Feste di compleanno

Le nostre feste di compleanno: noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 ce le ricordiamo molto bene.
Per ognuno di noi la fatidica data era un piccolo evento di grande importanza al quale partecipavano i nostri compagni di classe e gli amici più cari, il compleanno poi si festeggiava rigorosamente a casa propria.
A tal proposito, forse ve ne ricorderete, c’erano due categorie di bambini che all’epoca delle scuole elementari ci parevano, per così dire, più sfortunati degli altri: innanzi tutto mi riferisco a quelli che compivano gli anni in estate, ognuno di noi in quella stagione trascorreva le vacanze in un luogo diverso e chi era nato nei mesi estivi non festeggiava mai il compleanno con i compagni di scuola.
Ancor più sventurati mi sembravano quelli nati il 25 dicembre o comunque a ridosso del Natale, più che altro per il fatto che per loro c’era il rischio concreto di ricevere un unico regalo cumulativo e questa mi pareva un’intollerabile ingiustizia!
Tutti noi altri che invece per puro caso eravamo venuti al mondo nei periodi giusti seguivamo il rituale consueto della festicciola in casa.
Nei favolosi anni ‘70 si usava offrire ai propri amichetti delle ottime merende preparate dalle nostre mamme: c’erano sempre i panini tondi con in mezzo la fetta di salame, le pizzette, i tramezzini, le aranciate e le bibite gassate da bere con le cannucce nei bicchieri grandi.
Alle nostre feste di compleanno poi non poteva certo mancare il fotografo di famiglia, nel mio caso era mio papà a scattare un certo numero le foto che poi venivano stampate e accuratamente riposte negli album insieme a quelle degli altri momenti importanti delle nostre vite.
E così i nostri ricordi se ne stanno ancora là, protetti da leggere veline.
E c’era la torta al cioccolato con le candeline rosa sopra e quella foto lì, fatta mentre si soffiava per spegnerle, era decisamente la più importante.
Eravamo bambini semplici e ci divertivamo con poco: una corda per saltare, una cesta di pentolini, un album da colorare con i pennarelli, i vestiti e gli accessori della Barbie, quelli poi non finivano mai!
E quando era la nostra festa avevamo sempre da aprire i pacchettini donati dagli amici, il nastro e la carta lucida racchiudevano quelle piccole grandi cose che ci rendevano semplicemente felici.
E secondo voi da quale negozio venivano i regali più belli?
E certo, proprio da quel negozio là!
Ho ritrovato un sacchetto in cantina e non mi ricordavo nemmeno di averlo, quando ho visto le faccine gialle e sorridenti alla fine ho sorriso anch’io.
E così mi sono tornate in mente le nostre festicciole, le candeline accese, le foto ricordo, le treccine e le gonnelline a pieghe, i gilet fatti a maglia dalle nonne, i birilli di plastica, le calze bianche e molte altre cose che non ho scritto qui ma che appartengono a quegli anni là.
Erano i giorni belli di tutti noi che eravamo bambini negli anni ‘70.

Le bambine con le spille

Le bambine con le spille eravamo proprio noi.
Poi siamo diventate delle ragazzine con una raccolta di dischi da conservare gelosamente, avevamo pure le magliette con le immagini dei nostri cantanti preferiti, io ne ho possedute diverse dei Duran Duran ed ero particolarmente fortunata perché me le portava mia zia da Londra.
E poi certo, anche allora usavamo le spillette, io ne conservo ancora una degli Who: all’epoca non era certo uno dei miei gruppi preferiti ma avevo circa 14 anni e tenevo una fitta corrispondenza con un amico di penna in Scozia, era un ragazzino che avevo conosciuto al mare e una volta mi inviò una selezione di 45 giri e pure questo gadget per me abbastanza originale.
Più o meno in quel periodo noi ragazzine di quel tempo là eravamo piuttosto affascinate da un certo Terence: sto chiaramente parlando del grande amore di Candy Candy, non so nemmeno se sia il caso di specificarlo in quanto per noi era davvero una sorta di celebrità.
E sì, tra un compito di algebra e un riassunto noi guardavamo i cartoni animati.
Io poi Terence lo ricordo come una travagliata versione moderna del principe azzurro, una mia cara amica dell’epoca ne era letteralmente ammaliata.
Eravamo ragazzine un po’ sognatrici, che volete farci!
E prima di allora siamo state quelle bambine che si preparavano la merenda con il Dolce Forno, quelle che avevano un corredo di vestiti all’ultima moda per le Barbie e quelle che avevano il telaio di legno per fare i braccialetti di perline con il nome.
E poi, ad essere sincera, non sembra nemmeno passato tutto questo tempo, le memorie belle hanno lo straordinario potere di rimanere vive e presenti.
E da qualche parte, siamo ancora i bambini che siamo stati, io di questo sono davvero sicura.
Io poi ho conservato molti oggetti cari della mia infanzia e quando mi capitano tra le mani è sempre un’emozione ed è quello che è accaduto l’altro giorno quando, aprendo una scatola di latta, ho ritrovato alcune spille appartenute a quella me bambina che ogni tanto mi piace ricordare.

