Sotto i portici

Mi accade, a volte, mentre cammino sotto i portici.
Così, all’improvviso, senza che io faccia nulla per riprendere tra le mani il filo immaginario che mi porta indietro negli anni.
Accade, mi ritrovo in quel luogo e in un altro tempo che io ho già vissuto.
E mi rivedo, porto quei jeans a sigaretta con gli spacchi sulle caviglie, aspetto la mia amica davanti a un cinema che poi, anni dopo, non ci sarà più.
Io però in quel frammento di giovinezza non posso saperlo, mi guarderò il mio film sprofondata nella poltrona senza pensare a quella cosa strana lì che è il tempo.
E avremo tempo, poi, per dirci con nostalgia: ti ricordi quando andavamo al cinema in Via XX?
Tra l’altro, poco più su c’è un negozio che mi piace tanto, mi perdo sempre ad ammirare le cose indossate da certi diafani manichini che popolano la vetrina.
Quel negozio si chiama Diavolo Rosa e non occupa soltanto il piano terra.
E salgo le scale e guardo tutte le camicette, vanno di moda i volant sui polsini e attorno al colletto, ci sono tutti quei maglioncini di ogni colore con lo scollo rotondo oppure con i bottoncini.
Ma è accaduto l’altro ieri o quanto tempo fa?
Stava tutto in pochi metri, poi davvero tutto è cambiato.
Io però a volte ho ancora un’immagine chiara e perfetta di me che indugio davanti alle vetrine di Varese in cerca delle scarpe perfette da portare con quella gonna corta.
Ecco, scelgo quelle scarpe là di vernice rossa e poi quelle altre scamosciate con la fibbia.
E dopo questo shopping fortunato me ne vado a zonzo tutta contenta con i miei sacchetti.
Sarà strano accorgersi, molto tempo dopo, che tutto questo è svanito.
E a volte, sapete, all’improvviso mi ritrovo proprio lì, in quei luoghi e in quegli anni.
Accade, talvolta, mentre cammino sotto i portici di Via XX Settembre.

Annunci

Un’estate al mare

La canzone è proprio quella e a cantarla era Giuni Russo, artista unica e mai dimenticata.
Erano gli anni ’80 e Un’estate al mare sarebbe rimasta a lungo la colonna sonora di certe serate sulla spiaggia, tutti abbiamo cantato i passaggi di quella canzone, nessuno di noi però è mai riuscito ad eguagliare i gorgheggi di Giuni, la sua potenza vocale era davvero impareggiabile.
Erano le estati lontane dalla scuola, io avevo una borsa di paglia con due manici e a tormentarmi era sempre un dubbio: è meglio l’olio di cocco o quello alla carota?
E sai che la camomilla schiarisce i capelli?
Sì, regala un tono dorato alle ciocche!
E tra l’altro, molti anni dopo, ti chiederai come facessi a fare il bagno in mare per metterti poi a prendere il sole con i capelli intrisi di sale, a ripensarci non si riesce a capire!
All’epoca poi, quando andavo a prendere il sole sugli scogli in mezzo al mare, a volte mi mettevo in testa un fazzoletto verde acido, devo dire che quel colore con l’abbronzatura stava a meraviglia.
E avevo anche un cappello di paglia comprato proprio nel paese delle mie vacanze, mi ricordo che sceglierlo fu parecchio complicato, mi piacevano diversi modelli e alla fine ne presi uno abbastanza particolare: è un cappello da esploratore, niente di meno.
Ora, se un po’ mi conoscete saprete già cosa sto per scrivere.
Dunque, la borsa che usavo per la spiaggia vive una dignitosa maturità e da molti anni ospita le scatole con le lucine dell’albero di Natale, mai avrebbe pensato di avere un destino simile!
Il fazzolettino verde è ripiegato in un cassetto e anche il cappello da esploratore se ne sta in un angolino della casa senza disturbare.
E quando viene l’estate, lo ammetto, io mi sorprendo sempre a canticchiare la canzone di Giuni Russo, per me è la memoria dolce di estati felici.
All’inizio di questa nuova stagione, poi, mi è capitato di ritrovarmi a curiosare su una bancarella al Porto Antico.
C’erano in vendita cappelli di paglia di tutti i tipi e ne ho provati parecchi, per qualche istante mi è parto di tornare indietro nel tempo e di essere di nuovo in quel negozio dove trovai il mio cappello da esploratore.
E c’erano la sedia azzurra da bagnino, un salvagente, una collana colorata.
E il sole caldo, nl tempo dei tuffi.
C’era tutto, davvero.
E in sottofondo soltanto per me c’era la suadente voce di Giuni che intonava ancora una volta le rime mai scordate di Un’estate al mare.

