La bambina con il cappello

La bambina con il cappello porta orecchini piccoli, forse un regalo della sua cara nonna.
Lei ha gli occhi chiari e trasparenti, il nasino sottile, le labbra di ciliegia, i capelli lunghi che cadono sulle spalle.
E resta così, seria e compita fissa un punto indefinito proprio come le è stato detto di fare.

Con studiata noncuranza tiene il braccio appoggiato sull’étagère, il suo ritratto sembra rispettare le regole e i canoni di quel suo tempo.
Sarà stata figlia unica? Io non credo, chissà perché la immagino unica bimba di casa con molti fratelli, è coccolata da tutti.
E osservate con cura i dettagli: lei ha questa giacchetta con i bottoni tondi, forse argentati, poi porta al collo un nastro bianco al quale è appeso un ventaglio.
E tutti noi vorremmo che lo aprisse e ce ne mostrasse la fattura, è vero?
Dove sarà finito il ventaglio? Era proprio di lei o forse apparteneva al fotografo?

La bimba tiene in una mano un bel cappello di paglia con una scritta e un nastro chiaro.
Ha la gonna scura di tessuto pesante, le ampie pieghe le coprono le ginocchia, le calze le arrivano a metà polpaccio.

E paragonandola ad altre bambine della sua epoca lei ha un aspetto così moderno, non riesco a fare a meno di immaginarmela con una magliettina colorata, i jeans e soprattutto me la figuro con berrettino con la visiera messo per traverso.
E invece no, lei è la bambina con il cappello di paglia e il ventaglio.
Però lo so, di questo sono certa: si annoia a fare la fotografia, in realtà non vede l’ora di scappare via.
E invece resta lì di fronte al Signor Sotteri, fotografo di Sua Maestà Umberto I Re d’Italia e anche autore di questa bella immagine.
Lei sta ritta con i suoi stivaletti chiusi da file di bottoncini, seria e immobile.
Con un cappello in una mano e tutta la vita davanti.

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Da Pieve Ligure a Sori guardando il mare

È appena una breve e piacevole passeggiata, si cammina con il sole in faccia nel tempo delle molte dolcezze dalla stazione di Pieve Ligure fino a Sori.
Si inchinano alla maestà del mare gli alberi che si affacciano su questo tratto di costa per noi così consueto ma davvero ricco di straordinaria bellezza che mai mi stanco di apprezzare.

E l’onda lenta piano si frange contro gli scogli.

Le case abbarbicate in alto, tra la frescura, ebbre di luce e sole e di profumo di ulivi frementi.

Ancora ombra, intrecci, costa che si scorge tra il fitto dei rami.

Tutto lo splendore che occorre per sentirsi già in vacanza pur essendo a pochi chilometri dalla città.

E pigne dondolanti e tenaci ginestre che temerarie si sporgono verso l’azzurro.

E gorghi, spumeggiante evanescenza marina, rocce e sale, quel canto che ancora si ripete, con la stessa armonia di tempi diversi e di altre stagioni.

L’Aurelia e le sue curve, i suoi saliscendi in questa terra dalle dolci colline e dalle ardite discese, tra creuze che si snodano tra orti, giardini e scalette, contrasti di una regione che sa offrire molti differenti panorami.

Blu e verde di Liguria.

E diverse sfumature di turchino, sempre più limpido e trasparente e infine chiaro di frizzante spuma di mare.

E trasparenze di acqua cristallina, sotto il sole sfolgorante, camminando da Pieve Ligure fino a Sori.

Le deliziose caramelle di Giovanni Preti

E ancora per una volta vi porto alla scoperta di una bottega dai profumi deliziosi, gioia dei bambini e dei golosi nel glorioso 1890.
E infatti in quell’anno viene pubblicata sul Lunario del Signor Regina una bella pubblicità che occupa un’intera pagina e qui si elencano le molte delizie del negozio dell’illustre Signor Giovanni Preti.
È una bottega magnifica, è pasticceria, confetteria e drogheria e si trova nella zona di Portello, da Preti inoltre si vendono vini pregiati.
Molti anni dopo il nome di questo abile pasticcere sarà ancora celebre proprio per i pandolci, i canestrelli e la sublime Sacripantina molto amata dai genovesi.
E poi, signore e signori, l’illustre e capace Giovanni Preti può orgogliosamente fregiarsi di un primato di notevole importanza: la sua è la prima e la più grande fabbrica di caramelle a macchina.

