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Posts Tagged ‘Amore’

Amore, parole dolci e romantiche.
Forse, in quell’altro tempo che noi non abbiamo vissuto, giovani mani esitanti avranno scelto proprio questa cartolina da inviare all’amato bene.
Per il 14 Febbraio, giorno degli innamorati.
Un solo cartoncino che racchiude già tutto ciò che si vorrebbe dire, non servono neppure le parole: ci sono la tenerezza e la passione, l’affetto, la dolcezza e la galanteria.
In quattro lettere e nelle figurine armoniose che le adornano.
Una cartolina da conservare tra le pagine di un libro come ricordo di un istante dolcissimo fatto di baci e di parole sussurrate.
Per quel giorno speciale, il giorno di San Valentino.

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Lei doveva essere una fanciulla speciale ed io non conosco neppure il suo nome, per certo so soltanto che lei faceva battere il cuore di Attilio.
E quando due innamorati sono lontani allora diventa ancor più complicato parlarsi di amore.
La distanza, che ostacolo insormontabile!
Ora è davvero tutto più semplice, lo sappiamo bene, ai tempi di Attilio era dannatamente più complicato.
Una voce lontana, un sorriso impresso nella memoria, una carezza che ancora si ricorda.
E lascio il dovuto mistero su ciò che Attilio scrisse sul retro di questa cartolina: erano gli anni ‘30 e il nostro innamorato si trovava dall’altro capo dell’Italia e davvero doveva sentire la mancanza della sua amata, a lei dedicò parole appassionate.
E poi questo cartoncino capitò tra le mani bianche di lei, forse la ragazza sorrise senza imbarazzo, Attilio era anche piuttosto spudorato.
L’ho immaginata questa fanciulla, bella come certe dive di Hollywood, diafana, con gli occhi chiari, i capelli neri come il carbone.
Per nulla somigliante alla figura femminile ritratta sulla cartolina, che strano.
E chissà, forse lei rispose a quella missiva e riuscì a farsi desiderare ancor di più, anche se sapeva bene di non averne bisogno: lei sola era l’amore di Attilio.

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Un palpito, un fremito, una corsa a perdifiato nei caruggi per raggiungere lei.
Il ritmo dei passi sul selciato, il battito del cuore, il respiro sempre più affannoso.
Veloce come il vento, schivando la folla, stringendo quel fiore per lei.
Giù, nella città vecchia.
E poi lei, così vicina, finalmente.
Uno sguardo, una carezza, un bacio.
E all’improvviso lui lascia cadere la rosa.
Restano a terra i petali odorosi mentre due cuori battono all’unisono.

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Un amore grande, credo che lo sia stato.
Un cammino percorso insieme e il ricordo di una giornata di settembre del 1922.
Là, in un luogo che io non ho mai veduto, a Brunate, sulle rive del Lago di Como, certamente alcuni di voi conosceranno questa splendida località.
C’è persino una funicolare, la sua costruzione risale alla fine dell’Ottocento e forse loro due fecero questo viaggio in salita, osservando il magnifico panorama.
Loro sono belli ed eleganti, sono ritratti in uno scenario perfetto.
Un istante romantico, un frammento di gioventù.

Una promessa.
Per sempre?
Mi piace credere che sia stato così.
Li ho immaginati, molto tempo dopo.
Li ho veduti ritornare là, anziani e più fragili, sommersi dalle emozioni, nostalgici e innamorati.
Sulle tracce della memoria di un tempo dolcissimo.
Ricordi quando siamo stati qui?
Tu sei rimasta la stessa, sei sempre la ragazza di allora.
Ricordi?
La salita, le risate, quelle rocce, la ringhiera.
E noi due, vicini.
E gli sguardi rivolti verso l’alto.
E le mani che si stringono.
In un tempo che so soltanto immaginare e mi piace pensare che sia stato proprio così.
Per sempre.

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“Era il 1976…
Charlie’s Angels, Laverne & Shirley e Family Feud andavano in onda per la prima volta.
Steve Wozniak e Steve Jobs fondavano in un garage la società informatica Apple.”

