Come vento

Come vento, come soffio salvifico che sfiora il volto.
Cade la luce.
Cade sugli occhi e sulla mano dell’angelo che saldo sostiene e conforta.
Cade la luce, sulle palpebre e sulle labbra carnose, sui capelli e sulle ali ampie.
Come vento, come salvezza.

Tomba Della Casa – Guido Galletti

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Il respiro della bellezza

È appena un soffio di vento a smuovere la sua veste.
L’angelo resta saldo, in equilibrio sulle cose inconoscibili e misteriose, regge con la mano una ghirlanda di fiori dal dolce profumo.
Con amorevole sguardo e con un gesto gentile custodisce il silenzio, il tempo e l’eternità.
E tiene aperte le sue grandi ali, nella sua grazia perfetta, nel respiro della sua celeste bellezza.

Il monumento Montebruno: l’abbraccio dell’angelo

È forte e protettivo l’abbraccio dell’angelo, la celeste creatura stringe tra le sue salde braccia giovane e acerba vita.
L’angelo custodisce, avvolge e cura con gesti amorosi e delicati.
Questo angelo racconta il dolore di una giovane sposa, colpita troppo presto nei suoi affetti più cari.
Lei si chiamava Caterina ed era la moglie del Conte Emilio Montebruno, tutto poteva lasciar pensare che il loro destino sarebbe stato felice e sereno.
Non fu così, perché nell’anno 1884 il loro figlio primogenito, un frugoletto di nome Giovanni, venne strappato prematuramente alla vita.

E per quanto si possa supporre che all’epoca le persone fossero maggiormente preparate a lutti simili il dolore di questi genitori fu straziante.
Non passò molto tempo, venne il mese di Agosto del 1886 e in un caldo giorno d’estate giunse ancora un momento fatale.
Colpito da tremendo colera muore, ad appena 29 anni, Emilio Montebruno, uomo di belle doti insigne, così si legge sulla lapide che lo ricorda.
Amato consorte e compagno di vita di Caterina che resta sola con la figlioletta Maria Teresa.
Ed è Ferdinando Resasco a raccontare che Caterina commissiona il monumento funebre per i suoi cari allo scultore Demetrio Paernio e questi forgia nel marmo questa armoniosa creatura celeste.
L’angelo tiene stretto al petto un bambino: quel dolce piccolino è Giovanni, il figlio troppo presto perduto dai coniugi Montebruno.

Con delicatezza l’angelo conduce il bimbo sulla terra e lo porta a spargere fiori profumati sulla tomba del suo giovane padre.
E il piccino nella sua manina paffuta stringe fiorellini dai petali colorati.

E tutto è leggerezza e lievità, il vento smuove le vesti e i fiori donati dal piccolo Giovanni cadono profumati e amorosi sulla tomba del suo papà.

In un monumento che racconta il dolore di una giovane donna due volte ferita, sposa e madre dolente.
Qui anche Caterina riposa, insieme alla figlia Maria Teresa e accanto a coloro che se ne andarono troppo presto.

Possiedo anche una cartolina antica dove è ritratta questa splendida opera di Demetrio Paernio, nell’immagine d’epoca spicca con evidenza il candore di quei fiori nel contrasto con il colore nero della tomba.

Un gesto, una memoria, il ricordo della propria vita.
Commuove ancora, ancora palpita d’amore come se certi cuori battessero ancora, protetti per sempre nell’abbraccio dell’angelo.

La Cappella della Natività nella Chiesa di San Siro

Nel tempo dei presepi e in questi giorni vicini al Natale vi porto ancora nella Chiesa di San Siro che un tempo fu cattedrale della città.
Là, tra gli ori e le immagini sacre, troverete una splendida rappresentazione della Natività.

