come tutti i genovesi dovrebbero sapere, l’Ospedale venne edificato grazie alla generosità di Maria Brignole Sale, Duchessa di Galliera, fu lei ad affidare a Cesare Parodi la progettazione.

Su Cesare Parodi troverete molte notizie nel prezioso volume da me consultato, L’Ospedale della Duchessa a cura di Ennio Poleggi ed edito da Sagep nel 1988.
E allora vi presento questo stimato protagonista dell’Ottocento genovese, certo non potrò farlo con la competenza e la dovizia di particolari del compianto professor Poleggi, mi limiterò soltanto a darvi qualche notizia saliente.
Il nostro Cesare Parodi nacque nel lontano 1819, nel libro si può leggere che con il suo talento si distinse spesso ed ebbe diversi incarichi accademici.
Tra i successi della sua carriera si annovera il progetto della Ferrovia Genova Voltri, Parodi fondò insieme ad altri la “Società Anonima per gli Studi sulla Strada Ferrata di Voltri”, da abile uomo di affari ottenne la concessione governativa e la ferrovia venne completata nel 1858.
Fu impegnato in politica, diede il suo contributo alla costruzione del nuovo porto di Genova e fu Presidente dell’Albergo dei Poveri.
A lui la Duchessa di Galliera affidò la realizzazione dell’Ospedale Galliera e sempre a lui diede mandato perché si occupasse della costruzione dell’Ospedale San Raffaele di Coronata e il San Filippo in San Bartolomeo degli Armeni.
Sul libro di Poleggi naturalmente troverete dettagliate informazioni sul progetto del Galliera, il profilo di quella costruzione è visibile sulla tomba di colui che la ideò.

Figura di rilievo del suo tempo Cesare Parodi ebbe un legame non solo professionale con un altro personaggio di spicco della sua epoca, l’avvocato Cesare Cabella, infatti Parodi sposò la sorella di lui.
E se vi capiterà di vedere la tomba dell’illustre ingegnere abbassate lo sguardo verso la lapide sottostante, là dorme il suo sonno eterno Francesca Cabella, compagna di vita di Cesare Parodi.

Aggiungo ancora una piccola curiosità a completamento del mio racconto.
Cesare Parodi non era il solo ad essere imparentato con Cesare Cabella, quest’ultimo infatti era lo zio del celebre architetto ed ingegnere Cesare Gamba, colui che progettò la nostra Via XX Settembre, il Ponte Monumentale e il Palazzo della Navigazione Generale Italiana.
E Cesare Gamba all’inizio della sua carriera lavorò nello studio di Cesare Parodi prendendo parte al progetto del Galliera, divenne poi famoso per le sue innovazioni urbanistiche sopra citate.
Due persone importanti per questa città, due uomini da non dimenticare.

E certo gli studiosi di architettura conosceranno nei dettagli la storia di Cesare Parodi, non ne dubito.
Io ho voluto ricordarlo alla mia maniera, per mettere in risalto la sua figura e il suo talento, se anche voi andrete a passeggiare sotto ai porticati di Staglieno troverete la memoria di lui.
Cesare Parodi, ingegnere architetto, basti il nome a ricordo delle opere e delle virtù.

Giorni di festa, tempo di gite.
Venite con me?
Oh, non andremo lontano, in realtà rimarremo vicino a casa mia!
Appuntamento in Corso Firenze, dalla curva che sovrasta Via Pertinace.
State attenti quando attraversate, badate che non passi il tram.

Io porterò una cara amica, lei è una piacevole compagnia, Marinella è un giovane donna affascinante e dal carattere volitivo.
E dato che ormai mi conoscete forse penserete che io abbia inventato il suo nome: no, in questo caso no, lei si chiama proprio così.

Ovviamente alla nostra gita parteciperanno anche altri amici.
Ah, quei due arrivano sempre in anticipo, ve lo dico io, quindi sono certa che li troveremo piantati in Corso Firenze ad aspettarci, volete scommetterci?

Su, su, in alto verso il Righi.
Genova è così, sali e il panorama a volte ti incanta, ancor di più nel tempo dei fiori e del cielo terso.

Su, in alto.
Potremmo anche andare a piedi ma questo impaccio della gonna lunga fino a terra, come comprenderete, mi mette in difficoltà.
Prendiamo la Funicolare Zecca Righi, io la raccomando sempre.
Viaggeremo comodi, fino in cima.
E tra l’altro lassù c’è il magnifico Hotel Ristorante Righi, è l’edificio che si nota sulla sinistra, un luogo incantevole per la villeggiatura.
E se volete saperne di più vi accontento subito!

