Quando prendevamo il vecchio autobus arancione

Quando prendevamo il vecchio autobus arancione le attese alle fermate erano un po’ impazienti, non certo perché i mezzi pubblici tardavano: eravamo noi, piuttosto, ad avere fretta.
Fretta di vivere, di andare, di incontrare quelli della nostra compagnia di amici e di perdere tempo a modo nostro, a quell’età in effetti il valore del tempo è tutto diverso.
E a quanto sembra su quegli autobus là si entrava solo dalla porta posteriore e le altre due porte erano riservate alle uscite: io questo particolare lo avevo scordato, me ne sono accorta quando ho visto a De Ferrari uno di quei mezzi d’antan di smagliante color arancio.
E a dire tutta la verità neanche mi ricordo come fossero precisamente gli autobus che prendevamo le prime volte che uscivamo da soli, ecco.
Però una cosa la so molto bene: la buona educazione esige che i più giovani cedano il posto a sedere e questa cosa a noi l’avevano insegnata e ripetuta infinite volte e così noi rispettavamo le regole, eccome!
Quando prendevamo quegli autobus là alle volte ci si incontrava lungo il percorso.
In questo quartiere usavamo il 30 o il 33, come alcuni ricorderanno una di queste due linee terminava la sua corsa davanti a Brignole e chissà perché io resto convinta che anche l’attuale 36 che ha rimpiazzato le due precedenti faccia capolinea lì.
Non c’è verso, ogni volta che sono sul 36 finisco sempre per constatare con un certo stupore che il l’autobus prosegue allegramente la sua corsa fino in Piazza Merani, caspita!
Quando prendevamo l’autobus arancione mica era così, proprio per niente.

Quando prendevamo l’autobus arancione di norma avevamo sulle spalle uno zainetto.
E il walkman in tasca, la musicassetta girava e noi ascoltavamo all’infinito l’ultimo album dei Duran Duran.
E inoltre portavamo anche quegli orrendi scaldamuscoli di lana, a pensarci adesso erano veramente terrificanti, per non parlare poi delle giacche con le spalline.
Quando prendevamo quegli autobus là scendevamo a delle fermate che oggi non esistono più: ad esempio a Corvetto, davanti al fioraio, per capirci.
Ed era perfetto per noi: così facevamo prima ad andare da Futura, uno di quei negozi dove ho passato ore, ore ed ore.
Tutti i genovesi della mia generazione hanno memoria di quello scrigno di tesori dove compravamo penne, matite e gomme profumate, adesivi e temperini di plastica, portamonete, stilografiche, borse di stoffa, diari e quaderni, gadgets dai colori pastello, io ho ancora impressa nella mente quell’atmosfera.
E poi, quando prendevamo l’autobus arancione, nessuno poteva trovarci: mica avevamo un telefono in tasca, non so mica dirvi se fossimo più sfortunati!
E tra di noi c’era anche qualcuno che aveva un fantastico Ciao, che invidia per quelli che disponevano di due ruote per muoversi!
E insomma, era proprio tutta un’altra musica.
A volte, in qualche circostanza particolare, di recente mi è capitato di vedere quel vecchio autobus arancione di un tempo diverso.
E così, non per caso, mi sono ritrovata a canticchiare qualche vecchia canzone dei Duran Duran.

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I quaderni delle elementari

Ed è settembre e a breve inizierà la scuola, uno dei viaggi più avventurosi che si possano intraprendere.
E ditemi, voi ricordate in quale momento esatto avete imparato a scrivere?
Io a dire il vero non ne ho memoria precisa e oltre tutto appartengo all’eletta schiera dei mancini, da adulta ho persino tentato di imparare a scrivere con la destra e dopo essermi esercitata un po’ con le aste ho gettato la spugna, era veramente una fatica improba!
In prima elementare però, come tutti, anch’io sono riuscita ad apprendere velocemente l’arte della scrittura e ancora conservo quei miei quaderni di prima elementare pieni zeppi di vocali tremolanti e consonanti sbilenche.
E così oggi, con vero orgoglio, vi mostrerò alcuni dei miei capolavori.
Nelle gloriose aule della Mazzini ci si esercitava di continuo con le matite rosse e nere e si cercava di districarsi tra aghi, ghiri e poi funghi, mughetti e ghiande, un lavoraccio!

