Eleonora Cybo, il destino e la felicità

Un uomo, ribelle e passato alla storia per una congiura, Gianluigi Fieschi.
E accanto a lui, una donna, la moglie Eleonora Cybo.
L’amore e il matrimonio, al tempo delle complotti.
E la felicità? Già, quanto è difficile conquistare la felicità!
Lo fu per Eleonora, figlia di Lorenzo Cybo e Ricciarda Malaspina, Marchesa di Massa.
Una famiglia molto in vista la sua, tra i suoi membri vi è anche un potente cardinale, Innocenzo Cybo, zio di Eleonora.
La giovane Cybo, per volere dei genitori, trascorre l’infanzia e la prima giovinezza al monastero delle Murate di Firenze.
Lei cresce, studia, diventa una giovane donna.
E scalpita, vuole un marito Eleonora, vuole lasciare il convento e la vita claustrale.
E per lei si sceglie Gian Luigi Fieschi, è un matrimonio combinato tra famiglie influenti.
Le nozze vengono celebrate nel 1543, Eleonora è una fresca ventenne che nulla conosce delle cose del mondo.
L’unione, come sappiamo, durerà pochi anni, spezzata dalla tragica fine di Gianluigi.
La congiura dei Fieschi, la trama oscura che vide molte vittime.
E lei, Eleonora?
Di lei narra Jacopo Bonfadio e scrive che quando il marito le rivelò le sue intenzioni, Eleonora cadde preda della disperazione, queste le parole del celebre annalista: tutta spaventata e involta tra le ginocchia del diletto consorte pregalo con maravigliosi modi e scongiura.
Ha paura Eleonora e i suoi timori diverranno presto realtà.
Eccola, sola.
Privata del suo consorte, del suo palazzo in Via Lata, dei suoi beni e della sua dote confiscata da Andrea Doria.
Ripara nel Monastero di San Leonardo, dove è monaca una sua parente, Suor Angela Caterina Fieschi.
Eccola, sperduta.
Scrive Eleonora, scrive lettere allo zio, il cardinale Innocenzo Cybo, lo prega di intercedere per lei, affinché Gianluigi abbia una degna sepoltura.
Nulla da fare, Gianluigi finirà sul fondo del mare, secondo i voleri di Andrea Doria.
La giovane vedova riesce, non senza difficoltà, a riavere la sua dote.
Ma la felicità?
E’ lontana, irraggiungibile.


Ancora l’aspetta il convento delle Murate, dove i suoi parenti, tutti concordi, la rinchiudono.
E’ giovane, una ragazza piena di sogni.
Chi aiuta Eleonora? Chi viene in suo soccorso e le restituisce la libertà?
Cosimo de Medici, al quale la giovane chiede aiuto.
E lui sì, si presta.
E per lei trova un pretendente, un marito per Eleonora, un futuro, una vita, un sogno.
La felicità? Forse.
Lui si chiama Gian Luigi Vitelli, è nativo di Città di Castello.
Ha trent’anni e tutti lo chiamano familiarmente Chiappino, che in dialetto toscano significa orso.
E si narra un aneddoto a proposito di Chiappino ed Eleonora, ma chissà quanto c’è di fantastico in questa vicenda.
Bisogna tornare a quella terribile notte, la notte delle congiura dei Fieschi.
Gianluigi lascia il suo palazzo ed Eleonora rimane sola, disperata e timorosa.
La giovane si ritira nelle sue stanze e piange.
Si narra che Eleonora e Gianluigi tenessero in casa con loro un cucciolo d’orso, la bestiola si era in qualche maniera introdotta nel palazzo e veniva trattata come un animale domestico.
E in quella cupa notte Eleonora trovò l’animale nascosto nel suo letto, sotto le lenzuola.
Un presagio! Chiappino, e cioè orso, è l’uomo del destino! Così deve aver pensato Eleonora!
E con il favore di Cosimo de Medici lo sposò.
Oh, io non saprei dirvi se fosse sempre così a quei tempi, certo che Eleonora fu proprio sfortunata nello scegliersi gli uomini!
Che passato aveva Chiappino! Che tragedie famigliari!
Il padre di Chiappino, al quale era nota l’infedeltà della moglie, pazzo di gelosia l’aveva pugnalata a morte e l’amante di lei, a sua volta, aveva ucciso il padre di Chiappino.
Vendetta, Chiappino cercava vendetta. E la trovò finalmente quando riuscì a far fuori colui che lo aveva privato di suo padre.
Che intrighi, che trama!
Chiappino era un valente soldato di Cosimo de Medici, certo.
E aveva combattuto il pirata Barbarossa e gli era persino stato affidato il presidio di Piombino per difendere la città dal solito Dragut.
Ma Eleonora? E la felicità? Dov’è la felicità?
Lui è spesso lontano casa, lei rimane sola, mentre il suo uomo combatte.
Oh, certo, è valoroso e coraggioso, ma Eleonora è sola.
E lo sarà ancor di più, quando rimane vedova per una seconda volta, nel 1575.
E adesso? Adesso torna, torna al luogo nel quale è cresciuta, quel monastero che la vide bambina e poi fanciulla, il Monastero delle Murate a Firenze.
Terminò i suoi giorni tra quelle mura, dove morì nel 1594 e dove scelse di essere sepolta.
Drammatiche le vicende nelle quali Eleonora si trovò coinvolta, a volte la vita ha i chiaroscuri della tragedia, si tinge di nero e non si intravede la luce della speranza.
Eleonora, colta e nota per il dotto eloquio, trovò il suo rifugio nell’arte poetica, pare che alcune sue composizioni fossero tenute in grande considerazione.
La poesia, uno spiraglio in una vita vissuta alla vana ricerca della felicità.