La musica non si ferma mai

Accade in questo modo, la musica continua, la musica non si ferma mai.
Ed è uno dei suoi poteri, la musica sa rimanere in un tempo definito e anche farti ritornare a giorni che hai già vissuto.
Quindi.
Succede così.
Rewind.
Hai presente quando incontri qualcuno che non vedevi da un certo numero di anni?
E lo ritrovi, magari un po’ cambiato, naturalmente.
Eppure è sempre lui, potresti non riconoscerlo?
Figurati, siamo diventati adulti entrambi ma la faccia è sempre quella e anche la sua voce non è mutata.
E poi certa musica non si ferma mai, lo sapete pure voi.
L’hai ascoltata in quel tempo in cui ti piaceva tutto e il contrario di tutto: il chiodo, le Dr Martens e anche la cartella di Naj Oleari, io quella non l’ho mai posseduta.
Le calze a losanghe invece no, non mi sono mai piaciute.
E le giacche con le spalline, adesso non ce le metteremmo più.
I capelli a crestina, io li ho avuti.
E usavo un sacco di gel all’epoca.
E a Capodanno mi mettevo le antenne sulla testa.
Sicuramente ne ho già scritto in passato, era un cerchietto con due molle al termine delle quali c’erano due sferette colorate.
Poi si è rotto e l’ho buttato via.
Quindi.
Rewind.
Succede così.
Ci si mette meno di un istante a ritornare a quel tempo lì.
E la spiaggia e la piscina di Club Tropicana, accidenti.
E il ritmo di canzoni ballate centinaia di volte in discoteca, accidenti.
E la mia canzone di Natale, non sto neanche a riscriverne, guardate, intanto è ovvio, è quella.
E dove sarà mai andato a finire tutto quel tempo che sembra così vicino ed è invece così distante?
Succede così.
Una nota.
Rewind.
Tra l’altro questo 2016 è stato crudele con quelli della mia generazione, un amico che sa parlare di musica meglio di chiunque altro ha scritto le parole giuste.
Rewind.
E poi quando c’erano gli amori che finivano male avevamo quella canzone malinconica da ascoltare.
Una, due, dieci volte.
Ed era sua, naturalmente.
E anche se allora eravamo molto più giovani e ingenui già lo sapevamo, la musica non si ferma mai.
Anche la tua, continua a ritornarmi in mente.
Una, due, dieci volte.
La musica no, la musica non si ferma mai.
Ciao, George.

Un condominio negli anni ’70

Accade sempre, in questo periodo, mi tornano alla mente certi anni e mi ricordo come eravamo.
Un condominio negli anni ‘70 era una faccenda ben diversa rispetto ad adesso, innanzi tutto in questo condominio c’erano moltissimi bambini.
Così era, negli anni 70, ora non saprei fare il conto esatto ma davvero erano rappresentate diverse generazioni, dalla prima infanzia alla giovinezza.
E a dire la verità con lo scorrere del tempo non è mai più stato così.
Davanti a casa c’erano quelle macchine là delle quali tutti vi ricordate: la 127, la 126, le Alfa Romeo e naturalmente la mitica 500.
Ovvio, era la macchina che usavano le nostre mamme per venire a prenderci a scuola, la maggior parte di noi infatti tornava a casa per il pranzo.