So che queste immagini saranno forse una memoria dolce per molte di voi, le ritrovavamo sui quaderni e sui diari di scuola.
Alberi e fiori, gattini e cappelli di paglia, bimbette con grembiulini chiusi sulla schiena con grandi fiocchi, un piccolo universo romantico, quello era il mondo di Holly Hobbie e Sarah Kay ed era anche il nostro.
Ed ecco così le mie spille, ritrovate in scatola insieme alle collane e agli anellini, sono cose del tempo passato che conservo ancora in un cassetto.
Un ricordo di noi che eravamo le bambine con le spille, una piccola memoria che mi strappa un sorriso.
Perché da qualche parte siamo ancora i bambini che siamo stati, io potrei giurarci.

Tutta questa pioggia

Tutta questa pioggia mi ricorda che c’è stato un altro tempo nel quale mi piaceva indossare gli stivali di gomma.
Era l’epoca della scuola, forse ero agli inizi delle superiori e i miei stivali di gomma erano blu.
Gli stivali di gomma sono ovviamente perfetti per saltare nelle pozzanghere ma vanno anche molto bene per camminare sotto la pioggia incuranti di ogni cosa.
Certo, devi indossare calzettoni belli spessi, altrimenti con gli stivali di gomma il freddo si sente eccome!
La perfetta tenuta da pioggia, secondo me, comprendeva anche la classica cerata gialla e io ne avevo una anche se in realtà credo di averla indossata proprio poche volte.
Tutta questa pioggia mi ricorda che in altri anni c’era un magnifico negozio di ombrelli in Via Cairoli: aveva belle vetrine con articoli eleganti e tra l’altro, fatto straordinario, gli ombrelli li riparavano pure e a dirlo adesso sembra proprio strano.
Tutta questa pioggia mi ricorda anche che ad un certo punto ho acquistato il mio primo ombrello trasparente e quello lì era per me proprio un modo speciale di guardare il mondo.
Tutta questa pioggia mi ricorda pure che in quegli anni della scuola non rinunciavamo mai ai nostri giretti in centro, è chiaro che in primo luogo andavamo da Futura: era il negozio più amato da noi ragazzini degli anni ‘70 e ‘80 e l’ho nominato più di una volta su questo blog, Futura era il paradiso delle gommine profumate, dei temperini, degli adesivi, dei quadernetti, delle borsine di stoffa, delle penne di tutti i colori e non solo.
Da lì in genere me ne andavo ai grandi magazzini di Piccapietra e il mio reparto preferito era sempre quello della profumeria ma poi mi piaceva anche guardare i capi di abbigliamento, la cancelleria e le cose belle per la casa.
Un giretto da Croff? Sempre!
E uno sguardo alle vetrine di Quattro Passi? Sempre!
Mi piaceva seguire la moda ma già allora amavo i libri e anche le mie librerie erano sotto i portici: una era la magnifica Liguria Libri e Dischi, quanto tempo ho trascorso tra quegli scaffali!
E poi andavo sempre alla Di Stefano, quella di Via Ceccardi era la mia preferita e aveva anche un intero reparto dedicato solo ai libri in lingua straniera: subito all’ingresso c’era una scaletta che conduceva a questa zona stipata di romanzi inglesi, vocabolari, volumi di poesie e viaggi bellissimi.
E continua a scendere tutta questa pioggia, ogni tanto il sole si fa largo tra le nuvole e illumina le pozze d’acqua.
E io gironzolo ancora per la mia Genova mentre affiorano i colori, leggeri e luminosi come certi ricordi.