E allora io non farò altro che portarvi là per proporvi tutte le dolcezze riportate sul Lunario, è una sorta di poesia dolcissima che ha il suono di parole belle ed eleganti proprio come doveva essere il negozio del Signor Preti.
Dunque, in quei tondi e capienti vasi di vetro trasparente trovano posto le vere caramelle per la sete e gli gnocchi di tutto cedro, non mancano le portentose caramelle d’Egitto e le caramelle di genziana uso Torino.
E poi abbondano in quantità i bolli di rosa gallica, di anici stellati delle Russie e di menta glaciale concentrata.
Si può capire che in questo 1890 i genovesi facciano la fila per acquistare cotante bontà, per non dire poi delle confezioni racchiuse da lucidi nastri sontuosi.
E ancora, qui trovate caramelle di Portogallo e di mandarino di Spagna.
Ci sono poi certe caramelle prodotte con un sistema speciale e non chiedetemi di più, chiaramente ogni confettiere ha i propri segreti e il Signor Preti ha i suoi; queste caramelle speciali sono di crema vaniglia, cioccolatto e nuaset che è chiaramente la nocciola.
E ancora ecco il sublime fior di latte e tutte le declinazioni della frutta: ananas, ribes e albicocco, framboise e persico che corrispondono a lampone e pesche.
C’è l’imbarazzo della scelta e questa magia di parole rende tutto più invitante.
E ora scusate ma devo proprio salutarvi, devo correre a Portello a prendere due etti di bolli di rosa gallica, da quando li ho assaggiati non so davvero più farne a meno!

Estate in riviera

Era tempo d’estate sulla bella riviera.
Il sole splendeva alto e glorioso, il mare era cristallino e la luce sfiorava le case alte e le ringhiere.
E non saprei dire di quale località si tratti, tuttavia posso dirvi che questa fotografia era insieme ad altre riconducibili al ponente ligure e alla zona di Alassio.
Ed era estate, spirava una leggera brezza, i piedi affondavano nella calda sabbia fine e il tempo scorreva dolcemente.
Lui e lei, insieme in ogni stagione della vita o almeno così voglio sperare.
Lui e lei, ritratti in un istante di vera serenità.
La sdraio, i costumi pesanti, la solita moda delle righe, i capelli elegantemente raccolti di lei.
E lasciarsi cullare dal suono lento delle onde e poi ricordare, molti anni dopo, con nostalgia.
E tutto resta, nel cuore e nella memoria.
Era tempo d’estate sulla bella riviera.

Sulle foglie

È solo uno scorcio di bosco in una mattina di luglio.
Nel silenzio.
E dolcemente come un sussurro ecco un fruscio tra le foglie, sui rami, vicino ai muschi umidi e ai piccolo fiori palpitanti.
Ronzio di insetti e canti di uccelli, i suoni della natura non interrompono questa magnifica quiete, soltanto l’accompagnano e ne sono la voce.
Anche tu, quando cammini, su un prato e nel bosco, divieni parte di tutto questo.
Semplicemente.
E sempre la natura è nuovo stupore.
E così, in una mattina di luglio, ho alzato gli occhi e là, sopra di me c’era un gioco di ombre e di diverse sfumature di verde e ancora oltre il celeste intenso d’estate.
E la luce brillante e vivace si posava appena sulle foglie.

Luglio 1908: l’eterna questione dei cappelli

È l’eterna questione dei cappelli a teatro!” così va mugugnando un lettore del quotidiano Il Lavoro in una lettera pubblicata sul giornale nel Luglio 1908.
Il solerte cittadino si firma “un assiduo dell’Alfieri”, teatro genovese un tempo sito nell’elegante quartiere di Carignano e va così narrando la sua ultima disavventura.
Dunque, le signore a quanto pare se ne infischiano dei lamenti degli altri spettatori, si è in effetti detto più volte che non è per nulla piacevole ritrovarsi a teatro con la disgrazia di avere sedute davanti certe ambiziose spettatrici che sfoggiano vistosissimi cappelli.
E i poveretti dietro cosa vedono?
Ecco lì, infatti all’Alfieri in questo caldo mese di luglio del 1908 si è appena svolta una serata in onore del grande Ermete Zacconi ma la stessa è stata funestata dalle difficoltà riscontrate da molti che non riuscivano ad assistere con agio allo spettacolo.
E la colpa di chi era?
Eh sì, proprio di una sola signora, il nostro seccato lettore tra l’altro indica persino il posto in cui lei era seduta, impossibile dimenticare.
Ebbene costei indossava un cappello a dir poco fastoso e talmente straordinario da essere definito dal nostro sventurato genovese un cappellone fenomenale!
Era tutto un ambaradan di vaporose e svettanti piume, dovevate vedere, con cotanto copricapo la vanitosa signora ostruiva la vista a ben cinquanta persone, una cosa da non credere!
E quelli dietro tutti ad allungare il collo per poter scorgere almeno il palcoscenico, un totale disastro!
Per carità, conclude il nostro con una certa vena polemica, non si dice di rivolgersi al prefetto come è già accaduto in altre città ma ci si augura che il gentil sesso sia… un po’ meno scortese.
E così termina l’accorato appello dell’assiduo frequentatore del Teatro Alfieri: a lui vanno tutta la mia solidarietà e comprensione, gli invio un caro saluto da un altro secolo e gli dedico con il cuore una cartolina del tempo che fu, certa che malgrado tutto saprà riconoscere la sontuosa eleganza delle signore del bel tempo andato.