I miei quaderni delle elementari sono ricchi di colori, di sbavature e di vita.
E sono densi anche di magnifiche scoperte o semplici constatazioni che restano comunque anche adesso fonte di stupore e meraviglia.

Su quelle pagine a quadretti ci sono anche rime e filastrocche.
E poi una volta diventati adulti si pensa di averle dimenticate ma non è mai realmente così, tutto resta in qualche angolo della memoria e basta che gli occhi scorrano su certe parole perché ci venga subito in mente tutto quello che credevamo di aver scordato.
E dite un po’, vi ricordate questa cosa qui?

Sono certa che alcuni di voi stanno già ripetendo a voce alta il seguito della storiella che fa così: venerdì fu un bel pulcino, beccò sabato un granino, la domenica mattina aveva già la sua crestina.
Eh, noi studiavamo quelle cose lì, non so se i bambini di adesso facciano lo stesso!
Sul mio quaderno di quel tempo andato ci sono poi anche altre cose meravigliose come ad esempio il girotondo del ghi e del ghe che prosegue esattamente così.

E poi continua in questa maniera: tanti funghi grossi o lunghi, ghiaccio e aghi, ghiaia e maghi.
Girotondo del ghi e del ghe, scrivine ora uno da te.
Sono da molto tempo lontana dal mondo della scuola e immagino che le cose siano molto cambiate e sono anche certa che tra voi lettori ci siano persone che come me hanno imparato a diventare grandi proprio in questa maniera.
Eravamo bambini negli anni ‘70 e avevamo la cartella sulle spalle e il grembiulino bianco.
Imparavamo ogni giorno qualcosa di nuovo e sui nostri quaderni c’erano quelle belle parole a volte difficili da scrivere, c’erano le annotazioni della maestra e i suoi elogi che ci incoraggiavano a fare sempre meglio.
Sui nostri quaderni c’erano le nostre frasette, gli esercizi, i sogni e i disegni.
E alberi, sole brillante, cielo azzurro, nel tempo delle fiabe e della scuola elementare.

Due casette molto speciali

Le due casette prefabbricate di Fontanigorda si trovano un po’ fuori dal paese, lungo la strada che porta a Casanova.
Negli anni ’70, noi bambini eravamo sempre in giro e spesso facevamo le nostre scorribande in bicicletta verso il mulino così chiaramente passavamo davanti alle casette che allora per me avevano un fascino tutto speciale.
Ora, devo dire che non ho mai conosciuto i nomi dei proprietari di queste abitazioni sulle quali ho a lungo fantasticato da bambina, all’epoca in proposito io avevo le idee molto chiare.
Quelle erano casette straordinarie, ne ero certa: le case erano prefabbricate e questo dettaglio le rendeva ai miei occhi assolutamente sensazionali.
Non si trattava di case costruite in solida pietra o con le travi di legno: queste erano case moderne e solo per un caso fortuito si trovavano in Val Trebbia, avrebbero potuto essere in qualunque altro luogo.
Capite?
E insomma, a mio insindacabile parere casette simili avrebbero potuto essere collocate in California o nel New Jersey, tanto per dire.
Erano talmente innovative da essere uniche, in un certo senso.
E si trovavano in quel punto, dove la strada si snoda sinuosa come una musica.

