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Posts Tagged ‘Amore’

Lasciò Parigi senza rimpianti, Mademoiselle Églantine partì portando con sé il suo baule pieno di abiti sgargianti e il suo cofanetto colmo di gioielli vistosi.
Églantine era una giovane donna disincantata e persino troppo esperta della vita, a soli 22 anni non coltivava alcun sogno.
Docile non era mai stata e aveva imparato alla sua maniera l’arte di districarsi nelle angustie del mondo dominando la propria volubilità e usando l’arma della sua grazia, Monsieur Etienne soddisfaceva tutti i suoi capricci e a Églantine bastava sgranare quei suoi occhi screziati di oro per veder esaudito ogni suo desiderio.
L’amore, lei lo sapeva, era un’altra faccenda ma la fragilità dei sentimenti si dissolve presto nella disillusione e di questo Églantine era convinta.
In un furore di improvvise inquietudini aveva fatto i bagagli ed era partita senza alcun preavviso, aveva lasciato sul tavolino di mogano un biglietto con parole vaghe e Monsieur Etienne, attonito, non era stato capace di interpretarle.
Così Églantine era arrivata sulla riviera francese, a Mentone.
Altera nel suo abito verde smeraldo, incedeva riparandosi la carnagione chiara con un raffinato parasole, non passava certo inosservata con la sua fresca ed intrigante bellezza.
Églantine aveva le labbra carnose, il suo viso era un ovale perfetto, sembrava una creatura dipinta da un pittore preraffaellita.
I boccoli lucenti le sfioravano le spalle, con le dita sottili giocherellava nervosa con un ciondolo che portava al collo.
Tirò un sospiro e si fermò ad osservare il mare.

Il vociare di tutte quella gente che affollava la promenade di Mentone la frastornava, temeva di scoprirsi fragile, aveva la sensazione che tutti la stessero osservando.
Lei così abile a decifrare certi sguardi indagatori, lei sempre guardinga e pronta a difendersi.

Passò accanto a due uomini che parevano impegnati in una fitta conversazione, uno dei due stava appoggiato al muretto, ad Églantine parve di cogliere un certo interesse nei suoi confronti.
Del resto una signorina di Parigi sa come vanno le cose del mondo.

Si guardò intorno, quell’atmosfera quietamente gioiosa era per lei in qualche modo straniante.
A Mentone, sul lungomare, ognuno pareva sentirsi a proprio agio: c’erano coppie di sposi, gruppi di amici, intere famiglie.
E lei, sola, tra quegli sconosciuti.

Un attempato gentiluomo passeggiava reggendosi al bastone, la signora seduta al sole volgeva il capo verso Églantine e anche l’uomo dall’aspetto severo sembrava ammirarla da dietro i suoi occhiali scuri.
Tutti quegli sguardi.
E lei, sola, con la sua giovinezza inquieta.

Una voce squillante la distrasse dai suoi pensieri, si girò e i suoi occhi incontrarono il visetto impertinente di un bambino.
La mamma continuava a dirgli di stare composto e lui si mordicchiava il labbro e muoveva le gambe avanti e indietro.
Inquieto, proprio come Églantine.

Passarono i giorni, a Parigi Monsieur Etienne attese invano il ritorno di Églantine, a lui rimasero solo quel biglietto e quelle parole scritte da lei, non riuscì mai a comprenderne il significato.
Trascorsero gli anni e i decenni, la riviera francese mutò il suo aspetto e cambiarono anche i suoi frequentatori.
Lei giunse in una mattina di primavera e non furono pochi a notarla.
Aveva una certa età ormai, il passo era più lento ma sempre aggraziato, era ancora sottile e leggera come nella sua gioventù.
Camminava scrutando l’orizzonte, Églantine era assorta nei suoi pensieri non più inquieti.
Chiuse gli occhi e lasciò che la brezza marina sfiorasse il suo viso.
E sorrise, senza alcun rimpianto.

**********

In questa cartolina di Mentone ci sono tutte le persone che vi ho descritto, manca soltanto colei che osserva scorrere la vita.
E sarà pure esistita una fanciulla come lei, io mi sono soltanto divertita ad immaginarla e a darle un volto.
Accadde molto tempo fa, sulla promenade di Mentone: là giunse una ragazza di nome Églantine.