Sfogliamo il volume Genova Nuova edito nel 1902 e scopriremo tante notizie interessanti su questo prestigioso albergo.
Posto in un’amena collocazione si affaccia sul porto e sul mare di Genova, la struttura è un delizioso chalet e offre ai suoi ospiti tutti gli agi.
Ha sale per le riunioni, giochi da bocce, una romantica grotta e c’è persino la possibilità di dilettarsi con il tennis.

Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

Tutto attorno c’è un lussureggiante giardino e l’autore del libro usa grande enfasi per descrivere il bucolico panorama nel quale è immerso l’Hotel Ristorante Righi.
Questo posto è rinomato tra i forestieri e sono in molti a salire fin quassù per trascorrere ore piacevoli, l’Hotel dispone di un salone di 85 metri quadri per 70 persone, un altro locale invece può ospitare 180 commensali.

Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

E forse ricorderete, in passato ho già avuto modo di scrivere di questo Hotel esclusivo, con lo scorrere del tempo verrà adibito ad abitazione privata.

Incantevole la terrazza che offre splendide vedute su Genova e sul suo porto, tutta la città si estende davanti allo sguardo.
Per non dire delle aiuole odorose, sentite cosa scrive l’autore di Genova Nuova:

Da esse si sparge per l’aria pura un profumo da far divenire poeta il più lieto ghiottone che la funicolare abbia trasportato colassù.

Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

Noi con la nostra bella compagnia andremo ancora oltre e raggiungeremo i prati.
Marinella verrà con suo figlio, lui è un ragazzetto timido che se ne sta sempre attaccato alle gonne della mamma.
E lei è una madre protettiva e salda, tenera e affettuosa.

E quando saremo lassù ci metteremo tutti seduti sull’erba, nella dolcezza della primavera.
Avremo un cestino ricolmo di delizie, avremo storie da raccontare e ricordi da condividere.

E speriamo di non dimenticarci sul prato il cappello di paglia del bambino e il parasole, sarebbe una vera disdetta!

E poi guarderemo lontano, verso il mare, verso la costa e verso l’Hotel Ristorante Righi.
In un tempo che sfugge e si dilegua, lo immagini e quello che ti sembra il presente è già diventato ieri.
E puoi fantasticare ancora, come se lo avessi davvero vissuto.

Graditi ritorni

Primavera, tempo di nuovi ritorni.
L’altra mattina ho trovato un piccolo papavero fremente al margine di una creuza, qui vicino.

Primavera, sono tornate le rondini e non solo soltanto loro.
Ecco sull’albero del giardino di fronte Sua Maestà la ghiandaia, tiene sotto controllo i germogli, io lo so.

E con l’occasione, cara gentilissima ghiandaia, mi premuro di farle sapere che alla mia collezione di piume d’uccello manca ancora proprio quella sua piuma ricercatissima dai toni turchesi.
Ecco, se fosse così cortese da lasciarla cadere sul mio terrazzo gliene sarei infinitamente grata.
Quando meglio crede, eh, senza fretta!

Primavera e ancora fiori.
Sbocciano inattesi, tra le fessure di certi muraglioni.
Così è la vita, tenace e forte.

E poi, tra le rose.
Quelli che si posano sui rami e beccano di qua e di là!
E comunque si può pesare qualche grammo ed essere comunque ciccioni, è questo il caso.

Tempo di belle giornate e di graditi ritorni.
Quanto mi piace incontrare quelli che mangiano appesi a testa in giù!

E verso sera si posano su un albero e cantano, salutano la luce calda che se ne va.
Ed io saluto la loro bellezza e l’armoniosa perfezione della vita.

Oggi vi porto a Sanremo, celebre località della riviera di Ponente, meta ambita delle vacanze, rinomata per i suoi fiori e naturalmente per il festival della canzone.
E sarà un viaggio particolare, userò ancora la mia macchina del tempo e vi porterò indietro negli anni, al principio del ‘900.
Così inizia questa piccola avventura, con il mare blu, le barche e uno splendido panorama.

Cielo di Liguria e prospettive tipiche di questa terra.

A Sanremo in Via Giacomo Matteotti troverete questo magnifico edificio, è Palazzo Borea d’Olmo, lussuosa residenza cittadina che per lungo tempo ha ospitato il Museo Civico ora trasferito in una diversa sede.

Una dimora elegante e signorile.

E come spesso accade in Liguria sulla sua facciata c’è un’edicola, nella nicchia una statua della Madonna con il Bambino.

