L’album delle figurine

Tutti coloro che sono stati piccoli negli anni ‘70 hanno avuto la gioia di dilettarsi con l’album delle figurine e a pensarci viene davvero un po’ di nostalgia.
Beh, a dire il vero anche i bambini che sono venuti dopo di noi sicuramente hanno avuto il loro meritato album, le figurine sono sempre state gioie dell’infanzia!
E in tutta sincerità non so neanche dire se fosse poi così importante completare l’album: la cosa bella era avere le figu, mi ricordo che le chiamavamo così.
E quindi, con un rito che si ripeteva puntuale, in certi specifici giorni papà tornava a casa dall’ufficio con i pacchetti di figurine, non vedevamo l’ora di mettere le mani sul malloppo, vi ricordate?
Ah, poi alcune figurine si ripetevano e si ripetevano all’infinito, accidenti!
Aprivi il pacchetto e c’era sempre quella là che avevi già trovato come minimo tre volte e la figurina di troppo se andava così a finire dritta nel mazzo di quelle da scambiare.
Spacchettare le figurine era gioia, attesa e divertimento vero ed era sempre accompagnato da quella tiritera che ancora tutti ricordiamo: celo manca, celo manca… e lo scrivo così perché noi lo dicevamo proprio così!
Insomma, non so quanti album di figurine abbiamo avuto noi fortunati bambini degli anni ‘70, mi viene in mente di scriverne perché l’altro giorno per puro caso ho trovato tra le pagine di un libro della mia infanzia il dorso di una di queste figurine che ora viene così elevato al livello di cimelio di quel tempo là!

Non mi ricordo proprio di quale figurina si trattasse anche perché, come molti di voi, ho raccolto figurine di tutti i tipi: di fiori e di animali, di Heidi e della mitica Barbie, non mi sono invece mai dedicata alle figurine dei calciatori perché il calcio proprio non mi interessava.
E comunque era sempre un bel divertimento mettersi seduta per terra con l’album e i pacchetti di figurine, sperando sempre di trovare quella là così rara che non capitava mai!
E vi ricordate? C’erano dei disegni composti da più figurine e quanto capitava di averne trovate due su tre diventavo particolarmente ansiosa di trovare la figurina mancante e il destino a volte me la faceva proprio sospirare!
E tuttavia era bello avere un album da completare: una volta terminato si metteva da parte e si aspettava di aver un nuovo album da riempire.
E ancora celo manca, celo manca e un nuovo mazzetto di figurine doppie da scambiare con gli amici: insomma, una di quelle cose che noi che eravamo bambini negli anni ‘70 ci ricordiamo proprio bene!

Enciclopedie e ricordi sparsi degli anni ’70

Eccomi qua: anche io stata una bambina che faceva le ricerche.
Per noi che siamo stati piccoli negli anni ‘70 era una consolidata consuetudine, prima o poi ti toccava metterti lì con pazienza, ritagliare le figure da quei libretti che compravamo in cartoleria e poi scrivere, scrivere, scrivere sul tema assegnato.
A me aiutava sempre la mamma, mi ricordo che ci mettevamo con i quaderni, i pennarelli e tutto l’occorrente sul tavolo della cucina.
Noi bambini degli anni ‘70 avevamo tanta fantasia ma non eravamo per niente tecnologici: ad esempio, per noi fu un cambiamento epocale l’introduzione del telecomando per la TV.
Dopo il passaggio dal bianco e nero al colore, che bello non doversi più alzare per cambiare canale!
E inoltre, ad esser proprio precisi, a parte il giradischi, il nostro più importante approccio con qualcosa che dovevamo saper far funzionare era l’iconica macchina fotografica che ricevevamo in regalo per la prima comunione.
Anche voi l’avete avuta, vero?
Era un grande classico, senza alcun dubbio: avevi otto anni, stavi diventando grande e avevi persino una macchina fotografica tutta tua, che meraviglia!
Sto divagando, scusate, tornando alle nostre ricerche come è ben ovvio noi non avevamo il web ma disponevamo di corpose e interessanti enciclopedie.
Serviva sapere qualcosa su un evento storico, su un personaggio particolare o su qualunque altro argomento?
Bastava aprire uno dei volumoni della UTET, la UTET sapeva tutto e rispondeva a tutto, sulle sue pagine si trovava il materiale per ogni tipo di ricerca.
Se poi l’argomento era invece la geografia allora io consultavo Il Milione, la leggendaria enciclopedia dalle copertina blu, era un sogno magnifico immergersi n quelle pagine.