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Penso.
Ieri non eri tu, no.
Eri una donna che non conosco.
Ci siamo persi in un vortice di parole, io e te.
No, non eri tu ed io me lo ripeto, mentre la tua voce rimbomba nella mia testa.
Penso, penso.
Ci siamo confusi in una turbine di malintesi, ci siamo ritrovati nell’intensità di un abbraccio.
Ma poi, quel vortice di parole ti ha allontanata da me ed io ora sto cercando invano un filo invisibile che mi riconduca da te.
Dove sei?
Pensa, maledizione, pensa!
E intanto respiro, riprendo fiato, chiudo gli occhi.
E ti vedo.
E respiro.
E salgo questi gradini, uno ad uno.
In un vortice.

scalinata-camillo-poli

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– Nella buona e nella cattiva sorte. Finché morte non vi separi.
Il prete pronunciò queste parole con una certa enfasi, Teresa emise un languido sospiro e voltò lo sguardo verso il suo Pietro.
La buona sorte lei l’aveva cercata con ferrea volontà, malgrado l’aspetto fragile era una giovane donna decisa e aveva saputo seguire soltanto i suoi sentimenti.

Teresa e Pietro

La vita. La buona sorte. Accanto a lui.
Per Teresa il padre aveva altri progetti, sperava che lei andasse in sposa al Dottor Luigi, un chirurgo di fama, discendente da una ricca dinastia di stimati dottori.
Teresina, la piccola di casa, si era impuntata: no, lei avrebbe sposato solo il suo Pietro.
Pietro che aveva gli occhi turchesi come le acque pure del mare, Pietro introverso e taciturno.
Un tipo dal carattere schivo, uno di poche parole, diventava improvvisamente loquace solo accanto a Teresina.

Teresa e Pietro (2)

Si conoscevano sin da bambini, la famiglia della giovane era originaria di Varigotti e là i due si erano incontrati.
Sulla spiaggia, davanti alle onde.
Una risata di bimbi, poi un sorriso da acerbi adolescenti, un affetto crescente.

Varigotti

E poi ritornare, a Genova.
In quella casa sospesa sui caruggi Teresina attendeva la stagione della villeggiatura.

Panni Stesi

La giovane donna aveva trovato in famiglia un’importante alleata: era la sorella di suo padre, la zia Amalia.
Lei non si era mai sposata, da ragazza aveva vissuto una passione ardente per quel Gaetano, un calabrese giunto a Genova da disertore, egli infatti aveva lasciato l’esercito delle Due Sicilie per unirsi alle file dei cospiratori mazziniani.
All’epoca la famiglia di lei aveva ostacolato quell’unione: quel giovane era una testa calda, le sue idee rivoluzionarie sarebbero state fonte di guai.
E così, tra le lacrime, Amalia aveva dovuto rinunciare ai suoi sogni ma non avrebbe mai permesso che la medesima sventura capitasse alla sua Teresina, zia Amalia aveva fatto la sua parte nel convincere il fratello ad acconsentire a quel matrimonio.

Teresa e Pietro (4)

Nella buona e nella cattiva sorte.
Del resto il giovane Pietro era un gran lavoratore: portava avanti con successo il negozio di famiglia, una bottega di nastri, ricami e velluti nella strada più elegante di Savona.
E il futuro accanto a Teresina sarebbe stato luminoso.
A pochi giorni dal matrimonio i due giovani sposi avevano voluto suggellare la raggiunta felicità, un lungo cammino li attendeva e il fotografo savonese avrebbe reso eterni i loro visi di giovani innamorati.

Fotografo

A quel tempo Teresina aveva già deciso che la loro prima figlia si sarebbe chiamata Amalia, proprio come la zia.
Ebbero poi otto bambini, non tutti riuscirono a diventare grandi: Elenina chiuse gli occhi tra i tremori di una febbre letale, il piccolo Bartolomeo non imparò mai a camminare.
La vita.
In salute e malattia.
Quel giorno, dal fotografo, l’emozione fu tanta.
Teresa indossava il suo abito blu, un vestito importante e prezioso, rifinito con raffinate decorazioni che cadevano anche sulle spalle.
E poi quel vezzo, la spilla d’oro della nonna a fermare il colletto.