Gianluigi Fieschi e la congiura per spodestare i Doria

Un nobile, una congiura e ancora una volta una trama degna di un palcoscenico e gli attori sulla scena, signori spettatori, portano nomi altisonanti.
E’ il 1546 e il potere è saldamente detenuto da Andrea Doria.
Gianluigi Fieschi all’epoca della congiura ha appena 24 anni, gli splendori e le ricchezze della sua famiglia sono in rapido declino, lontani sono i fasti di suo padre Sinibaldo dei Conti di Lavagna, oscurati dalla grandezza di Andrea Doria.
Andrea Doria ha un nipote prediletto, il suo nome è Giannettino ed è colui che con un gesto di grande coraggio ha catturato il pirata Dragut.
Giannettino è assai caro allo zio ed è il suo erede designato.
Gianluigi e Giannettino si conoscono bene: quest’ultimo, nel 1543, ha condotto sulle sue galee da Avenza a Genova il giovane Fieschi e la sua fresca sposa, Eleonora Cybo.
Donne e congiure, a tal proposito alcuni riferiscono teorie del tutto rigettate dagli storici più accreditati.
Secondo alcuni, infatti, all’origine della congiura vi sarebbe l’amore di Gianluigi Fieschi per Ginetta Centurione, che per volere di Andrea Doria andò in sposa a Giannettino, il quale a sua volta nutriva una passione smodata per la moglie di Gianluigi, la già citata Eleonora Cybo.
Un vero e proprio feuilleton, ritenuto dai più assai poco credibile, è la brama di potere a muovere i congiurati, non la passione o la gelosia.
Gianluigi, a quanto pare spinto dall’ambizione della madre, che sempre gli ricordava la grandezza di suo padre Sinibaldo, sognava di spodestare i Doria.
Il piano prevedeva l’uccisione di Andrea Doria, e insieme a lui si intendeva togliere di mezzo anche Giannettino e suo suocero Adamo Centurione, con lo scopo di sottrarre Genova alla protezione della Spagna, che appoggiava i Doria, per metterla sotto la tutela della Francia ed eleggere doge Barnaba Adorno.
E così Gianluigi prese a viaggiare nei suoi feudi, armando uomini a lui fedeli ed ugualmente sobillò alla rivolta molti nobili genovesi, senza mancare di farsi amico il popolo.
Si narra che un giorno si imbatté in un tessitore di lana, il quale si lamentò dei suoi poveri guadagni.
Si rammenti quanto i Fieschi abbiano tenuto da conto i maestri di quest’arte, disse Gianluigi e con le sue parole suadenti si assicurò ulteriori alleati.
In quel periodo Andrea Doria, malato di gotta, giaceva spesso a letto a causa della sua salute malferma e Gianluigi, per ingraziarsene i favori, andava spesso in visita alla villa di Fassolo e si intratteneva in amabili conversazioni con l’ammiraglio, mentre in cuor suo progettava di ucciderlo.