Il dipinto è opera di un pittore di nome Cristoforo Roncalli vissuto tra la seconda metà del ‘500 e gli inizi del ‘600.
Scrive di lui Raffaele Soprani nel suo testo Vite de pittori, scultori e architetti genovesi e narra che questo pregiato artista era nativo di un borgo toscano detto delle Pomarance e da questa località egli prese il suo nome, a tutti era noto come il Pomarancio e il suo pseudonimo per me è già poesia.
Il Pomarancio dipinse opere importanti in diverse chiese di Roma e proprio in quella città conobbe il Marchese Vincenzo Giustiniani ed è sempre Soprani a scrivere che il nobile genovese volle fare un giro d’Italia alla scoperta delle bellezze artistiche e volle essere accompagnato proprio dal Pomarancio.
E così lo condusse anche nella Superba dove il pittore incontrò il Marchese Giacomo Lomellini che gli commissionò questo dipinto per la Cappella della sua nobile famiglia.

Il presepe dipinto dal Pomarancio è un capolavoro di grazia, angeli e putti annunciano la venuta di Gesù, dal cielo assistono alla sua nascita.

Ed è rischiarata da una luce salvifica l’immagine della Sacra Famiglia.

La cappella è arricchita dagli intarsi di Giuseppe Carlone, nella chiesa c’è una legenda che spiega come questo altare sia impreziosito da corniola, ametista, diaspro rosso e lapislazzuli, alla base della grande Croce c’è un calvario di pirite e due magnifici angeli reggono con grazia l’altare.

È un presepe genovese in una delle più belle chiese della Superba e potete ammirarlo in ogni periodo dell’anno.
È l’opera di un valente pittore che giunse a Genova molti anni fa.

L’angelo e la luce

Lui è un giovane angelo e siede a guardia del sonno eterno dei coniugi Curro, la sua eterea perfezione è opera del talento dello scultore Navone.
Un angelo ragazzino, il tempo ha lasciato la sua traccia opaca sul suo volto innocente e sulla sua figura armoniosa.

Ma poi basta un raggio di luce che vira e lentamente rischiara il viso dolce, lo sguardo che cerca il cielo e i capelli che incorniciano la fronte.
E l’ombra ancora avvolge la mano posata sul cuore.

La luce che svela i misteri ed esalta la bellezza sfiora piano quelle ali leggere, accarezza l’angelo e gli restituisce il suo splendore.

E illumina i tratti perfetti del profilo di questa silente creatura celeste.

E resta per quale istante, luce mistica e gloriosa, amica e sorella degli angeli.

Gli angioletti di San Siro

Passo spesso davanti alla Chiesa di San Siro, a volte mi accade di vedere questa luce.
E così entro in quella che un tempo fu la cattedrale della Superba.

Ed è stata la luce a farmi notare gli angioletti di San Siro, non li avevo mai veduti.
E poi, una mattina, ho alzato gli occhi ed erano proprio lì, sopra di me.

La luce effimera ha fatto brillare l’oro e ha reso tutto splendente.

Non sono angioletti come tutti gli altri, questi: a loro modo sono speciali.
Sono irrequieti e turbolenti come spesso sono anche i bambini.

E avventurosi.
Stanno lassù, in equilibrio.

Giocosi, gioiosi e impertinenti.

Spericolati.
Si reggono con la manina a una catena.
E più su c’è la cupola e poi ancora il cielo.

Ce ne sono tre su ogni lampadario.

E poi ci sono molti altri angeli in questa chiesa, se di dovesse contarli tutti non saprei dirvi quanto tempo ci si metterebbe.
Io questa volta ho solo guardato loro.
Le ali aperte, i piedi in movimento.

I boccoli sulla fronte e i tratti delicati.

Un po’ sfrontati, un po’ bambini ma sempre angeli.

Nelle armonie di questa chiesa che racchiude capolavori.

Una mattina di settembre ho alzato lo sguardo e li ho veduti, sono i dolci angioletti della Chiesa di San Siro.

