I giorni genovesi di Guido Gozzano

“Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo…”

Così si racconta Guido Gozzano nel suo componimento dal titolo Alle soglie e pubblicato nel mese di giugno del 1907.
È giovane Guido, ha soltanto 24 anni ma la sua salute è malferma, il poeta soffre infatti di una lesione polmonare che lo tormenta e lo rende fragile.
E così i dottori prescrivono per lui precise indicazioni terapeutiche che dovrebbero essergli di giovamento e permettergli di rimettersi in forze, come egli stesso scrive nel seguito della poesia:

“Nutrirsi… non fare più versi… nessuna notte più insonne…
non più sigarette… non donne… tentare bei cieli più tersi:

Nervi… Rapallo… San Remo… cacciare la malinconia;
e se permette faremo qualche radioscopia…”

In quel 1907 il poeta giunge così a Genova, città che già aveva frequentato in precedenza.
Cerca ristoro per i suoi polmoni malandati nella salubrità dell’aria salmastra e trascorre così quei giorni della sua giovinezza alla Marinetta di San Giuliano, un albergo ora non più esistente.
Di quel suo periodo genovese narra diffusamente lo storico Michelangelo Dolcino nel suo libro Genova Anni Ruggenti 1900-1920 pubblicato da Editrice Realizzazioni Grafiche Artigiana di Genova, su quelle pagine è riportato anche un brano di una lettera di Guido Gozzano nella quale egli così definisce La Marinetta: Bicocca d’estate, è più bicocca d’inverno.
È piena di spifferi, Guido dice però quel luogo gli dona la vista del mare glorioso con la sua grandiosa potenza, il mare magnifico ristora e riempie lo sguardo di nuova bellezza.

La Genova che vede Gozzano è ben diversa da quella che oggi noi conosciamo, ancora non esiste il nostro Corso Italia, tra scogliere e creuze il panorama è vario e frastagliato ma Guido ama piuttosto appartarsi nelle quiete della piccola spiaggia privata.
In questa città Guido stringe amicizie con poeti e letterati, c’è una bella fotografia nella quale egli è ritratto seduto sul cofano di una vettura attorniato da alcunI eminenti rappresentanti del mondo culturale del tempo tra i quali lo scultore Eugenio Baroni e la scrittrice Flavia Steno.
Tra coloro che egli frequentò c’è anche lo scrittore e poeta Costanzo Carbone che ne tramandò un vivido ritratto:

“Guido veniva ogni anno in quell’oasi di pace a chiedere al mare un po’ di requie per i suoi polmoni malati. E invero, l’aria marina profumata dai pini gli faceva bene, lo rinvigoriva di forze e di volontà: gli restituiva il sorriso e la speranza.”

Costanzo Carbone Rivista Genova del Novembre 1951

La presenza di Guido alla Marinetta diviene memoria sacra da conservare: è sempre Carbone a narrare che il proprietario Checco Grondona guardava con apprensione al suo ospite così cagionevole di salute, lui stesso dava le giuste indicazioni per le gite ritenute inadatte alle condizioni fisiche di Guido.
A Genova il poeta si concede, almeno una volta alla settimana, una passeggiata in centro fino al Carlo Felice.

E sempre tramite Costanzo Carbone il poeta Gozzano conosce il fior fiore degli intellettuali e tra di essi i poeti Giuseppe de Paoli e Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, lo scrittore e giornalista Pierangelo Baratono e il commediografo Guglielmo Zorzi.
La bella compagnia non si faceva mancare i divertimenti e le epiche tavolate con i piatti colmi di lasagne ai tavoli della Marinetta.
Guido, poeta mai dimenticato, compose numerose poesie nella nostra città, tra di esse vorrei ricordare quella dedicata proprio all’Abbazia di San Giuliano e I colloqui dei quali fa parte il già citato Alle soglie.