Teresa e Pietro (5)

Il bracciale della mamma, un anello sottile, il ventaglio che Teresa portava sempre con sé.

Teresa e Pietro (6)

Accanto al suo Pietro, per sempre.

Teresa e Pietro 7)

Nella buona e nella cattiva sorte.
Ebbero gioie e dolori, il destino non fu sempre generoso con loro.
Vissero due guerre, il negozio di tessuti ebbe momenti bui, per un certo tempo le cose non andarono proprio per il verso giusto ma Pietro e Teresa seppero rimanere uniti e trovarono il modo di tenere viva la fragile fiammella della felicità.
Per sempre.
Nella buona e nella cattiva sorte.

Teresa e Pietro (3)

Il racconto che avete letto è un gioco della mia fantasia.
È una storia immaginata, non conosco i nomi di queste persone e non so nulla delle loro vite.
Ho acquistato questa fotografia un paio di giorni fa, insieme ad alcune altre.
Era in una scatola, in un negozio.
E ho pensato a quel giorno là, a Savona.
E ho pensato che una certa bellezza vada sempre salvata in qualche maniera, così questi giovani sposi sono diventati Pietro e Teresa.
Ovunque voi siate, per un breve istante siete tornati qui.
Resta ciò che sa andare al di là del tempo e che non possiamo conoscere, le parole sussurrate, le promesse, le mani che si uniscono, oltre la caducità delle nostre vite.
Per sempre.

Teresa e Pietro (8)

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Ritorni.
Come ogni weekend.
Gli amori a distanza non sono per me.
Eppure.
Eppure c’è quel tuo lavoro a 200 chilometri da qui.
E tutto quel tempo di mezzo da colmare di parole, pensieri, sensazioni da trattenere in quegli attimi sospesi.
Poi, sempre ritorni.
La casa profuma di spezie, di tè e della nostra musica.
Ritorni.
Sulle note di Sittin’ on the dock of the bay.
Apro la finestra, mi sporgo, guardo verso Piazza del Carmine.
Spero che il treno non sia in ritardo, dovresti essere già qui.
I minuti scorrono.
E poi.
Tu.
Hai la gonna rossa che ti sfiora le caviglie, gli occhiali con le lenti scure, i capelli raccolti.
Tu.
E come sempre un ricciolo ribelle ti cade sulla tempia.
Sorridi.
E lo sai, sono un uomo così, gli amori a distanza non fanno per me.
Tu.
Ritorni.
Come il sole che batte vittorioso sulle mie finestre.

Salita di Carbonara

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Non tutte le attese sono uguali.
Alcune sono pazienti e lente, altre hanno ritmi certi e definiti.
Aspetti il treno che passa una sola volta, l’amore della vita, l’occasione che non puoi mancare.
L’attimo ti è sfuggito, l’altra volta, coglilo adesso.
Aspetti una telefonata che non arriva, una risposta, a volte anche una domanda.
Non tutte le attese sono uguali, in certi casi non ce la fai a stare fermo ad aspettare, a cosa ti serve una sedia?
Cammini su e giù nervosamente e intanto pensi, ti arrovelli, aspetti.
Arriverà? Dirà quella parola, quella frase?
Senza sosta, senza quiete, è tutto sottosopra.

Sedia

Attese.
Alla fermata dell’autobus, al binario della stazione, sotto ad un portico quando scroscia la pioggia.
Con la schiena appoggiata al muretto.
Guardando l’orologio.
Leggendo un libro.
Ascoltando la tua musica preferita.
Attese, aspettative e speranze.
Al tavolino di un bar la ragazza si morde il labbro, con le dita si tortura una ciocca di capelli e intanto guarda fuori.
In attesa di un chiarimento, di uno sguardo, di una risata troppo a lungo trattenuta.
Un sospiro.
E poi, magari, la vita ha in serbo per te quello che mai ti saresti aspettato.
Accade.
Nel tempo sospeso dell’attesa.

Sedie

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Camminò a lungo sopra a quei sassi tondeggianti non sapeva mantenere l’equilibrio e questa, in qualche modo, era per lei una sensazione inebriante.
– Attenta, Aurora, non farti male!
Quelle parole le risuonavano spesso nella testa, quante volte gliele avevano ripetute!