Scuola a parte, Il Milione è sempre stato uno dei miei libri preferiti.
Mi facevo dei viaggi magnifici in Oriente e in Russia, quelle erano le mie mete preferite e poi mi soffermavo a leggere tutti gli usi e costumi di popolazioni lontane, era straordinario sapere che altrove la gente viveva in modo del tutto diverso da noi.
Poi, tra i miei diletti c’era anche quello di aprire la cartina e di leggere i nomi delle regioni e delle località, ci sono dei posti che mi hanno sempre affascinato, anche solo per il suono della parola.
Per un certo periodo ebbi quindi una particolare predilezione per la Scozia: al mare avevo conosciuto un ragazzino di Glasgow che divenne mio amico di penna e una volta tornata a Genova andai subito a cercare su Il Milione dove caspita abitasse il mio amico.
Trovare Glasgow fu un gioco da ragazzi, modestamente, inoltre c’erano pure tutti quei bei nomi come Cumbernauld, Stirling, Edimburgo, questa Scozia era veramente affascinante!
La musicalità delle parole mi ha sempre stregata e a tal proposito mi viene in a mente un episodio della mia infanzia che accadde in estate a Fontanigorda.
C’era questa signora bionda che abitava sotto di noi, ricordo perfettamente che un giorno lei mi domandò dove abitassimo a Genova.
Io avrò avuto otto o nove anni e con assoluta convinzione risposi sorridendo:
– In Via Nazario Sauro!
Per inciso non ho mai vissuto in quella strada e all’epoca non l’avevo nemmeno mai vista, solo che dovevo aver sentito da qualche parte il nome di quella via e mi era parso così musicale e piacevole, perfetto per un indirizzo!
Quindi perché no?
Cara signora bionda del piano di sotto, perdoni l’innocente bugia, è che proprio suonava benissimo quella via.
D’altra parte si sa: a noi bambini degli anni ‘70 tra un viaggio immaginario in Scozia e uno in Giappone la fantasia davvero non mancava.

La torta al cioccolato della Signora Mariuccia

La Signora Mariuccia era una mia vicina di casa.
Paziente, affabile, gentile e garbata, era una persona dalle molte doti: la Signora Mariuccia cuciva, lavorava a maglia e aveva, per così dire, le mani d’oro.
La sua era una famiglia numerosa, una di quelle che da sempre facevano parte di questo condominio in quegli anni ‘70 nei quali tutti si conoscevano, in quell’epoca luminosa in cui noi bambini ci trovavamo a casa di uno o dell’altro per giocare insieme dopo la scuola.
Erano anni diversi e chi li ha vissuti lo sa, io sono molto contenta di essere stata piccola ai tempi di Carosello, di Raffaella Carrà e della torta al cioccolato della Signora Mariuccia, abbiamo avuto una bella infanzia noi bambini degli anni ‘70.
La Signora Mariuccia, dicevo, era davvero una persona speciale e faceva questa torta di cioccolato che è sempre stata la protagonista assoluta delle festicciole di compleanno che si tenevano in questo palazzo, infatti poi anche mia mamma imparò a fare questa torta di compleanno.
E non mancavano mai le candeline rosa, ovviamente!
Dunque, questa torta deliziosa ha la caratteristica di avere la parte centrale morbidissima e cremosa, in pratica quanto tagliate la fetta dovete vedere la parte finale della fetta quasi disfarsi nel piatto.
Io ho provato a fare questa torta un paio di volte e non mi è mai venuta: facevo sempre l’errore di cuocerla troppo!
Ci ho riprovato una volta in più, dopo che mia sorella mi ha svelato il segreto per ottenere la torta perfetta: appena il bordo sembra cotto bisogna toglierla subito dal forno, quindi fate anche voi così, mi raccomando!
Ecco quindi la ricetta della torta al cioccolato della Signora Mariuccia io ho dimezzato le dosi ma questa è appunto la dose originale per una torta di compleanno degli anni ‘70 con tanti bambini felici seduti attorno al tavolo, che nostalgia!