Le casette prefabbricate hanno intorno boschi e prati e da un lato c’è l’orto, mi ricordo che in altri anni una delle due aveva un colore verde salvia.
E per l’appunto, essendo case speciali, chiaramente io pensavo che fossero abitate da persone altrettanto particolari.
Ad esempio, una tipica famiglia americana con una schiera di figli biondi e bellissimi, tipo la famiglia Bradford.
Ora, chiaramente la logica dovrebbe aiutare a trarre certe conclusioni.
Come mai questi delle casette non si vedevano mai in paese?
Perché nessuno di loro veniva mai a far la spesa?
E per quale motivo tutti i loro bambini biondi non venivano mai a giocare con noi?
Non si vedevano neanche nei giorni di mercato, quando si andava a comprare le bolle di sapone!
La fantasia e la logica non vanno tanto d’accordo, quindi io non mi sono nemmeno mai posta tutte queste domande senza costrutto.
Ero certissima che in quelle casette ci fosse la cucina con l’isola centrale e tutti gli elettrodomestici del caso, proprio come nei telefilm.
Poi c’era la scala, altro dettaglio non trascurabile, nelle camere dei bambini c’erano i letti a castello.
E si faceva colazione con enormi tazze di latte, ovviamente.
E c’era un salotto con un tavolino al centro, il caminetto e la televisione.
Erano gli anni ’70 e io passavo in bici con le mie amiche davanti alle casette prefabbricate di Fontanigorda.
E c’era questo mondo fantastico e favoloso ed era proprio là, dove la strada si snoda con quelle curve meravigliose.

Miss Fletcher torna a scuola

Scrivere le pagine di un blog regala sorprese e cose molto belle, ancora una volta con mia grande gioia vi dico che davvero non smetto mai di stupirmi.
Ed ecco il racconto di una splendida esperienza della quale ringrazio di cuore la maestra Emanuela, lo devo a lei se sono tornata in un’aula delle elementari.
La maestra Emanuela mi ha cercata e mi ha invitata a parlare ai bambini della Maria Mazzini, la scuola che ho frequentato negli anni’70.
E così pochi giorni fa ho incontrato i piccoli studenti di tre sezioni di quarta elementare e a loro ho raccontato la storia della nostra scuola.

Dunque, come vi posso spiegare un’emozione come questa?
Io nella mia scuola sono tornata diverse volte nel corso degli anni e soltanto per gli appuntamenti elettorali in quanto la Mazzini è sede di seggio.
Poi, un giorno, quasi per caso mi sono ritrovata in uno dei saloni con davanti file e file di sedie occupate da giovani scolari curiosi.
E c’erano mani alzate, domande, silenzi e brusii, sorrisi e stupori, la scuola era molto diversa negli anni ‘70.
Le cose cambiano e come sapete adesso l’insegnamento si avvale anche delle nuove tecnologie, questi bambini durante le lezioni usano con disinvoltura dispositivi elettronici di ultima generazione.
Sono intelligenti, vivaci, curiosi, entusiasti ed eravamo così anche noi che siamo stati bambini negli anni ‘70.
Hanno ascoltato con grande interesse la storia della loro scuola, ne scrissi su questo blog in questo articolo, raccontarla a loro è tutta un’altra storia, è ben più divertente!

Si sono stupiti del fatto che noi avessimo una sola maestra e mi hanno persino chiesto come sia possibile che io mi ricordi il suo nome.
E poi abbiamo parlato del quartiere e di alcuni cambiamenti della zona, dei pasticcini di Morbelli, dei quaderni e delle penne che compravamo da Gotelli e di come siano mutate certe parti del quartiere.
E loro hanno fatto tante domande, mi hanno chiesto come andavamo a scuola e a che ora entravamo, ad un interrogativo non ho ho saputo rispondere.
E già, infatti un bambino mi ha chiesto il nome del primo dirigente scolastico della Mazzini e a dire il vero proprio non lo so, è una notizia che mi manca!
Le scale che conducono alle classi sono sempre quelle e guardarle in questa maniera è una sensazione davvero bella.

E poi, poi ho raccontato delle nostre lezioni di musica e canto, noi eravamo accompagnati da un’insegnante che suonava per noi il pianoforte.
Ecco, esattamente in questa stanza dove mi è capitato di parlare in un angolo c’è un vecchio pianoforte nero e mi hanno detto che non lo usa più nessuno.
Chissà, sarà proprio quel pianoforte? Eh, secondo me è molto probabile!