500 (2)

E come dicevo, in questo periodo mi vengono spesso in mente quegli anni e accade per una ragione precisa.
Negli anni ‘70 in questo condominio si era soliti fare l’albero di Natale nel portone, era una sorta di rito collettivo che coinvolgeva molti bambini del palazzo e questa faccenda di decorare l’abete tutti insieme era un piccolo evento straordinario e molto atteso.
Quell’albero me lo ricordo ancora bene, aveva certe bellissime lucette a forma di ghiacciolo.
E mi ricordo anche che una delle bambine del condominio aveva una fortuna particolare: non so perché ma a lei Babbo Natale nascondeva i regali per tutta la casa, non li metteva sotto l’albero ma li sparpagliava sotto i mobili, nei cassetti, dietro alle poltrone.
E insomma, io mi sono sempre chiesta per quale ragione le fosse riservato questo privilegio, era una bambina fortunata!

Natale (12)

Negli anni ‘70 un condominio era un piccolo mondo coeso, ci si conosceva tutti e ognuno aveva le sue caratteristiche: uno era celebre per il pollice verde, l’altro per l’indiscussa abilità nei lavoretti, su alcuni potevi sempre contare e puoi star certo che c’era sempre qualche mamma o qualche nonna che preparava ottimi dolci.
Ad esempio, per i compleanni, andava per la maggiore la torta al cioccolato con il centro morbido e soffice.
Negli anni ‘70 le bambine di questo palazzo si vedevano a casa di una o dell’altra per giocare insieme.
Ecco, a dire il vero ogni tanto si giocava anche ad interpretare i film, ad esempio quelli di Bud Spencer e Terence Hill ed erano sempre lunghe discussioni su chi dovesse fare la parte dell’uno o dell’altro attore.
Poi c’erano i pentolini, la Barbie con il suo ricco guardaroba e quei giochi in scatola che ora non si usano più.
E facevamo anche quel gioco per il quale serviva solo un foglio a quadretti e una matita: si dovevano scrivere nomi di fiori, città, animali e tutti dovevano iniziare con la stessa lettera, vi ricordate?
Negli anni ‘70, in sostanza, non ci annoiavamo mai.

La Reginetta del Ballo (11)

E poi, come dicevo, c’erano diverse generazioni nel condominio.
E quelli più grandi a me sembravano davvero grandi.
E c’è una scena che ho perfettamente impressa nella memoria, a dire il vero mi viene in mente ogni volta che percorro una certa creuza qui nei dintorni.
Mi sa che accadde forse al principio degli anni ‘80, a voler proprio essere precisi.
E dunque, io salivo su per questa creuza e nella direzione opposta scendeva un giovane del condominio, uno di quelli grandi, insieme a colei che poi sarebbe diventata sua moglie.
E insomma, voi avete presente le discese di Genova?
Ecco, io ho visto loro due e ho guardato lei: indossava la minigonna di jeans e gli stivali con il tacco.
E sono rimasta a chiedermi come caspita fosse possibile che riuscisse a scendere con una simile disinvoltura giù per quei gradini con quei tacchi lì.

salita-san-nicolo

Giuro che me lo ricordo come se fosse capitato due giorni fa.
Succede, no?
Eppure.
Eppure sono passati parecchi anni.
E ieri ho percorso di nuovo quella creuza e mi è tornato di nuovo in mente.
E poi, come ogni anno in questo periodo, ho pensato che sarebbe bello fare ancora l’albero di Natale nel portone, solo che bisogna vedere se da qualche parte si trovano le lucette a forma di ghiacciolo, senza quelle non sarebbe la stessa cosa.
Stavano un tempo sui rami di un abete, in un condominio, negli anni ‘70.

Natale (5)