4 Etti di farina
4 Etti di zucchero
4 uova
2 Etti di margarina
1 Etto di cacao
¼ di Latte
1 Bustina di Lievito

Lavorare i rossi d’uovo con lo zucchero.
Aggiungere la margarina sciolta sul fuoco (non cotta) e amalgamare bene.
Aggiungere il cacao, la farina e il latte tiepido.
Infine aggiungere i bianchi montati a neve e il lievito.
Mettere il composto in una tortiera imburrata e infornare a caldo (180°/200°) per circa 20 minuti.

Ed ecco fatto, è una ricetta anche piuttosto veloce e semplice se riuscite ad azzeccare il tempo di cottura.
Per me è anche un dolce ricordo d’infanzia e credo che la signora Mariuccia sarebbe davvero contenta di sapere che grandi e piccini possono festeggiare il compleanno o qualche altro importante evento con la sua torta al cioccolato.
Io quest’anno ci sono riuscita, grazie di cuore, cara Signora Mariuccia!

La fontana di Piazza Roma

La fontana di Piazza Roma non è la prima che incontri arrivando a Fontanigorda, tuttavia per me quella lì è sempre stata “la fontana” o comunque una delle mie preferite del paese.
La fontana di Piazza Roma si trova in una zona dove terminano diverse discese – o dove iniziano diverse salite, a seconda dei punti di vista, ecco – e per questa ragione, negli anni della nostra infanzia spericolata, quando cadevamo rovinosamente dalla bicicletta andavamo a bagnare i graffi con l’acqua gelida della fontana e secondo noi passava tutto.
Insomma, noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 eravamo anche un po’ selvatici ma ci sapevamo arrangiare.
E quando correvamo a perdifiato e arrivavamo da quella fontana lì in genere salivamo in piedi sul bordo, piegavamo le ginocchia e con le mani posate sulla fontana bevevamo quell’acqua fresca fresca e ristoratrice.
Che ricordo e che bellezza!
Non eravamo gli unici, chiaramente, a bere alla fontana, alle volte poi lo si faceva con la coppetta del gelato oppure con il bicchierino di plastica richiudibile che la mamma teneva in borsa.
Io non so a voi ma a me pareva sempre che quel bicchiere dovesse chiudersi all’improvviso proprio mentre stavo bevendo, non mi fidavo mica tanto di quell’affare lì!
La fontana di Piazza Roma era poi molto comoda perché noi andavamo sempre a giocare là vicino, a poca distanza c’è infatti il nostro muretto preferito per giocare con le perline.
E apro qui una nostalgica parentesi in ricordo delle tante perline perdute quando, per sfortuna, ti cadeva per terra la scatoletta.
Era una delle cose peggiori che potesse capitare, accidenti!
Ve lo ricordate anche voi vero quanto era difficile recuperare le perline cadute tra gli avvallamenti dell’asfalto?
Ammetto che alle volte, dopo averne raccattate un po’ con l’ago e con certosina pazienza, mi arrendevo e alcune le lasciavo lì, ci voleva un sacco di tempo a tirar su le perline!
Inoltre, per fortuna c’erano sempre le due fornitissime mercerie e anche il mercato al martedì, non rischiavamo certo di restar senza perline per i nostri braccialetti.
E ritorniamo alla nostra cara fontana di Piazza Roma che risale al 1966 ed è decorata con piccola scultura marmorea della Pietà.
In quegli anni ‘70, in quel tempo che era così diverso da questo, su questa piazza di Fontanigorda si affacciavano l’Albergo Fontanella e l’Albergo Roccabruna, quest’ultimo edificio è stato poi con successo convertito in un complesso con abitazioni private.
Eh, ma quando c’era ancora il Roccabruna io mi ricordo bene che i camerieri dell’albergo andavano alla fontana con le brocche a prendere l’acqua deliziosa per i loro clienti.
E anche altre persone avevano questa bella usanza, si andava là con la bottiglia di vetro e si metteva in tavola l’acqua fresca di Fontanigorda.
Io vado sempre a bere a quella fontana, però non salgo più in piedi sul bordo.
La scatola con le perline la tengo a casa in un armadio, penso che potrei fare decine e decine di braccialetti e collanine.
L’acqua sgorga sempre gioiosa dalla fontana di Piazza Roma, fluisce come il tempo che fugge via, a volte, in una maniera che non si sa spiegare.