Ringrazio tutti per la bella partecipazione e l’entusiasmo, grazie alla maestra Emanuela e alle sue colleghe, grazie a tutti i bambini per l’ascolto, i sorrisi e le domande.
Le scale, le aule, la campanella.
I quaderni a quadretti, il gesso e la lavagna e quel tempo che non si può dimenticare, lo ricorderanno con tenerezza anche coloro che sono bambini adesso.
Quel tempo lo abbiamo vissuto qui, nelle aule della Scuola Elementare Maria Mazzini.

Le cartoline dello Zio Mimi

Le cartoline dello Zio Mimi arrivavano da molto lontano e quando il postino le depositava nella buca delle lettere lasciava per noi una sorta di piccolo sogno.
Lo zio si chiamava Domenico ma per tutti è sempre stato Mimi, lui era il fratello del mio nonno materno, quindi iniziò a spedire le cartoline a mia mamma e in seguito a me e a mia sorella.
D’un tratto, poi, ha smesso di mandarle.
Lo zio Mimi era commissario di bordo sulle navi da crociera e le sue cartoline avevano sempre quel timbro : VIA AIR MAIL.
Le cartoline dello zio Mimi provenivano da luoghi mai veduti dai nomi affascinanti: Puerto Rico, Grenada, Nassau, Barbados, Aruba.
E poi New York, Messico, Newport e varie località della Florida.
Sulle sue cartoline c’erano sempre delle immagini speciali di posti esotici e paradisiaci.
Spiagge bianche, insenature, isole verdeggianti, delfini, palme, barche a vela, case colorate, chiese moderne, fioriture generose, turisti sfaccendati, ville con il portico, giardini rigogliosi e mercati della frutta.
In una si vede un tale con una tela montata su un cavalletto, ha pennelli e pitture e di fronte un magnifico panorama marino.

Tra le cartoline inviate dallo zio Mimi le mie preferite erano quelle delle Bermuda.
Intanto i francobolli erano bellissimi e poi quel nome rimandava alla mia fantasia di bambina l’immagine di un’isola dove tutti erano straordinariamente felici, tutti giravano in calzoncini al ginocchio e camicia a fiori e il sole splendeva sempre.
Tra l’altro, mi si diceva che lo zio Mimi andasse fin laggiù per questioni di lavoro e a dirvi il vero io non ne sono mai stata troppo convinta.
Secondo me le cose funzionavano più o meno così.
Lui si metteva in viaggio per queste terre lontane e quando la nave si avvicinava alle isole lo Zio Mimi se ne andava sul ponte a guardare il profilo della costa.
Poi scendeva a terra e tutti lo salutavano, per me era ovvio che laggiù tutti lo conoscessero.
Quindi lo Zio Mimi se ne andava a gironzolare beato per quelle cittadine dove c’erano pontili, fari, spiagge infinite, ombrelloni e ville con il portico.
Tra il resto lo Zio Mimi era sempre abbronzato, non sembrava proprio che trascorresse il suo tempo a lavorare, io ero più che sicura che lui fosse perennemente in vacanza.
E ho anche sempre pensato che a lui piacesse la sua vita avventurosa, per me era tutto incredibile: lo zio Mimi aveva visto il mondo.
Ora le sue cartoline stanno tutte in una scatola, sono davvero tante e sono tutte diverse.
Su alcune di esse ci sono dei disegni che rappresentano particolari zone geografiche e ci sono frutti, pesci, barche, uccelli, persone che ballano, un pirata con un forziere, fiori e mare azzurro.
C’era tutto un mondo fantastico che non avevo mai veduto in quelle cartoline.
C’era la bellezza infantile di immaginare il mondo meraviglioso dello zio Mimi.