Sassi
Aurora Millicent Fairfax era stata una bambina cagionevole, certi inverni della sua infanzia li aveva trascorsi osservando il mondo da una finestra, nella sua casa a graticcio, nella pacifica Saint Albans.
Figlia unica, protetta come un fiore raro, era stata una bimbetta docile e paziente ed era poi divenuta una fanciulla fragile, ad ogni infreddatura e ad ogni debole colpo di tosse la mamma e le zie si mettevano a snocciolare speranzose preghiere al Padre Eterno affinché proteggesse la loro delicata creatura.
Il medico aveva suggerito per Aurora un soggiorno in un luogo dal clima tiepido e salubre, così la famiglia lasciò l’Inghilterra per stabilirsi in un’incantevole villa in Albaro.

SanFrancesco d'Albaro

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Giorno dopo giorno, come per una sorta di miracolo, Aurora era come rifiorita: sulla sua pelle diafana erano sbocciate minuscole e chiare efelidi, il suo respiro non era più affannato.
La signorina inglese conduceva un’esistenza quieta, Aurora suonava il mandolino e amava i libri, ne aveva un baule pieno e li trattava con il riguardo che si conviene, a volte tra quelle pagine deponeva piccoli fiori.

Mandolino

Prediligeva i romanzi di Jane Austen, le cupe atmosfere di Dickens e i versi di Keats: in quei volumi trovava mondi che non aveva mai veduto, viveva amori che non aveva nemmeno mai osato sognare.
La sua vita tranquilla all’improvviso subì un inatteso terremoto: senza dir nulla a nessuno, in certe luminose mattine apriva il cancello del giardino e si allontanava dalla villa.
Si comprenderà che i genitori di lei si dimostrarono da subito molto apprensivi al riguardo: Aurora dava risposte evasive, li rassicurava dicendo che andava a leggere davanti al mare e loro, per quanto preoccupati, decisero di non porle ostacoli.
La loro figliola in fondo era stata sincera, qualcuno disse poi che l’avevano vista intenta nella lettura, proprio là, dove le onde si frangono contro gli scogli.
Era certamente lei, Aurora Millicent Fairfax con il suo cappellino e i guanti scuri, l’abito celeste e gli stivaletti con i bottoncini.

Via San Giuliano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Non era soltanto il canto della risacca a condurla in quel luogo, Aurora aspettava i pescatori.
Uno di loro, senza alcuna malizia, aveva suscitato la sua attenzione, la ragazza aveva anche vagamente intuito il nome di lui: il giovane si chiamava Taddeo e parlava una strana lingua cantilenante, un dialetto per lei incomprensibile.
Taddeo non sapeva nulla della Regina Vittoria o di William Shakespeare, lui era un uomo di mare, non conosceva una parola di inglese e certo non era mai stato a Londra, penso lei mentre da sotto il suo cappello lo osservava.
Taddeo aveva la pelle riarsa dal sole, il viso scuro come l’ebano, portava sulla testa un buffo berrettino e teneva i calzoni arrotolati.
Taddeo stava a piedi nudi nell’acqua, la signorina inglese non aveva mai avuto l’ardire di fare altrettanto!

Pescatori allo Strega

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Anche lui la notò, così dolce ed eterea Aurora non passava certo inosservata.
Furono diversi e ripetuti quegli incontri fugaci e silenziosi, ogni volta lui la omaggiava con dei piccoli doni che risvegliavano la meraviglia di lei.
Un pugno di sassolini colorati, conchiglie maestose che Aurora non aveva mai veduto prima.

Conchiglie

Un giorno Taddeo mise ai suoi piedi una stella marina rossa come il sangue, Aurora abbassò il suo libro e accennò un timido sorriso mentre la creatura degli abissi riguadagnò lentamente la via del mare.

Mare (3)

Dissero che l’avevano veduta spesso, proprio nel punto dove la strada compie una curva.
Gli amici di Taddeo giurarono di non saperne nulla, solo un certo Martino, con il fare di chi custodisce un prezioso segreto, svelò alcuni particolari che lasciarono attoniti i signori Fairfax.
Disse che un giorno aveva sentito la voce di lei, gioiosa e soave, non riusciva a smettere di ridere mentre cercava di pronunciare alcune parole in dialetto, era goffa e incerta in quei suoi buffi tentativi.
Aurora stava seduta sui sassi e Taddeo era in ginocchio, di fronte a lei.
E poi, d’un tratto, la signorina inglese si era tolta gli stivaletti e tenendo sollevati i lembi dell’abito aveva camminato nell’acqua mentre la spuma del mare accarezzava le sue caviglie.
Taddeo le era rimasto accanto come un angelo custode.