Feste di compleanno

Le nostre feste di compleanno: noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 ce le ricordiamo molto bene.
Per ognuno di noi la fatidica data era un piccolo evento di grande importanza al quale partecipavano i nostri compagni di classe e gli amici più cari, il compleanno poi si festeggiava rigorosamente a casa propria.
A tal proposito, forse ve ne ricorderete, c’erano due categorie di bambini che all’epoca delle scuole elementari ci parevano, per così dire, più sfortunati degli altri: innanzi tutto mi riferisco a quelli che compivano gli anni in estate, ognuno di noi in quella stagione trascorreva le vacanze in un luogo diverso e chi era nato nei mesi estivi non festeggiava mai il compleanno con i compagni di scuola.
Ancor più sventurati mi sembravano quelli nati il 25 dicembre o comunque a ridosso del Natale, più che altro per il fatto che per loro c’era il rischio concreto di ricevere un unico regalo cumulativo e questa mi pareva un’intollerabile ingiustizia!
Tutti noi altri che invece per puro caso eravamo venuti al mondo nei periodi giusti seguivamo il rituale consueto della festicciola in casa.
Nei favolosi anni ‘70 si usava offrire ai propri amichetti delle ottime merende preparate dalle nostre mamme: c’erano sempre i panini tondi con in mezzo la fetta di salame, le pizzette, i tramezzini, le aranciate e le bibite gassate da bere con le cannucce nei bicchieri grandi.
Alle nostre feste di compleanno poi non poteva certo mancare il fotografo di famiglia, nel mio caso era mio papà a scattare un certo numero le foto che poi venivano stampate e accuratamente riposte negli album insieme a quelle degli altri momenti importanti delle nostre vite.
E così i nostri ricordi se ne stanno ancora là, protetti da leggere veline.
E c’era la torta al cioccolato con le candeline rosa sopra e quella foto lì, fatta mentre si soffiava per spegnerle, era decisamente la più importante.
Eravamo bambini semplici e ci divertivamo con poco: una corda per saltare, una cesta di pentolini, un album da colorare con i pennarelli, i vestiti e gli accessori della Barbie, quelli poi non finivano mai!
E quando era la nostra festa avevamo sempre da aprire i pacchettini donati dagli amici, il nastro e la carta lucida racchiudevano quelle piccole grandi cose che ci rendevano semplicemente felici.
E secondo voi da quale negozio venivano i regali più belli?
E certo, proprio da quel negozio là!
Ho ritrovato un sacchetto in cantina e non mi ricordavo nemmeno di averlo, quando ho visto le faccine gialle e sorridenti alla fine ho sorriso anch’io.
E così mi sono tornate in mente le nostre festicciole, le candeline accese, le foto ricordo, le treccine e le gonnelline a pieghe, i gilet fatti a maglia dalle nonne, i birilli di plastica, le calze bianche e molte altre cose che non ho scritto qui ma che appartengono a quegli anni là.
Erano i giorni belli di tutti noi che eravamo bambini negli anni ‘70.