Era il 1976, io avevo 10 anni e l’autrice di queste righe ne aveva 19.
Lei è Carrie Fisher, così inizia “I diari della Principessa – Io, Leia e la nostra vita insieme” pubblicato in Italia da Fabbri Editori.
E pensando a lei è inevitabile pensare a noi stessi e a quello che lei è stata per noi.
Carrie Fisher nacque già attorniata dalle luci scintillanti di Hollywood: sua madre era l’attrice Debbie Reynolds, suo padre era il cantante Eddie Fisher.
Suo padre lasciò la moglie per Elizabeth Taylor che all’epoca era la migliore amica di Debbie.
E Carrie, giovane promessa, interpretò un ruolo cinematografico che ha fatto sognare schiere di adolescenti: la Principessa Leia di Star Wars, un film epico e leggendario.
Dunque, era il 1976, io avevo 10 anni e Carrie ne aveva 19.
Quando la vedemmo sullo schermo del cinema tutte noi, o per lo meno molte di noi, pensammo che avremmo voluto essere lei: lei, la principessa Leia.
Tra le pagine di questo volume troverete una donna adulta e sincera che si guarda indietro e racconta se stessa: racconta Carrie e racconta Leia, racconta anche l’emozione straniante di essere confusa con un personaggio immaginario al quale si è sempre sentita intimamente legata.
La vita, il cinema e la fragilità.
Tutte noi avremmo voluto essere lei: la principessa intergalattica con quella strana pettinatura.

Quella ragazza ebbe una travagliata storia d’amore svelata per la prima volta su queste pagine.
Dunque, lei aveva 19 anni, lui ne aveva 35, era sposato, era un uomo affascinante e carismatico, lui era Harrison Ford.
Si incontrarono sul set di Star Wars, Ford interpretava la parte del coraggioso Han Solo.
Leia e Han, Carrie ed Harrison: la vita e la finzione si mescolano.
La vita però è molto meno romantica di un film, vi lascio la curiosità di scoprire questa vicenda senza svelare troppi dettagli.
All’epoca del film Carrie teneva un diario, le pagine di quel diario sono in questo libro.
E svelano una ragazza fragile, incompresa, insicura e al tempo stesso vivace e frizzante, una ragazza che va in confusione e davanti a lui si pone la fatidica domanda: che cosa avrebbe fatto Leia?
Lui è magnifico, il tipo d’uomo che le fa girar la testa.
Lei no, lei non si sente abbastanza. Lei non è all’altezza. E lo scrive, senza riserve:

“Perciò, come si poteva chiedere a un tale sfolgorante modello d’uomo di accontentarsi di una come me? No! Non ditemelo!
Il fatto è che gli bastai. Anche se durò poco. Fu molto più che abbastanza.”

La ragazza che non si perdona nulla scrive nelle pagine del suo diario parole come queste:

“Vorrei che mi amassi di più, così io potrei amarti di meno.”

Ricordate?
Lei è la principessa Leia, la sua vita reale si si sovrappone al personaggio del film: a volte è dura essere anche all’altezza di se stessi e delle proprie aspettative.
Hollywood, i set cinematografici, le celebrità, il pubblico adorante che vuole gli autografi, una madre tanto amata, un percorso di vita complicato.
Se conoscete un po’ la storia della Fisher sapete già che la sua esistenza non fu poi così semplice, nel corso degli anni non fu immune da eccessi e dalle conseguenti difficoltà.
Credo che quando si osservano le vite degli altri bisognerebbe astenersi dal giudizio e dalle conclusioni scontate, a volte certe vite ci sembrano semplici perché crediamo che gli agi di un’esistenza dorata bastino già a fare la felicità, non è sempre esattamente così.
Carrie Fisher era una donna arguta, capace di sorridere anche di se stessa, il suo stile è ironico, tagliente, a volte nostalgico.
Avevo già letto un suo libro nei lontani anni ‘80: Cartoline dall’Inferno.
Le sono affezionata, in qualche modo è stata una figura che ha accompagnato la mia adolescenza.
Era la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere, ricordate?
È mancata lo scorso anno, il giorno dopo sua madre l’ha seguita.
I fan le hanno dedicato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, c’è incisa una celebre citazione di Star Wars: May the Force be with you. Che la Forza sia con te.
E poi un’altra parola: always. Sempre.
E ancora una: Hope. Speranza.
Perdonaci Carrie, non abbiamo capito, ti vedevamo con il tuo vestito candido e ci sembravi così perfetta.
Sai, eravamo giovani anche noi e non sapevamo che a volte non è affatto semplice essere una principessa intergalattica.