Margherite, soffioni e merende d’infanzia

Nel tempo dell’estate sbocciano generosi i fiori dai colori sgargianti.
Da grande non ho mai avuto la tentazione di coglierli, mi piace ammirarli e vederli dondolare al vento sui loro fragili steli ma preferisco sempre lasciarli là dove crescono liberi e selvaggi.
Da piccola le cose erano un po’ diverse: la natura per i bambini è meravigliosa scoperta ed io certo non facevo eccezione.
Raccoglievo fiori, foglie, nocciole acerbe e frutti di bosco.
E tra le mie vittime predilette c’erano sempre le povere margherite: alzi la mano chi di voi non ha fatto m’ama non m’ama almeno una volta nella vita.
È proprio quella la sventura di questi semplici fiori: sono legati a questo giochetto che ci spingeva a spogliarli inutilmente di tutti i loro petali.
E così, nel tempo della mia età adulta, con un certo ritardo vorrei chiedere perdono a tutte le misere margheritine che hanno avuto la sfortuna di capitare tra le mie dita di bimba, poverette!
Allo stesso modo ritengo di dovere delle scuse sincere alle decine di soffioni nei quali mi sono imbattuta nella mia infanzia.
Ah, i soffioni, effimeri e caduchi, non me ne sfuggiva uno!

Io li vedevo ondeggiare sui prati e non sapevo resistere.
– Un soffione! – correvo subito a coglierlo, poi gonfiavo le guance più che potevo e soffiando fortissimo spargevo da tutte le parti quella candida leggerezza.
Che bellezza e che divertimento!
Cari soffioni della mia infanzia, non mi sono dimenticata quella gran soddisfazione, all’epoca si era veramente felici con poco, ogni tanto dovremmo pure ricordarcelo.
E tra le meraviglie di quei pomeriggi del passato rammento con particolare nostalgia una delle mie merende preferite e quelli che sono stati bambini negli anni ’70 certamente conserveranno questa dolce memoria.
Era come una piccola mattonella rettangolare, diciamo così, era delle dimensioni adatte per le nostre manine.
Era un biscotto delizioso: un wafer ricoperto di cioccolato e quando lo mordevi faceva crac!
Una bontà assoluta, un’autentica delizia, accidenti.
Dai, avete indovinato di cosa sto parlando?
Io facendo un po’ di confusione lo chiamavo Ravasai ma era universalmente noto come Urrà Saiwa.
Vedo i vostri volti illuminarsi di gioia, so bene che quel biscotto era apprezzato da molti di noi, io ne andavo letteralmente matta.
Ora poi non so per quale caspita di ragione ad un certo punto questa magnifica merenda è sparita dalla circolazione: ogni volta che ci penso me ne dispiaccio!
E in effetti da allora sono passati parecchi anni e tante cose sono cambiate.
Allora, dai, facciamo un patto, per così dire.
Io prometto di non sfogliare mai più le povere margherite come facevo una volta, del resto ve l’ho detto, ho smesso da parecchio.
E mi asterrò persino da soffiare sui soffioni, la tentazione è sempre forte ma ce la farò.
In cambio ridatemi subito il mio Ravasai, per cortesia: ancora adesso sarebbe la mia merenda preferita.

Quando prendevamo il vecchio autobus arancione

Quando prendevamo il vecchio autobus arancione le attese alle fermate erano un po’ impazienti, non certo perché i mezzi pubblici tardavano: eravamo noi, piuttosto, ad avere fretta.
Fretta di vivere, di andare, di incontrare quelli della nostra compagnia di amici e di perdere tempo a modo nostro, a quell’età in effetti il valore del tempo è tutto diverso.
E a quanto sembra su quegli autobus là si entrava solo dalla porta posteriore e le altre due porte erano riservate alle uscite: io questo particolare lo avevo scordato, me ne sono accorta quando ho visto a De Ferrari uno di quei mezzi d’antan di smagliante color arancio.
E a dire tutta la verità neanche mi ricordo come fossero precisamente gli autobus che prendevamo le prime volte che uscivamo da soli, ecco.
Però una cosa la so molto bene: la buona educazione esige che i più giovani cedano il posto a sedere e questa cosa a noi l’avevano insegnata e ripetuta infinite volte e così noi rispettavamo le regole, eccome!
Quando prendevamo quegli autobus là alle volte ci si incontrava lungo il percorso.
In questo quartiere usavamo il 30 o il 33, come alcuni ricorderanno una di queste due linee terminava la sua corsa davanti a Brignole e chissà perché io resto convinta che anche l’attuale 36 che ha rimpiazzato le due precedenti faccia capolinea lì.
Non c’è verso, ogni volta che sono sul 36 finisco sempre per constatare con un certo stupore che il l’autobus prosegue allegramente la sua corsa fino in Piazza Merani, caspita!
Quando prendevamo l’autobus arancione mica era così, proprio per niente.