Giocare al tempo della Lira

Giorni fa, cercando alcuni oggetti in cantina, ho fatto un fortunato ritrovamento.
Vi ho già detto che io tengo tutto, vero?
Ecco, certi reperti non ricordo nemmeno di averli conservati fino a quando, come per magia, spuntano fuori all’improvviso.
E dunque, parliamo di una quisquilia che tutte coloro che sono state bambine negli anni ‘70 hanno posseduto.
Signore e signori, ecco a voi il mio portamonete con i pallini!
L’ho sempre chiamato così e non vedo perché dovrei cambiare adesso, vi sembra?
Meraviglia!

Nel prenderlo in mano ho notato che era un po’ ciccione, quindi doveva esserci dentro qualcosa.
Per la verità ho vissuto anche qualche istante di tensione perché, con mio estremo disappunto, la cerniera non si apriva.
Che scocciatura, non si capisce perché un portamonete che non viene usato da almeno quarant’anni abbia qualche problema di ruggine alla cerniera, caspita!
E dunque, alla fin fine con delicatezza sono riuscita nell’impresa e cosa ho trovato là dentro?
Stupore, i gettoni di qualche gioco da tavolo del quale non mi ricordo.
E sì, appartenevano a noi che eravamo bambini al tempo della Lira.
Cristoforo Colombo sulle 5.000 Lire, Giuseppe Verdi sulla banconota da 1.000, Leonardo da Vinci sulle 50.000 Lire e Michelangelo Buonarroti sulle 10.000.
Da quanto tempo non li vedevo, che sorpresa!

E avevo anche pensato di rimettere in uso il piccolo portamonete ma in realtà credo che non lo farò: lui non sa mica nulla di questa faccenda degli Euro, è stato in cantina fino a ieri, lasciamolo nella sua beata ignoranza.
E poi se dovessi perderlo sarebbe una vera disdetta, diciamolo.
Lo terrò in un cassetto con questi soldi finti che c’erano dentro, non mancano le monetine, su uno dei due lati c’è disegnato uno scoiattolo.
Per caso li avete avuti anche voi? Qualcuno si ricorda a quale gioco appartenevano?
Sospiro.
Cose che usavamo noi che siamo stati bambini al tempo della Lira.

Un condominio negli anni ’70

Accade sempre, in questo periodo, mi tornano alla mente certi anni e mi ricordo come eravamo.
Un condominio negli anni ‘70 era una faccenda ben diversa rispetto ad adesso, innanzi tutto in questo condominio c’erano moltissimi bambini.
Così era, negli anni 70, ora non saprei fare il conto esatto ma davvero erano rappresentate diverse generazioni, dalla prima infanzia alla giovinezza.
E a dire la verità con lo scorrere del tempo non è mai più stato così.
Davanti a casa c’erano quelle macchine là delle quali tutti vi ricordate: la 127, la 126, le Alfa Romeo e naturalmente la mitica 500.
Ovvio, era la macchina che usavano le nostre mamme per venire a prenderci a scuola, la maggior parte di noi infatti tornava a casa per il pranzo.

500 (2)

E come dicevo, in questo periodo mi vengono spesso in mente quegli anni e accade per una ragione precisa.
Negli anni ‘70 in questo condominio si era soliti fare l’albero di Natale nel portone, era una sorta di rito collettivo che coinvolgeva molti bambini del palazzo e questa faccenda di decorare l’abete tutti insieme era un piccolo evento straordinario e molto atteso.
Quell’albero me lo ricordo ancora bene, aveva certe bellissime lucette a forma di ghiacciolo.
E mi ricordo anche che una delle bambine del condominio aveva una fortuna particolare: non so perché ma a lei Babbo Natale nascondeva i regali per tutta la casa, non li metteva sotto l’albero ma li sparpagliava sotto i mobili, nei cassetti, dietro alle poltrone.
E insomma, io mi sono sempre chiesta per quale ragione le fosse riservato questo privilegio, era una bambina fortunata!