Le bambine con le spille

Le bambine con le spille eravamo proprio noi.
Poi siamo diventate delle ragazzine con una raccolta di dischi da conservare gelosamente, avevamo pure le magliette con le immagini dei nostri cantanti preferiti, io ne ho possedute diverse dei Duran Duran ed ero particolarmente fortunata perché me le portava mia zia da Londra.
E poi certo, anche allora usavamo le spillette, io ne conservo ancora una degli Who: all’epoca non era certo uno dei miei gruppi preferiti ma avevo circa 14 anni e tenevo una fitta corrispondenza con un amico di penna in Scozia, era un ragazzino che avevo conosciuto al mare e una volta mi inviò una selezione di 45 giri e pure questo gadget per me abbastanza originale.
Più o meno in quel periodo noi ragazzine di quel tempo là eravamo piuttosto affascinate da un certo Terence: sto chiaramente parlando del grande amore di Candy Candy, non so nemmeno se sia il caso di specificarlo in quanto per noi era davvero una sorta di celebrità.
E sì, tra un compito di algebra e un riassunto noi guardavamo i cartoni animati.
Io poi Terence lo ricordo come una travagliata versione moderna del principe azzurro, una mia cara amica dell’epoca ne era letteralmente ammaliata.
Eravamo ragazzine un po’ sognatrici, che volete farci!
E prima di allora siamo state quelle bambine che si preparavano la merenda con il Dolce Forno, quelle che avevano un corredo di vestiti all’ultima moda per le Barbie e quelle che avevano il telaio di legno per fare i braccialetti di perline con il nome.
E poi, ad essere sincera, non sembra nemmeno passato tutto questo tempo, le memorie belle hanno lo straordinario potere di rimanere vive e presenti.
E da qualche parte, siamo ancora i bambini che siamo stati, io di questo sono davvero sicura.
Io poi ho conservato molti oggetti cari della mia infanzia e quando mi capitano tra le mani è sempre un’emozione ed è quello che è accaduto l’altro giorno quando, aprendo una scatola di latta, ho ritrovato alcune spille appartenute a quella me bambina che ogni tanto mi piace ricordare.

So che queste immagini saranno forse una memoria dolce per molte di voi, le ritrovavamo sui quaderni e sui diari di scuola.
Alberi e fiori, gattini e cappelli di paglia, bimbette con grembiulini chiusi sulla schiena con grandi fiocchi, un piccolo universo romantico, quello era il mondo di Holly Hobbie e Sarah Kay ed era anche il nostro.
Ed ecco così le mie spille, ritrovate in scatola insieme alle collane e agli anellini, sono cose del tempo passato che conservo ancora in un cassetto.
Un ricordo di noi che eravamo le bambine con le spille, una piccola memoria che mi strappa un sorriso.
Perché da qualche parte siamo ancora i bambini che siamo stati, io potrei giurarci.