Gli angeli di Fontanigorda

Gli angeli di Fontanigorda si ergono ritti sulla chiesa.
Suonano una musica soave che si confonde con il canto delle foglie e del vento, è una melodia che accompagna il volo leggero delle farfalle e delle creature dell’aria.
Angeli di incomparabile grazia nei gesti e nella postura.

E scendendo dal Bosco delle Fate così li vedrai, mentre diffondono le loro note celestiali tra gli alberi frementi.

Le ali ampie, la mano sul petto, un fiocco che chiude l’abito.
E lo sguardo rivolto verso l’infinito.

Silenziosi custodi di una chiesetta di campagna, angeli dei prati, dei fiori e dei boschi.
Tra le tegole rosse e il cielo blu della Val Trebbia.

La preghiera degli angeli

Due creature celesti sono accanto a lei, due angeli custodiscono una giovane donna di nome Enrica Canale vissuta appena 44 anni.
Lo splendido monumento è opera di Vittorio Lavezzari ed è Ferdinando Resasco a scrivere che il soggetto di questa scultura è “La preghiera degli angeli”.

Quanta grazia in questi loro gesti, nella complessità di un mistero che non si sa comprendere.
E poi la luce, ieri mattina.
Si è posata per qualche istante sul volto bello di Enrica, sul manto che ricopre le sue fattezze senza più forza, sulle mani dell’angelo giunte in preghiera.

Gli angeli hanno tratti perfetti e pensieri infiniti.

E sguardi amorevoli e misericordiosi.

Le dita si sfiorano, in questa preghiera silenziosa.

Gli angeli hanno gli occhi chiari, colmi della luce dell’eternità.

E quella luce si posa sui capelli sciolti sul cuscino, sulle palpebre ormai chiuse, sulle labbra senza più respiro.
Resta sul viso di lei, lei che stringe al petto un Crocifisso, con i suoi sogni perduti del tempo che non è più.

E l’ombra avvolge l’angelo mentre la luce salvifica scende ancora e rimane ad accarezzare il dolce viso di Enrica.

Il Trionfo dei Doria

Nei caruggi di Genova bisogna sempre alzare lo sguardo.
Camminare piano, osservare e meravigliarsi.
Certamente a tutti i genovesi capiterà di passare in Via David Chiossone, un vicolo nel quale potrete ammirare la magnificenza che sovrasta il civico 1.


Alzate gli occhi verso questo splendido portale lasciatoci dal talento di un valente scultore, l’opera è attribuita a Pace Gaggini, artista vissuto tra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500.

Un portale che celebra la gloria e la grandezza di una famiglia: questo è il Trionfo dei Doria.

Foglie delicate, angioletti che suonano melodie soavi.

E volti misteriosi.

La perfetta armonia di un fiero profilo.

E ancora musica, putti, fiori e uccelli, un gioco continuo di linee e di curve.

E piccole creature celesti che sorreggono il simbolo di Cristo.

Alzando poi ancora lo sguardo verso questo magnifico portale si scorge un mondo in movimento.
E sguardi, gesti, armonia di intenti.
Due uomini armati di lance, ognuno di essi ha un elmo sul capo e ad osservare bene si notano i minuziosi dettagli di questa scultura.

E ancora altri angioletti.
Ali leggere, boccoli e pieghe delle vesti.
Suonano una musica che accompagna il carro trionfale e pare di vederli mentre gonfiano le guance paffute.

A trainare quel carro sono due centauri, sui loro volti si legge saggezza e cautela.

E sono ancora i soldati a custodire lo stemma araldico della famiglia Doria sul quale spicca una fiera aquila.

Mentre i piccoli putti tengono salde le redini.

Un capolavoro di scultura, un’opera che potrete ammirare sotto il cielo di Genova, nella zona che ospitò i membri di questa importante famiglia genovese che ha lasciato un segno nella storia di questa città.
La loro grandezza è scolpita nel candido marmo, nella meravigliosa bellezza del Trionfo dei Doria.