Lucky man

Ci sono persone che, pur non sapendolo, fanno parte in qualche modo della nostra vita.
Se siete molto giovani forse il vostro ricordo di Michael J. Fox potrebbe essere vago ma quelli della mia generazione sono cresciuti insieme a lui: siamo diventati grandi insieme e non ce ne siamo neppure accorti.
Chi è stato giovane negli anni ’80 ha avuto il privilegio di conoscere un tipo speciale: si chiamava Alex Keaton e le vicende della sua famiglia scorrevano sul teleschermo, era uno dei nostri riti.
Poi quel ragazzo vestì altri panni, era il 1985 e lui divenne Marty McFly, lo studente protagonista di un un film indimenticabile, c’è qualcuno tra voi che non ha mai visto Ritorno al Futuro?
Allora l’astro di Michael J. Fox era al suo apice, lui aveva 24 anni, io ne avevo 19.
Scanzonato, divertente, spiritoso, una vera faccia da schiaffi.
Lui viveva nel mondo dorato di Hollywood, a una distanza siderale da tutti noi, eppure era uno di noi: un amico, un compagno di classe che aveva avuto fortuna.
E il suo successo, secondo noi, era più che meritato.
Certe stelle a volte vengono oscurate da fosche nubi, a neanche trent’anni a Michael J. Fox venne diagnosticata una forma precoce di Morbo di Parkinson, questa è la tragica circostanza che ha mutato il corso del suo destino.
Una storia, una vita, una lotta tenace contro una malattia crudele: un libro, Lucky Man, ne è autore lo stesso Michael J. Fox, il volume è uscito diverso tempo fa per TEA Editore e ho visto che è disponibile in eBook.

Lucky Man

In estate mi capita spesso di rileggere i libri che amo e questo è uno di quei libri.
Questa è la storia di un successo, è la storia di un ragazzo squattrinato che muove i suoi primi passi nel mondo del cinema e diviene una celebrità.
È una storia onesta e sincera, con vene di autentica ironia e di profonda autocritica, è una vicenda di fragilità e paure, di stupori incerti e di crescenti consapevolezze.
Sei giovane, ricco e famoso e sebbene tu abbia un’esistenza in qualche modo disordinata sei persino felice.
E la vita, all’improvviso, ti cambia le carte in tavola lasciandoti impreparato.
E tu sei lì, sul set della tua intera esistenza, solo che non conosci la tua parte, non c’è un copione e ti tocca improvvisare.
Non è facile svelare a se stessi e al mondo questa nuova realtà, Michael ci metterà parecchio tempo.
Alcune pagine sono particolarmente coinvolgenti, dolci e colme di gratitudine sono le parole che Michael scrive per sua moglie, nostalgiche e tenere sono le descrizioni di certi viaggi lungo le strade dell’America: Michael accanto a suo padre, Michael accanto al suo primo figlio.
Michael J. Fox ha lasciato le scene da diversi anni e ha creato una fondazione che si occupa della ricerca sul Parkinson.
E ricordate?
Lui è il ragazzo che andava sullo skate, lui è uno di noi: non ci siamo mai incontrati ma in realtà non è proprio così.
E allora se aprirete la sua autobiografia vi sembrerà di trovarvi seduti su un muretto accanto a lui e sarà lui a narrarvi la sua vicenda.
Ricordate?
Lui è il ragazzo con le fossette, quello non tanto alto, quello che faceva sempre le battute.
Per noi che siamo i suoi amici ha scritto questo libro: pagine intense che raccontano giorni difficili e scelte faticose, pagine che insegnano il coraggio e l’amore vero per la vita, in un ritorno alla propria autenticità.

La mia famiglia mi ha sempre fatto sentire che la casa è un posto dove posso sempre essere sempre me stesso.

Michael J. Fox – Lucky Man

Quando viaggiavamo sulla 500

Voi ve lo ricordate quel tempo là?
Se siete stati bambini negli anni ’70 allora anche nella vostra infanzia c’è stata in qualche modo una 500, ne sono più che certa.
All’epoca la piccola utilitaria della Fiat era gettonatissima, come accadeva in molte famiglie mio papà aveva la macchina più grande, mia mamma aveva la 500.
A dire il vero, se ci pensate, sembra il mezzo di trasporto ideale per le strade di Genova: un’automobile briosa e di dimensioni ridotte che si infila in qualunque strada, davvero perfetta per i bricchi della Superba.