Tutta questa pioggia

Tutta questa pioggia mi ricorda che c’è stato un altro tempo nel quale mi piaceva indossare gli stivali di gomma.
Era l’epoca della scuola, forse ero agli inizi delle superiori e i miei stivali di gomma erano blu.
Gli stivali di gomma sono ovviamente perfetti per saltare nelle pozzanghere ma vanno anche molto bene per camminare sotto la pioggia incuranti di ogni cosa.
Certo, devi indossare calzettoni belli spessi, altrimenti con gli stivali di gomma il freddo si sente eccome!
La perfetta tenuta da pioggia, secondo me, comprendeva anche la classica cerata gialla e io ne avevo una anche se in realtà credo di averla indossata proprio poche volte.
Tutta questa pioggia mi ricorda che in altri anni c’era un magnifico negozio di ombrelli in Via Cairoli: aveva belle vetrine con articoli eleganti e tra l’altro, fatto straordinario, gli ombrelli li riparavano pure e a dirlo adesso sembra proprio strano.
Tutta questa pioggia mi ricorda anche che ad un certo punto ho acquistato il mio primo ombrello trasparente e quello lì era per me proprio un modo speciale di guardare il mondo.
Tutta questa pioggia mi ricorda pure che in quegli anni della scuola non rinunciavamo mai ai nostri giretti in centro, è chiaro che in primo luogo andavamo da Futura: era il negozio più amato da noi ragazzini degli anni ‘70 e ‘80 e l’ho nominato più di una volta su questo blog, Futura era il paradiso delle gommine profumate, dei temperini, degli adesivi, dei quadernetti, delle borsine di stoffa, delle penne di tutti i colori e non solo.
Da lì in genere me ne andavo ai grandi magazzini di Piccapietra e il mio reparto preferito era sempre quello della profumeria ma poi mi piaceva anche guardare i capi di abbigliamento, la cancelleria e le cose belle per la casa.
Un giretto da Croff? Sempre!
E uno sguardo alle vetrine di Quattro Passi? Sempre!
Mi piaceva seguire la moda ma già allora amavo i libri e anche le mie librerie erano sotto i portici: una era la magnifica Liguria Libri e Dischi, quanto tempo ho trascorso tra quegli scaffali!
E poi andavo sempre alla Di Stefano, quella di Via Ceccardi era la mia preferita e aveva anche un intero reparto dedicato solo ai libri in lingua straniera: subito all’ingresso c’era una scaletta che conduceva a questa zona stipata di romanzi inglesi, vocabolari, volumi di poesie e viaggi bellissimi.
E continua a scendere tutta questa pioggia, ogni tanto il sole si fa largo tra le nuvole e illumina le pozze d’acqua.
E io gironzolo ancora per la mia Genova mentre affiorano i colori, leggeri e luminosi come certi ricordi.

Margherite, soffioni e merende d’infanzia

Nel tempo dell’estate sbocciano generosi i fiori dai colori sgargianti.
Da grande non ho mai avuto la tentazione di coglierli, mi piace ammirarli e vederli dondolare al vento sui loro fragili steli ma preferisco sempre lasciarli là dove crescono liberi e selvaggi.
Da piccola le cose erano un po’ diverse: la natura per i bambini è meravigliosa scoperta ed io certo non facevo eccezione.
Raccoglievo fiori, foglie, nocciole acerbe e frutti di bosco.
E tra le mie vittime predilette c’erano sempre le povere margherite: alzi la mano chi di voi non ha fatto m’ama non m’ama almeno una volta nella vita.
È proprio quella la sventura di questi semplici fiori: sono legati a questo giochetto che ci spingeva a spogliarli inutilmente di tutti i loro petali.
E così, nel tempo della mia età adulta, con un certo ritardo vorrei chiedere perdono a tutte le misere margheritine che hanno avuto la sfortuna di capitare tra le mie dita di bimba, poverette!
Allo stesso modo ritengo di dovere delle scuse sincere alle decine di soffioni nei quali mi sono imbattuta nella mia infanzia.
Ah, i soffioni, effimeri e caduchi, non me ne sfuggiva uno!