Natale (12)

Negli anni ‘70 un condominio era un piccolo mondo coeso, ci si conosceva tutti e ognuno aveva le sue caratteristiche: uno era celebre per il pollice verde, l’altro per l’indiscussa abilità nei lavoretti, su alcuni potevi sempre contare e puoi star certo che c’era sempre qualche mamma o qualche nonna che preparava ottimi dolci.
Ad esempio, per i compleanni, andava per la maggiore la torta al cioccolato con il centro morbido e soffice.
Negli anni ‘70 le bambine di questo palazzo si vedevano a casa di una o dell’altra per giocare insieme.
Ecco, a dire il vero ogni tanto si giocava anche ad interpretare i film, ad esempio quelli di Bud Spencer e Terence Hill ed erano sempre lunghe discussioni su chi dovesse fare la parte dell’uno o dell’altro attore.
Poi c’erano i pentolini, la Barbie con il suo ricco guardaroba e quei giochi in scatola che ora non si usano più.
E facevamo anche quel gioco per il quale serviva solo un foglio a quadretti e una matita: si dovevano scrivere nomi di fiori, città, animali e tutti dovevano iniziare con la stessa lettera, vi ricordate?
Negli anni ‘70, in sostanza, non ci annoiavamo mai.

La Reginetta del Ballo (11)

E poi, come dicevo, c’erano diverse generazioni nel condominio.
E quelli più grandi a me sembravano davvero grandi.
E c’è una scena che ho perfettamente impressa nella memoria, a dire il vero mi viene in mente ogni volta che percorro una certa creuza qui nei dintorni.
Mi sa che accadde forse al principio degli anni ‘80, a voler proprio essere precisi.
E dunque, io salivo su per questa creuza e nella direzione opposta scendeva un giovane del condominio, uno di quelli grandi, insieme a colei che poi sarebbe diventata sua moglie.
E insomma, voi avete presente le discese di Genova?
Ecco, io ho visto loro due e ho guardato lei: indossava la minigonna di jeans e gli stivali con il tacco.
E sono rimasta a chiedermi come caspita fosse possibile che riuscisse a scendere con una simile disinvoltura giù per quei gradini con quei tacchi lì.

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Giuro che me lo ricordo come se fosse capitato due giorni fa.
Succede, no?
Eppure.
Eppure sono passati parecchi anni.
E ieri ho percorso di nuovo quella creuza e mi è tornato di nuovo in mente.
E poi, come ogni anno in questo periodo, ho pensato che sarebbe bello fare ancora l’albero di Natale nel portone, solo che bisogna vedere se da qualche parte si trovano le lucette a forma di ghiacciolo, senza quelle non sarebbe la stessa cosa.
Stavano un tempo sui rami di un abete, in un condominio, negli anni ‘70.

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Cartoleria Peloso, una bottega dalla lunga storia

Questa è la storia di un’antica bottega di Genova ed è una vicenda che affonda le sue radici in un altro secolo, a dare inizio a questa avventura fu Filippo Peloso, un genovese nato nel lontano 1863.
Nel 1885 egli aprì un bel negozio di cartoleria in Via Cairoli e contemporaneamente fu molto attivo negli ambienti religiosi.
Si iscrisse alla Società Operaia Cattolica di San Giovanni Battista e fu membro di diverse associazioni e cooperative sempre di ispirazione cattolica, una di esse si occupava della costruzione di case popolari.
Diede anche vita alle Filodrammatiche Cattoliche e così nel suo negozio teneva anche scenari e costumi utili alle rappresentazioni.Peloso

Se per caso dovesse capitarvi di sfogliare “La Settimana Religiosa” vi imbatterete spesso in questa bottega.
Su questa rivista ho cercato notizie sui festeggiamenti degli 800 anni della traslazione delle ceneri del Battista a Genova e su certe pagine di fine ‘800 ho trovato un’affascinante pubblicità.
Dove si vendevano i globi luminosi? Da Peloso, naturalmente.
E forse ricorderete, ho avuto modo di narrarvi di una gita sul Monte Antola risalente al 1899, era organizzata dal Comitato Regionale Ligure dell’Opera dei Congressi.
Si trattava di un’iniziativa a carattere religioso e siccome il nostro Filippo era dell’ambiente i biglietti per partecipare si vendevano proprio da lui, nel suo negozio.