E venne il 2 gennaio 1547.
Quel giorno Gianluigi fece in modo di trovarsi, come era solito fare, al palazzo di Fassolo.
Lì trovò Giannettino, al quale disse che intendeva fare un’uscita notturna sulla propria galea e lo pregò di dire ai suoi che lo lasciassero passare.
Giannettino non fece opposizioni e la serata si svolse nel migliore dei modi, erano presenti anche Gianandrea e Pagano, i due bambini di Giannettino e verso di loro Gianluigi ebbe attenzioni amorevoli ed affettuose.
Uscito dalla casa dei Doria, il giovane Fieschi si diresse in Via Lata, verso il suo palazzo, dove intendeva incontrare i suoi sodali.
La moglie Eleonora, presagendo che qualcosa di grave stesse accadendo, gli parlò e lui le confidò cosa aveva in animo di fare.
E disse: o più non mi vedrai o domattina ogni cosa a te soggetta vedrai.
E quindi parlò ai suoi, incitandoli alla rivolta e alla sedizione.
Tra i molti che lo seguivano, i suoi fratelli Ottobuono e Gerolamo, ai quali Gian Luigi comandò di conquistare la porta di San Tommaso, per poter facilmente prendere in trappola Andrea Doria.
Al fratello Cornelio fu invece affidata la porta dell’Arco.
In quel giorno si eleggeva il nuovo Doge e la città era quieta e tranquilla.
Il piano prevedeva che uno dei congiurati, a bordo della galea, a un’ora prefissata tirasse un colpo di cannone che doveva essere il segnale per gli altri, il primo obiettivo era impossessarsi delle galee di Andrea Doria.
Oh, si! Quella era la sua forza, la sua grande potenza!
Alle dieci della sera Gianluigi lasciò il suo palazzo e si recò al luogo convenuto.
Impaziente attese il segnale e quando lo sentì, con i suoi alla Darsena diede l’assalto alle galee di Andrea Doria.
Tumulto, rivolta, sedizione.
Ne ebbero vantaggio circa 200 schiavi che nella confusione sottrassero una galea e fuggirono verso altre mete.
E al palazzo di Fassolo giunse l’eco di quella rivolta.
Giannettino, che lì dormiva, nel sentire uno strano trambusto provenire dalle galee, uscì dal palazzo accompagnato da uno dei suoi.
Giunse alla porta di San Tommaso, ma lì trovò la morte, per mano di un certo Agostino Bigellotti da Barga, secondo alcuni a causa di una pugnalata, secondo altri per un colpo d’archibugio.
L’uomo del seguito di Giannettino in tutta fretta ritornò a Fassolo, dove non c’era nessuno degli uomini del Fieschi, il quale, essendo a conoscenza delle immense ricchezze di Andrea Doria, voleva essere il primo a metterci sopra le mani e aveva dato pertanto ordine che nessuno si avvicinasse al palazzo.
Il vecchio Doria, messo sull’avviso, riparò in prima istanza a Sestri Ponente quindi si recò a Masone.
E Genova rimase nelle mani dei Fieschi.
Ma il destino non è mai scritto, neppure quando si intende forzarlo.
Il destino è beffardo e imprevedibile e così fu per Gianluigi Fieschi, il quale, mentre era intento a transitare sulla galea capitana di Andrea Doria, mentre camminava su una passerella perse l’equilibrio e cadde in mare ed a causa della pesante armatura che indossava, annegò.
E allora immaginate i disordini, per le strade della Superba, dov’è il capo, dov’è Gianluigi Fieschi? Questo si domandavano i suoi uomini, che non subito seppero della sua fine e continuarono ad incitare i genovesi alla rivolta. Passavano per i caruggi e per le piazze urlando “Gatto!Gatto!”, animale che simboleggiava la famiglia Fieschi, correvano, gridavano e tentavano di sollevare il popolo.
Uno dei  fratelli di Gianluigi riuscì comunque a tenere il predominio della città, ma molti dei seguaci, quando seppero della morte del Fieschi, si fecero da parte.
Il senato propose una tregua, con conseguente amnistia che venne accettata dai Fieschi, ma quando Andrea Doria tornò a Genova e riebbe il potere cosa pensate che sia successo? Certo non fu tenero con i suoi nemici, i Fieschi vennero banditi da Genova.
Alcuni dei congiurati ripararono in Francia, Gerolamo Fieschi si era ritirato a Montoggio, nel suo castello.
Quattro giorni dopo la sua morte, il mare rese il corpo di Gianluigi Fieschi.
Alcuni del seguito di Andrea Doria, proposero di impiccare il cadavere in qualche punto bene in vista della città, perché servisse da monito , ma Doria ordinò che lì venisse lasciato e così fu, per oltre due mesi, quindi i suoi resti vennero gettati in mare.
La sua vendetta, esacerbata dalla sofferenza per la perdita di Giannettino, fu spietata.
Chi aveva congiurato contro Andrea Doria pagò con la vita il suo misfatto: alcuni vennero scannati, altri decapitati, come accadde a Ottobuono e Girolamo Fieschi, chi fu risparmiato fu messo al remo delle galee.
I feudi dei Fieschi vennero confiscati, il castello di Montoggio distrutto.
Il fastoso palazzo di Gianluigi Fieschi in Via Lata, nella zona di Carignano, venne spianato, come si usava fare con i traditori, si impose persino di non costruire mai più su quel terreno che aveva cresciuto l’animo di un traditore.
Rocambolesca e piena di colpi di scena, questa è la storia di Gianluigi Fieschi, il cospiratore che tentò di spodestare i Doria.