 

Amiche rondini

Come ogni anno sempre le ritrovo e rivederle è pura felicità: le mie amiche rondini allietano le nostre giornate e si posano in ogni dove.
Curiose, agitate, sempre indaffarate, le rondini non stanno mai quiete.
Si posano sul filo e poi si librano nell’azzurro, girano intorno alle case e poi si fermano di nuovo.

È vero, a volte sembrano tranquille e pacifiche, se ne stanno lì beate a prendere il sole.

Poi, all’improvviso, una di loro inizia a garrire ed ecco che quel canto allegro e melodioso si diffonde nell’aria.

Care amatissime rondini.
A becco spalancato, con le ali frementi, in tutta la loro gioiosa bellezza.
Si riposano e se la spassano prima del lungo viaggio che le attende e che le porterà lontano.

Care amiche rondini, così le vedo restare in equilibrio perfetto e mi preme far sapere loro che pure dispongo di comode corde da stendere, in zona soleggiata con vista monti.
E quindi se volessero accomodarsi qui, sarebbero le benvenute, ecco.

In volo, ad ali spiegate contro lo nuvole della Val Trebbia.

In coro, tutte insieme, con questa energia.

Care amiche rondini di Fontanigorda, festose compagne del tempo d’estate.

Cartoline da Santa Margherita Ligure

Vi porto ancora sulla riviera, vi porto con me a Santa Margherita Ligure, prestigiosa località molto amata anche dagli stranieri.
Siccome poi questo è un magnifico viaggio nel tempo consulterò con voi la mia Guida Treves del 1911 dalla quale ho tratto le seguenti righe:

“Posta sulla incantevole riviera di Levante, Santa Margherita è il più bello e più quieto seno di quel magico golfo. I suoi giardini, dove l’arancio è costantemente in fiore, i suoi clivi popolati di verdeggianti olivi e le sue ammirabili passeggiate ne hanno fatto uno fra i più ricercati luoghi di villeggiatura estiva.”

Andiamo anche noi su quel lungomare inondato di luce mentre risuonano gli zoccoli del cavallo che lento trascina questo carretto.

Luogo di riviera e di gente di mare, di donne che portano conche con quotidiana fatica, di alberghi lussuosi e di soggiorni indimenticabili, di panchine dove riposarsi e di gozzi dolcemente adagiati sulla spiaggia.

Di meravigliose insenature e indimenticabili prospettive lambite dall’onda calma.

Mentre le vele vengono dolcemente sospinte da venti gentili.

C’è chi prende il largo per necessità e chi invece lo fa per diletto, soltanto per sentire la brezza fresca sul viso e tra i capelli.

E c’è sempre un gran via vai a Santa Margherita Ligure.
Lei incede con passo sicuro, porta le maniche lunghe e un cappello a tesa ampia, lo stile è pur sempre importante, del resto.

E il sole picchia implacabile su queste strade e ravviva i colori vivaci delle case.

E il mare sempre ritorna, come sempre ha fatto negli anni passati: ha ancora lo stesso suono, la medesima voce, ripete ancora la stessa melodia.
Nel suo canto eterno sfiora la riva, la accarezza e sempre, ancora, a lei ritorna.
Su quella spiaggia tanto amata e così romantica, in questa magnifica pace.

Nella bellezza autentica e unica di questa parte di riviera, nell’incanto magnifico di Santa Margherita Ligure.