500

Confortevole? A suo modo lo era.
Tuttavia quando viaggiavamo sulla 500 secondo me avevamo pochi termini di paragone, forse i sedili posteriori non erano il massimo della comodità, io li ricordo piuttosto rigidi.
Quando viaggiavamo sulla 500 non vedevamo l’ora che fosse estate per poter aprire il tettuccio, quello era un fantastico privilegio, che bellezza sentire l’aria fresca direttamente sul viso!
Quando viaggiavamo sulla 500 i preparativi per le vacanze erano sempre una faccenda complicata, le nostre partenze seguivano rituali ben precisi e caricare i bagagli richiedeva un’organizzazione certosina: era un ininterrotto andirivieni di valigie, borse frigo, sacchetti e borsoni, un momento epico che segnava l’inizio del meritato riposo.

500 (3)

Quando viaggiavamo sulla 500 portavamo con noi alcune incrollabili certezze: la bionda Barbie con i suoi costumini sgargianti, il lecca lecca colorato trasparente, i sandaletti blu con gli occhielli, il chewing gum rosa per fare le bolle che si spiaccicavano sulla faccia.
E prima di arrivare a destinazione durante il tragitto ci dilettavamo con un passatempo particolare: contare i cartelli sull’autostrada.
Ditemi, lo facevate anche voi, vero?
Mi vedo ancora seduta sul sedile posteriore mentre guardo fuori dal finestrino, di quei viaggi ho già avuto modo di scrivere diverso tempo fa ed erano proprio così le mie vacanze: ginestre, formine e granchi, qui trovate i miei ricordi.
Quando viaggiavamo sulla 500 non ci veniva in mente che ci potesse essere un’altra piccola utilitaria alternativa a quella.
Per lo meno, io la pensavo così.
E tuttora, come è ben noto, sono numerosi i nostalgici estimatori della piccola macchinetta, se ne vedono ancora parecchie in giro.

500 (1)

Noi siamo diventati grandi viaggiando in quel modo lì.
La mamma veniva a prenderci a scuola, ci portava in piscina e al catechismo con la 500.
E no, non c’era il problema dei parcheggi e delle righe blu e quando andavamo alle elementari non avevamo il cellulare nella cartella.
Noi siamo cresciuti viaggiando in quel modo lì.
E da grandi tutti abbiamo avuto coetanei che se andavano in giro con la 500.
Io abito in cima a una strada tortuosa tutta curve, quando il mio amico mi veniva a prendere lo vedevo arrivare da lontano.
Ecco la piccola e fiera 500 blu che si inerpica su per la salita, una curva dopo l’altra, giungerà proprio qui, davanti al mio portone.
Noi viaggiavamo sulla 500, se siete stati bambini negli anni ’70 i vostri ricordi saranno simili ai miei e durante la vostra giovinezza anche voi avrete fatto qualche viaggio su questa macchinina così celebre.

500 (2)

Non so dire se quel tempo fosse migliore di questo, di certo era molto diverso.
Apri il tettuccio, tira giù il finestrino.
Siamo ancora quelli là, noi che viaggiavamo sulla 500.

500 (4)

Quando prendevamo il 76

Diverso tempo fa, per un puro caso, mi sono soffermata a fotografare un cartello.
Non è una pregiata rarità, si tratta semplicemente di una comune palina sulla quale sono segnalati i numeri degli autobus che passano nel mio quartiere, in Circonvallazione a Monte.

Cartello

A loro modo queste fredde cifre rappresentano una piccola e silenziosa rivoluzione, le cose cambiano e a volte nemmeno te ne accorgi.
Insomma, quando io ero ragazzina per andare in centro si prendeva il 30 oppure il 33, entrambi partivano dalla stazione Principe, uno portava a De Ferrari e l’altro alla Stazione Brignole.
C’era anche una linea barrata del 33, faceva romanticamente capolinea ai giardini di San Nicola, era una piacevole comodità.
Poi, a un certo punto, non ricordo precisamente quando, tutto è mutato e adesso la linea che serve questo quartiere ha il numero 36 che in altri anni copriva invece un diverso percorso.

Piazza G. Villa

E sapete, per venir su da questi bricchi e verso le case arrampicate sulle colline, oltre alle funicolari e agli ascensori c’è sempre stato un piccolo autobus, il glorioso e rimpianto 76.
E sì, pure lui aveva un fratellino minore, c’era anche il 76 barrato!
Un viaggio su quel piccolo mezzo era una specie di avventura, faceva un percorso a dir poco tortuoso, superato Ponte Caffaro si inerpicava su per Via Acquarone e poi, sprezzante delle pendenze genovesi, vi portava fino in Via Domenico Chiodo.