Il corsaro Dragut, il terrore dei mari

Il terrore dei mari, la minaccia più temibile, il corsaro Dragut.
Potrebbe sembrare un nome di fantasia, invece Dragut è realmente esistito; originario dell’Anatolia, visse nella seconda metà del 1500.
I corsari assaltavano le navi e razziavano le coste, depredavano i paesi, riducevano in schiavitù gli abitanti e rapivano le donne.
Dragut era uno di loro e l’eco della sua terribile fama era universalmente nota.
Correva l’anno 1540 e Dragut non era il solo a solcare le acque del Mediterraneo.
Un genovese, che passerà alla storia per le sue gesta, in quei giorni si trova in Sicilia: è l’Ammiraglio Andrea Doria.
Andrea Doria, proprietario di molte galee, aveva stretto un patto con la Spagna: in cambio di un assiento, ovvero di un affitto, l’Ammiraglio avrebbe messo a disposizione degli spagnoli le proprie forze navali, con l’aiuto delle quali si intendeva frenare gli attacchi barbareschi.
Così Doria, avendo saputo che Dragut minacciava le coste della Corsica, decide di dare la caccia al pirata.
Il compito viene affidato al giovane Giannettino, nipote di Andrea Doria, che al comando di venti galee prende il mare per assaltare il nemico.
L’impresa si risolve in un successo: vengono liberati più di duemila cristiani e catturate nove imbarcazioni nemiche, molti dei pirati che seminavano il terrore su quelle coste sono fatti prigionieri, tra di essi anche lo stesso Dragut.
A tal proposito si narra un curioso aneddoto: al tempo della cattura Giannettino Doria era talmente giovane che, vedendoselo davanti, Dragut reagì con rabbia, dando in escandescenze per essere stato fatto prigioniero da quello che lui definiva una donna con la barba.
Il corsaro venne così condotto a Genova in catene e  fu messo al remo delle galee di Andrea Doria.
Un prigioniero illustre, che tornerà presto utile all’Ammiraglio.
E infatti, pochi anni dopo, le coste sono nuovamente minacciate dalle flotte turche guidate dal pirata Barbarossa.
I Barbareschi assediano e mettono a ferro e fuoco la Toscana e il Mezzogiorno, saccheggiano Talamone e Porto Ercole, Ischia e le Lipari, e riempiono le loro navi di prigionieri.
Genova e la Liguria vengono miracolosamente risparmiate.
Quale sarà mai la ragione di tanta clemenza?
Si narra che Andrea Doria, con una decisione che gli attirerà non poche critiche, avesse fatto una sorta di patto con il pirata Barbarossa: 1500 scudi in cambio della liberazione di Dragut, con la promessa che i corsari se ne staranno alla larga dai feudi di Andrea Doria.
Si narra anche che, nella vicenda di Dragut, abbia avuto una certa influenza la famiglia Lomellini, che traeva ingenti guadagni dalla  pesca  del corallo  nell’Isola di Tabarca.
E’ il 1543 e il terrore dei mari è di nuovo libero di scorrazzare per il Mediterraneo.
Eh, al pirata piacevano le donne!
Durante l’assedio di Nizza catturò niente meno che la sorella del Re di Francia,  la duchessa Margherita.
Il marito di lei si affrettò a pagare il riscatto e la nobildonna venne liberata.
Beh, Dragut sosteneva di aver reso omaggio a Margherita, tuttavia le cronache di corte riferiscono che non si sia trattato di lei, ma una sua dama di compagnia,  che aveva finto di essere la sua padrona, per risparmiare a lei quella brutta esperienza.
Alla morte di Barbarossa Dragut diventa il capo di tutte le flotte corsare.
Napoli, Malta, l’isola di Jerba, la sua ambizione non ha confini e la sua sete di potere si risolve spesso in un bagno di sangue.
L’elenco delle sue razzie è sempre più lungo, assalta Rapallo e San Fruttuoso, quindi si dirige verso Portofino.
Dragut, il terrore dei mari.