Quando prendevamo l’autobus arancione di norma avevamo sulle spalle uno zainetto.
E il walkman in tasca, la musicassetta girava e noi ascoltavamo all’infinito l’ultimo album dei Duran Duran.
E inoltre portavamo anche quegli orrendi scaldamuscoli di lana, a pensarci adesso erano veramente terrificanti, per non parlare poi delle giacche con le spalline.
Quando prendevamo quegli autobus là scendevamo a delle fermate che oggi non esistono più: ad esempio a Corvetto, davanti al fioraio, per capirci.
Ed era perfetto per noi: così facevamo prima ad andare da Futura, uno di quei negozi dove ho passato ore, ore ed ore.
Tutti i genovesi della mia generazione hanno memoria di quello scrigno di tesori dove compravamo penne, matite e gomme profumate, adesivi e temperini di plastica, portamonete, stilografiche, borse di stoffa, diari e quaderni, gadgets dai colori pastello, io ho ancora impressa nella mente quell’atmosfera.
E poi, quando prendevamo l’autobus arancione, nessuno poteva trovarci: mica avevamo un telefono in tasca, non so mica dirvi se fossimo più sfortunati!
E tra di noi c’era anche qualcuno che aveva un fantastico Ciao, che invidia per quelli che disponevano di due ruote per muoversi!
E insomma, era proprio tutta un’altra musica.
A volte, in qualche circostanza particolare, di recente mi è capitato di vedere quel vecchio autobus arancione di un tempo diverso.
E così, non per caso, mi sono ritrovata a canticchiare qualche vecchia canzone dei Duran Duran.

I quaderni delle elementari

Ed è settembre e a breve inizierà la scuola, uno dei viaggi più avventurosi che si possano intraprendere.
E ditemi, voi ricordate in quale momento esatto avete imparato a scrivere?
Io a dire il vero non ne ho memoria precisa e oltre tutto appartengo all’eletta schiera dei mancini, da adulta ho persino tentato di imparare a scrivere con la destra e dopo essermi esercitata un po’ con le aste ho gettato la spugna, era veramente una fatica improba!
In prima elementare però, come tutti, anch’io sono riuscita ad apprendere velocemente l’arte della scrittura e ancora conservo quei miei quaderni di prima elementare pieni zeppi di vocali tremolanti e consonanti sbilenche.
E così oggi, con vero orgoglio, vi mostrerò alcuni dei miei capolavori.
Nelle gloriose aule della Mazzini ci si esercitava di continuo con le matite rosse e nere e si cercava di districarsi tra aghi, ghiri e poi funghi, mughetti e ghiande, un lavoraccio!

I miei quaderni delle elementari sono ricchi di colori, di sbavature e di vita.
E sono densi anche di magnifiche scoperte o semplici constatazioni che restano comunque anche adesso fonte di stupore e meraviglia.

Su quelle pagine a quadretti ci sono anche rime e filastrocche.
E poi una volta diventati adulti si pensa di averle dimenticate ma non è mai realmente così, tutto resta in qualche angolo della memoria e basta che gli occhi scorrano su certe parole perché ci venga subito in mente tutto quello che credevamo di aver scordato.
E dite un po’, vi ricordate questa cosa qui?

Sono certa che alcuni di voi stanno già ripetendo a voce alta il seguito della storiella che fa così: venerdì fu un bel pulcino, beccò sabato un granino, la domenica mattina aveva già la sua crestina.
Eh, noi studiavamo quelle cose lì, non so se i bambini di adesso facciano lo stesso!
Sul mio quaderno di quel tempo andato ci sono poi anche altre cose meravigliose come ad esempio il girotondo del ghi e del ghe che prosegue esattamente così.