Mare (2)

E questo era tutto, da quel giorno Aurora Millicent Fairfax era scomparsa nel nulla e anche di Taddeo non c’era più traccia.
I signori Fairfax attesero la figlia per lungo tempo e tornarono spesso in quel luogo dove lei era solita fermarsi.
I libri di lei furono riposti nel baule, le corde del mandolino non suonarono più, rimase impressa nella memoria di loro il viso dolce di quella figlia tanto amata e protetta come un fiore raro.
– Attenta, Aurora, non farti male!
Le sentiva ancora quelle parole, erano indelebilmente impresse nella sua mente.
Taddeo le diede la mano e restarono lì, sulla scogliera, mentre l’orizzonte si tingeva di oro.

Mare

**********

Ogni persona è un romanzo, a volte non puoi leggere certe storie ma puoi giocare con la tua fantasia.
E allora osserva bene: vedrai un giovane uomo, è un pescatore di nome Taddeo, accanto a lui c’è una fanciulla dalla pelle chiara, è la signorina Aurora Millicent Fairfax, l’ultima volta l’hanno vista là, seduta davanti al mare.

Via San Giuliano (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

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L’amore, a volte, arriva all’improvviso e travolge i cuori come la spuma del mare che si frange sugli scogli.
Siamo circa a metà dell’Ottocento e un viaggio sulle onde sarà fatale a Elisabetta Dewar: lei è giovane, bionda e bellissima, insieme al padre è imbarcata sul piroscafo che da Costantinopoli la condurrà a Genova.

Maresottosopra (35)

L’amore, a volte, arriva all’improvviso, lambisce gli animi come una calda brezza marina.
Parole, sguardi d’intesa, sussurri e promesse.
Colui che fa palpitare il cuore della bella inglesina è un nobile genovese: il marchese Andrea Luigi Taliacarne torna nella sua città dopo aver ricoperto il ruolo di segretario d’ambasciata nella lontana Costantinopoli.
È un affascinante gentiluomo dai modi squisiti e appartiene ad un’abbiente famiglia che possiede molte case nella zona di Salita del Prione e di Fossatello.

Via Fossatello

Il padre di Elisabetta osserva in silenzio e si avvede che la fanciulla ha un notevole trasporto per il giovane aristocratico.
Il piroscafo approda nel porto di Genova e il Taliacarne, a causa della propria professione diplomatica, è destinato a partire per un nuovo viaggio.

Maresottosopra (30)
E lei, Elisabetta, desidera seguirlo, non potrebbe mai separarsi da lui, il sentimento che li unisce è forte ed intenso.
Il padre di lei ha qualche perplessità in quanto la figlia naturalmente è di religione anglicana mentre Andrea Luigi è cattolico.
I due innamorati però non sentono ragioni e alla fine si giunge all’agognato compromesso: Elisabetta manterrà la sua fede, la loro prole verrà educata secondo i dettami del cattolicesimo.
Vengono così celebrate le nozze, l’unione sarà gioiosa e felice, la coppia avrà due figli, una diverrà suora e il maschio si dedicherà principalmente ai viaggi.
Dopo il matrimonio la carriera diplomatica di Andrea Luigi Taliacarne decolla, il nobiluomo diventa Ministro Plenipotenziario d’Italia presso la Corte del Portogallo.
E in questo suo ruolo non mancheranno le gratificazioni, quando il Re del Portogallo viene in Italia per un suo viaggio vuole essere accompagnato proprio dal Marchese Taliacarne.
Nei giorni della vita, in ogni attimo, accanto ad Andrea c’è lei, Elisabetta.