Ponte Caffaro

Ponte Caffaro

Ecco, se non siete di Genova immaginate salite impervie, curve a gomito, macchine incolonnate dietro all’epico 76, una quotidiana processione su e giù per Circonvallazione a Monte.
Pochi posti a sedere, le signore con la spesa e gli studenti con gli zaini sulle spalle, nelle ore di punta il 76 era sempre pieno, a certe fermate poi si svuotava e si procedeva con maggior agio.
Che complicati arzigogoli per arrivare a casa, chi ne ha memoria sarà d’accordo con me!
Ed io che non sono affatto una persona ordinata giorni fa ho trovato in un cassetto un orario AMT del 1998-99.
Ehm, lo so, non è normale averlo ancora, non ditemelo!
Ebbene, con stupefatta meraviglia ho scoperto che in quegli anni viaggiavamo ancora sul 76, a me sembra passato un secolo da quei viaggi!

Orario

Nello stesso cassetto, per una ragione a me ignota, c’è anche un biglietto regolarmente timbrato del lontano 2001, mi sa che a questo punto conserverò entrambi i reperti per una Miss Fletcher del futuro, sono certa che quando verranno rinvenuti saranno accolti con giubilo ed entusiasmo!
Detto ciò, abbiamo sempre il nostro piccolo autobus e due diverse linee, il 374 e il 375, io uso quest’ultima e devo dire che il suo percorso è più rapido, semplice e piano, bisogna ammettere che è molto più comodo.

Castelletto

Ecco, però se penso al 76, devo dirvelo, in qualche modo lo rimpiango, per me era uno dei simboli di questo quartiere e di un’epoca che ricordo con dolce affetto.
Corri, sta arrivando l’autobus!
Qualunque mezzo abbiate preso, le ricordate anche voi quelle corse a perdifiato, vero?
E poi?
Ci sediamo tutti qui, alla fermata, sulla panchina.
Oppure ci diamo appuntamento davanti alla cabina del telefono, al tempo dei gettoni.
E ci sono le giacche di jeans, il chiodo, gli zainetti Naj Oleari, i jeans a sigaretta, il walkman e le cassette da riavvolgere con la punta della penna.
E c’è un autobus da prendere, uno solo.
Fa quel giro là, una giostra che a volte sembra davvero che non finisca mai.
Su per certe alture ci arrivi soltanto così, con il glorioso 76.

Via Piaggio

David Bowie, un giorno di gennaio

E tu, tu dov’eri?
Quel giorno di gennaio resterà una delle date che non si possono dimenticare e anche tu ricorderai esattamente dove ti trovavi in quell’istante e come lo hai saputo.
E bisognerebbe saper trovare le parole.
E crederci, credere che sia proprio tutto vero.
Io quel giorno ho aperto Twitter e ho veduto una foto di David Bowie e una riga che annunciava la sua fine.
E tu? Tu dov’eri?
Io lì, davanti allo schermo.
Mi ha colto un senso di attonita incredulità, un amaro stupore al quale non ero affatto preparata.
Come è possibile che un giorno ti svegli in un mondo dove non c’è più David Bowie?
Io da qualche parte ho un libretto con i testi delle sue canzoni, è una di quelle chicche che compravamo noi che eravamo adolescenti negli anni ’80.
E ho ancora le sue musicassette e conservo diverse riviste, ho anche la copia del mensile Moda che uscì al tempo del suo matrimonio con Iman.
Io nel ’72 avevo sei anni, lui nel ’72 era Ziggy Stardust.
E poi, dopo, sono arrivati altri che hanno tentato di essere come lui ma David è inimitabile e David c’è sempre stato, tra il resto, così io non ho neanche mai contemplato l’ipotesi che potesse andarsene.
Come è possibile che un giorno ti svegli in un mondo dove non c’è più David Bowie?
E no, non sarò io a scrivere il tributo indimenticabile sulla sua musica e sul suo patrimonio artistico, non ne sarei capace.
Sapete, giusto un paio di giorni prima mi ero goduta lo spettacolo di quel suo concerto tenutosi a Londra nel ’73: Ziggy Stardust and The Spiders from Mars.