E poi continua in questa maniera: tanti funghi grossi o lunghi, ghiaccio e aghi, ghiaia e maghi.
Girotondo del ghi e del ghe, scrivine ora uno da te.
Sono da molto tempo lontana dal mondo della scuola e immagino che le cose siano molto cambiate e sono anche certa che tra voi lettori ci siano persone che come me hanno imparato a diventare grandi proprio in questa maniera.
Eravamo bambini negli anni ‘70 e avevamo la cartella sulle spalle e il grembiulino bianco.
Imparavamo ogni giorno qualcosa di nuovo e sui nostri quaderni c’erano quelle belle parole a volte difficili da scrivere, c’erano le annotazioni della maestra e i suoi elogi che ci incoraggiavano a fare sempre meglio.
Sui nostri quaderni c’erano le nostre frasette, gli esercizi, i sogni e i disegni.
E alberi, sole brillante, cielo azzurro, nel tempo delle fiabe e della scuola elementare.

Due casette molto speciali

Le due casette prefabbricate di Fontanigorda si trovano un po’ fuori dal paese, lungo la strada che porta a Casanova.
Negli anni ’70, noi bambini eravamo sempre in giro e spesso facevamo le nostre scorribande in bicicletta verso il mulino così chiaramente passavamo davanti alle casette che allora per me avevano un fascino tutto speciale.
Ora, devo dire che non ho mai conosciuto i nomi dei proprietari di queste abitazioni sulle quali ho a lungo fantasticato da bambina, all’epoca in proposito io avevo le idee molto chiare.
Quelle erano casette straordinarie, ne ero certa: le case erano prefabbricate e questo dettaglio le rendeva ai miei occhi assolutamente sensazionali.
Non si trattava di case costruite in solida pietra o con le travi di legno: queste erano case moderne e solo per un caso fortuito si trovavano in Val Trebbia, avrebbero potuto essere in qualunque altro luogo.
Capite?
E insomma, a mio insindacabile parere casette simili avrebbero potuto essere collocate in California o nel New Jersey, tanto per dire.
Erano talmente innovative da essere uniche, in un certo senso.
E si trovavano in quel punto, dove la strada si snoda sinuosa come una musica.

Le casette prefabbricate hanno intorno boschi e prati e da un lato c’è l’orto, mi ricordo che in altri anni una delle due aveva un colore verde salvia.
E per l’appunto, essendo case speciali, chiaramente io pensavo che fossero abitate da persone altrettanto particolari.
Ad esempio, una tipica famiglia americana con una schiera di figli biondi e bellissimi, tipo la famiglia Bradford.
Ora, chiaramente la logica dovrebbe aiutare a trarre certe conclusioni.
Come mai questi delle casette non si vedevano mai in paese?
Perché nessuno di loro veniva mai a far la spesa?
E per quale motivo tutti i loro bambini biondi non venivano mai a giocare con noi?
Non si vedevano neanche nei giorni di mercato, quando si andava a comprare le bolle di sapone!
La fantasia e la logica non vanno tanto d’accordo, quindi io non mi sono nemmeno mai posta tutte queste domande senza costrutto.
Ero certissima che in quelle casette ci fosse la cucina con l’isola centrale e tutti gli elettrodomestici del caso, proprio come nei telefilm.
Poi c’era la scala, altro dettaglio non trascurabile, nelle camere dei bambini c’erano i letti a castello.
E si faceva colazione con enormi tazze di latte, ovviamente.
E c’era un salotto con un tavolino al centro, il caminetto e la televisione.
Erano gli anni ’70 e io passavo in bici con le mie amiche davanti alle casette prefabbricate di Fontanigorda.
E c’era questo mondo fantastico e favoloso ed era proprio là, dove la strada si snoda con quelle curve meravigliose.