Il tempo scorre, i luoghi mutano.
E andiamo indietro, andiamo al 1923 e restiamo in Via Matteotti che all’epoca si chiamava Via Vittorio Emanuele.
Ho sfogliato il mio elenco telefonico di quell’anno, il volumetto comprende tutte le province della Liguria.
Cinque pagine sono dedicate alle rete di Sanremo, vi preciso che questa parte dell’elenco include anche altre località come Arma di Taggia, Bajardo, Bordighera, Ceriana, Coldirodi, Ospedaletti, Pompeiana, Taggia e Ventimiglia.
E sono solo cinque pagine, erano davvero in pochi ad avere il telefono!
Tra quei fortunati ho cercato i commercianti di Via Vittorio Emanuele, in quella strada erano numerosi anche i professionisti.
Là c’era la sartoria dei Fratelli Moretti, il Signor Montini commerciava vini, il signor Brizio e i fratelli Calvi si facevano concorrenza, entrambi vendevano oli.
La bottega della signora Conte era specializzata in mode e in Via Vittorio Emanuele faceva i suoi affari il signor Babini che era titolare di una profumeria e di un istituto di beltà, sull’elenco è scritto proprio così, che meraviglia!
Mettiamo ancora indietro la macchina del tempo e andiamo al glorioso anno 1903.
Si va a zonzo per la bella Via Vittorio Emanuele e ci si ferma a guardare eleganti e sfarzose vetrine.

E poco distante c’è un palazzo sul quale spicca un’insegna: Macelleria Colombo.

Una passeggiata in un tempo distante, su e giù per il centro di Sanremo.
E sempre citando il mio elenco telefonico degli anni ‘20 non mi ha stupito trovare tra gli abbonati molti stranieri, inglesi e tedeschi innamorati della dolcezza del clima della riviera, accanto ai loro nomi vengono spesso indicate ville che certo avranno avuti magnifici giardini.
E anche gli stranieri avranno apprezzato le passeggiate in Via Vittorio Emanuele, certo!
In questa prospettiva si notano gli eleganti lampioni della pubblica illuminazione.

E si sale, forse per perdersi tra i caruggi e verso altre botteghe, verso ciò che non possiamo vedere.

Il ponente ligure è stato per molto tempo meta delle mie vacanze, la mia famiglia aveva una casa in un paese della provincia di Imperia.
Non vado da quelle parti da diversi anni, a Sanremo sono stata da bambina e non ne ho molti ricordi.
Per le belle immagini a colori devo così ringraziare un’inviata molto speciale: lei abita a Sanremo, ha questo blog ricco di sfiziose ricette e armata della mia cartolina d’epoca è andata in quella che fu Via Vittorio Emanuele a fare per me queste fotografie, grazie di cuore Daniela!
Luccica in certe sere d’estate questa strada di Sanremo ancora celebre per lo shopping e per i suoi negozi, in questa via c’è anche il Teatro Ariston dove ogni anno si tiene il festival della canzone.

Il tempo passa, a volte però i luoghi restano uguali a stessi.

E scivolano via gli anni, dal bianco e nero al colore.

Così era nel 1903, al principio di un altro secolo questa era Via Vittorio Emanuele.

Una passeggiata a Varazze, con un clima capriccioso e il cielo velato di nuvole, resta comunque affascinante la bella località della Riviera di Ponente con il suo lungomare.

Il preludio dell’estate che verrà.
Sabbia, palme e sdraio, in una piacevole mattina di aprile.

Cancelli, mare azzurro e quiete.

E biciclette, cestini di vimini, tetti rossi di cabine.

Vele chiare che solcano il mare.

E palme, tessuti a righe e diverse sfumature di verde.

Bicchieri, trasparenze, tavolini, ancora barchette, ringhiere e pranzi all’aperto.

E i colori del tramonto, quando ti siedi ad aspettare che scenda la sera con l’incanto delle sue magie.
Piedi che affondano nella sabbia, calzoncini corti e ciabattine di gomma.

Lettini chiusi, in attesa che sia tempo di addormentarsi al sole.

E giacche a vento, scarpe sportive, passeggiate davanti al mare, vicino alla spuma chiara che si dissolve sulla riva.

Ombrelloni, turchese di spiaggia e dell’estate che verrà.

E vento e bandiere, sul lungomare di Varazze.

E poi arriverà quella stagione, tempo di materassini, braccioli, salvagenti e costumi colorati.
E tempo di formine, una stella e un cuore non mancano mai!

Mentre il cielo si rischiara.

E sbocciano le margherite tra altre diverse sfumature d’azzurro.

Giallo acceso, come il caldo sole di agosto.

E geometrie di mare e di riviera.

Mentre seguo il viaggio di questa vela sull’orizzonte di Liguria.

Mentre dolcemente dondola l’altalena, sulla spiaggia di Varazze.