Gli uomini del suo seguito incutono terrore solo a vederli: portano pelli di leone e sul volto hanno dei tatuaggi che li rendono spaventosi.
Ha una flotta potente e ben equipaggiata, composta da ben 36 navi, con le quali si appresta ad una grande impresa: sia allea ad Hamouda, figlio del re di Tunisi, che mira a  spodestare il padre per prenderne il posto.
Le navi di Dragut sono nei porti a Susa e a Monastir.
Uno dei suoi obiettivi è la città di Mahdia che è protetta da alte mura, come fare a varcare quella difesa?
E’ semplice: avvalendosi di un traditore che farà passare Dragut e i suoi uomini attraverso un punto incustodito delle mura.
Eh, certo fidarsi di un pirata è un vero azzardo!
Infatti Dragut, una volta ottenuto ciò che gli serviva,  si sbarazzò in men che non si dica di colui che lo aveva aiutato, facendolo poco gentilmente impalare.
Quando si dice la gratitudine!
Mahdia divenne la base operativa del corsaro, da lì intendeva dare l’assalto alle coste siciliane.
Gli spagnoli organizzarono così una spedizione per scacciare Dragut dal suo rifugio.
Le forze di terra sono guidate dal vicerè di Sicilia, Don Juan de Vela, quelle di mare dall’Ammiraglio Andrea Doria, ormai ultraottantenne.
Dragut è astuto, non è facile acciuffarlo  e ancora una volta sfugge alla cattura rifugiandosi a Jerba.
Doria gli dà la caccia e riesce a bloccarlo in un’insenatura.
E’ solo questione di tempo, L’Ammiraglio attende che Dragut si faccia avanti per poterlo sbaragliare.
Scorrono i giorni, ma non si vedono imbarcazioni corsare all’orizzonte.
Alcuni uomini di Andrea Doria partono in ricognizione e tornano con una notizia stupefacente.
Dragut, con la sua flotta, se l’era abilmente squagliata da luogo nel quale lo si credeva in trappola.
La baia nella quale si trovava, infatti, era divisa dal mare da una profonda striscia di sabbia e l’indomito Dragut aveva fatto scavare ai suoi uomini un canale che permettesse una via di fuga alle sue navi.
E via,  alla ventura, verso altre razzie.
Dragut fa rotta sulla Sicilia, dove dà alle fiamme la città di Augusta e riduce in schiavitù centinaia di persone.
Infinite furono le imprese di questo pirata, arduo raccontarle tutte, quelle che vi ho narrato sono solo alcune delle sue vicende, la sua vita fu un rocambolesco romanzo di avventure, c’è veramente da stupirsi a conoscerne i dettagli.
Ed è ancora un Doria che Dragut si troverà ad affrontare nel 1560.
A Tripoli il pirata ha la sua nuova roccaforte.
Contro di lui si alleano le forze congiunte del Duca di Medina Celi e di Gian Andrea Doria, nipote dell’Ammiraglio: a Jerba verranno pesantemente sconfitti, Gian Andrea avrà salva la vita, ma Dragut scamperà ancora alla cattura.
Dopo aver affondato molte galee e fatto molti prigionieri, il simbolo della vittoria di Dragut è la bandiera strappata alle navi cristiane, con l’immagine di Gesù in Croce, che il corsaro  consegna nelle mani del Sultano.
Dragut, un pirata indomabile, un uomo crudele che non conosce pietà per i suoi avversari.
Per liberarsi di lui bisognerà attendere il 1565, anno dell’assedio di Malta.
Tra i turchi c’è anche Dragut, sta guidando i suoi all’arrembaggio del castello di Sant’Elmo quando una pesante scheggia di pietra lo colpisce in fronte ferendolo  a morte.
Ricorderete la facciata di Palazzo Ducale, ricorderete le statue, ognuna di esse porta una catena.
Chi sono costoro? Perché mai sono lassù, in quella condizione?

Sono i nemici della Repubblica di Genova e  tra loro c’è anche il crudele Dragut, l’imprendibile corsaro,  la sua statua è la terza da destra.
Anche lui, come gli altri, è in catene, ma Dragut, che un tempo fu il terrore dei mari, ha sempre lo sguardo sprezzante e fiero.