Miss Fletcher torna a scuola

Scrivere le pagine di un blog regala sorprese e cose molto belle, ancora una volta con mia grande gioia vi dico che davvero non smetto mai di stupirmi.
Ed ecco il racconto di una splendida esperienza della quale ringrazio di cuore la maestra Emanuela, lo devo a lei se sono tornata in un’aula delle elementari.
La maestra Emanuela mi ha cercata e mi ha invitata a parlare ai bambini della Maria Mazzini, la scuola che ho frequentato negli anni’70.
E così pochi giorni fa ho incontrato i piccoli studenti di tre sezioni di quarta elementare e a loro ho raccontato la storia della nostra scuola.

Dunque, come vi posso spiegare un’emozione come questa?
Io nella mia scuola sono tornata diverse volte nel corso degli anni e soltanto per gli appuntamenti elettorali in quanto la Mazzini è sede di seggio.
Poi, un giorno, quasi per caso mi sono ritrovata in uno dei saloni con davanti file e file di sedie occupate da giovani scolari curiosi.
E c’erano mani alzate, domande, silenzi e brusii, sorrisi e stupori, la scuola era molto diversa negli anni ‘70.
Le cose cambiano e come sapete adesso l’insegnamento si avvale anche delle nuove tecnologie, questi bambini durante le lezioni usano con disinvoltura dispositivi elettronici di ultima generazione.
Sono intelligenti, vivaci, curiosi, entusiasti ed eravamo così anche noi che siamo stati bambini negli anni ‘70.
Hanno ascoltato con grande interesse la storia della loro scuola, ne scrissi su questo blog in questo articolo, raccontarla a loro è tutta un’altra storia, è ben più divertente!

Si sono stupiti del fatto che noi avessimo una sola maestra e mi hanno persino chiesto come sia possibile che io mi ricordi il suo nome.
E poi abbiamo parlato del quartiere e di alcuni cambiamenti della zona, dei pasticcini di Morbelli, dei quaderni e delle penne che compravamo da Gotelli e di come siano mutate certe parti del quartiere.
E loro hanno fatto tante domande, mi hanno chiesto come andavamo a scuola e a che ora entravamo, ad un interrogativo non ho ho saputo rispondere.
E già, infatti un bambino mi ha chiesto il nome del primo dirigente scolastico della Mazzini e a dire il vero proprio non lo so, è una notizia che mi manca!
Le scale che conducono alle classi sono sempre quelle e guardarle in questa maniera è una sensazione davvero bella.

E poi, poi ho raccontato delle nostre lezioni di musica e canto, noi eravamo accompagnati da un’insegnante che suonava per noi il pianoforte.
Ecco, esattamente in questa stanza dove mi è capitato di parlare in un angolo c’è un vecchio pianoforte nero e mi hanno detto che non lo usa più nessuno.
Chissà, sarà proprio quel pianoforte? Eh, secondo me è molto probabile!

Ringrazio tutti per la bella partecipazione e l’entusiasmo, grazie alla maestra Emanuela e alle sue colleghe, grazie a tutti i bambini per l’ascolto, i sorrisi e le domande.
Le scale, le aule, la campanella.
I quaderni a quadretti, il gesso e la lavagna e quel tempo che non si può dimenticare, lo ricorderanno con tenerezza anche coloro che sono bambini adesso.
Quel tempo lo abbiamo vissuto qui, nelle aule della Scuola Elementare Maria Mazzini.

Le cartoline dello Zio Mimi

Le cartoline dello Zio Mimi arrivavano da molto lontano e quando il postino le depositava nella buca delle lettere lasciava per noi una sorta di piccolo sogno.
Lo zio si chiamava Domenico ma per tutti è sempre stato Mimi, lui era il fratello del mio nonno materno, quindi iniziò a spedire le cartoline a mia mamma e in seguito a me e a mia sorella.
D’un tratto, poi, ha smesso di mandarle.
Lo zio Mimi era commissario di bordo sulle navi da crociera e le sue cartoline avevano sempre quel timbro : VIA AIR MAIL.
Le cartoline dello zio Mimi provenivano da luoghi mai veduti dai nomi affascinanti: Puerto Rico, Grenada, Nassau, Barbados, Aruba.
E poi New York, Messico, Newport e varie località della Florida.
Sulle sue cartoline c’erano sempre delle immagini speciali di posti esotici e paradisiaci.
Spiagge bianche, insenature, isole verdeggianti, delfini, palme, barche a vela, case colorate, chiese moderne, fioriture generose, turisti sfaccendati, ville con il portico, giardini rigogliosi e mercati della frutta.
In una si vede un tale con una tela montata su un cavalletto, ha pennelli e pitture e di fronte un magnifico panorama marino.