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Non sentivo neanche la fatica anche se quella salita mi spezzava il respiro.
Venivo da te.
C’erano tutte quelle parole non dette ancora da pronunciare, c’erano quelle memorie da condividere, quei frammenti di noi da rivivere insieme.
La galleria, il frastuono delle macchine attorno a me.
Semaforo rosso, un istante in più a separarmi da te.
Fremevo.
Partenza, il respiro sempre più affannoso.
E il pensiero già accanto a te.
E poi tu.
Ti ho vista in lontananza.
Camminavi su e giù, io lo so che tu sei sempre in anticipo, non riesco mai ad arrivare prima di te.
Mi hai sorriso, mi sei venuta incontro.
Sei paziente.
Sei semplicemente la gioia più grande.
Perché non so dirtelo mai?
– Arrivo, fisso la bici alla ringhiera.
C’era quella luce radiosa, c’era il disegno dell’ombra dei portici, spirava l’aria fresca del mare.
E c’eri tu, la sola che sa lasciarmi senza fiato.

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Lasciò Parigi senza rimpianti, Mademoiselle Églantine partì portando con sé il suo baule pieno di abiti sgargianti e il suo cofanetto colmo di gioielli vistosi.
Églantine era una giovane donna disincantata e persino troppo esperta della vita, a soli 22 anni non coltivava alcun sogno.
Docile non era mai stata e aveva imparato alla sua maniera l’arte di districarsi nelle angustie del mondo dominando la propria volubilità e usando l’arma della sua grazia, Monsieur Etienne soddisfaceva tutti i suoi capricci e a Églantine bastava sgranare quei suoi occhi screziati di oro per veder esaudito ogni suo desiderio.
L’amore, lei lo sapeva, era un’altra faccenda ma la fragilità dei sentimenti si dissolve presto nella disillusione e di questo Églantine era convinta.
In un furore di improvvise inquietudini aveva fatto i bagagli ed era partita senza alcun preavviso, aveva lasciato sul tavolino di mogano un biglietto con parole vaghe e Monsieur Etienne, attonito, non era stato capace di interpretarle.
Così Églantine era arrivata sulla riviera francese, a Mentone.
Altera nel suo abito verde smeraldo, incedeva riparandosi la carnagione chiara con un raffinato parasole, non passava certo inosservata con la sua fresca ed intrigante bellezza.
Églantine aveva le labbra carnose, il suo viso era un ovale perfetto, sembrava una creatura dipinta da un pittore preraffaellita.
I boccoli lucenti le sfioravano le spalle, con le dita sottili giocherellava nervosa con un ciondolo che portava al collo.
Tirò un sospiro e si fermò ad osservare il mare.

Il vociare di tutte quella gente che affollava la promenade di Mentone la frastornava, temeva di scoprirsi fragile, aveva la sensazione che tutti la stessero osservando.
Lei così abile a decifrare certi sguardi indagatori, lei sempre guardinga e pronta a difendersi.

Passò accanto a due uomini che parevano impegnati in una fitta conversazione, uno dei due stava appoggiato al muretto, ad Églantine parve di cogliere un certo interesse nei suoi confronti.
Del resto una signorina di Parigi sa come vanno le cose del mondo.

Si guardò intorno, quell’atmosfera quietamente gioiosa era per lei in qualche modo straniante.
A Mentone, sul lungomare, ognuno pareva sentirsi a proprio agio: c’erano coppie di sposi, gruppi di amici, intere famiglie.
E lei, sola, tra quegli sconosciuti.

Un attempato gentiluomo passeggiava reggendosi al bastone, la signora seduta al sole volgeva il capo verso Églantine e anche l’uomo dall’aspetto severo sembrava ammirarla da dietro i suoi occhiali scuri.
Tutti quegli sguardi.
E lei, sola, con la sua giovinezza inquieta.