Il Päxo, Dogi e popolani a Palazzo Ducale

Prima che i Capitani cedessero all’Uffizio, perché i Magistrati del Comune esercitavano l’ufficio loro in case che si pigliavano a pensione, comprarono da Accellino D’Oria e dai compagni le case e gli edificii quasi tutti che erano a quel tempo tra la chiesa di San Matteo e la Chiesa di San Lorenzo, per duemila e cinquecento lire, e fecero edificare il Palazzo della Repubblica.

Così scrive Monsignor Giustiniani a proposito della prima fondazione di Palazzo Ducale, avvenuta ad opera dei capitani del popolo Oberto Spinola e Corrado Doria, nel  lontano 1291, nel periodo di massimo fulgore della Repubblica.
Il Päxo, così come lo chiamano i genovesi, contraendo la parola Paräxo, fu sede del Governo e dal 1339 dimora dei Dogi.
Questa è la sua facciata, prospiciente Piazza Matteotti, un tempo detta Piazza Nuova.

Piazza Nuova venne realizzata nel 1527, spianando il Carrubeus Ferrariorum ove un tempo erano le botteghe dei ferrai e del calderari, un proclama che risale a quell’anno chiamava a raccolta i maestri d’ascia e i maestri d’Antelamo, ovvero i muratori così detti dal loro paese di origine, perché aiutassero ad edificare botteghe, portici e mezzani.
E lì, sulla Piazza Nuova, potevano tener banco solo coloro che pagavano un regolare affitto.
Si vendevano le verdure e i frutti della terra, davanti a uno dei palazzi più maestosi di Genova.
Alcuni credono che la facciata di Palazzo Ducale sia questa, quella che affaccia su Piazza De Ferrari.

Ma il vero accesso al Palazzo del Doge è questo.

Il battente del portone si presenta a forma di tritone.

Quanta storia tra queste mura, quanti momenti difficili che hanno segnato il cammino di questa città.

Qui si trova la Torre Grimaldina, oscura prigione dove morì Jacopo Ruffini, vi ho già mostrato quelle cupe celle in questo post.

Ma qui abitava il Doge, e magnificenti sono le stanze che occupava.
Lussoso e splendente è il Salone del Maggior Consiglio.


Certo che il Doge viveva in  una dorata prigionia, pensate che non poteva uscire, durante i due anni del suo mandato era costretto a rimanersene chiuso a Palazzo, gli erano concessi appena cinque giorni di relativa libertà, in quanto le sue uscite coincidevano con occasioni ufficiali, una di queste era il 24 Giugno, giorno di San Giovanni Battista santo patrono di Genova.
Palazzo Ducale, ogni angolo è una scoperta.


Nell’atrio si trova una cassetta, sulla quale si legge: Avvisi agli Ill.mi Supremi Sindicatori.


I Sindicatori erano coloro che avevano potere di interloquire sul lavoro degli amministratori.
Ed era qui che i cittadini imbucavano i biglietti di Calice, così detti in quanto all’interno della buca si trovava un calice, dal quale si estraevano appunto i biglietti, sui quali si trovavano le più svariate proteste e lamentele all’indirizzo di chi deteneva il potere, delazioni e spiate contro chi commetteva abusi e ingiustizie di ogni sorta. Si ricorreva al biglietto di calice per denunciare la tracotanza dei nobili, il disturbo della pubblica quiete o la mancanza di decoro.
All’Archivio di Stato si trovano ancora questi biglietti vergati dagli antichi genovesi, che esperienza maneggiare quelle carte ingiallite dal tempo!
Eh, la politica! Certe abitudini non cambiano mai, sapete?
Narra Michelangelo Dolcino che, alla fine del ‘700, le sedute del Minor Consiglio andavano spesso deserte.
E si vedevano gli uscieri sciamare per le stanze e giù per le scale del palazzo gridando: Veniant jurare, venjant iurare!

E insomma, c’erano delle leggi da votare e lor signori se ne andavano a spasso, facendo così mancare il numero legale.
Nihil sub sole novi, verrebbe da dire.