E c’era lui sul palco, diafano, sensuale, bellissimo.
Travolgente e angelico, con quei suoi lineamenti perfetti marcati dal trucco pesante e con quella presenza scenica così unica.
E ogni tanto la telecamera inquadrava il pubblico e io pensavo: quelle ragazze adesso saranno nonne, chissà quante volte avranno ripensato a quella sera, a quella musica, al sorriso dell’imperscrutabile Ziggy.
E ancora nessuno ha saputo spiegarmi come sia possibile che una mattina ti svegli in un mondo dove non c’è più David Bowie.
E poi.
E poi sono andata a ripescare questo articolo, i cento libri da leggere secondo David Bowie, penso che sia un buona idea seguire i suoi consigli di lettura.
Io in questi giorni mi sono anche detta che avrei voluto essere altrove, a Brixton magari.
O forse a New York, dove lui abitava.
Nei suoi luoghi, davanti alla sua casa, dove tutti vanno a salutarlo e a rendere omaggio al suo genio.
La musica però va oltre i confini dello spazio e del tempo e tu puoi essere ovunque.
E ovunque è anche lui, con la sua musica e la sua voce.
E allora, guardate, a me non servono neanche più le spiegazioni, tenetevele pure, non è che una mattina ti svegli e in questo mondo non c’è più David Bowie.
No, non è così.
Ciao David, just for one day.

L’estate in cui tu non c’eri

L’estate in cui tu non c’eri è volata via, come un soffio di vento caldo.
Quest’estate pensavo a te, ho chiesto di te.
Ma non hai saputo? E’ successo qualche anno fa. 
No, non sapevo nulla.
E ti scrivo, solo adesso.
La tua bicicletta era da cross, questo mi ha sempre stupita.
Cosa ci fa una ballerina con una bici da ragazzaccio?
Non l’ho mai capito, forse tu nascondevi due anime e noi, distratte, non ce ne siamo mai accorte.
Danza.
Danza classica e grazia, la tua fatica e la tua passione.
Noi avevamo solo i compiti delle vacanze, tu avevi anche gli esercizi, ricordo che li facevi nella tua stanza.
E tu, come ogni vera ballerina, ti distinguevi per la tua maniera di camminare.
Tu camminavi a passo di danza, quasi in punta di piedi, non era un vezzo ma una consolidata abitudine.
Leggera come una farfalla, sottile come un giunco smosso da un refolo d’aria d’estate.
L’estate in cui tu non c’eri.
Qualche volta mi è pure sembrato di vederti passare, dev’essere accaduto perché pensavo a te.
E poi sai, oggi vorrei farti una confidenza: quelle tue camicette tutte pizzi e quei colletti ingombranti di sangallo, te ne ricordi?
Ecco, non mi sono mai piaciuti, non era proprio il mio stile, te lo dico solo ora, ora che è quasi terminata l’estate in cui tu non c’eri.
E poi in realtà a te stavano bene persino quelle robe là che io detestavo.
E poi.
E poi le serate in discoteca e tu che non venivi mai con noi.
Dai, con il senno di poi posso dirti che in fondo non ti sei persa nulla, anche se so bene che affermarlo adesso non conta, allora quelli sembravano appuntamenti immancabili ed era un dispiacere non esserci.
Durante l’estate in cui tu non c’eri ho cercato di far riaffiorare memorie che sono come appannate, non riesco a ricordare tutti i particolari.
Ad esempio, tu amavi i Duran o gli Spandau?
Il ghiacciolo o la granita?
E ce l’avevi anche tu la giacca di jeans, vero? Quella me la ricordo!
Io e te che siamo state bambine insieme, ho un’immagine impressa nella mente: siamo già grandi, esco dall’ufficio e tu sei lì, mi aspetti davanti al portone.
Io e te e i nostri muretti e le nostre cose preziose da ragazzine.
Bisogna tenerseli stretti certi momenti, servono per quando certe risate non le senti più.
L’estate in cui tu non c’eri è stata caldissima, sai?
E ti ricordi? In genere dopo ferragosto viene la pioggia e la nostra valle si rinfresca.
Ecco quest’anno non è successo.
E tu non c’eri, per questo te lo racconto.
E per un caso del destino la casa dove tu un tempo trascorrevi le vacanze è rimasta quasi sempre chiusa.
Così guardavo quelle persiane e pensavo a te.
Quante cose raccontano delle imposte chiuse?