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La bella cartoleria del signor Peloso è ancora in Via Cairoli dove troverete anche un attestato e una medaglia che testimoniano la sua antica storia.

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E nel retrobottega c’è un armadio dalla lunga vita.

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Ci sono gli scaffali di legno.

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Per non dire del mobile con tutti i cassettini, una meraviglia che molti di noi vorrebbero possedere.

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E poi il fascino delle cartolerie, ne vogliamo parlare?
Quando iniziava la scuola la parte più entusiasmante per me era proprio questa: scegliere i quaderni, le matite e i pennarelli, le gomme profumate, il temperino e l’astuccio.
Da perdersi!
E il fascino resta, resta ancora.

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Scaffali di legno.
Righe, quadretti, block notes.

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Il valore aggiunto di questo negozio sono proprio questi suoi antichi arredi: vissuti, curati, affascinanti.
E gli articoli saranno anche cambiati ma le etichette sono rimaste.

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Su certe maniglie sono stampigliate parole che riportano ad un altro tempo, oggi si fa spesso affidamento alla memoria di uno smartphone ma volete mettere la bellezza di una rubrichetta?

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E guide, piante, ricordi.

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Tra le varie cose interessanti ho trovato in questo negozio un autentico cimelio e sono certa che molti di voi avranno un moto di commozione nel vedere queste immagini.
Ci riportano indietro, ai tempi delle elementari e delle medie.
Vi ricordate?
Facevamo le ricerche, io ho un preciso ricordo di me seduta in cucina insieme alla mamma che mi aiutava a fare i compiti.
Vi ricordate?
Usavamo questi, proprio questi, noi che siamo stati bambini negli anni ’70.

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E poi ritagliavamo le foto che ci servivano e il foglio, privo di qualche rettangolino, rimaneva attaccato al libretto.

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Cose belle di un altro tempo.
Cose belle che ho ritrovato in una cartoleria dalla lunga storia: nacque sul finire dell’Ottocento, era la bottega di Filippo Peloso.

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Bolle di sapone

In un altro periodo della nostra vita, nei giorni della nostra infanzia, tutti abbiamo giocato con le bolle di sapone.
Voi ve lo ricordate quel semplice e dolcissimo passatempo?
Un cilindretto che conteneva un liquido incantato, un piccolo cerchio dentro al quale soffiare e la magia evanescente delle bolle che fluttuano leggere nell’aria.
Piacevano a noi, piacciono ancora ai bambini di oggi.

Bolle di sapone

Certo, i piccoli di adesso hanno a disposizione diversi tipi di confezioni, ce ne sono alcune che sparano tante piccole bolle delle medesime dimensioni ed altre che ne creano alcune davvero gigantesche.
Lo stupore e la bellezza sono come i nostri, i bambini sono uguali in ogni tempo, sanno provare potenti entusiasmi che agli adulti sono spesso sconosciuti.
Io da piccola non mi annoiavo mai e devo dire che sono rimasta così, credo che sia un pregio del quale naturalmente non si ha nessun merito, è un lato del carattere che si ha la fortuna di avere, tutto qui.
E di tanto in tanto sarebbe bello divertirsi ancora con le bolle di sapone, non vedo perché no!

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Tra l’altro ricordo che a volte capitava un incidente piuttosto seccante, sarà successo anche a voi, ne sono più che sicura.
Con una manina tenevi il tappo con il cerchietto per fare le bolle, con l’altra il contenitore.
E sarà stata la concitazione, la fretta, la voglia di giocare, la distrazione, chissà!
Un gesto frettoloso e sbadato, il contenitore che si inclina, l’acqua saponata che inesorabile cade per terra.
Oh no, una vera disdetta, un autentico dramma!