Ah, i nobili!
Era diffuso un certo lassismo, nei costumi e nelle abitudini.
Pensate che Cesare Cattaneo Della Volta, doge dal 1748 al 1750, aveva la bella abitudine di presentarsi alle sedute del Minor Consiglio in compagnia del proprio cagnolino.
Il cane del Doge di chiamava Brighella e ben presto si trovò in buona compagnia, in quanto gli altri senatori pensarono bene di seguire l’esempio di Cesare Cattaneo, e così nel regale salone del Minor Consiglio, c’era una vera e propria cagnara, direi che non potrei trovare termine più adatto!
Per non dir del fatto che spesso, in quelle sale, i cagnetti scoprivano le gioie dell’amore, sotto gli occhi niente affatto turbati dei loro padroni.
I nobili, il popolo e le nuove ideologie, ispirate ai principi della Rivoluzione Francese, furono questi ad alimentare il fuoco della rivolta che incendiò Genova nel maggio del 1797: da una parte i rivoluzionari, dall’altra i difensori dell’aristocrazia.
Quelle lotte sanguinarie causarono la fine della Repubblica aristocratica stabilita da Andrea Doria nel 1528, sulle cui ceneri nascerà la Repubblica Ligure Democratica.
E cosa accadde nel Päxo in quei giorni?


All’interno del palazzo il popolo fece scempio delle statue che rappresentavano le immagini di quei nobili tanto detestati, le statue vennero abbattute, furono mozzati le teste e gli arti.
Giuseppe Banchero, nel 1846, scriverà di quelle statue, rammaricandosi di come il visitatore, arrivando a Palazzo Ducale, possa stupirsi nel trovare queste figure monche e disprezzate.
Rappresentavano, a quanto riferisce il Banchero, alcuni illustri personaggi della storia di Genova, tra i quali Tommaso Raggio, Giulio Sale e il Doge Giambattista Cambiaso.
L’autore, nella sua amarezza, conclude considerando che sarebbe meglio gettare queste statue sul fondo del mare, piuttosto che vederle ridotte in quello stato.
E’ trascorso molto tempo da allora.
Palazzo Ducale è ora uno dei luoghi più importanti di Genova, vi  si allestiscono mostre di grande pregio,  nelle sue sale abbiamo potuto ammirare i quadri degli Impressionisti e la mostra di Van Gogh quest’anno ha attirato molti visitatori.
E’ uno spazio di rilievo, che festeggia in questi giorni il ventennale della sua riapertura.
Sono passati anni da quel 1797, in quei giorni, a furor di popolo, oltre alle statue di cui narra Banchero, al Päxo vennero abbattute anche la statua di Andrea Doria, opera di Giovanni Montorsoli e quella di Giovanni Andrea Doria, realizzata da Taddeo Carlone.
Non sono state gettate nel fondo degli abissi e il Banchero si compiacerà di sapere che sono visibili a Palazzo Ducale, in cima allo scalone.

Qui erano un tempo e qui sono ritornati, uno accanto all’altro.

Ma non sono terminate le sorprese di Palazzo Ducale, ancora altre statue suscitano il nostro interesse.
Sono le otto figure ritratte sulla facciata.

Se le osservate con attenzione vi accorgerete che tutte hanno un particolare in comune: ciascuna di esse ha una pesante catena.
Perché? Chi sono questi otto che se ne stanno lassù, incatenati al Palazzo del Governo?
Lo scopriremo presto, ognuno di loro rappresenta una storia da raccontare.

Sventola fiera sulla torre Grimaldina la Croce di San Giorgio, simbolo di tanta grandezza e del grande orgoglio dei genovesi.

E scende la sera, sulla piazza, sul Palazzo che un tempo fu dimora dei Dogi.

L’astuzia di Andrea Doria, i putti dispettosi di Piazza della Meridiana e il beau geste del Marchese Lomellini