Margherite, soffioni e merende d’infanzia

Nel tempo dell’estate sbocciano generosi i fiori dai colori sgargianti.
Da grande non ho mai avuto la tentazione di coglierli, mi piace ammirarli e vederli dondolare al vento sui loro fragili steli ma preferisco sempre lasciarli là dove crescono liberi e selvaggi.
Da piccola le cose erano un po’ diverse: la natura per i bambini è meravigliosa scoperta ed io certo non facevo eccezione.
Raccoglievo fiori, foglie, nocciole acerbe e frutti di bosco.
E tra le mie vittime predilette c’erano sempre le povere margherite: alzi la mano chi di voi non ha fatto m’ama non m’ama almeno una volta nella vita.
È proprio quella la sventura di questi semplici fiori: sono legati a questo giochetto che ci spingeva a spogliarli inutilmente di tutti i loro petali.
E così, nel tempo della mia età adulta, con un certo ritardo vorrei chiedere perdono a tutte le misere margheritine che hanno avuto la sfortuna di capitare tra le mie dita di bimba, poverette!
Allo stesso modo ritengo di dovere delle scuse sincere alle decine di soffioni nei quali mi sono imbattuta nella mia infanzia.
Ah, i soffioni, effimeri e caduchi, non me ne sfuggiva uno!

Io li vedevo ondeggiare sui prati e non sapevo resistere.
– Un soffione! – correvo subito a coglierlo, poi gonfiavo le guance più che potevo e soffiando fortissimo spargevo da tutte le parti quella candida leggerezza.
Che bellezza e che divertimento!
Cari soffioni della mia infanzia, non mi sono dimenticata quella gran soddisfazione, all’epoca si era veramente felici con poco, ogni tanto dovremmo pure ricordarcelo.
E tra le meraviglie di quei pomeriggi del passato rammento con particolare nostalgia una delle mie merende preferite e quelli che sono stati bambini negli anni ’70 certamente conserveranno questa dolce memoria.
Era come una piccola mattonella rettangolare, diciamo così, era delle dimensioni adatte per le nostre manine.
Era un biscotto delizioso: un wafer ricoperto di cioccolato e quando lo mordevi faceva crac!
Una bontà assoluta, un’autentica delizia, accidenti.
Dai, avete indovinato di cosa sto parlando?
Io facendo un po’ di confusione lo chiamavo Ravasai ma era universalmente noto come Urrà Saiwa.
Vedo i vostri volti illuminarsi di gioia, so bene che quel biscotto era apprezzato da molti di noi, io ne andavo letteralmente matta.
Ora poi non so per quale caspita di ragione ad un certo punto questa magnifica merenda è sparita dalla circolazione: ogni volta che ci penso me ne dispiaccio!
E in effetti da allora sono passati parecchi anni e tante cose sono cambiate.
Allora, dai, facciamo un patto, per così dire.
Io prometto di non sfogliare mai più le povere margherite come facevo una volta, del resto ve l’ho detto, ho smesso da parecchio.
E mi asterrò persino da soffiare sui soffioni, la tentazione è sempre forte ma ce la farò.
In cambio ridatemi subito il mio Ravasai, per cortesia: ancora adesso sarebbe la mia merenda preferita.

Distrarsi in Via XX Settembre

E poi è facile distrarsi in Via XX Settembre.
Passeggiando nella strada delle molte eleganze, tra luccicanti vetrine e negozi all’ultima moda, sotto i portici al riparo dal sole cocente oppure dagli scrosci di pioggia a seconda delle stagione.
E poi passare da un lato all’altro della strada e trovarsi, in questo secolo nascente, in questa via ampia, nuova e spaziosa.
Avanza inesorabile la modernità, tra i suoi suoni c’è anche lo sferragliare del tram, una bella comodità alla quale si fa presto ad abituarsi.
E ci sono garzoni di bottega e impiegati, notai e uomini d’affari, sulla destra incede lento un tale che trascina un carretto.
Poco più avanti c’è un gentiluomo con un cappello calcato in testa e pare volgere lo sguardo indietro, verso il Ponte Monumentale: forse qualche particolare rumore avrà suscitato la sua attenzione.
Accade così, si finisce per distrarsi in Via XX Settembre.
E ancora, sempre sulla destra nei pressi dei portici, ecco una giovane madre con il figlio per mano, dietro di lei un bimbetto più grande, secondo me tutti e due hanno l’argento vivo addosso.
E così ognuno segue il proprio cammino e ognuno guarda in una direzione diversa e invece tutti dovrebbero abbassare lo sguardo verso la didascalia di questa cartolina del bel tempo andato.
Come potete notare c’è un evidente errore: Piazza XX Settembre.
È logico, deve essere stata una svista, del resto io ve l’ho detto fin da principio: è facile distrarsi in Via XX Settembre.