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E quando finiva il preziosissimo liquido provavamo a ricrearne uno ugualmente efficace con acqua e detersivo.
Lo avete fatto anche voi, vero?
Ecco, io non sono mai riuscita ad ottenere un risultato apprezzabile, accidenti!
E no, le nostre bolle non erano grandi come queste, noi per farne una di ragguardevoli dimensioni dovevamo usare una certa cautela.

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Funzionava più o meno così.
Un soffio, un soffio dentro al cerchietto.
E a volte uscivano tante piccole fragili bollicine, a volte ti accorgevi che invece c’era la speranza di fare una bolla grande, che bello!
Un soffio.
Piano, altrimenti si rompe.
Puf! Te l’avevo detto di fare con calma!
Dai riproviamo!
Eccola, eccola!
Guarda, ce l’ho fatta, è bellissima!

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E poi, è anche divertente scoppiarle: tutti i bambini lo fanno, specialmente i più piccini, posano il ditino leggero sulla bolla di sapone e tac!

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Il tempo scorre ma restano i teneri ricordi di altre estati di tanti anni fa.
Sono volate via, leggere come bolle di sapone.

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Veicoli d’epoca in Val Trebbia

Si sono radunati a Rovegno, sono passati nei paesi circostanti: sono i veicoli d’epoca, con la loro indiscutibile cifra di fascino.
Accade, all’improvviso, di piombare in un tempo che hai già vissuto.
Ed è di nuovo qui, si ripete.
Il tempo dei salti con la corda, delle bolle fatte con il chewing gum, delle estati in cui mandavamo le cartoline.
E quel tempo arriva così, lieve come la ragazza che guida una Vespa azzurra.
E subito sono gli anni ’70.

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E dietro di lei altri veicoli.

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Le piccole e amatissime utilitarie in fila come insetti operosi.

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Capelli al vento, una valigetta d’antan.

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E un mezzo che da solo suscita desiderio d’avventura.
Partiamo, io e te.
E dormiamo sotto le stelle, facciamo il bagno a mezzanotte, aspettiamo che sorga il sole.

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Curva dopo curva, il tempo scorre così.

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E com’erano diverse queste macchine dalle forme arrotondate, la loro epoca era forse più luminosa della nostra.

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Suonano i clacson, su per la salita.

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E mi vengono in mente i picnic e le tovagliette a quadretti stese sul prato, cose che abbiamo vissuto tutti noi che siamo stati bambini negli anni ’70.
Noi piccoli seduti dietro e il tettuccio alzato, la meraviglia e la gioia!

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E poi?
E poi è arrivato lui, colpo di scena!

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E poi?
E poi qualche giorno fa a Fontanigorda è passata un’ambulanza d’epoca e non l’ho vista alla sfilata ma secondo me è giusto che stia qui, insieme a questi veicoli del passato.

Veicoli d'epoca (12)

Il tempo.
Il tempo, quello là che abbiamo vissuto, davvero non c’è più?
Non si direbbe, basta talmente poco per tornare ad essere la ragazzina con il ghiacciolo in mano.

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Il tempo più lontano, poi, ha sempre uno charme inconfondibile.

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Briosa ed allegra si avvicina una celebre Volkswagen.

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Due ruote o quattro, un gioioso e nostalgico viaggio a ritroso in Val Trebbia.

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E sono ancora quelle estati là.
Guardie e ladri, caccia al tesoro e prati su cui sdraiarsi per contare le stelle cadenti nella notte di San Lorenzo.

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E infine, a chiudere la sfilata, rombante e grintoso è arrivato l’autobus.

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Il tempo gioca.
Il tempo che hai vissuto, quando tu non lo te aspetti, esce dal tuo campo visivo e si allontana.
Un momento prima era lì e d’un tratto non c’è più.
E anche tu eri in quel tempo e ti ritrovi in un altro.
Il tempo gioca.Veicoli d'epoca (19)

Il tempo affronta la salita, gira oltre la curva e scompare.
E ti lascia su questa strada, con i tuoi dolci ricordi di un altro tempo.

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