Tra le cartoline inviate dallo zio Mimi le mie preferite erano quelle delle Bermuda.
Intanto i francobolli erano bellissimi e poi quel nome rimandava alla mia fantasia di bambina l’immagine di un’isola dove tutti erano straordinariamente felici, tutti giravano in calzoncini al ginocchio e camicia a fiori e il sole splendeva sempre.
Tra l’altro, mi si diceva che lo zio Mimi andasse fin laggiù per questioni di lavoro e a dirvi il vero io non ne sono mai stata troppo convinta.
Secondo me le cose funzionavano più o meno così.
Lui si metteva in viaggio per queste terre lontane e quando la nave si avvicinava alle isole lo Zio Mimi se ne andava sul ponte a guardare il profilo della costa.
Poi scendeva a terra e tutti lo salutavano, per me era ovvio che laggiù tutti lo conoscessero.
Quindi lo Zio Mimi se ne andava a gironzolare beato per quelle cittadine dove c’erano pontili, fari, spiagge infinite, ombrelloni e ville con il portico.
Tra il resto lo Zio Mimi era sempre abbronzato, non sembrava proprio che trascorresse il suo tempo a lavorare, io ero più che sicura che lui fosse perennemente in vacanza.
E ho anche sempre pensato che a lui piacesse la sua vita avventurosa, per me era tutto incredibile: lo zio Mimi aveva visto il mondo.
Ora le sue cartoline stanno tutte in una scatola, sono davvero tante e sono tutte diverse.
Su alcune di esse ci sono dei disegni che rappresentano particolari zone geografiche e ci sono frutti, pesci, barche, uccelli, persone che ballano, un pirata con un forziere, fiori e mare azzurro.
C’era tutto un mondo fantastico che non avevo mai veduto in quelle cartoline.
C’era la bellezza infantile di immaginare il mondo meraviglioso dello zio Mimi.

Giocare al tempo della Lira

Giorni fa, cercando alcuni oggetti in cantina, ho fatto un fortunato ritrovamento.
Vi ho già detto che io tengo tutto, vero?
Ecco, certi reperti non ricordo nemmeno di averli conservati fino a quando, come per magia, spuntano fuori all’improvviso.
E dunque, parliamo di una quisquilia che tutte coloro che sono state bambine negli anni ‘70 hanno posseduto.
Signore e signori, ecco a voi il mio portamonete con i pallini!
L’ho sempre chiamato così e non vedo perché dovrei cambiare adesso, vi sembra?
Meraviglia!

Nel prenderlo in mano ho notato che era un po’ ciccione, quindi doveva esserci dentro qualcosa.
Per la verità ho vissuto anche qualche istante di tensione perché, con mio estremo disappunto, la cerniera non si apriva.
Che scocciatura, non si capisce perché un portamonete che non viene usato da almeno quarant’anni abbia qualche problema di ruggine alla cerniera, caspita!
E dunque, alla fin fine con delicatezza sono riuscita nell’impresa e cosa ho trovato là dentro?
Stupore, i gettoni di qualche gioco da tavolo del quale non mi ricordo.
E sì, appartenevano a noi che eravamo bambini al tempo della Lira.
Cristoforo Colombo sulle 5.000 Lire, Giuseppe Verdi sulla banconota da 1.000, Leonardo da Vinci sulle 50.000 Lire e Michelangelo Buonarroti sulle 10.000.
Da quanto tempo non li vedevo, che sorpresa!

E avevo anche pensato di rimettere in uso il piccolo portamonete ma in realtà credo che non lo farò: lui non sa mica nulla di questa faccenda degli Euro, è stato in cantina fino a ieri, lasciamolo nella sua beata ignoranza.
E poi se dovessi perderlo sarebbe una vera disdetta, diciamolo.
Lo terrò in un cassetto con questi soldi finti che c’erano dentro, non mancano le monetine, su uno dei due lati c’è disegnato uno scoiattolo.
Per caso li avete avuti anche voi? Qualcuno si ricorda a quale gioco appartenevano?
Sospiro.
Cose che usavamo noi che siamo stati bambini al tempo della Lira.