La nobiltà, in quanto tale, passa alla storia.
I suoi membri, nel passato di Genova, sono stati dogi, condottieri, hanno compiuto gesta eroiche che sono rimaste annoverate negli annali della città.
Nobili quanto umani, tuttavia. E destino vuole che, grazie all’indiscussa popolarità dei protagonisti, siano giunti fino a noi alcuni gustosi aneddoti che vale la pena di ricordare.
Andrea Doria, principe ed insigne ammiraglio che si distinse per il suo valore ai tempi della Repubblica di Genova, aveva scelto come sua residenza prediletta questo palazzo, situato nella zona di Fassolo.
Concedetevi una visita virtuale nella sua lussuosa dimora, tra gli arazzi e i soffitti affrescati da Perin del Vaga, e passeggiando nel giardino di questo celebre genovese provate ad immaginare come doveva essere questo luogo all’epoca in cui il suo proprietario vi abitava.
Davanti a questo palazzo c’era solo il mare e la linea dell’orizzonte con i suoi tramonti.
Qui, in questa villa, il Principe teneva sontuose feste, durante le quale non lesinava ai suoi ospiti lo sfoggio della propria ricchezza.
Ed era il fior fiore della nobiltà quella che passava per queste stanze: capi di stato, ambasciatori, nobiluomini.
Nel 1535 venne in visita Carlo V, imperatore di Spagna.
E che sbigottimento, povero imperatore, ci rimase con un palmo di naso!
Questo accadde: venne servito un fastoso banchetto, a bordo di un’imbarcazione ancorata di fronte al palazzo e, tra l’attonito stupore di tutti gli astanti, i servitori, al termine di ogni portata, prendevano i piatti di pesante oro massiccio e li lanciavano dritti in mare. Il rito si ripeté per tutto il corso del pranzo.
E Carlo V cosa potrà mai aver pensato? Ma quanto sono ricchi questi genovesi? Oh, l’ammiraglio, chissà quanto oro avrà accumulato! E questa Repubblica quanto è fiorente!
Mai avrebbe potuto immaginare che, nelle acque del mare che lambivano il suo palazzo, l’astuto Andrea Doria aveva fatto tendere delle reti da pesca per raccogliere le sue preziose stoviglie, che il giorno seguente sarebbero state così tirate a riva dai suoi fedeli servitori.
Era un genovese, del resto.
Sono numerose le dimore nobiliari in città e portano il nome di Palazzi dei Rolli; uno di questi è il Palazzo di Gio Carlo Brignole, in Piazza della Meridiana.

Fino al 1778, questa Piazza non esisteva e al suo posto si trovavano i Giardini della famiglia Brignole.
Antistante a questo Palazzo se ne trova un altro di uguale bellezza ed importanza, anch’esso incluso nei Rolli.
E’ Palazzo Grimaldi, detto Palazzo della Meridiana, e venne costruito da Gerolamo Grimaldi Oliva, tra il 1541 e il 1545.

Si narra, a proposito di questo palazzo, una storiella divertente.
I Brignole, fino a quel momento erano stati i signori incontrastati della Piazza e, a quanto pare, non presero molto bene il fatto che di fronte ai loro giardini venisse costruito un palazzo.
Un palazzo, addirittura! Che seccatura aver dei vicini di casa! E cosa fecero, allora? Posero un veto: niente finestre sul lato che affacciava sul loro edificio, ah no, non se ne parla neanche di avere un dirimpettaio che ti guarda dentro casa, figuriamoci, i Grimaldi se lo potevano proprio scordare.
Il Grimaldi, per parte sua, non fece un piega, ma se ne tornò nei suoi appartamenti tutt’altro che scornato.
Su quella facciata fece quindi dipingere un’opera d’arte: questa Meridiana.

Notate nulla?
Non è affatto un caso se quel putto volge le terga al palazzo di fronte, anzi.
Amedeo Pescio, che racconta questo aneddoto nel suo libro I nomi delle Strade di Genova (A. Forni Editore), scrive che all’epoca i putti erano due.
Accadde così, che per uno sgarbo, i Brignole ebbero in cambio due dispetti assai peggiori.
La Piazza prenderà infatti il nome di Piazza della Meridiana e, quel che è peggio, ogni volta che da Palazzo Brignole ci si affacciava in quella direzione lo sguardo, inevitabilmente, andava a posarsi sul paffuto didietro degli angioletti di Palazzo Grimaldi.
Conviene sempre andar d’accordo coi vicini di casa, non c’è dubbio.
I nobili, a volte, passano alla storia per piccoli gesti, divenuti leggende.
Accadde al Marchese Giacomo Lomellini, nel 1747.
E il periodo della rivolta contro gli Austriaci e il popolo tutto, compatto, è insorto.
Narra Antonino Ronco che, sotto la guida di un bargello e di un pescivendolo, i popolani, esasperarati, trascinarono un cannone di fronte a Palazzo Ducale con il fermo proposito di abbatterlo.
E in quell’istante, con perfetto tempismo,  il Marchese Lomellini aprì il portone di casa sua e, uscito fuori, si pose tra il cannone e il palazzo, sedando gli animi con le sue parole.
Da quel giorno, un detto venne tramandato di famiglia in famiglia, dalle case del popolo dei vicoli della Superba, in genovese stretto, quasi bisbigliando e con tono di chi la sa lunga, si diceva : “O marcheise Lomelin o l’à averto o pòrtego!” ovvero “Il Marchese Lomellini ha aperto il portone!”, frase lapidaria che sta a significare come, a volte, si voglia far passare una cosa da poco come chissà quale  gesto coraggioso.
Un portone, una meridiana, delle reti da pesca: anche di questo è fatta la storia di una città.