Io li vedevo ondeggiare sui prati e non sapevo resistere.
– Un soffione! – correvo subito a coglierlo, poi gonfiavo le guance più che potevo e soffiando fortissimo spargevo da tutte le parti quella candida leggerezza.
Che bellezza e che divertimento!
Cari soffioni della mia infanzia, non mi sono dimenticata quella gran soddisfazione, all’epoca si era veramente felici con poco, ogni tanto dovremmo pure ricordarcelo.
E tra le meraviglie di quei pomeriggi del passato rammento con particolare nostalgia una delle mie merende preferite e quelli che sono stati bambini negli anni ’70 certamente conserveranno questa dolce memoria.
Era come una piccola mattonella rettangolare, diciamo così, era delle dimensioni adatte per le nostre manine.
Era un biscotto delizioso: un wafer ricoperto di cioccolato e quando lo mordevi faceva crac!
Una bontà assoluta, un’autentica delizia, accidenti.
Dai, avete indovinato di cosa sto parlando?
Io facendo un po’ di confusione lo chiamavo Ravasai ma era universalmente noto come Urrà Saiwa.
Vedo i vostri volti illuminarsi di gioia, so bene che quel biscotto era apprezzato da molti di noi, io ne andavo letteralmente matta.
Ora poi non so per quale caspita di ragione ad un certo punto questa magnifica merenda è sparita dalla circolazione: ogni volta che ci penso me ne dispiaccio!
E in effetti da allora sono passati parecchi anni e tante cose sono cambiate.
Allora, dai, facciamo un patto, per così dire.
Io prometto di non sfogliare mai più le povere margherite come facevo una volta, del resto ve l’ho detto, ho smesso da parecchio.
E mi asterrò persino da soffiare sui soffioni, la tentazione è sempre forte ma ce la farò.
In cambio ridatemi subito il mio Ravasai, per cortesia: ancora adesso sarebbe la mia merenda preferita.

Quando prendevamo il vecchio autobus arancione

Quando prendevamo il vecchio autobus arancione le attese alle fermate erano un po’ impazienti, non certo perché i mezzi pubblici tardavano: eravamo noi, piuttosto, ad avere fretta.
Fretta di vivere, di andare, di incontrare quelli della nostra compagnia di amici e di perdere tempo a modo nostro, a quell’età in effetti il valore del tempo è tutto diverso.
E a quanto sembra su quegli autobus là si entrava solo dalla porta posteriore e le altre due porte erano riservate alle uscite: io questo particolare lo avevo scordato, me ne sono accorta quando ho visto a De Ferrari uno di quei mezzi d’antan di smagliante color arancio.
E a dire tutta la verità neanche mi ricordo come fossero precisamente gli autobus che prendevamo le prime volte che uscivamo da soli, ecco.
Però una cosa la so molto bene: la buona educazione esige che i più giovani cedano il posto a sedere e questa cosa a noi l’avevano insegnata e ripetuta infinite volte e così noi rispettavamo le regole, eccome!
Quando prendevamo quegli autobus là alle volte ci si incontrava lungo il percorso.
In questo quartiere usavamo il 30 o il 33, come alcuni ricorderanno una di queste due linee terminava la sua corsa davanti a Brignole e chissà perché io resto convinta che anche l’attuale 36 che ha rimpiazzato le due precedenti faccia capolinea lì.
Non c’è verso, ogni volta che sono sul 36 finisco sempre per constatare con un certo stupore che il l’autobus prosegue allegramente la sua corsa fino in Piazza Merani, caspita!
Quando prendevamo l’autobus arancione mica era così, proprio per niente.