Una voce squillante la distrasse dai suoi pensieri, si girò e i suoi occhi incontrarono il visetto impertinente di un bambino.
La mamma continuava a dirgli di stare composto e lui si mordicchiava il labbro e muoveva le gambe avanti e indietro.
Inquieto, proprio come Églantine.

Passarono i giorni, a Parigi Monsieur Etienne attese invano il ritorno di Églantine, a lui rimasero solo quel biglietto e quelle parole scritte da lei, non riuscì mai a comprenderne il significato.
Trascorsero gli anni e i decenni, la riviera francese mutò il suo aspetto e cambiarono anche i suoi frequentatori.
Lei giunse in una mattina di primavera e non furono pochi a notarla.
Aveva una certa età ormai, il passo era più lento ma sempre aggraziato, era ancora sottile e leggera come nella sua gioventù.
Camminava scrutando l’orizzonte, Églantine era assorta nei suoi pensieri non più inquieti.
Chiuse gli occhi e lasciò che la brezza marina sfiorasse il suo viso.
E sorrise, senza alcun rimpianto.

**********

In questa cartolina di Mentone ci sono tutte le persone che vi ho descritto, manca soltanto colei che osserva scorrere la vita.
E sarà pure esistita una fanciulla come lei, io mi sono soltanto divertita ad immaginarla e a darle un volto.
Accadde molto tempo fa, sulla promenade di Mentone: là giunse una ragazza di nome Églantine.

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Penso.
Ieri non eri tu, no.
Eri una donna che non conosco.
Ci siamo persi in un vortice di parole, io e te.
No, non eri tu ed io me lo ripeto, mentre la tua voce rimbomba nella mia testa.
Penso, penso.
Ci siamo confusi in una turbine di malintesi, ci siamo ritrovati nell’intensità di un abbraccio.
Ma poi, quel vortice di parole ti ha allontanata da me ed io ora sto cercando invano un filo invisibile che mi riconduca da te.
Dove sei?
Pensa, maledizione, pensa!
E intanto respiro, riprendo fiato, chiudo gli occhi.
E ti vedo.
E respiro.
E salgo questi gradini, uno ad uno.
In un vortice.

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– Nella buona e nella cattiva sorte. Finché morte non vi separi.
Il prete pronunciò queste parole con una certa enfasi, Teresa emise un languido sospiro e voltò lo sguardo verso il suo Pietro.
La buona sorte lei l’aveva cercata con ferrea volontà, malgrado l’aspetto fragile era una giovane donna decisa e aveva saputo seguire soltanto i suoi sentimenti.

Teresa e Pietro

La vita. La buona sorte. Accanto a lui.
Per Teresa il padre aveva altri progetti, sperava che lei andasse in sposa al Dottor Luigi, un chirurgo di fama, discendente da una ricca dinastia di stimati dottori.
Teresina, la piccola di casa, si era impuntata: no, lei avrebbe sposato solo il suo Pietro.
Pietro che aveva gli occhi turchesi come le acque pure del mare, Pietro introverso e taciturno.
Un tipo dal carattere schivo, uno di poche parole, diventava improvvisamente loquace solo accanto a Teresina.

Teresa e Pietro (2)

Si conoscevano sin da bambini, la famiglia della giovane era originaria di Varigotti e là i due si erano incontrati.
Sulla spiaggia, davanti alle onde.
Una risata di bimbi, poi un sorriso da acerbi adolescenti, un affetto crescente.

Varigotti

E poi ritornare, a Genova.
In quella casa sospesa sui caruggi Teresina attendeva la stagione della villeggiatura.

Panni Stesi

La giovane donna aveva trovato in famiglia un’importante alleata: era la sorella di suo padre, la zia Amalia.
Lei non si era mai sposata, da ragazza aveva vissuto una passione ardente per quel Gaetano, un calabrese giunto a Genova da disertore, egli infatti aveva lasciato l’esercito delle Due Sicilie per unirsi alle file dei cospiratori mazziniani.
All’epoca la famiglia di lei aveva ostacolato quell’unione: quel giovane era una testa calda, le sue idee rivoluzionarie sarebbero state fonte di guai.
E così, tra le lacrime, Amalia aveva dovuto rinunciare ai suoi sogni ma non avrebbe mai permesso che la medesima sventura capitasse alla sua Teresina, zia Amalia aveva fatto la sua parte nel convincere il fratello ad acconsentire a quel matrimonio.