Il suo stato di salute è per Guido fonte di amare frustrazioni.
Narra sempre Dolcino che Gozzano fu dichiarato inabile al servizio militare e così, mentre i suoi amici e coetanei si conquistavano la gloria al fronte, egli rimase a crogiolarsi nella sua amarezza.
Il suo contributo si limita alla confezione dei pacchi per i soldati ai quali unisce rime di suo pugno ma vuole che a firmare quei suoi versi sia una sua scolaretta: Guido è ritroso e sofferente, lo mette a disagio la dolcezza della sua scrittura paragonata al coraggio virile dei combattenti.
Ed è l’estate del 1916, la stagione fatale per il poeta piemontese.
Trascorre a Genova alcuni giorni sul finire di luglio, forse si espone troppo al sole e fa anche il bagno a Sturla ma invece di trarne beneficio la sua salute ne risulta danneggiata.
Condotto a Torino il poeta perde infine le sue poche forze ed esala il suo ultimo respiro ad appena 33 anni il giorno 9 Agosto 1916.
Breve e tormentato è stato il suo cammino nel mondo, gli eventi della sua vita lo condussero anche in luoghi a me cari.
A tutti noi ha lasciato le sue poesie venate di malinconia ma anche punteggiate di sagace ironia, con le sue magnifiche ambientazioni di inizio secolo, chiunque ami la poesia non sa dimenticare L’amica di Nonna Speranza, la Signorina Felicita e l’inafferrabile fragilità delle gioie davvero mai conquistate:

“Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state…”
Cocotte

Genova, 1542: i manicaretti di Geronima

Era giunto da lontano, dall’Isola di Corsica, aveva solcato il mare tumultuoso di onde e poi era arrivato in questa città posata sulla costa.
Era l’anno del Signore 1542 quando Gio Batta Salvago si stabilì in casa del nonno, nei vicoli della città vecchia.
E chissà come gli sarà parsa questa Genova dalle strade intricate, non abbiamo sue memorie di quei giorni.

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Forse venne in cerca di fortuna e tuttavia fece un incontro sventurato.
In quello stesso palazzo dove lui abitava aveva dimora una certa Geronima, non sappiamo se fosse bella ed avvenente di certo si sa che per tirare a campare costei vendeva le sue grazie al miglior offerente.
Per questa ragione aveva contratto una brutta malattia e sapete come accade?
Le notizie sensazionali si diffondono in fretta e così tutti vennero a sapere di lei e della sua professione.
Eh no, ai nobili della zona non stava affatto bene che Geronima abitasse in quella casa, bisognava fare in modo che sloggiasse e che se ne andasse altrove!
Gio Batta disse la sua, andò da lei e la invitò a trovare un’altra sistemazione, Geronima però era una donna caparbia e testarda, disse che sarebbe rimasta e così fece, non si mosse da dove era.
Il tempo passò, forse Gio Batta credeva che tutto fosse stato dimenticato, mi viene da supporlo.
Nella sua quotidianità, in qualche modo, la sua strada incrociò ancora quella di Geronima.
Eccoli i due, sono accompagnati da Ginevra e Giuseppe e si dirigono verso la chiesa di San Giuliano d’Albaro.
Che vanno a fare laggiù?
C’è un matrimonio da combinare: Ginevra ha promesso a Giuseppe che gli farà sposare la figlia di Alessandro de Negrone e Giuseppe ricambierà il favore con denari sonanti.

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E sono ancora i medesimi protagonisti a riunirsi per un pranzo a casa di Geronima, è lei ad averli invitati ed è lei a servire ai suoi ospiti invitanti lasagne.
Gio Batta le assapora con gusto, lo stesso fanno Giuseppe e Ginevra, la nostra Geronima invece non tocca cibo.
Un vero manicaretto, in seguito Gio Batta dirà che quelle lasagne gli erano parse davvero troppo salate.

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Ora forse vi starete chiedendo come sia giunta fino a noi la notizia di quel momento conviviale di tanti secoli fa.
Eh, dovete sapere che nei giorni a seguire il povero Gio Batta se vide proprio brutta!
Cadde malato e forse non si riuscì subito a capire cosa fosse successo, alla fine si scoprì che era colpa di quelle lasagne: oltre ad essere eccessivamente salate erano pure avvelenate.
Questi nomi sono conservati in un faldone dell’Archivio di Stato, la vicenda in questione è stata portata alla luce dal mio amico Don Paolo Fontana, responsabile dell’Archivio Diocesano di Genova, la storia del giovane Salvago verrà presto pubblicata da Don Fontana.
E per concludere sono lieta di comunicarvi che il nostro incauto Gio Batta si riprese alla perfezione, l’incidente di percorso non ebbe fatali conseguenze.
Non sono certa che abbia mai più assaggiato un piatto di lasagne, su questo non ci sono notizie ma alla luce dei fatti descritti, ahimè, temo proprio che non ci abbia mai più riprovato!

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