Roseto (16)

L’amore, a volte, arriva all’improvviso ma il destino sovente non conosce misericordia.
Giunge il mese di novembre del 1867 e il diplomatico genovese si trova a Firenze, in una notte senza speranza, a soli 47 anni, esala l’ultimo respiro spezzato da una febbre tifoidea.
Elisabetta Dewar all’epoca è appena trentacinquenne e nel suo dolore desidera ricordare l’uomo amato con una testimonianza di grazia e bellezza.
Commissiona così allo scultore Santo Varni un maestoso monumento che potete ammirare a Staglieno e che viene descritto da Ferdinando Resasco che racconta questa storia nel suo libro dedicato al nostro cimitero monumentale.
Questa figura rappresenta l’angelo della religione e del dolore, sulla sommità si vede un drappo posato su una colonna sulla quale spicca lo stemma gentilizio.

Monumento Taliacarne

E ci sono anche i simboli della carriera diplomatica di Andrea Luigi Taliacarne.

Monumento Taliacarne (7)

Sul basamento spezzato della colonna una civetta tiene sotto la zampa una clessidra, è la morte che artiglia il tempo della vita.

Monumento Taliacarne (3)

L’angelo, pensieroso ed assorto, stringe in una mano un crocifisso, con l’altra pare proteggere l’ovale sul quale sono scolpiti i tratti di Andrea Luigi Taliacarne.

DSCN8814 - Copia

L’amore di Elisabetta, colui che le rapì il cuore durante un viaggio su un piroscafo.

Monumento Taliacarne (4)

Quattordici anni dopo, a 49 anni,  lei lo raggiunse e qui lei riposa, insieme al compagno della sua vita.

Monumento Taliacarne (2)

L’amore, a volte, arriva all’improvviso.
Come un temporale, una tempesta o una burrasca.
Tutto travolge e poi si placa, si naviga insieme sul mare dei giorni felici, scansando le rocce affioranti ed evitando i gorghi tumultuosi, cercando il faro che conduca a destinazione in certe notti senza stelle.
E poi ci sono le parole, gli sguardi, i sussurri.
Un angelo gentile custodisce il tempo svanito e i segreti di un amore.

Monumento Taliacarne (6)

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L’amore, lo dico sempre, è una faccenda complicata.
L’amore: a volte pensi che duri per sempre e invece, magari no.
L’amore è labile, cogli l’attimo e l’istante perfetto, tutto può svanire da un momento all’altro, sono gli imprevisti della vita.
Le iniziali e i palpiti trafitti da una freccia.
Perché, sai, l’amore a volte è anche questa cosa qui.

Cuore

Ed è talvolta incomprensione, parole non dette o fraintese.
E poniti una domanda.
Cosa ci fa una delicata rosa in boccio posata per terra sul marciapiede?
Quasi nascosta, si direbbe.
Ed è da poco passato San Valentino.
Eh, forse tutto ciò a qualcosa a che vedere con Silvia e con un cuore perduto, ci giurerei.

Rosa

Certi amori, invece, durano per sempre.
Sono cura e accudimento, attenzione e ascolto.
E sai?
C’è una celebre frase che lo spiega alla perfezione, l’ha scritta Elsa Morante, queste sono le sue parole:

La frase d’amore, l’unica, è: hai mangiato?

E se vuoi bene a qualcuno non c’è nulla che tu possa dimenticare, anche se per un caso sfortunato ti capita di perdere un prezioso promemoria.

Foglietto

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Un bacio.
Un bacio tenero, lento o appassionato.
Palpitante e tremulo, leggero come un soffio.
A volte l’ultimo.
Un bacio e nessuna parola.
Un bacio, un ricordo, un sospiro.
Il tempo sospeso, l’attimo rubato, perduto o sognato.
Quanti baci diversi esistono?
Intenso o distratto, senza memoria o carico di promesse.
Per sempre.
E forse il bacio più bello è davvero quello che non hai mai dato, è il bacio nascosto tra i desideri inespressi.
Un bacio.
Casto, puro, solo immaginato.
Innocente e dolcissimo, eterno nella sua bellezza.
Un bacio, un bacio che non c’è.

Angeli

Giovanni Scanzi – Monumento Bertollo Ferralasco
Cimitero Monumentale di Staglieno

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Sopra la marea

Nell’aria.
Sopra la marea.
Un promemoria, un ricordo, un giuramento.
Una carezza distratta, un bacio languido, una parola sospirata.
Un tempo che ancora deve venire, una promessa da mantenere.
Nell’aria.
Sopra la marea.

Mare

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