Teresa e Pietro (4)

Nella buona e nella cattiva sorte.
Del resto il giovane Pietro era un gran lavoratore: portava avanti con successo il negozio di famiglia, una bottega di nastri, ricami e velluti nella strada più elegante di Savona.
E il futuro accanto a Teresina sarebbe stato luminoso.
A pochi giorni dal matrimonio i due giovani sposi avevano voluto suggellare la raggiunta felicità, un lungo cammino li attendeva e il fotografo savonese avrebbe reso eterni i loro visi di giovani innamorati.

Fotografo

A quel tempo Teresina aveva già deciso che la loro prima figlia si sarebbe chiamata Amalia, proprio come la zia.
Ebbero poi otto bambini, non tutti riuscirono a diventare grandi: Elenina chiuse gli occhi tra i tremori di una febbre letale, il piccolo Bartolomeo non imparò mai a camminare.
La vita.
In salute e malattia.
Quel giorno, dal fotografo, l’emozione fu tanta.
Teresa indossava il suo abito blu, un vestito importante e prezioso, rifinito con raffinate decorazioni che cadevano anche sulle spalle.
E poi quel vezzo, la spilla d’oro della nonna a fermare il colletto.

Teresa e Pietro (5)

Il bracciale della mamma, un anello sottile, il ventaglio che Teresa portava sempre con sé.

Teresa e Pietro (6)

Accanto al suo Pietro, per sempre.

Teresa e Pietro 7)

Nella buona e nella cattiva sorte.
Ebbero gioie e dolori, il destino non fu sempre generoso con loro.
Vissero due guerre, il negozio di tessuti ebbe momenti bui, per un certo tempo le cose non andarono proprio per il verso giusto ma Pietro e Teresa seppero rimanere uniti e trovarono il modo di tenere viva la fragile fiammella della felicità.
Per sempre.
Nella buona e nella cattiva sorte.

Teresa e Pietro (3)

Il racconto che avete letto è un gioco della mia fantasia.
È una storia immaginata, non conosco i nomi di queste persone e non so nulla delle loro vite.
Ho acquistato questa fotografia un paio di giorni fa, insieme ad alcune altre.
Era in una scatola, in un negozio.
E ho pensato a quel giorno là, a Savona.
E ho pensato che una certa bellezza vada sempre salvata in qualche maniera, così questi giovani sposi sono diventati Pietro e Teresa.
Ovunque voi siate, per un breve istante siete tornati qui.
Resta ciò che sa andare al di là del tempo e che non possiamo conoscere, le parole sussurrate, le promesse, le mani che si uniscono, oltre la caducità delle nostre vite.
Per sempre.

Teresa e Pietro (8)

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Ritorni.
Come ogni weekend.
Gli amori a distanza non sono per me.
Eppure.
Eppure c’è quel tuo lavoro a 200 chilometri da qui.
E tutto quel tempo di mezzo da colmare di parole, pensieri, sensazioni da trattenere in quegli attimi sospesi.
Poi, sempre ritorni.
La casa profuma di spezie, di tè e della nostra musica.
Ritorni.
Sulle note di Sittin’ on the dock of the bay.
Apro la finestra, mi sporgo, guardo verso Piazza del Carmine.
Spero che il treno non sia in ritardo, dovresti essere già qui.
I minuti scorrono.
E poi.
Tu.
Hai la gonna rossa che ti sfiora le caviglie, gli occhiali con le lenti scure, i capelli raccolti.
Tu.
E come sempre un ricciolo ribelle ti cade sulla tempia.
Sorridi.
E lo sai, sono un uomo così, gli amori a distanza non fanno per me.
Tu.
Ritorni.
Come il sole che batte vittorioso sulle mie finestre.

Salita di Carbonara

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