Quando prendevamo l’autobus arancione di norma avevamo sulle spalle uno zainetto.
E il walkman in tasca, la musicassetta girava e noi ascoltavamo all’infinito l’ultimo album dei Duran Duran.
E inoltre portavamo anche quegli orrendi scaldamuscoli di lana, a pensarci adesso erano veramente terrificanti, per non parlare poi delle giacche con le spalline.
Quando prendevamo quegli autobus là scendevamo a delle fermate che oggi non esistono più: ad esempio a Corvetto, davanti al fioraio, per capirci.
Ed era perfetto per noi: così facevamo prima ad andare da Futura, uno di quei negozi dove ho passato ore, ore ed ore.
Tutti i genovesi della mia generazione hanno memoria di quello scrigno di tesori dove compravamo penne, matite e gomme profumate, adesivi e temperini di plastica, portamonete, stilografiche, borse di stoffa, diari e quaderni, gadgets dai colori pastello, io ho ancora impressa nella mente quell’atmosfera.
E poi, quando prendevamo l’autobus arancione, nessuno poteva trovarci: mica avevamo un telefono in tasca, non so mica dirvi se fossimo più sfortunati!
E tra di noi c’era anche qualcuno che aveva un fantastico Ciao, che invidia per quelli che disponevano di due ruote per muoversi!
E insomma, era proprio tutta un’altra musica.
A volte, in qualche circostanza particolare, di recente mi è capitato di vedere quel vecchio autobus arancione di un tempo diverso.
E così, non per caso, mi sono ritrovata a canticchiare qualche vecchia canzone dei Duran Duran.

I quaderni delle elementari

Ed è settembre e a breve inizierà la scuola, uno dei viaggi più avventurosi che si possano intraprendere.
E ditemi, voi ricordate in quale momento esatto avete imparato a scrivere?
Io a dire il vero non ne ho memoria precisa e oltre tutto appartengo all’eletta schiera dei mancini, da adulta ho persino tentato di imparare a scrivere con la destra e dopo essermi esercitata un po’ con le aste ho gettato la spugna, era veramente una fatica improba!
In prima elementare però, come tutti, anch’io sono riuscita ad apprendere velocemente l’arte della scrittura e ancora conservo quei miei quaderni di prima elementare pieni zeppi di vocali tremolanti e consonanti sbilenche.
E così oggi, con vero orgoglio, vi mostrerò alcuni dei miei capolavori.
Nelle gloriose aule della Mazzini ci si esercitava di continuo con le matite rosse e nere e si cercava di districarsi tra aghi, ghiri e poi funghi, mughetti e ghiande, un lavoraccio!

I miei quaderni delle elementari sono ricchi di colori, di sbavature e di vita.
E sono densi anche di magnifiche scoperte o semplici constatazioni che restano comunque anche adesso fonte di stupore e meraviglia.

Su quelle pagine a quadretti ci sono anche rime e filastrocche.
E poi una volta diventati adulti si pensa di averle dimenticate ma non è mai realmente così, tutto resta in qualche angolo della memoria e basta che gli occhi scorrano su certe parole perché ci venga subito in mente tutto quello che credevamo di aver scordato.
E dite un po’, vi ricordate questa cosa qui?

Sono certa che alcuni di voi stanno già ripetendo a voce alta il seguito della storiella che fa così: venerdì fu un bel pulcino, beccò sabato un granino, la domenica mattina aveva già la sua crestina.
Eh, noi studiavamo quelle cose lì, non so se i bambini di adesso facciano lo stesso!
Sul mio quaderno di quel tempo andato ci sono poi anche altre cose meravigliose come ad esempio il girotondo del ghi e del ghe che prosegue esattamente così.

E poi continua in questa maniera: tanti funghi grossi o lunghi, ghiaccio e aghi, ghiaia e maghi.
Girotondo del ghi e del ghe, scrivine ora uno da te.
Sono da molto tempo lontana dal mondo della scuola e immagino che le cose siano molto cambiate e sono anche certa che tra voi lettori ci siano persone che come me hanno imparato a diventare grandi proprio in questa maniera.
Eravamo bambini negli anni ‘70 e avevamo la cartella sulle spalle e il grembiulino bianco.
Imparavamo ogni giorno qualcosa di nuovo e sui nostri quaderni c’erano quelle belle parole a volte difficili da scrivere, c’erano le annotazioni della maestra e i suoi elogi che ci incoraggiavano a fare sempre meglio.
Sui nostri quaderni c’erano le nostre frasette, gli esercizi, i sogni e i disegni.
E alberi, sole brillante, cielo azzurro, nel tempo delle fiabe e della scuola elementare.