Finestra

Davvero, che poche parole ti ho scritto, non bastano per dirti ciao, adesso, ovunque tu sia.
E anche se questa è stata l’estate in cui tu non c’eri una sera noi che eravamo ragazzine insieme ci siamo ritrovate a parlare di te.
Ed io sono pure scappata via, proprio perché tu non c’eri.
In realtà l’ho capito il giorno dopo, parlavamo di te ed era come se ci fossi anche tu.
Tu con le tue lentiggini, i capelli raccolti stretti stretti in uno chignon e  gli orecchini d’oro ai lobi, tu con quel tuo sorriso.
Tu.
E poi, sai, sui prati quest’anno c’erano tante farfalle.
Leggiadre e così piene di grazia, come te.
Da un petalo a una corolla.
A passo di danza, come te.

Farfalla (12)

Sergio Caputo & me

Parlando di me e del tempo delle mie vacanze passate non posso scordarmi di lui.
E che vuoi capirne della lievità della vita e della capacità di sorridere anche in certi momenti delicati se non hai mai ascoltato i pezzi di Sergio Caputo?
Alcune canzoni restano come certe amicizie di vecchia data, il tempo e la distanza non possono dissolverle, c’è ancora il vinile che gira sotto la puntina.
Sergio Caputo & me, lui è quello delle atmosfere da piano bar, io sono la ragazza con la minigonna e le zeppe d’argento.
Lui è ironico, brillante, originale, è un giocoliere della parola.
La sua musica è swing, ha toni di blues e  jazz, è equilibrismi, giochi di rime e funambolismi, è sincopata, ha ritmo e vitalità, a volte emergono venature malinconiche.
Noi che eravamo là, negli anni ’80, tenevamo sempre il tempo quando partivano le note di Un sabato Italiano.
Noi che eravamo là, in quell’epoca, avevamo amici che sfoggiavano improbabili camicie hawaiiane e intanto lui cantava: vado alle Hawaii, da quelle parti non ci pagano mai.
L’amore poi, noi credevamo che durasse per sempre ma non è mica sempre così, l’amore sa essere assurdo ed estemporaneo, l’amore è anche questa cosa qua:

T’ho incontrata domani
O per lo meno mi è sembrato fossi tu
C’era troppa fuliggine ora non ricordo più

E poi? E poi a volte ci si ritrova, fatalmente:

Rivederti è pleonastico
per una volta o due, magari per un tè
dondolarci utopistici
in un sogno démodé.

Ironia e disincanto, le notti insonni ad aspettare l’alba, il ghiaccio che tintinna nel bicchiere e le note inconfondibili di Bimba che sapessi.
E cosa vuoi saperne di quelle sensazioni là se non hai mai provato ad interrogarti sugli effetti stroboscopici del destino.
Facce, storie, situazioni, quei brani sono frammenti della nostra vita, fotogrammi di stagioni vissute.
E ripenso a te sulla tua veranda alle sei di sera, a una luce accesa dall’altra parte del mare blu.
Io quelle canzoni le ascolto ancora, le so ancora tutte.
Ho cercato i video del passato e mi sono imbattuta nel canale Youtube di Sergio Caputo dove ho scoperto i suoi tutorial delle sue più celebri canzoni, se vi dilettate con la chitarra e volete imparare a suonare Spicchio di Luna guardate qui.
E tra i pezzi di quell’epoca là Sergio Caputo ha condiviso questo, è un brano languido e lento, appartiene ad un tempo che è trascorso, un tempo che a volte sembra essersi fermato.